ANNIHILATOR

Set the World on Fire

1993 - Roadrunner Records

A CURA DI
SAMUELE MARIANI
15/07/2016
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

C'era una volta un ragazzo canadese che aveva voglia di imparare a suonare lo strumento a sei corde; si esercitò sin da giovane, prima con la classica, poi passando alla chitarra elettrica, emulando i suoi idoli Rock ma al contempo imparando anche rudimenti Jazz. Tutto d'un tratto, quel ragazzo - il cui nome è Jeff Waters - creò nel 1986 una band chiamata Annihilator, assieme a John Bates (Voce), Paul Malek (Batteria) e Dave Scott (Basso). Bates soprattutto si rivelò una spalla preziosa, un componente che scrisse assieme allo stesso Waters alcune delle canzoni che più rappresenteranno la band. Ma ci vollero tuttavia diversi demo ed altrettanti anni prima che la band potesse dichiararsi pronta a fare il passo definitivo per entrare nel mondo del mercato musicale. I demo fecero il giro del Canada e degli U.S.A., nastri contenenti tracce fra le più significative del gruppo: "Alison Hell", "Phantasmagoria", "I am In Command", "Word Salad", giusto per citarne alcune. Così, dopo diversi cambi di line up, ed un lungo periodo di gavetta, gli Annihilator convinsero i signori della "Roadrunner Records" a patrocinare l'uscita del loro "Alice In Hell" (1989). L'album fu un vero e proprio successo - grazie anche alla voce "acida" di Randy Rampage -, sancendo contemporaneamente l'apertura di un nuovo capitolo per il mondo del Thrash Metal, che grazie a questa release conobbe in maniera importante l'innesto di una ricercata tecnica strumentistica all'interno delle sue trame. Successivamente, il gruppo -nonostante nelle grandi realtà si esibisse come gruppo di spalla - ricevette un grande riscontro popolare, spesso surclassando gli headlinere; un riscontro che lo trasformò in una delle band più acclamati non solo nel proprio territorio, ma anche nel resto del mondo. Oltretutto, conosciamo bene la storia della proposta che Dave Mustaine fece al nostro Waters, ovvero quella di entrare in pianta stabile nei suoi Megadeth; una bella tentazione per Jeff, successivamente respinta. Sappiamo anche che, alla base di questa importante decisione, c'era la volontà del chitarrista di continuare da solo la sua corsa verso la conquista dell'Olimpo del Metal. Una corsa diventata a quel punto quasi irrefrenabile, arricchita di lì a poco da nuovo progetto in cantiere. Un disco che segnò l'arrivo di importanti novità non solo nella line-up, ma anche per quel che riguardò il coinvolgimento di persone "estranee" al giro della band, con l'ingaggio di una figura che avesse potuto prendere il timone per guidare la produzione del successivo "Never, Neverland".Un'opera che contò molto di più sulla velocità d'esecuzione e sulla qualità sonora, decisamente un passo avanti rispetto al debutto; un album più evoluto di "Alice..", anche a livello compositivo. Ascoltandolo tutt'oggi, si vede e percepisce quanto Waters fosse maturato artisticamente parlando, dopo aver vissuto le varie esperienze caratterizzanti del primo periodo della sua carriera. In quest'ultimo disco degli Annihilator, poi, Coburn Pharr prese il posto di Rampage. Un cantante, il nuovo, la cui personalità ed i cui timbri e stili si differenziavano non di poco da quelle di Randy. Un sodalizio che durò poco, in quanto il rapporto fra Pharr e gli Annihilator fu destinato a rompersi di lì a poco. Un rapporto che, forse, non era mai decollato appieno, a causa di profonde incomprensioni e divergenze fra lo stesso Coburn e Waters, venute a galla proprio durante la realizzazione di "Never, Neverland". Ma nonostante i retroscena, l'album venne considerato un manuale di Speed/Thrash Metal tecnico, strappando un altro pollice in su e tonnellate d'altra stima, dal pubblico. Una "Roadrunner.." soddisfatta ed una cerchia di fan fedelissima ed entusiasta, non si poteva chiedere di meglio. I presupposti per un terzo album c'erano tutti, bastava unicamente risolvere i problemi di line-up. Siamo nel 1993 e "Set The World On Fire" fa dunque la sua comparsa. Il gruppo trova in Aaron Randall una nuova voce, ed in Mike Mangini (allora giovane ed affamato di esperienza) un batterista adatto alla propria proposta. Radunata la squadra, Waters, Randall e Mangini poterono dunque donare alla "Roandrunner Records" un nuovo disco firmato Annihilator, dividendosi fra i "Fiasco Brothers Recording" di New Westminster ed i "Creation Studios" di Vancouver, facendo anche tappa nei "Vancouver Studios" di Burnaby. Un lavoro, "Set..", che mostrò, un altro aspetto della band, ancora sconosciuto ai fan: un parziale ammorbidimento del sound, con la conseguente adozione di soluzioni più soft in molte delle tracce; aggiungiamo un uso più massiccio di ballad a tema "amoroso" ed il cerchio è dunque completo. Il tutto, nonostante l'album abbia un titolo (ad onor del vero) che punta più su di un altro tema. "Bruciare il mondo", insomma, "metterlo a ferro e fuoco". Decisamente un titolo dal quale non ci si aspetterebbe un qualcosa di "levigato" o più contenuto. Tuttavia, questo fu il sommo volere della "Roadrunner..", la quale impose a Jeff di rendere la sua musica leggermente più diretta e "commerciale". Un disco, "Set..", comunque ricco di ospitate e di collaboratori, suonato da moltissime persone, oltre al trio "Waters / Mangini / Randall". Al basso troviamo infatti Wayne Darley, mentre a supporto di Jeff, come secondo chitarrista, notiamo la presenza di Neil Goldberg, più tutta una serie di "ospiti" e comparse che elencheremo in maniera dettagliata nel track by track. Alla consolle, poi, un vero e proprio "trio", assunto per aiutare il mastermind Waters nei lavori di engineering, mixing e mastering. Tre ruoli ricoperti splendidamente da Paul Blake, Randy Staub ed Eddy Screyer. Dando uno sguardo alla cover art, perfino la copertina sembrerebbe assumere uno stile meno sinistro rispetto ai primi due progetti, decisamente più malinconico. Possiamo notare in essa una ragazza, probabilmente la Alison del primo album (ciò spiegherebbe la bambola ai suoi piedi), seduta e sconsolata, immersa in un paesaggio distrutto e desolato. Fotografia e concetto particolarissimi, ma descrivere soltanto l'aspetto esteriore non la dice certo lunga sul contenuto di un qualsivoglia disco; perciò, passiamo senza ulteriori indugi all'analisi track by track.

