ANNIHILATOR

Never, Neverland

1990 - Roadrunner Records

A CURA DI
SAMUELE MARIANI
17/05/2016
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Senza alcun dubbio e col senno di poi, si può tranquillamente affermare come il "fenomeno" Annihilator (i quali esordirono nel 1989 con l'album capolavoro "Alice In Hell") abbia apportato un notevole contributo - assieme a bands del calibro di Coroner, Toxik, Voivod, Watchtower etc. - a quello che è il genere più comunemente noto come Technical Thrash Metal, realtà che fonde la ricercatezza/complessità strutturale alla naturale aggressività e potenza del genere Thrash in senso lato. Abbiamo avuto modo di vedere, nel corso della nostra analisi, quanto poi l'esordio della band di Jeff Waters abbia portato il gruppo direttamente nella storia di quest'ultimo genere, consacrando la formazione a vero e proprio punto di riferimento. Dopo il successo ottenuto grazie alla loro prima release, dunque, gli Annihilator danno inizio a quello che sarà il loro primo tour in Europa, ottenendo un successo dietro l'altro e garantendosi la compagnia di autentici colossi del genere. Hanno infatti modo di aprire per la british thrash band Onslaught, rubando loro le scene nonostante fossero un gruppo di supporto. A discapito di questo, il gruppo britannico ha sempre nutrito grande rispetto nei loro confronti: infatti, Jeff ha parlato dell'esperienza di touring con gli Onslaught come di un'esperienza che ha avuto il gran merito di insegnarli come trattare i gruppi di spalla (lezione che mette in atto tuttora), grazie alla gentilezza ricevuta degli (all'epoca) ben più blasonati colleghi. Grande riscontro di pubblico ed ammirazione da parte degli addetti ai lavori, l'avventura di Waters non poteva procedere meglio di come si stava avviando. O forse, si. Dopo aver sconvolto il pubblico europeo con le mirabolanti atmosfere tecnico-aggressivo-oscure di "Alice in Hell", i Nostri prendono nuovamente il decollo verso il continente di origine, prendendo parte ad una serie di concerti sul suolo natio ed aprendo per la band californiana capitanata dal "Sangue Nativo" Chuck Billy, i Testament. Da qui inizierà un altro decollo, oltre a quello della carriera della band. Come ben sappiamo, il monicker riconduceva oggi come allora ad un'unica persona, ovvero il mastermind dell'intero progetto. E grazie alle sue notevoli abilità, Jeff Waters divenne ben presto uno dei chitarristi più discussi di quel periodo. Ci racconta in tal proposito il Nostro, proprio parlando di quel tour americano: "ero in una stanza d'albergo con Chuck Billy, e ho ricevuto una chiamata da Dave Mustaine dei Megadeth. Mi chiese se avessi voluto fare un'audizione per entrare nella sua band, visto che gli serviva un nuovo chitarrista...". Questo bivio gli si presentò davanti in una situazione molto delicata, in quanto la scelta si sarebbe rivelata drastica in ogni caso: divenire membro di una delle più importanti band al mondo o continuare per la sua strada, sull'onda del successo ottenuto con "Alice in Hell". Ritenendo più importante dare un'ulteriore svolta alla carriera della sua band, quindi, il buon Jeff decise di declinare, continuando per la direzione già intrapresa dal 1984. Dopo questa scelta apparentemente difficile, arriva un'altra inaspettata situazione a complicare i piani di casa Annihilator: il distaccamento dalla formazione da parte di Randy Rampage per motivi di lavoro e personali. Il proseguo del tour fu decisamente a rischio, ma fortunatamente entrò in squadra Coburn Pharr, ex membro del gruppo heavy metal Omen (gruppo fra i "re" del Power-Epic americano, con i quali cantò nell'album "Escape To Nowhere" del 1988), direttamente ingaggiato dalla "Roadrunner Records", etichetta della band di Waters. Durante il tour, Pharr ebbe modo di mettere tutti d'accordo, convincendo sia il pubblico sia lo stesso Jeff. Il passo da compiere affinché fosse stato designato come cantante per il secondo album fu dunque brevissimo da compiersi. Il successore di "Alice in Hell", infatti, era pronto per vedere la luce, e soprattutto per confermare le ottime impressioni suscitate da quest'ultimo, mantenendo la band ai vertici. Questo album, di seguito intitolato "Never, Neverland", ebbe dietro di sé un background molto particolare e soprattutto intenso: molte cose stavano infatti cambiando dalla release del 1989, ed anche la line-up non si limitò a vedere solo l'ingresso di Pharr. La formazione che ebbe difatti modo di lavorare al disco fu composta - oltre che da Jeff Waters, ovviamente - dal nuovo entrato Dave Scott Davis alla seconda chitarra, mentre Wayne Darley poté finalmente essere accreditato come bassista; Ray Hartmannn invece mantenne saldo il suo ruolo di batterista. Così, nel Febbraio del 1990, il gruppo può finalmente entrare nei "Vancouver Studios" per registrare "Never, Neverland". Considerato a posteriori come uno degli album più importanti nella storia del Thrash Metal, nonché il migliore della band, addirittura più importante del suo predecessore. Tra le peculiarità che risiedono in questo album, possiamo notare come esso non sia stato prodotto solamente dal "padrone di casa" Jeff Waters, in quanto la "Roadrunner Records" fu disposta (fiutando ottimi affari) a spendere più soldi rispetto a quanto investito in "Alice..". Una spesa effettuata in modo da ingaggiare un produttore in grado di garantire un contenuto di qualità superiore per quanto riguardava il suono, nonostante "Alice in Hell" non fosse stato certo da buttare via. Nonostante ciò, l'etichetta volle andare sul sicuro, giocandosi tutte le carte a disposizione: la collaborazione finale fu dunque stretta con Glen Robinson (il quale nel corso degli anni ebbe modo di collaborare anche con degli altri colossi del Technical Thrash canadese, producendo l'album "Katorz" dei Voivod), il quale si occupò anche della registrazione e del missaggio. Waters era senza dubbio convinto di quanto l'uomo fosse un valido produttore, ma si rese anche conto che a separarli ci fosse un divario di idee sin troppo importante. Nonostante "Never.." sia stato giudicato come uno dei migliori (se non il miglior) disco degli Annihilator, il mastermind ebbe molto a che ridire circa il sound delle chitarre, le quali - rispetto a ciò che aveva in mente - a lavoro ultimato risultarono alle sue orecchie forse troppo deboli ed asciutte. In questo album, inoltre, risiedono molte delle fatiche e delle idee messe in atto tra l'84 e l'86: brani come "Road To Ruin", "Phantasmagoria", "Imperiled Eyes", "Reduced To Ash", "Kraft Dinner" e "I Am In Command", giusto per fare degli esempi . Il risultato fu dunque straordinario, a prescindere dalla parziale insoddisfazione di Waters. Le parole spese finora sono soltanto l'umile introduzione ad un vero e proprio capolavoro.. quindi, preparatevi ad entrare nel vivo di "Never, Neverland" nonché ad assistere ad un vero e proprio spettacolo, un allucinogeno da assumere per vie uditive. Waters è un novello Ercole e questa è la sua seconda fatica, la quale - passati i suoi tre quarti d'ora di ascolto - vi farà rendere conto, a viaggio ultimato, di aver perso la cognizione del tempo, di esser stati quasi sospesi in un'altra dimensione.

