ANNIHILATOR

Refresh the Demon

1996 - Music For Nations

A CURA DI
SAMUELE MARIANI
17/01/2017
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Nell'uscite precedenti alla specifica di cui tratteremo oggi, abbiamo potuto osservare i molteplici volti degli Annihilator, abituati ormai a proporci sconvolgimenti improvvisi, apportando continuamente sempre più marcati cambiamenti stilistici. "Set The World On Fire" ha rappresentato per alcuni aspetti un lavoro dal rendimento per così dire opinabile, anche se oggettivamente di buona qualità. A seguire è arrivato l'album di cui abbiamo parlato proprio un episodio fa, ovvero "King Of The Kill"; una volto inedito, particolare, che ha potuto dare modo a Waters di rendere il contesto ancora più "intimo", coinvolgendo soltanto un batterista nella formazione. La cosa sorprendente, in quest'ultimo disco, è la grande dedizione profusa dal frontman non solo a livello strumentale, ma anche nell'interpretazione vocale (pur mostrando comunque delle debolezze, come già visto). Dopo l'uscita del lavoro del 1994, comunque la band iniziò di fatto ad aprirsi ancora di più rispetto al pubblico di oltre oceano, spopolando sia in paesi asiatici (in particolar modo in Giappone), sia in quelli Europei, amplificando ancora di più la propria cerchia di seguaci. Quindi, col senno di poi, il caro Waters riuscì a cavarsela comunque (nonostante le critiche ricevute in patria), dimostrando di essere una stella in grado di brillare anche di luce propria, senza "supporti". Tutto sommato, "King.." non poté definirsi un capolavoro ma neanche un flop. Anzi, tutt'altro. E tanto bastò per suscitare in Jeff la voglia di provare il bis, aggiungendo nella lista dei progetti (allora) futuri un disco che intitolerà successivamente "Refresh The Demon". Il topic è abbastanza intuitivo, grazie sia alla copertina che al titolo. A proposito della copertina, è giusto dedicare due parole al creatore dell'artwork, Paul Archer, il quale aveva già lavorato per la band in occasione della veste grafica dell'album precedente. L'illustrazione scelta per "Refresh..", per quanto possiamo osservare nella copertina, mostra per la maggior parte soltanto lo sguardo feroce di un demone, ma scopriremo che si tratta di un piccola parte di un disegno che raffigura il viso del demone per intero; la particolarità principe, però, risiede nel fatto che questo artwork sembrerebbe ispirato a quello scelto dalla leggendaria band inglese Uriah Heep per il proprio "Abominog", del 1982. Con una sostanziale differenza: se il mostro scelto dagli Heep era sicuramente più realistico nei dettagli, quello realizzato da Archer è invece molto più fumettistico e per alcuni versi "rassicurante". Ma un album non è fatto soltanto di copertine (anche se in molti casi esse rappresentano una parte determinante per la nostra immaginazione, nel momento in cui ascoltiamo le tracce), è frutto soprattutto di un grande lavoro ingegneristico e artistico, nel suo aspetto musicale; giusto quindi menzionare il meticoloso lavoro di engineering, mastering e missaggio eseguito dallo stesso Waters , lavoro svolto a quattro mani con Paul Blake (lo stesso che di fatto collaborò anche all'esordio della band). Avendo sempre ben in testa tanti bei colpi messi a segno da Jeff dietro la consolle ("Never, Neverland", anche grazie all'apporto di Glen Robinson, risultò un capolavoro anche a livello fonico, nulla da dire) siamo anche coscienti dell'abilità del guitar player from Ottawa circa il "maneggiare" in studio, sulla quale non mancano prove. Squadra che vince non si cambia, e se le collaborazioni erano state assai ridotte, in occasione di "King..", anche nel caso di "Refresh.." il Nostro decide di avvalersi di poche persone, risultando quindi lui la figura cardine del tutto. Anche a livello di line-up la storia non cambia poi di molto. E' inutile dire che il frontman si occupa degli strumenti cordofoni: Waters sicuramente è uno di quelli a cui non serve una mano per incidere delle linee di basso adeguate o una seconda chitarra, anche se per l'occasione chiederà l'inserimento in determinate tracce dell'amico Dave Scott Davis (presente in singoli come "The Fun Palace", "Never, Neverland" e "Stonewall"), il quale presterà le proprie abilità nella quarta, sesta ed ottava traccia di questo platter. Nonostante il fatto di non aver conseguito alcuno studio circa la tecnica vocale, Jeff decide comunque di perseguire il suo ideale autarchico, essendo egli stesso il cantante su "Refresh..".Forse vi domanderete, "si occuperà anche della batteria?". In parte, visto che per l'occasione il buon Jeff aveva composto (mediante drum machine) delle linee di batteria poi "consegnate" a Randy Black (già presente su "King.."), il  quale avrebbe dovuto semplicemente suonarle. I due artisti (con l'aiuto di Davis), rappresentano quindi la squadra che intraprenderà questa nuova sfida: incidere questo quinto lavoro, in seguito licenziato dalla casa discografica "Music For Nations".