Set The World On Fire

L'album si apre con la traccia omonima, "Set The World On Fire (Metti il mondo a Ferro e Fuoco)", dove possiamo udire nei primi secondi un'atmosfera dal background ricco di suoni di battaglia; una sorta di intro alla "One" dei Metallica, storica ed intramontabile track presente nell'album "And Justice For All" (1988). Nonostante l'atmosfera, la strumentale compensa con degli arpeggi delicati e privi si ostilità; tuttavia, come siamo ormai stati abituati dal gruppo, possiamo intuire come dietro a delle chitarre angeliche si celi in realtà un'altra situazione, che si presenta improvvisamente a 0:33. Le chitarre sfoggiano un sound freddo, e il palmuting in downstroke che Jeff Waters ci presenta ricama un ritmo incalzante, che facilmente suscita in noi la voglia di farci trascinare, soprattutto quando un doppio pedale aggiunge il suo carico, creando un legame inseparabile tra la canzone e noi stessi, già coinvolti, in questo primo minuto non ancora scoccato. Così, successivamente, Randall si introduce con una voce resa più minacciosa dalla sua intensa interpretazione. Nel frattempo, le chitarre creano una base sicuramente non spinta quanto le sue parte iniziali, ma questa scelta è anche stata operata in modo tale da focalizzare meglio l'attenzione generale sul cantante. Diversamente, nel momento in cui il ritornello si presenta a 1:11, la canzone cambia tono; e le chitarre, con degli accenni quasi "stonati", alternati con dei powerchord assai movimentati, fanno tornare l'aggressività anche se in modo abbastanza contenuto. La voce di Aaron tenta invece di fare un passo in avanti, aggiungend una sorta di pathos malvagio, e nonostante il Nostro non abbia una voce propriamente predisposta a caratterizzare l'ostilità, riesce a gestire bene il proprio ruolo. Dopo questi 20 secondi di refrain, torna la solida strofa accompagnata dai martellamenti di Waters e di Mangini. I due, assieme al resto della band, cercano di non fare spegnere la fiamma neanche per un secondo. Questa fiamma riprende ossigeno con il ritorno del refrain, che questa volta avrà una doppia durata e, di conseguenza, un'aggiuntiva carica energetica, che dovrà fare da contrappeso per la malinconia portata dagli arpeggi del bridge, sentimento aggravato dalle parole"your people are dying, your people are crying out...". Un espediente che verrà contrastato durate le frasi successive, mediante un'accelerazione ritmica. Effettuata come se, tutto quel che è accaduto negli ultimi secondi, fosse stato soltanto un qualcosa adatto a fungere da trampolino per quel che ora stiamo udendo. Si presenta addirittura un assolo dal flavour Blues, potremmo dire "estremo", ma purtroppo di durata esigua. Ritorniamo all'intermezzo già udito nel pre-solo, con un continuo quasi progressive che si smorzerà a 3:09 per ridare spazio alla strofa. Successivamente, anche il ritornello farà il suo ritorno ritorno, portando la traccia nei suoi secondi conclusivi, in un crescendo che porterà il cantante ad urlare "Fire!", parola che sancirà la definitiva chiusura del brano. Un testo, abbiamo potuto notare, che non manca certo di chiarezza: il soggetto è un uomo assetato di potere, il quale per convincere gli altri a seguirlo nelle sue volontà sostiene fermamente che, se il comune desiderio delle persone è quello di avere il potere, quest'ultimo potrà essere acquisito soltanto entrando scendendo in guerra, sul campo di battaglia, al suo fianco. Egli si proclama un leader, un conquistatore privo di scrupoli, pronto a distruggere chiunque si metterà lungo il suo cammino. Distruggere il mondo a colpi di guerre, dilaniare la pace, il quieto vivere. I nemici piangeranno ed imploreranno pietà, eppure lui non sentirà ragione. Ci schiaccerà, a meno che non faremo in modo di essere dalla sua parte. Allora, avremo salva la vita. C'è da dire che la nostra storia è piena di reali "trasposizioni" di ciò che è scritto in questo testo, il quale sembra ispirato a fatti realmente accaduti. Per citarne un paio, il Nazismo e le sue teorie circa la "razza ariana", o diversi conflitti iniziati dagli Stati Uniti. Conflitti dai quali sono partite teorie che hanno finito per ritorcersi contro chi le ha ideate, teorie complottistiche atte solamente a mascherare la sete di potere di loschi individui. 

