Anthrax

Among the Living

1987 - Island Records

A CURA DI
LORENZO MORTAI
03/03/2014
TEMPO DI LETTURA:
10

Recensione

Avete presente  quei momenti con gli amici, quando vi ritrovate a parlare di musica, e ci sono quei dischi che puntualmente spuntano sempre fuori, magari perché i preferiti di molti? Bene, scordatevi di tutto questo, o meglio, soppiantate la frase “dischi preferiti da molti” con “dischi che hanno fatto la storia”, perché è di questo che tratterà la recensione, una produzione che ha cambiato il volto sia del gruppo che l’ha prodotta, sia del mondo che ha teso l’orecchio ad ascoltarla. Tuttavia, è bene iniziare con ordine e fare una piccola digressione storica: siamo nel 1986, e il mondo musicale (con particolare accezione per il Metal, ed ancora più in profondità per quello del Thrash), ha uno dei suoi momenti più bui e tetri; Cliff Burton, storico bassista dei Metallica, scompare in un tremendo incidente stradale in Svezia, mentre la band stava viaggiando per il tour del loro terzo disco, Master Of Puppets. Gli artisti che ruotavano attorno ai Metallica, come accade spesso, resero omaggio in vari modi alla scomparsa di un collega ed un grande amico (oltre che di un grande contribuente alla loro stessa causa), e fra i molti tributi che il defunto artista ebbe, spicca un nome, nome che negli anni seguenti è diventato simbolo di tecnica senza compromessi e potenza, Among The Living. Già, forse molti di voi non lo sapevano, ma l’intero disco degli Anthrax (che, come sempre è bene precisare, assieme a Metallica, Megadeth e Slayer occupa il dorato posto nei cosiddetti “Big 4” del Thrash Metal) uscito l’anno seguente alla dipartita di Cliff,  è dedicato a lui, un silente ma roccioso omaggio ad un artista coi fiocchi scomparso troppo prematuramente; tuttavia, anche se ci piacerebbe continuare a parlare di Burton, lo scopo di oggi è sviscerare con cura un lavoro che ha cambiato il corso degli eventi, che ha saggiamente insegnato al mondo cosa sia il Thrash Metal, e che ancora oggi viene accreditato come uno dei dischi migliori mai usciti dalla mente di Belladonna e soci. L’intera produzione è un traboccante calice colmo di rimandi e citazioni (alcune delle quali molto ficcanti ed acute, a dimostrazione ulteriore che il Metal non può parlare solo di sesso, violenza e guerra), ad partire dalla copertina, il cui soggetto centrale è occupato dal reverendo Henry Kane, oscuro e maligno antagonista della serie di film sui “fantasmi urlanti” Poltergeist, epopea di film Horror che negli anni sono diventati un vero e proprio culto. Con questa già pesante introduzione, andiamo a vedere cosa ci riservano i nostri thrashers all’antrace una volta messo il disco sul piatto. 



