ANNIHILATOR

Annihilator

2010 - Earache Records

A CURA DI
SAMUELE MARIANI
06/09/2016
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Non c'è molto da dire sugli Annihilator che voi non possiate già sapere; un gruppo la cui carriera è stata costellata da imperiosi alti ma anche di significativi bassi, una band che, dopo l'uscita di "Set The World On Fire" (1993) ha iniziato una parabola sostanzialmente discendente fino ad arrivare ad essere etichettata come gruppo Medio, pur considerando il fatto che i Nostri sono stati effettivamente i creatori di due album che non possono certo esser tirati fuori da quella cerchia di lavori fondamentali in ambito Technical Thrash/Speed Metal; due dischi ("Alice in Hell" del 1989 e "Never, Neverland" del 1990) che hanno influenzato il modo di suonare e comporre musica di tantissimi altri gruppi a seguire. La band, sin dall'inizio della sua carriera, mostrò difatti la volontà di introdurre un atteggiamento e una mentalità caratteristica all'interno della propria proposta, valorizzando quel proprio lato "schizofrenico" nelle musiche composte; gli Annihilator ci hanno deliziato con canzoni impensabili per una "semplice" mente umana, brani che non potevano essere concepiti se non dal genio di Jeff Waters. Proviamo, quindi, a raccontare quello che è stato il percorso della band sin dai suoi esordi, sino ad arrivare al 2010, anno di uscita dell'omonimo "Annihilator", oggetto di questa recensione. Partendo dall'inizio, a tutti è noto il fenomeno di "Alice in Hell", album uscito nel 1989 per la fu mastodontica "Roadrunner Records" (aggiungo "fu" per ciò che l'etichetta è diventata nel corso degli anni, rischiando in un certo periodo persino di fallire). Un album che portò nella scena un sound nuovo e sconvolgente, grazie a tracce come "Alison Hell", "W.T.Y.D." e "Word Salad".Dopo l'uscita di questo disco, gli Annihilator si accaparrarono a ragione il titolo di band del momento, riuscendo ad uscire da quella foresta underground che li celava da anni. E dire, poi che la vera grandezza della band canadese non era ancora stata dimostrata: infatti, la vera e propria consacrazione avvenne nel 1990 con l'uscita del clamoroso "Never, Neverland", licenziato l'anno successivo dall'esordio. Questo album incorona ufficialmente la band tra le più tecniche che abbiano mai violato le orecchie dei metallari, mettendo assieme un combo di brani potenti ma anche imprevedibili, incredibilmente estrosi. L'album successivo, "Set The World On Fire" (1993) rappresenta il primo "passo falso" del gruppo, essendo un album "attaccabile" su alcuni punti di vista; tuttavia, non così spregevole da porre in declino una band che invece iniziò seriamente a zoppicare. Come ben sappiamo, l'unico membro fisso degli Annihilator è sempre stato il suo fondatore nonché mastermind, ovvero Jeff Waters. La girandola perpetua di bassisti, cantanti e batteristi influì sicuramente sul proseguo di "Set..", ed fu così che Waters, rintanatosi nella sua abitazione, registrò a conti fatti il suo primo album "solista", chiamato "King Of The Kill" (1994), mantenendo il nome della band da lui creata. Da questo, nascerà un periodo di isolamento artistico, che durerà fino alla pubblicazione del quinto "Refresh The Demon" (1996) e del sesto "Remains" (1997), unico lavoro in cui viene esclusa addirittura la collaborazione di un batterista, rimpiazzato da una drum-machine. Dopo l'uscita per l'appunto di "Remains" (un lavoro che può essere considerato come valvola di sfogo per gli esperimenti dell'artista di Ottawa) la band verrà messa in condizione di fare