Refresh The Demon

Partiamo subito con una traccia che non manca di ferocia, "Refresh The Demon (Rianima Il Demone)". La parte iniziale rappresenta ciò che viene comunemente definito come la quiete prima della tempesta, con delle chitarre dalla melodia a tratti inquietante, che verrà seguita nei secondi successivi dalla batteria e dal basso. Quest'ultimo porterà un cambiamento significativo al riff eseguito, dato che lo renderà più movimentato. Siamo arrivati al punto dove tutto esplode, con la strumentale che ci sorprende per la propria velocità ed aggressività. Gli Annihilator tornano quindi a portarci il loro lato più estremo sin dai primi 30 secondi dell'album, grazie anche agli inserimenti della batteria di Randy Black, abilissimo nell'adoperare il doppio pedale, il quale non fa che giovare all'intenzione generale del pezzo. Il basso accompagna delle chitarre che si esprimono con velocità, creando un'atmosfera infernale, tanto per restare in tema. Pochi attimi dopo, cambierà il riff, con dei powerchord che letteralmente "scivolano" avanti e indietro; espediente che cambierà la linea melodica ma che menterrà il tutto fedele all'atmosfera già creata. Nei momenti successivi, arriveremo alla prima strofa, con una plettrata alternata grave che lascia anche spazio a degli accordi dissonanti, che aumentano l'ambiente già di per se sinistro. Anche la voce di Waters cerca di metterci del suo, con un fare strafottente e di superiorità che ci sorprende e ci coinvolge. Possiamo ancora sentire il grande impatto che la strumentale sta ancora creando, con quel crescendo che si ripete, rendendosi quasi infinito. Durante 1:20, il riff che abbiamo ascoltato nei momenti precedenti alla strofa si presta per fare da sostegno a questo refrain, il quale non ha molti dettagli che differiscono, fatta eccezione per la linea vocale, ovvero un'interpretazione che verrà affiancata anche da dei cori i quali ci fanno capire l'imponenza del personaggio interpretato da Waters.La sezione non durerà molto, ragion per cui ci ritroveremo nuovamente nell'ambiente della strofa, dove il Demone ci parla a tu per tu, per farci capire che la sua fonte di energia primaria siamo proprio noi stessi; nel frattempo, la chitarra continua a ruggire. In questa sezione si aggiungeranno dei giri in più che permetteranno alla sei corde di inserire dei cambiamenti, con dei doppio-bending i quali altro non fanno che estendere quel crescendo che ci porterà al ritornello successivo. "Refresh The Demon", questo è il titolo del pezzo, ma è anche la frase che viene ripetuta più volte durante il refrain, come se questo servisse per ipnotizzarci e farci eseguire gli ordini del grande capo. Alla fine di ciò, arriveremo al bridge, con lo stesso Groove che abbiamo ascoltato fino adesso, anche se con un ritmo più lento. Il pezzo accelererà ancora grazie ad un breve momento capace di rimandarci a quelle influenze prog. che ormai vengono sempre meno sfruttate dall'artista, il quale preferisce centellinarle. A 2:47, quell'atmosfera cupa si trasformerà in un Blues allegro, aggiungendo un aspetto che valorizza il pezzo anche per la propria eterogeneità. La sezione solista, come d'abitudine, viene eseguita alla perfezione, senza comunque che il chitarrista possa strafare come potrebbe. L'assolo verrà seguito dalla voce, eseguente un intermezzo melodico e abbastanza leggero, se non fosse per la chitarra. Questi 30 secondi verranno infatti conclusi mediante un'ascia discendente la quale introduce un assolo successivo, che questa volta cercherà di risultare più aggressivo e veloce, condizione creata soprattutto dalla batteria. I secondi successivi verranno caratterizzati da una chitarra che verrà comandata dal pattern del rullante come è accaduto alcuni secondi prima, per poter fungere da collegamento al ritorno del cantante con la sua strofa. L'intenzione del pezzo non è cambiata, quindi ascolteremo la voce di Waters più decisa che mai, come è altrettanto decisa la strumentale, portandoci senza alcuna tregua, fino al ritornello. I cori si fanno sentire nuovamente, per poi svanire assieme alla strumentale del refrain. Torna il rullante che ha sostenuto la chitarra anche nel bridge, ricreando quella strumentale incalzante che durerà fino ai secondi finali. Come già detto in precedenza, il pezzo sceglie di incoronare il Demone come protagonista. Quello che qualcuno potrebbe in effetti domandarsi, sarebbe: "Chi è il Demone?". Domanda più che legittima, la quale non porge comunque il fianco ad una risposta scontata. Nonostante il mostro in copertina, non dobbiamo infatti aspettarci un testo che sia per certi versi simile a quelli magari scritti dai Venom o dai Possessed, tutt'altro. Il crasso satanismo tipico di una certa frangia dello Speed-Thrash-Heavy viene infatti messo da parte: la risposta alla domanda postaci in precedenza è sempre ricollegata ad un tema assai caro a Waters, ovvero quello del "demone interiore", dell'oscurità che molto spesso attanaglia la nostra anima. Chi è il demone, se non chi si nutre delle nostre stesse dipendenze? Possiamo essere sia noi stessi, sia un qualcosa di più "astratto" come la droga (che sia leggera o non); Oppure un elemento meno figurativo e più concreto, ovvero le grandi società che producono sostanze in grado di inculcare dipendenza. Tutti noi portiamo dentro un mostro, quando decidiamo di porgere il fianco ad un qualsiasi tipo di assuefazione. Un demone che di sovente "rianimiamo" senza farlo sopire mai. Sostanzialmente, una chiave di lettura che ancora una volta ci tiene chiusi in quella cerchia di tematiche drammatiche, le quali raccontano delle vite di individui che lottano contro i propri demoni, cercando ogni giorno di vincere, sperando di non "rianimarli" mai più.

