ANTHRAX

Fistful of Anthrax

1987 - Megaforce Records

A CURA DI
MARCO PALMACCI
05/05/2016
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Circa le cosiddette "rarità", il popolo Metal è sostanzialmente spaccato in due. Un bipolarismo perfetto, che porta una corrente ad acclamare ogni tipo di "feticcio" o particolarismo che una band abbia voglia di rilasciare sul mercato; per gli altri, semplici inutilità. Un cumulo di materiale privo di spessore, buono per far soldi e mantenere alta la popolarità. Personalmente, posso dire di aver sempre amato il culto dell'uscita "one night stand". Quei pezzi pregiati e particolari, stampati magari in tiratura limitata, appannaggio totale di determinati mercati. E' altresì doveroso, però (soprattutto in questo ambito di scrittura) porsi in maniera oggettiva dinnanzi ad ogni tipo di disco, sia esso un inedito od una compilation realizzata in formato "picture disc". Per porsi in maniera oggettiva, si intende valutare il prodotto nel suo complesso, sotto il punto di vista musicale, ma anche "funzionale". E' questo che siamo tenuti a fare, apprestandoci ad ascoltare "Fistful of Anthrax", compilation stampata dagli Anthrax e racchiudente tutto "Fistful of Metal", più due brani tratti dall'EP "Armed and Dangerous". Due autentici pilastri della discografia dei mitici cinque: da un lato il loro scalcinato esordio nonché l'unica testimonianza "mainstream" della presenza in line up di Dan Lilker e Neil Turbin, dall'altro i primi "vagiti" di Joey Belladonna e Frank Bello, subentrati proprio ai dimissionari Lilker e Turbin. Una compilation che dunque mischia passato e storia recente della band, in maniera (ci sia concesso di dirlo) assai bizzarra. Un intero album "a favore" della prima line up, due soli pezzi a favore della storica. Un bilanciamento tutto sommato particolare, che non lascia presagire certo una volontà di fornire agli ascoltatori un qualcosa di esaustivo o funzionale. Nel 100% dei casi, una compilation ha alla sua base un'idea concreta, precisa, ben sviluppata. O una raccolta dei migliori pezzi estratti da ogni disco prodotto sino ad un determinato momento, o magari un insieme di rarità. Brani inediti, versioni live, demo.. insomma, il cosiddetto e proverbiale "tutto quanto mai comparso in LP". Quel che abbiamo in questa occasione, invece, è un intero album con l'aggiunta di due tracce (scelte quasi in maniera casuale) ad esso successive. Per di più, "Fistful of Anthrax" fu un qualcosa di riservato al solo mercato Giapponese; altra scelta inusuale, in quanto il mercato del Sol Levante aveva avuto modo di accogliere ogni tipo di disco sino ad allora prodotto dalla band americana. "Fistful of Metal", "Spreading the Disease", "Among The Living".. era il 1987 quando "Fistful of Anthrax" fu ufficialmente rilasciata, e dunque tutti avevamo avuto modo di godere appieno del periodo di massimo splendore di questi Thrashers. Giapponesi compresi (perdonate la rima). Le potenzialità per dar vita ad una tracklist diversa e sicuramente più accattivante c'erano tutte, inutile negarlo: eppure, la "Megaforce.." decise di far le cosiddette "orecchie da mercante", realizzando questo lavoro sicuramente valido dal punto di vista musicale, ma "raffazzonato" da quello creativo. Mancanza di idee? Di spunti? Difficile a dirsi. Perché proprio il Giappone, poi? Impossibile a spiegarsi. Tutto quel che possiamo fare è apprestarci ad ascoltare questa "riproposizione con aggiunte" del primo album degli Anthrax, valutando certamente il contesto musicale ma anche tenendo d'occhio le scelte che di fatto hanno minato il continuum dell'opera. In alcuni punti, spiazzante. A dire poco. Addentrarsi nella selva dei "perché" potrebbe forse rivelarsi un'arma a doppio taglio, ma è la curiosità che muove il mondo; e su questo ne siamo tutti consapevoli. Curiosità che nascono come funghi, messi dinnanzi ad un lavoro del genere. Se in genere operazioni di tal guisa hanno per lo meno il vanto di proporre delle rarità o degli inediti, qui ci troviamo dinnanzi al lapalissiamo più totale". Nulla che allora non fosse reperibile o che fosse raro, niente di nuovo, nulla di inedito. Solo gli Anthrax del primo periodo, fra l'altro "tranciati" nella loro incarnazione con Bello Belladonna (visto che da "Armed..", come detto, ci vengono proposte solo due tracce). Ergo, cerchiamo almeno di goderci la musica. Quella che, per lo meno, non ci abbandonerà mai. Al contrario del rigor di logica.. il quale sembra veramente un assente ingiustificato, in questo preciso caso. Addentriamoci dunque lungo i solchi di questo lavoro. In fin dei conti, sono pur sempre gli Anthrax. E risentirli è sempre un piacere, a prescindere. Let's Play!

