ANTHRAX

Fistful of Metal

1984 - Megaforce Records

A CURA DI
NICOLA CALLEGARI
10/11/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione recensione

Ci sono storie che iniziano grazie ad un annuncio pubblicato sul giornale per cercare musicisti emergenti, come era accaduto ad un ragazzo dai capelli lunghi di nome James Hetfield, quando quest'ultimo si presentò nel garage di Lars Ulrich per suonare assieme, dando di fatto vita ai Metallica. Vi sono poi storie che prendono vita grazie alla rabbia repressa per troppi anni, quell'odio covato nei confronti di una persona, o più di una, che ti ha/hanno allontanato da ciò che credevi tuo in tutto e per tutto; proprio come successe a quel capellone di nome Dave Mustaine quando fondò i Megadeth. E poi, come nel caso della storia che ci accingiamo a raccontare, ci sono quei momenti nella vita in cui anche i semplici banchi di scuola fanno la loro parte, storie in cui lo studio e le ore passate insieme la fanno talmente tanto da padrone, da creare una sinergia fra le persone unica ed indissolubile. Facciamo quindi un balzo indietro nel tempo e raccontiamo tutto dal principio. Metà degli anni ottanta, U.S.A.: inizia in quegli anni, come già abbiamo accennato qualche riga fa, a svilupparsi un fenomeno musicale chiamato Thrash Metal. Le dinamiche circa la genesi di questo particolare sottogenere di Heavy Metal, ormai, le conosciamo tutti; "teorizzato" dalla rabbia iconoclasta dei Venom e dall'attitudine stradaiola dei Motorhead, già presente nei solchi di dischi come "Filth Hounds of Hades" dei Tank, definitivamente espresso nel 1982, anno in cui "Kill'Em All" dei Metallica fece la sua comparsa, provocando una scossa sismica in grado di far tremare la terra sotto i piedi di tutti gli ascoltatori. La maggior parte di loro, così come gli artisti stessi, si resero dunque conto che la proposta dell'Hard 'n' Heavy poteva essere resa ancor più cattiva e prorompente, andando violentemente a premere sul pedale. Molti furono i musicisti che si misero a replicare le sonorità introdotte da Ulrich ed Hetfield, o che cominciarono parallelamente ad "esagerare" per conto proprio, inasprendo quanto già appreso dalla nobile tradizione Heavy. Tutti si resero conto della forte peculiarità di questo genere, derivato in larga parte da un irrobustimento generale dovuto ad una particolare contaminazione. Il classico Heavy Metal di matrice inglese/americana, per suonare ancora più violento e ribelle, doveva letteralmente sposarsi con l'energia e la cattiveria razionale del Punk ed in special modo dell'Hardcore Punk, genere che in quegli anni stava prendendo piede. Gli illustri fautori di questo movimento, denominato per l'appunto Thrash ("percuotere con violenza"), videro nel corso degli anni un'esponenziale crescita dell'interesse del pubblico circa la loro proposta musicale; un successo che delimitò una precisa "oligarchia", un gruppo di quattro bands considerate all'unanimità le più importanti ed influenti dell'intero sottogenere. I cosiddetti "Big 4 del Thrash Metal", denominazione descrivente appieno l'importanza delle quattro formazioni che in assoluto legarono indissolubilmente le loro gesta all'essenza e al contesto stesso di Thrash. Quelle band, i cui nomi ormai sono sinonimo di garanzia e qualità eccelsa, e che rispondono al nome di Metallica, Megadeth, Slayer.. più la band di cui ci accingiamo a parlare in data odierna, iniziando a disquisire della loro intera discografia. Avrete già capito che stiamo accingendoci a disquisire degli immensi Anthrax. Parlavamo, qualche riga più in su, dei banchi di scuola.. ed infatti, è proprio qui che i protagonisti della nostra storia, i giovani Scott Ian e Dan Lilker, si conoscono e decidono conseguentemente di mettere insieme un progetto musicale che facesse tremare i polsi degli ascoltatori loro contemporanei. Affascinati dalla potenza del Punk e dalla forza dell'Heavy Metal, abbisognavano solamente di un monicker tosto e duro, che potesse rappresentare appieno la loro folle attitudine. Il nome della band venne dunque scelto nella maniera più semplice possibile, ossia osservando un vecchio testo scolastico di biologia, in cui probabilmente si parlava degli effetti chimici e fisici dell'antrace. Il nome piacque così tanto a Ian e Lilker, proprio per via della sua immediatezza e cattiveria nel pronunciarlo; i giovani non ci pensarono quindi due volte, ad adottarlo. Prima di procedere con il racconto, presentiamo ancor meglio i nostri protagonisti:  Scott "NOT" Ian nacque a New York la notte del 31 Dicembre 1963, nel periferia del Queens; il nostro giovane amico  si appassiona sin da piccolissimo al rock vedendo i KISS, attirato in particolare dallo stile e dal modo di suonare  di Ace Frehley. Oltre alla Hottest Band in the World, Scott Ian  divora serialmente anche molti dischi Hardcore punk, prediligendo in particolare i Black Flag di Greg Ginn; queste influenze verranno in seguito (ed ovviamente) rispolverate quando anche Ian si metterà a fare musica, mostrando il nostro un ampio bagaglio culturale colmo di interessi e conoscenze. Meno attratto dal Rock era invece Dan Lilker (nato a New York il 18 Ottobre del 1964), anche egli un seriale divoratore di musica, ma a differenza del suo compagno, più fan dell'Hardcore Punk statunitense, nonché del classico Punk inglese. L'uno più aperto e l'altro più grezzo, l'uno con un gusto per le composizioni più articolate e l'altro incline al minimalismo violento e nichilista dell'Hardcore. Una volta costruita la primordiale formazione, incarnata inizialmente da questo duo, tosto si aggiunsero anche i componenti mancanti, in primis la voce. Per soppiantare questa mancanza, la scelta ricadde prima su John Connely, che andò a completare la lineup assieme a Dave Weiss alle pelli e Kenny Kushner al basso. Connely però non rimase per niente soddisfatto della proposta musicale operata dagli Anthrax, e se ne andò dopo poco. Trivia: l'unico lascito positivo di questo periodo è che, grazie a questa primordiale incarnazione degli Anthrax, Connely e Lilker ebbero modo di conoscersi. Una volta usciti entrambi dal primo complesso, daranno vita (nel 1984) al loro personale progetto, i Nuclear Assault, una Thrash band dalle nette velleità Hardcore molto più presenti e marcate di quelle mostrate dagli Anthrax ma in generale la più "cruda" e violenta, comparata al sound di tutti gli altri Big 4. Uscito dunque Connelly, il microfono rimase ancora una volta vacante. Si pensò  dapprima all'allora quattordicenne fratello di Scott Ian, Jason Rosenfeld, ma venne presto sostituito dal ben più abile Neil Turbin, il quale giunse nell'agosto del 1982. Con l'entrata anche di Neil al microfono, gli Anthrax sembravano aver preso vita, seppur dopo svariati  cambiamenti di line up. Raggiunta una stabilità considerevole con l'arrivo di Greg D'Angelo alla batteria, il gruppo poté finalmente iniziare la sua avventura, e proprio nel 1982 vide la luce il loro primissimo demo, firmato a cinque mani da Turbin, Lilker, Ian, D'Angelo e Walls. Alla pubblicazione del demo seguì anche la ripresa di un'importante (questa volta) attività live, la quale vide i Nostri "battezzare" Turbin al "Great Gilversleeves", club Newyorkese che di fatto costituì il primo palcoscenico importante per il singer originale. Con questa formazione, gli