marcia indietro e considerare il rientro di altri membri, per registrare l'album successivo, "Criteria For a Black Widow" (1999). La line-up presente fu proprio quella che diede alla luce il disco di esordio, facendo tuttavia uscire in questo caso un lavoro che non riuscì a superare quell' "Alice In Hell" tanto incensato. Comunque, da questa storica collaborazione uscì un lavoro che tutto sommato centrò l'impresa di sorprendere l'ascoltatore, catalizzando la sua attenzione su ogni brano presente, senza far venire una voglia continua di passare alla traccia successiva. Soprattutto dall'inizio di questo secolo, gli Annihilator si sono distanziati molto dal loro genere originario; che sia stata una scelta voluta dal Guitar Hero Jeff Waters per seguire i "trend" dell'epoca (per quanto musica del Nostro possa essere inserita in un contesto di definizioni fini a loro stesse) o vuoi per una scelta puramente istintiva. Ciò che è certo è che, dopo l'uscita dei discreti "Carnival Diablos" e "Waking the Fury" (rispettivamente nel 2001 e nel 2002), Waters arrivò nel 2004 a stringere uno dei sodalizi più duraturi della sua carriera, quello con il cantante Dave Padden. Il giovane esordisce proprio nel 2004 con la pubblicazione di "All For You", sfoderando una prestazione notevole, continuando poi lungo i vari "Schizo Deluxe" e "Metal". E' così che siamo arrivati al momento in cui il gruppo decide di unirsi per incidere il "Annihilator", album in cui viene ancora confermata la presenza di Padden al microfono, mentre alla batteria troviamo il giovane Ryan Ahoff, il quale aveva già preso parte a diversi concerti degli Annihilator, registrando anche un album live ("Live at the Masters of Rock" del 2009). Per quanto riguarda il basso e la chitarra, come ben abbiamo potuto imparare nel corso degli anni, entrambe le asce risultano appannaggio totale del padrone di casa Jeff Waters, il quale assicura una qualità totale in sede di soli, composizione, e linee ritmiche. "Annihilator" fu inoltre il primo album dei Nostri canadesi ad essere rilasciato per la nota "Earache Records" (il precedente, "Metal", fu invece licenziato dalla "Steamhammer"), etichetta specializzata nel Metal estremo. Un disco, quindi, che si presentava "sorretto" da auspici piuttosto buoni; prodotto interamente da Jeff Waters, escluso un piccolo aiuto ricevuto da Peter Gilroy in sede di engineering per quel che concerneva l'ambito delle percussioni. Come special guest, inoltre, troviamo un trio d'eccezione. Tre "coristi" assai famosi, registrati come "backing vocalists" ma provenienti da importantissime realtà. Abbiamo quindi Dan Beehler, storico batterista / cantante dei grandissimi Exciter; John Perinban, cantante degli Ivory Knight e dei Sudden Thunder, senza scordarsi di Jacques Bélanger, anch'egli proveniente dagli Exciter, con i quali cantò in due periodi: dal 1996 al 2001 e dal 2003 al 2006. Per quel che concerne la veste grafica, la copertina riporta in primo piano un volto inquietante: sembra quasi di osservare la protagonista del ben noto "The Ring", faccia a faccia. Una ragazza / bambina dal volto cadaverico, demoniaco, dagli occhi grigi e totalmente inespressivi. A dominare sono toni di grigio chiaro e scuro; particolare più inquietante, il nome del disco / della band è inciso sulla fronte della protagonista, a mo' di sfregio. Piccoli rivoli di sangue fiottano dalla scritta, andando a colare su tutto il viso, dalla fronte alle labbra. Un artwork di sicuro impatto, che quindi fa in modo di introdurci alla perfezione entro i confini di questo nuovo disco degli Annihilator.

