ANNIHILATOR

Suicide Society

2015 - UDR Music

A CURA DI
SAMUELE MARIANI
13/04/2016
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Ne è passata di acqua sotto i ponti, da quando gli Annihilator fecero il loro esordio pubblicando quella meraviglia del Thrash altrimenti nota come "Alice in Hell", datata 1989. Un disco che fu il trampolino di lancio per una carriera che -nella sua prima parte- fu colma di acclamazione e notorietà: elogi, positività generale.. anche se, in alcuni momenti, l'avvenire si dimostrò talmente incerto da poter far credere che la fiamma artistica di Jeff Waters avrebbe potuto perdere ossigeno e spegnersi. Fortunatamente, la voglia di comporre musica e soprattutto il suo talento e la sua encomiabile dedizione profusi all'interno di ogni suo istante di carriera hanno reso possibile il contrario, lasciando sempre uno spiraglio, sempre un espediente atto a tener accesa quella fiamma. Dando un "veloce" sguardo nel passato della band, possiamo notare come l'appagamento dovuto alla grande reazione suscitata nel pubblico Metal con l'esordio "Alice.." abbia spronato il Jeff a dare il meglio di sé nonché il proverbiale "tutto e per tutto", pur di sovrastare il suo precedente lavoro e presentarci un qualcosa di ancora più monumentale. Furono queste le prerogative del sui secondogenito "Never, Neverland" (1990), disco in cui Coburn Pharr prende il posto di Randy Rampage alla voce mentre Wayne Darley e Dave Scott Davis si accomodano al basso ed alla seconda chitarra. "Never, Neverlad" risultò effettivamente un capolavoro capace di scavalcare il suo predecessore, sia tecnicamente che come qualità di produzione, su tutta la linea. Missione compiuta, Jeff poté tirare un sospiro di sollievo e godersi un'altra meritatissima standing ovation. In seguito, venne pubblicato "Set The World On Fire"(1993), il quale presentò ulteriori cambi di line-up: troviamo difatti Aaron Randall alla voce e Mike Mangini alla batteria (tranne che nelle tracce "Snake In the Grass" e "Sounds Good To Me", dove suona il batterista di "Alice in Hell" e "Never Neverland", ovvero Ray Hartmann), nonché Neil Goldberg alla chitarra ritmica e Waters che tornò al basso, come fu per "Alice In Hell". Un album, "Set..", che comportò l'adozione di sonorità più sobrie (con la composizione di ben due ballad) ed in sostanza di un approccio molto più lucido e meno "estroso" al tutto. I vecchi fan cominciarono a storcere il naso, abituati a sonorità più dure. I nuovi, invece, apprezzarono molto, soprattutto quelli che si avvicinarono agli Annihilator in virtù di un background non tipicamente Thrash, ma anzi legato maggiormente a sonorità Hard 'n' Heavy. Successivamente, venne data alla luce la quarta creazione del gruppo nonché primo album cantato interamente da un Jeff Waters anche bassista e sempre chitarrista, "King Of The Kill"(1994), il quale segnò poi l'avvicendarsi di Randy Black alla batteria. Questo album, ben più duro del suo predecessore (anche se fortemente legato a stilemi non propriamente Thrash), oltre a dei classici come "21" e "Fiasco" contiene anche e soprattutto la title track, in seguito divenuta una sorta di inno della band, un cavallo di battaglia imprescindibile. "King.." si rivelò quindi un successo commerciale benché al contempo risultasse un disco assai chiacchierato, proprio perché i vecchi thrashers avevano ormai girato per sempre le spalle a Waters; il quale, mezzo gaudio, si trovava comunque "inondato" da nuovi fan sempre più numerosi. Il tutto cominciava però a scricchiolare paurosamente, anche a causa dei continui cambi di line-up che di fatto minavano non poco la stabilità degli Annihilator nonché la tranquillità di Jeff. Nonostante i problemi ed il naturale calo di rendimento, Waters decise di andare avanti per la propria strada, in barba alle critiche ed alle accuse ricevute (quelle di essere un despota, un dittatore dal licenziamento facile); ci donò quindi un'altra botta di rabbia, "Refresh The Demon"(1996). Quest'ultimo si distinse per essere ben più aggressivo rispetto a "King Of The Kill", anche se è presente una canzone completamente opposta all'indole generale dell'album, "Innocent Eyes", scritta da Jeff per suo figlio. Nonostante l'aggressività generale, però, l'album risultò un flop commerciale e finì ben presto nel dimenticatoio, procurando diversi problemi a Jeff il quale dovette far fronte anche ad un cambio di line-up abbastanza significativo. Proprio alla vigilia di un importante tour europeo, difatti, avvenne l'addio di Randy Black, sostituito in corsa dal batterista Dave Machander; al basso, invece, subentrò Lou Boudjoso. Nel 1996 uscì poi il primo album dal vivo mai prodotto dagli Annihilator, "In Command (Live 1989-1990)", ricavato dall'unione di alcune tracce registrate durante dei live dell'89-'90; un album che vede dunque la "presenza" dei membri delle formazioni dell'epoca. Il primo passo falso, comunque, avvenne nel 1997 con la pubblicazione di "Remains", il quale si può definire tutt'oggi e tranquillamente come la pecora nera della discografia del Nostro/dei Nostri. Molto più particolare di qualsiasi altro progetto che Waters avesse sino ad allora intrapreso -è un suo "all made by", composto interamente da lui-, neanche a dirlo il lavoro in questione si rivelò un flop anche peggio di "Refresh The Demon", tant'è che non venne organizzato nessun tour per il suo supporto. Come ha spesso spiegato Waters, comunque, "Remains" deve essere considerato come un esperimento; infatti, esso non ha assolutamente nulla a che fare con il sound classico degli Annihilator, anche per la presenza della drum machine e del generale clima "elettronico" per nulla consono al Thrash. Nonostante non sia proprio considerato un grande album (per non dire di peggio), ha nel suo interno delle tracce molto particolari e valide; a parer di chi scrive, poi, è da considerarsi come uno dei lavori forse più personali e particolari che Jeff abbia mai composto. Tuttavia, fu una fase che non durò moltissimo. Il 1999, difatti, fu l'anno del ritorno del cantante storico di "Alice in Hell" (Randy Rampage) nonché quello del batterista Ray Hartmann, i quali riunirono le loro forze a quelle di Waters: