ANNIHILATOR

Feast

2013 - UDR Music

A CURA DI
SAMUELE MARIANI
15/06/2016
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Avevamo visto, con "Annihilator" (album omonimo dei Nostri, targato 2010), quanto il combo canadese fosse stato in grado di fornire al pubblico un'ottima dimostrazione di compattezza e competenza. Il grido feroce di Jeff Waters, il padrone di casa, che nonostante qualche passo falso, fu in grado di farsi perdonare in modo soddisfacente. Fino a quell'album, dopo tutto, avevamo potuto osservare continui cambi di line-up, nonché di sound, conseguenza quest'ultima dell'importante girandola di componenti che ha sempre contraddistinto il progetto Annihilator. Arriviamo quindi al 2013, un anno pieno di svolte, cadute, conferme e reunion. Il ritorno sulle scene degli insormontabili Black Sabbath con "13"; il fallimento dei Megadeth con "Super Collider"; i Motorhead, che dopo venti album, ribadiscono la loro grandezza con "Aftershock"; il fenomeno dei Ghost, protagonisti in quell'anno con il particolare "Infestissumam", e molto altro ancora. Concentrandosi però sui nostri tech-thrashers canadesi, vorrei anche riassumere - prima di indagare a fondo nel "loro" 2013 - ciò che gli Annihilator furono e rappresentarono per il Metal, esattamente negli anni 2000, anni di importanti rivoluzioni sonore e nascita di nuovi generi. Il nuovo millennio di casa Annihilator venne dunque iniziato ufficialmente con "Carnival Diablos", pubblicato nel 2001 per "Steamhammer Records": inciso da una formazione che vedeva l'eterno boss Jeff Waters nel ruolo di chitarrista e bassista, Joe Comeau al microfono, con la sua voce graffiante e imponente, senza scordarsi di un nome che ormai ha fatto storia della band, ovvero Ray Hartmann, indimenticabile e storico drummer dei Nostri. "Carnival.." fu dunque un album abbastanza pesante, soprattutto per i temi che ivi vennero trattati. Come fan della serie filmico-fantascientifica di "Terminator", non ho potuto non pensare che l'album contenesse dei chiari riferimenti ad essa: mi riferisco all'introduzione vocale in stile Sarah Connor nella traccia "Time Bomb" ed al titolo della ending track, "Hunter Killer" (anche se, forse, quest'ultima può essere soltanto una coincidenza, visto che parliamo di una locuzione usata in diversi contesti). Ascoltandolo, avremo conferma che gli Annihilator - a parte e con un grosso FORSE per ciò che riguarda "King Of The Kill" e "Refresh The Demon" - non avevano mai pubblicato un album che avesse uno stile simile, prima di allora. Un anno più tardi, uscì poi "Waking The Fury", tramite la stessa casa discografica dell'album precedente. Hartmann lasciò definitivamente la band, venendo rimpiazzato da Randy Black (futuro drummer dei tedeschi Primal Fear), già presente nei lavori del '94 e '96 già citati ("King.." e "Refresh.."), ma venne comunque confermata l'ottima presenza di Coumeau alla voce. La caratteristica lampante di questo album fu dunque la bizzarra scelta di utilizzare un sound spiccatamente Industrial, rendendo particolarissime le chitarre, differenziando totalmente queste ultime dal sound degli altri elementi. Dopo l'uscita dello stesso venne poi rilasciato un live-album tramite la "AFM Records", registrato durante il "Fury in Europe Tour". Un prodotto di ottima qualità, intitolato "Double Live Annihilation". Successivamente, la scelta di assumere un sound più "sporco" venne accantonata, ma venne al contempo stravolta (nuovamente) la formazione. Unica conferma, l'etichetta discografica, ovvero la "AFM Records". Abbiamo dunque, nel 2004, l'uscita dell'album "All For You": il ritorno di Mike Mangini, assente dai tempi di "Set The World On Fire" (1993), sopperì dunque alla defezione del batterista Randy Black; ed un ragazzo di ventotto anni, di nome Dave Padded, occupò il posto libero dietro il microfono. Con questa formazione gli Annihilator mostrarono un lato inedito, soprattutto grazie alla scelta di ingaggiare un cantante che avesse potuto appoggiarsi su di uno stile più estremo. La traccia più riconducibile al loro vecchio sound è forse "Rage Absolute", anche se la voce contribuisce a rendere il tutto più differente. Per ciò, da questo album, ebbe ufficialmente inizio un nuovo stile sonoro e compositivo nella band; nacque inoltre la più longeva ed ininterrotta collaborazione tra Waters ed un altro componente (Dave Padden). Verranno quindi rilasciati un altro album ("All For You", 2004) ed anche un EP, intitolato "The One" (dal titolo della ballad presente in "All For You")e contenente la traccia "Weapon X", la quale venne poi inserita nel successivo "Schizo Deluxe" (2005), un album di tutto rispetto, nel quale l'abilità di Padden viene spremuta fino all'ultima goccia. L'album ebbe come base una sonorità puramente groove, anche se il Thrash ed il Progressive non poterono certo mancare. Per quanto riguarda la line-up, la novità fu rappresentata dall'ingresso del batterista Tony Chapelle, a cui va riconosciuto sicuramente l'ottimo lavoro svolto, visto l'alto livello di tecnica impiegato nell'album. In seguito, dodici anni dopo la compilation di inediti e Demo "Bag of Tricks", la band volle fare un nuovo regalo ai fan con la pubblicazione di "Ten Years in Hell" (2006), contenente tutti i video musicali usciti fino ad allora, filmati di prove e molto altro. Un anno più tardi (2007) assistiamo al ritorno di Mangini e alla podestà della "Steamhammer" con la pubblicazione dell'album "Metal". O forse, è meglio chiamarlo super-album: dato che, in questo progetto, verranno coinvolti un discreto numero di artisti esterni, come accade con i supereroi nei grandi crossover fumettistici. Tra gli ospiti, possiamo trovare nomi come: Angela Gossow e Michael Amott degli Arch Enemy, Steve Kudlow degli Anvil, Danko Jones, Anders Björler degli At The Gates, Corey Beaulieu dei Trivium ed Alexi Laiho dei Childred Of Bodom. Tuttavia, nonostante l'ampio numero di ospiti, il progetto non destò chissà quale interesse: nonostante qualche traccia valida come "Clown Parade" e "Detonation", fu infatti minato da molti cali che abbassarono di fatto il livello complessivo dell'album; tanto che, a ragione o meno (sempre dipende dalla soggettività), "Metal" viene tutt'oggi considerato uno degli album meno riusciti della carriera degli Annihilator. Con l'album successivo, "Annihilator" (2010), la band firma per la "Earache" e si prende al contempo la rivincita sulla critica, pubblicando un lavoro tecnico come pochi, inserendo anche una cover dei Van Halen, "Romeo Delight", in cui il cantante mostra la sua grande versatilità. Un album ricco di assoli (oltre 60), dove Waters si spinge oltre i limiti, costruendo delle trame soliste talmente elaborate  da riuscire a far perdere la voglia di suonare la chitarra. Chi potrebbe mai arrivare, a quei livelli? Passano tre anni per poter pubblicare il lavoro successivo, "Feast" (2013), argomento dell'odierna recensione. Uscita patrocinata dalla tedesca "UDR Music", la stessa che curò la pubblicazione dell'ultimo (fino ad ora) disco di Jeff e co., quel "Suicide Society" già analizzato su queste pagine. In questo lavoro targato 2013 venne coinvolta una nuova "scoperta", il batterista Mike Harshaw, un ragazzo con diversi gruppi alle spalle, che variano dal genere Thrash allo Speed (band come Mastery, Nexus e Profaner, proprio per citare un paio di nomi). Album registrato agli ormai celeberrimi "Watersound Studios", vede a livello di produzione la sola ed unica mano di Jeff Waters, più che mai deciso a limitare al minimo le ingerenze esterne, anche e soprattutto in fase di songwriting. Piccola curiosità: quest'album segna il canto del cigno della collaborazione decennale fra Waters e Padden, in quanto il cantante deciderà di proseguire per altre strade, distaccandosi poco dopo la pubblicazione dalla corte di Jeff. Harshaw, invece, resisterà appena sino al successivo "Suicide Society", abbandonando anch'egli subito dopo. Spicca senza dubbio, all'occhio, la cover di questo "Feast", la quale si presenta in maniera a dir poco prorompente. Uno sfondo in rovina, le macerie di una metropoli.. ed, in primo piano, due zombie intenti a mangiare resti umani. Il primo da sinistra, e dunque quello in primo piano, ha delle chiare fattezze femminili: riconosciamo in questo abominio il volto della modella-presentatrice spagnola Pilar Rubio, grande amica di Jeff, la quale ha dunque reso mostruosi i suoi lineamenti grazie ad un sapiente lavoro di pc ed effetti scenici. Bando alle premesse e tuffiamoci quindi in questo ennesimo lavoro targato Annihilator