Il pattern si apre subito con la title track, "Among the Living" ovviamente, in cui la battagliera chitarra di Dan Spitz funge da tramite fra noi ed un vero e proprio inferno musicale, in cui veniamo brutalmente malmenati sotto i colpi di un riff tanto sincopato quanto possente; tutto l’andante così ritmico viene bruscamente stoppato dopo il primo minuto di ascolto, quando Spitz e il batterista Charlie Benante mettono la quinta marcia e portano la velocità ben oltre i limiti di guardia. In mezzo a tutto questo è ovviamente presente con la sua carica di energia la poliedrica voce di Joey Belladonna (che, nonostante i suoi continui “entra ed esci” dalla band, rimane a tutt’oggi la miglior voce che gli Anthrax abbiano mai avuto). La cattiveria impregnata di tecnica che Belladonna riesce a sviluppare è a tratti impressionante, con quel piglio così graffiato e al tempo stesso ricolmo di acuti e parti più lineari. Lo scenario che si para di fronte ai nostri occhi in questi primi minuti di ascolto, è letteralmente da post-apocalisse, ed ho detto così non a caso; difatti, l’intero pezzo è un cattivo e veloce tributo ad uno dei geni letterari contemporanei, colui che riesce a scrivere parole che traboccano sangue (ed a cui lo stesso John Carpenter si ispirò per il suo scrittore antagonista de “Il Seme della Follia” Sutter Cane), soprattutto colui che è riuscito a creare personaggi ed intrecci memorabili ancora oggi; il re del brivido Stephen King. In particolare, Among the Living è dedicata ad una delle opere più famose di King, "L’ombra dello Scorpione" del 1978, un racconto che, ad oggi, risulta essere lungimirante in molti casi. Lo scenario è semplice; un’arma batteriologica liberata nell’aria ha decimato quasi per intero la popolazione dell’America Settentrionale, ed i pochi sopravvissuti cercano di rimettere insieme i brandelli delle loro vite. Gli Anthrax riprendono quella che è la prima parte del libro, e la trasformano in musica; sentiamo parole come “omicidio”, “sangue”, “morte”, il tutto ovviamente riferito allo sterminio che deriva dall’arma di distruzione di massa, che nel libro (e anche nella canzone) viene chiamata "Capitano Trips" (esso altro non è che una mutazione artificiale del virus dell’influenza, portato all’estremo per sintomi e ceppo virale). Il piglio della canzone è ottimizzato ovviamente in funzione del testo ed è per questo che troviamo accelerazioni brusche e repentine, unite a quell’intro così lento quasi da marcia militare; sembra che di fronte ai nostri occhi (specialmente per chi ha letto il libro) si parino davanti i due momenti distinti della canzone, il primo, più lento, è la classica “quiete prima della tempesta”, cioè i primi momenti dopo lo spargimento del virus, mentre il secondo, più forte e risoluto, è l’esplosione dell’epidemia, e la distruzione colossale che ne consegue. Senza un attimo di respiro passiamo al duello successivo, e qui è bene aprire il quaderno e prendere appunti, perché stiamo per intraprendere una lezione di storia e di stile: "Caught in a Mosh" è lì, incastonata alla seconda posizione, un brano che ha segnato la generazione che ha avuto il piacere di ascoltarlo, che ad oggi è diventato un vero e proprio inno tanto per il gruppo stesso, quanto per tutti i fan del Thrash Metal degni di chiamarsi tali. La canzone in realtà, oltre che essere il famoso “Inno al Pogo” che tutti conosciamo, è una forte denuncia a tutte quelle persone che pretendono di rinchiuderci in gabbia, che hanno la malsana idea di chiuderci le porte in faccia, e che pensano sia ottimale far di noi esseri deboli ed inermi, così da poterci controllare meglio. La risposta di Spitz e gli altri è un violento vortice di distruzione in cui risucchiare e colpire senza pietà queste persone e le loro idee folli, un vero e proprio uragano di “Mosh” (pogo per noi abitanti dello stivale) in cui i nostri nemici non avranno via d’uscita. Probabilmente questo è uno dei brani più veloci ed intricati dell’intero disco: ha la classica struttura da brano Thrash Metal, con un riff iniziale ripetuto, seguito da un cantato dai ritmi Hardcore, ed un eclettico riff sulla parte finale, a coronare l’intero pezzo; qui, come accennato per il canto poco fa, gli Anthrax si spostano verso quegli stili che sono tipici dell’Hardcore americano (in particolare di scuola Newyorkese), un tipo di musica , seppur rissosa per le sue radici Punk, molto sopraffina per quanto riguarda l’ingegneria delle tracce, senza ovviamente dimenticare una sana cattiveria di fondo. Forse alcuni di voi (come il sottoscritto) sono fan del cinema, ed in quanto nato nel 1990, non posso certamente non essere un fan dei film “spara,uccidi,fai esplodere”, che dalla fine degli anni 80, e per tutti gli anni 90, hanno dominato le menti di noi giovani. Fra gli attori di questo filone uno dei più celebri è senza dubbio Sylvester Stallone, colui che ci ha deliziato con la storia melanconica/eroica di Rocky, con il rapporto fra insanità mentale derivante