The Trend

L'album si apre con la chitarra in plettrata alternata di "The Trend (La Moda)", la cui impostazione rimanda un po' alla linea di basso di "Alison Hell". Si crea un'atmosfera comunque particolare, a tratti inquietante ma assai melodica, che si può dire non del tutto usuale per il genere della band, anche se la traccia è naturalmente all'inizio ed in piena evoluzione. Poco dopo si aggiunge una seconda chitarra in clean, che area il sound, rendendolo più ampio e spensierato. A 0:20 raggiungiamo lo stadio successivo, con una chitarra distorta che gioca con le ottave e i piatti di Ahoff che iniziano un conto alla rovescia per far entrare nel brano proprio il batterista stesso ed il basso. Successivamente, la canzone sembra dividersi i due stili, come uno di quei cocktail bicolore, composto da una parte ritmica abbastanza possente, carica di Groove, e dall'altra da solismi che rendono il tutto più leggero e spensierato. Stiamo per sfiorare il primo minuto, quando le soliste iniziali si fanno da parte per lasciare il posto ad un assolo dalla velocità e tecnica indescrivibile, creando una sequenza di note psichedeliche e talmente preciso che forse neanche una macchina riuscirebbe ad eguagliarle. Torniamo quindi alla melodia portante, per riascoltarla di nuovo fino a 1:41, quando l'ultima parte "dolce" del cocktail viene versata. Quindi, la traccia diventa puramente Groove, con una plettrata alternata dal ritmo sostenuto e suggestivo, ci presenta quale sarà il vero mood della traccia. Al minuto 2:07 inizia quindi il brano vero e proprio, con l'introduzione del riff di chitarra principale, che sosterrà il secondo (fulmineo) assolo pieno di tapping e successivamente anche la strofa, che inizierà a 2:27. Padden interviene in modo deciso, usando uno stile vocale grave e a tratti acido. La batteria è costante e non così tanto ricca di accenti, restando quasi invariata anche successivamente, quando arriviamo nei secondi del pre-solo, dove a variare ci pensano chitarra e basso, che porteranno di conseguenza Padden a cambiare stile, mostrando l'altra sua faccia, quella sicuramente più leggera. Questo suo aspetto svanirà con l'arrivo del ritornello, che mostra un leggero lato Thrash udibile soprattutto nella chitarra e la batteria, lasciando però che la voce segua la sonorità Groove del pezzo. La strofa ritorna con la stessa decisione, senza far calare il pezzo neanche per un istante, la voce continua ad ipnotizzarci con le sue parole e le chitarre alimentano il suo potere. Ci ritroveremo nuovamente nel pre-solo, con la linea melodica di Padden alternata con il chorus dalla postproduzione. La canzone sembra farci sperare bene sull'album, e con il nuovo giro di ritornello, iniziamo a desiderare che nell'album possano esserci tracce come questa, che abbiano la stessa carica degna del nome del gruppo. Il ritornello si ripete per altre due volte, dove nell'ultima, Padden ci fa sentire uno dei suoi scream sostenuti, su cui ci aggiungerà una seconda voce, che impersonifica l'individuo medio schiavizzato dal consumismo. A seguito della frase "..let's go! ..", Waters esegue quindi un terzo assolo, attenendosi a quello che è il suo puro fare solistico, mettendoci comunque originalità. Durante l'ascolto, non possiamo non notare quanto Van Halen abbia influenza lo stile nella chitarra nel pezzo, sia per gli armonici che per lo stile che Jeff usa nel tapping. Al minuto 4:52, possiamo ascoltare una ripresa del riff del ritornello, portato nel bridge in una versione rivisitata. Questa sezione si ripete più e più volte, da un certo momento possiamo sentire Padden che in lontananza si avvicina sempre di più, con il suo falsetto che si mischia con lo stile di David Lee Roth e stilemi tipici di Kind Diamond.Dopo questi otto giri di bridge, la traccia torna con la strofa che non presenta evidenti differenze, diversamente da quello che presenterà il pre-solo, che questa volta ha una marcia in più rispetta ai suoi predecessori, dato dall'aggiunta di una chitarra che segue la linea vocale del cantante. La traccia si conclude con il ritornello che lascia lo spazio ad un powerchord che sostiene il ben quarto assolo del pezzo, dall'anima blues, seguita da una chitarra in sottofondo che di contro esegue una linea melodica angosciante. Come suggerisce il titolo, "The Trend" è una canzone che parla di quanto la moda plagi effettivamente ciò che siamo. Quotidianamente ci vestiamo in un determinato modo, parliamo in un certo modo, frequentiamo determinati posti e compiamo determinati acquisti; che questo sia uno stile che parta da noi o meno, non importa. Se è quel che fa la gran parte della società, allora dobbiamo obbedire ciecamente e non azzardarci a replicare, pena l'esclusione dai giri "che contano". Troppi si comportano a seconda di ciò che la moda impone. Altre volte, capita che un individuo si avvicini ad una determinata cultura, vestendo ed emulando i suoi cliché, mascherando ciò che è veramente, per pura insicurezza e paura di essere se stesso. Drammi contro i quali gli Annihilator decidono dunque di scagliarsi, ergendosi a paladini della difesa della libertà individuale di ognuno. Proprio Waters, pioniere della sperimentazione e dell'estrosità massima, sale in cattedra e mostra quindi il suo esempio. La sua band non ha mai cercato di accontentare nessuno, quasi ogni disco dei canadesi suona differente dal precedente e dal successivo, proprio perché Jeff ha sempre e solo seguito il suo istinto, la sua vera natura. Ingabbiarsi in una moda per paura di non risultare popolari è quindi stupido, fondamentalmente. Bisogna sempre essere se stessi, poiché castrandosi dietro maschere e stili che non ci appartengono, non facciamo altro che muoverci violenza con le nostre stesse mani.