No Zone

"No Zone" è la seconda traccia di questo album, introdotta da un riff più Heavy che Thrash, il quale avanza con un ritmo abbastanza contenuto e lineare. Quando arriveremo a 0:16, però, noteremo con gioia come la "velleità" Thrash cresca sempre di più fino a fondersi con la sua componente Heavy, donando vita ad uno Speed decisamente accennato. Interviene dunque Aaron, il quale canta le "sue" prime frasi, e proprio in questo frangente possiamo percepire l'ebbrezza causata da questa macchina da corsa musicale, che sfiora i nostri sensi, sconvolgendosi. Il ritornello non si differenzia molto strumentalmente, troveremo qualche leggero cambiamento ritmico e nella linea vocale, ma l'intenzione resta pressoché la stessa. Successivamente, sentiremo un altrettanto veloce assolo, che ha la durata di due battiti di ciglio, ma risulta carico abbastanza per creare un effetto di euforia perenne. Rieccoci nella strofa, che resta al passo e che ci ipnotizza nella sua danza; una strofa che termina ad 1:00 netto, nello stesso istante in cui il cantante viene accompagnato da una voce, che simultaneamente recita: "...you better say your prayers". E' così che il ritornello ci intrattiene fino all'inizio del bridge il quale, dalla durata di mezzo minuto, si mostra in una miscela fra la frenesia e le diteggiature leste ed impensabili di Waters, unite alla voce di Randall, che si fa sentire. Nel riff di base che struttura il bridge, si cela anche il punto di partenza per il secondo assolo, non proprio veloce come il primo, ma più strutturato e stirato, in termini di tempistica. Siamo a 2:13 e Randall torna a farsi udire per cantare un'ultima volta i versi della prima strofa, cambiando leggermente la linea vocale, per poi arrivare al refrain, che sarà anche il punto di arrivo assieme a degli ultimi 3 secondi esplosivi. Questa traccia la si può ben definire breve e intensa, ma per quanto poco possa durare, riesce a regalare il giusto sentimento e la giusta carica che ci si può aspettare da un brano presente in un disco come questo. Nel testo, in modo specifico durante la frase "You scorch and rape the land, look at Borneo", viene citato il Mare Borneo, occupato dal Giappone durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale. Il titolo sembrerebbe un gioco di parole, "No (O)zone", visto lo spropositato uso di armi di distruzione di massa usate in passato durante le guerre, le cui nubi post esplosione riuscivano ad arrivare talmente in alto da far sembrare di riuscire a squarciare il cielo, e dunque l'ozono. Quindi, anche in questa traccia, si parla degli orrori instaurati da un clima di guerra, anche se portati in un'altra ottica. Si parla non più da un punto di vista dell'affamato di potere come nella traccia omonima dell'album, ma più dell'uomo in generale, sia esso normale o "potente". Un uomo che si ritrova in una situazione più grande di lui, per la sua stessa colpa e non curanza. Un uomo che ha dilaniato la sua vita facendo la guerra, ed ora ne paga le conseguenze. Si rende conto di essere soltanto una delle tante formiche che sperano di non trovare una scarpa che possa schiacciarle. Vive con il terrore che una bomba atomica possa cadergli in testa, proprio come successo in Giappone; una terra che ancora paga, a distanza di anni, gli effetti delle armi nucleari. Armi che uccidono ed inquinano, ed usiamo senza criterio alcuno. Cosa dovrà succedere, per farci capire finalmente che stiamo sbagliando tutto?

Bats In The Belfry

Traccia successiva, effetto sonoro particolare: udiamo un concitato stridio di pipistrelli, degna accoglienza per il brano "Bats In The Belfry (Pipistrelli nel Campanile)". Lesto si aggiunge, al verso dei chirotteri, un arpeggio che ricorda leggermente ad alcuni elementi della colonna sonora del film (targato 1977) "Suspiria", anche se la somiglianza può risultare soggettiva. Assieme a questi arpeggi, vengono anche aggiunti dei powerchord che, coadiuvati dalla batteria, proseguono in crescendo fino ad esaurirsi improvvisamente, ripetendo questo processo per due volte, fino a che quel crescendo non si collega alla strofa. Una strofa nello stile del classico Heavy Metal, anche se le chitarre distorte di Waters aggiungono un po' più di vivacità. La voce si tiene in un range abbastanza basso per le capacità del cantante, anche se controllato più che bene. Infatti, è durante il ritornello che Randall cerca di farsi sentire il più possibile, aggiungendo più tenacia, elemento che in questo frangente si presenta anche nei testi (tutti firmati da lui, tra l'altro). Intanto, la strumentale accenna uno stile groove, stile che era in crescita proprio in quegli anni grazie a band come Pantera (per molti padri fondatori del genere assieme agli Exhorder) e Sepultura. Proprio nell'anno della pubblicazione dell'album in questione, i brasiliani licenziarono infatti il monumentale "Chaos A.D". Si prosegue con una sezione che possiamo definire post-ritornello, dove la parte iniziale spedita lascia spazio a 5 secondi di calma, anche se poi la situazione verrà recuperata con un intervento più movimentato della batteria, che porta la chitarra a reagire di conseguenza. Aaron ricomincia a cantare la strofa, adottando un sentimento più scontroso e deciso, differenziandola dalla precedente in modo molto evidente. Con questa decisione vocale, la canzone cresce sempre di più anche durante il ritornello, rendendo il tutto più accattivante fino all'ultimo secondo, anche durante l'intermezzo che precede il momento di gloria del giocoliere della sei corde, in cui Randall recita la sua parte con uno stile più parlato. Il soloing è inconfondibile, si sentono ancora i modi di fare alla "Alison Hell" e "The Fun Palace", ma durante il cambiamento ritmico, questo stile prova a cambiare rotta, diventando negli ultimi secondi più Rockeggiante. Sempre più deciso di prima, Aaron torna a cantare per questi ultimi giri di strofa e ritornello. Arrivati a questo punto, dalla canzone non si può pretendere niente di più, l'energia arriva forte e diretta, anche nei suoi momenti finali, dove tutti i componenti danno sfogo ad una manciata di euforia. Si ritorna, testualmente parlando, ad un tema assai "caro" agli Annihilator, ovvero a quello delle menti deviate. Avere i pipistrelli nel campanile, difatti, è un detto anglosassone per definire uno status di pazzia. Come in molte delle canzoni del gruppo viene quindi usato un termine o un detto per definire questa condizione in modi sempre diversi. Quello che vuole dirci il testo è che forse una risposta ai problemi c'è, soltanto che è talmente vicina ai nostri occhi che non riusciamo a metterla a fuoco, paradossalmente parlando.Durante lo svolgimento del testo possiamo vedere che il soggetto continua a rimandare i propri problemi, fino a quando questi sono talmente opprimenti fino a diventare insormontabili. Insomma, un testo di denuncia contro la sostanziale "accidia" nella quale sembriamo crogiolarci. Vogliamo farci schiacciare dalla vita, quando la soluzione sarebbe così semplice da applicare: basterebbe solo voler star bene, ma desiderarlo sul serio. Eppure, nessuno sembra avere la forza di poterci credere. Preferiamo che i pipistrelli infestino il nostro campanile, dando a chiunque la colpa della nostra pazzia, meno che alla nostra incapacità di tirare fuori il carattere, ed affrontare i problemi a viso aperto.