The Fun Palace

Iniziamo con "The Fun Palace (Il Parco dei Divertimenti)",un prodotto già destinato ad entrare nella storia della musica sin da quando venne registrato, sedendo sul trono assieme a canzoni come "Alice in Hell", entrambi episodi ormai indelebili nella "bibbia del Metal". L'intro, già dalle prime note, sfoggia la sua epicità, con un riffing generale di chitarre assai melodiche e cariche di rimandi Heavy, le quali introducono un'atmosfera alienante, a tal punto punto da farci vivere un sogno "epico" come pochi. Dopo questo inizio chitarristico degno della sua fama, al coro si uniscono anche gli altri strumenti , i quali accompagnano questa "intro" fino a 0:40, momento in cui iniziano i primi sconvolgimenti : questi ultimi, creati ad hoc da delle chitarre che fanno sembrare Waters un ipnotista (si abbandona parzialmente l'epos per giocare su di una sorta di oscura atmosfera), senza tralasciare il basso "funky" ed incalzante che fa da grande supporto. Arriva quindi la prima strofa, la quale sfoggia questa volta un ritmo assai incalzante, sempre di forgia Heavy: Coburn Pharr, dal canto sui, presenta già dai primi secondi una voce piacevolmente graffiante ma che accentua ancora di più l'atmosfera generalmente sinistra che pervade la nostra mente ed il brano tutto. A seguire, un pre-ritornello costruito sulla scia della intro ma con un ritmo più galoppante e movimentato. E' quindi nel ritornello effettivo - più precisamente durante la pronuncia della parola "Panic!"- che ritroveremo quel bending presente anche nel ritornello della title track dell'album precedente; accorgimento, questa tipologia di tecnica, che di seguito diverrà uno dei marchi del chitarrista. Un "micro urlo" atto a rendere l'ambiente ancor più pazzo e particolare. Naturalmente non è soltanto il bending a fornire epicità e particolarità a questo ritornello: tutto è a dir poco singolare e sui generis, dal basso e la batteria incalzanti alle chitarre "nitrenti". Senza scordarsi di una voce interpretativa come poche. Un momento che quindi si contrapporre alle strofe ben più incalzanti, di forgia "classica", presentandoci tecnicismi degni di nota, incredibilmente ben inseriti. Dopo che la strofa ed il ritornello hanno fatto nuovamente il loro corso, ri-avvicendandosi, veniamo sorpresi da un bridge fuori dalle righe, dove si alternano arpeggi, accenni prog., voci in falsetto e corali.. e chi più ne ha più ne metta, è il caso di dirlo! E' proprio da questo momento che iniziamo realmente a capire quanto segue, ovvero che sino ad ora abbiamo ascoltato (o visto, se preferite) solamente la punta dell'iceberg. Proprio perché la vera e propria maestosità della canzone arriva dall'inizio dell'assolo, il quale inizialmente si fa quasi sottovalutare.. fino a quando non decide di mostrare la sua vera natura. Con la stessa tenacia di un uomo che vuole sfidare le leggi della fisica, Waters - non solo in questa traccia - fa correre le dita sul manico esattamente come le zampe di un cavallo che solcano il terreno in preda alla frenesia. Un assolo mirabolante, dinnanzi al quale c'è da rimanere non poco sbalorditi. E' così che si riparte dunque da capo, ma l'intenzione del pezzo è cambiata. Quest'ultimo si rivela un crescendo inafferrabile, che riporta la traccia alla strofa, la quale rimane immutata rispetto a quella iniziale, come rimangono immutati il pre-ritornello ed il ritornello, benché il tutto suoni più intenso, possente. Ulteriore strappo alla regola è la parte finale, dove si dà ampio sfoggio a palm-muting e downstroke massicci e incontrastabili, per poi passare ad uno stile più marcatamente Thrash, non lasciando più scampo. Le liriche di questa open track ci parlano di un autentico viaggio mentale, intrapreso (o meglio subito) da un individuo colpevole molto probabilmente di omicidio. Atto deprecabile, propbabilmente perpetrato ai danni di ragazzi molto giovani ("tutte le giovani vite che hai spezzato.. guardavi quell'innocenza ridotta in pezzi") ed anche più di una volta. Un viaggio da compiersi e da soffrire, un percorso irto di spine all'interno della valle dei rimorsi perpetui, dominato dalle urla di una coscienza sporca. Un sentiero da percorrere, un cammino il cui scopo è quello di portare il protagonista sino ad un punto di arrivo, ad una conclusione fondamentale; ovvero: la perfetta coscienza del proprio status di assassini e la conseguente omertà di sé stesso circa la sua vera natura non debbono assolutamente essere degli ottimi compagni di vita. Questa consapevolezza sta pian piano insidiandosi nella vita dell'uomo, portandolo alla follia più totale. Grida, strepiti, pianti, visioni: tutto è propedeutico al raggiungimento della follia. E tutto continuerà sino al momento in cui egli non deciderà di confessare e di pagare per le sue colpe. Pagare, forse, con la sua stessa vita. Le sue paure ed angosce si materializzano sotto forma di incubi, man mano che il tempo passa questi si fanno sempre più intensi e frequenti, facendo crollare il colpevole, sia dal punto di vista che psicologico. Un'autentica tortura che presto o tardi lo porterà alla morte, in fin dei conti l'unico modo che ha per mettere a posto la sua coscienza ed espiare i suoi terribili peccati. "Goodbye, from the fun palace", questa la beffarda sentenza delle sue voci interiori, le quali sembrano quasi dipingere lo scenario di un tetro ed inquietante luna park. I volti deformati dei clown, i rumori assordanti dei caroselli, le risate sinistre.. un immaginario reso orrorifico, un luogo di innocenza (le giostre, appunto) divenuto un luogo di incubo. Proprio come le vite spezzate delle giovani vittime del pazzo sanguinario. 