Deathrider

"Deathrider (Cavaliere della Morte)" è dunque il brano che dà il via a questa compilation, assolvendo lo stesso compito assegnatogli ai tempi nello storico "Fistful Of Metal". Pur avendo già analizzato la track qui proposta, risulta difficile rimanere a corto di parole; messi dinnanzi a quest'autentica perla dello Speed Metal, non possiamo far altro che elogiarla dall'inizio alla fine, senza mai aver paura di ripeterci o di risultare "ridondanti". Era il 1984 e lo è (teoricamente) anche ora, visto che "Fistful of Anthrax" risulta essere un "copia-incolla" dei vari brani provenienti dal "Fistful.." originale e dall'EP "Armed and Dangerous"; nulla è stato ri-arrangiato o re-inciso, abbiamo quindi l'opportunità di tornare indietro negli anni d'oro e goderci i Nostri nelle vesti di giovani arrembanti, veri e propri corsari della loro Scena. Il riff di apertura è di quelli che non si scorda difficilmente, con un dipanarsi che ricorda incredibilmente da vicino due scuole fra loro differenti e complementari: U.S. Power e N.W.O.B.H.M., un po' Riot un po' Warfare, classic Metal perfettamente fuso alla naturale iconoclastia Punk. Miscela esplosiva che risulta essere quindi la base lungo la quale il brano si muove, un avvicendarsi di strofe selvagge e ritornelli al fulmicotone. Grandi protagonisti sono sicuramente Spitz e Ian, i quali si donano letteralmente a scambi tellurici e devastanti. Le loro note tagliano ed affettano, Scott poi è bravissimo a sorreggere l'amico in ogni situazione, anche quando egli si cimenta nel primo assolo, praticamente posto a metà pezzo, con il chiaro intento di "spezzare" il continuum. Un'espressione solista da manuale, resa ancor più feroce dalla selvaggia attitudine di una sezione ritmica sugli scudi. Lilker e Benante si fanno udire distintamente, e non solo "riempiendo" il tutto ma anche mostrando tecnica e precisione, requisiti FONDAMENTALI per una coppia basso & batteria. Il vero Re del Tutto rimane comunque Neil Turbin, il quale fra acuti e versi letteralmente "morsicati" riesce a donare al brano quel tocco di cattiveria in più, adattissimo a renderlo la open track che qualsiasi disco Speed Metal dovrebbe avere, a parer di chi scrive. Il brano non ha pretese di risultare articolato, è relativamente semplice nel suo svilupparsi.. tuttavia, tanta velocità e tanta potenza sono senza dubbio degne di una band da non sottovalutare, desiderosa di lasciare il segno (se, con la testa, torniamo sempre al 1984 e ci ri-caliamo nell'ottica degli allora giovanissimi Anthrax). Ultimo assolone di Spitz verso la fine, ripresa del riff portante successivamente e possiamo dunque giungere al termine definitivo. Nonché, tirare un sospiro e riprenderci da un assalto che non conosce sosta, dal primo all'ultimo secondo. Che inizio col botto! Il testo non presenta velleità filosofiche né tanto meno si presta a narrare chissà che cosa: due strofe ed un ritornello assai essenziali, narranti le gesta dei Nostri, tramutatisi per l'occasione in dei veri e propri "cavalieri dell'apocalisse". Giunge la Notte, gli Anthrax saltano in groppa ai loro destrieri per poter meglio battere le strade. Una pattuglia letale che ha il preciso compito di raccogliere quante più vittime possibili, con il solo ed unico scopo di placare la propria fame. Una battuta di caccia nella quale i Nostri cinque brandiscono le loro spade a mo' di Nazgul, lasciando dietro di essi scie infuocate e mettendo a ferro e fuoco la città. Dei novelli Ghost Riders, e non sarebbe sbagliato pensare al supereroe Marvel, in quanto la band ha più volte dichiarato d'essere stata notevolmente affascinata dal contesto fumettistico di varie case produttrici (la già citata Marvel, ma anche la DC Comics e via discorrendo), sin dagli anni dell'infanzia. Dunque, quel che abbiamo è un affresco di potenza e terrore: i cavalieri della morte sono balzati in sella ai loro destrieri, e non ci lasceranno in pace finché il sole non sarà definitivamente sorto. Meglio chiudersi in casa! Proprio perché gli Anthrax del 1984 avevano come unico scopo quello di volersi inserire nel pantheon delle band più veloci e scalcinate d'America, il seguito di "Deathrider" non poteva certo dimostrarsi da meno della possente opener.

Metal Thrashing Mad

Se possiamo azzardare un'opinione, difatti, la terrificante (in senso buono!) "Metal Thrashing Mad" sembra addirittura superare la precedente, per potenza ed attitudine. Già dall'inizio possiamo percepire dinnanzi a cosa stiamo per impattare: la batteria serratissima di Benante, le chitarre tonanti di Spitz ed Ian, il basso frastornante di Lilker.. e poi "Lui", l'urlo infinito di Neil Turbin, in forma smagliante ed intento ad infrangere ogni vetro delle nostre abitazioni! Più che acuti, ultrasuoni, ed il brano può dunque prendere una piega violenta e scalcinata, che non conoscerà sosta nemmeno per un minuto: tutti sembrano volerci dar dentro come se non ci fosse un domani, come se questi ragazzi non fossero umani ma macchine create per dispensare Metal a tutto spiano. Scott e Dan si muovono all'unisono dando vita ad un sound pieno e rugginoso, Dan riempie il tutto facendosi sentire e percepire distintamente, Charlie detta i tempi in maniera precisa e roboante, mentre Turbin continua a sfoderare registri vocali d'alta scuola, quasi alla Rob Halford, mettendo a dura prova la sua ugola. Assolo tellurico di Dan al centro del brano, alla fine del quale si riprende il riff portante e Neil si cimenta nuovamente in un acuto tirato per le lunghe, ancor più violento ed esasperato di quello sfoggiato nelle battute iniziali. Che singer, signori e signore! C'è giusto il tempo, di seguito, per un'ultima strofa e per un ritornello ripetuto la bellezza di due volte, ed il brano può dunque terminare mediante un'ulteriore "Halfordata" di un Turbin straripante più che mai. Tre minuti scarsi di pura follia, di Speed Metal allo stato puro, di sangue e sudore condensati in note e riff distruttori. Cosa dire di più, di un brano simile? Semplicemente, lasciate che suoni. Fatelo sprigionare dalle vostre casse, godetene appieno; lasciatevi possedere dall'eccitazione, dalle vibrazioni. Questo è il Metal, amici lettori. Brani come "Metal Thrashing Mad" riescono a spiegare questo concetto come ben poche cose sanno (attualmente) fare. In un testo (se vogliamo) ancor più esiguo del precedente, gli Anthrax vogliono questa volta parlarci della loro vita da Metalheads, di quali siano le sensazioni che un metallaro può provare nell'ascolto di brani così veloci e potenti. Adoperando un'espressione difficilissimamente traducibile in italiano, i Nostri accendono letteralmente i riflettori su quel brivido di pazzia che ci pervade ogni qual volta siamo alle prese con una vera e propria tempesta di decibel. Come se fossimo a bordo di una macchina velocissima, il Nostro corpo viene fustigato da un vento fortissimo e veniamo quindi spinti indietro, cercando però di resistere stoicamente. Una volta sopraffatta la velocità delle raffiche, una volta schiavizzato il potere della musica, ecco che siamo pronti a farlo scorrere in noi, per prostrarlo al nostro servizio. Energia illimitata, un motore che non finisce mai la benzina; una folle corsa nella quale la nostra chioma sventola orgogliosa al vento, nel quale il collo mette a dura prova ogni suo muscolo. Elettricità, non possiamo dire altro. Pura e semplice elettricità, potenza incontenibile, esplosioni, testate nucleari, macchine iper-veloci, razzi.. siamo dei folli metallari intenti a divertirsi, nessuno potrà mai fermarci e nessuno potrà mai stoppare quella cascata di violenti decibel. Mai e poi mai! Percorrendo a tutta velocità il nostro rettilineo incappiamo dunque nella cover già presente in "Fistful of Metal" e qui riproposta, seguendo l'ordine della tracklist canonica. 