Snake In The Grass

La quarta traccia, "Snake In The Grass (Serpente nell'erba)", dalla intro acustica, si presenta in un mood malinconico il quale si estende per la bellezza di 55 secondi, in cui Randall canta pacatamente delle parole atte a comunicarci cosa potrebbe provare una persona delusa dall'amore. Nei secondi successivi, la canzone inizia ad evolversi, diventando una "leggera" canzone Rock, arpeggiosa e resa più "aggressiva" dal doppio pedale di Ray Hartmann, storico batterista dei primi due album del combo canadese, in questa traccia musicista di ruolo. La voce, invece, non viene alterata più di tanto ma cerca comunque di andare allo stesso passo della strumentale. Il ritornello, dal canto suo, rappresenta un punto di svolta dell'intenzione del pezzo: un frangente in cui la chitarra smette di arpeggiare e tira fuori il suo timbro distorto, facendo salire sugli scudi anche il cantante, il quale aggiunge un bello "..shit.. " tra le parole. Ascoltandola nel complesso, e guardando leggermente avanti, potremmo sicuramente trovar un certo rimando a posteriori al ritornello della canzone "Speed", presente nel successivo album degli Annihilator, "King Of The Kill". Successivamente, la canzone diventa più movimentata, e anche il cantante sembrerebbe voler dare ancora di più, assieme alla chitarra, che vuole comunque fa ricordare all'ascoltatore le proprie origini più spinte, nonostante degli ammorbidimenti generali. Gli arpeggi riprendono e- insieme a loro - riprende anche la strofa, con le linee vocali di Randall che tornano ad intensificarsi sempre di più, assieme alle strumentali, attraversando ancora insieme le note e i ritmi del ritornello. Segue un bridge alla "Hellraiser" di Ozzy Osbourne, sempre più incalzante, soprattutto nell'assolo, dove la ritmica decisa e zoppicante crea una base solida per un assolo che muterà assieme al ritorno del riff che abbiamo ascoltato durante il ritornello. Come consueto, dopo questa parte solista, segue la terza strofa della traccia, con il cantante che cerca di usare più le proprie capacità di estensione vocale. Il ritornello successivo è l'ultima "fermata", dunque, che precede il conclusivo assolo di "Blues estremo". Anche in questa traccia è stato scelto un nuovo detto, per dargli un titolo d'impatto. "Snake in the Grass", il cui significato descrive una persona imprevedibile e pericolosa, quanto una vipera nascosta in un prato. La figura del serpente nell'erba si riferisce in questo preciso caso ad una ragazza che ha abbandonato il proprio compagno, senza troppe spiegazioni o rimorsi. A raccontare la storia è proprio lui, colui che le ha donato fiducia ed affetto, che si è illuso dell'esistenza del vero amore e del sentimento puro. Un cumulo di bugie dal quale l'uomo finisce con il franare rovinosamente, facendosi del male fisico ed interiore. Quel sentimento ormai è diventato un miraggio, una visione persa nel deserto della disillusione. Lei era il suo mondo, il suo Tutto.. e lei si è rivelata essere una disonesta traditrice. Un colpo che l'uomo accusa, per il quale piange, ma che sotto sotto è contento di aver incassato. Se non altro ha aperto gli occhi ed ha capito che non poteva continuare ad agire con la testa obnubilata da un sentimento. Arriva quindi a dirle quanto Lei sia una disgrazia, un essere spregevole. Una persona con la quale lui non vorrà più avere nulla a che fare.