dalla guerra e rapporto col mondo reale di Rambo e così via. Una delle produzioni forse più “tamarre” nel vero senso della parola (inteso come esagerazione ad ogni costo) del nostro Sly preferito, uscì nelle sale nel 1995, e portava il nome di “DREDD, la legge sono io”. In questa produzione Holliwodyana, Stallone interpretava un poliziotto/giudice di strada, in un ipotetico futuro, intento a far rispettare la legge non a colpi di arringa, ma a proiettili di pistola. Tralasciando questi excursus muscolosi, quello che forse non tutti sanno, è che il personaggio del giudice Dredd è tratto da un famoso fumetto  che negli anni 80 usciva all’interno di una rivista britannica chiamata “2000 A.D”. I nostri Anthrax leggevano quella rivista, ed il possente giudice di strada era uno dei loro personaggi preferiti, con la sua carica di sarcasmo sanguinario e metodi molto sbrigativi; al momento della stesura dei pezzi per Among the Living, decisero che uno degli slot dovesse essere occupato da un brano- omaggio a colui che aveva accompagnato gli anni della loro maturità, facendogli sognare di indossare casco e tuta, tenendo un “Legislatore” (arma per eccellenza dei giudici di strada) in mano; fu così che, al terzo posto della produzione, venne inserita "I Am the Law". Neanche il titolo stesso è stato scelto a caso; infatti “I am the law” ("la legge sono io" nelle traduzioni nostrane) è la frase più famosa pronunciata dal giudice Dredd, uno dei suoi epiteti più conosciuti: la traccia in sé sembra avere veri e propri muscoli scolpiti addosso, è massiccia e pesante come un pugno in pieno volto, veloce e trascinante come una supercar da competizione, e martellante come lo strumento di un fabbro rabbioso e nerboruto. Stesso discorso per il testo, che non è altresì che l’esemplificazione di ciò che Dredd sia e rappresenti per la città in cui egli vive, "Mega City": egli è l’unica legge sulle strade, l’unico modo in cui la gente possa continuare a sopravvivere, e soprattutto l’unico a cui fare affidamento, perché senza di lui, regnerebbe il caos. Doveroso contributo per questa traccia va riconosciuto anche a Dan Lilker, ex bassista della formazione che era stato cacciato un anno prima della pubblicazione di Among the Living, e che andò poi a formare la sua band personale, i Nuclear Assault. Come era accaduto prima per Caught in a Mosh, gli Anthrax decidono di dedicare un ulteriore brano a quella che è la “metà oscura” del Thrash Metal, ovvero l’Hardcore Punk, e lo fanno con un brano dal nome assai complicato da pronunciare, che sembrerebbe quasi risalire alla scuola teutonica, "Efilnikufesin (N.F.L.)". In realtà, il nome apparentemente così complesso, non è altri che un cinico e umoristico gioco di parole adoperato dalla formazione stessa; infatti, se viene letta al contrario, la parola Efilnikufesin diventa semplicemente “Nice Fuckin’ Life” ("bella vita di merda", letteralmente). Il brano infatti parla proprio di questo: il protagonista della canzone è un uomo che ha scoperto il successo e la fama già da giovane (sui banchi di scuola come ci precisano ), un successo che lo ha portato subito fra le alte sfere del mondo, e che lo ha fatto diventare qualcuno. Come accade spesso in questi casi però, troppo successo può farti letteralmente ubriacare, ed è proprio quello che è successo al nostro uomo; egli non ha saputo sfruttare appieno la propria influenza sul mondo, ma ha preferito usare la sua fama per eccedere in ogni occasione, non accorgendosi che stava morendo internamente. Ed alla fine, il protagonista rimane solo, solo con i suoi rimpianti e i ricordi maledetti di quando era all’apice, il ricordo di una vita sprecata con l’illusione di vivere sempre al massimo, una vita che finisce, come ci ricordano anche loro, come quella di qualunque altro essere umano, in un “letto di compensato lontano tre metri dalla vita”. Come ricordato all’inizio della descrizione, il brano in questione è un omaggio alla musica Hardcore Punk; essa si differenzia dal Metal non solo per la meno elaborazione delle melodie sostituite da un ritmo pressante e claustrofobico (anche se comunque sono presenti riff strutturati e ritmi pensati), ma soprattutto per il contenuto dei testi, che spesso e volentieri sono solo una cinica e misantropica critica al mondo sotto diversi aspetti, una visione di ciò che abbiamo intorno vista con gli occhi di chi il mondo stesso lo vede dal gradino più basso (è stata infatti la vena Hardcore a dare al Thrash Metal quel piglio così impregnato di dissacrazione e humor nero). Finita la parentesi prettamente Hardcore, gli Anhtrax decidono che è il momento di tornare a ciò che sanno fare meglio, un sano e strutturalmente deciso Thrash Metal, e lo fanno fornendoci una ulteriore citazione proveniente da Stephen King. "Skeleton in a Closet" infatti è stata ispirata (titolo compreso), da un racconto di King contenuto all’interno del libro “Stagioni Diverse”, pubblicato nel 1982; il racconto si intitola “Un Ragazzo Sveglio”, e