ANNIHILATOR

King of the Kill

1994 - Music For Nations

A CURA DI
SAMUELE MARIANI
21/10/2016
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Avevamo lasciato gli Annihilator nel 1993: a conti fatti, sono passati soltanto tre anni dalla pubblicazione del primo album della band, "Alice In Hell", il quale sembrava ormai destinato a divenire sia un archetipo che un punto di partenza per un sound poi sviluppatosi in altre diramazioni; visto e considerato il fatto che "Set The World On Fire" (terzo parto di Waters e co.) si rivelò un disco in cui risiedeva un attitudine differente dalla prima pietra miliare generata, recando in esso un qualcosa di molto distinto. Del resto, già nel periodo immediatamente successivo all'esordio, venne alla luce un album ancora più complesso sia musicalmente che tecnicamente, ovvero "Never, Neverland", il quale contribuì in modo significativo nell'affermare la band come una delle più importanti di quegli anni. Dopo l'uscita di quel lavoro, dunque, per tutti i fan era lecito aspettarsi altri grandi seguiti. Quella fiducia acquisita con il secondo album non andò certo persa, ma sicuramente per molti che si erano affezionati al genere che la band aveva portato durante i primi periodi, la pubblicazione di "Set the World.." causò già qualche primo accenno di delusione. Nonostante il feedback altalenante nei confronti del loro terzo disco, tuttavia, la band continuò a guardare avanti: con gli occhi naturalmente puntati su di un solo componente. Inutile dirlo, questo componente era Jeff Waters, master mind in toto di quella che era diventata un'autentica one mand band, visti anche i continui cambi di line up ai quali gli Annihilator andavano incontro, anno dopo anno. Difatti, anche per quel che riguardò la fatica discografica successiva a "Set..", Waters decise di operare un netto taglio al personale, rimescolando prepotentemente le carte in tavola, visti anche i diversi disaccordi / le frizioni che vennero a crearsi, con il tempo tra lui e gli altri. Via, dunque, ben 4/5 della formazione attestata in "Set..": Mangini, Goldberg e Randall uscirono dal gruppo, lasciando Jeff deciso ad occuparsi da solo delle parti di basso, chitarra e voce. Il frontman si dimostrò comunque attento e lungimirante nello scegliere il componente che effettivamente non avrebbe mai potuto sostituire. Siamo giunti, dunque, a parlare di un batterista che per la prima volta si cimenta nel progetto Watersiano: Randy Black. Un drummer ancora in crescita ma all'epoca già pronto a prestarsi ad un artista (se vogliamo visionario) dalle diverse pretese. Un sodalizio che si rivelò col tempo anche abbastanza duraturo, considerato il fatto che Randy incise con gli Annihilator diversi album, compreso il live "Double Live Annihilation". Nuovo batterista, dunque, e frontman "tuttofare": "King of the Kill" poté vedere la luce, tanto per cambiare, in uno scenario ormai divenuto topico e tipico del gruppo canadese. L'accordo per la distribuzione del lavoro venne stretto con la "Music For Nations", casa discografica decisamente blasonata, la quale poteva vantare d'aver certo collaborato con band del calibro di Exodus, Anthrax, Metallica e Megadeth. La location scelta per la registrazione furono gli arcinoti "Watersound Studios", mentre il team work che lavorò effettivamente sul materiale venne naturalmente diretto da Jeff Waters in persona, come sempre. Il Nostro assurge al rango di produttore ed addetto al mixing, anche se non gli è certo mancato il supporto in varie fasi della realizzazione dell'album. Per quel che riguarda proprio il mixing, infatti, Waters venne affiancato da Joel VanDyke (già tecnico del suono per i Fear Factory nell'EP "Fear is the Mindkiller" del 1993) e da Paul Blake (Aragathor, Defiance, Osiris..), il quale si occupò anche del lavoro di engineering. Per quanto riguardò il mastering, invece, questo fu appannaggio totale di Eddy Schreyer, l'uomo con più curriculum dell'intero team. Fra le sue numerosissime collaborazioni, sempre parlando di mastering: Cannibal Corpse ("Butchered at Birth"), Alice in Chains ("Facelift", "Dirt"), Fear Factory ("Soul of a New Machine"), Flotsam and Jetsam ("Doomsday for the Deceiver"), King Diamond ("The Spider's Lullabye") e molto, molto altro. Waters e Blake potevano quindi dormire sonni tranquilli, potendo contare sia sulle loro abilità sia sul team giusto con il quale potersi interfacciare. Particolarmente interessante, poi, il concept della copertina di questo "King of the Hill", ideata dallo stesso Jeff ed in seguito disegnata da Paul Archer. Una copertina la quale presenta quella che può sembrare la faccia caricaturata del chitarrista canadese, con tanto di ghigno malefico e corpo "da scacco", visto che egli si ritrova ad essere uno dei due Re del celeberrimo gioco; un re malvagio, intento a fissare in maniera inquietante verso di noi. Un sovrano con in capo, naturalmente, una corona, sulle cui punte appaiono trafitti gli stessi pupazzetti che abbiamo potuto trovare negli artwork degli album precedenti, una versione "multipla" del bambolotto che la famosa Alice teneva stretto a sé, e che è poi comparso a mo' di "easter egg" un po' dovunque sino ad oggi. Un nuovo design che non fu certo indice di un solo cambio di grafica. Un concept che forse (anzi, sicuramente, ma lo scopriremo più avanti) preparò di fatto chi stesse per acquistare l'album ad ascoltare qualcosa di diverso dal tipo di musica proposta fino a quel momento dai Nostri canadesi. "King of The Kill" si rivelò infatti un album per molti versi atipico, "strano", decisamente distante dal concetto "tout court" di Thrash Metal. Legato agli stilemi più moderni del genere (un disco che ha risentito, per molti versi, delle esperienze dei Megadeth più anni '90) ma anche ricco di riferimenti al mondo dell'Hard Rock, con una componente Heavy e Groove da non sottovalutare, le quali hanno reso il sound assai più semplice e lineare di quanto già udito nei primissimi lavori del gruppo. In molti, a posteriori, imputarono questa "svolta" come una volontà di Jeff di creare, più che un album degli Annihilator, un suo vero e proprio disco solista, dunque aperto a tutte le suggestioni e passioni musicali da egli inglobate sino a quel momento. Tuttavia, la sorte si rivelò benevola: nonostante il cambiamento di stile, l'album ebbe un discreto successo in Europa e Giappone, portando una certa soddisfazione, nonostante tutto. Passiamo, quindi, alla descrizione vera e propria di questo disco, con il nostro approccio "track by track".