Road To Ruin

"Road To Ruin (La Strada per la Rovina)" è la seconda traccia del platter, e si fregia nel suo inizio di un riff Heavy in plettrata alternata, nonché di una batteria graffiante caratterizzata da un doppio pedale moderato ma efficace. Ensemble che va poi a stopparsi improvvisamente per un istante, riprendendo con una galoppata inarrestabile che lascia il posto, a 0:24, ad un incalzante riffing in stile N.W.O.B.H.M ma comunque presentante dei giochi armonici non scontati. Si prosegue per una strofa dalle fattezze sempre Heavy e quasi Speed , nella quale la voce di Pharr appare più feroce e determinata che in precedenza; il basso riscalda l'ambiente in modo ottimale e la batteria prosegue dunque senza alcuna esitazione, anzi, aggiungendoci diversi abbellimenti che di certo non guastano al contesto generale. Il riffing "inglese" udito in precedenza riprende, ed è dunque tempo di introdurre il refrain, nel quale le parole pronunciate da Coburn Pharr suonano quasi come un rimprovero nei confronti di un comportamento ancora molto attuale.. ma a discorrere circa il senso della canzone arriveremo più tardi. Dopo un breve intermezzo strumentale si riparte con la strofa, e notiamo come tutto sia rimasto al suo posto, tranne per la voce. Sezione nella quale vengono possibilmente aggiunti dei dettagli in più, per quanto riguarda l'interpretazione: acuti in falsetto e risate dal tono perfido. Il successivo ritornello, differentemente dalla strofa, non mostra alcun cambiamento, ma sarà il preludio per un bridge principalmente chitarristico, veloce e confondente (nel senso positivo della parola), incalzante, melodico, sempre di chiara forgia Heavy Speed, capace di insidiarsi piano piano e letteralmente nella nostra psiche per poi farsi esplodere coadiuvato da una batteria i cui suoni risultano ben rotondi e possenti. Segue l'assolo, dalla base Speed unita ad un vero e proprio concentrato di Heavy (caratteristica, del resto, di tutto il pezzo), in più presentante una sezione finale a tratti vagamente Hard Rock. Tra le tante cose da apprezzare di Waters - cosa che non gli è molto accreditata, a dire il vero - vi è anche e sicuramente la meticolosità con cui il Nostro compone anche le parti ritmiche a supporto degli assoli. Proprio in questo brano, infatti, possiamo contemplare i riff posti a sostegno del momento solista, i quali presentano mutamenti e continue sfaccettature, tutte sempre azzeccatissime. Siamo arrivati quindi alla fine, ed il pezzo si conclude con il bridge ascoltato precedentemente. L'ultimo suono che ascoltiamo, durante gli ultimi secondi, è quello di un'auto che sbanda, franando rovinosamente contro un ostacolo. Particolarismo che ci porta a parlare del testo che della traccia, riguardante l'assunzione irresponsabile di alcol. Tramite i mezzi mediatici, sentiamo molto parlare di incoscienti che pur sapendo di dover riaccompagnare i propri amici a casa (dopo una serata di "divertimento"), finiscono per perdere la vita - e col far perdere la vita - per colpa delle loro imprudenze. Purtroppo, nonostante le continue campagne pubblicitarie e le varie punizioni, approvate medianti leggi precise, atte a raggiungere lo scopo di far cambiare questo comportamento, questi avvenimenti sono ancora all'ordine del giorno. Considerando che questo è un brano del 1990 e considerato che ad oggi buona parte degli incidenti stradali è dovuta ad atti di questo tipo, possiamo senza dubbio riflettere su una questione che ha del paradossale: da una parte, con il passare degli anni, l'umanità ha fatto passi da gigante evolvendosi ed imparando cose nuove, migliorando in tutti i modi il proprio tenore di vita ed inventando sempre nuovi sistemi per migliorare la propria esistenza. Dall'altra, però, si rimane primitivi, cedendo ad impulsi "terra terra" e finendo col comportarci da irresponsabili. Nonostante siano passati la bellezza di ventisei anni da questo album, ancora non abbiamo imparato a tutelarci da determinati e grossolani sbagli, andando a schiantarci contro la nostra stessa stupidità.. e purtroppo, non solo in senso metaforico. Ci sentiamo invincibili ed irrefrenabili, il cervello è obnubilato dall'alcool e non ci rendiamo conto delle manovre intraprese, della velocità a cui andiamo. Il passo ultimo è quello di rimanere coinvolti in un incidente stradale, perdendo la vita. La nostra, oltre a quella di chi è in macchina con noi. Un tema, quello dell'ubriachezza al volante, che fu trattato (non con i medesimi intenti) anche dai KISS nella loro celeberrima "Detroit Rock City", canzone avente anch'essa un finale tristemente drammatico.