narra la particolare storia di Todd Bowden, un tredicenne qualunque con ottimi voti a scuola che un giorno, frugando con un amico nel suo garage alla ricerca di fumetti, trova invece alcune riviste riguardanti la seconda guerra mondiale ed il Nazismo. Da quel momento in poi il ragazzo sviluppa una vera e propria ossessione per questo periodo storico, arrivando a leggere ogni singolo libro pubblicato sull’argomento, con particolare interesse per la storia dei Lager nazisti. La svolta avviene quando scopre che, nella sua stessa città, vive un ex generale nazista (a capo di un immaginario campo di sterminio) , rifugiatosi in America sotto falso nome per sfuggire a chi gli sta dando la caccia; il ragazzo lo riconosce sull’autobus, si reca a casa sua, lo chiama col suo vero nome, e da qui il racconto prende la via del delirio psicopatico tipico dei personaggi di King: il ragazzo schiavizzerà letteralmente l’ex S.S (con la minaccia di rivelare chi è), obbligandolo a raccontargli ogni singolo dettaglio della vita in un campo di prigionia, costringendolo a vestirsi da gerarca nazista, fino a diventare egli stesso così ossessionato da tutto ciò che circonda questa orribile pagina di storia, dal voler diventare anche lui come il vecchio che ha soggiogato; i risvolti (ed il finale) del racconto sono abbastanza prevedibili e macabri come il caro vecchio Stephen ci ha abituato in tutti questi anni. Per quanto riguarda la canzone che gli Anthrax hanno dedicato a questo racconto, è facile intuire come il titolo in primis sia un riferimento al segreto del vecchio generale, così come il resto della canzone è un continuo rimando alle parole che il tredicenne pronuncia di fronte al vecchio, chiedendogli di raccontargli storie su storie di ciò che i suoi occhi hanno visto. Per dare la giusta carica emotiva al testo, la musica si fa molto accelerata e ti lascia quasi senza fiato, con una batteria delicatamente deflorata da Charlie, le due chitarre di Spitz e Scott Ian (oltre ai loro cori), fanno da contrasto occupando il posto della “tecnica”; il tutto viene orchestrato da Belladonna, che qui alza il tiro della sua voce fino all’estremo, permettendoci di vivere allo stesso momento sia la follia che pian piano prende piede nella mente del ragazzo, quanto la disperazione e la vergogna del vecchio nel ricordare cosa le sue mani sono state capaci di fare, e cosa i suoi occhi hanno visto in tutto quel dolore. Dopo averci  fatto vedere quanto la mente umana sia corruttibile e malleabile, gli Anthrax decidono di darci un’altra lezione di storia, e di farci quasi scendere una lacrima sul viso, raccontandoci la brutale sorte degli Indiani d’America, ovviamente con "Indians". Il pezzo è una specie di fusione fra gli ultimi due che abbiamo sentito; troviamo infatti tanti rimandi all’Hardcore Punk più pesante, quanti ne troviamo che ci ricollegano al Metal più eclettico, un equilibrio in cui i thrashers sanno destreggiarsi a dovere. La canzone, ovviamente, ci racconta della reclusione operata dall’uomo bianco ad opera dei nativi americani, ora costretti a vivere all’interno delle riserve, senza poter circolare liberamente su quella che, a tutti gli effetti, era la loro terra. Sentiamo quindi il tiro del cantato farsi più sofferente e lamentoso, ad ulteriore testimonianza del senso storico che alberga nella mente degli Anthrax; la denuncia del brano è molto forte, si accusano gli americani di aver sottratto un popolo alla propria libertà senza troppe condizioni, di aver schiavizzato un’intera razza senza dar loro la possibilità di condividere assieme quello che poteva essere di tutti, ed in tutto questo gli Anthrax ci invitano a non dimenticare, non dimenticare mai quello che è successo, e a fare in modo che una cosa simile non accada mai più. Proseguendo con ordine, troviamo un brano tipico della scuola Thrash, tanto per la musica che per gli argomenti trattati: "One World" ci da un monito da rispettare: noi, comuni mortali ed abitanti della terra, abbiamo un unico mondo in cui vivere, un unico mondo che se non proteggeremo e tratteremo a dovere, si esaurirà prima del tempo stabilito, lasciando noi con un pugno di mosche. Il senso quasi “ecologico” e di critica feroce verso la società consumistica moderna, è un tratto distintivo dei brani Thrash Metal (pensate agli stessi Nuclear Assault, che nel 1989 pubblicarono il loro terzo disco intitolato “Handle With Care”, riferito ovviamente alla Terra), tratto che viene affrontato con la solita dose di dissacrazione e cinismo, per far sì che il concetto sia breve, ma diretto e penetrante fin da subito. La struttura di base è fra le più classiche possibile, la batteria accelera e decelera continuamente, senza però permetterci il lusso di fermarci un attimo, anche perché se non ci pensa la batteria a prenderci a schiaffi, ci pensano chitarra e voce, che senza troppo ritegno scuotono le fondamenta stesse dei nostri timpani a suon di riff rocciosi ed acuti degni di una sirena d’allarme.