Phoenix Rising

Arriviamo alla conclusione della prima metà del disco, ascoltando "Phoenix Rising (Il Risveglio Della Fenice)", la quinta traccia, dalla intro semi/acustica e sempre malinconica. La strofa non inizia fin quando non subentreranno la batteria di Rick Fedyk (batterista ospite) ed il basso, che donano più corpo al sound, e così Aaron inaugura la sua presenza in questa traccia con un fare che si addice a quella tranquillità deprimente costruita dalla strumentale. Nello stesso momento, al basso viene dato un compito maggiore, quello di fungere da sostegno per gli alti della chitarra acustica, rimanendo comunque delicato nel suo incedere. Dopo l'inizio del ritornello, i bassi si intensificano e le chitarre cambiano giro di arpeggio, mentre il cantante viene sostenuto da dei cori che creano un senso di vastità nel sound. Cori affidati ad altri due ospiti, ovvero Mark Lafrance e David Steele, membro dei The Beat nonché dei Fine Young Cannibal. Dopo 2 secondi di pausa, le bacchette di Fedyk fanno ricominciare la strofa che rende onore alla prima, e lo stesso vale per il ritornello, caratterizzato da quel "..like a phoenix rising!", sparato in un acuto da far venire i brividi. Ma ancora non è finita, perché a seguire subentrerà un bridge in cui Randall vuole ancora stupirci della sua abilità nel salire di tonalità. Dopo tutto ciò, un assolo leggero che si fonde alla perfezione con il resto, in una sublime fusione armonica. E' a 2:52 che riprende l'arpeggio iniziale, ed è anche il momento in cui facciamo più caso alle tastiere (suonate da John Webster, musicista e produttore con all'attivo numerosissime presenze in molti progetti di grandissimi del Rock) che finalmente - purché sempre presenti - risultano più udibili e importanti per l'atmosfera generale. Dieci secondi dopo rientra il ritornello che si conclude a 3:20, prima di lasciarci nelle mani di un finale meno caloroso e intenso, ma giusto per la conclusione di una traccia leggera. Il testo sembrerebbe costituire il capitolo successivo alla traccia che abbiamo ascoltato in precedenza. Il tempo è trascorso dalla separazione dei due individui, ma il dolore, invece di diminuire, si comporta nel modo contrario; ovvero, cresce, spropositatamente, sempre di più. Quindi, l'uomo sogna di ritornare ancora una volta al fianco del suo amore perso, anche se le sue speranze non possono portare ad alcun cambiamento. Nonostante le parole d'odio e di astio vomitate contro la sua Lei, il Nostro sente tristemente d'aver perso un tassello importante della sua vita, ed è volenteroso di recuperarlo. Nonostante sia ridotto ad i minimi termini e sappia di non avere più alcuna speranza. Tuttavia, proverà a lottare, a cercare di far quadrare i conti. Nel mentre, però, il dolore lo assale. Piange e si dispera, purtroppo non può fare altro che leccare via il sangue da una ferita ancora apertissima. 

Knight Jumps Queen

Siamo dunque in procinto di ascoltare "Knight Jumps Queen (Il Cavallo Mangia La Regina)", ovvero la sesta traccia di questo lavoro. Durante i primissimi istanti, viene dato al basso il compito di eseguire il riff principale, con il sostegno di una batteria lineare e semplice. Passati 10 secondi, si uniranno anche le chitarre, che porteranno un notevole cambiamento a livello di impatto e potenza. Concluso il secondo giro di riff eseguito con la chitarra, seguirà un assolo abbastanza allegro, con una linea che si ripete diverse volte. Le chiarre si smorzano, per lasciare lo spazio alla voce, più recitata che cantata. Durante la seconda parte della strofa re-inizierà a premere la sei corde, con dei leggeri arpeggi non molto ingombranti. A 0:55, il pedale della distorsione torna ad accendersi, quando il ritornello inizia a penetrare i nostri timpani, con quel riff iniziale anche un po' grooveggiante. Nel momento in cui la frase - nonché il titolo della canzone - viene pronunciata da Randall, si uniscono dei cori di supporto che danno consistenza al tutto, eseguiti da un complesso denominato "The Annihilettes", il cui nome sembra ricordare i quartetti-quintetti vocali molto in voga negli anni cinquanta, come le celeberrime The Chordettes di "Mr. Sandman". Prima di concludersi, il ritornello cambia per un istante, sia per l'entrata del doppio pedale di Mangini, che per il leggero cambiamento nella linea vocale e nel riff. Il basso si riprende i suoi momenti di protagonismo per accompagnare - assieme alla batteria - la seguente strofa. Nessun sostanziale cambiamento, come per il ritornello, perciò dovremo attendere di arrivare al minuto 2:01, per ascoltare l'entrata dell'assolo, che questa volta si introduce con un'agilità degna del nome del suo esecutore, dove oltre alle sue abilità nella plettrata alternata veloce, il Nostro aggiunge qualche armonico giusto per dare al tutto più colore. Appena ascoltiamo la nota conclusiva del momento solista, poi, possiamo udire un accenno chitarristico che ci fa riportare indietro negli anni, ma soltanto per pochi secondi. Aaron ricomincia a recitare i versi della strofa, frangente in cui cerca di aggiungere più "pazzia" ed interpretazione. Il refrain sarà la parte finale del pezzo, che piano piano andra a scemarsi fino ad esaurirsi. Testualmente parlando, per descrivere il concetto del più forte, Waters ha voluto fare riferimento al gioco di scacchi, dove una figura come il cavaliere (in italiano chiamato semplicemente come "cavallo") mangia una figura così importante come la Regina. Virtualmente, una persona invincibile perché incredibilmente potente, regale, invincibile. Tuttavia, un titolo non assicura certo l'invulnerabilità, tutt'altro. Per far capire che il potere rende forti ma non invincibili, Waters ci comunica in agguato può inaspettatamente esserci qualcuno estremamente più astuto di noi. Un umile cavaliere o chissà chi, sta di fatto che la possibilità di venire scalzati senza neanche accorgercene esiste ed è concreta. Disperarci, a frittata avvenuta, non sarebbe dunque giusto. Avremmo dovuto salvaguardarci prima, anziché cedere alla baldanza ed alla vanagloria. Paghiamo dunque lo scotto della superbia e dell'arroganza, mali assoluti di un mondo in rovina. 