The Box

La prima traccia, "The Box (La Scatola)", inizia con il televisore che emette i suoni tramite le proprie casse. Assieme ad essi, entreranno la batteria ed il basso, sfoderando un groove incalzante e pesante, a tal punto da lanciare una scarica direttamente nelle nostre viscere, tanto questo contesto risulta coinvolgente. Il ritmo è lento ma paradossalmente aggressivo, e ci prepara per il subentro della chitarra, la quale prorompe con un riff a tratti "stonato" ma distorto nel giusto quantitativo. Il riff si ripete per diversi giri, fino a quando, a 0:46 Waters (con voce distorta) inizia a cantare i primi versi. Per i più curiosi, vi è una storia celata esattamente dietro al fatto della voce modificata in studio: come spegato dallo stesso Waters, infatti, in questa traccia specifica egli aveva distintamente percepito la sua poca preparazione e mancanza tecnica, vocalmente parlando. Una situazione che portava, per forza di cose, non molta soddisfazione allo stesso frontman per quanto riguardava il risultato finale, mai soddisfacente. Questa insoddisfazione perenne portò dunque Paul Blake, amico di Jeff nonchè ingegnere del suono, a suggerire l'uso di un distorsore per poter dare più aggressività alla traccia. Tornando all'aspetto musicale, eravamo rimasti all'inizio della prima strofa: la quale, iniziando, non cambia poi di molto le carte in tavola. L'intenzione del pezzo rimane infatti invariata, con questo andamento che non si placa neanche quando arriveremo al minuto 1:14, momento in cui il ritornello si palesa, supportato dalla voce di Waters, il quale tenta di poter compensare le proprie lacune con un aggiunta di aggressività "tecnologica". E' passato quasi un minuto e mezzo e la strofa riappare senza intermezzi, con la sua strumentale che seppur efficace, viene penalizzata da una batteria troppo ripetitiva e dalla mancanza di un'appropriata variazione nel ritornello. In modo quasi inaspettato - visto come sembrava composto oramai il pezzo - viene però presentata una nuova sezione, nella quale tutti gli strumenti fanno sì che il pezzo acceleri leggermente, con una chitarra di chiaro stampo Heavy Metal supportata da un Randy Black che rompe la monotonia aggiungendo il doppio-pedale. Dopo aver ascoltato questi secondi, quello che sembrerebbe un pre-ritornello, sentiamo che la chitarra solista ci sta preparando al suo arrivo con una nota sostenuta, la quale si trasforma in un bending sempre più sfrenato con il procedere dei frangenti. La chitarra, con una distorsione che la rende non molto chiara, si libera in uno shredding particolare; come se lo strumento non fosse guidato dallo stesso musicista che abbiamo potuto ascoltare nelle tre registrazioni precedenti. Il tutto ha un'aria molto particolare, assai più "semplice" e lineare di quanto ci aspettassimo. Seguirà quindi il ritornello, con Jeff che recita in tono rabbioso "Don't Push Me!...Don't Push!", nel frattempo che le ultime note della solista si dissolvono. Il ritmo regolare persiste, e torna anche la strofa, regolare e senza pretese. Torna quindi la frase che insistentemente si ripete nel ritornello, il quale si ripete anch'esso fino a quando le chitarre ed il doppio-pedale dell' "intermezzo" ascoltato in precedenza tornano per donare brio alla fase finale di questa canzone. Nel frattempo, il televisore ricomincia a parlare, le chitarre soliste intervengono con suoni lamentosi e Waters - continuando ad interpretare la parte della "scatola" - urla fino allo sfinimento per rendere il finale ancor più sinistro e sconvolgente. E' ormai chiaro, visti anche gli accorgimenti sonori posti ad inizio e fine, di cosa stiamo parlando. Una metafora particolarmente arguta, la quale descrive ampiamente ed in termini non propriamente lusinghieri un qualcosa di quotidiano, al quale siamo abituati e forse addirittura assuefatti. La scatola di cui si parla in questa traccia, or dunque, altro non è che quell'apparecchio che la maggior parte di un individuo ha nella sua casa: il televisore. Un oggetto quadrato, apparentemente semplice, creatore di una vera e propria realtà virtuale. Una realtà in grado, molto spesso, di farci perdere il contatto con quella che è paradossalmente la vera vita. L'interno di questa scatola, zeppo di circuiti, è complesso e particolare: un insieme di forze elettroniche le quali ci permettono di vedere praticamente tutto ciò che i programmi ci offrono. Notizie, spettacolo, musica ecc. Un elettrodomestico che certamente reca dei punti di forza, ma anche dei sinistri intenti, ben celati. Tramite la televisione, infatti, diversi loschi individui hanno imparato ad estendere la loro propaganda, arrivando dritti al cervello delle persone. Tramite (l'allora) il tubo catodico, qualsiasi potente può distrarre il popolo e puntare a fargli credere ciò che vuole. Quali siano i "veri" problemi della società, contro cosa sia "giusto" arrabbiarsi, "chi" votare ecc. Man mano che i nostri giorni passano, veniamo sempre più bombardati di messaggi, subliminali ed espliciti. Ci tengono incollati sulle poltrone, senza farci accorgere del tempo che trascorriamo dinnanzi allo schermo. Perdendo la nostra individualità, nonché la voglia di uscire, di vivere una vita reale, fatta di emozioni e sensazioni vere. Chiaro ormai che ci troviamo dinnanzi ad un'ovvia critica a ciò che la tecnologia rappresenta per noi. Cioè una sorta di droga silenziosa, capace di annullarci e manipolarci.