Sixes and Sevens

La terza traccia è intitolata "Sixes and Sevens (Sei e Sette)", brano in cui Jeff Waters riporta in auge la sua passione per i film horror, con un arpeggio a tratti inquietante che viene poi accompagnato da delle ritmiche pesanti che si presentano all'improvviso, facendo nitidamente pensare a quel tipo di "horror old-school", a quelle pellicole nelle quali i colpi di scena erano accompagnati da suoni improvvisamente emessi, senza lasciarsi minimamente presagire. A 0:33, la canzone inizia a prendere forza, gli strumenti costruiscono quindi un'atmosfera Prog-Thrash che andrà ad esaurirsi all'incirca sei secondi dopo, con l'avvicendarsi di un intermezzo lento ma con un sound estremamente grooveggiante, seguito da altri 15 secondi di un Thrash che questa volta di Progressive ha soltanto qualche accenno, quel tanto che basta per mantenere viva l'attenzione dell'ascoltatore. Si prosegue con il quinto cambio, quello definitivo, che ci fa entrare nel vero mood del pezzo. Un cambio che non solo ha il compito di portarci nella prima strofa, ma anche quello di mostrarci un funambolico Jeff che si diverte ancora con gli armonici, alternandoli con brevi ma efficaci powerchord. Nello stesso momento e contesto, non lesinano certo in presenza il doppio pedale (che batte imperterrito) e la voce di Coburn, la quale inizia la sua storia. Arriva il ritornello, nel quale la mano di Waters gioca fra il suo normale stile ed un Thrash Speed più tradizionalista, mostrandoci anche un gioco tra plettrata alternata in palm-muting che si interseca con uno scambio di semitoni continuo, terminando a 2:30. Siamo arrivati a quasi metà canzone, poco dopo il pezzo cambia rotta con un lavoro di pull-off e hammer-on di chitarra che aggiunge un pizzico di Hard Rock, pompato dalle solite batterie scatenate di Hartmann. Ritorna per alcuni istanti un clima più pesante rispetto all'inizio di questa nuova fase, a sua volta stroncato dal ritorno del "Prog Watersiano" che introduce un assolo molto melodico, il cui "genere" - tanto per cambiare - si differenzia non poco dal resto della canzone. D'altronde, si parla di brano il cui tema principale è la confusione! Arrivati a 4:00, inizia l'ultimo giro, l'ultima alternanza di strofa e ritornello che precede un'ending recante un arpeggio ripreso da quello iniziale, rallentando ulteriormente negli ultimi istanti. "Sixes and Sevens" è un titolo che, per noi parlanti la cosiddetta "dolce lingua" può non avere senso. "I Sei ed i Sette", se in italiano i numeri sono espressi al "plurale", genericamente è perché si sta indicando un numero di oggetti o persone corrispondenti alla cifra nominata. Confusione più che legittima, visto che nel testo non troviamo scorci o spunti che ci indichino chi o cosa sarebbero, questi "sei" e "sette". In effetti, ragionando in slang, noteremmo come il titolo di questo brano sia una locuzione usata dagli anglosassoni per descrivere uno stato confusionale. Come ben avrete capito leggendo anche gli articoli passati, la band (del passato ma anche del presente) tratta molto spesso temi di questo genere; in certi sensi è quasi come se la "follia" fosse un cavallo di battaglia di Waters e degli Annihilator. Non è cosa da tutti descrivere in maniera precisa stati di confusione o la pazzia, visto che per saper interpretare questo particolare topos bisogna anche saperlo comprendere. Con ciò non voglio assolutamente dire che chi ha scritto delle musiche e dei testi di questo genere sia un malato mentale; solamente, penso che per descrivere la pazzia basti soltanto essere musicalmente pazzi, artisticamente folli, perdere le inibizioni di quello che è lo schema convenzionale della musica sotto ogni suo aspetto. Un parallelismo singolare ma a parer mio efficace, e nell'ambito più puramente musicale Waters non manca certo di capacità. E proprio come spiegato dallo stesso Jeff, autore del testo, quest'ultimo è stato creato in un momento difficile in cui il nostro non vedeva alcuna via di uscita, se non quella di mollare tutto. Non è certo una condizione o una storia che possano suonare nuove alle nostre orecchie, dopotutto lo stress è una condizione che va a braccetto con la nostra vita quotidiana. Se vogliamo avere successo, nel nostro percorso di vita, dobbiamo impegnarci per raggiungere questo obiettivo; ma con l'impegno, per l'appunto, si aggiunge lo stress. C'è da dire che impegnarsi troppo, forse, abbia un effetto contrario sul risultato desiderato. Pensare troppo sulle scelte da fare, su cosa sia giusto intraprendere, dire, pensare.. un sistema che a lungo andare ci schiaccia e ci fa perdere lo scopo prefissato, mandandoci in totale confusione. Durate questo stato di disorientamento, ripercorriamo mentalmente il nostro cammino per capire quale strada prendere, ma come ha detto sostanzialmente lo stesso Waters, le cose funzioneranno se lo vuoi veramente.

Stonewall

Confusione o meno. Ecco dunque "Stonewall (Muro di Pietra)", una delle tracce (a parer di chi vi scrive, ma non solo) più di spicco dell'album. Parte immediatamente un intro che, a differenza del brano precedente, non decide di giocare sull'effetto "orrorifico" od ansiogeno, anzi: un frangente che non regala preavviso, che trascina l'ascoltatore in un'onda di carica, di fomento. Uno stato emozionale, però, per certi versi "differente" da quello che band più "prevedibili" o tipicamente Thrash sanno inculcare; non sale in noi la voglia di prendere e spaccare un muro di cemento armato a suon di testate (cosa che sarebbe più lecita ascoltando brani come "The Toxic Waltz", per dire), anzi. Parliamo proprio di quella carica che ti porta in uno stato di euforia ma anche di benessere, tanto che se non fosse per il testo, non si penserebbe mai che si tratti in effetti di una canzone basata su di un tema serio come quello dell'inquinamento. Ancora una volta, grandi particolarità, un ensemble emozionale che giunge sino al secondo 0:25. Subito dopo, veniamo sommersi da un "cambio" di prospettiva, sempre ad opera del poliedrico Jeff. Il Nostro, dapprima si fa sentire con delle plettrate scattanti nella prima parte del riff, andando poi a lasciare spazio ad una cadenza più "aperta" nella seconda parte. Stranamente, la traccia inizia la sua prima fase canora direttamente dal ritornello, ma ciò non dispiace affatto: la voce e la potenza di Pharr non perdono certo di sostanza, venendo anche accompagnato - il singer - da cori che cantano all'unisono il titolo della traccia. Arrivati alla quarta canzone, cresce sempre di più la consapevolezza sulla grandezza di questo album, ma si può dire di essere soltanto all'inizio. Il ritornello è seguito da un arpeggio quasi angelico che si distacca da quanto abbiamo sino ad ora udito, aprendo una parentesi strumentale assai spensierata. Segue dunque una strofa, accompagnata da un riff semplice e deciso; precisione e semplicità generali, dato che possiamo sostenere tale discorso non solo per le chitarre, ma anche per ciò che riguarda il basso e la batteria. Nella seconda fase della strofa, il sound prende ossigeno, con lo strumento a sei corde che suona note più lunghe ed un Hartmann che aggiunge un pattern di grancassa "zoppicante". Un coro urla "Stonewall" ed ancora una volta il ritornello fa il suo corso senza alterazioni, per lasciare spazio alle strofe anch'esse immutate. Ma lo "stravolgimento" è in agguato, e proprio quando finirà l'ultimo giro di ritornello potremo udire il cambiamento fare visita, con la voce di Pharr che si lascia trasportare dalla dolcezza dell'arpeggio già ascoltato in precedenza. Come se non bastasse, ben presto sussegue un bel bridge lento ma melodicamente "freddo", con le chitarre che "lampeggiano" ad intermittenza poco prima dell'assolo. Quest'ultimo è un altro pretesto per poter permettere al chitarrista di poter mostrare la sua superlatività, abbondando in velocità e tecnica, pur mantenendo la melodia al primo posto. Segue un intermezzo alla Motley Crue con tanto di tremolo che termina a 3:17. Il tutto messo in piedi per "onorare" il ritorno delle strofe, nonchè dell'ultimo e definitivo giro di ritornello. Per i circa 40 secondi successivi, ritorna anche l'arpeggio celestiale, che si smorza lentamente fino ad uscire di scena e chiudere di fatto il brano. Come ho già detto, "Stonewall" è un brano contro l'inquinamento, il cui testo fu pensato da Jeff Waters durante una camminata al fianco di un fiume nei pressi di Vancouver. Siamo nel 1987 circa, ed il Nostro ebbe la definitiva ispirazione proprio quando, avvicinandosi più del dovuto alla riva, vide e sentì sulla sua pelle la contaminazione che quel dono della natura aveva subito. Scarichi industriali, oggetti lanciati con noncuranza assoluta, immondizia. Natralmente, questo non è un fatto che si limita ad alla città di Vancouver, l'intero mondo è ormai compromesso dai nostri stessi rifiuti, dai nostri stessi prodottiu. Possiamo vederne le conseguenze a partire dalle montagne, scendendo per i corsi d'acqua per poi finire nei mari. Ricordando sempre che è un disco di oltre trentacinque anni fa, questo problema persiste ancora oggi, e ci fa compiere la stessa riflessione già sorta durante l'analisi testuale di "Road to Ruin". Com'è possibile affiancare cotanta evoluzione a cotanta arretratezza? Come possiamo essere così intelligenti da arrivare nello spazio e contemporaneamente così stupidi da uccidere il nostro stesso pianeta? Domande che purtroppo non troveranno mai una risposta. Il grigio in favore del verde, le industrie al posto delle campagne: l'aria pura e le acque incontaminate sono solo un lontano ricordo. Quanti e quali veleni abbiamo immesso nell'atmosfera, gettato nei mari, sepolto sotto terra. Presto o tardi, arriveremo al collasso definitivo.