Syn. Kill 1

"Syn. Kill 1" è il titolo di questo secondo gradino, ovvero un ritorno al Thrash con il suono saturo ma allo stesso tempo freddo, portato dal palm muting di Waters che si libera in uno slide discendente. La chitarra non è la sola a caratterizzare questa intro: intervengono anche il basso e la batteria, in modo da creare un ritmo più forte ed incalzante. La seconda parte andrà a svolgersi nello stesso modo, ma con un piccolo dettaglio in più, dato da una seconda chitarra che inserisce dei powerchords non molto complicati. Il riff si ripete sempre più in là con i secondi, e non si ferma neanche quando arriva la prima strofa, momento in cui il doppio pedale segue i momenti in palm muting del guitar hero, mentre lo stesso Jeff Waters che recita la sua parte da duro dietro il microfono. La sezione ci tiene intrappolati nella sua spirale ritmica, che ci risucchia sempre di più fino a convincerci a danzare assieme ad essa. Al termine di questo frangente, seguirà un intermezzo che ha come base la stessa strumentale ascoltata fino ad ora, con l'aggiunta di una seconda chitarra che armonizza con un gioco di ottave ed una voce che pronuncia la parola "Assassinate" con fare incitatorio. Subito dopo, prima che la strofa faccia ritorno, la strumentale si prende alcuni secondi per aggiungere un'introduzione aggiuntiva. A  1:28, riascoltiamo i versi delle parole di Waters, con la stessa interpretazione già scelta inizialmente, nel frattempo che un riff talmente coinvolgente e corposo decide di persistere ancora, almeno fino a quando i 46 secondi del primo minuto non scoccano. E' da qui che prenderà piede un riff più adrenalinico, e quindi più veloce (anche se quello che ci ha accompagnati fino ad ora non ci ha annoiato affatto), portandoci una nuova strumentale sulla quale si appoggia un bridge che riesce a restare sullo stesso livello di efficacia rispetto al resto, conducendoci successivamente verso un crescendo che sembra esplodere in un momento solista, "deludendoci" con il ritorno dell'accattivante riff originario."Assassinate" ripete Waters, prima di riportarci la sua strofa che non arriva mai sola, ma con il riff del bridge che, recandoci quel crescendo precedentemente ascoltato, vuole confermarci la scelta di non voler inserire un assolo nella traccia in questione, lasciandoci quasi con la bocca asciutta dopo diversi secondi di riff che sfumeranno fino al termine. Argomento cardine delle liriche è il terrorismo, un topic che forse (e purtroppo) sarà sempre e tristemente attuale. In ogni epoca c'è stata una piaga che ha purtroppo avuto a che fare con questi terribili atti, degni del peggiore dei vigliacchi. Situazioni di dolore e morte create ex novo, spessissimo in contesti di pace. Quando meno ce lo aspettiamo: magari siamo lì, intenti a goderci una giornata in centro, fra vetrine e negozi, passeggiate con gli amici.. ed ecco che una bomba rovina il clima disteso e sereno. Pianti, urla, morte, dolore, sangue. Il tutto avvenuto proprio  senza che nessuno avesse potuto prevederlo in qualche modo. Bambini, donne, anziani e uomini volenterosi che cercano di arginare questo tsunami di violenza perdono la vita per mano di questo "fenomeno". Eroi, questi ultimi, molte delle volte dimenticati per via di eventi futuri che segneranno altre vittime, poste "sopra" il loro nome. Troppi i morti, impossibili da contare e soprattutto da ricordare. Una piaga, quella del terrorismo, che affliggeva il mondo nel 1996 e più di vent'anni dopo continua a farlo. Anche oggi, nel 2017, un testo del genere può purtroppo risultare attualissimo. Poco è cambiato, anzi: semmai, la situazione è addirittura peggiorata, facendoci arrivare letteralmente sul filo del baratro. Che siano motivi politici o religiosi quelli posti alla sua base, il terrorismo continua a mietere vittime. 

Awaken / The Pastor Of Disaster

La terza traccia, "Awaken (Risvegliato)", non può essere definita né una canzone né una traccia strumentale; perché anche se presenta degli inserimenti di chitarra, contiene in sé per la maggior parte tracce che cercano di inserirci nel contesto nel quale vuole condurci la traccia successiva. Quindi, questo minuto scarso di rumori sinistri e di chitarre impazzite, rappresentano quello che è per l'appunto il 'risveglio' del Demone. "The Pastor Of Disaster (Il Pastore del disastro)" inizia quindi con un riff Groove che ruba già da subito l'attenzione generale. La chitarra entra in questo loop incalzante, ripetendosi anche durante l'inserimento degli altri strumenti, ovvero quelli che rappresentano la proverbiale ciliegina sulla torta. Entriamo quindi in questo mood pesante e oscuro, che acquisisce brillantezza dal momento dell'arrivo di una solista che, differentemente dal riff, esegue una linea melodica abbastanza gioiosa. Dopo quasi 40 secondi dall'inizio sboccia la voce di Waters, che questa volta si limita nell'interpretazione parlata, sostenuta da una batteria pesante grazie al suo ritmo deciso, seguita da un basso che rappresenta l'ombra della chitarra che ora è assente. Dopo questo momento rilassato, arriverà l'ora di trovarci trascinati dal ritorno della chittara che ribadisce lo stesso riff, per celebrare la nascita di un refrain che dà modo a Waters di sfogarsi anche canoramente, attraverso il suo graffiato che il Nostro adopera per identificarsi come "il pastore del disastro". Il ritornello prosegue in modo lineare e rispetta sempre lo stesso ritmo che abbiamo potuto seguire fino ad ora, ricollegandosi con la strofa senza alcuno stacco. Quindi è ancora il momento per il protagonismo da parte della sezione ritmica, capace di creare un'atmosfera teatrale assieme alla voce. In questa sezione si aggiungerà il dettaglio delle chitarre che eseguono un doppio bending per delimitare alcuni versi da altri, cosa che risulta molto azzeccata e piacevole. Al termine della strofa non ritroveremo direttamente il ritornello, ma un piccolo intermezzo fatto da arpeggi che cercano di spiazzarci mediante una bella differenza melodica. Torniamo quindi ai primi secondi della traccia, più precisamente da quando la conta dei secondi mostra il numero 25. Dopo questo ritorno al "passato", ci sarà ancora un giro di strofa, seguito da nuovi arpeggi che, assieme agli inserimenti vocali, ci porteranno al bridge. Quest'ultimo, ci porterà a sua volta verso un riff a tratti stonato ma adatto a creare quella combustione in grado di far accendere l'atmosfera, la quale prenderà fuoco con l'arrivo della solista. La chitarra inizierà con un fare modesto, attraverso passaggi non molto complicati che ci fanno mal sperare, ma è nei secondi successivi che il chitarrista ci consola, buttandosi sul terreno groove del palm-muting, confermando la nostra voglia di lasciarci trascinare. Ritorniamo al riff originario, per lasciarci alle spalle il momento solista e ritornare nei passi dell'intermezzo con tanto di cantato e di voci diaboliche, per poi ritrovarci con la sezione che ci mostra quella linea melodica felice, la quale danza assieme alla pesantezza del riff principale. Arrivati agli ultimi secondi della traccia, non sentiremo altro che un powerchord sostenuto, che andrà a sfumarsi fino a scomparire. Singolare figura presentataci, il "Pastore del disastro" sembra ricordare molto da vicino il diavolo nel senso più comune del termine. Un demone apparentemente elegante, dal fascino inquietante ma anche seducente. Egli decide quindi di palesarsi, facendo una proposta "impossibile da rifiutare" ad una persona. Una proposta in teoria, in pratica un vero e proprio ordine, esplicato mediante presenza intimidatoria, rendendo questa "richiesta" quasi una vera e propria minaccia. Il protagonista ha comunque il coraggio e la voglia di provare a dire di no, in un impeto di orgoglio, cercando di non farsi sottomettere da alcunché. E' per questo che il nostro demone si infuria davanti ad un secco rifiuto. Lui è l'essere più potente che ci sia e nessuno dovrà permettersi mai di ostacolare le sue mire / volontà di conquista. "La peste si diffonderà sulla terra", fino a che il patto non sarà stretto. E' purtroppo questo il potere del male, una forza difficile da contrastare, anche dal nostro co-protagonista che sembra comunque non voler mollare. Non importa quale sarà il prezzo da pagare, sopportando stoicamente e lottando / opponendosi sempre, anche la più difficile delle vittorie può apparire una vera e concreta realtà Rifiutare le lusinghe, non cedere mai il passo alla via più semplice. Mantenere sempre la propria umanità, sempre. L'anima è nostra, e sempre e solo NOI sapremo cosa farne. Mai venderla per nessun motivo, mai.