King Of The Kill

"King Of The Kill (Il Re dell'omicidio)", la titletrack, non poteva non iniziare con il verso di quello che noi tutti definiamo il Re della giungla, un leone. Tra i simboli per antonomasia di concetti quali la dominazione e la forza; e proprio come questa figura animale è capace di recare maestosità con il suo solo aspetto, in tal guisa le chitarre di Waters entrono in modo ancor più imponente, con un riff che punta su di una scala discendente ed incentrato su di uno stile Thrash, se vogliamo. Possiamo comunque trovare in esso una chiara sfumatura Groove, anche se il subentro della batteria (la quale si aggiungerà nel momento subito successivo) ci confermerà che il brano in questione punterà maggiormente al primo dei generi precedente citati. Siamo ancora nella parte introduttiva, nel mentre le gambe del batterista si muovono alternandosi trai pedali, assieme alle bacchette, che aggiungono ogni tanto degli abbellimenti per non creare la stessa monotonia che si è creata nella traccia precedente. A 0:32 la voce interviene, ed il frontman cerca immediatamente di far capire chi comanda, attraverso i primi versi della strofa. In questa traccia, diversamente da "The Box", viene introdotta una linea vocale decisa e semplice, con Waters che in modo evidente cerca di utilizzare tutte le proprie forze pur di donare un aspetto minaccioso alla sua ugola, senza l'utilizzo di alcun effetto. Dopo ciò, arriviamo al ritornello, caratterizzato da un doppio pedale ad intermittenza; la chitarra esegue un riff che sprona tutti a cantare le sue note, proprio come Waters sta facendo. A 1:09 torniamo quindi alla strofa introdotta - come nella fase iniziale della traccia - dalla strumentale che, seppur ripetitiva, ancora non ha perso di efficacia, proprio per quel suo aspetto frenetico e trascinante. Jeff dispone ancora di abbastanza forze per ruggire, per far capire che contro il Re è inutile combattere, quindi affonta questa nuova strofa a testa alta, camuffando la sua poca esperienza canora, utilizzando tutte le sue risorse interpretative."Don't try to run..." recita il ritornello che segue, perché proprio nei secondi successivi arriverà l'arma del monaca, ovvero un assolo il quale inizia mediante bending in doppia corda e che andrà poi a svilupparsi in uno sfogo quasi blues, capace di donarci un barlume di speranza, nonostante la breve durata. La ritmica esegue una diteggiatura completamente diversa da quelle che abbiamo ascoltato in questa canzone, un brano che in questo momento risulta veloce e grooveggiante, anche se dividerà lo spazio con il riff che abbiamo già ascoltato nel ritornello. Ancora la strumentale rimane invariata, lasciando alla solista gli ultimi attimi di libertà, fino al ritorno della strofa. Le minacce di Waters ricominciano, ed il ritornello si ripete per una seconda volta, accompagnato da una chitarra che segue - sfruttando due ottave in più - la linea melodica. Torna il doppio-pedale di Randy Black, il quale ci ricatapulta ai primi secondi della traccia, con Waters che morde i suoi ultimi versi, prima che il pezzo si concluda. Un testo breve, quello presentatoci, nei cui verso sembra venir celebrata la cosiddetta "legge del più forte". La figura del "King Of The Kill", infatti, viene presentata come dominante, sfruttando abilmente la metafora del leone e della giungla. Quest'ultima, lo sappiamo, non è un luogo ospitale. Solo l'elite, darwinisticamente parlando, può sopravvivere. Chi sa uccidere, chi sa farsi valere, chi sa dominare i suoi avversari. Un testo il quale sembrerebbe parlare unicamente di un "dominatore", non specialmente in toni polemici. Delle parole, comunque, che possono tranquillamente parlarci anche e soprattutto di diversi individui; i quali si trovano all'apice della società, dal direttore del più importante network televisivo al politico più in vetrina. Purtroppo, la legge del più forte non è errata. Moralmente parlando, tutti vogliamo giustizia, in egual misura.. anche se quest'ultimo aspetto sembra utopistico. E' giusto pretendere che la legge sia uguale per tutti, ma è altrettanto vero che il più forte è quello che ha il coltello dalla parte del manico; e quindi, triste magari a dirsi, troppo spesso non ci resta altro da fare che aspettare che il nostro destino faccia il suo corso. Questa era soltanto una delle tante chiavi di lettura che possiamo estrapolare. Se volessimo prenderlo alla leggera, potremmo solo leggervi, entro queste strofe, la volontà di descrivere un qualcosa di forte e potente, fiero come un leone. Un combattente in grado di sbranare tutti i suoi rivali in un sol colpo, dalle cui zanne nessuno si potrà salvare. "Hell Is A War (L'inferno è una guerra)" viene introdotta con due chitarre che creano un'armonia malinconica, il cui sound rimanda molto ad una "Alison Hell" dall'ego "sgonfiato". Il tutto dovuto ad un basso non molto percettibile, anche se le sue intenzioni sarebbero quelle di influire maggiormente. A 0:20, possiamo sentire la traccia che si "sveglia" in un modo piacevolmente particolare: le chitarre eseguono un arpeggio delicato, con la batteria che accompagna una piacevole linea di basso marcata e la voce malinconica di Jeff che recita le prime frasi. La strumentale non sarà l'unico mezzo per suscitare in noi malinconia, visto che il testo influirà su questa volontà in modo ancor più marcato, mostrandoci il protagonista intento ad affrontare gli orrori della guerra. Allo scoccare del primo minuto, uno stacco lascerà sospese le ultime note del giro, portando nell'attimo successivo l'inizio della parte più aggressiva del pezzo. Un riff potente, determinato da una chitarra a tratti squillante grazia a dei leggeri armonici artificiali creati dalle mani magiche di Waters, invita dunque ad 1:15 la batteria ed il basso ad unirsi, per far sì che questa canzone possa prendere corpo. Così si prosegue, con la batteria che esegue un pattern quasi cacofonico se accostato al resto degli strumenti.. ma niente panico, questo fa tutto parte dei piani del nostro Jeff "King Of The Kill" Waters. Il giro si ripete, e si aggiunge una seconda chitarra che funge da coro. Successivamente arriveremo alla strofa, il momento in cui la chitarra esegue un riff differente, dalle fattezze Groove, e Waters tornerà dunque sulla scena assumendo un tono alterato. Un andamento che ci trasporta, anche se in un modo che non ci saremmo mai aspettati dal gruppo in questione; ascoltiamo poi i colpi decisi del rullante, che ci incalzano e ci danno la determinazione per continuare l'ascolto. Torna la melodia che la chitarra ha cantato nei primi attimi di questa seconda parte, per permettere di costruirci sopra il ritornello, il quale tiene una certa continuità con la strofa che l'ha preceduto e che seguirà nei secondi successivi. Infatti, il ritorno della strofa, significa anche il ritorno di quel riff semplice ma deciso, che ci intrattiene ancora per qualche secondo, per tenere salda la morsa delle cuffie e farci rimanere in ascolto anche nei successivi due giri di ritornello, i quali vanno a concludersi a 2:40. Passato tutto questo torna quindi il Groove che il chitarrista vuole portarci ad apprezzare, abituandoci ad esso; un genere che è entrato nel suo stile, anche se in modo meno evidente in alcuni istanti di quel che udimmo "Set The World On Fire". Per questo motivo, in questo successivo album possiamo udire molte più trovate di questo tipo. Successivamente, il doppio pedale inizia a bussare tra le pelli delle grancasse, rendendo la traccia leggermente più movimentata. Durante questo bridge, viene preso il riff che abbiamo ascoltato fino all'ultimo millesimo di secondo prima; riff che risulta leggermente modificato ed usato come base per il cantato, introducendo il prossimo momento, nel quale la chitarra di Jeff dà i primi accenni di armonici chitarristici, come quando qualcuno si schiarisce la voce prima di intraprendere un discorso. Ascoltiamo quindi, ciò che la solista ha da dire in questo pezzo: un assolo che non è molto limpido, tra la troppa distorsione mischiata con un Wah intenso, ma ci sono anche momenti in cui le dita di Waters si sanno esprimere molto chiaramente, mostrandoci ciò che il master mind è capace di fare. Come già detto, il chitarrista non si è mai tirato indietro nel fare le sue scelte, ed anche se la band - nei suoi assoli - ha sempre optato per un tipo di soloing pulito e tecnico, questa volta il Nostro ha voluto aggiungere quell'effeto "sporco" proprio per rendere l'idea di ciò è la guerra. Per intenderci, come è stato fatto da Kerry King e Jeff Hanneman soprattutto nei primi dischi degli Slayer.Torniamo, successivamente, nel ritornello, con la voce resa quasi acida dal cantante ed il riff che si mantiene sempre regolare. Allo scoccare dei quattro minuti, possiamo ascoltare l'esplosione di una bomba, che crea del silenzio per alcuni secondi, e fa tornare il brano ai suoi primi 45 secondi, con gli arpeggi che avevamo già udito. Gli ultimi istanti verranno rappresentati dalle chitarre che continuano su questa andatura, ed il cantante che recita "Hell Is A War...What Is It For", proprio come ha fatto con il ritornello. Versi, questi ultimi, che ci fanno ben comprendere quindi qual è il tema lirico del brano. Le ragioni per cui una guerra inizia possono scaturire da diverse situazioni: ma che sia per una religione o per politica, il mezzo ed il fine rimangono immutati. Tramite la morte, si cerca di giungere al potere. Troppo spesso, i motivi per i quali si imbraccia un fucile non sono altro che pretesti per anteporre la propria supremazia al bene comune. Troppi potenti, troppi paesi cercano in qualsiasi modo di scavalcarsi gli uni con gli altri, magari per poter estendere il loro dominio su preziosi giacimenti di petrolio o materie prime. Comandare, detenere il potere: un'avidità senza pari, la quale porta gli uomini a spararsi a vicenda, ad uccidersi, dimenticandosi in un lampo le più basilari norme del rispetto e della convivenza civile. Niente e nessuno viene risparmiato, la guerra è un flagello fin troppo "democratico". Donne, bambini, anziani, uomini, ragazzi.. chiunque può rimanere coinvolto in un bombardamento od in una sparatoria. Il protagonista vede tutto questo con i suoi occhi, e dunque realizza di trovarsi in un vero e proprio inferno, fatto di sangue, odio e morte, dal quale nessuno può fuggire. Tutto ad un tratto, l'individuo si ritrova sotto la pioggia, urlando, guardando il cielo. Un'immagine iconica, devastante.. la quale, purtroppo, è solita ripetersi in molte parti del mondo. Anche in questo stesso istante. "Bliss (Beatitudine)" è una traccia strumentale, la quale si presenta nei suoi primi secondi con un arpeggio che, come suggerisce il titolo, rappresenta la spensieratezza e la gioia di vivere. L'arpeggio si ripeterà, accompagnato nel secondo giro dall'Hi-Hat di Randy Black, grazie al quale il pezzo potrà immettersi in un crescendo continuo nei secondi successivi, dovuto anche dall'ottimo lavoro svolto mediante grancassa, in contemporanea all'arrivo del basso. Strumento, quest'ultimo, che cambia in modo sostanziale il sound, mostrando l'importanza che il quattro corde risulta avere in questa strumentale, dotandola di una gran presenza, di un suono particolarmente pieno, ben curato. La grancassa aumenta di velocità, fino a 0:31, quando una chitarra distorta interviene improvvisamente, interrompendo la quiete che i secondi precedenti avevano creato. Assieme alla chitarra si aggiungono anche i piatti, per aumentare ancora di più lo sconvolgimento. Soltanto nei secondi successivi, quando la traccia sarà conclusa, ci accorgeremo che quest'ultimo minuto è servito soltanto per presentare la quinta traccia.

