ANTHRAX

For All Kings

2016 - Megaforce / Nuclear Blast

A CURA DI
MARCO PALMACCI
09/03/2016
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Anno domini 2016: le ruote della macchina Anthrax sembrano girare a mille all'ora, non avendo alcuna intenzione di fermarsi. Del resto, non sarebbe sbagliato definire questa seconda decade dei 2000 quasi come una seconda giovinezza per il combo newyorchese, che a suon di bei dischi sta letteralmente cancellando i brutti periodi trascorsi in passato. Cambi di line-up, defezioni storiche (Spitz e Belladonna su tutti), dischi non propriamente esaltanti (o meglio autentici flop sia musicali che commerciali): sarebbe stato quanto meno degradante, per gli autori di una delle pentalogie essenziali del Thrash Metal (vi sfido a trovare un solo punto debole che intercorra fra "Fistful of Metal" e "Persistence of Time", ambedue compresi), terminare la propria storia spegnendosi pian piano, affievolendosi ogni anno di più. Del resto, quando si tocca il fondo, due son le proverbiali "cose": o ci si adagia, o si cerca a tutti i costi di risalire. E la banda di Scott Ian ha tirato fuori gli attributi, decidendo di arrampicarsi per dimostrare al mondo quanto gli Anthrax abbiano ancora da dire. Se il ritorno di Belladonna nel ruolo di frontman e la conseguente pubblicazione di  "Worship Music" del 2011 erano stati un chiaro segnale di netta ripresa (critica e pubblico quasi unanimi nel considerare questo disco il miglior album degli Anthrax dal 1993), "For All Kings", nuovo parto fresco di stampa, sembra essere una netta conferma di quanto (sino ad ora) asserito. I tempi di pubblicazione sono stati certo importanti (ben cinque anni), ma del resto va benissimo così, se i risultati sono quelli che abbiamo effettivamente dinnanzi agli occhi. Una band che è tornata a fare ciò che sa fare meglio, un gruppo che ha ancora voglia di divertirsi e far divertire, il quale ha saputo reagire magnificamente alle avversità rendendo dischi come "Stomp 442" (forse il loro peggior insuccesso di sempre) solo incubi squarciati ormai da una radiosa (nuova) alba. E dire che la genesi di "For All Kings" è dovuta nuovamente passare per una defezione importante all'interno della line-up. Proprio nel Gennaio 2013, infatti, Rob Caggiano (che a sua volta sostituì Spitz nel ruolo di solista) decise di abbandonare il gruppo dopo la bellezza di dodici anni -non continui- di militanza, lasciando i Nostri definitivamente privi di un chitarrista. Fortunatamente, il suo posto venne immediatamente ricoperto dall'axeman degli Shadows Fall, il talentuoso Jon Donais. Entrato immediatamente nel mood degli Anthrax, Donais si fece subito notare grazie alla sua propositività e alla sua voglia di dare il 100% alla nuova causa, non facendo rimpiangere per nulla al mondo Caggiano, il quale aveva a parer di chi scrive abbandonato la barca forse nel momento migliore e meno indicato. La genesi di "For All Kings" ha quindi potuto beneficiare di un nuovo membro e del grande affiatamento dei rimanenti e sempiterni musicisti (Ian, Belladonna, Bello e Benante), più che mai determinati a bissare ed anzi, a superare il successo di "Worship..". Fu proprio lo stesso Scott Ian, in un comunicato risalente all'Ottobre del 2013, a descrivere il "For All.." in fieri come un autentico concentrato di riff ancora più potenti di quelli presenti nella precedente release del 2011. I giochi cominciano ad infiammarsi nel 2014, quando sotto l'ala del produttore Jay Ruston gli Anthrax si ritirano "in clausura" in quel di Los Angeles per iniziare ufficialmente le registrazioni, le quali si protrarranno sino al 2015. Nel Dicembre dello stesso anno viene svelata la tracklist, composta di ben tredici pezzi di cui due strumentali; l'etichetta, dal canto suo, non cambia: troviamo sempre la "Megaforce Records" come principale patrocinante (alla quale si affianca anche la colossale "Nuclear Blast"), mentre un nome d'eccezione viene reclutato per la realizzazione dell'artwork. Ad occuparsi del lato artistico dell'album è infatti Alex Ross, bravissimo artista ed apprezzato professionista nel campo fumettistico, nonché collaboratore sia della Marvel sia della DC Comics. Non è certo un caso, vista la passione per i fumetti che ha da sempre contraddistinto i Nostri, i quali hanno fondato il loro immaginario lirico anche sulle storie comparse negli albi di supereroi tanto in voga negli Stati Uniti. Una copertina dunque fumettistica ed anche a tratti "fantasy", nella quale troviamo i nostri dipinti a mo' di aragonath, le imponenti statue visibili nel "Signore Degli Anelli" e considerabili come regali custodi delle terre di Gondor. In linea con il titolo dell'album, infatti, Benante ebbe l'idea di dare alla cover un aspetto "regale", imponente: le statue sono poste all'interno di una grossa cattedrale (il cui rosone è rappresentato dal pentacolo capovolto, altro storico simbolo degli Anthrax) nelle quali svettano le gigantesche effigi marmoree del gruppo, con ai loro piedi una folla costituita da zombie abbagliati da cotanta prorompenza. I Re di tutti i Re, una "regalità" che non è certo ottenibile attraverso titoli nobiliari o ingenti conti in banca, almeno seguendo quelle che sono le spiegazioni di Scott Ian circa il titolo dell'album: "il significato di questa espressione è che, a mio modo di vedere, tutti possiamo essere dei Re. Tutti noi possiamo avere il controllo delle nostre vite, controllare il nostro destino.. semplicemente crescendo, e divenendo persone responsabili. Non penso certo che essere un Re significhi essere una specie di tiranno, un comandante: essere Re di noi stessi, ecco cosa voglio dire. Prenderti le tue responsabilità, rendere conto solo a te stesso.. questo, per me, è essere un Re". Grande positività, dunque, dalle parole del sempiterno chitarrista. Non ci resta dunque altro da fare che immergerci in questo nuovo parto di casa Anthrax, rilasciato ufficialmente il ventisei febbraio scorso. Pronti, a cadere di nuovo nel MOSH? Let's Play!

Impaled

Ad aprire le danze è la prima ed assai breve strumentale dell'album. "Impaled (Impalato)ci porge subito il benvenuto con una rullata da parte di Benante, la quale richiama l'inizio della nota titletrack del sontuoso "Innuendo" (penultimo parto degli indimenticabili Queen). Si prosegue in maniera marziale e cadenzata, sempre con il rullante di Charlie che procede chirurgicamente a tempo di Bolero, mentre un'imponentissima tastiera ricama note solenni e perentorie, descrivendo appieno un'aura regale. Sembrerebbe quasi di trovarsi su di un campo di battaglia, a bordo di un cavallo attrezzato per la guerra. Ambientazioni che quasi richiamano i Manowar, un suono che ben presto scema e ci fa udire una coorte di fan adoranti nell'intento di acclamare gli Anthrax. Decisi attacchi di chitarra elettrica si mostrano ad intermittenza ed il tutto può dunque sfociare nella seconda track, della quale questi novanta secondi costituiscono una sorta di intro.