A Man Called Nothing

"A Man Called Nothing (Un Uomo Chiamato Niente)" è una traccia che impiegherà oltre un minuto per prendere il suo vero ritmo: fino a quel momento, ascolteremo degli arpeggi che amplieranno la panoramica musicale dell'album, facendoci credere che nei secondi che seguiranno, ci ritroveremo di fronte ad una ballad. Diversamente da quello che ci aspettavamo, al superarsi di 1:16, il pezzo prenderà la forma di una strumentale Hard Rock macchiata da una voce altamente distorta. Descrivendola solo Hard Rock potremmo comunque e probabilmente errare, data l'abitudine che Jeff ha di mescolare diversi stili musicali anche in un semplice riff. Preso atto di ciò, è effettivamente così che possiamo proseguire a descrivere la prima strofa: una sezione dalle fondamenta Hard Rock, alterato da una mano infestata dal Thrash Metal che spinge il Nostro ad eseguire plettrate alternate fulminee trai pesanti e veloci palm-muting. Come è capitato nella traccia "The Box", la voce del cantante viene altamente distorta in studio, rendendo chiare soltanto le parole pronunciate. Il ritornello porterà un riff che segue la scia di "Alison Hell", anche se si presenta in modo abbastanza differente. Nel frattempo, un'orda grida "Join Us!", seguita da un Waters che con una voce costantemente distorta assume anche qui un'anima malefica. Un nuovo assolo ci piomba davanti, portandoci un che di sentore Rock atto a rende la traccia più colorita. Proseguirà la strofa che non presenta sconvolgimenti rispetto all'altra, come anche farà il ritornello successivo. La componente che cambierà il tono della traccia sarà il bridge, che avrà inizio con una chitarra vagamente Jazz comunque rendente il tutto grottesco, anche per via dell'intervento degli altri strumenti e della voce di Waters, che questa volta segue una linea melodica. A 3:10, uno stacco delimita le due sezioni, per poi passare nuovamente al genere di origine della traccia con il solito palm-muting supportato da doppi bending che piombano a destra e manca. Intanto, una voce si sente in lontananza, pronunciando frasi con evidente cattiveria. Dopo questa nuova parentesi aggressiva ricadiamo in un mood leggero, anche se l'assolo riesce a far deflagrare la propria leggerezza in un'energia incontenibile, colma di tecnica e velocità. Torna il momento caratterizzato dai bending, per fare da divisorio tra l'assolo e la strofa. Quest'ultima riporta la distorsione nella voce di Waters, e ci ricrea questo immaginario epico e infernale. Torna il refrain con i suoi cori, per poi donarci una strumentale che di fatto porta la traccia ai suoi ultimi momenti, con un inserimento quasi Prog che si collega, nei secondi successivi, alla chitarra in clean che abbiamo udito inizialmente. Si continua con dei temi particolarmente cari a Waters: in questo caso, è di follia che parliamo, a livello lirico. Troviamo quindi una persona che sta vivendo sull'orlo della pazzia, costretta ad un'esistenza da "equilibrista" sul filo sottilissimo che suddivide (in maniera nemmen troppo marcata) la sanità mentale dalla cosiddetta insanità. Il protagonista è irrequieto, nervoso, scosso da tanti pensieri dei quali non riesce a spiegarsi l'origine. Sente che qualcosa non va, delle voci lo incitano ad entrare nel "loro branco", ad unirsi ad una maledetta congrega rinchiusa all'interno del suo labile e precario equilibrio cerebrale. Eppure, il Nostro vuole lottare. Lui sa che se cederà alla proposta, sarà l'inizio del declino. Nonostante le richieste insistenti, lui non cede, va avanti decidendo di opporsi con la sua forza di volontà, sfoderando la spada, cercando di resistere sino allo stremo, sino a quando le voci non lo avranno.. ma morto, per sfinimento. Giammai vivo e cosciente. Queste voci, però, non possono essere cancellate: poiché si trovano in un cervello dalla struttura troppo complessa da essere controllata in modo volontario. L'unico modo è tenere occupata la mente, donare uno scopo alla propria vita. Non lasciarsi mai ghermire dall'oscurità e dalla depressione, per nessun motivo al mondo. Ci saranno attimi di sconforto, ma reagendo riusciremo senza problemi a scamparla, in barba a chi ci vuole schiavi e sottomessi.