Never, Neverland

Siamo dunque arrivati alla titletrack "Never, Neverland (L'Isola che non c'è)", traccia le cui strumentali rispecchiano perfettamente il retroscena amaro del contesto che il brano reca con sé. Degli struggenti arpeggi fanno subito visita alle nostre orecchie, catturando la nostra attenzione, nonostante la delicatezza del sound. L'immensità del suono emanato ci catapulta in un ambiente buio e freddo, quasi fossimo costretti ad abbandonare le dantesche "speranze", approcciandoci ad un qualcosa di triste e malinconico. A 0:13, la batteria e il basso cercano di tenere lontana questa sensazione, nonostante l'entrata in gioco di una chitarra distorta ma anch'essa assai malinconica. Un suono così cupo e mesto che fin'ora era rimasto sostanzialmente "inedito", nel repertorio del gruppo. Il pezzo cerca dunque di acquisire un po' di forza con un ritmo quasi galoppante che potrebbe anche donarci un accenno di sorriso, anche se le speranze risultano vane. Questo nuovo clima si dissolverà totalmente con l'arrivo della strofa, la quale con il suo arpeggio innocente (ed una voce anch'essa in linea con il tutto) decide di materializzare i pensieri di una bambina segregata in casa ed in cerca di libertà. Pharr svela una sua nuova veste, le sue corde vocali ben emanano la sensazione di trovarsi dinnanzi alla storia di un'innocenza tradita da chi avrebbe dovuto difenderla più di tutti. Terminata la strofa, segue un intermezzo solista che si sovrappone ad un giro di arpeggi drammatico ma leggero. E' l'esatto momento in cui la bambina protagonista delle lyrics si affida alla sua sola figura di supporto, Clare; la sua bambola, ciò che l'ha sempre accompagnata sin dall'inizio in tutto ciò. "Get Back!", ed all'arrivo di queste parole la canzone sembra assumere un aspetto completamente diverso da prima: se precedentemente la voce rappresentava una figura sottomessa, ora possiamo finalmente vedere l'altra faccia della medaglia, per non parlare delle strumentali, sezione in cui le chitarre hanno una certa importanza, con delle plettrate Thrash che vengono interrotte e risuonate con tenacia. Si ripresenta il ritmo incalzante che in precedenza riuscì a far entrare un piccolo fascio di luce nell'oscurità del pezzo. Un frangente che, subito dopo, lancia un assolo non particolarmente tecnico (e che non ha l'intento di spiccare, come Jeff è solito fare) ma recante con sé il merito di ben mantenere intatto sia il ritmo che l'intenzione di dotare il pezzo di maggiore intensità. "L'innocenza" torna però con la ricomparsa del cantante e delle strumentali infelici, le quali verranno poi sostituite da un'atmosfera che man mano si farà sempre più cupa fino ad oscurarsi totalmente. Ho già parlato della storia della bambina tenuta isolata in casa, ma solo accennando alla trama delle liriche, senza specificare il motivo o sviluppando un discorso più organico. Stando a quanto dichiarato dalla stessa band, il testo di questa titletrack nacque da una storia vera: la nonna della ragazzina in questione - nonchè sua custode legale e tutrice - decise che l'unico modo per proteggere la bambina dalle tentazioni del mondo esterno fosse rinchiuderla, facendola vivere in totale isolamento. Fu così che la vittima della pazzia della sventurata tutrice si trovò intrappolata per anni nella sua abitazione, fino a quando non arrivò qualcuno a soccorrerla. Tuttavia, non siamo certo dinnanzi ad un lieto fine.. proprio perché dopo gli avvenimenti descritti, questa ragazzina - ormai cresciuta - va a finire in un manicomio, incapace com'è di rapportarsi al mondo esterno, totalmente avulsa alla realtà. La sua crescita ed il suo sviluppo mentale sono stati ampiamente compromessi da anni di segregazione, e possiamo solo immaginare gli effetti drammatici che la vicenda ha causato nella sua mente. Storie di ordinaria follia, purtroppo neanche tanto inverosimili. Casi di cronaca abbastanza simili si sono susseguiti, dal 1990 al 2016, con inquietante continuità, in maniera ogni volta più cruda e drammatica. Ovviamente le liriche risultano romanzate, mettendoci dinnanzi ad una bambina totalmente impaurita da alcune inquietanti presenze all'interno della sua stanza. La stanza nella quale ella passa la sua eternità ("è Sabato.. niente scuola! ..ma non c'è più scuola da anni..") in compagnia della sua bambola Clare. Le voci, gli spettri, le presenze incombono. Lei grida e gli urla di lasciarla in pace, portandoci all'interno di uno scenario alla King Diamond. Non è ben chiaro il finale, anche se sembra che la piccola, ormai cresciuta, sia arrivata a compiere un gesto estremo, pur di liberarsi dalle angosce. 