Sounds Good To Me

"Sounds Good To Me (Mi Suona Bene)" è la prossima ballad, che si presenta con degli arpeggi - come sempre - malinconici. Anche in questa traccia il basso ha una notevole importanza, e la batteria non è certo da meno, visto che torna ad essere appannaggio totale di Ray Hartmann. Ad un certo punto, la canzone si velocizza leggermente, divenendo simile ad un tipico brano da film romantico anni '80. Randall inizia pian piano a farsi sentire, con degli accenni canori qui e là, fino ad iniziare a cantare definitivamente. L'andamento non risulta né molto forte né troppo lento, come ballad è abbastanza movimentata e trascinante. La linea melodica - grazie anche alla voce - ci trascina grazie al suo vento delicato, facendoci viaggiare nella maestosità della strumentale. Il ritornello cerca di farsi notare nel momento in cui arriva; infatti, la voce si fa più acuta e più forte, anche se gli strumenti preferiscono rimanere più contenuti. Per questo, quando ricomincia la strofa, la batteria continua nei suoi passi senza cambiamenti o interruzione. Il cantante, anche in questo momento, cerca di variare qualche aspetto nella linea melodica, soprattutto nell'ultima parola pronunciata, ovvero "free". Nonostante si faccia sentire poco caratteristico nella sua parte finale, il ritornello continua a distinguersi nei suoi primi attimi anche durante il suo secondo giro. Al suo termine, più precisamente a 2:15, c'è l'inizio dell'assolo, decisamente, e giustamente, più aggressivo rispetto alla strumentale, che aggiunge un pizzico di sale che di certo non guasta. Durante la sua seconda sezione, l'atmosfera si fa più epica grazie all'intervento di una seconda chitarra che, anche se rende il tutto più vivace, è comunque un momento melodico che bene si amalgama con il mood. Torna improvvisamente il pre-ritornello, riportandoci alla realtà con un intermezzo solitario, con degli arpeggi accompagnati soltanto dal proprio riverbero. La canzone si riprende durate il nuovo giro di refrain, che andrà ad allungarsi fino a fondersi con la parte finale, dove delle chitarre distorte meno udibili eseguono assoli i quali sfumeranno con il proseguire dei secondi. Liricamente parlando, quello che vuole dirci questo pezzo, è forse un incoraggiamento per chi non è soddisfatto della vita. Il mondo in cui viviamo è descritto come il paese delle meraviglie, perché in fin dei conti, per chi non si lascia portare alla deriva dalle ingiustizie e dagli inconvenienti della vita, quello in cui ci troviamo potrebbe effettivamente risultare un posto in cui, se ci credi veramente e perseveri nelle tue scelte, potresti avere ciò che desideri. Basterebbe dunque scrollarsi di dosso il pessimismo ed il vittimismo facile, per indugiare in una visione ben più ottimistica di quel mondo tragico che le varie disgrazie vorrebbero presentarci. Siamo come marinai su di una barca, approdati dopo mille tempeste in un oceano calmo ed azzurro. Acque cristalline in cui dovremmo tuffarci senza paura, per usufruire al meglio di tutto il buono che la vita vorrebbe donarci. Non esitiamo e lanciamoci, nuotiamo allegri, divertiamoci. Chi mai dovrebbe impedirci di vivere la nostra vita al meglio delle nostre possibilità? Siamo pur sempre destinati a morire.. dunque, tanto vale sfruttare il tempo che abbiamo per vedere il positivo, anziché il negativo. 