Ultraparanoia

I riff sorprendenti ed energetici non sono finiti: è il momento di "Ultraparanoia", introdotta da una chitarra che ci fa sentire nuovamente un palm-muting distruttivo seguito da brevi arpeggi sempre distorti. Dopo 10 secondi, si aggiungeranno anche il basso e la batteria, i quali costituiscono una parte determinante del tutto, a maggior ragione in questi momenti in cui la traccia deve partire. A seguire ci sarà anche una seconda chitarra, che eseguirà un assolo breve ma di gran carattere. Questa chitarra creerà un innesco per far partire la strofa, quindi l'entrata di Waters che questa volta non verrà plasmato da alcun effetto vocale, lasciandolo con la sua interpretazione severa che si accoppia bene con la strumentale proposta. La chitarra cerca di trarre ispirazione dal riff precedente, togliendo quei piccoli arpeggi e inserendo degli accordi dissonanti. Questa condizione proseguirà fino a 44 secondi dall'inizio della traccia, per passare ad un breve momento in cui il ritornello ruba la scena con la frase "Gotta run, it's Ultraparanoia!" e con la strumentale che mantiene la traccia sempre sullo stesso livello di aggressività. La strofa tornerà presto, prendendosi il posto per quasi 20'', lasciandolo successivamente al ritornello, che questa volta si ripeterà per due volte. Una plettrata alternata velocissima precede una sezione che ci trasporta in un ambiente inquietante, con delle chitarre completamente diverse ma che si sposano bene tra loro. E' nel momento in cui la strumentale accenna nuovamente una base progressive che inizierà il momento solistico, mostrato attraverso un'esecuzione che non si differenzia dallo stile Annihilatoriano, portando sempre un misto tra tecnica e velocità. Al suo termine, tornerà il pezzo che ha preceduto l'assolo, per poter riempire i 23 secondi che seguono. A 2:48 la traccia torna sui suoi passi iniziali, non prima di aver messo un nuovo inserimento stravagante. Ritroviamo quindi, tra le note del refrain che si riprende la nostra attenzione, una nuova carica oscura che si cambia di posto con la sezione pre-solo, che sarà l'ultima che ascolteremo fino alla conclusione della canzone. Come suggerisce il titolo, sicuramente ci troviamo dinnanzi ad un testo incentrato su quello che è lo status di "paranoia". Ovvero, una particolare predisposizione mentale atta a far credere ad un soggetto di essere perseguitato. O comunque sempre in lizza per ritrovarsi in una situazione di disagio. Si è paranoici quando si crede che tutti parlino male di noi, che tutti siano nostri nemici, che ogni nostro singolo conoscente stia ordendo piani contro la nostra persona. O lo si è quando magari siamo fermamente convinti che tutto vada contro di noi, indiscriminatamente: dall'auto che non parte al telefono che non funziona. La paranoia può sorgere in stati di profondo stress, ed è infatti di questi che parliamo, nelle lyrics del pezzo. Troviamo quindi un soggetto che si rende conto di ciò che sta facendo, che ha appena realizzato di aver commesso un crimine il quale, per forza di cose, spingerà i tutori dell'ordine a punirlo. Tutti lo cercano ed il nostro, sentendosi osservato, cerca di sfuggire da chi lo vuole punire e magari rinchiudere dietro le sbarre. Entra quindi in questo stato paranoico, nel quale vede occhi che lo osservano in ogni angolo, perso in un labirinto che lo scruta senza pietà alcuna, facendogli credere d'essere braccato e ormai condannato alla fine. Controllano ogni sua mossa, sanno dov'è, sanno cosa pensa e con chi parla. Sente che si stanno avvicinando sempre di più, ma cerca di fuggire tra il vuoto dell'oscurità. Cercherà di salvarsi in extremis, non si lascerà prendere, dovesse scappare in capo al mondo. Farà di tutto pur di non dover pagare i conti in questa vita ed anche nell'aldilà, se sarà necessario.

City Of Ice (Città di Ghiaccio)

"City Of Ice (Città di Ghiaccio)" è un pezzo in cui può essere riconosciuta una parte Punk, sia per la melodia che per i giri di powerchord. Anche la voce della strofa aiuta a rendere l'idea, una traccia che ci porta in un'altro ambiente, che aggiunge un tocco allegro; piacevole o no, a seconda dei gusti. La sezione si ricollegerà immediatamente con il ritornello, che non rappresenterà un momento molto diverso rispetto ai secondi precedenti, anche per la mancata presenta degli stacchi. L'aspetto differente potrebbe essere apportato dall'ordine in cui gli accordi vengono eseguiti, e in maniera meno marcata anche dalla linea vocale. La conclusione del refrain porta questa volta uno stacco e ad un nuovo e breve momento solistico, ricalcato dal primo. Questo ci porta ad una nuova strofa, la quale viene intercettata in alcuni momenti da una seconda chitarra che aggiunge alcuni dei suoi inserimenti; intanto, la voce di Waters cerca di essere energetica pur restando abbastanza melodica, nel frattempo che la strumentale danza ancora spensierata. Ma quella spensieratezza svanirà con l'arrivare di un riff che farà notare la propria presenza, un fare che alterna dei powerchords con degli armonici eseguiti con una veloce plettrata alternatra, in modo da spronare il resto degli strumenti ad accentuare questa volontà di recare un aumento d'intensità. Dal momento in cui il cantante interviene nella sezione, la strumentale si avvicina al genere Heavy/Thrash, seppur non di molto, oscurando anche l'ambiente che fino a pochi secondi fa si presentava sereno. Resteremo in questo mood fino al minuto 2:19, quando la traccia arriva a livelli epici con l'assolo che si introduce in grande forma. In questo momento risiede tutto, un minestrone che fa solo che bene alla nostra voglia di buoni elementi nutritivi, sazianti la necessità musicale propria di ognuno di noi. Il tutto fino a 2:55, con un ritorno repentino della strofa. Chiamando il ritorno della voce, la quale non ha perso il proprio animo mostrato in partenza, dimostrando di averne ancora per il refrain successivo. Prima del suo termine, seguiranno altre ripetizioni della sezione, che porteranno ad un assolo Rock che aggiunge, assieme ad un secondo assolo finale, un qualcosa in più che rende questa traccia unica se messa nel solo contesto di questo album. La città della quale gli Annihilator ci parlano rispecchia molte di quelle che risiedono nelle nostre nazioni. Omicidi e violenze sono fatti concreti, anche se alcuni non se ne rendono conto. Purtroppo è una situazione che viene creata dal capitalismo selvaggio, un tipo di economia che punta al più becero consumismo, creando di fatto una società dove c'è chi ha tutto o niente, non esistono mezze misure. Molte delle volte un sistema corrotto impedisce di aprire la strada a chi merita, trasformandolo in qualcosa che non vorrebbe essere. Tutti partiamo con le migliori intenzioni, è la vita a peggiorarci irreversibilmente, in molti casi. Una vita che ci fa rendere conto di quanto spesso ideali come giustizia e legalità siano soltanto utopie. Non avendo nulla e sentendoci schiacciati dal peso di chi invece ha tutto, ecco che la delinquenza comincia a serpeggiare nei nostri animi, tramutandoci in dei fuorilegge pronti a tutto pur di affermarsi, in un modo o nell'altro. Tuttavia, in alcuni casi non ci sono scuse che tengano: se tutti possiamo certo cadere nel lato sbagliato ma al contempo abbiamo la possibilità di scegliere, se il bene o il male, purtoppo alcuni soggetti nascono "programmati" per distruggere. Menti diaboliche che non si potranno mai ri-orientare. Persi nella città di ghiaccio, sorda ed indifferente, i cui sobborghi e piani alti brulicano di vermi infetti senza distinzione alcuna.