Anthrax continuarono perciò a vele sciolte, suonando costantemente in tutta l'area di New York e in tutto il New Jersey, anche supportando i Metallica, in una serie di concerti tenuti nel 1983. Sembrava che ormai i giochi fossero decisi e che la formazione fosse stabile, solida, definitiva.. ed invece, i cambi reali e più che mai significativi erano lì e lì per arrivare. Sempre nel 1983 entra alle pelli Chiarlie Benante, a sostituire il disertore D'Angelo, fuoriuscito dalla band. Charlie venne ingaggiato conseguentemente anche all'uscita di Wells, il quale fu sostituito alla chitarra -per un lasso di tempo molto breve- da Bob Berry, sotto raccomandazione del cantante Rhett Forrester, all'epoca in forze ai Riot. Come specificato, però, anche l'avventura di Barry fu assai breve, in quanto negli Anthrax giunse presto Dan Spitz, uscente nientemeno che dagli Overkill. Due acquisti incredibilmente importanti e significativi. Spitz era difatti un "fratello d'arte", parente di Dave, ex membro di Black Sabbath e White Lion: un fratellone rockettaro che fungeva da perfetto bilanciamento nei riguardi di un padre jazzista, il quale fece conoscere al giovane Dan tutta una serie di musicisti come Miles Davis e Dizzy Gillespie, tutt'oggi considerati dal chitarrista come suoi diretti ispiratori. Aggiungendo una madre appassionata di musica classica, possiamo ben capire dunque la forte poliedricità ancora oggi mostrata da Spitz, all'interno delle sue composizioni.  Benante, dal canto suo, era un drummer già allora dotato di abilità notevoli, specialmente  nell' uso del doppio pedale, tecnica della quale è ritenuto importante teorizzatore e specializzatore. Un musicista, in sintesi, incredibilmente dotato, il quale fregerà i giovani Anthrax di un sound batteristico riconoscibilissimo ed in seguito ammirato da molti, un po' come fu per Dave Lombardo e gli Slayer. Giunti dunque i nuovi rinforzi, la band poté tornare a pensare al proseguo della propria carriera. La prima demo registrata, che prendeva spunto particolarmente dalle sonorità provenienti dalla N.W.O.B.H.M., fu comunque già caratterizzata da un mood grezzo e crudo, dichiaratamente ispirata ai primi lavori degli Iron Maiden; sia l'omonimo che "Killers", un mix fra Metal classico e piccole venature di Punk qui e là. Il Thrash cominciava già a farsi sentire, specialmente sulle canzoni più corte, immediate e veloci, anche se tutto era ovviamente in fase embrionale. La sferzata significativa è dunque portata da Benante e Spitz, e sempre nel 1983 viene dunque registrato un altro demo tape, contente tracce come "Soldiers of Metal""Panic", ed "Howilng Furies". Una seconda release che ci mostra quindi una maggiore evoluzione rispetto alla precedente: i ritmi sono più veloci ed immediati,  diretti in svariati punti, pezzi come "Panic" o  "Soldiers of Metal" rendono questa testimonianza indipendente un qualcosa di veramente furioso, condito da vari sprazzi di purissima rabbia giovanile,  roba da far letteralmente saltare dalla sedia. Metal e Punk cominciavano a coesistere in maniera più marcata ed evidente, e non passò molto da quella realizzazione all'approdo verso lidi ben più vantaggiosi e consistenti della mera gloria underground. Grazie al successo del della demo, infatti, i Nostri entrarono in contatto con Jon Zazula, all'epoca proprietario di un negozio di dischi nel quale Lilker lavorava saltuariamente come aiutante. Rimasto particolarmente colpito dal prodotto, passatogli proprio da Dan per ricevere un parere, Zazula (che nel frattempo aveva rilasciato, mediante la sua "Megaforce Records", l'esordio dei Metallica) acconsentì quindi ad aiutare i giovani Anthrax, proponendogli un contratto. La band realizzò quindi il suo primo singolo per la "Megaforce..", intitolato "Soldiers of Metal",  contente l'omonimo pezzo e sul lato B "Howling Furies", la quale vedeva ancora D'Angelo dietro le pelli. Curiosità e particolarità degnissima di nota, il singolo fu prodotto nientemeno che da Ross the Boss, chitarrista dei Manowar. Fu registrato, inoltre, a New York presso i "Sonic Studios". Di questo singolo furono pubblicate solo 3000 copie, una scelta che fece diventare questo singolo un vero e proprio feticcio, un oggetto di culto tutt'oggi conservato gelossissimamente da quei pochi appassionati e fortunati che hanno avuto modo di possederlo. Beati loro. Tornando però alla nostra storia, Zazula aveva visto nei nascenti Anthrax una proverbiale gallina dalle uova d'oro, e subito dopo la pubblicazione di "Soldiers Of Metal" decise di concedergli l'opportunità di entrare in studio per realizzare il primo full-length ufficiale. Ci vollero diverse settimane, anche se la voglia di emergere era tanta i giovani volevano comunque dar vita ad un buon prodotto, che evolvesse in maniera ancora più netta quanto presentato nella demo e nel singolo. Il 1983 fu dunque terminato all'interno dei "Pyramid Sound Studio" di New York, sino a quando si giunse al Gennaio del 1984, periodo in cui il primo album degli Anthrax fu dunque pronto per mordere i giradischi dei ragazzi di tutto il mondo. Come titolo venne scelta un'espressione dal significato forte, ancora legata alle tradizioni classiche ma di grande impatto Punk: "Fistful of Metal", un concetto che racchiude in sé l'essenza dell'Heavy (il "metallo") e la forza dell'Hardcore (il pugno). Il disco venne prodotto dallo stesso Jon Zazula (conosciuto per essere, lo ripetiamo, l'uomo che ha contribuito in larga misura allo sviluppo dello storico sound dei Metallica) e fu l'unico album della band in cui apparsero Neil Turbin e Dan Lilker, poco dopo allontanati a causa di determinati motivi. Turbin, che aveva contribuito in maniera importante allo sviluppo di molte idee presenti in "Fistful.." (a livello di testi e musica), non approvò mai troppo l'egemonia che Ian e Benante volevano imporre sul songwriting, andandosene dunque per poter esprimere le sue idee in tutta libertà; Lilker, dal canto suo, venne allontanato proprio su pressione di Turbin, ancor prima che il tour a supporto dell'esordio cominciasse. Ma questa, come si suol dire, è un'altra storia. Tornando a parlare di "Fist..", notiamo come l'artwork dell'album, disegnato da Kent Joshpe, esprima un concentrato di cattiveria ed anche sagacia adolescenziale, se vogliamo, presentandoci un disegno in apparenza semplice ma di grande impatto. Una di quelle copertine che ti rimangono subito impresse nella mente, e che richiama comunque le dinamiche Thrash Metal, a tutti gli effetti: abbiamo in primo piano l'immagine di un uomo che viene colpito da un pugno borchiato, le cui nocche sono ricoperte di metallo (il cosiddetto tirapugni). La cosa interessante, poi, è la prospettiva: sembra infatti che la testa dell'uomo sia fra le braccia del suo carnefice, e che quel pugno gli sta letteralmente spaccando la mascella, in un tripudio di sangue e pezzi di carne. Quasi come se quel pugno, non sazio, voglia uscire dalla copertina e colpire anche noi. Il tutto reca, in alto sulla destra, il classico logo degli Anthrax (rimasto identico fino ad oggi), colorato di un rosso acceso, probabilmente per fare contrasto con i toni scuri del resto del disegno. Bando ai preamboli, però: è il momento di procedere con l'eviscerazione di questo classico del Thrash Metal! Poggiamo l'LP nel lettore e partiamo.. mosh!