Deadlock

Apre le danze "Deadlock (Punto Morto)", una traccia che per i primi 20 secondi adotta uno stile molto Speed Metal, soprattutto grazie a chitarre "supersoniche" accompagnate dai primi accenni di batteria, quest'ultima ben suonata da Mike Harshaw. A partire da 0:23, la canzone cambia forma e diventa un carro armato che si prepara alla battaglia, adottando un incedere molto più Thrash; in un secondo momento si aggiungerà la voce esplosiva di Dave Padden, la cui comparsa darà dunque inizio alle danze. Notiamo come nel proseguo la chitarra adotti un palm-muting portato ai limiti del possibile, assieme alla batteria che prosegue scandendo tempi decisi, come se le gambe di Mike seguissero la marcia di un intero plotone, deciso e inarrestabile. Il riff Speed torna con il pre-ritornello e Padden canta letteralmente a squarciagola, facendo letteralmente aprire un varco nel cielo, con le sue corde vocali. Le sorprese non sono finite qui, dato si che il ritornello porta la canzone all'estremo, introducendo addirittura una sfumatura Death/Groove; la voce si alterna tra growl e scream, mentre le chitarre eseguono di seguito un riff più pacato senza però mancare di ferocia. Tuttavia, la loro impostazione su "macchina da guerra" è destinata ad essere nuovamente selezionata; la batteria non si è ancora presa una tregua, e bisogna aspettare 1:33 prima di sentire di nuovo la voce di Padden, la quale sprigiona la sua potenza, facendo partire la strofa in maniera sempre più dirompente. Le dita di Waters si dimenano sullo strumento in maniera forsennata, come un pazzo che vuole liberarsi dalla camicia di forza; con la seconda compara del pre-ritornello, poi, la voce innalza di nuovo l'asticella della violenza ed i cieli tornano ad aprirsi, prima di chiudersi nuovamente con il tenebroso ritornello che si conclude a 2:02, dando quindi spazio al primo assolo. Nei primi istanti, Jeff sembra quasi un timidone, presentando una sezione iniziale troppo tranquilla per i suoi standard.. ma successvamente rivela la sua vera natura da shredder, accelerando vistosamente ed adottando stile solistico "rodato" principalmente negli ultimi anni. A 2:14, un bridge caratterizzato da una voce cantilenante divide il primo momento solista dal secondo "solo time", il quale inizia a 2:24. Lo stile dell'assolo è molto simile a quello precedente, con un giusto cambio di diteggiatura per distinguerli. Torna a far visita il bridge che precede ancora un altro assolo, questa volta più lungo degli altri due, veloce e tecnico nella prima parte, destinato a rallentare poi nella seconda, eseguendo per un momento le stesse note cantate da Padden durante i bridge. Il riff di inizio traccia fa concludere i momenti di gloria del nostro Waters, e la track vuole regalarci ancora un giro strofa e di ritornello, fino a concludersi con un doppio pedale rabbioso ed assetato di bpm. Parlando del testo, scritto in questo caso da Padden in persona, notiamo come quest'ultimo ci mostri quello che è il nostro naturale evolverci. Evoluzione tipica di tutti gli esseri viventi, una crescita che di pari passo viene determinata dalla nascita di varie esigenze, ogni volta più specifiche e particolari. La nostre priorità, quelle che definiamo vitali ed importantissime: un tempo vi era necessità di salvarsi dagli assalti dei predatori o dalle intemperie della Natura, oggi invece smaniamo per costruire fabbriche, produrre mezzi che ci facilitino la nostra produttività ed il nostro integrarci con una società frenetica, in alcuni casi cieca e sorda. Il problema sta tutto nelle smanie e nella volontà di apparire a tutti i costi come degli elementi di un ingranaggio, piuttosto che degli esseri umani. Siamo incuranti del fatto che, tutto questo, un giorno (sperando che quel giorno sia posto in un futuro molto lontano), potrebbe ritorcercisi contro. Stiamo già valutando gli effetti del nostro produrre smodato: inquinamento, sbalzi innaturali di clima, sempre meno foreste o zone verdi.. nel migliore dei casi, ci ritroveremo presto privi di qualsiasi risorsa. Non aiutiamo affatto noi stesso, anzi creiamo continuamente nuovi pericoli a cui andremo man mano incontro, rendendo vano ogni sforzo emesso per cercare di arginarli. Un "produci-consuma-crepa" che ormai sembra dominare la nostra realtà.