il risultato finale fu "Criteria For A Black Widow", prodotto nientemeno che dalla "Roadrunner..", la stessa che si occupò del debut. Un ritorno, quindi, in tutti i sensi. Di lì a poco iniziò inoltre un nuovo millennio, il quale vide il gruppo creare un album sicuramente discreto, intitolato "Carnival Diablos"(2001). In questo ottavo lavoro ci fu un nuovo cambio di formazione: subentrò infatti Joe Comeau, grande voce che potremo ammirare anche due anni dopo nel Live-Album (di grande qualità) "Double Live Annihilation". Nel 2002 venne pubblicato "Waking The Fury", mantenendo lo stesso cantante del precedente disco ma riaccogliendo a braccia aperte un redivivo Randy Black, in sostituzione del dimissionario Hartmann. Un album che ha la particolarità di avere influenze Industrial e Groove, cosa non inusuale visti i tempi nei quali fu rilasciato, gli anni d'oro del Nu e dell'Alternative. Giungiamo così al 2004, un altro anno molto importante per la formazione della band: assistiamo infatti al ritorno di Mangini e soprattutto all'entra in gioco di Dave Padden, un talentuoso e giovane cantante dotato di una voce incredibilmente versatile, capace di spaziare da stilemi Power ad uno Scream a dir poco atroce. Anche se ricco di canzoni che toccano diverse sonorità, l'uscita dell'album "All For You" è un album che purtroppo non convince appieno e non prova in maniera eccelsa quanto la squadra Waters/Padden/Mangini sia in grado di fare. In quello sucessivo, "Schizo Deluxe" (2005), finalmente possiamo gustarci un Padden che ha ormai rotto il ghiaccio e che tira fuori i suoi artigli. L'album risultò ipertecnico sia vocalmente che strumentalmente, ricco di canzoni adrenaliniche che non fecero rimpiangere a nessuno il tempo che speso per ascoltarlo. Fu anche l'album che segnò il debutto negli Annihilator di un nuovo chitarrista, alias Tony Chappelle. Successivamente uscì "Ten Years In Hell" (2006), una raccolta di "reperti" consistenti in video e backstage; passiamo poi al 2007, anno di uscita di "Metal", episodio poco riuscito e dal tenore qualitativo poco soddisfacente, nonostante la presenza di almeno 10 validi ospiti (tra cui Michael Amott, Alexi Laiho, Angela Gossow, Danko Jones..) ed il ritorno di Mangini. Una buona mano, è il caso di dirlo, giocata decisamente male. Tra un disco e l'altro, la band registra comunque il "Live at Masters of Rock", concerto ripreso durante un festival che si svolge in Repubblica Ceca. Il live non supera quello uscito nel 1996, ma si fa decisamente apprezzare. Successivamente, Il sound aggressivo torna prepotente in casa Annihilator, con l'omonimo album del 2010. Questa creazione omonima, influenzata da un sound molto groove (perfettamente incarnato dal drummer Ryan Ahoff), può vantare di avere la bellezza di 66 assoli di chitarra, dove il guitar hero canadese può far notare il suo cambiamento stilistico. Notiamo in tutta questa gran girandola di componenti come uno dei maggiormente "fissi" della storia degli Annihilator risulti proprio il vocalist Dave, il quale dà sicuramente la sensazione di essere forse il frontman definitivo della band, visto che nessun altro componente (apparte Jeff Waters ovviamente) non aveva mai militato così a lungo all'interno del gruppo. In diverse interviste, i Nostri hanno dichiarato che il segreto di una così lunga collaborazione è dovuta dalla lontananza e dal poco tempo a disposizione per incontrarsi, all'infuori del periodo di touring. Tornando alla nostra cronistoria, passano circa tre anni fra "Annihilator" ed il rilascio di "Feast" (2013), disco nel quale il gruppo scende qualche di gradino per quanto riguarda l'aggressività, pur facendo risultare il tutto assai valido e per nulla deludente. Alla fine del 2014, però, una brutta tegola colpisce i Nostri: il miraggio del cantante "prescelto" si dissolve e viene dichiarata la dipartita di Dave Padden. A seguito di nuova ricerca attenta e scrupolosa, atta a scovare un cantante che potesse rispettare i requisiti giusti nonché garantire la stessa versatilità assicurata dall'ultimo singer, Jeff torna ad essere il frontman del gruppo sotto ogni aspetto, non avendo trovato nessuno in grado di poter rispondere alle sue esigenze. Arriviamo quindi al 2015 ed alla pubblicazione di "Suicide Society". Questo è il titolo che è stato scelto per il 15° lavoro della band canadese, uscito nel Settembre 2015 per "UDR Music" e registrato / missato / masterizzato presso i "Watersound Studios" di Ottawa. E' un disco che rivede, come già detto (e per la prima volta dal 1997) Jeff Waters cantare in tutte le tracce presenti sul platter, nonché il ritorno del bassista Cam Dixon (attivo nella band per un breve periodo, fra il '94 ed il '95). Il ruolo di chitarrista ritmico (lasciato scoperto sempre da Padden) viene ricoperto da Aaron Homma, mentre alla batteria troviamo Mike Harshaw. Il songwriting è stato tuttavia appannaggio totale di Jeff, il quale ha registrato tutte le parti di basso e chitarra (oltre che la voce), lasciando però la batteria ad Harshaw. Fatto curioso, se consideriamo che comunque Dixon ed Homma sono stati comunque inseriti nel book, tuttavia solo in veste di coristi. I due, comunque, verranno ampiamente sfruttati in sede live. Questa era dunque la nuova sfida che si prefiggeva all'orizzonte del talentuoso chitarrista- ora nuovamente cantante- di Ottawa. Un disco curato nei minimi dettagli, a cominciare dall'artwork, il quale raffigura una possente macchina da distruzione che spicca su di uno sfondo apocalittico. Anche dalle copertine possiamo vedere come le scelte stilistiche ormai non siano più quelle delle origini: vengono scelti soggetti horror come gli zombie e fantascientifici come i droidi, figure che fanno parte della cultura moderna, entrati prepotentemente nel nostro immaginario. Queste dunque le linee guida tenute bene a mente da Gyulia Havancsàk, artista incaricata di gestire il lato artistico di "Suicide Society". Dopo questo bell'amarcord e consueto ritorno nel presente, quindi, possiamo soffermarci nei tempi recenti e partire ufficialmente con l'analisi di quest'ultimo parto di casa Annihilator, per vedere come esso suonerà. Bene o male? Non ci resta che scoprirlo.