You Gotta Believe

Gli attacchi decisi e perentori uditi pocanzi danno quindi il via alla crudele "You Gotta Believe (Devi Crederci!)", la quale si mostra immediatamente in tutta la sua violenza. Bello sfoggio di prepotenza che ben si assesta sui ritmi martellanti di Benante, il quale ha dimenticato il Bolero ed è più che mai intento a fornire alla coppia Ian/Donais tempi selvaggi sui quali poter far urlare di rabbia le due elettriche. I chitarristi non si tirano certo indietro e danno subito vita ad un riffing incalzante e poderoso, 100% made in U.S.A. e certamente predatorio, come anticipato appena tre anni prima da Ian. Siamo dinnanzi ad un bell'assalto sonoro, il quale si fregia di una produzione ottima; la potenza del combo viene valorizzata e la resa finale non pecca di "plasticosità", preservando il tratto tipico del sound Thrash Metal; ovvero, quella rozzezza di fondo che tutti noi appassionati abbiamo imparato ad amare, col tempo, disco dopo disco. Tempi forsennati che si protraggono per una manciata di secondi, fin quando non udiamo Ian in solitaria dar vita ad un riff rugginoso e quadrato. Subito gli fa eco Donais Belladonna può fare il suo trionfale "ritorno", adottando linee vocali molto coinvolgenti e convincenti, in linea con quel che oggi è il suo modo di cantare. Non possiamo certo aspettarci che sia effettivamente uguale a quel che era in dischi come "Spreading the Disease", tuttavia questa nuova veste quasi "impostagli" dal passare del tempo gli dona un'aura quasi oscura, una gran presenza. Un che di malvagio che ben si sposa al guitar work cadenzato ed incedente che possiamo sentire in sottofondo. Sembra quasi che i due chitarristi vogliano mostrarci un Thrash / Hardcore caratterizzato da un Groove assai coinvolgente, in grado di farci muovere le teste a tempo e di far salire la voglia di mosh lungo le nostre spine dorsali. Significative accelerazioni si hanno in concomitanza del ritornello, momento nel quale Belladonna alza l'asticella e ci dà prova di come la sua voglia di potenza non sia assolutamente scemata. Ottimo il resto della band in fase di cori e si può dunque proseguire con un'ulteriore strofa, la quale rimane fedele a quanto abbiamo ascoltato in precedenza. Altro ritornello splendidamente eseguito nel quale i tempi divengono più martellanti e veloci, ritornello il quale si protrae più a lungo e sfocia ben presto in una sezione strumentale spigolosa e quasi marziale, carica di groove e cattiveria, nella quale Donais può finalmente mostrarci cosa sa fare, una volta lasciato da solo. Un gran bel momento solista, che si staglia magnificamente lungo i ritmi non troppo forsennati che udiamo e che non pecca affatto di timidezza. Note taglienti e squillanti ben supportate dalla ritmica di Ian, in questo frangente più poderoso e distruttivo che mai. Gli Anthrax sanno ancora far male e ce lo dimostrano alla grandissima, dandoci letteralmente in pasto al loro violento mood Thrash / hardcoreggiante. Giungiamo a metà brano ed i ritmi calano improvvisamente di intensità: Benante diviene meno picchiatore e più "esecutore", calandosi il cappuccio del boia sulla testa e dando vita ad un tempo incalzante, nel quale non si esagera a livello di potenza ma si abbonda di mood ipnotici, quasi ridondanti. L'ascia di Donais intanto si fa più suadente, ed il bravo chitarrista è bravissimo a mostrarci una bella attitudine Heavy la quale gli permette di indugiare maggiormente nella melodia; quasi come una lunga processione di note serpeggianti che si rincorrono l'una dopo l'altra, l'assolo del nostro striscia veloce e ben presto lascia spazio al "risorto" Belladonna, il quale opta anch'egli per una sorta di "rilassatezza". Il Nostro è bravissimo a cambiare registro, rendendo la sua voce ben più accomodante che in precedenza ed adattissima ad un sottofondo che, per certi versi, sembra addirittura richiamare i Metallica "Load" era. L'uso della melodia è infatti particolarissimo ed oscuro, richiamando da molto vicino l'esperienza dei Four Horsemen del loro periodo più chiacchierato; una parentesi che potrebbe far storcere il naso a qualcuno ed esaltare qualcun altro, personalmente ritengo questo espediente assai azzeccato e per nulla stucchevole come avrebbero potuto risultare invece i 'tallica di quella non felicissima parentesi. Sta di fatto che il mood si infrange di lì a poco in una nuova esplosione di violenza senza quartiere. Climax che giunge pian piano al suo culmine, il cantato e le chitarre cominciano a diventare più concitati mentre Benante torna a martellare. Piccola pausa e tempi serratissimi che sopraggiungono come un treno impazzito, la batteria riprende a mollare colpi d'accetta e Donais sfoggia un assolo quasi strizzante l'occhio ad un attitudine di forgia Hannemaniana. Tutto ritorna nella valle dell'estremo e gli Anthrax decidono dunque di giocare agli odierni Slayer, riprendendo per certi versi la potenza dei nobili colleghi ed esasperando il contesto, fino a giungere alla conclusione. Pezzo interessante ed assai particolare, per nulla noioso e decisamente articolato. Violento quando serve, più calmo altre volte per creare altri tipi di atmosfera e rimanere coerenti con quanto già fatto nella intro.. non c'è che dire, questo ascolto è cominciato nel migliore dei modi. Il testo sembra parlare di una figura assai violenta e sanguinaria, incline alla crudeltà più nera e totale. Un personaggio infido e malvagio, il quale sembra avere il totale controllo della realtà che lo circonda. Tutti lo temono e lui, dal canto suo, si mostra particolarmente sadico nei riguardi dei suoi "sottoposti". Egli sa quello che vuole, la sua avidità non ha confini: tutti debbono dunque soddisfare i suoi desideri, pena l'uccisione immediata. In linea con il titolo dell'album, sembra quasi di trovarsi dinnanzi al cospetto di un dispotico re, di un sovrano tiranno. Ogni desiderio del losco figuro è un ordine, e sta a noi compiacere o meno questo prepotente. Ribellarsi, però, equivale a morte certa; le scelte sono due, o cedergli tutto quel che abbiamo o morire urlando, torturati senza un briciolo di pietà. Del resto è lui che comanda, ed a suo dire noi non siamo altro che sacchi di sangue, pezzi di carne privi di valore il cui unico scopo è quello di saziare l'avidità del "Re". Qualora avessimo deciso di ingraziarcelo in precedenza, anche in quel caso dovremmo temere per la nostra incolumità. Egli ammette di non avere amici, di essere un freddo calcolatore e soprattutto di amare la solitudine. Così facendo, non avrà mai nulla a che spartire con nessuno e potrà dirsi totalmente libero, in grado di saccheggiare e spolpare vivi quanti più personaggi possibili, senza doversi preoccupare di pagare nessun collaboratore (e senza temere rivolte o discussioni, naturalmente). Egli, tuttavia, sembra non avere rimorsi perché pensa che le anime di tutti gli uomini siano naturalmente inclinate verso la malvagità. Egli è crudele perché può, lo è come lo saremmo tutti noi; per cui, è inutile invocare la giustizia, quando siamo i primi a rinnegarla e a metterla in secondo piano, evocandola solo quando ci serve e mai in maniera disinteressata. Il Re continuerà a dominare le strade, e nessuno riuscirà mai a fermarlo. 

Monster at The End

 Si prosegue con la terza traccia, "Monster at The End (Il Mostro alla Fine)", ben più corta della precedente ma incredibilmente accattivante. Bel tempo cadenzato da parte di Charlie, il quale non cede subito alla voglia di affettare qualsiasi cosa gli si paia davanti ed indugia quindi in un mood  capace di prendere, di catturare. Le chitarre di Ian Donais, dal canto loro, suonano molto meno perentorie e quadrate che in "You Gotta..", anzi porgono il fianco ad un'andatura di maggior ampio respiro. Ritmi che fanno la felicità di Bello, il quale può mostrare appieno quanto sia portatore sano di groove e quanto il ritmo gli scorra decisamente nel sangue. Belladonna sfodera sin da subito un'ugola meno malvagia ed arrabbiata, andando ad adottare linee vocali ben più "drammatiche" che furenti; il frontman infatti mostra immediatamente una gran partecipazione emotiva, complice anche l'andatura generale del brano che, possiamo dirlo senza timore d'essere smentiti, potrebbe benissimo divenire (con i giusti accorgimenti, si intende) un pezzo da cantare in compagnia di artisti quali Public Enemy Beastie Boys. La passione per il Rap che gli Anthrax nutrono è cosa arcinota (basta ricordarsi della pazza "I'm The Man") ed il groove sfoderato in questo brano sembra veramente voler porgere il fianco ad un possibile remix che uno dei due gruppi sopracitati potrebbe tranquillamente effettuare. Un brano dunque non crudele, certamente poggiante su solide fondamenta "made in Anthrax" ma anche richiamante a gran voce l'Alternative moderno. Forse una "botta" per i classicisti, i quali dovranno però arrendersi dinnanzi all'effettiva validità della canzone in questione. Il brano fila alla grande e si fregia poi di un ritornello a dir poco fantastico, nel quale Belladonna dà letteralmente il meglio di sé, mostrandosi per il grande frontman che è ed è sempre stato. Cambia modus operandi con il sopraggiungere del minuto 1:54; Ian sfoggia un riffing più serrato ed anche Charlie comincia a battere un ritmo più preciso ed incalzante. Dopo un nuovo ritornello giunge dunque il momento per Donais di farsi sentire, andando a ricamare un nuovo assolo melodico e perfettamente stagliato su tempi precisi e per nulla selvaggi. Il chitarrista è effettivamente molto bravo nel ruolo assegnatogli e dopo le furiose rullate di Benante giunge il momento di un nuovo ritornello, nel quale la band tutta trionfa in quanto ad espressività e potenza. Grande emotività e sapiente uso della melodia, una melodia massiccia per nulla stucchevole ma anzi, quasi perforante nel suo incedere deciso e pomposo. Petto in fuori e schiena dritta, il brano termina dunque su di una sfuriata di Charlie alla quale tutti si conformano, esplodendo letteralmente. Il testo di questa canzone sembra, per sommi capi, affrontare la tematica della disillusione. L'espressione del titolo, del resto, è idiomatica e rappresentante una brutta sorpresa posta (in maniera del tutto inaspettata) alla fine di un periodo felice. Facciamoci caso: nei momenti di estrema felicità, mai penseremmo di poter incappare in un qualcosa di brutto. Siamo lì intenti a goderci spensierati tutto il bello che arriva, dimenticandoci che la Vita è imprevedibile ed ha un sacco di porte. Effettuare il suo percorso alla cieca ci aiuta solamente ad inciampare "meglio". Ed ecco che, dopo tanta beltà, il mostro ci trova impreparati ed è pronto a saltarci addosso, brandendo i suoi artigli e stagliando la sua orrida effige sul nostro percorso. Fossimo arrivati consapevoli di dover sempre stare in guardia, magari avremmo potuto affrontarlo ad armi pari; ed invece non possiamo fare altro che soccombere dinnanzi alla sua potenza, grazie al suo aver saputo (sapientemente) sfruttare il cosiddetto "effetto sorpresa". Pensavamo che avremmo potuto ottenere tutto ciò che volevamo.. è già un miracolo se siamo riusciti ad avere ciò che ci serve davvero. Gli Anthrax, usando immagini prettamente da incubo ed immergendoci in un mondo a metà fra la veglia ed il sonno, sembrano volerci dire proprio questo: attenti al mostro "alla fine", non bisogna mai sottovalutare il suo potere e soprattutto non bisogna mai adagiarsi sugli allori, pena la disillusione totale, una delusione talmente amplificata dall'incoscienza da risultare in seguito inaffrontabile. I bei sogni ci mettono ben poco, a trasformarsi in incubi; dobbiamo sempre tenere almeno un occhio aperto e mai dimenticarci la testa fra le nuvole, se non vogliamo essere braccati dall'oscuro predatore, il divoratore d'ogni speranza e di ogni elemento positivo che arricchisce la nostra intera esistenza.