Deathrider

L'album si apre con Deathrider (Il Cavaliere della Morte):  pezzo a dir poco furioso veloce, un tempo serrato e claustrofobico, con la voce di Neil che ci porge il benvenuto digrignando i versi  "Riding hard,high in the  saddle winged steed of unwearing flight Sweeping through air just like fire Swift of the foot,gerat of mighit" . Un inciso iniziale dalle liriche e dal significato forte, che unito al tempo della canzone detta subito un ritmo oppressivo e affilato, come se stessimo correndo una forsennata corsa contro il tempo, con alle spalle qualcuno. L'incedere del brano, ed il suo proseguimento, è incisivo e dinamico, con un ritornello  che ti dà letteralmente la sensazione che ci sia effettivamente che ci corra dietro, con tanto di cavalli scalpitanti; il nostro cavaliere della morte è lì, dietro di noi, ci sta inseguendo e sentiamo il suo fiato putrido sul collo, la sua bocca di fiamme divampa oscene fiamme sulla nostra schiena, e non possiamo fare altro che proseguire la corsa, contro la stanchezza, contro tutto e tutti, sperando di sopravvivere. L'apertura iniziale della canzone è affidata, musicalmente, ad un disco che viene letto al contrario, come se iniziassimo "in medias res", e poi venissimo spinti violentemente all'indietro per carpire qualcosa che ci è sfuggito. Subito dopo questo particolare intro, entrano in scena batteria e chitarre, che a velocità massima dettano un ritmo intenso, fino all'ingresso della voce, che, per quanto poi i fasti di Belladonna rimarranno scolpiti nella memoria di tutti, ha comunque un ritmo intenso ed è di grande impatto, con acuti squillanti e degni del miglior Thrash old school che si possa desiderare. La canzone prosegue poi con ritmi sostenuti, senza mai fermarsi, il tempo non viene dettato con cadenzate o ritmi lemmi, ma piuttosto si tratta di una vera corsa contro il tempo, con assoli che vengono inanellati dalle due chitarre, e che continuano a prenderci a schiaffi musicali fino alla fine, senza mai farci rilassare neanche un secondo. Le liriche, come abbiamo già detto nella prima parte della canzone, narrano di questo fantomatico cavaliere della morte in sella al suo infuocato ed alato destriero; il suo compito è semplice, portare il caos sulla terra. Egli stringe le redini del proprio cavallo, e fa sì che anche noi, dopo la forsennata corsa iniziale, saliamo in sella assieme a lui e cavalchiamo, mentre la terra sotto di noi prende fuoco ad ogni passo.  Un inizio di album davvero coi fiocchi per i nostri Anthrax, che scelgono un brano che mette da subito i puntini sulle i, per farci capire quale sarà l'atmosfera che si respirerà in questo lavoro; i ritmi andanti e senza freno che si intrecciano con testi dalle tinte horror e caotiche sono il cocktail vincente di questo lavoro, ogni membro sa bene quel che deve fare e come farlo. Va sottolineato anche che questo pezzo, durante i tour della band, viene spesso eseguito, è divenuto ormai un classico immancabile, come immancabile è il pogo che si scatena ogni volta che esso viene suonato; la velocità del brano e la sua energia, unita ovviamente all'abilità dei musicisti che imbracciano gli strumenti, fa di questa Deathrider un classico del Thrash che difficilmente si dimentica, ed ormai è un cult per tutti gli appassionati tanto di questa musica, quanto degli Anthrax stessi.