Coward

La seconda traccia, "Coward (Codardo)", parte già in quinta, grazie alla scelta di Waters di presentarla con un riff fulminante, che precede, assieme alla batteria, la nuova precoce parte solista. La chitarra diventa quindi una scheggia che urta all'impazzata, da ogni parte; le dita del chitarrista potrebbero prendere fuoco da un momento all'altro, eppure Jeff riesce ad eseguire come se questo assolo fosse la cosa più semplice del mondo. Dopo tutto ciò, la voce imponente di Dave Padden inizia a declamare i primi versi, sopra la strumentale che rimane invariata sin dalla intro. Una voce ruggente e minacciosa che agisce con efficacia sulle nostre aspettative, mantenendo alto il trend del disco e lasciandoci indossare le cuffie senza farci cambiare idea per un secondo, non deludendo ciò che di buono avevamo riscontrato in "The Trend". La batteria martellante aggrava la potenza del pezzo ed arriviamo al ritornello, che alleggerisce - anche se di poco- il mood del pezzo, dove il cantante - con la voce sempre roca - accenna una linea melodica, che avanza assieme ad una strumentale dallo stile Heavy, prodotto dalle chitarre in un lesto downstroke. Il riff iniziale viene preceduto da un piccolo intermezzo della durata di 3 secondi, compiendo la sua ripresa assieme alla strofa. Dave ci da dentro come al solito, dimostrando di essere una garanzia ed un elemento indispensabile anche in questo album. A 1:17 il ritornello crea un varco e ruba altri 25 secondi, prestando la strumentale alla sezione solistica. Fino a 1:57, successivamente ascolteremo delle chitarre che non sono poi così tecniche come ci aspettavamo; infatti, sarà soltanto uno specchio per le allodole, rendendoci poi conto che il bello che Waters ci può regalare deve effettivamente ancora arrivare. Di nuovo un intreccio di dita nel manico della chitarra, resta presente fino a quando arriva il bridge, in cui viene pronunciata la parola che costituisce il titolo della traccia, donando un po' più particolarità a quest'ultimo. L'interpretazione della voce si intensifica, determinando la produzione di suoni più oscuri e suggestivi. Una strumentale più altalenante, capace comunque di rimanere massiccia. La linea della chitarra subisce un cambiamento, per accompagnare un nuovo assolo, che non segue la linea di quello ascoltato poco prima, andando più sullo schema blues, anche se il tutto viene camuffato dai molti presenti effetti dei pedali. Segue una sezione che tende sullo stile Speed, che si ripete fino a 3:24, prima che la strofa ingrani una marcia superiore, scatenando l'ira nella voce di Padden e negli arti dei musicisti che hanno sotto mano la strumentale. La voce non si fa solo più acuta, ma ci impressiona ancor più di quello che non aveva già fatto in precedenza. Il refrain non fa altrettanto, rimanendo invariato, tranne nella sua parte finale, dove si aggiungono delle chitarre soliste. Il testo ci pone uno scenario specifico, quello di una persona intenta a rinfacciare ad un'altra il suo pessimo comportamento. Leggendo attentamente, notiamo quanto l'accusato sia un uomo malvagio e decisamente meschino. Un vigliacco senza onore né dignità, disposto a tutto pur di salvaguardare i suoi soli interessi. Niente sembra avere valore per lui, né gli amici né la famiglia. Esiste solo il suo tornaconto personale, la soddisfazione delle sue esigenze. Per raggiungere la sua "meta", l'uomo è realmente disposto a tradire / vendere chiunque, come un Giuda impunito e privo di rimorsi. Subentra così un'altra persona, la quale è intenta ad intimorire il protagonista, urlandogli senza mezzi termini e dritto in faccia quello che lui in realtà è: un codardo, un uomo inutile. Un miserabile che ora sta facendo i conti con la realtà dei fatti e che non può più scappare. Ha imbrogliato il prossimo per l'ultima volta, ha compiuto il suo ultimo atto meschino. Sarà punito definitivamente, e si pentirà di tutto quello che avrà fatto.