No Way Out

E' con degli arpeggi "stonati" che inizia la seconda traccia, "No Way Out (Nessuna Via D'uscita)". Un riff molto groove si presenta a 0:34, scandendo quindi una carica che non lascia effettivamente "..via d'uscita", con la batteria che parte a singhiozzi per poi unirsi al mood chitarristico. Un momento destinato ad esaurirsi a 0:49; in seguito, la chitarra decide di cambiare riff pur mantenendo sostanzialmente lo stile già intrapreso ad inizio traccia. Il tutto è quindi seguito da un accenno solistico scattante e fulmineo, che precederà l'entrata di Dave Padden il quale, con la sua voce grattata e con un intenzione puramente Thrash, esegue assieme agli altri strumenti la prima strofa, con determinazione e sfrontatezza, cantando delle liriche già di per loro rabbiose e pregne di volontà critica. Arriva poi il ritornello, la cui chitarra rimanda un po' al riff di "The Fun Palace"; la batteria  continua a scalpitare come un leprotto trai campi e Padden che canta una melodia spensierata, anche se di "spensierato", alla fin fine, c'è ben poco. Ci ritroviamo successivamente di nuovo in una strofa che non mostrare alcun cenno di cedimento, anzi. Se possibile, questo momento rende la canzone sempre più incisiva, man mano che i secondi scorrono. La stessa sensazione già provata nel primo la troveremo quindi nel secondo ritornello, il quale porta un po' di equilibrio, un momento in cui Dave Padden canta con fare ironico e "finto spensierato" le pesanti parole da lui recitate. Siamo arrivati all'intermezzo, dove delle chitarre dalle basi Heavy portate ad una velocità raddoppiata si scambiano successivamente di posto con un riff da Horror Movie più lento ma più suggestivo, grazie anche all'apporto della batteria. Improvvisamente, ci troveremo davanti ad un bridge Rock 'n' Roll, ricco di accenni chitarristi che non guastano, come non guasta la voce di Padden, melodica fino agli all'istanti in cui il singer non tirerà fuori uno Scream lacerante dei suoi. Intanto, la parte solista della chitarra ha già dato luogo, un momento in cui Waters sceglie uno stile meno "confusionato" e più trasportante, come le onde di un mare agitato al punto giusto da sembrare suggestivo. La celestialità dell'assolo viene pervasa da un riff Burtoniano incalzante, che ha l'intenzione di fare da intermezzo fino a 4:06, quando Padden e Waters danno inizio alla terza strofa, seguiti da un Harshaw che non vuole affatto mancare al "rito". Come la strofa, anche il ritornello ha un suo terzo momento, anzi verrà addirittura ripetuto due volte. Giunti alla parte finale del pezzo, gli strumenti si amalgamano, una sezione Groove che cambia continuamente forma, fina ad arrestarsi improvvisamente. Abbiamo detto, un cantato a tratti rabbiosi a tratti rasentante un fare ironico: il tutto è dovuto alla tematica principale del testo, riconducibile al racconto di una persona che si ritrova a seguire in televisione le vicende di un assassino, con annessi e connessi. I suoi processi e le sue menzogne, i suoli racconti, le sue vicissitudini. Una vera e propria manifestazione di rabbia nei confronti di chi esegue un delitto senza voler confessare, neanche quando è messo alle strette, non mostrando un briciolo di pietà nei riguardi dei cari della vittima, i quali non riescono dunque ad ottenere giustizia in nessun modo. Al contrario, molti assassini prendendo addirittura la propria situazione come un gioco, sfidando giudici e giurie, mostrandosi sprezzanti nei riguardi dei giornalisti, i quali spesso tendono a mitizzarli, facendoli risultare dei romantici anti-eroi piuttosto che dei criminali. La televisione, soprattutto in America, rifila queste vicende come se fossero episodi di una serie televisiva: ma purtroppo, ben lo sappiamo, la verità dei fatti trascende totalmente gli intenti "televisivi". In determinate situazioni non si parla di interpretare un personaggio, ma di andare alla ricerca di una realtà innegabilmente amareggiante, figlia della follia umana nella sua forma più pura.