Second To None

Arriva quindi il momento di "Second To None (Secondo A Nessuno)". Un brano che, vantando un intero pezzo come introduzione ("Bliss", per l'appunto), si presenta come un treno già in corsa, con delle chitarre Heavy ma che hanno anche dello Speed, grazie alla batteria la quale innesta una carica adrenalinica grazie al frenetico lavoro di pedali. A 0:40, l'atmosfera epica ai massimi livelli viene interrotta improvvisamente da un riff di chitarra aggressivo e sinistro, accompagnato da battiti di tom che aggiungono ancora più carica. Interviene, quindi, il batterista con un pattern più veloce rispetto a quello degli ultimi secondi, "portando con sé" il tapping estremo e delirante di Waters. Il riff continua a ripetersi ed entra in gioco anche la voce, che come sempre cerca di presentarsi in modo minaccioso, proprio come ha fatto nelle tracce che hanno preceduto quest'ultima. La strumentale - in termini soprattutto di impatto ed energia - non ha nulla da invidiare alle altre che abbiamo sentito fino ad ora. Segue il ritornello di stampo Heavy Metal che, diversamente dalla strofa, allenta leggermente la pressione soprattutto per quel che concerne la chitarra; sei corde che esegue un riff in powerchord meno spinto, anche se la voce non è dello stesso spirito. Segue una nuova strofa, dopo che ovviamente si è presentato l'intermezzo in tapping, dando ancora spazio ai versi che Waters scrisse assieme all'ex cantante Aaron Randall. Il pezzo continua nella direzione intrapresa, sia in questa strofa che nel ritornello che pochi secondi dopo ascolteremo, ma è a 2:08, che la traccia cambia rotta, con una chitarra che non vuole lasciare le sue origini, eseguendo una melodia che ha indubbiamente qualcosa di "Alison Hell", rimandando la nostra mente a quando per la prima volta ci siamo imbattuti in quel capolavoro. La batteria interviene ad intermittenza, sia con semplici colpi di tom che con delle soluzioni più complesse e aggressive. Le sfumature Groove tornano a partire dal minuto 2:22, con la chitarra che segue sempre la stessa melodia ma su qualche ottava più grave, tingendo ancora una volta l'ambiente di un colore scuro. Il doppio pedale ci dona ancora la sua presenza, ma questa frenesia si interromperà nei secondi successivi, più precisamente a 2:40, mediante l'intromissione della solista. La quale, in questa occasione, si presenta in modo più dolce di quella che abbiamo potuto ascolta re nella precedente "Hell Is A War", con un Blues che quasi commuove, assieme alla sua ritmica distorta e decisa. Anche questo giro si ripete diverse volte, per dare la possibilità a Waters di inserire la sua parte vocale, questa volta non proprio dotata della sua tipica ferocia. Segue quindi una sezione in cui le asce duettano in uno stile riconducibile agli Iron Maiden, anche per quando riguarda l'approccio che il basso utilizza per sostenere gli strumenti a sei corde. Il riff cambia, in favore del rientro di una solista che non sembra avere le stesse intenzioni di prima, divenendo più aggressiva, con abbellimenti ed armonici. Torneranno quelle chitarre precedenti, in stile N.W.O.B.H.M., per annunciare il successivo arrivo della nuova strofa, la quale si presenterà a 4:08, con l'urlo di un Waters intenzionato a farci capire che la sua rabbia non è placata, e che ne avrà dunque ancora per un po'. Avendo ancora a disposizione l'ultimo ritornello per esprimere ciò che vuole comunicarci, facendolo con la voce ed i suoi strumenti cordofoni, i quali fino agli ultimi secondi ci accompagnano in modo ancora più epico che nelle parti iniziali della traccia. "Bliss", dunque, era soltanto ciò che si può definire come la proverbiale quiete prima della tempesta, visto poi il proseguo di questa quinta traccia. Un brano il quale risulta incentrato su di un tema abbastanza caro a Jeff Waters, ovvero la dipendenza dalla droga; argomento sul quale gli Annihilator hanno più volte discusso, anche nei dischi successivi a questo. La situazione è la seguente: come fu in brani come "Master of Puppets", si indaga circa il rapporto fra spacciatore e consumatore. Il primo è tronfio e sicuro di sé: alla maniera dei Motley Crue, viene definito un dottore in grado di prescrivere "medicine buone", in grado di guarire da ogni male ("Dr. Feelgood"). La "medicina" più gettonata è nientemeno che la cocaina, vera e propria arma di distruzione di massa. Al pari dell'eroina, una sostanza pericolosissima ed in grado di creare forte dipendenza, nonché di distruggere poco a poco il fisico dall'interno. Il consumatore è quindi legato a doppio filo al suo venditore. Da una parte vorrebbe liberarsi, ma dall'altra finisce di cedere. "Lotterai, ma io vincerò.. perché non sono secondo a nessuno!". Questa quindi la triste sorte di un tossicodipendente: costretto ad amare ed odiare un uomo che lentamente lo sta portando alla tomba, sniffata dopo sniffata. Per alcuni, infatti, la droga può diventare una religione, come anche citato nel testo. Una trappola che ci trascina sempre più verso di essa, come se ci trovassimo a dimenarci nelle sabbie mobile. Quando purtroppo il nostro cervello ha compreso, sbagliando, che quello è l'unico modo di star bene.. è allora che realizziamo di essere persi, e senza via d'uscita.