I'm Eighteen

"I'm Eighteen (Ho Diciotto Anni!)", inno scritto dall'immortale Alice Cooper e da lui pubblicato come singolo nel Novembre del 1970. Il brano fu di seguito inserito nell'album "Love It To Death", terzo disco del Re dello Shock Rock, pubblicato l'otto Marzo del 1971. Il brano originale risente chiaramente del periodo storico nel quale fu composto: un potente brano Rock, particolare nel suo incedere, con il suo carattere sfuggente ed il suo atteggiamento allusivo e decisamente sui generis. Quel tocco che solo un mostro sacro come Alice sapeva donare, creando di fatto un genere particolare ed a volte a sé stante. Un musicista geniale ed inclassificabile, il nostro, capace di sfuggire ad ogni regola o classificazione. Gli Anthrax, dunque, ben consci di quanto sarebbe stato effettivamente complesso interfacciarsi con un bagaglio così amplio di peculiarità, decidono di "standardizzare" la formula rendendo il pezzo un perfetto brano Hard n' Heavy, privo di troppe velleità. L'andatura originaria viene di fatto accelerata, anche se il clima torna molto più contenuto rispetto ai primi due pezzi. La batteria di Charlie è un tripudio di rullanti e crash, Dan ci dà subito un saggio della sua bravura  con un brevissimo solo ed il tutto può così iniziare definitivamente. L'andatura, come dicevamo, viene mantenuta "stabile" e non ci troviamo dinnanzi a corse disperate od acuti disumani, tanto che lo stesso Turbin sembra voler essere il primo a "placare" gli animi, sfoderando un ugola quasi alla Marc Storace (con le dovute differenze). Nuovo assolo verso il primo minuto, rugginoso e scalpitante, tuttavia nulla è destinato a cambiare: si prosegue con un mood Hard Rock - proto Heavy Metal e si sfocia in un nuovo momento solista a metà pezzo; durante il saggio di Dan, Charlie sembra voler far partire in quarta il suo drum kit ma è solo un impressione. Tutto torna come prima, anche quando lungo il proseguo ci troviamo dinnanzi ad un urlo selvaggio di Turbin, urlo che non preannuncia nulla di mirabolante o distruttivo. Una cover ben eseguita, resa non troppo personale ma forse posta in maniera tattica per "spezzare" il ritmo e meglio prepararci in vista di quel che verrà. Il finale è affidato ad un Charlie Benante che comincia a trottare ed alla coppia d'asce che mostra i muscoli. Scott funge come al solito da preziosissima base per un ottimo assolo di Spitz, il quale si protrae sino alla fine, sfumando, mentre Turbin urla ed il resto della band, in coro, declama il titolo del brano. Le liriche rimangono sostanzialmente uguali a quelle classiche, ed anche in questo caso si dimostrano una vera e propria dissertazione sul conseguimento della maggiore età. 18 Anni, età delicatissima. Adulti e bambini al contempo: abbastanza vecchi per votare, troppo giovani per dire d'aver vissuto. Abbastanza vecchi per gli alcolici, ancora in imbarazzo dinnanzi a tante situazioni. Un'età di transizione, che reca con essa molte contraddizioni e molte difficili prove da superare. Le parole recitano chiaramente: "il cervello di un bambino, il cuore di un vecchio", espressione che più d'ogni altra definisce tutti i turbamenti e le angosce tipiche di un periodo confuso ed indescrivibile. Anni che cominciano ad essere tanti pur essendo pochi. Zero certezze, mille dubbi. Mille domande, zero risposte. Cosa faremo, della nostra vita? Il bisogno di un lavoro, le esigenze della propria autonomia.. i genitori, gli amici, l'amore. Cosa fare / non fare? Non ne abbiamo idea. Ci trasciniamo lungo i giorni sperando di trovare uno scopo, sperando di riuscire in qualche modo a ritrovare il proverbiale bandolo della matassa.. anche se, al momento, anche solo iniziare a capir qualcosa ci sembra un impresa titanica. Liriche che potranno far tornare indietro nel tempo chi come il sottoscritto ha passato quella fase da un bel po', e che (contemporaneamente) potranno conquistare i giovanissimi, coloro i quali sono appena entrati in quel limbo colorato.