Imperiled Eyes

Arriva quindi il momento di "Imperiled Eyes (Sguardo Minaccioso)", traccia che disperde l'alone cupo della titletrack e ci catapulta all'interno di un viaggio che definire assurdo sarebbe un mero eufemismo. Credo sia uno di quei brani che non lasciano incertezza circa il farsi piacere o meno: è difatti una traccia che cattura già da subito per via della sua incredibile esuberanza. La velocità, poi, è soltanto uno degli aspetti più in primo piano della canzone, visto che (a conti fatti) buona parte del pezzo non risulta eccessivamente spedita. Il riff iniziale è un'esaltazione chitarristica portata all'estremo, visto che l'incanto suscitato dalla traccia non è puramente o solamente suscitato dalla mera tecnica, ma anche dalla miscela di questa con la pazzia compositiva del chitarrista. Sperimentare in certi ambiti è come muoversi su di un terreno impervio, un azzardo che Waters può comunque e perfettamente permettersi; un azzardo che ha dato i suoi grandi frutti, i quali possiamo valutare con tutta oggettività in questo preciso momento. Il riff iniziale sarà interrotto per pochi secondi da un arpeggio "stregato", un passaggio tra l'intro e la strofa. Il Thrash Metal più puro si presenta quindi durante il cantato di Pharr, singer in grado di aggiungere sempre e comunque del suo, inserendo in questo caso - grazie al suo timbro "scorticato" - ancora più tensione all'indole generale del pezzo. A seguire, dei lampi di suoni deliranti, con trill persistenti e shreddate da maniaci che concludono questo pre-ritornello. Il chorus dal canto suo risulta martellante, la voce - con la sua interpretazione irruente e a tratti acuta - rappresenta il martello che colpisce senza pietà, e le strumentali sono simbolo dell'incudine che contrasta la sua forza. La nostra sensazione di confusione celebrale non è null'altro che il risultato dello scontro, e la rappresentazione del delirio a cui ci porta la canzone. Flash di sur-realtà si diffondono e si estendono per i 50 secondi successivi, dove - nel frattempo- il basso prende una forma sinistra e quasi "stregata" anch'essa, come fu per l'arpeggio sentito in precedenza. Concluso questo breve salto nell'oscurità dell'ignoto, torna la follia di Waters e gli arti di Hartmann che non sembrano avere controllo, supportando l'estro del suo frontman. L'aspetto più "umano" ritorna a 2:50 con l'avvicendarsi di una strofa, facendo tornare anche noi ascoltatori con i piedi per terra a nostra volta. Al di fuori di ogni previsione, veniamo però catapultati nell'assolo: l'iperspazio, dove le note sono soltanto fasci di luce appena visibili. Veniamo quindi risvegliati da un'altra strofa e da un ritornello di Coburn, che ci fa riprendere conoscenza, frangente che verrà poi seguito da un altro delirio sonoro che porrà quindi fine al pezzo. Per quanto riguarda le liriche, nella loro brevità sembrano riprendere il tema della fine dell'umanità, già trattato in "Stonewall". Tuttavia, la causa inquinamento non sembra preponderante, in quanto il pianeta viene descritto come spacciato per colpa di svariati fattori, ognuno ugualmente importante. Senza dubbio l'inquinamento, ma anche le guerre; conflitti intrapresi quasi per gioco da ogni nazione del mondo, che come unico scopo hanno avuto quello di destabilizzare un pianeta già piegato da miriadi di altri colpi "bassi". Non bastava avvelenare l'aria e l'acqua, abbiamo dovuto aggiungere il carico da 90, decimando la nostra specie in cruenti e sanguinosi combattimenti. Ogni giorno viene versato del sangue innocente, ogni giorno il numero della popolazione decresce imperterrito. Se continueremo in questo modo, arriveremo ad estinguerci. Lasciando dunque la Terra come un guscio vuoto, insignificante, privo di creature. Dopo aver distrutto ogni cosa e dopo aver ucciso anche il nostro ultimo fratello, il nostro pianeta potrà dunque avviarsi alla definitiva distruzione, marcendo poco a poco. Lo "sguardo minaccioso" è dunque il suo: uno sguardo carico di rabbia e rancore, che la Terra punta su di noi. Esseri noncuranti e violenti, privi di scrupolo alcuno.

Kraft Dinner

Il prossimo passo da compiere ci porta a "Kraft Dinner (Maccheroni al formaggio)". Nella sua brevità, questa canzone risulta essere la più corta del disco, anche se non è assolutamente da sottovalutare. Ci troviamo dinnanzi ad un brano capace in qualche modo di riportare equilibrio all'interno di un album che risulterebbe altrimenti troppo pessimistico (tematicamente, abbiamo avuto modo di vedere di cosa parliamo. Ed anche i suoni hanno fatto la loro parte!). Ben venga, dunque, fra tanta oscurità, un brano in cui Jeff esprime ironicamente il proprio amore per il cibo. Un riff dalle fattezze Punk ci fa quindi accomodare a tavola, prima di gustarci questa bella portata a base di maccheroni al formaggio. Subentra la strofa, con sembianze diverse rispetto alla intro, con uno stile più Heavy e la voce affamata di Pharr il quale brama chiaramente di consumare il pasto il prima possibile. Jeff torna ad utilizzare il gioco di armonici nel ritornello, alternandolo a dei passaggi Thrash decisi e con il cantante che  inneggia assieme al coro "I love Kraf Dinner".La strofa ritorna e la canzone, stranamente, non porta sconvolgimenti, proprio come il ritornello. Ma non facciamo in tempo a dirlo, che si materializza un bridge che segue il ritmo già intrapreso, introducendo un assolo rapido come un uomo famelico che si accinge a tirare la prima forchettata sulla lauta portata. Waters & company eseguono l'ultimo giro di strofa e ritornello, per poi lasciare spazio ad un ending "...pieno di amore e burro".Non credo che ci sia molto da dire sul testo, in quanto quest'ultimo descrive le "gesta" di un uomo affamato intento a predisporre tutto per il pranzo. "Kraft Dinner" è anche una nota marca di pasta precotta canadese, da scaldare nel microonde, da gustarsi immediatamente dopo la cottura. Quindi, nei pochi versi scritti, tutto quel che vediamo è un protagonista scalpitante che ci descrive ogni fase della preparazione. Posso darvi un consiglio: se non vi piacciono i maccheroni al formaggio, questa canzone non fa per voi.