Smear Campaign

La terza traccia, "Smear Campaign (Campagna Diffamatoria)", è introdotta da un riff spensierato ed inizialmente ovattato, che assume una forma abbastanza diversa con il successivo arrivo del doppio pedale di Harshaw e delle sue frenetiche bacchette. Dopo un feel di chitarra a tratti blues può dunque iniziare la strofa, e Padden si impadronisce della canzone con la sua voce melodica e pulita. Le chitarre, la batteria ed il basso, continuano quindi con l'andamento tosto già intrapreso dopo la piccola "virgola" blues di Jeff. Il passo successivo sarà quello del ritornello, introdotto a 0:40, quando gli strumenti prendono velocità, movimentando ulteriormente la traccia senza però esagerare. La voce non spicca particolarmente sugli stilemi adottati nella strofa, tranne che per il cambio melodico. Torna quindi la strofa, la quale giunge dunque al suo secondo giro. La canzone non ha ancora rivelato la sua seconda faccia, e dobbiamo dunque aspettare che una "doppia ondata" di ritornello, momento in cui la chitarra solista sostiene Padden, eseguendo le stesse note a mo' di coro. Il basso si prende quindi tre secondi per dire la sua, per poi lasciare il posto alla chitarra, che dà dunque inizio ad una bella sezione Speed. La velocità risiede sia negli strumenti a corda che negli arti di Harshaw, i quali ricominceranno a muoversi convulsivamente dal minuto 1:39. Dopo 20 secondi di questo trionfo, arriva "inaspettatamente" Jeff Waters, il quale si cimenta nella parte cantata, duettando con Padden per tutta la durata di questo bridge. A 2:39 ci ritroveremo nel punto d'inizio, con l'inizio di una nuova strofa, anche se - questa volta - Padden aggiungerà un cambiamento nella propria linea vocale rispetto ai precedenti momenti. Il ritornello non sottostà totalmente agli altri, presentando una chitarra solita incredibilmente più ispirata e presente a far da sottofondo al singer, anche se non mostra poi niente di nuovo come è stato per l'ultima strofa. Quindi, non ci resta altro fa fare che giungere oltre ed ascoltare una meravigliosa parte solista, che ci fa constatare la grande varietà delle chitarre. Dapprima abbiamo sicuramente degli stilemi veloci ed incalzanti, che più si avvicinano al modo di eseguire un assolo da parte di Jeff. In seguito giungiamo in una parte relativamente lenta, dallo stile addirittura e leggerissimamente funkeggiante. Arriiviamo quindi verso la conclusione del brano: Waters e gli altri vogliono proporci, un'ultima volta, il riff che ha dato vita al pezzo, portandolo avanti per quasi 22 secondi, con un crescendo che si esaurisce quando la chitarra viene sottoposta all'intervento produttivo di Waters, che la fa scemare in solitaria con un effetto simile a quello iniziale. Il tema di questa traccia è ovviamente la politica, come facilmente intuibile dal titolo: le elezioni, di qualsiasi entità o tipologia, sono sempre un avvenimento cruciale nella vita politica di ognuno. Nonché un momento, per ogni cittadino che si rispetti, di esercitare la propria volontà di preferenza, un diritto inalienabile conquistato a suon di fatiche e lotte politiche. Nel momento in cui siamo portati a scegliere l'individuo nelle cui mani verrà di fatto consegnato il nostro futuro, veniamo pervasi dall'insicurezza. Chi ci convince di più, chi meno.. per chi sarebbe giusto votare? Come sappiamo tutti, fino a quando il momento cruciale non giunge, non possiamo scoprire la vera faccia ed i veri interessi di chi si cela sotto la maschera del perbenismo e delle promesse. A volte, però, non tutti riescono a sfuggire agli occhi di chi non ama farsi raccontare storie, ed è il caso descritto in questi testi. Arriviamo quindi a sgamare chi, con le sue false promesse e le sue bugie, non ha altro scopo che quello di arringare vilmente il popolo. Tutti i politici sembrano concentrati, inoltre, più sulla volontà di diffamare il proprio avversario che di proporre effettivamente un programma in grado di ispirare sicurezza nel cittadino. Siamo allora messi dinnanzi a delle patetiche messinscene, nelle quali qualche attempato azzeccagarbugli alterna campagne denigratorie rivolte al proprio avversario e false promesse naturalmente indirizzate verso di noi.