The Edge

"The Edge (Il Limite)", con la sua vivacità determinata dal suo stile Heavy Metal iniziale, sembrerebbe prometterci di essere una delle canzoni più vivaci di tutto questo percorso. Infatti, durante i primi secondi, non solo verremo raggiunti da un riff old school, ma già saremo deliziati dai primi sprizzi solistici; i quali, come successivamente capiremo, fungeranno anche da intermezzo. Immediatamente dopo la fine di questo frangente inizierà invece la strofa, dove gli sforzi di Randall sembrano essere simili a quelli da compiersi per bere un bicchiere di acqua, viste le linee vocali adottate, decisamente al disotto delle sue capacità. A 0:24, il collegamento tra stofa e ritornello è impercettibile, tanto vero che, se non venisse pronunciata la frase "..it's the edge" durante questa sezione, forse l'avremmo scambiata per un pre-refrain. Nonostante questo particolare, la melodia cambia leggermente anche se le chitarre restano sullo stesso andamento, come tutta la sezione ritmica. La strofa ricomincia con l'urlo di Randall che recita nuovamente la parola "the edge!", giusto per far capire come questo termine sia la chiave di volta di tutto il pezzo. Segue poi un giro standard, in cui non verranno effettuate modifiche, a parte ovviamente il testo. L'eccezione arriva nel ritornello, che differentemente ai canoni di un refrain, sezione caratterizzata pressoché dalle stesse parole, vedrà le sue liriche totalmente sconvolte, anche se le frasi che sostituiscono quelle del precedente momento resteranno ovviamente nel tema della canzone, senza sconvolgere nulla. 1:14, un cambio stilistico, e forse uno dei momenti dell'album che stonano di più, poiché il bridge che stiamo ascoltando suonerà altamente fuori contesto per chi abbia ormai assimilato gli Annihilator come band di genere Technical Thrash Metal quale era, deludendo le aspettative che ci eravamo creati all'inizio. Il pezzo cercherà di riprendersi con delle chitarre distorte che alzano non di molto la sostanza della canzone, e successivamente, inizieremo a rincuorarci dal momento in cui inizierà l'assolo che - pur non sfruttando appieno le abilità del chitarrista - cerca di ri-orientarsi verso uno stile più Heavy, ridonandoci un po' di ossigeno. L'urlo di Aaron torna a farsi sentire per annunciare la terza strofa, che precederà il "nuovo" ritornello, che questa volta sarà costituito dalla fusione dei versi che componevano i due precedenti, allungando dunque la durata di questo, concludendosi poi poco dopo. Una traccia sulla voglia di lottare per un futuro migliore. La regole della strada (no, non parlo di quelle che si rispettano quando guidiamo) sono dure, soprattutto in certi ambienti, in cui per difendersi e per andare avanti con serenità, non basta soltanto il senso del rispetto verso il prossimo. Puoi trovarti davanti alla sola scelta di difenderti con astuzia e forza, contemporaneamente. L'individuo protagonista è determinato a voltare pagina, a voler uscire da questo inferno, dove ogni angolo che solchi rappresenta un confine sottilissimo fra tranquillità e guerra. Perciò, se vuole assicurarsi di camminare con i piedi in terra, dovrà sfruttare tutto ciò che ha imparato nella vita, per sconfiggere questa tragica realtà. Lottare senza esclusione di colpi dando fondo al proprio arsenale, sfruttando la forza ma anche la capacità di creare strategie vincenti. Cervello e muscoli, tutto deve essere impiegato. Vivere la strada si configura in questo, ovvero nella capacità di discernere le situazioni che ci si paiono davanti. Saper riconoscere un amico da un nemico, e viceversa. Una grande palestra, quella della "vita reale", che nessun professore potrà mai spiegare o riassumere.

Don't Bother Me

Il Thrash torna con il riff iniziale di "Don't Bother Me (Non Preoccuparti Di Me)", con dei legati che si susseguono mediante una plettrata alternata lesta. Successivamente, Mangini inizia a cavalcare, usando i due pedali della grancassa. Il tempo inizia a cambiare, e la canzone tende a trasmetterci quelle sensazioni che possiamo provare ascoltando un brano dei Megadeth come "Rust In Peace.. Polaris", dal loro leggendario quarto album. Il sound duro si confonde quindi con un tema ironico, date dalle liriche di questo pezzo. Il ritornello, che procede giocando anche con dei cromatismi, mantiene in carreggiata il pezzo, cercando di fargli sempre percorrere la strada giusta. I legati ritornano e la batteria duetta con essi, intercettati anche dalla voce di Randall, che ha anche il diritto di proseguire con la prossima strofa, mantenendo la stessa carica precedente, anche con il successivo ritornello, le cui strumentali sono pura frenesia. La quale continua con il bridge che si fa sempre più allegro, per poter introdurre l'assolo che si presenta anche in modo più shreddante, dall'animo blues e dall'intenzione decisa. Il riff della strofa ci invita nuovamente a "danzare", mentre Randall fa ritorno con lo stesso fare noncurante, ma torna anche il ritornello di stampo quasi Rock & Roll, accompagnandoci fino all'ultimo secondo. La vita vissuta all'estremo, andare a letto incoscienti di cosa si è appena fatto, e risvegliarsi il mattino dopo spaesato, senza ricordare nulla. Hai perso il lavoro, la tua vita è incasinata, proprio come la stanza che ti circonda, ma la cosa che importa di più, è ciò che ti permette per alcuni istanti, di dimenticare tutto questo, cioè l'alcol. Questo è il senso del testo, influenzato soprattutto dallo stato d'animo di Waters in quegli anni. Una situazione vissuta più e più volte dal bravo chitarrista, tendente molto spesso ad alzare il gomito per dimenticare i suoi problemi. Un testo che ci saremmo quasi aspettato da una band molto più grezza e diretta come i Tankard, maestri nel descrivere sbornie clamorose e disastri combinati in seguito a a queste ultime, quando si è totalmente dimentichi d'ogni cosa compiuta, poiché compiuta con la testa totalmente annebbiata dall'alcool.