Metal Thrashing Mad

Proseguendo in ordine con la tracklist, troviamo un altro brano che è divenuto un must nella discografia di Ian e soci, parliamo della furente Metal Thrashing Mad; come era accaduto per il brano precedente, chiunque è stato ad un live della band ve lo può confermare, anche questa track si assesta fra le irrinunciabili di ogni setlist degli Anthrax, ed ogni volta, nonostante gli anni, riesce a mandare in fiamme il pubblico letteralmente. L'intro viene annunciato con alcuni fragorosi colpi di grancassa e tom, che sembrano martello pneumatico che ci martella letteralmente la testa, con all'unisono, man mano che il brano avanza, la chitarra che corre dietro alla batteria senza mai mollare il tiro, ma anzi, fondendosi piano piano con le pelli fino a diventare un tutt'uno con esse. Il basso si sente entrare poco prima del cambio di tempo, che viene eseguito ancora da un doppio colpo di batteria, una delle protagoniste di questa traccia, a seguire troviamo poi un assolo vocale di Turbin che contraddistingue l'intero brano, una caratteristica peculiare divenuta ormai famosa durante le esecuzioni, anche se la voce ormai è diversa. Nella seconda parte del brano il ritmo torna nuovamente al suo andamento iniziale, fatta eccezione per un poderoso acuto di Turbin, circa a metà, che è letteralmente da far saltare le tempie e sanguinare le orecchie; il nostro frontman, nonostante il "poco carisma" di cui poi verrà tacciato dalla band stessa, qui da prova di una voce veramente potente, ricorda quasi, con le dovute distanze ed accorgimenti, un Rob Halford dei tempi d'oro, squillante e potente, che ti entra subito in testa. Nel complesso  il pezzo e molto breve, ma con tanta energia, sia nella musica, che nel testo, il quale è semplice facile da ricordare, ti si stampa in mente fin dai primi ascolti. E' un inno alla distruzione, senza dubbio, un enorme comparto di caos e morte a bordo di un lucente veicolo d'acciaio, con noi al volante. Il metallo che viene distrutto come un pazzo, e che da il titolo alla canzone stessa, altro non è che la componentistica di questa fantomatica macchina da guerriero della strada; i tubi di scappamento di accartocciano sotto il peso del nostro piede, che preme l'acceleratore con tutta la forza che abbiamo in corpo, e lo spinge al massimo, fino quasi a saturare il motore dall'energia sprigionata. Tuttavia, ed è bene ricordarlo, il brano può anche essere interpretato come un inno a questa musica, ed il metallo da distruggere allora diventano i dischi da consumare, andare in giro per concerti vestito di pelle e borchie dimenandosi come un pazzo appena parte il nostro brano preferito, distruggendo il metallo appunto, cioè facendo si che esso si pieghi alle nostre orecchie. Per realizzare la terza traccia, i nostri Anthrax danno prova di grande ascolto e serialità nell'analizzare la musica, scegliendo di eseguire una cover.

I'm Eighteen (Alice Cooper cover)

Fra le tante canzoni disponibili a quel tempo, i nostri statunitensi scelgono un must dell'horror rock, la grande I'm Eighteen (Sono Maggiorenne). Come sappiamo questo brano è frutto della mente di Alice Cooper, ed è contenuto nel terzo album dell'artista maledetto del rock, Love it to death, uscito il 12 gennaio 1971. La differenza tra i due brani e molto evidente, nonostante gli Anthrax abbiano fatto un ottimo lavoro anche nella loro cover; su quello di Cooper, e chi conosce il brano lo sa molto bene, l'andamento del pezzo è molto più lento è melodico, con la voce di Alice sempre tagliente e d'atmosfera, pregna di tutto il significato della traccia in sé, come il nostro alfiere dello shock rock ci ha abituato in tutti questo anni. Il suo brano è un'oscura analisi delle dinamiche giovanili, e con quei ritmi così funerei di fondo, alzano ancor di più il tiro a tutta la produzione, facendo di I'm Eighteen uno dei must di questo artista, ma anche degli anni '70 in generale, così come tante altre canzoni scritte da questo artista . Confrontiamo adesso la versione originale con quella che a noi interessa, ovvero con la cover operata da Ian e soci; il comparto musicale è una valida esecuzione, che si differenzia dal brano di Cooper per alcune spinte più energiche, sia a livello musicale, ma soprattutto a livello vocale; se Alice infatti punta molto sui toni oscuri e bassi, Turbin, col suo comparto squillante ed alto, alza il tiro con alcuni acuti, facendo diventare il brano una matrice Speed/Thrash davvero bella da sentire e cantare ai live. Il pezzo, nonostante i ritmi più sostenuti, è pressoché identica all'originale, almeno fino a metà, e soprattutto verso la fine viene, dove aggiunta una parte più veloce che rende i pezzo un po' più  aggressivo e tagliente. Gli acuti di Ted, come abbiamo accennato prima, non si risparmiano, e danno una rivistazione più fresca,  ma al contempo molto più thrash; è interessante vedere come, nonostante si parli di una cover, e quindi di qualcosa che può essere a libera interpretazione dell'artista, gli Anthrax abbiano deciso di rispettare la versione originale, dandole il giusto piglio e facendola loro in tutto e per tutto, con l'impronta Thrash e Speed che si sente assai bene, specialmente nella seconda parte. Il testo, come sappiamo, parla si di dinamiche giovanili, ma particolarmente affronta i drammi di un ragazzo appena diventato maggiorenne, e che si trova dunque a dover fare un punto della sua vita fino a quel momento; si ritroverà a non saper bene che cosa vuole, a saggiare ogni opzione disponibile ed a osservare il mondo con occhi diversi (non dimentichiamoci infatti che in USA le due fasi "di vita" per i ragazzi sono sostanzialmente due, una a 16 anni, l'altra a 18, e poi ci sarebbe anche l'età adulta intera, che per gli americani arriva a 21). Il protagonista si ritrova a pensare che ormai l'adolescenza sia finita, è arrivato il momento di crescere ed andare avanti, prendere in mano le redini della vita e partire verso nuove strade.