Panic

Si ritorna a viaggiare su altissimi livelli con l'arrivo della quarta track, "Panic (Panico)", aperta da uno scalpitante Charlie e da un riffing assai particolare, che a tratti sembra "paroiare" una celeberrima composizione per trombone, ovvero "Il Volo del Calabrone" di Korsakov. Un'impressione che ben si accomoda con quanto ascoltiamo, visto che il brano assume una velocità quasi ansiogena, incontenibile. Si comincia a correre sin da subito e notiamo come il rifferama generale sembri dovere molto ad un certo tipo di Heavy Metal definibile come "classico". Un intero brano che sembra rifarsi a pezzi come "Fast as a Shark" dei grandissimi Accept unendo certi stilemi agli episodi più aggressivi dei Riot, viste le chitarre intente a dispensare note come raffiche di mitragliatrice ma senza perdere un certo gusto per il dipanarsi in maniera chirurgica e precisa. Turbin al solito impreziosisce il tutto con il suo cantato a tratti Halfordiano, mentre Charlie si dimostra un'instancabile macchina del ritmo, cucendo e ricamando un tempo che non perde intensità neanche per un secondo. Non passa molto tempo che subito arriviamo alla metà del brano: strofe e ritornelli si intersecano che è un piacere, e Dan può così dar vita ad un assolo che urla a gran voce "N.W.O.B.H.M.!!", per quanto esso sia dichiaratamente e smaccatamente ispirato ai lavori dei maestri d'ascia del Metallo Albionico. Una melodia particolarmente ispirata, a tratti anche un po' oscura, che tuttavia diviene più tagliente verso il finale, ruggendo in maniera rugginosa. C'è tempo per un ultimo e lunghissimo acuto di Turbin, dopo l'ultimo refrain, ed è dunque tempo di accommiatarci. Un altro bel brano, anche se forse risulta un po' troppo "freddo" e privo del pathos del quale le prime due track erano invece gravide. Le liriche di "Panic" sembrano riprendere il concetto già espresso in "Metal thrashing Mad", solo spogliandolo della componente "metallara" e ponendo l'esaltazione sotto un'altra luce. E' evidente che il protagonista di questo testo sia agitato ed eccitatissimo, anche se non ci è dato sapere quale sia la fonte di cotanta alterazione. Alcool? Droghe? Non possiamo dirlo con certezza: sta di fatto che il personaggio è assai su di giri e pronto a far follie. E' intenzionato a vivere letteralmente "alla velocità della luce", non facendosi scappare neanche un minuto, neanche un istante. Corre come un matto all'interno della sua auto, fa l'amore in maniera intensa, tosta e veloce; è come se qualcuno lo inseguisse, come se lui dovesse scappare da un pericolo incombente. La sua vita forsennata e priva di riposo non conosce limiti, egli di fatto è un fuggiasco anche se nessuno sembra intenzionato a volerlo agguantare. Che sia una nuova apologia alla vita del Metalhead? Dopo tutto, il "rock n' roll!!" finale fa pensare ad una persona agitata proprio per via di un sentimento il quale dovunque lo porta meno che all'apatia. E la Nostra musica ha esattamente questo potere, il più delle volte. "Panico", dunque, ma un panico provato da chi si ritrova attorno a questo personaggio. Un antieroe chiassoso e rissaiolo, pronto sempre a far danni e sempre in prima linea per divertirsi al massimo. Brandendo una metaforica ascia, correndo a più non posso, ascoltando la sua musica e trovando piacere presso ragazze più che disponibili.

Subjugulator

Arriviamo alla "fu" fine del Lato A di "Fistful of Metal" con l'avvicendarsi della quinta traccia, "Subjugulator", la quale viene aperta da un tempo più cadenzato che serrato, sul quale ben si staglia un riffing generale quasi "turbinoso", dall'andatura ciclonica ed avvolgente. Ritorna quindi un po' più di colore, rispetto alla (quasi) asetticità respirata pocanzi, e vediamo come le chitarre di Spitz ed Ian giochino il solito fondamentale ruolo, nell'economia generale del pezzo. Se la sezione ritmica risulta solidissima e perfetta, i due axemen hanno modo di esprimersi in maniera molto più estrosa e meno "quadrata"; Scott è il solito macigno, pilastro irremovibile, abilissimo nello scandire riff sferraglianti e corposi sul quale il suo compagno può esibirsi in tutta la sua bravura. Il primo solo giunge molto presto, verso il primo minuto, ed al termine del quale notiamo come il pezzo cambi definitivamente faccia: Charlie abbandona le cadenze e comincia ad ingranare la quinta, così come i suoi compagni. Al segnale di Benante, Spitz inizia a correre come un forsennato, esibendosi in un possente Speed Metal Solo. Viene ripresa l'andatura alla "Fast As A Shark", solo che questa volta la band sembra presentare più vigore ed energia, andando addirittura a sfociare in dei momenti che ricordano i primissimi Running Wild, quelli di "Branded and Exiled". Abbiamo un piccolo "rallentamento" verso il minuto 2:30, ma è ben presto Spitz a risuonare la carica generale, ricamando un altro assolone di forgia Thrash Speed, un vero e proprio massacro di note e melodie maledette / ferrose, che si protrae abbastanza a lungo da indurci ad un headbanging / hair guitar forsennato e selvaggio. Al termine dell'assolo si rallenta nuovamente, giusto il tempo per riprendere di lì a poco a correre ed arrivare verso il finale. Gli acuti di Turbin si fanno al solito ben apprezzare (in tutto il brano il nostro è riuscito a dimostrare, ancora una volta, il suo immenso valore) e proprio su di un suo acuto si chiude un momento esaltante e fra i migliori dell'intero lotto. Il testo di "Subjugulator" risulta, nella sua stesura, incredibilmente simile (per concetto base) a quello di "Deathrider". Anche in questo caso i Nostri impersonano una sorta di brigata, una proto-"Hell Patrol" pronta a seminare panico lungo le strade della città. Mediante la propria musica, considerata un prodotto estremo, al quale in pochi riusciranno a sopravvivere. L'ora della caccia scatta a mezzanotte, gli Anthrax si riversano lungo le strade e sono pronti a dispensare piogge di decibel come se piovessero, come se non ci fosse un domani. Abbiamo due possibilità: o scappare con le orecchie tappate, o fermarci ad ascoltare, provando a resistere. La prima opzione è per i vigliacchi, la seconda è per i veri guerrieri. I Nostri combattono brandendo un potere mai visto prima, un'arma nuova: il Metal cosiddetto estremo, tirato e violento. Grezzi e spacconi, i ragazzi non hanno paura di nulla e sono pronti a confrontarsi praticamente con chiunque, senza esclusione di colpi. Essi sono come immersi in un mare di fuoco, un oceano infernale i cui flutti sono destinati ad infrangersi sulle nostre teste. Moriremo bruciati, od impareremo a padroneggiare anche noi tali fiamme? Chi vivrà, come si suol dire, vedrà.