Phantasmagoria

Giunto il suo momento, "Phantasmagoria (Fantasmagoria)ruba la scena con delle chitarre lente e potenti, che prenderanno velocità nella seconda sezione, con lo scalciare di Hartmann ed un basso intento a seguirlo a ruota. Il pezzo è difatti strutturato (in questa fase) su di un crescendo continuo, beneficiando di componenti Speed/Thrash in grado di esaltarci non poco, spingendoci all'headbanging più appassionato e sfrenato. Il crescendo si ferma, ma non per molto; giusto il tempo di battere ciglio, che a 0:39 torna a fare visita una chitarra solitaria che non ha bisogno di supporto per risultare aggressiva, anche se successivamente si uniranno gli altri strumenti per donarsi coralmente ad un efflusso di frenesia dalla durata di 25 secondi. Si va avanti con la strofa, anch'essa frenetica, assieme al singer che impersonifica una malattia che provoca visioni alla propria vittima. Non è facile interpretare ciò che non si può vedere o conoscere in modo tangibile, ma la voce di Pharr sembra sapere il fatto suo e ci offre un'ottima versione di queste liriche."Phantasmagoria" è la parola chiave, cantata in coro dai fantasmi che "vivono" grazie ad essa; nel frattempo si può sentire a velocità molto più moderata il suono del palm-muting di Jeff, il quale aggiunge ancora più angoscia al ritornello. Il tempo moderato torna presto a correre per recuperare il mood della strofa, la quale si avvicenda lesta e ci trascina di nuovo nel mondo dei fantasmi, facendoci riascoltare il vibrare delle corde vocali di Pharr, il quale vuol far di nuovo parlare la "fantasmagoria". Nel ritornello, il coro dannato ci comunica ufficialmente di voler trascinare la vittima all'inferno. E' durante il pre-solo che vedremo le porte degli inferi aprirsi, per poi vedere le fiamme propagarsi nell'aria sottoforma di note infuocate: non c'è più scampo, la malattia non sembra conoscere compromessi, avanza senza tregua, minacciando ancora una volta nel giro di strofa successivo, lasciando il soggetto in preda alle allucinazioni fino all'ultimo secondo. Abbiamo assistito ad un altro caso di disordine psicologico, tema (lo ripetiamo) molto caro al gruppo. Grazie al trattamento di certi temi, chi scrive le musiche ed i testi (Jeff, naturalmente) può dare libero sfogo all'immaginazione; non c'è infatti regola o schema preciso, se l'intenzione è quella di raccontare una storia attraverso gli occhi di chi vive una situazione stranissima e paradossale. Il protagonista è infatti un uomo, "scelto" (in base a che criterio non ci è dato saperlo) da un gruppo di entità intenzionate a tormentarlo, sino alla follia. Un testo assai breve ma carico di inquietitudine: osserviamo la persona cercare di dormire, venendo sempre disturbata da questa schiera di fantasmi, intenta a recitare orrende litanie. Lo hanno scelto, lo condurranno all'inferno: in una sinistra danza macabra, le entità ballano ai piedi del letto ed attorno allo sventurato, sussurrando frasi blasfeme, terrificanti. "..non sai che i fantasmi non riposano mai?", questo è quel che viene detto al Nostro, il quale vorrebbe trovare un po' di pace ma è evidentemente impossibilitato a farlo. La Notte, da sempre simbolo di riposo e ristoro, viene dunque a simboleggiare l'incubo e la paranoia. Che i fantasmi non siano altro che una metafora indicante lo stress ed i pensieri che ci assalgono, tanto da non farci dormire? Plausibile. 

Reduced To Ash

"Reduced To Ash (Ridotto in Cenere)" ci colpisce improvvisamente con un riff che rimanda leggermente a quello di "Kraf Dinner", che parte in solitaria e viene successivamente accompagnato (come sempre) dallo scalpitante batterista. La canzone è un treno che non sosta mai, ed anche il rullante suona a mo' di rotaie attraversate ad alta velocità. La voce, dal canto suo, crea un sovraccarico di potenza durante la strofa, ed anche le chitarre cambiano modo di intendere la potenza, eseguendo un riff questa volta di matrice maggiormente Speed Metal, con una discendenza di Heavy classico. I suoni tornano più Thrashy nel refrain, il quale risulta ancora una volta potente e tagliente al punto giusto. Terminato lo scambio di strofe e ritornello giungiamo dunque al bridge, frangente che mantiene intatto lo stile della canzone, costruendo contemporaneamente le fondamenta per un assolo esaltato dalla tecnica del chitarrista, il quale usa il suo momento di gloria in modo eccellente. Il treno continua a muoversi, per alcuni secondi è come se dalla foga si fosse sollevato da terra, ricadendo poi e facendo risuonare il ritmo incalzante del binario. Le scintille sprigionate dai cavi di alimentazione si propagano nell'aria nel terzo giro di strofa, che questa volta suonerà senza interruzioni, succeduto dal ritornello che riduce in cenere ogni inibizione del nostro corpo. E' così che con una piccolissima e conclusiva parentesi strumentale, melodica e squillante, siamo arrivati alla fine di questo folle cammino. In linea con la potenza della musica, anche il tema lirico sembra essere incredibilmente "potente" e feroce, a modo suo. I versi che stiamo udendo, difatti, descrivono in maniera cruda la catastrofe successiva all'esplosione di una gigantesca centrale termo-nucleare. Evento terribile, drammatico a dir poco, una tragedia senza eguali che porta ad uno sterminio di massa. Il numero delle vittime diviene incalcolabile, le radiazioni si diffondono ed anche chi non è rimasto coinvolto nell'esplosione è potenzialmente a rischio. Le conseguenze dello sfruttamento di un tipo di energia per certi versi innovativa, ma anche molto pericolosa, per via di un susseguirsi di effetti collaterali dei quali abbiamo qui l'esempio più devastante. Sapevamo che in un futuro avremmo avuto bisogno di una grande fonte di energia per poter soddisfare le nostre necessità, e tra le principali scelte compiute ci fu effettivamente quella di sfruttare le centrali nucleari. Se da un lato la cosa può aver recato sicuramente vantaggi, alcuni avvenimenti parecchio drammatici hanno portato il mondo a dubitare di questa opzione: pensiamo a Cernobyl o al più recente caso della centrale di Fukushima. I danni provocati da quei disastri sono tutt'oggi palpabili e drammaticamente rimasti impressi nel territorio circostante, oltre che nelle menti di ognuno di noi. Quindi, il nostro destino è quello di essere ridotti in cenere? Ai posteri l'ardua sentenza. 