Panic

Siamo arrivati quasi al primo giro di boa del disco, e sulla nostra strada troviamo Panic (Panico) quarta traccia del album;  qui si ritorna alle sonorità dure, con un pezzo che, al primo ascolto, non sembra nulla di speciale, ma che al suo interno nasconde un'influenza che ricorda molto gli Iron Maiden, come vedremo durante l'analisi musicale. La canzone si apre con subito la batteria, seguita poi dalle chitarre e poi ancora batteria, a ruota ancora la risposta delle chitarre, e poi l'intero set degli strumenti esplode tutto assieme nelle nostre orecchie, dando vita all'ennesimo ritmo trascinante e orecchiabile fin dai primi vagiti. Una volta entrati tutti gli strumenti, subito entra anche la voce, che ci colpisce in testa diretta come un razzo, come ormai ci ha abituato in tutto questo album, sempre con decisione e senza fronzoli. A circa due minuti dall'inizio del brano si riparte con il comparto ritmico in stile Thrash, ma stavolta seguito a ruota da un doppio ingresso di chitarra (che ricorda molto, come accennavamo prima, le dinamiche dei Maiden, salvo il fatto che nella seconda parte di carriera si ritroveranno ad essere in tre), e  che si corrono dietro con continui cambi di assoli tra le due asce a sei corde.  Si torna, dopo questo piccolo intermezzo di estro, alla parte ritmica sentita all'inizio, seguita a ruota dal ritornello, e si trova anche il posto per l'ultimo assolo di Ian, prima del brusco stop e della dissolvenza del brano così come era arrivato. E' un brano assai variegato e poliedrico nel contesto generale dell'album, messo li a  dimostrazione del grande estro che poi, negli anni successivi, contraddistinguerà sempre questa band, che lo dimostrerà grandemente con i dischi successivi. E' bene soffermarsi sul fattore testo, che già dal titolo ti lascia abbastanza spaventato, e al contempo incuriosito. Si parla di panico si, ma panico di cosa? Beh, di qualsiasi cosa vogliate inserirvi come interpretazione; ci si para, analizzando le liriche, uno scenario abbastanza caotico, prima si parla di guerra, poi di città che cadono sotto i colpi di una specie di rivoluzione, e poi di un uomo che sta piano piano perdendo il controllo. Il panico è un sentimento che non si controlla, ti prende alla gola e ti fa correre come un disperato, come se qualcosa ti stesse inseguendo, ti attanaglia le viscere e non ti lascia andare, ed i nostri Anthrax, attraverso uno dei brani più atipici di tutto l'album, ce lo ricordano ad ogni riga di testo, lasciandoci, finito l'ascolto, assai spaventati ed oppressi, ma felici allo stesso tempo.

Subjugator

Siamo giunti alla metà esatta dell'album, e davanti a noi si para Subjugator (Soggiogatore): una piccola curiosità da annotare è un episodio accaduto una volta registrate le linee vocali; quando Scott Ian sentì le registrazioni di Neil, specialmente in questo brano, esclamò "Ma questo è Rob Halford!",  era rimasto grandemente sbalordito da questa esecuzione, e nella traccia si nota molto rispetto alle prime, ed infatti è da notare che anche qui le ispirazioni sono palesemente prese dalle tradizioni Metal anglosassoni, specialmente Maiden e Judas Priest, i primi per la dinamica musicale, i secondi probabilmente per le linee vocali. L'inizio della canzone è di chiara ispirazione "da Vergine di Ferro",  con assoli e testo che entra subito in testa e non se ne va più, accompagnato da  alcuni squillanti acuti di Turbin ,che sono subito seguiti da un ottimo assolo di chitarra, anch'esso energico e di matrice classica, ad ulteriore dimostrazione delle potenzialità di questa band. All'assolo segue nuovamente uno stacco di batteria, a cui Ian si lega con un altro assolo di chitarra, stavolta di matrice più Thrash, ed è un alternarsi continuo con la batteria, e successivamente con la voce, che viene innalzata da alcuni acuti.  A circa metà del brano abbiamo un comparto granitico e cadenzato di batteria ed assoli di chitarra, che ci fanno capire quanto qui siamo nel bel mezzo della sagacia musicale di Dan Spitz e Scott Ian, che duellano come cavalieri con le loro sei corde,  danno una prova mostruosa, e per acquietare gli animi, verso la fine si rientra nella norma, sia con il testo, che con le parti strumentali. L'intera suite viene conclusa da un ultimo solo di batteria, dagli acuti di Turbin e da potenti colpi di batteria, che si stoppano bruscamente alla fine del brano. A proposito del comparto di pelli, è da notare che qui Benante fa un lavoro di batteria mostruoso, specialmente con la doppia cassa, tenendo per tutta la durata del brano un ritmo molto alto. Sul fattore testo c'e da fare un bel appunto, anzi, una analisi abbastanza profonda: il testo fondamentalmente parla dello scontro fra bene e male, soprattutto si analizzano quelle dinamiche attraverso le quali è necessario cercare di non farsi mai schiacciare da coloro che ci vogliono mettere i piedi in testa, i soggiogatori appunto. Questi individui cercheranno sempre di schiacciare la nostra testa contro un muro, ma noi dobbiamo essere forti e combattere sempre per far valere la nostra voce, anche contro tutto e tutti. Queste liriche mi ricordano molto un cult della cinematografia mondiale, il grande The Warriors, in cui in un mondo popolato da bande di strada di ogni genere e organizzazione, si affronta proprio questo tema, l'eterna e sanguinosa lotta fra bene e male, inframezzata da risse e dialoghi fra le parti, che però culminano sempre con risse all'ultimo colpo. E' un brano che, forte delle sue tradizioni classiche nella musica, alterna questa ad un testo che ci fa sentire veri e propri guerrieri, pronti a tutto per difendere i nostri ideali, ad alzarci in piedi e combattere per la nostra causa, qualunque essa sia.