For All Kings

Arriva dunque il momento della titletrack, "For All Kings (Per tutti i Re)", aperta da un frangente che si potrebbe tranquillissimamente definire Epic MetalBelladonna sembra quasi riprendere i toni declamatori di un Eric Adams, coadiuvato da una chitarra intenta ad emettere lunghe e solenni note. Effetti di tastiera rendono il tutto più imponente e corposo, ma è subitamente il battere preciso di Charlie a rompere l'atmosfera e a permettere alla chitarra di Donais di partire scandendo tempi ben più concitati. Il ritmo di Benante è ancora una volta ben quadrato e poderoso, capace addirittura di esplodere in alcuni frangenti (mediante un ottimo uso della doppia cassa), mentre la coppia d'asce si mantiene stabile ricamando note potenti e ben calibrate. Degna di nota è la fase di pre-refrain, momento in cui i tempi si dilatano e la potenza viene lasciata leggermente in disparte in favore di una sorta di maggiore potenza evocativa. I ritmi si dilatano e tutto diviene più "drammatico", uno splendido climax pronto ad esplodere in un ritornello nel quale si torna a pigiare sul pedale aumentando tempi e velocità; un ritornello che, come già avvenuto per quel che riguardava i primi del pezzo, sfoggia incredibilmente velleità Epic (e da manuale, aggiungerei). Giurerei di essere intento nell'ascolto di un ft. Anthrax / Vicious Rumors, se non leggessi solo il nome dei nostri Thrashers su questa copertina. Ottima trovata che lascia ben presto (nuovamente) il posto ad una nuova cavalcata Thrash, sempre ben confezionata e splendidamente quadrata e compatta nel suo incedere; pre-refrain arioso e melodico, sopraggiunge quindi un nuovo ritornello epico che ci mostra quanto gli Anthrax sarebbero (effettivamente!!) BEN PIU' CAPACI di suonare Power di molti gruppi che invece hanno sposato questo genere, dichiarandolo proprio. Davvero una trovata eccezionale, un frangente -il ritornello- capace di suscitare fortissime emozioni e di catapultarci realmente in un contesto eroico e regale, facendoci cantare a squarciagola ed unendoci in coorte. Se la batteria di Benante e le chitarre non fossero chiaramente Thrash oriented, si potrebbe parlare senza dubbio di mood tipici di gruppi come Armored Saint. Anche perché, possiamo dirlo, l'ugola di Belladonna non sfigurerebbe di certo in un contesto più Heavy che Thrash. Dopo un ottimo ritornello giunge il momento solista di Donais: il chitarrista mostra anch'egli un lato classic niente male, ricamando uno degli assoli più Heavy di tutto il platter e giocando ampiamente con i ritmi incalzanti e battenti di un Benante in stato di grazia. In sottofondo, Scott fa ruggire la sua ascia e Bello adatta la sua tecnica a questo contesto ben più particolare degli altri due brani pocanzi ascoltati; tempesta melodica e velocissimo susseguirsi di note da parte del chitarrista solista e si può dunque partire alla volta dell'esecuzione di un nuovo ritornello, tiratissimo e meravigliosamente eseguito. Piccola parentesi strumentale spiccatamente power subito dopo di esso, nella quale i chitarristi divengono abilissimi maestri di melodia ed i vocalizzi eroici di un Belladonna strepitoso dipingono un clima battagliero e guerresco; c'è tempo per un ritornello ancora, non ci stancheremmo mai di udire questo piccolo capolavoro ed i Nostri lo sanno bene, essendo pienamente consapevoli delle loro capacità. Chi pensava di trovarsi dinnanzi ad un disco-fotocopia si sbaglia di grosso, giunti alla quarta traccia possiamo quasi dirci stupiti dalla varietà di stili presenti, e soprattutto dalla capacità di osare che questi capitani di lungo corso stanno mostrando. Sorprendente vedere come questa volontà sia più radicata in dei cinquantenni che in gruppi di giovanissimi quali Violator Fueled By Fire. Proprio come spiegato da Ian, il testo sembra riprendere appieno il concetto di "re interiore". Il brano è rivolto a tutti i "re", sia giovani sia adulti (gli Anthrax, dopo tutto, sono consci di aver catturato più di una generazione). Si tributa onore a queste figure regali, lodando la loro potenza e soprattutto la loro tenacia, la loro forza. Come si diventa, un Re? Non certo mediante linea di successione diretta, non certo possedendo poderi e castelli. Il Re, come dicevano i Running Wild, è colui che corre libero, libero come un'aquila nel vento. Tutti coloro i quali possono dirsi padroni della propria vita, in grado di prendere decisioni importanti in totale autonomia, accettando sia il bene sia il male che da esse deriveranno. Questo, significa essere un Re. Quando non si comanda nessun altro all'infuori di noi stessi. Quando ci si vuole bene, quando si ha stima delle proprie capacità e non si lascia che nessuno le calpesti. Chi può decidere per noi? Nessuno. Chi può arrogarsi il diritto di dirci cosa fare o pensare? Nessuno, neanche Dio. Bastiamo a noi stessi, siamo autentici sovrani consapevoli delle proprie capacità, del tutto avulsi ai perversi giochi di manipolazione mentale attuati dai poteri forti. La corona e l'anello, per dirla alla Manowar, sono legati alla nostra essenza dal nostro orgoglio e dal nostro sangue; qualora fossimo in difficoltà, un altro Re ci aiuterebbe, spingendoci a guardare nel nostro cuore ed a ritrovare ciò che è nostro di diritto.. ovvero, la capacità di condurre la nostra Vita alla "vittoria", proprio come un esercito. Vittoria che non deve necessariamente tradursi in termini di denaro o successo. Saremo perfettamente realizzati quando potremo fregiarci dell'assoluta indipendenza, quando tutto quel che avremo sarà stato conquistato con l'uso delle nostre sole forze, mediante impegno, abnegazione, autodisciplina e forza di volontà. 