Ambush

Siamo arrivati ad "Ambush (Agguato)", terza traccia che viene presentata mediante una intro la cui chitarra procede in un suono ovattato, crescendo sempre di più assieme alla sua plettrata alternata estrema, accompagnata da una tastiera che quasi mai abbiamo ascoltato in tutta la discografia degli Annihilator. Improvvisamente, quella chitarra viene liberata mediante l'attacco di un riff Annihilatoriano, sostenuta dalla batteria, che tra una pausa e l'altra, accentua i momenti più significativi della intro. A 0:24, la canzone ci rimanda agli anni '80 del Thrash puro, cambiando - a seguito di uno stacco improvviso - con il ritorno della sonorita grooveggiante. A questo punto, Waters decide di regalarci già un nuovo assolo, facendoci capire che questa opera vuole esprimere tutto il suo potenziale. Il Thrash rimane comunque presente anche nella strofa, con Padden che mantiene quel suo fare misto tra aggressività e contenimento, mentre le chitarre rimangono taglienti e scattanti, accompagnate da una batteria che fino adesso viene guidata in modo soddisfacente. Padden altera di più la sua voce per cantare il ritornello, affiancato da delle voci di supporto, che rendono il tutto più incombente. Le chitarre in plettrata alternata rappresentano la benzina che continua ad alimentare questa atmosfera infuocata, la quale arde ormai sin dalle due tracce precedenti. La batteria, con l'inserimento della campana situata nel crash e del rullante secco, prosegue martellante e contribuisce nell'arricchire quella che è già di per sé una traccia estrema. Il riff chitarristico della strofa fa di nuovo visita per appoggiare il nuovo assolo che si conclude a 1:15, seguito dalla voce che riprende con i suoi versi. Durante questa sezione, il cantante cerca di differenziare la sua linea per cercare di distinguerla da quella precedente; dopo ciò, arriva nuovamente il ritornello corale e battagliero, che si ripeterà una seconda volta. Intervie ancora una volta un momento solista di Waters, il quale trasforma questa espressione in un semplice intermezzo tra una sezione e l'altra. Dopo questi 20 secondi di pura tecnica torna dunque il riff della strofa, che continua a farci traballare per la stanza come forsennati. E così torna anche Padden che continua a perseverare nella sua capacità interpretativa. In seguito, non poteva mancare il nuovo giro di ritornello dalla durata di 25 secondi, che crea l'input per i successivi secondi finali, oltre a dar modo a Dave di eseguire uno scream degno dell'era di "Schizo Deluxe", con l'accompagnamento della strumentale che porta la parte della strofa in uno stadio più esplosivo con l'aggiunta di un lesto doppio pedale da parte del batterista. Al termine di tutto, non resterà che una moltitudine di suoni creati dalla chitarra di Waters e dai suoi pedali "magici". Il frontman ha deciso di inserire in questo album un nuovo inno alla guerra, nelle cui liriche viene descritta la voglia di distruggere il nemico ad ogni costo. I guerrieri si uniscono per liberarsi del male che vuole appropriarsi di loro, anche se forse, il nemico potrebbe essere la razza umana stessa. In questo pugno di versi che ci viene presentato, tuttavia, abbiamo la descrizione di questa vera e propria campagna militare. Il termine "ambush" significa "imboscata", una delle tattiche più efficaci e furbe presenti nell'arsenale di ogni esercito. Per vincere una battaglia, il nemico va colto di sorpresa. Mediante la tesa di astute trame e trappole, poco ci vuole per far credere al nemico di essere al sicuro od in vantaggio. E' proprio in quel momento, quando gli avversari si crogiolano e dormono sugli allori, che bisogna colpire. Trovando un esercito impreparato, è più semplice sbaragliarlo definitivamente e portare a casa una vittoria schiacciante. 