Brain Dance

Il telefono squilla, ed una voce alterata dagli effetti in studio sancisce l'inizio di "Brain Dance (Danza Cerebrale)". Seguono suoni casuali, per creare scompiglio e senso di confusione, grazie a degli elettrizzanti armonici di chitarra. Entra un riff che si divide fra Groove e pasaggi Prog, influenzando quindi la sezione successiva. Ciò che verrà in un secondo momento sarà completamente diverso da ciò che abbiamo ascoltato dai primi secondi della intro fino ad ora, perché subentrerà una strofa che lascerà da parte le stravaganze prendendo un ritmo più sobrio e meno sconvolgente. Dal momento in cui il cantante intona i primi versi, difatti, un riff molto Hard Rock riesce a donare un senso di serenità che non abbiamo trovato in nessun'altra traccia del disco. La serenità che si evolve in schizofrenia durante il ritornello, con un giro di chitarre sostenuto e massiccio. La voce assume un tono quasi maniacale, e nella parte finale incredibilmente acuta. A seguire, delle chitarre gioiose che continuano a mantenere il ritmo in una velocità sostenuta, dopodiché torna l'intermezzo mischia cervello, in cui si sentono dei passi poco percettibili. L'Hard Rock torna, portando con se la voce di Randall, per far sì che egli possa cantare la sua strofa.I n questa sezione si aggiungeranno -per differenziarla da quella precedente - degli inserimenti di chitarra per riempire qualche spazio vuoto nel sound. Durante il ritornello successivo, non ci saranno però spazi vuoti, perché l'atmosfera torna ad essere scatenata e inarrestabile, dal carattere schizzoide. Durante i bridge, la voce viene seguita da cori che descrivono quanto sia strana la natura di questa canzone, distaccando per qualche secondo lo stile musicale intrapreso. Cori nuovamente intrapresi "dalle" Annihilettes con l'ausilio di Norm Gordon, per precisare. Prima che possa iniziare il pezzo solistico, viene introdotto dall'allegro intermezzo, fino a 3:03, quest'ultimo viene collegato con il già anticipato assolo, un'insalata di note suonate alla perfezione, facendoci sognare ad occhi aperti. Prosegue un ending in cui viene tirato in ballo ancora una volta qualche elemento Prog, per poi ritornare alla strofa. Negli ultimi secondi dell'album, il ritornello ci carica ancora una volta, prima di lasciarci ad un rimando ad "Alison Hell", citata anche nel testo. Gli Annihilator sono conosciuti per il proprio animo spesso schizofrenico, possiamo prendere "Imperiled Eyes" come uno degli esempi più significativi, in tal senso. Sarebbe stato un peccato se questo lato non fosse emerso in questo contesto, più levigato sotto molti punti di vista. Infatti, la traccia conclusiva ci lascerà sicuramente un sorriso in volto, con un testo goliardico e quasi nonsense, con chiari riferimenti a quell' "Alice" che li ha resi famosi in tutto il mondo nel 1989. Delle liriche sconclusionate, in cui il cervello "balla" dipingendo tutta una serie di immagini fra di loro sconnesse e prive di significato.

Conclusioni

Arrivati dunque alle battute finali, con tutta onestà, posso solo dire che questo "Set The World on Fire" è stato sicuramente uno degli album più sfortunati nella storia del nostro genere. Opinione, per altro, condivisa da molti. Il motivo per cui appoggio questa teoria è presto detto, basta semplicemente contestualizzarlo e ricordarsi delle analisi già effettuate circa i suoi illustri predecessori. Un disco uscito immediatamente dopo due tra gli album più importanti che il Thrash/Speed Metal abbia mai dato alla luce, in tutta la sua storia. Dopo capolavori e pilastri della portata di "Alice in Hell" e "Never, Neverland" sarebbe stato obbiettivamente difficile per chiunque, potersi eguagliare od addirittura superare. Aggiungiamo il peso da 90 letteralmente imposto dalla "Roadrunner..", la quale obbligò Waters a "commercializzare" il suo sound, e dunque arriviamo alle "dolenti" conclusioni, quelle che hanno purtroppo relegato "Set.." ad un album per così dire "di passaggio", per nulla incisivo come i suoi compagni, schiacciato dal peso di due autentici macigni. Possiamo fare un paragone con il mondo del cinema, per meglio rendere l'idea: molte saghe hanno dei sequel od un capitolo in particolare il cui stile non si addice quasi per niente al mood originario della serie, di fatto facendo risultare una pellicola "fuori posto". Essendo obbiettivi fino in fondo, però, dovremmo comunque isolare il prodotto prendendolo così com'è, giudicandolo con il maggior tasso di onestà intellettuale possibile. Proprio per questo motivo, penso e sono sicurissimo del fatto che "Set The Wolrd On Fire" sia un album che tutto sommato si faccia rispettare, pur avendo diversi difetti. Piccolezze sulle quali possiamo comunque sorvolare, apprezzando comunque il disco, che nel suo complesso non concederà chissà che ispirazioni o slanci tecnici, ma rimane comunque superiore a tanti prodotti suoi contemporanei, per inventiva ed estro. Il freno a mano imposto dall'etichetta non frenò dunque un Waters sempre deciso a lasciare la firma, a prescindere dal genere adottato. Un Jeff che questa volta si è affidato alla voce di Aaron Randall, un'ugola unica che ha reso unico anche il tempo che abbiamo impiegato ad ascoltare l'album. Mangini, come dimostrerà in futuro, risulterà poi una vera promessa nel futuro del Metal, inserendosi in "Set The World On Fire" senza far sentire la mancanza di Hartmann, benché questo compaia in due pezzi su dieci. Nel periodo successivo alla sua uscita, la critica non mostrerà gli stessi segni di apprezzamento - anche se in alcuni paesi vi sono state delle eccezioni - abbassando la reputazione della band, compromettendo seriamente il futuro di quest'ultima. Tuttavia, lo ripeto, sarebbe ingiusto condannare un disco solo perché "non all'altezza" dei precedenti. Non un lavoro degno del "primo della classe", questo album. Ma comunque, più che degno d'essere ascoltato, apprezzato e soprattutto ricordato, in virtù delle sue tante, buone qualità.

1) Set The World On Fire
2) No Zone
3) Bats In The Belfry
4) Snake In The Grass
5) Phoenix Rising
6) Knight Jumps Queen
7) Sounds Good To Me
8) The Edge
9) Don't Bother Me
10) Brain Dance
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