Breathing Lightning

Si giunge tosti alla quinta traccia, "Breathing Lightning (Respirando Fulmini)", la quale è introdotta da un arpeggio spiazzante, melodico e quasi rassicurante nel suo dipanarsi. I piatti di Charlie vibrano e l'atmosfera è nuovamente particolarissima, calma ma sicuramente preannunciante una tempesta. Ben presto sopraggiunge l'ascia di Scott a donare pesantezza al complesso, donando alle lunghe e sognanti note di Donais un background estremo ed oscuro. Giunge dunque il momento di ritornare ad essere gli Anthrax al 100% ed il brano può così spiccare il volo ben stagliandosi su ritmi sostenuti e su di un riffing Thrash vecchia scuola. I nostri riprendono appieno uno stile già riscontrato nei loro capolavori di sempre ("Spreading.." su tutti) ed anche Belladonna sembra tornare letteralmente indietro nel tempo. Quel che ci viene presentato, dunque, è un brano nelle strofe fedelissimo ai dettami della old school, ma in fase di refrain e pre-refrain abbastanza indugiante nella particolare melodia che abbiamo avuto già modo di ascoltare nella intro. Il tutto funziona grazie alla pesantezza di base ben mantenuta, una gradevole contrapposizione (sempre parlando del refrain) fra le linee vocali e chitarristiche di Joey Jonathan (incentrate su di un mood più arioso) e la pesantezza mantenuta da Scott Charlie, con Bello ottimo collante fra le due parti. Un brano che sicuramente suona diretto e coinvolgente, privo di "troppi" artifici e ben impostato su questo gioco di alternanze che sicuramente strizzano l'occhio ad una sorta di modernità intrinseca al sound dei "nuovi" Anthrax. Esperti, certo, ma non decrepiti. Un pezzo in grado di catturare sia i vecchi defenders che gli amanti delle nuove sonorità, e che al minuto 3:17 conosce un significativo stop. E' la melodia a farla da padrone, la chitarra arpeggiata di Johnatan suona più sognante che mai mentre la batteria di Charlie si placa e mantiene un tempo sempre roboante ma assai controllato. Ian Frank riempiono con pesantezza e possenza quanto di ""docile"" viene compiuto da Donais Belladonna, ma tutto è destinato nuovamente a spingersi verso lidi estremi di lì a poco. L'assolo di Johnatan è un richiamo spassionato al glorioso passato degli Anthrax, assolone fra i migliori del disco e di chiara forgia Thrash, suddiviso in due parti. Nella prima viene ampiamente ripreso lo spirito del già citato "Spreading..", mentre nella seconda si indugia più in un gradevolissimo contesto Heavyieggiante ed assai melodico. Ottimo momento che sfocia in un ritornello trascinante ed anthemico, ed in seguito in una conclusione frizzante e selvaggia: tempeste di note, Donais emette turbinii di suoni mentre Charlie fa correre velocissime le sue bacchette, Ian sempre ottimo in fase di "appesantimento".. ed ecco qui che giungiamo alla fine di un altro bellissimo brano, considerato dagli stessi Anthrax come il più appetibile ed accessibile dell'intero lotto. Le lyrics, poi, sono un richiamo al passato. Proprio come specificato dallo stesso Scott Ian, il resto è stato nuovamente ispirato dalle vicende di Roland Deschain, protagonista della serie di libri intitolata "La Torre Nera", grande opera del Re del Brivido Stephen King. Proprio come già accaduto per "Lone Justice", presente su "Spreading The Disease", il pistolero torna ad essere diretto ispiratore di un testo che, sempre seguendo le dichiarazioni di Scott, è costruito su di una metafora rimandante agli spari ed alle sparatorie. Le vicende di Roland sono infatti strettamente connesse alle armi da fuoco: egli non è un pistolero qualsiasi, è probabilmente IL pistolero; nell'universo della Torre Nera, difatti, le armi da fuoco non sono comuni come nel nostro mondo, al contrario, sono considerate oggetti rarissimi da molti avidi collezionisti. Il loro uso però è concesso solamente alla cosiddetta "casta", denominata appunto "dei pistoleri", i quali promettono solennemente sin dalla tenera età di votarsi al bene. Le loro armi sono infatti al servizio del Bianco, una divinità benigna in nome della quale le pallottole mantengono l'ordine all'interno della comunità umana. Umani che, dopo una catastrofe di non meglio precisata natura, sono costretti a vivere nelle zone fertili di un enorme deserto che ormai domina il pianeta Terra. Roland ha come compito quello di attraversare questa pericolosissima e sconfinata distesa per raggiungere il suo acerrimo nemico, "l'uomo in nero", il quale cercherà rifugio nella cosiddetta Torre Nera, ovvero un punto di congiunzione, di incontro, per molti universi assai differenti fra di loro. Il testo sembra riprendere la sostanziale particolarità della narrazione, mettendoci dinnanzi i viaggi onirici di un Ronald che di quando in quando riflette sulla sua missione, su cosa sia veramente la cosa giusta da farsi. Egli è guidato da una strana forza, da un'intrinseca ed inquietante volontà di raggiungere quel luogo così angusto e soprattutto celato agli antipodi della sua realtà. Quasi come se fosse posseduto (o addirittura "drogato", seguendo le considerazioni di un altro personaggio, l'ex eroinomane Eddie Dean), egli porterà a termine la sua missione, in un modo o nell'altro. In un mondo in cui i pistoleri sono quindi messi dinnanzi all'unica prospettiva di fare del bene, con le loro armi, nasce una riflessione più generale sui rimorsi e sull'opinabilità del concetto di "bene" o "male" assoluti, legati al grilletto. Premerlo, in fondo, abbisogna solamente di un secondo (e nemmeno). Quando è giusto, quando è sbagliato? Uccidere.. sempre di quello, si tratterà, e mai di altro. Bisogna forse valutare di momento in momento? Probabile. Sta di fatto che anche dal più piccolo gesto derivano responsabilità enormi.. che, come Roland, saremmo obbligati ad affrontare.

Breathing Out

Piccola parentesi strumentale di neanche un minuto rappresentata da "Breathing Out (Espirando)"brano che esaspera notevolmente le velleità melodiche del suo precedente e consiste unicamente in un delicatissimo (ma comunque gagliardo) arpeggio accompagnato da cori evocativi. Il tutto si protrae praticamente per tutta la durata del "pezzo" e consiste, più che in un episodio a sé stante, in una conclusione di "Breathing Lightning". Se gli Anthrax avessero voluto donare una parvenza di "epica" al disco tutto o solo a determinati episodi non ci è dato saperlo, sta di fatto che determinate trovate sono utilissime per non annoiare l'ascoltatore ed anzi invogliarlo a scoprire quanto e cosa ci sia di variegato / interessante, lungo i solchi di questo disco. 

Suzerain

Si ritorna a durate ed a ritmi ben più consistenti con l'avvicendarsi di "Suzerain (Sovrano)", brano che ci catapulta col suo inizio in un sanissimo e graditissimo vortice di cattiveria sonora. Possiamo scorgere lontane eco "Panterare" nel dipanarsi di questo riff introduttivo, in generale ci sembra che le chitarre stiano cercando (contemporaneamente al loro suonare tipicamente Thrash) di tendere la mano ad una modernità ben accettata, della quale i Nostri anche in altre occasioni si sono dimostrati ammiratori. I tempi sono quasi ipnotici, a martellare non è solo Charlie ma anche il basso di Bello, frastornante e pieno quanto serve a far tremare le pareti. Notiamo come la voce di Belladonna sia dapprima "intervallata" ai ritmi ossessionanti della sezione strumentale, salvo poi stagliarsi perfettamente su quanto ricamato dalla sezione strumentale. Il tutto rimane dunque possente, cattivo ed incedente, ci sono di quando in quando momenti tendenti ad una sorta di melodia "epica" in cui il vero trascinatore e promotore sembra essere proprio il nostro Belladonna, il quale sembra propendere in questo senso per un cantato che in alcune fasi del pezzo (ritornello soprattutto) sembra richiamare grandi singers come Ronnie James Dio. Il ritornello in particolare sembra richiamare a gran voce diversi momenti del gruppo omonimo capitanato dal folletto italiano, anche se il vero protagonista è il groove maschio e paludoso fortemente ispirato dai già citati Pantera (ma possiamo anche pensare a qualche incursione derivata da un thrash macchinoso stile primi Meshuggah, seppur con le dovute limitazioni). Mini break al minuto tre e si parte dunque con questa meravigliosa esternazione di potenza groove-moderna, nella quale la chitarra di Jonathan non fa fatica ad esprimersi, ricamando una pioggia di note oscure dapprima ed in seguito più melodiche. Un assolo che parte serrato ma poi si dilata piano piano, divenendo una vera e propria esplosione di melodia alla fine della quale R.J. Belladonna (mi sia concessa la licenza poetica) torna più maestoso che mai. La band tutta agevola le sue incursioni in campo meno estremo e più espressivo ed il risultato è uno dei più bei refrain dell'intero disco. Tutto si conclude dunque in questo modo, in bilico fra il sognante e l'opprimente, un pezzo che ci ha dimostrato quanto questo ensemble abbia ancora TANTISSIMO da dire. Il testo che ci troviamo dinnanzi è assai criptico e di difficile interpretazione. Di certo, il "sovrano" protagonista è ben diverso da quello-i presente-i nella titletrack, in quanto in questa "regalità" non vi è nulla di sacro, anzi. Sembra quasi di rivedere il losco figuro di "You Gotta Believe", proprio perché la morte ed il sangue (nonché uno scenario desolante e disilluso) tornano ad essere grandi protagonisti. La figura che troneggia all'interno delle lyrics sembra quasi essere una sorta di "patrona" della distruzione e del disfacimento totale: viene ossessivamente ripetuto che "nulla finisce, si ha solamente un nuovo inizio", proprio per indicare (forse) che al dolore non vi è mai fine. La Vita è una perenne altalena, passa dalla gioia alla tristezza in maniera pressoché imprevedibile e non possiamo fare altro che ritrovarci in balia di essa, accettando tutto quel che capita senza poter far poi molto per districarci da quei problemi. Chi è, dunque, il sovrano? Forse la vita stessa, forse il tempo, forse il truce spettro della morte che aleggia sulle nostre teste. Lo vediamo governare fra le fiamme, fra le macerie; lo vediamo ridere in maniera asettica e grottesca, sentiamo divampare in noi la paura di una nuovo ciclo di depressione che ben presto ci ghermirà, distruggendo quanto di buono abbiamo fatto cercando di liberarci proprio dalla tristezza stessa. La Morte, del resto, non ha orari né fissa appuntamenti: più la sentiamo vivina più le nostre speranze si disintegrano inesorabilmente, più la temiamo più la nostra vita è destinata a ridursi come un palazzo abbattuto. Calcinacci sparsi ed un pallido ricordo di quel che c'era, da contrapporre alla desolazione odierna. "Cosa giunge, cosa giungerà dopo di me?", domanda particolare che il protagonista si pone. Cosa c'è, dopo la Morte? I più ottimisti ci parlano del Paradiso o comunque di un aldilà felice, i più nichilisti non vedono altro che la fine dell'esistenza.. sta di fatto che con certezza non lo sapremo mai. Almeno, non fin quando sarà il nostro turno. E comunque non potremo tornare indietro per raccontarlo. 