Betrayed

La traccia "Betrayed (Tradito)" si apre con venti secondi di chitarre massicce che si aggiungono allo squittire di diversi topi affamati. Data la presenza di esseri raccapriccianti come questi roditori, non poteva che essere inserita una sezione strumentale come la parte introduttiva, che dà l'inizio definitivo a questa traccia, con una batteria zoppicante ed una chitarra crea un suono sinistro anche se non aggressivo. A 0:40, assieme a questa strumentale, verrà aggiunta una linea melodica che - come la traccia "The Trend" - , riprende le orme del primo album. Appena superato il primo minuto, la canzone subisce un cambiamento totale, aumentando sia di andatura che di stile, anche se non poteva mancare la parte solista di Jeff, che questa volta si presenta in una veste abbastanza insolita, ma affatto fuori luogo. Successivamente anche Padden decide di aggiungersi nella mischia, in una strofa in cui decide di usare una voce molto più pulita, diversamente da ciò che ha scelto di fare negli episodi precedenti. Quindi, Padden in veste melodica compensa la pesantezza della strumentale, caratterizzata dal suono più pesante di un macigno e dal basso che questa volta sembra essere più presente a livello di intensità. La batteria lega tutti i componenti con un doppio pedale regolare e contenuto. Ahoff cercherà di dare di più nel ritornello, aggiungendo abbellimenti ed accenni, nel frattempo che Padden continua con la sua linea vocale che in questo momento risulta meno melodica e Waters che esegue un riff diverso ma che tiene pur sempre la carica. Ritorniamo, quindi, alla strofa; il cantante cerca di tenere il passo del primo giro, e ci riesce, aggiungendo anche qualcosa in più. La strumentale non fa altrettanto, ma resta sui propri passi senza stonature. Torna il ritornello con il cantante accompagnato dai cori, molto presenti in questo lavoro. Segue un intermezzo che viene sostenuto soprattutto dalla potenza della chitarra, anche se il resto degli strumenti mostrano una certa importanza. Dopo ciò, segue lo spazio della chitarra solista, che inizia con un semplice bending in doppia corda, precedendo la parte più veloce che ci riporta a constatare la tecnica che Waters possiede. Dopo questo momento di velocità arriverà comunque una sezione particolare, dove viene inserita un'armonia che non a tutti potrebbe piacere, distaccandosi melodicamente dal resto del pezzo. Da 3:23 ascolteremo altri dieci secondi dell'intermezzo che ha preceduto l'assolo, per poi ritrovarci nella strofa, che come il ritornello sarà l'ultima cosa che udiremo prima che il riff del refrain - portato dalla batteria all'estremo - ci accompagni al momento finale del pezzo. Anche qui, come già accaduto in "Coward", le liriche sembrerebbero trattare di falsità e dell'abbiettezza di alcune persone. Abbiamo una storia nella quale una famiglia viene praticamente divisa in due, dove sia il padre sia la madre si rivelano essere bugiardi e meschini. All'apparenza, la visione che tutti hanno della famiglia in questione è più che positiva. Persone che si vogliono bene, sorrisi, e tanti altri stereotipi. Il problema è quando la porta di casa si chiude: sia l'uomo che la donna si rivelano incapaci di gestire una famiglia, perdendosi nei loro vizi e nella loro autodistruzione. A parlare sembrerebbe quasi uno dei loro figli, il quale si sente tradito e trattato alla stessa stregua di un ratto (questo spiegherebbe lo squittire che abbiamo sentito in precedenza). Un ratto da calciare a piacimento, da isolare e da non considerare, visto che per i suoi genitori è molto più importante litigare e badare di mostrarsi irreprensibili agli occhi dei vicini. Una recita patetica, che non fa altro che mettere in luce le pesanti problematiche all'interno di un nucleo famigliare disastrato. Il protagonista ne è ben conscio ed odia questa pantomima con tutto se stesso, sperando che prima o poi entrambi i parenti la paghino cara, per l'inferno in cui egli ha dovuto vivere per troppo tempo. 