Anything For Money

Il sound freddo della chitarra ci fa tornare indietro con il tempo, a quando usci "Never, Neverland", anche se si sta parlando di "Anything For Money (Qualunque Cosa Per Soldi)". Siamo nel bel mezzo della intro quando i powerchord strisciano tra il manico, con una successiva entrata di un intermezzo solista che precede la strofa. Già dal momento in cui Waters inizia a cantare possiamo assaporare l'essenza Heavy Metal che risiede in questo pezzo, con le chitarre che - assieme al resto della strumentale- sembrano voler dare tributo al genere in maniera caratteristica. Dopo 50 secondi, il riff iniziale torna per poter dare inizio al refrain, dove viene pronunciata solo ed esclusivamente la frase che dà il nome a questa canzone, "Anything For Money!", per poi ritrovarci nuovamente in una strofa che ci mostra un lato melodico ma allo stesso tempo massiccio degli Annihilator, con delle chitarre che creano la giusta base per creare l'armonia assieme alla voce. Ascolteremo nuovamente il ritornello, il quale darà inizio nei momenti successivi ad una sezione che si distacca leggermente, proponendoci delle chitarre leggermente più aggressive anche grazie agli armonici artificiali creati dalle dita di Waters, il quale si cimenterà anche in un crescendo il quale si ripete nel frattempo che la voce torna ad essere presente, dando poi nuovamente spazio allo stile originario. A 2:00, sentiamo il motore della macchina solista che parte lentamente, fino a sfrecciare su di un assolo degno dei primi Annihilator, con l'aggiunta del doppio pedale che crea l'illusione di moltiplicare la velocità dei suoni, creando un momento di pura euforia. Il frangente che seguirà ci darà modo di assistere ad un riff che mischia "Immigrant Song" dei Led Zeppelin con la traccia "Heaven On Their Minds" (da "Jesus Christ Superstar"), anche se la somiglianza potrebbe essere notata soltanto da chi ha avuto modo di dare un'occhiata all'opera di Jewison; sottinteso, qualora non lo aveste fatto, rimediate pure. Nonostante la somiglianza, non c'è nulla di male nel dire che la sezione incalza non poco, seppur avrà una breve durata per lasciare lo spazio alla successiva strofa, seguita nuovamente dal refrain, dove la voce cerca di essere più presente. Il riff in crescere che abbiamo potuto trovare nel mezzo della traccia ci donerà nuovamente la sua presenza per poter caratterizzare quello che sarà la conclusione della canzone, rendendosi sempre più veloce soprattutto negli ultimi secondi. Continua la critica sociale già anticipata nel corso del testo precedente: il mondo come lo vediamo adesso è popolato nella maggior parte da società che si basano unicamente sul mantenimento di uno status quo economico atto a mantenere i privilegi di chiunque abbia forti interessi di potere. Per farla breve, tutto si fonda sul vile denaro e sul volgarissimo accumulo di quest'ultimo. Forse è per questo che, accanto a valori quali giustizia e onesta, si è insinuata prepotentemente anche la voglia irrefrenabile di guadagnare sempre di più. Non importa ciò che si ha e quanto. Bisogna sempre avere di più, a prescindere dalla propria estrazione sociale. Nei casi più estremi, abbiamo potuto osservare quanto alcune persone abbiano realizzato proprio ciò che viene descritto nella traccia, o forse peggio: uccidere un parente per poterne prendere l'eredità, una delle tattiche più abiette ma altrettanto antiche esistenti al mondo. Leggendo notizie di questo genere, rabbrividiamo e ci rendiamo conto di quanto questo "sistema economico" ci entri dentro la mente come un virus, e ci faccia fare cose di questo tipo. Perdere la nostra umanità per dei pezzi di carta; con la consapevolezza che, in fin dei conti, questa umanità non deve essere poi valsa così tanto.

Hunger

"Hunger (Cupidigia)" è una risposta a tutti coloro i quali pensano di non trovare abbastanza riferimenti Rock & Roll in questo album. Quindi, nei primissimi secondi, un riff alla Van Halen ci si presenta davanti, anche se naturalmente verrà plasmato da quello che è il tocco di Waters. Questa intro andrà avanti anche con l'accompagnamento del resto della strumentale; inutile dirlo, molto importante in pezzi come questi, dove i riff si ripetono più e più volte, necessitando qualcosa che possa rompere la propria monotonia. Si aggiungerà una seconda chitarra solista, la quale precederà l'arrivo della prima strofa della traccia. Come già detto, il riff non è ancora svanito, è ancora tra noi nel frattempo che la voce di Waters si fa sentire, anche il basso e la batteria non mostrano cambi significativi, il che ci porta a prestare maggiore attenzione a quello che sta dicendo il cantante. Conclusa la strofa, ci troveremo in un ritornello la quale strumentale si rifà molto ai Van Halen di "F.U.C.K. (For Unlauful Carnal Knowledge)", per come le due chitarre si amalgamano tra loro; ma questa è soltanto una piccola osservazione personale. Intanto, il Nostro si cimenta anche nell'aspetto canoro della sezione, con una voce grattata e decisa. Torneremo al momento in cui l'intermezzo si rimetterà di mezzo per delimitare l'inizio della seconda strofa, facendo tornare la strumentale ripetitiva e regolare, lasciando ancora una volta il palco alla voce che ci intratterà fino a 1:48, ma anche oltre, per presentarsi nel refrain. Al suo termine, seguirà un assolo che non si allontana dallo stile Hard Rock degli intermezzi, portando una struttura blues abbastanza leggera ma di impatto. E' la strofa ciò che verrà dopo il momento solista, portando momenti in cui sembra lapalissiana la voglia di introdurre qualche piccola novità, soprattutto dal punto di vista vocale, anche se lo stesso non sarà per il ritornello. Il riff si ripete ancora, anche se ci sarà un inserimento di una seconda chitarra trascinante e in puro stile old school, una chitarra genuina che ci lascia ai nostri ultimi secondi della traccia. Il Male è, per l'appunto, la causa del decadimento. Possiamo dire che il testo può essere narrato dal punto di vista del Diavolo, proprio perché viene descritta un'entità che del male ne fa un punto di forza, una fonte di energia prodotta da individui che vogliono soltanto la distruzione di un qualcosa creato negli anni. Citando le parole scritte nel testo, si tratta di "un incubo senza fine", dell'operato di una setta di vampiri sociali. Demoni ben più concreti di quelli presenti nella prima traccia. Se nell'opening, infatti, notavamo quanto i mangiatori di disgrazie fossero più intimi e "personali", in questo caso parliamo di gente "fisica", in grado di divorarci quasi nel senso fisico della parola. Diavoli coi forconi intenti a disfare ogni cosa creata, senza scrupoli. Conquistatori privi di freni, distruttori senza scrupoli, seminatori di macerie.