No Surrender

Siamo alla quarta traccia, "No Surrender (Nessuna Resa)", nella quale il basso e la batteria si prestano per primi in una intro funkeggiante, seguiti dalla chitarra che non è assolutamente di meno. Successivamente, il basso continua per la propria strada, ma nello stesso momento in cui Padden inizia a cantare, la chitarra subisce un cambiamento non così stravolgente nel genere ma abbastanza evidente, adottando degli arpeggi leggeri e con un effetto flanger che dona un atmosfera quasi psichedelica. L'atmosfera creata fino a 0:32, si altera quindi in un sound Groove sfoggiante delle chitarre stoppate che sembrano venire dal periodo di "Schizo Deluxe", costruendo un pre-ritornello devastante come il martello di Thor. Il growl di Padden è la reincarnazione del demonio sceso in terra, e noi siamo le vittime ipnotizzate dalla sua possenza, agitandoci nel seguire il ritmo serrato. Il ritornello ridona al tutto un tocco di vitalità con il ritorno di una voce pulita e melodica. Le chitarre sfuggenti in plettrata alternata si aggregano poi al resto degli strumenti per regalarci adrenalina fino a 1:04. Ricomincia la strofa che si prende altri 17 secondi della traccia, facendo riprendere un po' di ossigeno per quanto riguarda la strumentale, visto che il tema - di cui parleremo più tardi - non ha nulla di spensierato. Non può che tornare, subito dopo, il Groove angosciante che separa il ritornello. Dopo la fine di questo refrain la traccia verrà spinta al limite, con dei lievi accenni ad un brano storico come "Set The World On Fire", tramutandosi in una battaglia di suoni che non lascia un secondo di tregua. "Got to get it!" recitano disperatamente Padden e Waters, precedendo un momento di stacco. Jeff continua la sua interpretazione, abbattuto dalla dipendenza, facendo scorrere parole degne di un protagonista in cerca di aiuto, un momento drammatico in cui delle voci di sottofondo peggiorano lo stato deprimente creato anche dalle chitarre. Un momento che termina a 3:45 con un urlo che chiede la liberazione, quella liberazione rappresentata dall'assolo suonato e pensato in modo inumano, come solo Waters potrebbe fare, sfoggiando cosidetti Squeals (ovvero gli armonici artificiali) mischiati con degli effetti quasi spaziali. Improvvisamente ci ritroveremo nella strofa, senza avere il tempo di metabolizzare quello che abbiamo appena ascoltato. In seguito, il pre ritornello accompagna dunque il suo successore ai secondi finali della traccia, che si concluderà con una versione più estesa del ritornello, piena di accenni di chitarra solista, per poi concludersi con una plettrata alternata supersonica. Come già anticipato, la dipendenza è la protagonista di questo testo. Tutte le sensazioni e le emozioni che gravitano attorno a questo drammatico tema sono interpretate molto bene dai cambi di stile vocale di Padden, il quale (come abbiamo potuto ascoltare nelle strofe) impersonifica l'affetto da dipendenza, l'addicted, il disperato bisognoso d'aiuto; nei momenti in cui praticava il growl e durante ritornello, invece, era ben abile nel rappresentare la controparte malefica del tutto, lo stato psichico alterato e di conseguenza il gemello cattivo di ogni drogato od alcolizzato. La voce che lo spinge ad arrendersi continuando ad assumere sostanze dannose e velenose per il suo organismo. Apprezzabile anche lo sforzo di Waters, che in questa traccia, si è dedicato un po' di spazio per dare una voce più potente alla mente del malcapitato. Un testo dunque molto simile a quelli già incontrati lungo gli album più recenti ma anche storici, in quanto Jeff sembra avere assai a cuore questa drammatica tematica, la quale viene affrontata ogni volta per mostrare al pubblico i lati negativi delle dipendenze. Dalle più innocue alle più gravi, dagli antidolorifici all'eroina. Dipendere da un qualcosa o da qualcuno è sbagliato, assolutamente insano ed innaturale. Dobbiamo sempre mantenere lucidità e presenza, senza mai svenderci per niente e nessuno. Testi che non sono di grande originalità, ma fanno parte di un concetto che non poteva essere spiegato meglio, come ogni volta in cui gli Annihilator decidono di "prevenire".

Wrapped

Il quinto pezzo, "Wrapped (Avvolto)" è quello in cui viene presa in prestito la voce del chitarrista e cantante Hard Rock (anch'esso canadese) Danko Jones. Vista la partecipazione di un artista che appartiene indubbiamente ad un diverso stile musicale, Waters ha scelto di andare - anche se leggermente - incontro a Jones, accostandosi ad un riffing generale più Rock, in modo da far sentire l'ospite più a suo agio. Così, fatta questa premessa, possiamo iniziare ad analizzare il pezzo, partendo dal già anticipato riff rockeggiante dal sound massiccio, seguito dal falsetto delirante di Jones che funge da spinta decisiva per il brano; un espediente adattissimo per far spiccare il volo alla canzone. Un assolo forgiato da un Blues portato all'estremo può quindi instradarsi per farci giungere ad una linea vocale, che, nonostante sia melodica, presenta uno stile Punk spesso usato dal cantante anche nel suo omonimo gruppo principale. Nel frattempo, la strumentale si fa spazio per creare un sottofondo insistente, fino al termine del primo giro di strofa, che viene interrotto da un cambio ritmico sostenuto da un assolo di 14 secondi, seguito dal ritorno dello special guest che, assieme agli altri, caratterizza la seconda strofa. A 1:23, l'atmosfera si intensifica e cambia aspetto: un ritornello ancora più corposo prende alla sprovvista, mostra il lato più energetico del pezzo. Con la cattiveria di un leone affamato, la voce si appropria dell'energia data dagli strumenti per accentuare ancora di più la sua carica. Al quarantaduesimo secondo del primo minuto, la conta degli assoli, arriva già a quota tre, aumentando la qualità di una traccia che, comunque, è tra le meno esaltanti dell'album, fatto probabilmente dovuto alle strofe che smorzano una vivacità che poteva essere espresse in un modo diverso, anche se è evidente l'impegno da parte di Danko nell'interpretazione nel resto della canzone. A 1:51 si presenta un intermezzo spensierato, che porterà ad un quarto assolo il quale, diversamente dai precedenti, si affaccia ad uno stile più alla Van Halen. Pochi secondi dopo torna il momento del ritornello martellante, momento in cui la presenza dell'ospite, viene sfruttata in modo migliore. Si prosegue ancora con l'intermezzo, che separa il ritornello dall'ultimo giro di strofa, dalla durata maggiore, sfruttata con un gioco di Whammy Bar in discesa che concluderà il pezzo. Versi come "when i say stop i'll make damn sure it's understood - quando dico 'basta' voglio che il concetto sia chiaro!" o magari "you got me wrapped around your finger, so go ahead and pull that trigger - mi tieni avvolto fra le tue dita.. avanti, facciamola finita!", rimandano ad una di quelle situazioni in cui si cerca a tutti i costi di eliminare un problema, non riuscendovi ed anzi quasi crogiolandosi in esso. Il protagonista sembra essere ai ferri corti con la sua amata, cercando in tutti i modi di distaccarsi da lei: approfittatrice e meschina, non ha fatto altro che usarlo a suo piacimento, spremendolo come un limone. L'uomo le lancia dunque ingiurie su ingiurie, ma sembra quasi non poter fare a meno della femme fatale, dalla quale si sente letteralmente ammaliato. Egli arriva a dire dunque che lei lo manovra come un burattino, e che lui non ha potere. Può arrabbiarsi e scalpitare, ma sarà lei e solo lei a poter porre fine a tutto questo. Quindi, la implora di farla finita, di "premere il grilletto" e di non pensarci più. Sarebbe sicuramente meno dannoso ed umiliante che restarsene chiuso in una morsa, incapace di ribellarsi. Non c'è miglior modo di risolvere un problema se non tenendolo sotto il nostro controllo.. altrimenti, facendolo scappar via o crescere giorno dopo giorno, non ne usciremo mai interi o addirittura vivo. Una di quei testi che lasciano spazio alla nostra interpretazione, facendosi interiorizzare e dunque invitandoci a riflettere, con onestà ed umiltà, circa le nostre stesse situazioni.