25 seconds

Il basso diventa protagonista nella quinta traccia, intitolata "25 seconds (25 secondi)". Dopo una piccola introduzione del batterista, che quasi sembra abusare dell'uso della campana, il basso si prende un po' di spazio per dare sfogo alla sua anima funky ma contemporaneamente oscura. La traccia prosegue con uno sconvolgimento totale, il Groove divora tutto quello che il basso aveva costruito, mentre Padden esegue uno scream incredibilmente massiccio, che rimanda al verso della pantera. La chitarra e la batteria costruiscono un ritmo incalzante e movimentato, mentre noi ci chiediamo ancora cosa abbia portato a creare questo cambiamento in maniera così repentina, nell'arco di pochi secondi. Il ritornello si presenta in un modo più "tranquillo", anche se il cantante mantiene la tecnica usata nei secondi precedenti; la chitarra, invece, esegue una linea melodica cantilenante, con la batteria che diventa invece leggermente più movimentata. Segue uno stacco, con il ritorno dell'intermezzo funkeggiante, che, ripetendosi due volte, ci accompagna al secondo giro di strofa, riportando nuovamente scompiglio nel bel mezzo del pezzo. Man mano che ascoltiamo questa sezione, non possiamo non permettere che la carica cammini e si accumuli nel nostro corpo, fino a straripare da tutti i pori. Il ritornello ci placa, anche se leggermente, facendoci comunque continuare a scuoterci, come se fossimo stati elettrizzati dall'alta tensione. A 1:48 ci renderemo conto che la strofa non costituisce l'unica fonte di scompiglio nella logica della canzone: infatti, da questo momento, la traccia prende più un andamento Speed. La chitarra diventa tagliente, ed è l'unico strumento che possiamo sentire prima che questa sezione possa iniziare in un modo più definitivo: è così che subentra un inserimento di rullante iper veloce, accompagnando le chitarre taglienti di Waters che vengono pompate dai bassi della quattro corde. Ahoff si dimostra sempre più valoroso, soprattutto in questi momenti, dove la velocità è indispensabile per garantire l'efficacia e l'impatto energetico. Successivaente, Padden subentra con un topo più loquace. Dopo questi 33 secondi di pura frenesia, segue un intermezzo che anche in questo caso, il quale sembra non rispecchiare la vena artistica solita del chitarrista, con un tapping che crea un effetto quasi psichedelico e gioioso. E' così che siamo arrivati all'assolo, tecnico come sempre ma che risulta anche un po' "confusionario" ed istintivo, che ragionato. Il ritmo rallenta pian piano per farci ritrovare qualche istante dopo alla sezione di basso che precede la strofa. Quindi, successivamente, Padden ricomincia a cantare, cercando di tenere duro e di continuare il mostruoso lavoro di tenacia, come del resto fanno anche gli altri, anche nel momento successivo, cioè quello del refrain, che va a prolungarsi fino a concedere nuovamente a Padden di esprimere il suo grandioso talento nello scream, facendolo durare ben 17 secondi. Alla sua fine, Jeff cerca di inserirci qualcosa anche con la sua sei corde, con un gioco di tremolo e di trilling, che va a dissiparsi tra i secondi, assieme al resto della strumentale. Il testo è ispirato ad un fatto realmente accaduto nel 2007, quando un ragazzo di origine polacca si trasferì in Canada per fare visita alla madre, sperando anche di crearsi una nuova vita. Purtroppo, il ragazzo - che non poteva parlare la lingua inglese non essendo in grado di comprenderla- non troverà l'accoglienza sognata e non vivrà il futuro che tanto desiderava. Le guardie aeroportuali, infatti, lo tennero bloccato per ben 10 ore, prima di colpirlo con un taser (altrimenti nota come "pistola elettrica"), per poi lasciarlo morire ingiustamente. Quella che dunque sembra essere la semplice narrazione di un fatto di cronaca, è anche un testo che gli Annihilator utilizzano per polemizzare contro il governo canadese. Riportando senza mezzi termini la storia di quel poveretto, difatti, Waters e compagnia attaccano duramente la brutalità della polizia, giudicata in questo caso incompetente di far fronte ad un semplice equivoco (il ragazzo cercava disperatamente qualcuno che potesse tradurre ciò che diceva) e subito pronta a mostrare metodi violenti. In aggiunta, vi è anche una critica palese al sistema canadese, giudicato troppo severo con gli stranieri. Proprio in Canada, infatti, vige una delle politiche migratorie più morigerate e monitorate al mondo. Essere un clandestino in quelle terre è pressappoco impossibile, visto quanto il governo canadese tenga alla burocrazia e alla protezione dei propri confini. Non un ideale sbagliato, ma portato all'esasperazione, tanto da divenire negativo, come nel caso del ragazzo polacco.