Suicide Society

Noi esseri umani, in impeti di puro masochismo, teniamo a distruggerci senza ritegno alcuno, non tenendo conto minimamente del benessere della nostra razza; peggio ancora, non tutelando neanche lontanamente la Terra che ci ospita, anzi sfidando ed umiliando madre natura ogni giorno che passa. Questo, in tutta la sua crudezza, è il messaggio generale che gli Annihilator decidono di lanciarci con la title track "Suicide Society (Società Suicida)", brano con il quale dove Waters ci introduce al suo nuovo platter. E' proprio il frontman a fungere da padrone di casa, palesandosi a noi mediante una voce resa anormale ed a tratti inquietante dagli effetti aggiunti in studio, pur conservando dei tratti assai accattivanti. Parte dunque un riff sobrio ma deciso, decisamente incalzante, il quale conserva in sé un forte tratto di orecchiabilità tipico dell'Hard 'n' Heavy, espediente che ci fa sembrare il tutto molto più "mediato" che "classic Thrash", nel senso più puro del termine. Si va dunque a cercare a piene mani nel repertorio dei Megadeth seconda maniera, se proprio vogliamo azzardare un paragone (anche per via della voce di Waters). Nessun male, comunque, poiché questo svolgersi del pezzo funge comunque da ottimo tappeto per le liriche, già dai primi secondi pregne di invettive. Viene puntato il dito, infatti, contro quell'autentica piaga che si rivela essere, ogni giorno di più, la razza umana; la società corrotta, il consumismo e l'estremismo religioso.. sono gli aspetti principali di una crisi globale dei valori che sta portando noi stessi verso la nostra distruzione. Il ritornello non è strumentalmente molto differente dalla strofa, ma cambiano melodia e linea vocale; una variazione non importantissima che comunque costruisce un refrain orecchiabilissimo e capace di conquistare, grazie alla sua carica e alla sua capacità di coinvolgere. In questo momento, Waters ci spiega che tutte le tragiche conseguenze alle quali assistiamo ogni giorno (guerre, calamità ecc.) sono nient'altro che frutto di quei comportamenti che abbiamo iniziato ad adottare dà un tempo ormai non più misurabile. Forse, è troppo tardi per rimediare. Tornando alla musica, notiamo come l'intermezzo che segue il primo ritornello abbia delle evidenti influenze progressive, che non guastano di certo e ci mostrano la grande tecnica del nostro. il giro strofa/refrain si ripete ancora fino al minuto 1:40, quando il pezzo viene sconvolto da un riff più marcatamente Thrash che cambia radicalmente il mood generale, quasi come se Jeff avesse pensato: "ok, fino adesso ho scherzato, ma ora è giunto il momento di darvi una bella tirata di orecchie e di far entrare il messaggio nella vostra testolina, una volta per tutte". Un momento che sembra urlare (ancora una volta) "Megadeth" a gran voce e che dona quindi un gran carattere al brano tutto, ed è cosi che la possente strumentale accompagna la frase "non c'è rispetto per ciò che ci è stato dato, l'umanità si sta consumando". Evidentemente, il carico da 90 sia lirico che musicale non è ancora bastato al nostro, proprio perché arriva presto il momento del primo assolo, tecnicamente ineccepibile e dotato della cattiveria introdotta mediante il riff ascoltato al minuto e quaranta. Un momento ancora più Thrash, un assolo particolare per lo stile del chitarrista ma che porta il brano all'apice della sua potenza. Si riparte quindi con il ritornello ripetuto a più riprese, ben stagliato su di un melodicissimo turbinio di note atte ad esprimere la chiara devozione provata da Jeff per il grande Eddie Van Halen. Un momento che segna uno degli apici compositivi del brano e che, liricamente, ribadisce la nostra innegabile colpevolezza. Colpevoli, ma fino a che punto? Si dice che non sia mai troppo tardi per migliorare, e forse qualcosa può ancora essere fatta. Una possibilità che notiamo "aprirsi" quando vengono espresse le ultime parole, le quali ci pongono un quesito non sconosciuto: ovvero, aspettare che tutto si distrugga o unirci per porre rimedio a tutto questo? La risposta sembrerebbe quasi scontata, anche se i fatti sembrerebbero dimostrare il contrario. Non ci resta dunque che compiere l'insano gesto, da maledetti suicidi quali siamo. Non rendendoci neanche conto di cosa facciamo, proprio perché -forse- siamo persino stupidi sino a tal punto.

My Revenge

Le chitarre "parlano" per prime nella traccia seguente, "My Revenge (La Mia Vendetta)", introdotta da un riff potente e massiccio, ben presto rafforzato dall'entra di Mike Harshaw, il quale ben si inserisce con un ottimo gioco di doppio pedale. Le chitarre cominciano a sovrastarsi (solista e ritmica), quasi come se Jeff fosse in competizione con se stesso, e notiamo come la canzone prenda un ritmo assai spedito. Chitarre graffianti ed una batteria decisa, come se non ci fosse nulla che potesse fermare questo incredibile ensemble, il quale riprende ancora a piene mani dal miglior repertorio dei Megadeth, anni d'oro e post periodo di maggior splendore. Fra ottimi sfoggi di tecnica e belle esibizioni chitarristiche (da lodare anche il basso, assai presente e magnificamente cesellante) arriviamo dunque alla prima vera pausa del brano, che sopraggiunge verso il minuto 2:22. Sembra quasi che la piega presa dal pezzo rimando ad un'altro intermezzo -per così dire- "tranquillo", presente in uno dei pezzi più frenetici presenti nell'esordio "Alice in Hell", ovvero "Human Insetticide". Il ritmo diviene infatti assai più contenuto ed udiamo l'ascia ritmica ricamare un delicato e melodico arpeggio, sul quale la chitarra solista può spalmare un assolo anch'esso assai melodico e drammatico, bellissimo nel suo dipanarsi, a dir poco emozionante. Terminato quest'ultimo, Jeff torna a cantare in maniera densa di pathos, usufruendo di un momento che vuol far della drammaticità il suo punto forte. Minuto 3:04, un nuovo assolo irrompe nella scena, andando a colpire dritto al cuore come il suo predecessore ed ancora una volta permettendo al nostro di sfoggiare tutta la tecnica di cui è capace. Anche quando i ritmi tornano improvvisamente veloci ed il momento solista deve adattarsi, divenendo per forza di cose più Thrash oriented. Ritornano le ritmiche più prettamente megadethiane ed è dunque il tempo per un nuovo avvicendarsi di strofa e refrain. Un ritornello che risulta particolarmente efficace e più duro che mai, il quale si infrange contro un assolo fugace, come se i freni inibitori fossero scomparsi da un momento all'altro, permettendo a Jeff di dar sfogo all'ira contenuta nel momento più melodico e riflessivo del pezzo. Un assolo breve che comunque ci mostra ancora le grandi potenzialità di questo enorme musicista. Il testo, poi, sembra distaccarsi dal tema precedente per andare ad affondare le sue radici in un qualcosa di più personale ed introspettivo. Nella nostra vita, come tutti sappiamo, dobbiamo prendere delle posizioni nette, ed effettuare delle scelte, siano esse drastiche o meno. Dobbiamo inoltre porci degli obbiettivi, portandoli avanti, nonostante le difficoltà che potranno presentarcisi davanti, pronte a metterci i bastoni fra le ruote, inducendoci così a desistere. Leggendo tra le righe, sembrerebbe quasi che in questo testo Waters voglia un po' raccontare quella che è stata la propria carriera. La quale, come già detto all'inizio dell'articolo, ha avuto molti momenti di caduta, dovuti allo scetticismo che alcuni fan e la critica spesso severa e perentoria. Un insieme di situazioni che per forza di cose hanno a più riprese bocciato molti episodi del progetto Annihilator, mostrando forte scetticismo nei confronti delle scelte artistiche di Jeff. Eppure, lui è sempre andato contro corrente, imponendo la sua personalità, facendo sempre quel che voleva veramente. La sua personale vendetta è dunque quella di essere giunto fino al 2015, nonostante in tanti lo avessero dato per finito già molti anni prima. Il segreto, dunque, è tutto nella tenacia: continuare a lottare anche se sarebbe meglio desistere, andare avanti, prendere le proprie decisioni; effettuare scelte ben definite, assumere posizioni che non siano ambigue. Semplice a dirsi, quasi impossibile a farsi.