Raise Hell

Arriva quindi il momento di "Raise Hell (Scatenare L'Inferno)", posta letteralmente fra i due lati del "Fistful.." originale;  scritta da Benante, Bello, Ian e Turbin, è un pezzo che ha una linea più Thrash, adatta alle corde vocali di un Belladonna che "spunta fuori" a sorpresa in questa compilation, andando ad interpretare un brano non scritto da lui, originariamente. Oltre ovviamente al cambio di frontman, notiamo qui la sostanziale modifica di marcia della band, a livello ritmico e di "metronomo". Il tutto avviene grazie (ovviamente) alle pelli ben percosse da Benante, autentico mattatore del quintetto. A posteriori, possiamo dire come Charlie abbia sicuramente alimentato la linfa maggiormente estrema del gruppo, facendolo sicuramente virare verso un sound nettamente più cattivo e devastante. Il tutto grazie al suo massiccio uso del doppio pedale, espediente ancora oggi unico nel suo genere ancora oggi, in quanto a tecnica. Parlando più nello specifico del brano, esso parte subito in medias res: si entra con un acuto di Belladonna seguito a ruota dal suo cantato graffiante e deciso, con un ritmo roccioso di sottofondo ed un sound generale granitico e deciso, con dei continui botta e risposta fra le chitarre e la voce. Cori da parte degli altri membri (davvero imponenti), e la chitarra di Spitz può dunque duettare con la batteria, al solito non sbagliando letteralmente un colpo. Il brano è decisamente ben costruito ed aggressivo, nonostante la sua struttura basilare sia alquanto semplice. Si procede nell'ascolto alternando i duetti fra voce e chitarra ai soli della stessa sei corde, nel più puro stile Thrash; senza che neanche ce ne accorgiamo, i quattro minuti del brano passano in un lampo, traghettandoci verso la fine. La conclusione del pezzo fornisce un "saggio" finale della rabbia e dell'energia che questa band poi scatenerà in tutta la sua potenza con album del calibro di "Spreading the Disease", quasi come a dire: "tutto è cambiato, adesso vi facciamo sentire davvero cosa sappiamo fare". Spezzando di fatto il continuum della compilation, fino a questo momento improntata a mostrarci gli Anthrax più giovani e "noncuranti". Belladonna , dal canto suo, sembra comunque far letteralmente la differenza, andando a scalzare definitivamente un ottimo (seppur all'epoca ancora lievemente acerbo Turbin). Grazie alla sua voce così particolare, estesa ed estroversa, la band riuscì infatti a maturare, dando definitivo sfoggio delle proprie e reali potenzialità. Concludendo, un vero pezzo Thrash Metal old school con tutti i crismi, il quale unisce in sé un cocktail esplosivo: riff micidiali, voce perfetta, scambi veloci e tanta violenza sonora, una bella cavalcata di distruzione firmata dai nostri statunitensi. Nel testo si dà vita ad una letterale corsa sfrenata, compiuta da un ipotetico protagonista a bordo del suo bolide fiammante (ricorda in parte le liriche di "Metal Thrashing Mad"), il quale brucia l'asfalto su cui le gomme sfrecciano. La corsa è talmente folle e talmente efferata, che persino lui sta per prendere fuoco assieme al paesaggio attorno a lui, ma questo non lo fa di certo fermare; anzi, lo invoglia ad andare ancora più avanti, scatenando il proverbiale inferno ancor di più che prima. Fra fuoco e fiamme egli si muove, va avanti, sfreccia come un matto sulla strada che porta alla perdizione: a niente servono gli avvertimenti della gente, a lui interessa solo fare più casino possibile e dare vita ad un viaggio mistico e demoniaco senza precedenti, non guardandosi mai indietro. Con lo sguardo solo e sempre proteso il davanti, dimenticando il passato. Ci vuole, come lui stesso dice nelle liriche, una grande energia per scatenare l'inferno, ma ci si può riuscire con grinta e determinazione, se si ha la fibra morale giusta; in quel caso, neanche Lucifero in persona potrà fermarci. Un testo da intendersi anche metaforicamente, un chiaro riferimento ad una ribellione in atto cha dà la voglia di slegarsi da tutto e tutti; lo "scatenare l'inferno" potrebbe quindi essere riferito alla mera volontà di non arrendersi, e di spezzare qualsiasi muro la vita o le stesse persone ci mettano davanti.

Soldiers of Metal

Apertura del "fu" Lato B di "Fistful of Metal" affidata ad un vero e proprio anthem della formazione di New York, ovvero "Soldiers of Metal (I Soldati del Metal)". Brano dalla durata esigua (neanche tre minuti) ma costruito con il preciso scopo di esaltare l'ascoltatore. Subito le note emesse da Scott fungono da mini-countdown, ed è quindi il riff serrato di Spitz ad introdurci un brano perfettamente scandito da un'andatura incalzante e contenuta, forgiato da chitarre aggressive quanto bastano e da un basso preciso e puntuale. E' la voce del camaleontico Turbin a farla letteralmente da padroni: con la sua timbrica ora aggressiva ora acida, il frontman riesce a rendere letteralmente indimenticabile ogni brano che è chiamato ad interpretare, a suon di acuti spacca timpani e versi ruggiti con fare quasi demoniaco. Uno dei migliori cantanti in ambito Speed, poco da fare; non bisogna dunque meravigliarsi del fatto che, nonostante tutti questi anni  e l'insediarsi perentorio di Belladonna, ci sia (..proprio così!) ancora gente che lo rimpianga. Tornando al brano, esso gode dunque di un'andatura mordace e lineare, mai esplosiva. Tuttavia funziona coinvolge a suon di ritornelli convincentissimi ed assoli particolarmente ben eseguiti. A metà brano, Dan fa di nuovo udire la sua voce andando a ripescare nuovamente a piene mani dal mondo Heavy, lanciandosi in un assolo che si protrae abbastanza a lungo e lascia dunque spazio ad una ripresa degli stilemi iniziali, ben introdotti da un acuto di Turbin. Il brano non presenta variazioni di sorta ed è così destinato ad infrangersi verso un finale ben rappresentato da un cantato abrasivo ed acidissimo del frontman. "Svisata" finale del duo chitarristico e possiamo dunque accommiatarci. Altro bel brano, altro bel centro da parte degli Anthrax. Non dimostrando certo una gran varietà tematica, il gruppo ci propone l'ennesimo testo / metafora nel quale si trasforma in un commando di guerrieri pronti a combattere per la causa metallica. Nulla di nuovo da aggiungersi, su questo fronte. Come già accaduto in "Deathrider" e "Subjugulator", gli Anthrax dichiarano ancora una volta guerra al mondo, appostandosi nelle trincee e sparando raffiche di mitra, cercando di stendere ogni tipo di nemico. Chiunque non ami il Metal è dunque pronto a perire sotto i proiettili letali, esplosivi, lanciati dalle chitarre di questi cinque folli newyorkesi. Essi combattono per la loro vita, per il loro diritto di esistere e di suonare la loro musica che amano. Impedirglielo significherà sfidarli, sfidarli significherà andare incontro ad una rovinosa sconfitta. Sono loro a dominare, ora e per sempre: non c'è modo di vincerli, non c'è modo di domarli.. gli Anthrax sono i re della Notte. Accoltelleranno le nostre schiene con ritmiche devastanti e serrate, crivelleranno i nostri colpi con note taglienti e velocissime.. nessuno si salverà, nessuno potrà scappare. L'unica cosa che ci resta da fare è dunque divenire loro alleati, unendoci alla baldoria generale, godendoci il loro scalcinato e possente Speed Metal.