Perfect Angel Eyes

Dopo un pezzo che, tutto sommato, recava una discreta componente energica, veniamo presi alla sprovvista con la ballad "Perfect Angel Eyes (Perfetti occhi d'angelo)". Notiamo subito un Dave Padden malinconico, alle prese con una delle tracce più romantiche che abbia mai interpretato durante tutto l'arco della sua carriera. Anche Jeff Waters non è da meno, guidando la sua chitarra in una strada desolata accompagnata dalla brezza dal rivebero e dell'eco. Con questo pezzo possiamo dunque avere la conferma del fatto che (purtroppo per i malinconici degli Annihilator from the 80's ed in generale per tutti), il combo ha cambiato il suo modo di scrivere le ballad, mirando su di uno stile più acustico. Nonostante ciò, la colpa più grande di questa ballad non è molto il cambiamento di stile dell'autore, ma quella di staccarsi troppo dal mood dell'album; forse, se fosse stata messa in una posizione diversa, avrebbe portato il giusto equilibrio nel momento giusto. Magari palesandosi alla fine, chiudendo in maniera inusuale ma non destabilizzando una scaletta troppo ben compatta ed organizzata. Tornando alla musica, come consono la batteria è presente, ma in modo abbastanza contenuto, soprattutto nella prima strofa, intensificandosi però e leggermente nella seconda, giusto per dare un po' più di anima al sound. L'intensità sarà lineare per tutta la durata del ritornello, compreso il bridge, avvolto con degli arpeggi più "brillanti" che doneranno dunque un aspetto più vitale per i 50 secondi successivi, i quali terminano assieme alla voce di Padden, che con la parola "fly" vola libera anch'essa. L'atmosfera si placa per permettere al ritornello di ripresentarsi, mentre Padden in versione romanticone recita le parole scritte da un Waters ancor più sentimentale. Un testo che, come di consueto per questo genere di canzoni, non poteva certo non trattare temi sentimentali. Se nella precedente traccia veniva descritto un amore malsano e carnale, nel quale una donna-dominatrice rendeva l'uomo suo schiavo e cavalier servente, questa volta cambiamo registro. Troviamo una ragazza in lacrime, dallo sguardo innocente ed angelico. Un protagonista maschile sta cercando di spiegarle che delle strane tenebre stanno avvolgendo il loro amore, e che dunque saranno presto destinati a lasciarsi.. anche se, a quanto sembra, la cosa non avverrà in maniera rapida ed indolore. I due sembrano aver condiviso tantissimo e non riescono a staccarsi, anche se i tempi e le circostanze affermano il contrario. Dovranno separarsi, ma stanno ancora cercando di metabolizzare il tutto. Lei, guardandolo con quello sguardo timido ed innocente, gronda di lacrime. Lui le ripete che Lei è bellissima, dentro e fuori.. ma non potranno più stare assieme. Per quale motivo non ci è dato saperlo. 

Demon Code

Ormai manca poco, alla fine di questo viaggio: arriva la terzultima traccia, "Demon Code (Il Codice del Demone)", la quale disperde le romanticherie precedenti partendo con una intro Grooveggiante, sfruttando poi una melodia in un power chord di ottave, che ci cattura l'attenzione come farebbe un ciondolo ipnotico, continuando con un riff che varia l'andamento per far muovere al brano tutto i primi passi verso la strofa, cantata da Waters. La voce si ammanta in un aspetto inumano, quasi demoniaco, anche grazie a diversi effetti aggiunti in fase di registrazione. A seguire, un pre-ritornello preso molto dallo stile Hard n'Heavy dei Van Halen, anche se le chitarre acquisiscono una sonorità più fredda. Successivamente Waters cederà il microfono a Padden per il ritornello, frangente in cui le chitarre diventano nuovamente più veloci e pesanti, massicce come il resto degli strumenti. La chitarra ruba il palco ancora, per dar inizio ad una nuova strofa, dove ritorna la voce di Waters, il quale cerca di fare il possibile per assumere un tono bizzarro, svanendo poi ancora, lasciando di nuovo la parola a Padden durante il ritornello successivo, che a sua volta libera il posto per un bridge sempre più pesante. Nonostante le chitarre consistenti, e i bassi che fanno tremare tutte le fondamenta, la voce di Dave si esprime in un fare molto melodico e pulito. Anche se l'atmosfera di base si intensificherà sempre di più, tanto che si aggiungerà di lì a poco un assolo epico e Speed nella sua prima parte. Espressione solista che si placherà solo con il sopraggiungere della seconda. Si arresteranno anche gli altri strumenti, al suono di una chitarra che avvisa l'arrivo della terza strofa; di conseguenza, quest'ultima verrà seguita dal pre-refrain allegro e dal frenetico successore, prima che i Powerchord ipnotici possano fare ritorno e risvegliarci-riassopirci, accompagnandoci alla fine. Le parole del testo potrebbero far pensare nuovamente alla dipendenza dalla droga o dall'alcool, ma il concetto che sembrerebbe più appropriato, come "chiave di volta", è quello di una persona pazza che viene manipolata da delle voci, descritte come "cori dei diavoli". Delle voci orrende e crudeli, le quali spingono il malcapitato verso la pazzia e la crudeltà ingiustificata, facendogli compiere degli atti orrendi che nel profondo egli non vorrebbe commettere. Disperato, l'uomo cerca conforto nella quotidianità della sua vita, cercando in tutti i modi di occuparsi per non ascoltare i demoni. Sembrano esserci momenti di quiete, eppute il tutto è destinato a cambiare in maniera repentina, facendo tornare i cori nei momenti meno adatti. Pazzo e ridotto ormai ad uno stato di totale impotenza, egli si aggrappa ai suoi amici. Chiede alle persone intorno a lui se queste voci persistono ed esistono soltanto nella sua mente, o magari si palesano anche in altre persone.