Snap

 Arriva in seguito "Snap (Schiocco)", terzo brano del lotto nonché pezzo assai chiacchierato e vittima di diverse accuse. Un episodio che ha suscitato molto scalpore nella critica, data la grande somiglianza tra il riff della medesima canzone e quello del brano "Ich Tuh Dir Weh"; composto, quest'ultimo, da uno dei gruppi Industrial Metal più famosi dei tempi moderni, ovvero i RammsteinJeff Waters si è comunque espresso aspramente a riguardo, difendendosi da accuse secondo lui infondate. Il polistrumentista ha infatti dichiarato quanto segue, nel corso di un'intervista: "Sì.. è simile, siccome sono un loro fan [dei Rammstein, ndr]. Anche se il riff base era comunque presente in un brano del disco "Schizo Deluxe" del 2005...'Like Father,Like Gun'. La canzone dei Rammstein è venuta un po' di anni dopo!". Una candida ammissione riguardo all'influenza che il gruppo tedesco può avere avuto sul frontman (amante dell'industrial e delle sperimentazioni d'ogni tipo) ma al contempo una difesa decisa e stoica. Tralasciando questa piccola parentesi, passiamo ora ad analizzare il contenuto musicale di questa traccia. La canzone parte mostrando fattezze simili alle caratteristiche sfoggiate nella prima traccia, e notiamo come la voce di Jeff sia circondata di voci che l'accompagnano in armonia, creando un bellissimo contesto melodico. Un coro che lancia quasi un SOS, un messaggio di aiuto: "Salvami, portami in un altro posto, non voglio più vedere tutto questo". Possiamo dunque capire, già dalle liriche, quanto il pezzo possa essere inteso come una sorta di viaggio nella disperazione. Notiamo subito, poi, quanto il contesto generale risulti assai più leggero e meno aggressivo, diversamente da quanto avveniva (in sostanza) nella traccia precedente. L'incipit è dunque dettato da questi cori, che presto lasciano spazio ad un riff incalzante e carico di groove, il quale va ad infrangersi in una strofa allusiva e pacata, accompagnata da un giro di basso non molto articolato, seguito da un simpatico effetto prodotto dalle corde della chitarra, la quale decide di rimanere in sordina ed emettere piccoli suoni acuti, entrando comunque non subito, preferendo farsi attendere. Al contempo, la batteria esegue un ritmo regolare e per nulla "pazzo" o forsennato, e vediamo come il contesto si inasprisca man mano che il refrain si avvicendi. Un crescendo che dunque che sfocia in un momento assai melodico, che riprende i cori iniziali immergendoli però in una base strumentale di sicuro effetto, con le chitarre sempre intente a "grooveggiare", in compagnia di un basso molto presente. La linea è stata tracciata e dunque il pezzo si ripete secondo la struttura appena descritta, arrivando al minuto 3:21 in cui incontriamo un bell'assolo, melodicissimo e magnificamente intrecciato con i suoni presenti nel refrain. Un buon momento anche se non molto duraturo, e privo di quelle qualità che avrebbero dovuto farlo spiccare all'interno del brano. Subito dopo l'esecuzione del momento solista troviamo quindi la riproposizione del refrain, in cui possiamo osservare comunque l'ottimo lavoro in sede di vocals, le quali in connubio ed armonia creano comunque un qualcosa di fortemente cantabile ed orecchiabile. Si termina con il riff massiccio della strofa, possiamo dire a questo punto di trovarci al cospetto del brano più leggero dell'intero platter. Musica "semplice" non quanto le liriche, comunque, visto che il testo di questa canzone apre molte porte, le quali ci permettono di fornire varie interpretazioni. Non si riesce a capire benissimo di cosa si possa trattare questa canzone, in sostanza viene espressa una sensazione fortemente negativa, come ci trovassimo a leggere la descrizione di un qualcosa che cresce all'interno di un individuo, fino a portare quest'ultimo all'esasperazione. Egli chiede aiuto prima di perdere totalmente il controllo, si rivolge a Dio, sperando che questo possa portarlo via da un soggetto che lo infastidisce. Non sappiamo se si tratti di un uomo o di una donna, sappiamo solamente che una persona sta tormentando a morte il protagonista di questa storia, il quale non riesce più a sopportare tutto questo. Vorrebbe andarsene, nel frattempo si limita ad urlare in faccia al suo persecutore / la sua persecutrice, definendolo-a come "la più grande delle disgrazie". Un tormento che non è solo fisico ma anche mentale, in quanto le parole al veleno rimbombano nella testa del nostro malcapitato, il quale cerca di tapparsi le orecchie per non sentire. Se non se ne andrà subito, la follia sarà la sua ultima fermata. 