Annihilator

Una batteria accompagnata da un grande riverbero presenta quella che sarà la traccia successiva, intitolata proprio "Annihilator (Annientatore)". Un titolo forte, il quale potrebbe portarci a pensare che questa possa effettivamente essere la traccia capace di racchiudere l'essenza degli Annihilator in un solo pezzo. Frenando l'entusiasmo, quando già inizieremo ad ascoltare i secondi successivi, ci renderemo conto che si tratta alla fine soltanto un titolo come un altro; perché, semplicemente, ciò che la traccia reca in sé non ha nulla a che fare con quello che l'anima del gruppo ci ha mostrato fino adesso. Anche se non è proprio ciò che ci aspettavamo, il riff si presenta in un fare rockeggiante e tutto sommato risulta capace di trascinare, anche se tutto questo avviene in aggiunta per merito della batteria, semplice ma molto decisa. Un doppio bending decrescente si presenta prima dell'arrivo della strofa, i primi versi vengono interpretati con la stessa determinazione che Waters ha dimostrato fino ad ora. Il ritmo ed il resto della strumentale ci trasportano con una grande carica, mentre il ritornello viene caratterizzato soltanto dalla parte cantata, dato che il pezzo si incentrerà nella maggior parte nel riff che stiamo ancora ascoltando, proprio come abbiamo sperimentato in "The Box". Dopo diversi giri di strofa ed il ritornello corale (che incita ad urlare "ANNIHILATOR!"), arriverà un assolo Rockeggiante, il quale inizia mantenendo velocità non molto elevata, andando poi ad accelerare come è consuetudine del Nostro chitarrista. Seguirà un Bridge più melodico, con dei brevi arpeggi che vengono accompagnati da batteria e basso; dal momento in cui Jeff interviene con delle doppie voci, la strumentale cambierà, inserendo dei leggeri powerchord che ci coinvolgeranno ancora di più nel ritmo, per poi farci ritrovare ancora in un giro di strofa e ritornello. Siamo quindi nel refrain, che si ripeterà continuamente per circa quaranta secondi, tra bending e cori imponenti. Dal minuto 3:38 potremmo ascoltare la replica della solista, che si sbizzarrirà fina alla conclusione del pezzo. Essendo la traccia omonima della band, come dicevamo all'inizio, forse sarebbe stato lecito anche nel testo immaginarsi un qualcosa di autocelebrativo, che parlasse del gruppo in generale, che ne tessesse le lodi; quanto meno. Jeff, invece, ha voluto descrivere il proprio punto di vista circa ciò che potrebbe essere il fenomeno che potrebbe portare alla fine della nostra esistenza. Ecco quindi che, entro questi versi, leggiamo di una macchina inarrestabile; la quale, al suo arrivo, si rivela essere un autentico juggernaut alimentato ad odio e voglia di distruggere. L'Annichilitore, il distruttore totale, l'obliteratore, il divoratore di mondi. Un concetto inspiegabile ma terribile allo stesso tempo, la cui imponenza può essere superata solamente dalla sua crudeltà. Il chitarrista ce lo comunica senza mezzi termini: vederlo significa morire. Non potremo contare su di nessun aiuto, perché il nostro nemico sarà troppo grande e potente per chiunque della nostra razza. Paradossalmente, solo un essere superiore suo pari potrebbe fermarlo.. ma non ne esistono. Dobbiamo quindi sottostare alla sua tirannia, soccombendo sommessamente. Lo scenario creato in questa traccia potrebbe essere paragonato ad un film di fantascienza old school alla "Godzilla", volendo: un film nel quale una potenza di proporzioni giganti viene lasciata libera di distruggere ogni cosa.

21

Siamo arrivati alla traccia "21", introdotta da una batteria che tiene il tempo con il charleston e con un beat di grancassa. La parte più determinante, dalla quale verrà in seguito "creato" il successivo riff di chitarra, verrà data però da una linea di basso talmente coinvolgente che risulterebbe efficace anche senza il sostegno delle percussioni. Entra a far parte dell'ensemble la chitarra, la quale, come già detto, seguirà la stessa linea dello strumento a quattro corde, immergendoci in un Groove pesante e trascinante. Siamo lì che scuotiamo la testa ed una chitarra solista interviene con un intermezzo che sa molto di "Knight Jumps Queen", catapultandoci proprio nello stesso mood. Ma diversamente dalla traccia contenuta nell'album "Set The World On Fire", all'iniziare della strofa, la chitarra continuerà ad eseguire il riff principale; e nel frattempo giungerà anche la componente canora, a rendere il pezzo ancor più energetico. E' quindi il turno di Waters, che conferma la sua bravura interpretativa, nonostante la carenza di tecnica vocale. Chitarra e basso vanno a braccetto e formano una coppia vincente, nulla togliendo alla batteria, che costituisce l'anima del ritmo. Arriveremo successivamente al refrain, nel quale si alterna il riff appena ascoltato con degli accordi e powerchord. La linea vocale è orecchiabile e melodica, giusto per non far mancare nulla agli ascoltatori più esigenti. Al termine di questo frangente ci sarà l'arrivo improvviso della seconda sezione di strofa; che, strumentalmente, ci riporterà ai primi secondi della traccia. Waters ci intrattiene con i suoi versi e stiamo ancora a dimenarci dalla carica. Fino allo scoccare del secondo minuto, saremo intrattenuti nuovamente dal ritornello, per poi passare all'intervento del bridge dall'anima Hard Rock, dove Waters ripete "I've Got To Win!", passando poi ad uno dei migliori assoli dell'album. Proprio come i bridge, questo momento solistico di chitarra ci porta un misto tra Rock e Heavy Metal. Un assolo che ancora una volta si presenta (nei primi secondi) abbastanza moderato, con un tocco che solo la mano di Waters può dare. E' daò minuto 2:55 che arriveremo alla vera e pura estasi, con le dita del chitarrista canadese che si muovono come dei flash sui tasti, creando un effetto allucinante come mille luci che si accendono e spendono ad intermittenza. In questo momento, tutto quello che la batteria ha intenzione di fare è di sostenere nello stesso modo in cui ha supportato il resto della canzone, con un ritmo regolare e moderato. La chitarra ritmica consiste nel riff della strofa, come d'altronde il basso. Immediatamente dopo la conclusione dell'assolo, arriverà il ritornello, che - diversamente da quelli precedenti - sarà ricco di interventi di chitarra solista; i quali non guastano di certo, sia chiaro .Così, la voce di Waters si prendere una pausa, per lasciare la conclusione del pezzo in mano alla strumentale, la quale ancora attinge alla stessa che abbiamo ascoltato nella intro. Passando al testo, il chitarrista ebbe l'idea di scrivere questo pezzo subito dopo una notte passata in un casinò. Jeff, infatti, si recò a Vancouver in quella che lui definisce una "Hothouse"; fra i tanti giochi proposti, a colpirlo particolarmente fu il Blackjack, in Italia noto come 21. Un gioco di probabilità in cui la fortuna influisce molto, il cui scopo è quello di accumulare un punteggio che sia quanto più vicino al tetto massimo, ovvero il ventuno, e contemporaneamente in grado di superare quello del mazziere. Chiaro che sforare di una o più unità porterebbe alla perdita istantanea. Un gioco di carte diffuso in tutto il mondo, e che qui viene comunque posto come una sorta di "duello amoroso" che un uomo intrattiene con una ragazza particolarmente sugli scudi. Lei è determinata a vincere, lo tiene letteralmente sotto tiro e cerca dei indurlo a perdere, bluffando e mettendolo sotto pressione. Lui, d'altro canto, è determinato a vincere. Quasi uno scenario à la Motorhead - AC/DC, entrambi gruppi i quali hanno spesso fatto riferimento ai giochi di carte legati ad una tematica più sentimentale e sessuale; si ricordino le varie "Ace of Spades" e "The Jack", giusto per fare due esempi eclatanti.