Fight The World

Viene dunque alla luce, da arpeggi struggenti, "Fight The World (Combattere Il Mondo)", ovvero la penultima traccia del lotto. Per i primi 47 secondi, grazie o per colpa delle chitarre, il nostro stato d'animo scende in picchiata, facendoci pensare che sarà una traccia solo ed esclusivamente acustica e deprimente. Nel bel mezzo di tutto questo, un altro arpeggio, leggermente distorto ed in "lontananza", aggiunge un tono desolato, proiettando nella nostra mente immagini post apocalittici. Ma con dei colpetti di rullante, Harshaw fa definitivamente decollare il pezzo, presentando una chitarra elettrica sicuramente non molto "allegra", in stile Gary Holt; il definitivo punto di forza su cui si costruirà il cambio di direzione. Infatti, da 1:20, la canzone non sembrerà più la stessa, prendendo un aspetto decisamente più di carattere, mostrando un animo aggressivo e risoluto. A seguire, una sezione Speed alla "Ultra-Motion"("Waking The Fury") che risolleva definitivamente il morale, trasportandoci per 33 secondi della traccia nella massima irrefrenabilità. Terminati questi secondi, più precisamente a 2:17, abbiamo poi uno stacco di chitarre ritmiche (in puro stile Thrash), seguite da Harshaw e dalla solista; sorprendentemente, nel palesarsi di quest'ultima, Waters tiene a sfruttare delle piccole "essenze" Jazz. Inizia poi una nuova strofa, caratterizzata da una voce imponente (anche se emette parole che non rendono giustizia a cotanta potenza). La chitarra mantiene la sua natura distruttiva, anche nel ritornello, e veniamo poi raggiunti nuovamente dalla strofa, dove la voce è un crescendo fino ad esplodere in uno Scream che ci penetra nelle ossa. Dopo l'urlo liberatorio, ci ritroviamo ancora nel ritornello in stile Thrash, che anticipa l'arrivo del bridge dalle strumentali Groove, dove la voce accentua il suo ritmo incalzante cantando a mo' di filastrocca. La traccia diviene ancora frenetica per i 16 secondi successivi, intercettata da un basso progressive, che influenzerà anche gli altri strumenti, portandoli all'assolo che questa volta prende una forma quasi Blues, pur basandosi sugli stilemi precedenti. Al termine dell'assolo, seguirà un intermezzo inaspettato, il quale funzionerebbe benissimo come sigla (paradossalmente!) per un cartone animato giapponese. Arriva il terzo giro di strofa, come tornerà anche il ritornello, che si metterà a disposizione dei conclusivi e deliranti suoni emessi da parte del chitarrista. Il titolo della canzone parla di combattere il mondo, ma naturalmente non si parla di guerre o di conflitti, almeno non in modo diretto. La battaglia consiste nel contrastare quelle che sono le regole create dai più potenti per i più potenti, ovvero tutta quella serie di norme che non fanno altro che privilegiare una classe dirigente senza scrupoli, dedita al promulgamento di leggi ad personam, costruite ad hoc per rendere legale ogni tipo di manovra disonesta. Siamo prigionieri di un sistema che non serve ad altro se non ad aumentare la ricchezza dei "padroni" e rinforzarli, per farli dunque raggiungere i loro scopi successivi. Viviamo una vita basata sull'illegalità e sull'oppressione, siamo talmente presi dietro la frenesia e lo stress del consumo da non accorgerci quanto quei politicanti ci stiano rubando l'anima, facendone ciò che vogliono, saziandosi del nostro silenzio e disinteresse. Siamo preda di un sistema dal quale è ormai difficile sfuggire, anche se non è mai troppo tardi per ergersi a difensori della giustizia e combattere per essa, ribellandosi al sistema.