Evil Twin

"Evil Twin (Gemello Malvagio)", traccia numero 8 del disco, viene aperta da leggeri e velocissimi tocchi di charleston da parte di Benante, degno preludio ad una bella mazzata Thrash incombente, la quale si palesa dopo poco e ci catapulta dritti dritti nella Bay Area degli anni '80. Scott Ian può far valere la sua grande esperienza di capitano di lungo corso e Donais può solamente imparare dal suo degno maestro, andando a seguirlo passo dopo passo e bissandolo in maniera egregia. Belladonna non rinuncia all'epos, si può quasi dire che nelle sue linee vocali sia presente una sorta di sacralità ieratica dell'espressività Epic; altra grande prova di un vocalist immortale, il quale riesce comunque a sposarsi alla perfezione con un contesto estremo ben ricamato dal terzetto Ian/Donais/Bello. Il tutto è coadiuvato dal metronomo Benante, e sebbene i tempi non siano forsennati possiamo sicuramente bearci di una pesantezza generale che diviene magnificamente espressa in fase di refrain, momento nel quale i tempi divengono serratissimi e le note sembrano quasi raffiche di mitra. Charlie picchia ed il Thrash divampa in folgore, un ritornello che nella sua fase più viva chiama a gran voce i Metallica periodo "Master Of Puppets" e dunque ci regala meravigliosi brividi estremi. Un brano più semplice degli altri ma non per questo noioso o comunque prevedibile: i tempi si rilassano verso il minuto 3:06, quando è il groove a farla da padroni ed il basso di Frank borbotta minaccioso in sottofondo. La band ritorna però a correre di lì a poco, il tempo da cadenzato diviene più serrato ed è dunque il momento per Jonathan di sfogarsi in un bel momento solista, andando a ricreare un'atmosfera ottantiana. Si riprende col ritornello, il quale chiude definitivamente un brano diretto e potente, veloce, dall'attitudine più prettamente "in your face". Il tema del pezzo è assai delicato e particolare, la cui chiave di volta è presente già nel titolo. Si parla di gemelli malvagi, ovvero quei personaggi apparentemente uguali a noi, in tutto e per tutto.. ma celanti una pericolosa attitudine violenta ed una malvagità ancestrale, quasi fossero effettivamente votati al male. Di norma non dovremmo temere i nostri simili, anzi, dovremmo cercare con loro un confronto pacifico, per ampliare le nostre vedute e renderci conto di quanta sia la varietà, nel mondo. Il problema è quando l'argine si rompe, e qualcuno scivola paurosamente fuori dal seminato imbracciando un'arma, con la quale cercherà di "catechizzare" il prossimo a suon di pallottole. L'imposizione di un modo di vedere, i contrasti che sorgono per via del cozzare di ideologie diverse.. tutto questo genera sangue e violenza, ed ecco che i nostri gemelli cattivi si rivelano improvvisamente per quel che sono. Non è un caso, quindi, che questo brano sia stato ispirato direttamente dall'attentato alla sede del giornale satirico "Charlie Hebdo" avvenuto nel 2015. Proprio come dichiarato da Benante, quei tragici fatti sono stati presi come spunto dalla band per ragionare circa il terrorismo e su quanto la violenza (sia verbale sia fisica) sia ormai largamente comune ed accettata ai giorni nostri. Nel corso di quell'attentato, infatti, persero la vita dei lavoratori innocenti, vittime dell'estremismo senza quartiere di qualche mela marcia, la quale proprio non riesce a capire che il Mondo è grande ed è abbastanza capiente per accoglierci tutti. Senza imporci culture e senza fare a gara per scavalcarci, ognuno può tranquillamente osservare il suo codice religioso o non religioso senza che nessuno si senta in diritto di catechizzarlo nella maniera più ignobile. Pomo della discordia, infatti, fu il contenuto di un articolo di quel giornale, trovato particolarmente offensivo da parte di un gruppo di esaltati estremisti. Il perno è ancora una volta (e come già accennato) la religione, in questo caso quella islamica. Tuttavia non è bene generalizzare: gli sciocchi estremismi sono insiti anche in quella cattolica ed ebraica, e può tranquillamente rivelarsi uno scellerato anche chi sceglie di non credere (non ammazzerà in nome di un dio, ma in nome di mille altre cose; ed un omicidio è sempre un omicidio, non esistono fattori gravi o meno gravi) in generale possiamo dire che il testo non sia ASSOLUTAMENTE un attacco ad una determinata cultura. Gli Anthrax pensano, alla luce dei fatti, a quanto la strategia del terrore sia un'arma crudele e soprattutto a quanta ipocrisia regni in questo mondo. Chi può ergersi a giudice - giuria della vita di un essere umano? Chi può in nome delle sue credenze (religiose, politiche, morali..) ergersi ad unico depositario della verità? L'estremismo è purtroppo insito in ogni essere umano, ed anche la più buona (apparentemente) delle cause può rivelarsi fatale, se abusata. Si suol dire che il troppo storpia, ed il messaggio di base è effettivamente questo: mai credersi superiori, mai credersi "angeli della morte", mai pretendere di voler piegare il mondo alle proprie volontà. Rispettarsi stando ognuno al suo posto, quello è il segreto per vivere sereni. Utopia delle utopie, a quanto sembra. 