Death From Above

Proseguiamo a tutta birra con "Death From Above (La Morte dall'Alto)", la quale viene introdotta da un assolo di Spitz, ben sorretto dal collega Ian. L'andatura non è forsennata ed il gruppo sembra in questo senso prediligere stilemi Heavy. Anche Turbin sembra riprendere un modus operandi più vicino ad un Marc Storace, ed abbiamo così un bel tripudio di Hard n' Heavy costruito attorno ad un ritornello assai trascinante ed, a suo modo, orecchiabile. Il riffing generale è ora serrato ora ben più arioso, mentre i tempi di batteria non sono poi così fantasiosi, assestandosi comunque su di una più che rispettabile concretezza. Charlie può scalpitare di quando in quando, in un contesto che richiama U.S. Epic (a tratti) e la naturale pesantezza che ha sin da subito contraddistinto i nostri. Bell'assolo di Dan al minuto 1:32, il quale si protrae abbastanza a lungo per poi sfociare in una parentesi strumentale che, a chiare "note" (più che lettere) sembra effettivamente rendere omaggio al modus operandi di band quali Manilla Road od anche Omen. Di lì a poco, Turbin riprende a cantare, sfoderando un'ugola squillante e chiara, la quale dà letteralmente il meglio di sé in fase di refrain. Momento, questo, particolarmente ben interpretato da tutto l'ensemble. Senza troppi indugi veniamo quindi catapultati in un nuovo assolo, reso indimenticabile da alcuni disumani acuti di un Neil sempre più sul pezzo e volenteroso di stupire. Ultimo refrain ripetuto a volontà, in modo tale da esaltarci, che dunque conclude un brano che ha avuto il compito di svelarci degli Anthrax più epici che forsennati o selvaggi. Bene così. Per quanto riguarda l'aspetto lirico, i Nostri sembrano questa volta spostarsi verso una tematica definibile come "bellica", in quanto nelle (esigue) lyrics vengono narrate le gesta di un pilota di caccia. Non in maniera approfondita, in guisa di Iron Maiden (leggasi "Aces High"), tuttavia la descrizione è perfettamente calzante con l'idea di violenza che su vuol suscitare. Durante una guerra, non a caso, le truppe più temute sono proprio quelle aeree: è difficilissimo combattere contro un nemico volante, tanto più se i mezzi dei nostri antagonisti sono gravidi di bombe ed armamenti ansiosi d'esser rilasciati sulle nostre abitazioni. Il pilota protagonista, poi, sembra essere un folle sanguinario. Egli dispensa "morte dall'alto", e non gli interessa quali siano i suoi bersagli. Bombarda tutto ciò che trova, indistintamente, facendo piazza pulita di interi villaggi e città. Siamo il suo bersaglio, succubi totali della sua volontà di uccidere e sterminare. Cerchiamo di scappare, di salvarci, tuttavia ogni nostro sforzo viene vanificato dal fatto di essere (praticamente) sempre nel mirino. Le bombe possono facilmente distruggere ogni nostro riparo, facendoci fare la fine dei topi in gabbia, intrappolati sotto tonnellate di macerie. L'unica cosa alla quale possiamo appigliarci è dunque la fortuna: pregare di non essere noi i Nostri, finché il folle aviatore avrà carburante a sufficienza per continuare la sua folle marcia di conquista.