Soldiers of Metal

Siamo giunti alla metà esatta dell'album, e davanti a noi si para Subjugator (Soggiogatore): una piccola curiosità da annotare è un episodio accaduto una volta registrate le linee vocali; quando Scott Ian sentì le registrazioni di Neil, specialmente in questo brano, esclamò "Ma questo è Rob Halford!",  era rimasto grandemente sbalordito da questa esecuzione, e nella traccia si nota molto rispetto alle prime, ed infatti è da notare che anche qui le ispirazioni sono palesemente prese dalle tradizioni Metal anglosassoni, specialmente Maiden e Judas Priest, i primi per la dinamica musicale, i secondi probabilmente per le linee vocali. L'inizio della canzone è di chiara ispirazione "da Vergine di Ferro",  con assoli e testo che entra subito in testa e non se ne va più, accompagnato da  alcuni squillanti acuti di Turbin ,che sono subito seguiti da un ottimo assolo di chitarra, anch'esso energico e di matrice classica, ad ulteriore dimostrazione delle potenzialità di questa band. All'assolo segue nuovamente uno stacco di batteria, a cui Ian si lega con un altro assolo di chitarra, stavolta di matrice più Thrash, ed è un alternarsi continuo con la batteria, e successivamente con la voce, che viene innalzata da alcuni acuti.  A circa metà del brano abbiamo un comparto granitico e cadenzato di batteria ed assoli di chitarra, che ci fanno capire quanto qui siamo nel bel mezzo della sagacia musicale di Dan Spitz e Scott Ian, che duellano come cavalieri con le loro sei corde,  danno una prova mostruosa, e per acquietare gli animi, verso la fine si rientra nella norma, sia con il testo, che con le parti strumentali. L'intera suite viene conclusa da un ultimo solo di batteria, dagli acuti di Turbin e da potenti colpi di batteria, che si stoppano bruscamente alla fine del brano. A proposito del comparto di pelli, è da notare che qui Benante fa un lavoro di batteria mostruoso, specialmente con la doppia cassa, tenendo per tutta la durata del brano un ritmo molto alto. Sul fattore testo c'e da fare un bel appunto, anzi, una analisi abbastanza profonda: il testo fondamentalmente parla dello scontro fra bene e male, soprattutto si analizzano quelle dinamiche attraverso le quali è necessario cercare di non farsi mai schiacciare da coloro che ci vogliono mettere i piedi in testa, i soggiogatori appunto. Questi individui cercheranno sempre di schiacciare la nostra testa contro un muro, ma noi dobbiamo essere forti e combattere sempre per far valere la nostra voce, anche contro tutto e tutti. Queste liriche mi ricordano molto un cult della cinematografia mondiale, il grande The Warriors, in cui in un mondo popolato da bande di strada di ogni genere e organizzazione, si affronta proprio questo tema, l'eterna e sanguinosa lotta fra bene e male, inframezzata da risse e dialoghi fra le parti, che però culminano sempre con risse all'ultimo colpo. E' un brano che, forte delle sue tradizioni classiche nella musica, alterna questa ad un testo che ci fa sentire veri e propri guerrieri, pronti a tutto per difendere i nostri ideali, ad alzarci in piedi e combattere per la nostra causa, qualunque essa sia.

Death From Above

Adesso è arrivato il momento di librarci in aria, come cacciabombardieri durante un enorme conflitto, e così infatti ci sentiamo mentre ascoltiamo la traccia successiva,  Death form above (Morte dall'Alto). La genesi di questo brano è assai curiosa e divertente; nasce infatti durante una telefonata tra Scott e Neil ,con l'idea del metal come qualcosa che spacca letteralmente, esattamente come il pugno sulla copertina di Fistful, Neil Turbin era letteralmente entusiasta della definizione data da Scott; tutto questo da un input al nostro frontman che gli ricorda "Death from above" , e si mettono a comporre. Molti anni dopo, in alcune interviste, Scott Ian definirà questo brano come un vero e proprio Jet Fight che ti arriva in pieno volto, veloce ed imprevedibile. Ed infatti il brano si apre con un ritmo ben sostenuto thrash di ottima fattura, la voce di Neil è perfetta,  a cui segue un altrettanto encomiabile assolo. Finito questo primo sprazzo iniziale, abbiamo a ruota la parte ritmata, che è curata molto, ogni dettaglio è come il tassello di un enorme puzzle, le dinamiche del suono, complice anche una produzione non indifferente, si sentono tutte. Non mancano ovviamente gli acuti di Turbin, che ormai sembra in stato di grazia fin dalle prime battute di questo disco. Si sente infatti il suo stato celestiale nella seconda parte del brano, poco prima del ritornello, in cui abbiamo un vocalizzo acuto da far drizzare i peli sulle braccia, ti entra letteralmente in testa e ci rimane conficcato come un chiodo. Dopo l'acuto abbiamo, come abbiamo accennato, il ritornello, che viene seguito da un comparto ritmico di pregevole fattura Thrash, con le chitarre che sparano scintille ovunque e ci prendono a calci e pugni. La struttura del brano si ripete praticamente fino alla fine, alternando il ritornello energico, preceduto quasi sempre da un acuto di Turbin, al main theme del brano, che con la sua vena di energia ci fa arrivare in fondo a questi cinque minuti stanchi, ma felici. In conclusione, abbiamo un altro brano dalle forti tinte classiche, che però vengono rese più cattive dalle dinamiche Thrash Metal; sentiamo bene qui le influenze passate di Ian, cresciuto a pane, Kiss, Maiden e Priest, e proprio di questi ultimi sembra di ascoltare un brano, anche se ovviamente più veloce ed incattivito dal sound generale. Il testo, che durante la sua stesura fece venire in mente ai due creatori l'artwork dei Black Sabbath di Never Say Die, ci fa trovare in mezzo ad una cruenta battaglia, ed il jet fighter che abbiamo nominato all'inizio, quello che dette il la al brano stesso, viene espressamente citato nelle liriche. Ci troviamo ad essere noi stessi il pilota del caccia, pronti a tutto per vincere, abbatteremo qualunque nemico ci si pari davanti senza problemi, e porteremo a casa la nostra meritata vittoria. Liriche dal forte significato storico e sociale, ci danno un senso di non volerci e doverci mai arrendere, qualunque ostacolo ci pari davanti la vita, noi lo affronteremo sempre a testa alta, e sempre a bordo del nostro lucente jet da combattimento, li abbiamo nel mirino, non dobbiamo fare altro che premere il grilletto.