Blood Eagle Wings

Siamo adesso al cospetto della nona track, "Blood Eagle Wings (Ali d'Aquila Insanguinate)": un brano che ancora una volta viene aperto da una chitarra arpeggiata ed assai melodica, atta a ricreare un'atmosfera particolarmente oscura ed emotivamente molto coinvolgente. Rullata in climax di Benante e si comincia a picchiare duro, anche se il ritmo non accelera né sfocia in chissà che corse folli o sfrenate. L'andamento è quasi "doomeggiante" e le chitarre suonano molto più moderne che "old school", andando a riprendere stilemi tipici degli anni '90 ed evocando atmosfere quasi à la Alice In Chains, se questi avessero avuto velleità ben più estreme. Il gruppo di Layne Staley sembra essere uno dei punti di riferimento degli Anthrax di questo pezzo, specialmente nei momenti più melodici in cui c'è bisogno di melodie intrise di dolore e per nulla stucchevoli. Il ritmo ed il mood è quello tipico del brano "lento", della quasi ballad, anche se la pesantezza delle chitarre riesce a stemperare la malinconia rendendo il contesto più pesante, sulfureo, quasi come se l'aria fosse pregna di nebbia e noi vi stessimo annaspando. Belladonna è abilissimo a modulare la sua voce adattandola a questi nuovi registri, fornendo una prova sofferta e particolarmente "sul pezzo". Al solito, il momento di massima espressività è rappresentato da un ritornello assai carico di pathos; il brano non cambia neanche dopo il palesarsi del refrain e di quando in quando riescono a far capolino anche stilemi tipici delle ballate marca Metallica. In effetti, sarebbe interessante lasciar cantare a James Hetfield un brano del genere: lo avesse fatto ai tempi, più di qualche chiacchierato album dei Metallica avrebbe ottenuto sicuramente maggior successo. Il contatore sembra aumentare i suoi giri verso il minuto 3:16; riffone grooveggiante e la batteria di Charlie comincia a sostenere un ritmo molto più sostenuto, mentre Belladonna continua a cantare, spalmando ben bene la sua voce su di un guitar work ora ben più melodico ed ipnotico, turbinante. Arriva ben presto il momento di Donais, il quale può esibirsi in un accenno di assolo ricco di melodia ed espressività, prima che si riprenda l'incedere ipnotico di pocanzi e Belladonna riprenda a cantare. L'assolo vero e proprio giunge subito dopo e consiste in tutta una serie di note serrate, squillanti ed assai melodiche: tutto l'assolo punta su questo espediente, andando a dispensare suoni veloci e puliti, turbinanti e ben legati fra di loro. Un'espressione solista di gran classe e che tradisce un notevole gusto per il classico, da parte del bravo Jonathan. Si può riprendere con un altro ritornello: Belladonna è come sempre ben saldo dietro il suo scudo e ci offre una prova ancora una volta eccezionale, perfettamente inserita nel contesto. Gli Antrhax più intimisti ed espressivi passano necessariamente per questo brano, che non sarà un tripudio di violenza ma si lascia ricordare proprio per il suo incedere così drammatico. Un pezzo che emoziona, soprattutto nei suoi due ultimi minuti, nei quali i Nostri decidono di farci "aprire i rubinetti" donando vita a sezioni strumentali e ripetizioni del ritornello davvero, ma davvero toccanti. Sfondando letteralmente la quarta parete, arrivano dritti al nostro cuore e decidono (per rincarare la dose) di lasciare la conclusione a delle cupe, meste e tristissime note di chitarra, madide del pianto di chissà quante lacrime. Rimaniamo attoniti e basiti: un qualcosa del genere, nel disco di un gruppo di Thrashers / Skaters scanzonati ed irriverenti? Tutto è possibile. Preparate i fazzoletti, perché in sede live (qualora la proporranno ed io spero di si) ci sarà da piangere non poco. Un sibilo mette definitivamente la parola "fine" a questo lungo excursus, il brano più lungo del disco dall'alto dei suoi quasi otto minuti di durata. Altra particolare ispirazione, per il testo di questo pezzo così sentito e particolare. Sempre stando a quanto ci comunica Scott Ian, è stato difficile scrivere un testo che riuscisse a descrivere quella che era (al tempo del concepimento) l'idea che gli Anthrax avrebbero voluto (e che sono alla fine riusciti) a concretizzare nella musica di "Blood.."Scott ci dice di pensare a tutte le grandi città che conosciamo: Roma, Parigi, New York.. città divenute grandi, simboli per antonomasia di tante cose diverse. Il cibo e la moda italiani, l'atmosfera romantica e sognatrice della Francia, i grattacieli americani; eppure, quanto sangue è costata, cotanta beltà? Moltissimo. Se oggi siamo orgogliosi di poggiare i nostri piedi sull'asfalto solido e sicuro delle varie metropoli in cui ci troviamo, è stato infatti grazie al sacrificio di tanti di quegli eroi dei quali magari ignoriamo persino i nomi o l'esistenza stessa. Persone che nella storia hanno lottato, hanno pagato a caro prezzo la libertà della quale oggi godiamo, personaggi che hanno gettato le fondamenta per una fama a posteriori rivelatasi sempiterna. Pensiamo a Roma: quante guerre, quante battaglie, quanto sangue innocente ed eroico è stato versato per far si che oggi possiamo osservare rapiti i suoi splendidi reperti archeologici? O Parigi; per far si che oggi tutti i suoi cittadini possano godere tutti degli stessi diritti, quanti sono dovuti morire? Del resto, la Rivoluzione Francese è stata una delle più violente che la storia ricordi. Idem New York e gli Stati uniti d'America, costretti ad intraprendere dapprima un conflitto abbastanza importante contro la loro ex madrepatria (l'Inghilterra) ed in seguito ad affrontare addirittura una guerra intestina (la famosa Guerra di Secessione). Sono cose alle quali, magari, non pensiamo: troppo presi dai nostri telefoni, troppo di fretta.. correre di qua, di là, non essere mai in ritardo pena la crocifissione in sala mensa. Eppure, quel sangue scorre ancora lungo le nostre strade, il sangue di cui sono sporche le ali dell'Aquila, da sempre simbolo imperiale e di conquista. Conoscere il proprio passato è fondamentale, e rimanervi sempre in contatto dovrebbe essere un dovere morale. Lo spirito dei nostri antenati è ancora vivo e vigile, guai voltargli le spalle in nome della "novità" e del "progresso". Stesso discorso che sembrava affrontare uno dei gruppi più famosi del nostro panorama: quella Strana Officina che nella sua "Pyramid" (dall'ultimo album "Rising To The Call") descriveva la costruzione degli immensi monumenti dal punto di vista degli schiavi: svegliarsi all'alba, faticare in maniera inumana, obbedire agli ordini del tirannico sovrano. Visto da questa prospettiva, tutto quel che ci circonda impone ancora più rispetto di quel che gli si dovrebbe. Ottima riflessione, il testo migliore del disco.

Defend / Avenge

Di tutt'altra caratura sembra essere il brano successivo, "Defend / Avenge (Difendere / Vendicare)", sin da subito giocato e strutturato su di un sinistro climax. La chitarra di Donais emette una lunghissima e sibilante nota, in crescendo, mentre pian piano Charlie Scott cominciano ad emergere, dapprima procedendo ad intermittenza e subito dopo esasperando sempre di più la loro presenza, lasciando da parte le "pause" e divenendo stabili all'interno del contesto. Soprattutto Charlie Frank sembrano essere i picchiatori designati a trasportare il gruppo su dei lidi estremi e per nulla drammatici come quelli del precedente brano; vi riescono alla grandissima, donando la vita ad un brano assai moderno e dal vaghissimo gusto alternative, più che Thrash vecchia scuola. I tempi sono quadrati e precisissimi, quasi chirurgici in alcuni momenti, mentre il ritornello sembra essere il momento più scorrevole del brano. Il basso è un'ottima presenza ed i poderosi riff della coppia d'asce ben si divertono a martellare quanto gli strumenti dei colleghi della sezione ritmica. Un gioco di alternanze, dunque: tempi quadrati e momenti più scorrevoli, forte marzialità / pesantezza ma ancora una volta un ritornello diretto e facilmente memorizzabile. Arriviamo al minuto 3:21, velocissimi giri di tamburi da parte di Charlie e subito ci si presenta un altro (ottimo) momento solista ad opera di Jonathan, più sul pezzo che mai ed autore di una prova esageratamente convincente. Si riprende poco dopo a martellare, donando la vita ad un battere ossessivo; si sfocia in un riffing à la Pantera (le asce sono infatti carichissime di un groove di forgia Darrelliana) ed in un ultimo ritornello, col brano che viene definitivamente chiuso dal rapidissimo Benante e da un nuovo assolo di Donais, ancora una volta grande protagonista grazie alla sua attitudine estrema e melodica al contempo. Il testo di questo brano, pur essendo molto meno impegnato del precedente, risulta comunque divertente e chiaramente in linea con l'attitudine selvaggia che da sempre ha caratterizzato il Thrash Metal. Si può evincere sin dal titolo che il tema sia la vendetta, quella che desideriamo prenderci (anzi, strappare via dalle mani) ogniqualvolta ci viene fatto un torto palese, un affronto grave. Siamo così carichi di odio e rabbia che ormai ci rendiamo conto di quanto la diplomazia e le "belle parole" stiano a zero. Basta con il venirsi incontro, basta con la comprensione, basta con il porgere l'altra guancia. Arriva un momento nella vita in cui bisogna REAGIRE, farsi carico di quello che è il peso della propria dignità, e di salvaguardare quest'ultima ad ogni costo. E' certamente sbagliato ridursi a fare a botto o comunque litigare per delle stupidaggini, nessuno lo mette in dubbio. Sta di fatto che, comunque, dinnanzi ad un qualcosa di grave, la nostra voce DEVE farsi sentire, ad ogni costo. Saremo chiamati a scendere letteralmente in guerra, ad impugnare la spada della verità ed a far valere ciò che siamo e vogliamo rappresentare. Gli infingardi, i truffatori, i nostri aguzzini, cercheranno di fermarsi. L'eco delle loro nere risate rimbomba nelle nostre orecchie, il nostro sangue gorgoglia bollente. Questa volta l'hanno fatta grossa e pagheranno. Tutti hanno prima o poi quel che si meritano: giocare con i sentimenti altrui è il miglior modo per ritrovarsi (in seguito) gravemente ustionati, e non bisogna lamentarsi se poi ci viene porto il cosiddetto "benservito" da parte delle persone che abbiamo ignobilmente e volutamente sfruttato. Un tema semplice ma assai energico e "sanguinolento", capace di gasarci ed esaltarci a suon musica estrema.