In The Blood

"In The Blood (Nel Sangue)" è una traccia che, ascoltandola già nei primi secondi, non avrebbe stonato come ballad aggiuntiva nell'album che i Nostri hanno pubblicato prima di "King..". Infatti, il sound e lo stile armonico delle chitarre hanno molto di ciò che era già presente in "Phoenix Rising"; senza dimenticarsi del fatto che era stata composta in collaborazione con gli stessi artisti di "Set.." prima dello scioglimento. Quindi, l'arpeggio iniziale lascia il palcoscenico alla chitarra in clean, la quale verrà seguita dieci secondi più tardi dal resto degli strumenti, tra cui spicca un tocco che sembrerebbe di chitarra classica. Pochi secondi dopo, la voce di Waters (questa volta pulita) ci trasmette la stessa malinconia della strumentale. Ci troviamo nel bel mezzo della strofa, e il cantante mostra anche qui delle buone capacità interpretative, trattandosi anche del primo pezzo leggero dell'album. A 0:50 arriva quindi il ritornello, il quale consiste in due voci che duettano tra loro, ed una che aggiunge armonia alla sezione. Udiamo l'esecuzione di un arpeggio che cambia melodia ma che si sposa con quello precedente, facendo anche in modo che la traccia non risulti monotona."It's In The Blood" recita Waters, per poter concludere il primo ritornello e far ricominciare da capo il pezzo. La strofa successiva cercherà di essere più intensa, con il cantante che si mostra con una voce più densa di pathos e sfoggiando una strumentale più ricca, anche grazie a delle tastiere che si inseriscono quasi senza farsi notare. Il ritornello fa di nuovo capolino, e la canzone inizia a sortire gli effetti prefissatisi, facendoci percepire sempre più quel senso di tristezza posto in continuo crescendo con il continuare del pezzo. A 2:25 gli arpeggi cambieranno, e con essi cambierà l'approccio e l'atmosfera, con Waters che gestirà la parte cantata mediante una voce melodica e con un'altra che si attiene a pronunciare le sue stesse parole. Il batterista, in questo momento, è il componente che cerca di dare un po' di forza al ritmo, dato che stiamo ascoltando una sezione che punta più ad un aspetto recitativo. Successivamente, gli arpeggi continuano e si inserirà un'acustica solista, con dei passaggi non molto tecnici, seguendo in alcuni punti la linea vocale del refrain. E' proprio al termine del momento solistico che interverrà il cantante, con il ritornello, anche se la solista lo accompagnerà per tutta la sua presenza. Il pezzo rallenterà quindi come un giocattolo meccanico che sta esaurendo la carica, con la chitarra che arpeggia sempre più piano e Waters il quale pronuncia un'ultima volta il verso "The light an the darkness come between us", ponendo fine al pezzo. Come la maggior parte delle ballad, il testo di questo brano tratta di una storia d'amore. In questo caso, visto il tema mesto e malinconico che domina il tutto, non si tratta ovviamente di una storia che va a gonfie vele, tutt'altro. Parliamo infatti di un amore turbolento, una storia travagliata e confusa, nella quale i due innamorati si sono feriti l'un l'altro, annullandosi a vicenda e recandosi ciascuno molto dolore. Un rapporto che non sembra comunque destinato a finire troppo alla leggera, o comunque in maniera repentina. Nonostante tutto, i due si amano. E soprattutto lui non riuscirebbe mai a rinunciare a lei, la quale viene comunque vista come una persona che ormai risiede nel suo cuore, totalmente e senza esserne mai uscita. Del resto, come esattamente ci comunica il verso "I've done it all before and I'll do it again and again, cause it's in the blood", capiamo quanto rinunciare a qualcuno che veramente amiamo sia impossibile. E se anche un giorno ci ritroveremo lontani, i pensieri tenderanno comunque ad intrecciarsi, i cuori a chiamarsi. Certe persone lasciano una presenza insostituibile all'interno delle nostre anime. Sono nel nostro sangue.. come potremo mai liberarcene?

Fiasco

Dopo aver ascoltato i nove secondi di "Fiasco (The Slate)", una traccia in cui sentiamo gli addetti alla consolle parlare del brano, seguiti da un lamento incomprensibile, giungiamo quindi alla vera "Fiasco". La chitarra interviene con dei brevi arpeggi, che alternano la loro posizione con degli accordi. Coclusi i due giri di chitarra, interverranno dunque batteria e basso, incitando anche una chitarra distorta ad unirsi alla festa. La ritmica, quindi, creerà un crescendo tramite un palm-muting capace di divenire sempre più intenso, quando nel frattempo anche Randy Black e Waters (con il quattrocorde) calcano sempre di più la mano. L'attitudine dei musicisti che abbiamo dunque percepito fina a qualche istante fa svanisce con l'avvenire del powerchord di Waters: da questo momento in poi, infatti, la traccia si trasformerà in una sorta di brano punk, con una batteria galoppante ed un basso allegro. Si aggiunge anche la chitarra, la quale emette un breve suono per poi inserirsi in modo definitivo ed energetico. In aggiunta, un assolo che cavalca l'onda creata dal resto della strumentale, crea un varco per far iniziare definitivamente la strofa a 0:55. Dopo una traccia in cui Waters si è riposato la voce, in questa tornerà a ruggire, e forse lo farà ancor di più rispetto alle altre canzoni già udire. Stiamo ascoltando, quindi, questo Groove/Punk aggressivo e sfacciato, arrivando poi al ritornello, che ha un'anima più Hard Rock che altro, dove non mancherà il riff accattivante condito poi da cori ironici. Seguirà un breve assolo che precederà la prossima strofa, dove il cantante tornerà più tenace di prima, sostenuto dalla strumentale frenetica caratterizzata in grande parte dalla batteria, nulla togliendo alla chitarra. La frenesia continua con il ritornello, portando anche un po' di allegria. I cori hanno appena finito di intervenire e la canzone si interrompe, per trasformarsi in un pesante Rock&Roll, tratto caratterizzante di questo bridge. I nostri ragazzi sono più scatenati che mai, come degli adolescenti in una sala prove. Ma la bomba esploderà realmente a 2:09, quando la solista colorerà la traccia come un fuoco d'artificio che esplode nel cielo. L'assolo sarà ricco di tecnica, dove Waters non si lascerà sfuggire di mostrarci in pompa magna le proprie skills. Una nuova interruzione, e torneremo ad ascoltare le persone che riprendono a parlare tra di loro, come riprenderà l'arpeggio iniziale. Nei successivi secondi, fino al minuto 3:24, assisteremo a diversi giri di ritornello, ognuno sempre più coinvolgente dell'altro, con l'aggiunta, nella seconda parte, di una solista che arricchisce questa euforia. Terminato ciò, troveremo un breve intermezzo capace di apportare un leggero cambiamento, mantenendo un riff Hard Rock. La vera parte conclusiva è caratterizzata da una nuova solista Blues scatenata, lasciando lo spazio alle risa della gente comune. Scordandoci delle tematiche "sentimentali" della precedente ballad, anche in virtù della musica più movimentata abbiamo un testo breve e ricco di invettive, nelle quali Waters si diverte a sfogarsi contro una persona da lui giudicata come un "fiasco", appunto. Termine italiano di seguito divenuto d'uso comunissimo anche nei paesi anglofoni, il quale indica un fallimento totale, una disfatta. "Fallito", quindi, il personaggio che il chitarrista ci descrive.. proprio perché questa è una canzone che parla dell'invidia. Un sentimento che tutti abbiamo provato nella nostra vita. Questo, a volte, ci porta ad odiare un altro soggetto, spingendoci in alcuni dei casi a sparlare di lui, tentando in ogni modo di mettergli il bastone tra le ruote, pensando che la sua vita sia perfetta; anche se molto probabilmente non lo è. Concetti che Jeff rimarca, chiedendo al suo nemico se egli sia pazzo di per sé o se ci si stia impegnando, nell'assumere determinati atteggiamenti. Il Nostro non demorde e lo giudica quindi un fallimento totale: potrà invidiarlo quando e come vuole, lui non demorderà mai dall'essere quel che è e dal fare ciò che fa.