Creepin' Again (Parasomnia)

 Con l'arrivo della quarta traccia, "Creepin' Again (Parasomnia) - Ancora si insidia.. (Parasomnia)", abbiamo il ritorno allo sfoggio di tutti quei tratti "fuori dagli schemi" che sono sempre stati caratteristici degli Annihilator. L'intro condensa in essa un po' l'intera essenza di tutto quello che sono state le sonorità del gruppo, iniziando dalle linee di basso dal suono quasi prog. alle chitarre melodiche ed inquietanti ma destinate a divenire via via più dure e potenti. Un ensemble che riassume tutta la loro evoluzione stilistica, dall'inizio alla fine. Il pezzo, lasciatasi alle spalle la parentesi iniziale, parte di seguito come una vera e propria scheggia: un riff molto più di un semplice richiamo Thrash, veloce e potente, che rimette in sesto la vitalità dell'album dopo la tranquillità portata da "Snap" e ci riconduce entro territori estremi. L'unico momento sui genersi risulta essere il ritornello, il quale beneficia quasi di suoni "elettronici" e sfocia in una melodia dal flavour "cybernetico". Superato il secondo ritornello approdiamo ad una sezione molto serrata e violenta: la batteria colpisce in maniera chirurgica e potente, mentre anche il cantato di Jeff si adegua alla piega presa dal brano, andando a spalmarsi ben bene lungo questo battere ossessivo-compulsivo. Segue a questa breve parentesi strumentale un assolo molto particolare, Thrash al 100%, aggressivo e mordace. Un bel momento di pura malvagità estrema, che si dilunga abbastanza da farsi apprezzare. E' dunque il momento, in seguito, di una ripresa della strofa e della riproposizione dell'efficacissimo refrain, il quale gode della voce effettata del frontman. Non in maniera fastidiosa, tuttavia: giusto il tanto che serve. La conclusione, dal canto suo, è dettata dall'arpeggio iniziale, il quale va a chiudere sfumando un ottimo pezzo, deciso ed orecchiabile. Un episodio nel quale gli Annihilator ci portano nella realtà di un mondo instabile e tortuoso, oscuro e privo di punti di riferimento. Un mondo che non può che essere quello della pazzia, argomento che il frontman ha dimostrato di  aver saputo trattare molto bene e dal quale ha tratto spunto per numerosi suoi capolavori: esempi come "Word Salad" e "Brain Dance" sono in questo senso eloquenti. Il soggetto delle liriche, dunque, è una persona sofferente di vari disturbi  psicologici, e che non vuole addormentarsi in quanto soffre di disturbi nel sonno. La paura di dormire è tanta, poiché nel momento in cui l'uomo cederà alla stanchezza sa per certo che inizierà un "trip" nell'orrore più cruento. Interessante in questo senso mettere a paragone lo svolgimento della canzone con quello lirico: abbiamo notato come le strofe siano più aggressive mentre i ritornelli molto più orecchiabili, e questo proprio in virtù di un'architettura studiata e ben precisa. La malattia, infatti, viene trattata e "personificata" nelle strofe, dunque è normale che vi sia, in queste, più malvagità. Al malato, invece, viene data voce nel ritornello, più accomodante e tranquillo, proprio perché atto a mostrare una persona debole e stanca. Una persona che non sa più se vivere nella realtà o nella finzione, in quanto la "parasomnia" altro non indica se non tutta una serie di disturbi legati agli incubi. Incubi terribili, che lo lacerano nel di dentro e lo inducono a non volersi addormentare, per non vivere quelle terribili esperienze. I suoi nervi sono a pezzi, l'uomo potrebbe crollare da un momento all'altro: le sue veglie forzate lo stanno portando a vivere in un incubo ad occhi aperti, rendendo la realtà ancora più orrenda di quanto non lo sarebbe nel mondo dei sogni. 

Narcotic Avenue

La quinta traccia, "Narcotic Avenue (Viale Narcotico)", parte con un ritmo assai galoppante, forgiato da chitarre pregne di groove ed intente a scandire un ritmo molto coinvolgente. Un contesto generale presto "sormontato" dal Jeff solista, che esegue con la seconda chitarra delle linee vagamente Funky. Un bel mix, senza dubbio degno di quel grande genio di Waters, il quale non perde mai occasione per stupirci. Si arriva ben presto ad un riff che si slega dal contesto, proponendoci un qualcosa dalle fattezze molto Heavy/Thrash, atto ad introdurci definitivamente all'interno del pezzo. Una strofa pestata e tirata fa dunque la sua comparsa, andando a recuperare stilemi tipici del Thrash ed esagerando fortemente il contesto in fase di pre-refrain. Ritornello che giunge in maniera violentissima, beneficiando di ritmiche ancor più serrate e spacca-ossa. Un gran bel momento d'Estremo purissimo, finché non arriviamo al minuto 2:20, in cui gli Annihilator "giocano" ai Voivod e vanno a tirar fuori un sound quasi "spaziale", "industriale". Segue una parentesi strumentale in cui assistiamo a diversi virtuosismi di batteria e chitarra, estremamente ben riusciti, sino ad arrivare ad un assolo di chiara forgia Heavy. L'attitudine Thrash è comunque sempre presente, vera e propria ossatura di un pezzo che si sta rivelando fra i migliori del lotto. Un momento solista che si protrae a lungo e ci mostra un Waters in forma smagliante, deciso più che mai a lasciare il segno ed a "drogarci" ben bene. I soli di quest'uomo dovrebbero essere l'unica sostanza della quale abusare, tanto è il senso d'estasi che procurano. Non passa molto tempo che subito viene introdotta, dopo il solo, una nuova parentesi strumentale atta a sfociare in un nuovo e violento accenno di strofa. Il pezzo sembra dunque seguire, da questo momento, una linea generale ben definita.. salvo presentarci una melodia struggente e particolarissima verso il minuto 4:10. In questo preciso istante, Jeff inizia a ricamare un mesto arpeggio ben sormontato da melodici espressioni soliste inserite come background. Un'altra prova del grande orecchio e della preparazione del nostro, il quale cambia volto al brano in maniera decisiva. Aggressione lasciata da parte in virtù della tristezza e della malinconia, un momento che va sfumando pian piano e dunque ci porta alla fine definitiva di un altro bellissimo brano. Come accennavamo nella descrizione del solo, dunque, il tema centrare delle liriche è il concetto di dipendenza, quella voglia sfrenata di abusare una sostanza in grado di ovattare le nostre capacità sensoriali. Un qualcosa che ci possa togliere quella sensazione di avere un peso che ci affligge, in ogni momento della nostra vita, sempre e da sempre. Del resto, chiunque inizi a drogarsi pesantemente è in cerca -molto spesso- di un modo rapido ed indolore per sconfiggere i suoi problemi. Ovvero, renderli quasi sfuggenti ed impercettibili imbottendosi di antidepressivi o comunque prendendo sostanze atte a procurare uno "sballo" facile. E' un argomento molto più complesso di come potremo mai trattarlo in questa sede, in quanto la dipendenza dalla droga è tra le lotte interiori più difficili da combattere, per chi ne è afflitto. Una sfida impossibile da vincere, per molti, che sfocia troppo spesso in epiloghi a dir poco tragici. Anche il protagonista ne è consapevole, in quanto incarna tutti gli "stereotipi" legati al mondo del consumo di droghe. Il prefiggere di smettere "domani" o "fra una settimana", l'essere consapevoli di star rovinandosi la vita con le proprie mani, la volontà di uscirne e l'impossibilità, contemporaneamente, di poterlo fare. Una lotta che va anche questa volta di pari passo con la musica, in quanto il mesto arpeggio finale non fa altro che confermarci quel che tutti avevamo inteso. La lotta è finita, la droga ha vinto.. ed al nostro non rimane altro da fare che andarsene, stroncato da un'overdose.