Anthrax

Un'andatura ed un dipanarsi "militaresco" aprono la traccia più auto celebrativa mai composta dai Nostri, intitolata per l'appunto "Anthrax (Antrace)". L'atmosfera è roboante, quasi imperiale, un incedere baldanzoso e ben cadenzato, quasi tronfio nel suo essere. Splendido il lavoro svolto dalla coppia Lilker / Benante, mentre Scott è impegnato a sfoderare un riff che sia quanto di più roccioso e concreto ci possa essere. Dan si diverte a far "tremolare" le note da lui emesse, ma non passa molto tempo che dalla baldanza ci si trasferisca su lidi più veloci e lineari. Il brano impenna dopo una manciata di secondi e va dunque a "colorarsi" di Heavy, donando al contesto un'aura quasi "tradizionalista", dal sapore classico. Il sound è pesante ma l'intento è dichiaratamente classicista, ed anche la voce di Turbin continua a sforzarsi di essere più ancorata al passato recente che di mostrare estro e camaleonticità. Non mancano comunque gli acuti che tanto amiamo, men che meno gli assoloni di Dan, uno dei quali ci viene presentato esattamente a metà brano. L'andatura per nulla forsennata ma comunque decisa valorizza il lavoro del bravo solista, sempre più maestro Heavy, e meravigliosamente supportato non solo da Scott ma anche dal basso di Dan. Particolare parentesi strumentale dopo il momento solista ed abbiamo una ripresa dei toni "marciatori" e baldanzosi della prima parte di brano. Sembra proprio che quel frangente venga ripreso in tutto e per tutto, perfettamente replicato, sino ad un'accelerata che di fatto riprende invece il frangente strumentale presentatosi subito dopo l'assolo di Spitz. Si chiude così un altro brano molto breve, ma di sicuro impatto. Si ritorna ai "soliti" temi dopo la particolare variazione del pezzo precedente, ed incappiamo nuovamente in un testo auto celebrativo che pochissimo aggiunge a quanto abbiamo già detto durante le descrizioni dei vari "Deathrider" e "Subjugulator", aggiungendo le tematiche "esaltanti" di "Panic" e "Metal Thrashing Mad". Per l'ennesima volta, i Nostri si dichiarano parte di una elite guerriera e giurano dunque vendetta al mondo intero, reo di non comprenderli e di volerli per forza mettere sotto. Eccitati e mossi dal fuoco che arde nelle loro vene, essi respirano fiamme e vapore, come dei veri e propri mostri d'acciaio. Dei "Painkillers" ante litteram, in quanto nuovamente si riversano per le strade con il chiaro intento di mettere a ferro e fuoco la loro intera scena. Loro sono gli Anthrax e sono qui per prenderci a calci, qualora decidessimo di sbarrar loro la strada. Essi brandiscono il potere supremo, talmente elevato da farli faticare nel padroneggiarlo, riducendoli quasi in ginocchio. Giovani privi di freni inibitori e con una vita da vivere, ragazzi liberi da ogni preconcetto, animati dalla mera volontà di divertirsi e far casino in compagnia. Questi sono i Nostri, e diamine se (comunque vada) non ci stanchiamo di leggere certe liriche. Che possono effettivamente sembrare ripetitive, ma vanno anche contestualizzate. Cosa si poteva pretendere, da un gruppo appena formato ed intento a cavalcare l'onda dell'eccitazione generale? Non certo delle liriche impegnate o chissà cosa.

Across the River

Troviamo anche in questa compilation la strumentale "Across the River (Lungo il Fiume)", la quale ha (nella sua brevità) il compito di riportare in auge la furia assassina mostrata dai Nostri soprattutto nella prima parte del disco. E' il rullante di Charlie a dettare legge, scandendo un tempo forsennato sul quale la coppia d'asce può dunque spalmare un riffing serratissimo e d'assalto, ben accolto anche da un Dan Lilker che nel frattempo si diverte a martoriare il suo basso, per rendere il lavoro dei suoi compari ancor più roboante e maestoso. Anche Spitz recupera le sue velleità Speed, correndo a più non posso in un bell'assolo destinato a sfociare in una parentesi assai singolare. Benante inizia a picchiare il suo rullante quasi si trovasse ad un'adunata militare, mentre udiamo un suono di chitarra che sembra quasi "scadere" nel neoclassical, tanto sembra "ispirato" e "classicheggiante"; a modo suo, si intende. Parentesi destinata comunque a rimanere tale, in quanto viene ripreso lo stilema originale e la coppia d'asce torna ad esibirsi al massimo del proprio splendore. Ottima prova, della durata di neanche due minuti, ma sicuramente capace di farsi ricordare.

Howling Furies

Ultima posizione in "Fistful of Metal", penultima posizione in "Fistful of Anthrax"; stiamo parlando di "Howling Furies (Furie Urlanti)", un brano che compendia in sé tutte le peculiarità Heavy Metal sino ad ora mostrate, da parte di una band che ha si accelerato l'originale proposta ma ha comunque mantenuto fede a determinati dettami, ipse dixit imprescindibili. Si comincia con un riff possente e minaccioso, ben scandito da una coppia d'asce che sa ben creare suspance. L'andatura non è aggressiva ma perfettamente sostenuta, incalzante, particolarmente coinvolgente. Il brano tutto si fregia dunque di quest'apparenza Heavy Metal, quella tipica delle band degli anni d'oro.. solamente, il tutto risulta "troppo" massiccio e pesante per potersi definite SOLO Heavy. Si sente che qualcosa in più aleggia nell'aria, che una rivoluzione sarebbe ben presto palesatasi per annunciare il nuovo che avanzava. Prepotente e feroce, come questi riff che stiamo udendo. Al primo minuto abbiamo il primo assolo, ben stagliato sui tempi medio-veloci e di chiara forgia "Classic Metal", un solo destinato sicuramente a farsi notare per l'incredibile gusto della melodia che Spitz risulta mostrare, in questo caso. Addirittura, nella sua seconda parte, esso sembra quasi richiamare melodie nipponiche, prima di infrangersi verso la ripresa di una strofa ben interpretata da un Turbin il quale non vuole strafare in quanto ad acuti e ben si fa sorreggere, in un paio di occasioni, dai cori eseguiti precisamente e perfettamente dai suoi compagni. Lunga parentesi strumentale a seguito e ripresa del tema principale, Neil ci presenta un'altra strofa, ben seguita da un bell'acuto e da un inasprimento generale dei tempi, dovuti ad un'improvvisa accelerazione di Benante. La quale, comunque, non annuncia nulla di nuovo, ma anzi ci conduce al finale, sfumando. Nelle liriche di questo brano troviamo sorprendentemente una variazione interessante: un testo costruito su elementi "ansiogeni" o comunque orrorifici, narranti di un luogo maledetto infestato da lupi (o meglio, mostri) ululanti e digrignanti, in attesa di consumare il loro prossimo pasto. E' nientemeno che un riferimento a Dante Alighieri, a darci il benvenuto: "lasciate ogni speranza, o voi che entrate", i versi scritti sulle porte dell'inferno, letti a Dante dalla sua guida Virgilio, una volta che i due s'apprestarono ad entrare nel regno della dannazione eterna. Cotanto orrore è dunque giustificato dalla presentazione di una vera e propria "selva oscura", presentata in tutto il suo tetro apparire. Buio perenne ed ululati minacciosi, persi nella nebbia. Non possiamo scorgere da dove essi provengano, vista la totale assenza di luce. Udiamo movimenti sottili, strepiti di foglie e rami secchi, sentiamo atroci respiri sul nostro collo.. ma quando percepiremo il dolore procuratoci da zanne acuminate sulla nostra gola, sarà troppo tardi. Avremo appena fornito, in quello specifico caso, un pasto completo alle furie della notte, le quali potranno dirsi soddisfatte e dunque ritirarsi verso le loro tane, in attesa che la notte cali nuovamente e qualche altro sventurato decida di sconfinare nel loro territorio. Un testo che finalmente ci propone qualcosa di nuovo ed interessante, con tanto di citazioni colte (anzi, coltissime). Una graditissima sorpresa, non serve neanche dirlo.