Catch The Wind

"Catch The Wind (Cattura il vento)" è una nuova traccia strumentale, che questa volta avrà sicuramente il pregio di essere più duratura e più variopinta rispetto alle brevissime precedenti. In questi primi secondi, la canzone si dimostrerà adatta, come "In The Blood", a poter far parte contemporaneamente della tracklist di "Set The World on Fire"; anche se, a dirla tutta, lo stile dell'arpeggio ci rimanda anche al bridge di "Stonewall" ("Never, Neverland"). Non ascolteremo tuttavia la voce di Coburn Pharr, perchè interverrà una solista con un trilling fulmineo e con una melodia quasi magica che caratterizzerà il ritornello. Il ritmo zoppicante riprenderà a 0:39, creando un effetto rilassante. Il ritornello seguirà qualche istante dopo, mostrandosi movimentato come quello precedente; ma questo movimento si interromperà per qualche istante, per poi riprendere con altri giri di strofa e refrain. Il cambiamento arriverà improvvisamente al minuto 1:55, con delle chitarre quasi prog. e squillanti, le quali creano delle immagini psichedeliche nella nostra mente, sconvolta dalle note che danzano in armonia. Questa dolcezza diventerà un Rock pesante alla Satriani, anche se a manipolare la chitarra sarà un altro guitar hero (il Nostro Waters, of course), procedendo con un breve assolo. Torniamo, quindi, al primo arpeggio, nonché alla strofa, alternanza in grado di farci tornare in quel mondo spensierato che tutti vogliamo accogliere, almeno una volta ogni tanto. Non poteva mancare la concessione di un nuovo spazio al ritornello, il quale si ripeterà per due volte, seguito da un nuovo breve assolo, ultimo momento della traccia. Questo brano, come anche Waters ha affermato, non ha un significato preciso, trattandosi di una semplice strumentale. Una sorta di "gioco", insostanza.

Speed

L'Hard Rock già udito lungo i solchi di questo disco non ci molla neanche in "Speed (Velocità)", introdotta da un nuovo riff veloce, come il titolo d'altro canto imporrebbe. La grancassa ci incalza assieme al charleston, una batteria che quindi si unisce al basso, il quale dona una leggera atmosfera Funky al tutto. La canzone partirà quindi come una moto da corsa: parlando di moto, in alcuni versione dell'album (e in alcune no) è stato aggiunto proprio il rombo del veicolo a due ruote, per poter donare in modo ancor più evidente l'effetto desiderato. Siamo arrivati alla chitarra che ripete il riff iniziale ponendolo su di un'ottava in meno, aumentando ancor di più la sua forza di impatto. Il lettore conta 0:34, e lo spazio sarà lasciato soltanto a basso e batteria, che ci intratterranno fino all'inizio della strofa. La strumentale creerà quasi un effetto alla "Hot For Teacher" dei Van Halen, per poi permettere che Waters possa intervenire con la sua voce. Anche questa volta, il cantante punta su di un'interpretazione la quale, arrivati quasi alla fine di questo percorso, è risultata idonea per il genere trattato, sin dal principio. Il ritornello (che arriverà presto) avrà quindi una quasi udibile linea vocale melodica, ma pur sempre cantata con quel grattato che è stata salvezza dell'artista. Nel frattempo, il riffing work adottato mostra una vena Heavy e la batteria continua a galoppare, dando una piacevole cadenza al ritmo. E' ad 1:15 il momento in cui ci ritroviamo dinnanzi al riff iniziale, seguito ancora dalla parte cantata della strofa, che ci intratterrà per i prossimi ventitré secondi. Allo scoccare di questi, ci raggiungerà quella macchina energetica qual è il ritornello: "Acceleration, i've gotta, gotta go faster" recita Waters, come se la frenesia non fosse ancora sufficiente. La strumentale cerca di tenere la velocità stabile il più possibile, anche se quest'ultima si arresterà per un secondo, dando lo spazio per l'eventuale bridge. Questa sezione viene caratterizzata da un riff che percorre pressoché la strada degli altri già uditi. La voce si aggiunge per donare ancora più carica, la quale già risulta sufficiente di per sé. Dopo un breve cambio di riff nella seconda parte, torna immediatamente quello della prima parte, per sostenere un assolo che tutto sommato non ha bisogno di supporti, suonato egregiamente, anche se in uno stile che si distacca dal fare consono del chitarrista. Si conclude in modo anche abbastanza repentino la parte solista, per far tornare il riff R'n'R che accompagna la strofa. Questa volta tornerà in modo anticipato il ritornello, il quale si ripeterà diverse volte, accompagnato da un leggero tocco di seconda chitarra e, a 3:38, dalla voce di Waters che tenta si usare le ultime forze per poter cantare il refrain sfruttando tonalità più alte. Espediente che farà scattare il nuovo intervento della solista, che si presenta senza osare più di tanto, continuando fino alla fine della traccia. Una canzone nel cui testo il protagonista ci comunica della sua voglia di osare, di provare i brividi di una vita spericolata e di vivere l'essenza totale del Rock & Roll, con tutto ciò che esso comporta. Siamo spesso trattenuti dalle paure, dalle catene che alcuni possono agganciarci ai piedi, rendendoci incapaci di correre dove vogliamo quanto vogliamo. Ma la sola ed unica verità, alla fine di tutto, è che non basteranno tutte le catene del mondo per placare la nostra voglia di sentirci liberi. Dobbiamo spezzare ogni tipo di inibizione, ogni tipo di trattenuta. Dobbiamo assolutamente cercare di liberarci di queste sbarre che ci opprimono; vivere la vita al massimo, anche compiendo sbagli e follie.. ma non avendo poi nessun rimpianto. Anche negli inciampi, d'altro canto, può nascondersi un qualcosa di estremamente positivo. Lottiamo per divincolarci da ciò che ci trattiene, alziamo la testa ed andiamo avanti, senza timore alcuno.