The One You Serve

Sopraggiunge la sesta track, "The One You Serve (L'unico che Servi)", la quale presenta una intro sostanzialmente divisa in due parti: la prima, caratterizzata da un'atmosfera lugubre e scandita da dei tempi abbastanza lenti, che finisce verso il secondo 0:34 ed introducendo così la seconda; che, dal canto suo, mira più a forgiare un ritmo decisamente più veloce e tendente ad un clima meno pesante, e sicuramente più spensierato di quello che abbiamo udito durante i primi trenta secondi. Possiamo quasi parlare di riferimenti agli Iron Maiden tanto sono forti i richiami Heavy di questa "seconda" intro, veramente una parentesi gradevolissima. Un gioco di alternanze che si conclude al minuto 1:10, con il pezzo che ci ripropone toni decisamente più drammatici ed oscuri. Il Quella che precede il ritornello, difatti, è una strofa dal sottofondo strumentale cupo, più tendente al Thrash. Un qualcosa di talmente cupo che più che dare la sensazione che si tratti -come la traccia precedente - di una canzone sulla dipendenza, sembrerebbe quasi una colonna sonora adatta ad una storia di morte e gravi lutti. Effettivamente, il tutto rispecchierebbe il pensiero di Jeff: essere dipendenti (naturalmente, parlando di droghe) -nei casi estremi- è molto spesso equivalente all'essere morti, dato che è possibilissimo rischiare la vita a causa delle droghe, neanche rendenosene conto. Ritornando sul discorso strumentale, si è arrivati dunque al ritornello, il quale si fregia di una sorta di "tranquillità" la quale risulta comunque accattivante e fortemente allusiva, incombente. L'andatura generale sembra aumentare con l'arrivo del minuto 2:37, momento nel quale si preme lievemente sull'acceleratore e la chitarra solista decide di ricamare una melodia oscura, la quale funge da contraltare per il massiccio riff portante. Jeff torna a cantare poco dopo, esibendosi in seguito in un assolo adrenalitico e particolarmente ben composto, il quale risulta un tripudio di richiami Heavy Metal e fa dell'andatura contenuta il suo punto forte. Riusciamo a distinguere ogni singola nota e possiamo dunque godere di quest'aggressiva melodia, almeno fin quando non sopraggiunge una nuova strofa, cupa e pesante. Seguita dal solito refrain "maligno", il quale va a sfociare a sua volta in una parentesi aggressiva ed incedente, nella quale la chitarra solista sembra quasi ruggire, emettendo un turbinio di note ben presto "rilassate" dal mesto arpeggio udito all'inizio. Espediente che, di fatto, chiude la track in maniera totale, sfumando e lasciando sola la chitarra. Più malinconica che mai. Come già accennato, anche questa volta parliamo di dipendenza dalla droga: precisamente, dei primi approcci che si possono avere con quest'ultima, il cosiddetto "battesimo" al consumo di stupefacenti. Paradossale che questa canzone sia giunta effettivamente dopo "Narcotic Avenue", in quanto sarebbe stata (cronologicamente parlando) molto più adatta ad essere posta come sesta track. Prima si consuma, poi si entra in dipendenza; tuttavia, Jeff ha voluto cominciare "in media res", presentandoci i fatti già svolto ed il loro epilogo. Quindi, "The One.." è da considerarsi come una sorta di prologo. L'inizio degli inizi, con la droga che sembra parlare con gli stessi toni dello spacciatore di "Master Of Puppets". "Seguimi..", ci ripete, ricordandoci che essa sarà l'unica "cosa" (intesa come persona, ideale ecc.) che da quel momento in poi seguiremo. Questa è dunque un'altra canzone di "denuncia", che in sé cela un messaggio molto importante: mai farsi soggiogare da nulla o nessuno. Bisogna sempre rimanere lucidi e soprattutto capaci di scegliere, nella vita. Se si diviene schiavi (della droga ma anche di altro) si rischia di perdere la bussola e dunque di risultare finiti, annientati. "Annichiliti", è il caso di dirlo.