All of Them Thieves

 Ci accingiamo a recensire, dunque, il terzetto finale di songs, aperto dalla traccia numero undici. "All of Them Thieves (Tutti Ladri)viene aperto da un roboante e rugginoso riff carichissimo di groove Pantereggiante, in netto contrasto con le linee vocali di Belladonna, evocative e squisitamente clean. Il ritmo continua ad avere un'andatura quasi tribale, con i tamburi di Benante pregni di sacralità ieratica, intenti quasi a scandire i canti di un rituale in una profonda ed oscura foresta. Anche le chitarre di Scott Jonathan risultano essere quasi ipnotiche e "ripetitive", almeno fin quando il brano non si evolve in fase di refrain (anche se solo per alcuni secondi) in un qualcosa di più accattivante e scorrevole. Almeno, fino all'inizio di un'ulteriore strofa che riprende le peculiarità "ipnotizzanti" e ci mostra ancora una volta un'andatura "a martello", sfociante quassi nell'ossessivo - compulsivo. Minuto 2:35, raffiche di note e rullante che sembrano mimare lo sparo di un mitragliatore e subito si entra in una fase confusa e convulsa, quasi simile ad uno sfogo "finale", ad un momento conclusivo. Si procede su questi standard ancora per poco, con un Belladonna incredibilmente ispirato che continua a cantare mostrando tutto il suo valore e la sua grande teatralità: il brano sembra riacquisire un senso mediante una decisa accelerazione la quale sopraggiunge verso il minuto 3:12, con Charlie che detta tempi già più concitati anche se molto contenuti. Un'esplosione è lì e lì per deflagrare ed ecco che subitamente il tutto si evolve in un vero e proprio assalto Thrash Metal vecchissima scuola. Il momento più estremo e quasi brutale del disco, coincidente con un assolo di Donais da farci scompigliare i capelli per quanto veloce e perfettamente inserito in un contesto d'assalto. Momento 100% "in your face", la velocità sanguinolenta che tutti bramiamo e pretendiamo, anche, da un gruppo del genere. C'è spazio per i ritornelli finali, che chiudono di fatto un brano maschio e tirato, potente ed anche accattivante quando serve. In linea con il pezzo precedente, anche questo testo sembra parlare di una situazione di forte sfogo -frustrazione. Questa volta la rabbia viene indirizzata nei riguardi di chi, quasi per professione, fa del "furto" la sua bandiera. Un furto, tuttavia, da non intendersi come solo "materiale". Non è di ladri fisici, che parliamo, anzi. Parliamo di una categoria di truffaldini ancora più subdoli ed ancora più pericolosi, quelli che ingannano il prossimo facendo leva sulle debolezze di ognuno. Quelli che aspettano che le avversità si manifestino nelle  nostre vite, per insinuarvisi senza pietà ed approfittare del nostro status alterato. Quando siamo così indifesi e fragili, è quasi impossibile riconoscere un vero amico da un falso amico. Le lacrime ci offuscano la vista e la nostra anima è in subbuglio, non sappiamo se chi ci è accanto ci stia effettivamente dando qualcosa o stia solo cercando di far man bassa dell' "utile" da poterci spremere. Non ci importa, dopo tutto; siamo così soli e disperati che qualsiasi tipo di contatto umano riesce a farci felici, a farci sentire finalmente considerati ed apprezzati. Succede quindi che i personaggi in questione ci ingannino alla grande, mentendo ed imbrogliando.. arrivano a rubarci la felicità, l'innocenza, vigliaccamente approfittandosi della nostra ingenuità. La rabbia, dopo esser stati gabbati, è tanta: la voglia di distruggere il mondo e di maledire questa infame stirpe è tanta e siamo dunque in procinto di esplodere, mentre in un turbinio di emozioni distruttive dichiariamo guerra all'intero universo, giurando sul nostro amor proprio che mai più accadrà una cosa del genere. Tutti i ladri sono infami, tutti loro vanno puniti. Chiunque si comporti da parassita e decida di campare sulle spalle altrui è un mortale nemico dell'umanità.

This Battle Chose Us!

Il penultimo brano, "This Battle Chose Us! (Questa Battaglia ci Chiama!)avrebbe un attacco quasi simile a quello di "Master Of Puppets", se il pezzo venisse ascoltato distrattamente. Sensazione che si dirada in un nanosecondo e continuando nell'ascolto, anche se il sound continua ad "intermittenza" con rapidissimi stacchi intervallati da brevissime pause. E' subito il basso di Frank a smorzare questo andazzo, andando a sfoderare un sound ben grooveggiante e presto rafforzato dal tintinnare incessante e chirurgico del ride di Charlie. Le chitarre subentrano, sempre pesanti e roboanti, ed il ritmo diviene più incalzante ed incedente con l'entrata di Belladonna, il quale trasporta il gruppo, con le sue linee vocali, in un contesto più classicheggiante e fedele ai fasti degli Anthrax. Si predilige ancora una volta una forte orecchiabilità all'interno del refrain, e subito possiamo assistere (al minuto 1:36) ad una piccola espressione solista da parte di Donais, il quale ricama un quasi arpeggio composto da sibilanti ed acutissime. In seguito si continua a pestare, preservando un'andatura classicheggiante per un pezzo che non riserva sorprese né fa in modo che il gruppo abbandoni l'humus che li ha visti crescere e germogliare. Verrebbe veramente voglia di tirare fuori lo skateboard e fissarsi per bene la bandana in testa, correndo come forsennati lungo le piste dei giardini newyorkesi, durante un assolato pomeriggio estivo. Piccola variazione in arrivo verso il minuto 2:55, momento nel quale i Nostri divengono più "crudeli" e spingono decisamente sull'acceleratore dell'intensità, dando vita ad una convulsa sezione strumentale che ben sfocia, in seguito, in un mirabolante assolo di Donais, il quale esplode letteralmente e si inserisce in un contesto velocissimo e picchiaduro, nel quale i ritmi di Charlie risultano incredibilmente serrati e veloci. Velocità e potenza, Thrash ancora una volta al 100% e senza compromessi, con un Belladonna straordinario il quale dà il meglio di sé interpretando il refrain con una maestria - carica che farebbe sicuramente invidia a moltissimi ragazz(ini) di oggi. Un brano che dunque termina in maniera caotica e concitata e ci svela il lato più "conservatore" ed eighties degli Anthrax. Altro testo battagliero e rabbioso ma questa volta colmo di aggressività positiva e propositiva: un testo, quello di questo brano, che non parla della rabbia del deluso / ingannato ma anzi afferma quanto la vita sia una dura battaglia, da vincere però ad ogni costo. "Vivere Militare Est", diceva Seneca, e gli Anthrax sembrano prendere in grande considerazione questo motto. La guerra, purtroppo, non piace a nessuno (e questo lo sappiamo): tuttavia, nostro malgrado, ci ritroviamo invischiati in tantissimi conflitti. Alzarsi dal letto ogni mattina è già di per sé un passo da compiersi per entrare nel cuore della battaglia.. come reagire, dunque? Di certo, non scappando. Le battaglie vanno affrontate a viso aperto e soprattutto vanno combattute con piglio positivo. Dobbiamo schierare le nostre truppe e cavalcare fieramente contro la vittoria, dobbiamo scatenare il proverbiale inferno di Massimo Decimo Meridio; scatenarlo sulle teste di chi vuole provare ad ostruire il nostro percorso, di chiunque voglia distruggere i nostri sogni e la nostra felicità. Siamo tutti chiamati alle armi, senza distinzione di sesso o ceto sociale. Ognuno combatte (in maniera più o meno silenziosa) la sua battaglia, e dobbiamo per gli altri provare lo stesso tipo di rispetto che un soldato proverebbe dei riguardi di un suo commilitone. Tutti combattiamo, tutti dobbiamo rispondere alla "sirena": quando essa suonerà, i nostri anfibi dovranno essere ben allacciati ed il nostro fucile ben carico. Affronteremo il nemico a viso aperto, gli faremo capire che grande errore è stato mettersi contro di noi. Dio ce ne sarà testimone, torneremo a casa carichi di cicatrici ma con le teste dei nostri avversari divenute ormai trofei e feticci da esposizione. Stanchi e con svariati litri di sangue in meno.. ma vincenti. Nessuno avrà mai la meglio su di noi, fin quando la nostra Vita rimarrà per l'appunto NOSTRA, libera da condizionamenti e dalle grinfie di chiunque voglia strapparcela. Parlavamo di classicità e di fedeltà alla linea, diciamo così. 