Anthrax

Adesso è arrivato il momento di un brano che porta il nome stesso del gruppo, e che per dare fede alla sua controparte chimica, è acido in grado di sciogliere tutto; abbiamo infatti Anthrax (Antrace) pezzo composto da i soliti tre noti Turbin, Ian e Dn Lilker, è sicuramente una delle migliori canzoni di tutto l'album , ed è un peccato non sentirla molto suonata dal vivo negli ultimi anni, escluso il tour per il 25esimo anniversario della formazione di Among the Living, in cui venne messa in scaletta. Da notare che nel 2001, dopo gli attacchi terroristici alle torri gemelle, e l'uso del antrace da parte degli attentatori stessi, la band venne attaccata ferocemente proprio perché portava questo nome, ma Scott Ian difese il nome della band affermando che il nome della band proveniva da un tempo molto più lontano rispetto a quello in cui venivano criticati, un tempo in cui quel nome non faceva male a nessuno. Le critiche furono così forti che addirittura in quel periodo, durante i concerti, gli Anthrax venivano soprannominati " The special guest"; a questa onta così forte la band rispose " is not special guest, the name of the band is Anthrax! "con tanto di tute anti-acido sul palco per ricordarlo a chi cercava in tutti i modi di boicottarli. La canzone si apre con un intro melodico, la prima volta che ne sentiamo uno in questo album, ma poi la band riparte improvvisamente ed a tutta velocità, con in prima linea la voce graffiante  come sempre di Turbin. Da sottolineare anche come sia presente l'ennesimo ritornello accattivante che ti rimane in mente, sempre unito ad un riff preciso e tagliente. Finito il ritornello abbiamo poi un altro assolo, che fa da bridge alla seconda parte lenta del brano. Una peculiarità di questa traccia sono gli assoli di chitarra molto "tirati", ossia lunghi ed epici, in pieno stile Maiden, e qui nuovamente vengono fuori le influenze della band, specialmente di Ian. Basso e batteria dettano il tempo per l'ultima parte, prima dell'ennesimo solo di Scott e delle rullante di pelli che danno il via alla parte finale del brano, in cui tutto il set di strumenti deflagra, con l'innalzamento della voce di Turbin. Tutto quanto finisce con un ritmo sostenuto dalla chitarra e dalla batteria, con il basso in sottofondo che picchia sulle spesse corde, e si arriva, accompagnati alla dissolvenza finale, in cui la batteria cessa di suonare, e rimane solo la chitarra per l'ultimo riff prima dello stop definitivo. Il testo si apre con " steel shattered in the night solidiers racing to the fight bombs waiting to explode fear is cast up on your soul" ( L'acciaio è stato distrutto di notte, i soldati stanno correndo verso il combattimento, le bombe stanno aspettando di esplodere, e la tua anima sta bruciando). Il testo in sé è a tratti molto forte; vengono infatti descritti gli orrori della guerra, vista ovviamente come un vortice di caos e distruzione. Le bombe esplodono sotto i nostri occhi, ed il tutto ci viene fatto apparire come un punto di non ritorno, come qualcosa che, nonostante ad un certo punto sappiamo benissimo che finirà, ci farà cambiare dentro per sempre, come se il nostro animo non fosse più lo stesso. Il sangue macchia le strade, tutto attorno a noi è distrutto, ed i nostri occhi non vedono che cadaveri e morte attorno a noi, non c'è niente di vivo, se non i soldati che continuano a combattere per una causa in cui forse anche loro non credono, e come ci viene detto in ultima battuta, faremo meglio anche noi a trovare un riparo come tutti gli altri, perché se ci distraiamo un attimo, arriverà qualcuno e ci farà fuori senza pietà.

Across the River

A seguire troviamo un piccolo comparto strumentale da neanche un minuto e mezzo, e denominato Across in the river (Attraverso il Fiume): è l'unico pezzo strumentale dell'intero disco, e ci  si presenta come una specie di cavalcata , sempre di ispirazione Maideniana,  con ritmi molto simili ed un set secco di batteria che spinge in maniera forsennata. Ottime anche le parti di chitarra, sempre di ispirazione classica e che ci penetrano le orecchie con i loro riff distorti; è un brano che mette alla prova l'intero set del gruppo, e nonostante la sua breve durata, ogni membro trova spazio per esprimersi in tutta tranquillità, compreso Dan Lilker alle spesse corde del basso, che trova occasione per mettersi in mostra con alcune rocciose sessioni del suo strumento. In realtà l'intera suite, con la sua breve durata, non è altro che un viatico per annunciare l'ultimo brano (anche essa faceva parte della prima demo realizzata dal gruppo molti anni prima), tuttavia è interessante osservare questo piccolo estro da parte della band, che riesce, seppur con pochi minuti a disposizione, a confezionare un discreto pezzo, che da anche fede al suo titolo. Pare infatti ascoltandolo di essere sulle ripide rive di un fiume in piena, a bordo di una instabile imbarcazione, in mezzo ai flutti che ci sbattono di qui e di là, le rocce taglienti cercano di farci affondare, e dovremmo dimostrare di essere dei provetti marinai, altrimenti finiremo diretti nel fiume.