Break, Enter

Arriviamo alla settima traccia del disco; ciò significa che è dunque giunto il momento di ascoltarci "Break, Enter (Rompi, entra)", pezzo dotato di una intro la cui intenzione non è molto percepibile. Melodia posta in sfumato, in crescendo, la quale cela in sé una sorta di mangiloquenza classicheggiante atta a rendere i toni ancor più drammatici che nella track precedente. Anche se, il tutto, sembra contemporaneamente dar sfoggio di estro creativo e gusto per la composizione. Una trovata per far atmosfera o mostrarci nuovamente le abilità di Jeff? Difficile spiegarlo. L'importante è che il tutto funzioni, e non si può certo storcere il naso dinnanzi ad un qualcosa del genere. Una intro che funge da buon trampolino di lancio per una strofa che rimanda ancora ad un'era remota della band, quella di "Waking The Fury". I toni divengono infatti più aggressivi e contemporaneamente tornano a fondere un bel gusto per la modernità con stilemi tipicamente à la Megadeth, soprattutto per via delle linee vocali adottate da Jeff (come già sottolineato). Il brano è dunque un bell'episodio sostenuto e di quando in quando sfociante in bei frangenti di velocità. Notiamo inoltre come si sia scelto, questa volta, un argomento molto diverso da quelli trattati fino ad ora; ovvero, la violazione della proprietà privata. Il pezzo, all'apparenza una storia di rapine, affonda le sue radici nella quotidianità di Waters. Il Nostro, infatti, scrisse questo testo e pezzo ricordandosi di quando, rincasando, trovò la sua abitazione sottosopra a causa di un furto subito. Non soltanto, quindi, la storia di una persona che, tornando a casa, trova la propria abitazione devastata; bensì, un ricordo tragico condiviso con tutti i fan. Così ha inizio, nelle liriche, una vera e propria caccia ai rapinatori. Ancora una volta, la musica va di pari passo con le liriche: nel pre-ritornello, fase più movimentata e spedita, l'individuo si sfoga dicendo che non ci può essere pietà o rispetto nei riguardi di chi compie simili azioni, e che prima o poi il Karma li punirà, facendo il suo corso. Arriva dunque il definitivo momento Thrash nel ritornello: "rompere, entrare..", questo è stato fatto e per questo qualcuno sarà punito, dando una lezione una volta per tutte a chi non ha esitato nel violare l'intimità di una persona. La seconda parte della strofa, dal canto sui, fornisce più carattere al personaggio protagonista; se prima egli era una vittima, in questo frangente egli diviene un cacciatore, un uomo con una grande fame di vendetta e due fuggiaschi come pasto. Il bridge prende un'atmosfera molto "da film Burtoniano", grazie anche al basso che esegue una linea molto simile a ciò che avevamo già udito in "Alison Hell" (brano notoriamente "horror"). A questo punto subentra il pre-solo, frangente nel quale il cacciatore ha acciuffato una delle sue cacciagioni. L'assolo può dunque avere inizio, dapprima con un gioco di tremolo ed in seguito con l'immissione del cosiddetto "turbo", un bel momento concitato che inneggia alla vittoria del malcapitato ora ritornato vincitore. La storia si conclude con la polizia in arrivo e la preda che è ancora tra le grinfie della bestia. Una preda truccata dal suo stesso sangue, vendetta è stata fatta.

Death Scent

Penultimo brano del lotto, "Death Scent (Profumo Di Morte)" sembra quasi una miscela tra le sonorità e le intenzioni degli album "Schizo Deluxe" e "Annihilator", oltre ad essere forse il brano più violento dell'intero disco. Lo percepiamo sin dagli inizi, l'atmosfera è violenta e pesante, benché sormontata da un ritmo incalzante e carico di groove. Niente blast-beat, anzi subito un bell'assolo posto in apertura, anch'esso piccato e pungente quanto basta. La strofa beneficia di tempi molto serrati e precisi, un battere violento atto a creare un'atmosfera sicuramente dura da assimilare. Soprattutto nel pre-ritornello il tutto diviene più inquietante, sino ad arrivare al ritornello vero e proprio, dichiaratamente "Megadeth" anche in questa occasione. Al minuto 1:40 ci viene presentato un altro assolo, breve ma incredibilmente aggressivo, presto sormontato da una parentesi melodica ma incredibilmente oscura, a dir poco terrificante. La doppia cassa la fa da padrona mentre le note di chitarra divengono incredibilmente più lunghe e dense, quasi dovessero riprodurre la colonna sonora di un film Horror. Si finisce in una parentesi strumentale nella quale Jeff improvvisa, sino ad arrivare ad una nuova parentesi melodica ma ben più pacata e meno "dura" della precedente. Il tutto diviene meno urticante e più serpeggiante, con il Nostro a recitare la parte del leone e ben aiutato da una batteria versatile e pressoché perfetta. Soprattutto nei frangenti strumentali, Waters riesce a dare il meglio di sé, poco da fare. Dimentichiamoci comunque della calma e della pacatezza, visto che al minuto 3:48 veniamo improvvisamente catapultati in un vortice di crudeltà sonora inimmaginabile. Il frangente più cattivo dell'intero disco, reso incredibile anche da un altro solo del frontman, mai così ispirato e voglioso di far male. Una nuova strofa viene dunque introdotta, presto scalzata da un refrain che ci accompagna alla conclusione definitiva, non prima d'esserci gustati una nuova, breve ed ulteriore espressione solista di un Jeff Waters incredibilmente sugli scudi. Tanta violenza sonora è giustificata dalle lyrics che accompagnano questo incredibile brano. Sembra quasi che esso ci narri le gesta del cyborg raffigurato in copertina; si parla di guerre, di distruzione totale, di bombe e combattimenti all'ultimo sangue, il tutto inserito in uno scenario colmo di macerie, desolato quant'altre volte mai. La distruzione deve essere perpetrata, l'unico mezzo per raggiungere l'annichilimento totale è spiegare tutte le forze di cui si dispone. Le bombe pioveranno come tante gocce d'acqua, terminando ogni città e nazione esistente. I carri armati viaggeranno impettiti lungo le vie, sparando e riducendo in polvere chiunque oserà opporvisi. Morti e calamità, nessuno verrà risparmiato. Uomini, donne, bambini.. tutti dovranno andare incontro alla stessa sorte, accettando il triste destino. L'odore di morte permea ogni anfratto del mondo, il pianeta collasserà su sé stesso, implodendo a causa di questa guerra sanguinaria che non farà prigionieri. Tutti morti, dal primo all'ultimo. Niente vincitori, niente vinti.. solo perdenti. Tutti, indistintamente.