Zero Tolerance

Concetti che vengono meravigliosamente espressi nell'ultimo brano di questo disco, la degna chiusura di un autentico gioiello: "Zero Tolerance (Tolleranza Zero)si palesa inizialmente grazie al cantato quasi "sussurrato" di Belladonna, il quale sembra voler apparire più misterioso ed "infido" che mai. Il tutto amplificato dall'ascia di Scott, che ricama un riff anch'esso particolarmente incedente e presto destinato ad esplodere. Difatti, tutto pian piano aumenta di intensità ed anche il frontman adotta un cantato più corposo e pieno, finché un suo vocalizzo (aiutato da un bell'effetto eco) dà il via a quella che di lì a poco sarà la galoppata finale. Gli Anthrax si ricordano del loro gloriosissimo passato e decidono di farlo rivivere in chiave moderna, mediante un sound che, con un po' di "sporcizia" in più, sembrerebbe uscito diritto dritto da un loro EP degli '80s. La produzione naturalmente è assai migliore oggi dell'epoca ed i mezzi sono più sviluppati, la resa finale è molto più curata anche se non "stucca" né tantomeno il sound esce penalizzato o troppo artefatto. Tutt'altro, percepiamo tutta l'intensità e la foga del gruppo lungo questa bella sfuriata, capace di coinvolgere e di gasare al contempo, spingendo il contatore oltre il limite consentito e spazzano via ogni ostacolo o barriera deciso a frapporsi. Joey è il solito maestro d'espressione, Scott Jonathan mostrano un affiatamento incredibile mentre Frank Charlie ci frastornano con ritmiche incredibilmente corpose e potenti. Non potevamo davvero chiedere di meglio, e l'assalto continua sino al minuto 2:00, momento in cui udiamo un riff tellurico lasciato in solitaria ed una sinistra nota di tastiera. Espediente atto a presentarci una sezione dalle ritmiche molto più cadenzate e sostenute, grooveggianti, nelle quali Belladonna è ben aiutato in sede di cori dai suoi compagni. L'assolo di Donais fa ripartire il folle treno e si torna a pestare con la massima foga, con irruenza e velocità. Assolone al fulmicotone, esaltante, da headbanging, e subito la band si avvia verso la conclusione continuando a correre senza fermarsi un attimo, quasi avessero una riserva pressoché infinita di energie. Il brano viene troncato di netto ed ancora ci ritroviamo a pogare con le pareti, per nulla sazi di cotanta potenza. Questi sono gli Anthrax del 2016.. folli, imprevedibili, potenti, veloci, incazzati, massicci: cosa dovremmo chiedere, di più? Assolutamente NULLA. Quasi riprendendo lo stilema delle precedenti liriche, anche il testo di "Zero Tolerance" si configura come una pesante invettiva nei riguardi del mondo e come una forte presa di posizione. Addirittura riprendendo lo slogan del famigerato Smaug, drago presente nelle saghe tolkeniane ("i am fire, i am death"), gli Anthrax salgono in cattedra e decidono di donarci delle parole in grado di farci coraggio nei momenti di difficoltà maggiore, in quelli in cui magari ci ritroviamo soli contro tutti e vessati dalle prepotenze del capo - di un parente insensibile - di un falso amico ecc. Personaggi che i Nostri definiscono addirittura "bulli", cioè personalità che godono nell'infliggere dolore al prossimo, perché considerato "inferiore". Sotto tanti punti di vista: nella vita in generale dobbiamo tutti fare i conti con delle cattiverie gratuite le quali lacerano il nostro cuore in maniera grave ed ustionante. Ci sentiamo derisi, sviliti, totalmente soli, abbandonati al nostro destino di "reietti". Non solo gli Anthrax ci dicono che tutte quelle "stronzate" comunicateci dai personaggi in questione non contano nulla; anzi, ci invitano ad affrontarli in maniera schietta e decisa, facendogli rimangiare tutto, dalla prima all'ultima sillaba emessa. Noi siamo il fuoco, siamo la morte, una nostra reazione può significare sgomento e paura nel cuore di chi ha passato una vita a vessare i più deboli, certo del fatto che nessuno si sarebbe mai ribellato. Una presa di posizione improvvisa, una sorta di sfruttamento dell'effetto sorpresa.. trovare in sé la forza per dire "basta" è già il primo passo verso la vittoria. Il vigliacco valuta sempre bene le sue probabili vittime. Viene scelta la persona più mite e tranquilla, illudendosi del fatto che essa (pur di non avere guai) acconsentirà a qualsiasi compromesso impostogli. Quando invece l'agnello getta la maschera, e sotto di essa il "boss del quartierino" ha modo di osservare le fauci fameliche di un lupo.. ecco che la nostra vittoria può dirsi certa. Tolleranza zero, contro chi si approfitta dei deboli. Tolleranza zero contro chi cerca di sopraffarci in maniera indegna. Tolleranza zero, contro chiunque cerchi di sfruttare la sua forza per recare solo male.

Conclusioni

Giunti dunque alla fine di questo percorso, è tempo di tirare le somme circa quanto abbiamo ascoltato. Posso sinceramente dirmi sorpreso da una release di tale caratura. Debbo dir la verità, mi sarei aspettato un album molto più tradizionalista e senza dubbio ancorato agli stilemi passati. In fondo, gli Anthrax hanno ancora da pagare qualche debituccio passato. Qualche album non proprio felicissimo accolto dai fan come una sorta di "tradimento", qualche scelta infelice, qualche defezione pesante. In questi casi, le scelte sono due: o smettere di produrre dischi continuando a campare di gloria riflessa (gloria comunque STRA-MERITATA, in molti casi) o comunque rimettersi in carreggiata creando album che richiamino -seppur in maniera blanda- i fasti passati. O, nel caso dei nostri, prendere la terza via.. quella del continuare a sfruttare il punto di forza di ogni gruppo, quello che contraddistingue ogni formazione dalle contemporanee, passate o nuove. Se i Motorhead e gli AC/DC avevano dalla loro la coerenza, se gli Iron Maiden hanno dalla loro l'estro compositivo.. gli Anthrax di che qualità possono effettivamente fregiarsi? Chiaro, della loro innata pazzia. I Nostri sono sempre stati, per l'appunto, fra i gruppi più "scanzonati" e liberi mai esistiti. "Noi siamo gli Anthrax e odiamo i cliché", sostenevano in quell'irresistibile "tamarrata" che risponde al nome di "I'm The Man". E c'è voluta più di una decade perché si ricordassero che le loro sperimentazioni, che il loro estro, dovevano necessariamente essere messi a disposizione della voglia di divertirsi, e non di vendere dischi. Perché, dunque, "For All Kings" è un disco che funziona? Per il semplice motivo che  -in primo luogo- questo disco ci mostra una band in salute che ha ritrovato la voglia di far musica per proprio piacere, una voglia priva di ansie e soprattutto di negatività (con una formazione finalmente stabile alla sua base); in seconda battuta, perché in questo contesto troviamo tanti di quegli espedienti differenti fra di loro, tante di quelle situazioni ben sfruttate che sarebbe letteralmente impossibile parlare di "cali di tensione" o comunque momenti "noiosi". Ci sono i pezzi più diretti e classicheggianti e di certo non parliamo di un sound "snaturato", nessuno lo mette in dubbio. Sta anche di fatto, però, che i richiami Heavy (in certi contesti quasi Epic / Power!), il groove e l'approccio in moltissimi casi moderno tipico dei nostri giorni, nonché il preziosissimo apporto dato da un chitarrista come Jonathan Donais fanno di "For All Kings" un prodotto "pazzo" quanto basta. Fresco, giovane, accattivante, anche "insolente" in alcuni casi. L'insolenza tipica di chi è abituato a fare ciò che vuole, che sperimenta e vaglia diverse situazioni per pura volontà e non per adeguarsi ad un trend o ad una moda. "ci piace? Lo inseriamo", questo sembra essere il motto di una band capace di donare la vita ad un album Thrash a dir poco trasversale. I più vecchi avranno di che divertirsi, i più giovani avranno di che gioire. Tutti, alla fine di questo ascolto, a prescindere dalle nostre età, possiamo dirci contenti e soddisfatti. Il suono degli Anthrax del 2016 è un suono vivo e pulsante, anche grazie al prezioso apporto di Donais, un chitarrista nostro contemporaneo e dunque capace di portare gli altri capitani di lungo corso ad esplorare territori altrimenti impalpabili ed evanescenti. Il nuovo innesto è stato bravo a fare in modo che i suoi "zii" toccassero con mano i vari cambiamenti nei quali il nostro genere preferito è incappato, negli ultimi due decenni. Ergo, ha evitato che si potesse cadere nella trappola del "riciclaggio", o del cambiamento repentino e ruffiano, adatto solo a vendere qualche copia in più. Se già da "Worship.." si poteva parlare di belle speranze, con "For All Kings" possiamo parlare di definitiva e seconda giovinezza. Quella di un gruppo che è sempre stato particolare e ci ha sempre tenuto a dimostrarci quanto per emergere non serva solo il talento.. ma anche e soprattutto la personalità. Condita quanto basta con un po' di sana sfacciataggine.

1) Impaled
2) You Gotta Believe
3) Monster at The End
4) For All Kings
5) Breathing Lightning
6) Breathing Out
7) Suzerain
8) Evil Twin
9) Blood Eagle Wings
10) Defend / Avenge
11) All of Them Thieves
12) This Battle Chose Us!
13) Zero Tolerance
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