Bad Child

Ultima traccia del lotto, "Bad Child (Bambino cattivo)" si presenta uno stile diverso da quello che ci saremmo aspettati, con degli arpeggi che potremmo trovare in gruppi Rock, e degli armonici della chitarra i quali  presenteranno una solista che si manterrà, come udiamo, sullo stesso genere; il tutto senza risultare più aggressivi nei confronti della ritmica, anch'essa tenuta il giusto. Al termine di tutto questo si inserirà un Waters non molto aggressivo, ma neanche docile, il quale accenna una voce leggermente sforzata per non creare quell'effetto "patinato" che altrimenti avrebbe a dir poco stonato. Un giro di accordi blues che assomigliano alla versione pulita di "21", anche se in modo poco percettibile; siamo quindi arrivati al ritornello che si collega, senza farsi notare, con i cantati che cercano di rimanere al proprio posto senza invadere il palcoscenico. A 0:56 verremo invasi da un'esplosione: simbolo che la traccia viene portata ad un livello più alto di energia, con un assolo che si fa riconoscere in alcuni passaggi, ma che viene smorzano troppo presto, interrotto dal cantante il quale in questa parte successiva cambia di "personalità", tornando a mordere. La strumentale, come la voce, assume una forma più aggressiva, anche se segue le linee melodiche della precedente. Stessa cosa sarà per il ritornello, che in questa versione più cattiva risulta molto più accattivante e coinvolgente. L'attimo maggiormente degno di nota si presenterà a 1:47, con l'arrivo del momento solistico della chitarra. Lo strumento dunque ci spiazza con un doppi bending seguiti da licks Blues tipici che, a loro volta, vengono raggiunti dalla vera abilità di Waters, che mostra quanto incredibili siano le sue doti, utilizzando al meglio tutti i propri secondi di gloria. L'arpeggio iniziale torna a farci visita, con il suo animo placato che viene "disturbato" solo con degli stacchi di chitarra distorta. Nel frattempo una solista aggiunge qualche dettaglio, possiamo sentire come la traccia stia diventando sempre più intensa, tornando esplosiva dopo un intermezzo piacevole che mostra anche un po' di attitudine Heavy Metal. Siamo dunque nel bel mezzo del ritornello, che come già detto, mostra il proprio lato frizzantino, lasciando il posto ad un nuovo intermezzo che, arrivati al termine dell'album, ci lascia con il sorriso sulle labbra. Forse ognuno di noi è stato un "Bad Child", andando molto spesso contro a ciò che i genitori ci hanno detto. Molte volte avremmo pensato che i limiti ch essi ci ponevano fossero soltanto dei mezzi per impedirci di vivere una vita felice, portandoci a pensare di infrangere quelle regole. Questa è la storia di chi ha infranto quelle leggi, deludendo chi di più caro aveva nella propria vita, rendendosi conto più avanti di aver fatto un enorme sbaglio e pentendosi di non essersene accorto prima. Quel che molto spesso i nostri genitori ci dicono, non lo immagineremmo mai, è esattamente frutto di sbagli da loro già commessi; proprio perché anche loro sono stati figli, prima di noi. E conoscono, per forza di cosa, determinate dinamiche. Il protagonista di questo pezzo è dunque un problem child (per dirla à la AC/DC) redento, il quale non vuole vantarsi del suo status di fuorilegge ma vuole anzi cercare di rimediare, tornando indietro e pensando agli sbagli commessi. Forse, avrebbe dovuto riflettere e ponderare maggiormente su alcune cose. Riabbracciare i nostri cari, fortunatamente, non è mai impossibile, neanche dopo la peggiore delle litigate. Finisce così la nostra avventura nel mondo di questo nuovo episodio della storia degli Annihilator.

Conclusioni

Non vi è alcun dubbio sull'evidente cambiamento che la "nuova line up" (o meglio: la volontà di Waters di realizzare un disco praticamente solista) ha apportato a questo "King of the Kill". Un cambio di stile in grado di farci guardare al passato con una certa curiosità, in quanto a tratti sembra davvero di non sentire la stessa band capace, solo qualche anno prima, di creare album come "Never, Neverland". Uno sconvolgimento musicale quasi sotto ogni aspetto, nonostante il fatto che chi è stato al timone anche in questa occasione ( come del resto negli ultimi tre album della band!) è sempre quel Jeff Waters tuttofare, il quale ha potuto dare prova - se non altro - di un eclettismo davvero fuori dal comune. Già nella parte introduttiva di questo lavoro abbiamo potuto notare quanto il guitar hero avesse subito una sorta di "urto" nell'anima, conseguente di un cambiamento interiore, un cambiamento che lo ha di fatti portato ad optare in favore di determinate scelte stilistiche; le quali, sommate, ci hanno dunque presentato il songwriting con il quale abbiamo avuto modo di interfacciarci. Parliamo proprio di "The Box", in quanto topos ed archetipo di questa rivoluzione musicale: in sostanza, e lo avevamo già visto nell'analisi track by track, si tratta di una traccia non molto omogenea, con ripetizioni che potevano comunque essere rimpiazzate da un qualcosa che avrebbe potuto innalzare la traccia ad un livello superiore. Ma è altrettanto vero che esiste un tema centrale attorno al quale gira tutto quello che comprende la parte musicale, un tema centrale che comunque prende, cattura, affascina quasi. Che rende il tutto più immediato e meno "perso" dietro soluzioni ultratecniche. Non siamo dinnanzi ai livelli mostruosi dei primi due dischi.. ma quel "tema" sa il fatto suo, inutile negarlo. La presenza di un "nucleo", in ogni pezzo, capace di assolvere il suo compito e di mettere a disposizione un'ancora di salvezza per lo stesso Waters, il quale può quindi giustificare determinate scelte, magari meno intricate a livello di songwriting.. ma vincenti, orecchiabili, capaci di stagliarsi nella nostra mente . Dalla traccia di apertura fino alla conclusiva "Bad Child", abbiamo potuto ascoltare tracce adrenaliniche, delle pure sorgenti di energia, come "Second To None", "21", "Fiasco" e "Speed". Un album certamente Metal (un "thrash n' heavy" moderno à la Megadeth post "Rust in Peace", spruzzato qui e là di Metallica periodo "Black Album")ma che si rifà molto allo stile Hard Rock, fatto quest'ultimo anche dovuto dalla grande influenza che i Van Halen (o meglio Eddie in particolare.. con una buona dose di AC/DC di quando in quando) hanno provveduto a dornire al chitarrista di Ottawa. Già dall'album precedente, "Set The World On Fire", avevamo potuto constatare quanto  il distaccamento della band dal suo genere originario avesse iniziato a divenire una piccola realtà, più che un sentore. "King of the Kill" è quindi una conferma della svolta ormai avvenuta. Attenzione, però, a non commettere un grave errore di giudizio. Preso atto della totale "noncuranza" di Waters nell'ambito dell'inquadramento in un "solo" genere, il distacco da ciò che per molti portò gli Annihilator alla notorietà non deve necessariamente essere riconosciuto come un fatto negativo: durante la nostra vita veniamo influenzati, durante la nostra quotidianità, quasi continuamente, da mille sensazioni ed emozioni differenti. Cose che rendendo impossibile - a lungo andare- mantenere il nostro pensiero invariato; e con il subentro di questi cambiamenti, non può che essere rimesso in gioco anche il modo ed il gusto nel fare le cose. Questo è ciò che è successo in questo album - come in quello precedente, d'altronde -. Waters, per sommi capi, era "cresciuto" e si era evoluto in qualche modo, sperimentando sulle proprie emozioni e proponendo un prodotto che non voleva essere né scontato né forzato. La cosa che forse può mancare più di tutti, è quella quantità di isteria che gli Annihilator erano abituati a donare; mancanza che di fatto azzera quasi quelle sezioni progressive impressionanti delle quali avevamo goduto soprattutto in "Never, Neverland". Sull'altro piatto della bilancia però, possiamo aggiungere l'essenza Hard Rock che risiede in questo lavoro, un'essenza che come detto rende "King.." un disco più che accattivante. Le strumentali (certo, per alcuni momenti sì e per alcuni no) sono riuscite a prenderci di più rispetto ad alcune che avevamo potuto già trovare in "Set..". Ed è proprio in ambiti così diversi dai "canonici", che si può notare il talento di un artista, cioè quello di saper far scaturire sensazioni forti anche adoperando un altro linguaggio musicale (seppur non troppo lontano) rispetto a quello usato in precedenza. Un azzardo, in sostanza, che definirei azzardato.. ma azzeccato. Ciò che davvero importa, per chi fa musica, è esprimere un pensiero, esprimere la propria Arte. Troppi cosiddetti "artisti" sporcano ignobilmente quest'arte.. ma nel caso di Waters, ogni disco è un vero segno di amore e rispetto verso la musica, andando addirittura contro le aspettative del pubblico e non arrendendosi mai, pur subendo già dal terzo album un "crollo" non molto incoraggiante a livello di popolarità.

1) The Box
2) King Of The Kill
3) Second To None
4) Annihilator
5) 21
6) In The Blood
7) Fiasco
8) Catch The Wind
9) Speed
10) Bad Child
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