I Am In Command

L'onore di concludere questa eccellenza fatta disco appartiene a "I Am In Command (Ci sono io, al comando)". Il Thrash è di casa; in virtù di ciò, non si poteva certo non iniziare con una chitarra la quale scandisce una plettrata alternata che procede singhiozzando fino a 0:10. Subentra (senza invadere troppo il campo) anche la sezione ritmica, accompagnando la chitarra fino a 0:50, momento in cui le asce sono nuovamente lasciate a loro stesse. Segue la "reunion" degli strumenti, dando inizio alla distruzione dei nostri timpani grazie al forte scandire uno dei riff più pesanti che possiamo aver ascoltato in questo album. Un riff che precede l'entrata della voce, infatti è proprio al minuto 1:10 che la strofa si avvicenda celere, più veloce di un caccia e più potente di una bomba H. Il ritornello rallenta i tempi e si concentra più sulla frase "I Am In Command", con un piccolo ritocco chitarristico finale. Riparte il veloce intermezzo, richiamando l'arrivo della strofa che non perde smalto ed anzi, risulta sempre prepotente ed incalzante. Ritorna dunque a farci visita il ritornello, un classico gioco di avvicendamenti atto a presentarci l'assolo, un miscuglio di tecnica che porta alla luce alcune delle molteplici skills del chitarrista. Per l'ultima volta, quindi, il pezzo ci mostra la propria ferocia ponendoci violentemente dinnanzi all'ultimo giro di strofa, non mancando di mostrare anche la sua arroganza nel refrain. Un riff costruito sulla scia dell'intermezzo ci regala gli ultimi secondi di questo pezzo, accompagnandoci quindi sino alla conclusione di questo splendido album. In una situazione che sembra riportare alla mente la copertina di "Spiritual Healing" dei Death, anche in questo caso il testo accende i riflettori sulla piaga dei "santi guaritori", ovvero tutti quei personaggi che millantano poteri miracolosi indotti dalla Fede nel Dio cattolico. Il fenomeno che Jeff intende scardinare è quello tutto americano del "telepredicatorismo", ovvero l'esposizione mediatica dei suddetti truffatori, i quali intrattengono su diversi canali televisivi i loro personalissimi show, mostrando guarigioni miracolose, dando prova dei loro poteri. Tanti ci cascano, ed anche chi è presente alle loro messe rimane a dir poco sbalordito. Il tutto è naturalmente una messinscena, ma talmente credibile da indurre molte persone ad affidarsi a certi "santoni", i quali possono in questo modo far cassa grazie ai loro "miracoli". Le vicende delle liriche ci parlano dunque di un ex raggirato, il quale ha finalmente avuto il coraggio di districarsi da una di quelle tante figure. "Io, comando!!", una frase carica di fierezza, la quale viene emessa come un urlo liberatorio. Lo spauracchio di "satana" è ormai lontano, nulla può essere più usato per far leva sulle paure del Nostro. Egli è un uomo libero, non ha più bisogno di credere in alcunché; da questo momento in poi, sarà lui a decidere il suo destino, nel bene e nel male.

Conclusioni

Arrivati dunque alla fine, è tempo di tirare le somme circa il materiale che abbiamo avuto modo di indagare con la consueta lente di ingrandimento. Ed è effettivamente difficile non restare piacevolmente sbalorditi, dinnanzi ad un album della portata di "Never, Neverland". Abbiamo ascoltato un disco che difficilmente si potrà eguagliare, non soltanto per via dell'alto tasso tecnico a livello strumentale e per la conseguente resa a dir poco esplosiva ed incredibile. Quella dalla quale ci siamo or ora distaccati è un'opera difficile anche da concepire, registrare, assimilare.. e detto con molta umiltà e dando a Cesare quel che è di Cesare, difficile anche soltanto da spiegare. Una release a più riprese straniante, alienante, capace di sorprenderci con continui cambi di registro e modus operandi. Capovolgimenti di fronte e prospettiva, in un continuum che comunque si dimostra forte e ponderato, non certo un'accozzaglia di più elementi, senza capo o coda. Sperimentare è "semplice", dar coerenza ad un organico così variegato è quasi impossibile. Eppure, Jeff Waters è riuscito nel suo intento, ancora una volta. Nonostante la sua insoddisfazione, "Never, Neverland" risulta essere una pietra miliare imprescindibile per tutti gli amanti non solo del Thrash, ma anche del Metal per così dire "sperimentale" od anche Prog., se vogliamo. Curioso vedere come già nel secondo album una band possa raggiungere l'apice della carriera, portando oltretutto un grande e soprattutto fondamentale contributo ad un genere musicale. E pensare che tutto questo era già avvenuto con la pubblicazione del primo "Alice in Hell". Superarsi era difficile.. eppure, con questa pubblicazione Waters si è aggiudicato un posto di spicco fra i capostipiti del Metal più tecnico ed estroso. Non fu un caso, dopo tutto, se il buon MegaDave lo cercò per assicurarsi la sua presenza nella sua band. Un artista arrivato a ciò nel giro di pochi anni, il quale si ritrovò ad aver dato il massimo, non avendo più altro da pretendere da sé stesso; anche perché superarsi per l'ennesima volta sarebbe veramente impossibile. Dopo l'uscita di "Never,Neverland", la band viene portata ad un livello superiore anche dal pubblico, permettendogli - nel tour europeo successivo - di suonare finalmente da headliner, provando dunque l'ebbrezza di essere il gruppo principale della serata. E se proprio bisognava dividere il palcoscenico con qualcuno, tanto valeva "cedere" alle "lusinghe" di una band leggendaria. Gli Annihilator vennero difatti contattati da Glenn Tipton per andare in tour con i Judas Priest in Europa, i quali erano impegnati per il tour promozionale intrapreso a supporto dell'uscita di "Painkiller". Nota dell'autore, assieme ai due colossi era presente anche un gruppetto di ragazzi sulla cresta dell'onda: si chiamavano Pantera, ma questa è un'altra storia. Tornando a parlare dei Nostri, purtroppo l'idillio non fu destinato a durare a lungo: proprio nel vivo del tour, i rapporti con Pharr cominciarono a deteriorarsi, costringendo il gruppo a rivolgersi ad un altro cantante per la realizzazione del terzo album.. il quale non convincerà appieno una larga schiera di fan. Ma questo non conta. Il capolavoro chiamato "Never, Neverland" ha scritto una pagina importante di Storia, quanto bastava per rendere il nome Annihilator (e "Jeff Waters") indelebile nella testa di ogni appassionato di Metal. Thrash o Heavy, poco importa. La qualità non ha etichette. 

1) The Fun Palace
2) Road To Ruin
3) Sixes and Sevens
4) Stonewall
5) Never, Neverland
6) Imperiled Eyes
7) Kraft Dinner
8) Phantasmagoria
9) Reduced To Ash
10) I Am In Command
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