One Falls, Two Rise

Anche la traccia conclusiva, "One Falls, Two Rise (Per uno che cade, due risorgono)", inizia con degli arpeggi tutt'altro che allegri, seguiti da una linea di basso che si fonde perfettamente con ciò che le chitarre svolgono, creando un ottimo equilibro armonico. Anche se il vivo della canzone deve ancora arrivare, Padden ci intrattiene con delicatezza per 31 secondi; solo un modo per ritardare la tempesta, visto che successivamente veniamo perforati da dei "colpi" brevi, decisi ed intermittenti, che trovano fine con un Padden che ripete le frasi espresse secondi prima, accompagnato da una strumentale relativamente leggera. A seguire, un ultimo spazio agli arpeggi, prima di dirigerci dunque nella vera essenza della canzone, che inizia a partire da 2:23. Da qui verrà premuto il piede sull'acceleratore, sfociando in un Thrash scatenato, dove Padden, non più quell'anima in pena che abbiamo conosciuto all'inizio, risulta invece un vero guerriero pronto a combattere. Le chitarre, nella solita plettrata alternata maniacale, si supportano a vicenda con la batteria anch'essa irrefrenabile. Segue, un intermezzo dalla base Groove, macchiato con delle sfumature di chitarra che emette degli accordi in un semi-clean dal tono sinistro."One falls, two rise" recita Padden nel refrain, mentre gli altri costruiscono una strumentale incalzante e  -soprattutto per quel che concerne la batteria- martellante. Si ripreme nuovamente sull'accelleratore per la nuova strofa, che questa volta si collega con l'intermezzo successivo mediante un lavoro incredibilmente imponente da parte del cantante. Il ritornello viene ripetuto aggiungendoci qualche accenno di armonici di chitarra con il ponte mobile. Si pone poi fine anche a questo capitolo della traccia: infatti, a 4:08, ci sarà un chiaro cambio di mood. Le chitarre eseguono quello che sembra una sorta di "Alison Hell" 2.0, anche per quanto riguarda la ritmica, che rimanda molto quel periodo, con tanto di doppio pedale, anche se moderato. Successivamente Padden si inserisce. Subito dopo arriverà un altro intermezzo per poi lasciarci assistere ad un assolo di matrice Blues, molto sobrio. In seguito, un nuovo intervento di Padden che collega l'assolo appena concluso con un altro assolo dalla ritmica differente, più smorzata ma anche più atmosferica, con tanto di arpeggi. Ma Waters non è ancora soddisfatto del suo operato, così ci colpisce con un ulteriore assolo, che questa volta, rimanda molto all'esperienza di Van Halen, sia dal modo in cui pratica i bending, sia per come vengono sfruttati gli armonici artificiali. Terminato ciò, veniamo riportati indietro nella traccia, con ciò che avevamo ascoltato in precedenza, quando a 2:24 iniziò la plettrata alternata tagliente, che rappresentava la strofa. Concluso anche il successivo ritornello, veniamo mandati ancora più indietro, prima ascoltando i colpi esplosivi intermittenti, poi udendo i tenui arpeggi, degni di concludere l'intera opera. Si tratta di una traccia molto introspettiva e, come abbiamo potuto sentire, anche molto articolata. Tra tutte le tracce che compongono questo album, forse questa è la più idonea per concludere il tutto, sia per la libera interpretazione del testo, che per le sue diverse sfaccettature. Delle lyrics che infatti rappresentano una sorta di sfida ad un sistema. Siamo tutti i giorni e costantemente, messi all'angolo dalla nostra stessa vita. Vicissitudini, problemi.. il tutto sembra insormontabile e mira quasi a schiacciarci, non dandoci tregua, non facendoci metabolizzare alcunché; immediatamente dopo una guerra, dobbiamo difatti affrontarne un'altra, e così via. In un continuum che fiaccherebbe la resistenza di chiunque, ma non quella del protagonista. Per ogni persona che perde la battaglia, ce ne sono due che prepotenti risorgono, spada in mano e pronte a combattere. Come una sorta di esercito, noi esseri umani affrontiamo la Vita compatti ed in coorte, non lasciandoci scavalcare dalla negatività, anzi vendendo cara la pelle. Dobbiamo tenere duro ed essere fra i due che risorgono, non venendo annoverati nel computo delle vittime. Siamo guerrieri valorosi, sappiamo quanto di buono la Vita ci riserverà, se terremo duro e lotteremo con tutte le nostre forze. Quindi, non ci resta altro da fare che rialzarci e continuare a lottare.

Conclusioni

In conclusione, possiamo dire di trovarci dinnanzi ad un album non certo banale o scontato, e che sicuramente ha qualcosa da dire. Anche se niente di sostanzialmente nuovo, per quanto riguarda lo stile degli Annihilator degli ultimi anni. Potrebbe suonare, quest'ultima, quasi come una critica eccessivamente severa o volutamente "castrante", nei riguardi di Waters e co. Ma attenzione, il fatto di scegliere quasi le stesse "argomentazioni" musicali, figlie di un trend giunto nel 2013 ad essere decennale, non fa certo degli Annihilator un gruppo che racconta sempre le stesse cose trite e ritrite. Innanzitutto, va lodato sempre e comunque il poliedrismo di un Waters sempre ed incredibilmente sul pezzo, capace di spaziare magistralmente da un genere all'altro, e non solo parlando di Metal e Rock. Se a questo aggiungiamo poi le splendide prove di batterista e cantante, allora otterremo sicuramente un album capace di dirci più di qualcosa. Un modo di sperimentare e di porsi che aveva dunque raggiunto già degli stilemi - per così dire - codificati, ma che non annoia ed anzi, ci regala un bella carrettata di emozioni condite come sempre da una tecnica eccezionale. Mai fine a sé stessa, mai un trofeo da sfoggiare: un modo di suonare propedeutico alla voglia di scatenare in noi delle sensazioni particolari, in linea con i vari stili coinvolti. Si potrebbe forse dire che a ripetersi, a livello di argomentazioni, siano effettivamente i testi, sempre incentrati su tematiche ampiamente spiegate dalla band: si tratta però, in ogni caso, di esprimere concetti e raccontare delle storie da cui non impareremo abbastanza. Sostanzialmente, racconti che suonano sempre attuali. Dagli '80s al 2013, ogni volta gli Annihilator fanno centro, inserendoci in delle storie sempre ed in qualche modo a noi contemporanee, nonostante le date di uscita dei vari dischi. Tecnicamente parlando, poi, la new entry Mike Harshaw mostra certo il suo fervore giovanile, eppure sfoderando un drumming ricco di maturità tecnica e musicale. Dave Padden, dal canto suo, ormai alle prese con il suo quinto album registrato con questa band, giunge ad essere definitivamente un membro ormai entrato a cuore dai fan, grande cantante e presenza più che rassicurante. Jeff Waters, in ultimo, non ha ancora esaurito la sua carica: dopo 24 anni di onoratissima carriera musicale, il Nostro ha ancora sopito il proprio animo intraprendente, decidendo ancora una volta di rimettersi in gioco, senza aver paura della critica ma anzi mostrandosi sprezzante e volenteroso di fare ciò che più lo aggrada. Anallizzando il tutto nella sua complessità, quindi, conveniamo sul fatto che non è semplice esprimere un giudizio complessivo e deciso, "lapidario". Sicuramente, "Feast" è un album molto vario nei generi, contenente dei momenti che catturano, assieme ad altri che - anche se pochi - non arrivano poi a toccare nel profondo, proprio per via della "codificazione" di stile della quale parlavamo prima. Tutto sommato, però, non rappresenta quest'ultima niente di fortemente destabilizzante o punibile, a tal punto da compromettere l'intero album. Per questo, in sostanza, lo reputo un lavoro rispettabile e di un livello generale più che discreto.

1) Deadlock
2) No Way Out
3) Smear Campaign
4) No Surrender
5) Wrapped
6) Perfect Angel Eyes
7) Demon Code
8) Fight The World
9) One Falls, Two Rise
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