Voices And Victims

Una nuova traccia basata quasi interamente su di un riff è senz'altro "Voices And Victims (Voci E Vittime)". Troviamo addirittura una chitarra che questa volta mostra un Hard Rock con delle sfumature Glam, un genere che sicuramente non è molto ricollegabile a questo contesto; proprio per questo motivo, anche in questa situazione, esso viene un po' plasmato dalla mente e dalle mani di Waters, grande riciclatore e re-interpretatore. Pur essendo comunque molto spensierata nell'andatura, nel brano il Glam si limita a sparuti accenni; possiamo anche trovare delle venature Industrial per via della voce del cantante, resa distorta, come già avevamo avuto modo di vedere anche in "The Box". In effetti, questa canzone che or ora udiamo ha una fattura riconducibile alla traccia tratta da "King Of The Kill", anche se "Voices.." è in fin dei conti dotata di una strumentale molto più Rockeggiante e "allegra". Tornando alla descrizione della traccia, arriviamo al punto in cui la chitarra cambia, movimentandosi un po', anche se questa azione non porterà ulteriore cambiamenti, anche nel fare del cantante. Ciò che ascolteremo nei secondi successivi sarà un assolo aggressivo al punto giusto che andrà ad interrompersi improvvisamente. Questa interruzione farà tornare la strofa, ovvero il momento "cantato" dove Waters continua con le sue intenzioni minacciose e dove la strumentale marcia senza vie alternative. Arriverà il momento in cui anche questa strofa dovrà lasciare il posto ad un'altra sezione, determinando il ritorno del refrain che andrà a ripetersi fino a 2:09, introducendoci un assolo brillante, che non si dedicherà soltanto a svisate eccessive, ma anche in momenti in cui si gode il suo momento emettendo note sostenute nel modo giusto. Concluse le sue note, decide di ridare il posto al ritornello, dove una seconda chitarra cerca di stare nel mezzo tra la linea vocale ed il riff, aggiungendo un po' di alti all'equalizzazione. Arrivati a questo punto, possiamo assaporare l'Hard Rock creato dai musicisti, tramite questo riff che oramai viene inciso nella nostra mente, determinando anche la fine della traccia. Una traccia che non crea un soggetto riconoscibile, ma potrebbe trattarsi di qualcuno che si chiude in se stesso, sbarrando ogni via che permetta di far entrare nella sua anima i parassiti di questo mondo marcio. Un personaggio che si rende conto di non poter sostenere l'ambiente esterno se ne fosse esposto, così cerca rifugio in un posto in cui non può essere notato, in modo da poter sopravvivere. Una sorta di inno all'isolamento che pare cozzare con l'andatura della canzone, la quale avrebbe di certo favorito un soggetto diverso. Quel che ci troviamo fra le mani è invece la vicenda di un quasi sociopatico, deciso più che mai a esiliarsi dalla vita, limitando a zero ogni tipo di interazione. Voci e vittime, insomma. Vittime delle "voci", che siano pettegolezzi o le cosiddette voci "nella testa" già incontrate in "A Man Called Nothing". In ogni caso, la soluzione del protagonista sembra essere quella di rinunciare alla vita nel senso sociale del termine. Chiudersi totalmente in sé stesso senza condividere più nulla con nessuno. Né amici, né parenti. Nessuno.

Innocent Eyes

"Siamo arrivati al dolce", come possiamo dire alla fine di una cena, ma in questo contesto ci troviamo al di fuori di quella che si definirebbe una situazione culinaria. Nonostante ciò, ci troviamo ugualmente in un momento in cui tutto diventa più delicato e leggero, perché stiamo ascoltando "Innocent Eyes (Occhi Innocenti)".I primi secondi saranno dedicati ad un neonato che emette i propri buffi gorgogli, e chi li emette è proprio il bambino dello stesso Waters, Alex. In effetti, questa è la traccia che Jeff ha dedicato al figlio, ricamando per lui una ballad. Iniziamo quindi ad ascoltare gli arpeggi delicati che Waters ha in serbo, seguiti dal resto della strumentale che aggiunge corposità al suono, per poi passare alla voce che in questo caso non sarà interpretata da un personaggio, ma da una persona che pensa realmente ciò che dice, ed è proprio questa la caratteristica di questo pezzo, quella in grado di farlo spiccare rispetto alle altre: è come vedere determinati attori che non fingono come farebbero nel set, e che per un momento gettano la maschera, parlando di loro stessi, della loro vera essenza.Tra lo scoccare del minuto, tutto sembra cambiare leggermente forma, in una sezione che si può definire pre-ritornello, anche se successivamente il refrain non sarà presente. Ci ritroviamo quindi nella strofa, che questa volta avrà l'appoggio di una leggera chitarra distorta la quale donerà una sfumatura Rock in più. Torna il pre-ritornello che questa volta si collegherà direttamente con il refrain, ovvero il momento in cui la traccia accentua una melodia romantica, che caratterizza ancora di più il sentimento che l'artista vuole trasmettere, con doppie voci che si amalgamano bene ed una strumentale altrettanto azzeccata. Un Hi-Hat in primo piano, assieme ad una chitarra acustica, danno inizio al bridge, che introdurrà un assolo atmosferico; un assolo il quale ci mostra anche un altro lato del chitarrista nel proporre i propri momenti individuali, anche perché, lo ricordiamo, questo è un contesto più che speciale. Il momento dura troppo poco, tanto è vero che quasi non ci accorgiamo di trovarci già a 3:46, per poi riprendere dal ritornello. La sezione si ripeterà per quasi 45 secondi, fino a quando gli ultimi secondi non verranno sfruttati mediante una strumentale che diventa man mano sempre più lenta e delicata. L'amore di un padre nei confronti del figlio, un generale di un genitore nei riguardi della propria prole, è forse il sentimento più forte che esista. Uno dei sentimenti in assoluto più autentici e sinceri mai instauratisi fra gli umani, un legame che tende a crescere sempre di più, non raggiungendo mai un acme o un punto di arrivo. E' questo ciò che vuole farci capire l'artista, le sensazioni che vuole comunicarci. In qualsiasi ambito un genitore si trovi, c'è sempre un piccolo posto riservato al sangue del suo sangue. Nei versi del testo, possiamo capire l'entusiasmo provato da Jeff, descrivendo un sentimento che non aveva mai provato prima, vedendo nel primogenito dagli "occhi innocenti". Una creatura che ancora non ha visto nulla di malvagio, che può solo gioire della presenza dei suoi cari accanto a lui. Una cosa che certamente ti cambia la vita, come il Nostro scrive anche nelle liriche, e proprio per questo farà di tutto per godersi questo dono, senza mai dimenticarsi di questa gioia.