Howling Furies

Come abbiamo accennato prima, questa piccola suite strumentale, non è altro che il la per dare il via al brano che chiude l'intero disco, ovvero Howling furies (Furie Ululanti); la traccia è stata composta da Lilker e Rosenfeld, ed è presente anche nella demo del 1982,poi ri registrata e presente anche nell' EP Soldiers of Metal.  Brano molto scenico e spettacolare, specialmente nell'intro, con un riff massiccio che collima con l'entrata della voce di Neil, con cui si da ancor più forza ed energia al brano stesso, grazie ai suoi toni alti ed agli acuti che ti entrano nel cervello. Il brano poi si divide con un intermezzo di un assolo, eseguito benissimo da Ian, per poi tornare nuovamente al main theme martellante del brano, con la grancassa ed il basso a dare il tempo della canzone, e le chitarre a duellarci sopra a colpi di note. I riff sono acidi ed incisivi, piogge di note ci cadono addosso e nuovamente sentiamo le influenze classiche della band, il metallo inglese, come ormai abbiamo capito, permea tutto questo album, ma sono forti anche le tendenze Hardcore, specialmente nei break time e nelle parti cadenzate, che prendono letteralmente ispirazione dalla scuola americana. E' un brano che chiude in bellezza l'intero album, dandoci l'ultima botta di energia prima del finale; rispetto ad altre tracce, si sente qui che il brano è stato composto molto tempo prima di tanti altri slot che compongono l'album, si sente bene la rabbia giovanile che avvolge l'intero ascolto, ed anche Neil Turbin per un momento, specialmente sul finale, abbandona i suoi toni alti per tirare fuori un tipo di cantato molto graffiato e gutturale, salvo poi comunque buttarsi a capofitto in sessioni acute a cui ormai siamo tranquillamente abituati. Il brano si conclude con la solita dissolvenza, con la batteria che martella come un fabbro e le chitarre che ci ricamano sopra, stavolta niente bruschi stop, ma piano piano arriviamo al definitivo silenzio. Nelle liriche ovviamente si parla delle mitologiche furie, animali aggressivi e che non perdono occasione per ghermire la propria preda; gli Anthrax ci mettono in guardia da questi mostri con le ali, invitandoci a non uscire di casa per non rischiare di essere catturati e mangiati, sotto il possente peso dei loro artigli. Dobbiamo trovare riparo negli antri più bui e nelle caverne con meno luce possibile, perché le furie sono là fuori pronte ad aspettarci, e niente gli potrà impedire di affondare i loro becchi nella nostra carne se ci vedono. Liriche non impegnate, ma legate comunque alla musica, risultano essere di grande impatto, sul finale c'è anche il tempo per vessare un po' l'uomo ed i suoi peccati, accusandolo di aver voluto incontrare a tutti i costi la morte, ed ora gli altri se la stanno ridendo, mentre lui si sta piano piano trasformando in un servo del demonio.

Conclusioni

Siamo arrivati alla conclusione di questa analisi del primo lavoro firmato dagli Anthrax, ed è ora giunto il momento di parlare un po' dei retroscena di questo album:  le prime cinque song sono state registrate a Long Island, presso i Sonic Studio con Ross the Boss a fare da sound manager,  nel 1983 alla modica cifra di $1,500.  Alcuni pezzi, come abbiamo detto durante l'analisi track by track, provengono dalle demo che la band aveva registrato qualche tempo prima di entrare ufficialmente in sala prove per dedicarsi a Fistful. Curioso anche l'aneddoto secondo il quale, a  detta di Scott Ian, la copertina dell'album sia una delle più orribili mai concepite, probabilmente l'effetto della giovane età dei componenti, col tempo, ha finito di esistere; Ian lo mise al pari di altri artwork famosi, come quelli di Metallica, Slayer, Exodus e Megadeth, mettendo l'accento su quanto il loro, confrontato con altri, facesse davvero pena, ed è anche interessante osservare come invece dal pubblico sia stato sempre, più o meno, apprezzato, particolarmente per la forza distruttiva che racchiude e per la violenza che riesce a sprigionare. Dal successo derivato da questo disco, grazie al manager Jonny Z furono scelti per far supporto ai leggendari metallers britannici Raven, nel tour estivo del 1984, e successivamente vennero scelti per fare da spalla ai fratelli thrashers Metallica, da cui nascerà una sincera e duratura amicizia che permane ancora oggi, ed ancora più all'interno, nascerà un rapporto assai fraterno fra il fondatore Scott Ian, e l'ex compianto basso dei Metallica Cliff Burton. La fratellanza fra le due band nacque ufficialmente nel periodo di marzo 1984; gli Anthrax erano in Inghilterra per la promozione del loro primo disco, e nello stesso periodo i Metallica erano in Danimarca per registrare il loro secondo album, Ride the Lightin, e fu chiesto alle due band di fare alcune Gig a Londra, da li si svilupparono diverse situazioni assai divertenti tra le due band, che finirono col diventare una duratura amicizia fra i componenti delle formazioni. Definito come uno degli album cardine del Thrash, ma anche del metal in generale, nonché come uno dei debut album più riusciti di sempre, Fistful Of Metal è sempre stato sottovalutatissimo, ma dotato di un grande potenziale, lo si riconosce ascoltando brani come Deathrider e Metal thrash Mad ,ancora oggi suonati live, e che fanno saltare i fans dalla ogni volta; è un disco in cui si sentono bene le influenze giovanili dei componenti, Scott su tutti, ma al contempo i nostri thrashers hanno saputo dare la loro impronta ad ogni traccia proposta, compresa la cover di Alice Cooper, macchiando ogni nota con quella cattiveria e cinismo che questo genere ormai è famoso per avere in ogni disco, o quasi. Questo è anche, come abbiamo narrato nella introduzione, l'ultimo album per Dan Likner e Neil Turbin, che per vari motivi legati alla altri membri lasciarono, per seguire i propri progetti individuali, Lilker specialmente. Questo disco rimane comunque un grande esordio per una band che, negli anni futuri, ne passerà davvero tante e di tutti i colori, con cambi di formazione e difficoltà, ma se siete dei veri fan degli Anthrax, così come del Thrash Metal, questo disco è fortemente consigliato, non vi deluderà sotto nessun aspetto, anzi, vi farà venire voglia di riascoltarlo ancora ed ancora, fino a consumarne i solchi.

1) Deathrider
2) Metal Thrashing Mad
3) I'm Eighteen (Alice Cooper cover)
4) Panic
5) Subjugator
6) Soldiers of Metal
7) Death From Above
8) Anthrax
9) Across the River
10) Howling Furies
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