Every Minute

Una sorta di percorso nell'afflizione viene presentato attraverso la traccia chiamata "Every Minute (Ogni Minuto)", incaricata anche di chiudere definitivamente il platter. Questo pezzo, come possiamo udire dall'inizio melodico (quasi da power ballad) e dalle clean vocals, si pone decisamente in contrasto con quanto abbiamo udito in "Death Scent", andando invece a legarsi liricamente alla seconda traccia, "My Revenge". Se quest'ultima parlava dell'importanza di portare avanti le nostre scelte ed idee, non rinunciando mai a perseguire un obbiettivo, in "Every Minute" ci accorgiamo altresì che abbiamo poco tempo a disposizione, e che i nostri sogni sono ancora lontani dal divenire realtà. Un tema introspettivo che abbisogna, dunque, di un sottofondo particolare. La canzone, nella intro e nelle strofe, segue infatti (e molto) lo stile di "The One", traccia tratta da "All For You". La strofa è melodica ma energica, dotata di un buon groove e resa comunque morbida dalle vocals di un Jeff efficacissimo. Il pre-ritornello rappresenta liricamente uno spiraglio di luce, spiegandoci che forse non è mai troppo tardi e che bisogna soltanto saper sfruttare il tempo che ci rimane a disposizione. Nel momento in cui arriva il ritornello assistiamo ad una bella accelerata, il cui stile Heavy dà decisamente più tiro e corpo alla canzone. Proprio perché ha il compito di incoraggiarci e spingerci a dare tutto quel che possiamo. Carpe Diem, vivere quegli intensamente quegli attimi che, seppur pochi, possono bastare per raggiungere i nostri sogni, se sfruttati a dovere. Minuto 1:22, il clima cambia ancora e si torna ad indugiare nelle melodie melanconiche e colme di pathos, con un bell'assolo che ci mostra tutta l'espressività di cui Waters è capace. Il pezzo riprende dunque, alla fine del guitar solo, l'indole iniziale, mediante un'altra bella accoppiata di strofa e refrain. Brano convincentissimo, che arrivato a questo punto ci sprona a non arrenderci di fronte alle difficoltà che inevitabilmente sorgeranno. Dovremo anzi affrontarle, a viso aperto e senza scappare. Ben presto sopraggiunge un altro assolo, in puro stile "King Of The Kill", che man mano si fa sempre più spedito e che parte a velocità molto più sostenuta del precedente. Un bel turbine di melodia, un'esecuzione che ben presto re-introduce un momento più pacato che lascia di nuovo il passo ad una strofa ed ai successivi refrain, veri e propri protagonisti di un brano stupendo. Nuovo assolo sul finire, con tanto di "quasi" risata di Jeff; momento di adrenalina pura, che con la sua carica Heavy riuscirebbe a travolgere qualsiasi cosa. Mirabolante improvvisazione finale e dunque possiamo dire d'aver terminato, a malincuore, l'ascolto di un disco incredibilmente valido e molto, molto ben riusciro. A questo punto della canzone, capiamo che non ci resta altro da fare che pregare e lasciare tutto al fato, visto che il tempo ci sembra irrimediabilmente scaduto. "La morte ci sta chiamando".. valutando attentamente ciò che siamo e siamo stati, riusciremo a dire se il tempo impiegato per noi e da noi stessi sia stato ben investito o solamente sprecato.

Conclusioni

Siamo così giunti alla fine, momento in cui dobbiamo necessariamente tirare le somme circa il prodotto appena fruito, nella sua totale interezza. Dopo averlo attentamente ascoltato, possiamo senza dubbio rimarcarne l'intrinseca bontà, non potendo comunque posizionare "Suicide Society" al primo posto di un'eventuale classifica stilata pensando ai migliori parti discografici degli Annihilator. Di meglio è stato fatto e ne siamo tutti consapevoli, tuttavia non è bene rimanere ancorati al passato. Oggettivamente parlando ci troviamo dinnanzi ad un bel platter, e sarebbe un peccato sminuirlo in nome "degli anni d'oro". Che dorati sono e che debbono avere il giusto peso, ma che non debbono assurgere come un simbolo di totalitaria oppressione. E' vero che "Alice.." "Never.." rimarranno capolavori immortali della storia del gruppo, così com'è altrettanto vero che "Suicide Society" non può essere considerato un passo falso. Da questo album sì può carpire una grande lezione anche a livello umano -oltre che musicale-; proprio perché Jeff Waters ha dato prova, a distanza di vent'anni (non certo due mesi!), che si possono ancora avere forze a sufficienza per sostenere un impegno di tale portata (gestire una one man band dal nome storico) e di rimettersi costantemente in gioco. Anche andando a ricoprire ruoli delicati e non "propri", se vogliamo. Il canto è un qualcosa che sicuramente non ha lanciato il buon Jeff nell'Olimpo del Metal, sono le sue doti chitarristiche che parlano per lui (a differenza della sua ugola). Eppure eccolo qui, a sfoggiare una prova quanto meno convincente. Anche se sono evidenti le carenze di tecnica canora che questo album presenta (nonostante il grande sforzo del Nostro, che ha seguito per un paio di mesi delle lezioni di canto), non si può gridare allo scandalo in alcun modo. A sormontare qualche lacuna è comunque riuscita la sua straordinaria abilità alla sei corde, con la quale ha di nuovo dato vita ad un qualcosa di camaleontico e sopra le righe, riuscendo poi a compensare i difetti con un'ottima competenza nella produzione. Per non parlare poi della tecnica sfoggiata al basso. Naturalmente, se mettessimo l'intero lavoro su di un grafico, non ne verrebbe fuori un qualcosa di lineare e tendente solamente a valori alti. Purtroppo, pur sapendo mascherare bene alcune lacune, in qualche occasione Jeff non ha potuto fare altro che attenuare gli effetti che queste comportano. E' anche vero, comunque, che sono risultate impeccabili le parti strumentali suonate anche da Mike Harshaw, il quale si è riconfermato un validissimo batterista. In sostanza, Jeff Waters ha prodotto un disco di discreta qualità. La conclusione, quindi, è che possiamo reputare "Suicide Society" un disco degno di essere ascoltato, consigliato soprattutto a chiunque avesse (per qualsiasi motivo) la nostalgia dei periodi nei quali gli Annihilator sfornavano dischi come "King Of The Kill" e "Refresh The Demon". Non vi dispiacerà affatto, anche perché questo nuovo prodotto risulta essere un album tutt'altro che scontato. Come per nulla scontata sarà il proseguo della carriera della band, sempre intenta a stupire ed a presentare nuovo materiale. Nel frattempo, difatti, il frontman ha presentato la sua nuova chitarra (battezzandola "Annihilation II") ed ha annunciato contemporaneamente la probabile registrazione di un concerto che si terrà in Germania, e che sarà pubblicato in Blu-Ray. Inoltre, è stata annunciata anche la pubblicazione in CD/DVD di circa una dozzina di canzoni acustiche, suonate con l'ausilio di molto degli special guests. Che dire, se non.. WOW! Questo Jeff Waters, sempre imprevedibile.

1) Suicide Society
2) My Revenge
3) Snap
4) Creepin' Again (Parasomnia)
5) Narcotic Avenue
6) The One You Serve
7) Break, Enter
8) Death Scent
9) Every Minute
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