Conclusioni

Arrivati dunque alle battute finali, non possiamo che giudicare positivamente "Refresh The Demon", il quale potrà essere aggiunto sicuramente a quella "collezione" di lavori griffati Annihilator che si distaccano dal genere di nascita. Dopo essere arrivati alla fine, ed aver percorso tutto il tratto di questo tunnel pieno di aggressività sia musicale che lirica, costellato da dei riff pesanti che non riescono a stancare pur risultando in alcuni momenti ripetitivi, insomma, la sensazione generale è buona. Anche se non si sta parlando di quel Thrash che incoronato i Nostri già dall'album di debutto, considerato uno dei loro inarrivabili capolavori, poco male. Si va avanti e si cerca sempre di non arenarsi in un determinato porto, soprattutto se parliamo di un eclettico come Jeff Waters. "Refresh.." è quindi quel che il gruppo stava divenendo, a quattro anni di distanza dal nuovo millennio. Ancora carichi, gli Annihilator, di quella potenza ben dimostrata in questo platter. La voglia di comporre musica ancora si percepisce, ed anche in modo abbastanza forte. Unita alla volontà di reinventare sempre di più lo stile del gruppo pur prendendo spunto dal passato; d'altronde è questo che porta ogni cosa verso il proprio sviluppo: ripescare le cose del passato che hanno funzionato fino a questo momento, per poi riutilizzarle in contesti futuri, scartando magari il superfluo ed accorpando il resto ad elementi nuovi. Sulla line-up non c'è molto da discutere, anche perché era ormai già nota la fama del chitarrista di Ottawa: colui che era riuscito - come Chuck dei Death o Mustaine dei Megadeth - a crearsi un impero talmente grande da determinare la storia di un genere. E' dovere spendere qualche parola riferendoci al batterista, Randy Black, colui che era già stato co-protagonista in "King Of The Kill" e che anche in occasione di questo "Refresh.." ha accettato di supportare nuovamente uno dei musicisti più intraprendenti dell'Heavy/Thrash. Le dinamiche di Black ed il suo sapiente uso del drum-kit hanno reso onore a quanto composto da Jeff, e possiamo tranquillamente constatare quanto l'alchimia fra i due funzioni. Un bravo batterista a ridosso di un grande chitarrista, quel che fa di un gruppo un ensemble vincente. Situazioni, quindi, che hanno giovato al disco, anche parlando da un punto di vista strettamente più "distributivo", legato all'accoglienza da esso ricevuto. Per promuovere tutto al meglio, è stato addirittura realizzato un videoclip per la traccia "Syn Kill.1". Lo stile del suddetto video fa la guerra protagonista, con immagini di soldati che lottano, civiltà impaurite e giornali che descrivono i fatti avvenuti. Un altro album che cerca di spiegare le varie difficoltà che ci impediscono di vivere in serenità, anche se troveremo una conclusione che compensa a pieno il peso dell'altro piatto della bilancia, ovvero "Innocent Eyes", la quale raffigura tutt'altro che i concetti di morte, bensì la voglia di vivere, il ritrovamento del senso della vita di fronte ad una nascita. Purtroppo, come già detto in altre circostanze, il gruppo è stato molto sfortunato rispetto agli altri grandi dell'ambiente: vuoi le difficoltà create da alcuni componenti, per via di lavori che forse sono stati pubblicati in un'epoca sbagliata, o proprio per un passo falso fatto da chi comanda la nave.. ma la cosa che non potrà mai essere tolta al King Of The Kill è la sua fama da grande performer e compositore, una cosa che difficilmente viene determinata dalla corrente di pensiero del pubblico. Tutto sommato, nonostante il fatto che i testi non superino la creatività o l'unicità di quello che possiamo constatare nelle strumentali, "Refresh.." è un album apprezzabile, per questo intendo dire che non solo per quanto riguarda la mia opinione può risultare sufficiente, ma anche qualcosa di più, anche se abbiamo avuto la prova che il nostro Jeff può certamente fare molto meglio. Gli anni '90 sono stati abbastanza significativi nel cambiamento dei generi musicali: infatti, alcuni dei gruppi che sono nati nella decade precedente, a seguito di questa nuova pagina, hanno avuto "modo" di reinventare loro stessi (anche se in molti di questi casi determinate operazioni non sono andate proprio a buon fine), al contrario di Jeff che invece giò da tempi non sospetti aveva dimostrato di volersi superare, per non catalogarsi in nessun modo. Per concludere, dopo questo pregevole episodio, la "band" iniziò a prepararsi per quello che sarebbe stato il terzo capitolo di una "Trilogia" musicale, "Remains"; anticipando, per chi ancora non avesse avuto modo di ascoltarlo, che si tratterà di qualcosa che allargherà ancora di più il perimetro dei generi muisicali trattati dal nostro.

1) Refresh The Demon
2) Syn. Kill 1
3) Awaken / The Pastor Of Disaster
4) A Man Called Nothing
5) Ultraparanoia
6) City Of Ice (Città di Ghiaccio)
7) Anything For Money
8) Hunger
9) Voices And Victims
10) Innocent Eyes
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