Panic

Chiude quindi la compilation una versione "live" di "Panic": live fra virgolette, in quanto la registrazione è stata fatta in studio, mentre le grida ed i cori del pubblico sono stati inseriti in seconda sede, cercando di dare l'idea di un concerto (un po' come fatto dai Metallica nei singoli "Whiplash" e "Jump in the Fire", per intenderci). Si cerca in realtà (più semplicemente..) di accattivare il pubblico con brani vecchi, ma con il frontman "nuovo" chiamato ad esibirsi, di modo da rendere meno traumatico il distacco con la voce precedente. Il perché dell'operazione è dunque presto spiegato, sostanzialmente nulla cambia se non l'apporto vocale di Belladonna. Troviamo quindi un classico brano Heavy le cui meccaniche vengono rese più dure e veloci dalla sostanziale pesantezza dei Nostri. "Sparita" la voce di Turbin, ma Joey non ce la fa affatto rimpiangere, ri-dipingendo il brano con il suo estro e la sua dose di acuti squillanti e roboanti. Una miscela che di fatto rende questo pezzo una vera "riscoperta". Non che l'originale fosse da meno, ma grazie al nuovo vocalist la band sembra trovarsi molto di più a suo agio, potendo mostrare una varietà vocale interessante e coinvolgente. Non abbiamo infatti un frontman che "coverizza" le grandi star del Metal, proprio perché questa fu sostanzialmente l'unica pecca di Turbin. Bravissimo, ma forse non troppo personale. Di contro, grazie a Belladonna, troviamo adesso un cantante che esegue a modo suo e mettendoci grinta, estro, creatività e personalità; rendendo il tutto particolare e facilmente riconoscibile.

Conclusioni

Giunti dunque alla fine del tutto, risulta abbastanza difficile dare una valutazione complessiva che renda giustizia alle due anime di questa compilation. Un voto che compendi perfettamente intenzioni e qualità della musica. Pro e Contro che collidono come martelli su di un incudine.. ma procediamo per gradi. Partiamo dai pro: cosa si può dire, parlando di brani del genere? Possiamo solamente alzare le mani, arrendendoci per "manifesta superiorità" dell' "avversario". Parlando a posteriori, per quanto gli album immediatamente successivi di "Fistful.." (sino a "Persistence of Time" i cosiddetti "intoccabili") si siano rivelati magnifici, è sempre un piacere potersi avvicendare agli inizi di una band che già nel 1984 dimostrava di essere più e più spanne sopra a tante altre realtà ad essa coetanee. "Fistful of Metal" è la rabbia, la velocità, la potenza dell'Heavy Metal il quale era lì e lì per tramutarsi in quello che sarebbe stato il suo gemello cattivo: il Thrash. Uno splendido talento grezzo e spigoloso, che mostra fiero i suoi piccoli difetti e colpisce proprio perché intriso di rabbia giovanile. Disse qualcuno: se ad un giovane togli la rabbia e la fame, cosa gli rimane? Nulla. Proprio per questo, i giovanissimi Lilker, Ian, Spitz, Benante e Turbin dimostrano tutto il loro valore di giovani leoni. Un combo incredibile, dispersosi dopo appena un album in favore di una formazione che debutterà invece nell'EP da cu sono tratte "Raise Hell" e "Panic -live-". Una formazione che di fatto ci mostrò degli Anthrax parimenti forti ma sicuramente più maturi. Con l'entrata di Belladonna si ebbe quel tocco di originalità definitivo che di fatto qualificò il gruppo come particolare, estroverso. Una line-up la quale, partendo da un EP, sfociò sino al capolavoro "Among the Living". Musicalmente, dunque, non possiamo dire proprio nulla. Il voto massimo sarebbe stato opportuno se la compilation avesse però mostrato una linearità di intenti. O meglio, un'idea precisa. Quel che la "Megaforce.." si è limitata a fare è stato francamente sempliciotto ed anche privo di logica; presentare un album di debutto piazzando nella metà ed alla fine due tracce suonate dal gruppo quando esso aveva già cambiato bassista e frontman. Un inserimento che di fatto distrugge il continuum storico degli Anthrax e rischia quasi di confondere gli ascoltatori più impreparati. Ristampare l'esordio con l'EP a seguito sarebbe stato senza dubbio meglio. Magari estendendo la vendita del prodotto a TUTTE le realtà, non solo a quella Giapponese. Quel che ci troviamo fra le mani, dunque, è quanto meno indecifrabile. Una ristampa di "Fistful of Metal" con bonus tracks? No, visto che la tracklist inserisce ogni canzone come facente parte della tracklist canonica. Una compilation definibile come tale? Nemmeno, visto che sono presenti tutte le tracce di un solo disco, più due pescate da un EP ad esso successivo. Il risultato non è altro che "Fistful of Metal" con due aggiunte di "Armed and Dangerous". A questo punto, si sarebbe potuto inserire TUTTO il secondo lavoro, non solo la (quasi) metà. Neanche a dire che "Fistful of Anthrax" possa avere chissà che valore documentario: fosse stata una compilation col compito di tramandare ai posteri materiale INTROVABILE, sarebbe stato sicuramente opportuno realizzarla. Eppure, gli album che la precedono sono tutt'oggi trovabilissimi. Così come allora. Considerati tutti questi fattori, mi sentirei di consigliare l'opera qui recensita agli autentici cultori della band. Per tutti gli altri, vale semplicemente la pena procurarsi i lavori originali ed ascoltare quelli.

1) Deathrider
2) Metal Thrashing Mad
3) I'm Eighteen
4) Panic
5) Subjugulator
6) Raise Hell
7) Soldiers of Metal
8) Death From Above
9) Anthrax
10) Across the River
11) Howling Furies
12) Panic
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