Per farci avviare non certamente indenni da lividi verso la fine di questo capolavoro, gli Anthrax ci dedicano la traccia più lunga dell’intero disco, quasi a monito di un’avventura vissuta in contemporanea con loro: "A.D.I/Horror of It All" è un trascinante sunto di tutto ciò che è stato detto e ripetuto per le sette tracce precedenti, al suo interno troviamo quasi ogni singolo tassello che è stato posto fino a questo momento. Quell’intro apparentemente così tranquillo ci farebbe pensare ad una ballad lenta e trascinante, ed invece il brano letteralmente esplode nelle nostre teste, colpendoci il cranio con un tiro violento e che si sente molto bene; non poteva non mancare in una traccia come questa, un testo che fosse al tempo stesso tanto significativo quanto tagliente, ed ecco infatti che i nostri statunitensi ci trascinano in una lunga ed agonizzante riflessione su quanto sia orribile perdere qualcuno, o assistere alla dipartita di una persona cara, e gli Anthrax si chiedono chi si arroga questo diritto così importante ed orribile al tempo stesso, chi si assume la responsabilità di decidere quando una persona deve lasciare questo mondo?  Riflettendo su ciò, come loro stessi affermano, la loro tristezza ed il loro dolore diventano rabbia cieca e furiosa (e questo si evince anche dagli stacchi nettamente più aggressivi quando viene cantato il ritornello), rabbia contro le decisioni verso cui loro rimangono (come noi) impotenti ed impassibili, senza però accettare la conseguenza di tutto ciò, ma preparandosi piuttosto ad affrontare con rabbia e violenza tutto ciò che sta accadendo.  La musica che segue il testo non può che essere perfettamente in linea con lo spirito della stessa; troviamo infatti, oltre agli stacchi violenti sopracitati, una incisiva parte vocale di Belladonna che non si fa scappare i suoi soliti acuti (ma che mai ci stancheranno), unita ai riff di Spitz che qui, dati i 7 minuti di durata del pezzo, possono dare sfogo a tutta la loro fantasia, il tutto viene poi allacciato ad una decisa accelerata sul finale, a chiudere magistralmente un pezzo degno di questo nome. Pur essendo originari di New York, neanche gli Anthrax sono stati esenti nella loro carriera dal vedere la mercificazione della musica, e non solo, anche quella della gente, creando una massa di veri e propri automi pronti a fare di tutto per essere perfetti. Per dare giusta critica a tutto ciò, i newyorkesi concludono la loro produzione con un brano atto allo scopo di farci riflettere su ciò che vediamo per la strada ogni giorno (e che se nel 1987 era agli esordi, ormai è diventata routine); "Imitation Of Life" è una forte analisi, operata attraverso un brano che, in quanto a musica sprizza cattiveria da tutti i pori, di tutto ciò che viene mercificato in questo mondo, dalla gente (con rimandi quindi alla chirurgia estetica), fino ad arrivare a ciò che li riguarda loro in prima persona, la musica. Si, perché negli anni in cui gli Anthrax insegnavano al mondo cosa fosse il Thrash Metal, dall’altra parte avevamo l’esagerazione ad ogni costo, avevamo i lustrini e le pajettes, avevamo stivali glitterati e testi perlopiù inneggianti al sesso e alla vita facile priva di qualsiasi problema. I nostri statunitensi, che non erano sicuramente in linea con queste idee, decidono alla loro maniera di urlare al mondo quale sia la verità, e la verità è che se si cerca l’esagerazione ad ogni costo nella musica, per quanto li riguarda, ciò che ne farà le spese è la musica stessa, che regredirà sempre più fortemente, fino a diventare un prodotto così misero di contenuti, che verrà ascoltato solo da chi non ha orecchie per farlo.



Dunque, cosa aggiungere alla già lunga e approfondita eviscerazione operata qui? Semplicemente che Among the Living è uno di quei dischi che non solo ogni fan del Thrash Metal dovrebbe possedere (essendo una delle solide basi su cui tale genere poggia), ma anche ogni buon fan della musica Metal dovrebbe possederne una copia, e consumare il tasto Play del lettore musicale a furia di ascoltarlo; Among the Living è e rimarrà per sempre un saldo pilastro della musica mondiale, una vetta che gli Anthrax forse non hanno più raggiunto (o almeno non con la stessa intensità), ma che sicuramente li porta ancora oggi ad essere di diritto nell’Olimpo dei vincitori.


1) Among The Living
2) Caught In a Mosh
3) I Am The Law
4) Efilnikufesin (N.F.L.) 
5) A Skeleton In The Closet
6) Indians
7) One World
8) A.D.I/ Horror Of It All
9) Imitation Of Life

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