Nowhere To Go

Anche in questa sesta traccia, "Nowhere To Go (Nessuna posto dove andare)", il basso cerca di far focalizzare l'attenzione su di esso, sfoderando un riffing alla Ellefson, mentre la batteria accentua ancora di più l'assomiglianza ad uno stile alla Megadeth. Tredici secondi dopo, la canzone prende un'altra via, cimentandosi in un riff che resta sempre nell'ambiente Thrash, ma con un distaccamento dalla band capitanata da Mustaine. Il Groove si lascia trasportare nella traccia, fino allo scoccare del primo minuto, quando a Padden viene distorta leggermente la voce, quasi come Waters fece alla sua ugola in "The Box" (presente in "King Of The Kill"), solo in un livello ridotto. Quindi, è in corso la prima strofa, fiancheggiata da una strumentale che si attiene allo stile iniziale da quando la chitarra ha iniziato il suo corso. Il ritornello entra e si presenta con uno stile che suona ancora nuovo per la band, ultra melodico e forse uno dei pochi momenti che si separa dal tema musicale dell'album. Le chitarre si dividono in una parte distorta e abbastanza semplice a livello tecnico ed in un'altra più pulita, con degli arpeggi che accentuano l'aspetto melodico della sezione. Comunque, qualche istante dopo, l'attenzione torna nuovamente sulla strofa, quando il ritmo ci incalza, proseguendo moderatamente, con la batteria che dipende dal riff di chitarra e Padden che continua ad interpretare il proprio ruolo. Successivamente, il refrain si presenta con la sua presenza melodica, che crea un contrasto importante tra esso e la strofa, in un evidente cambio di atmosfera, ripetendosi per poi uscire in punta di piedi con l'arrivo dell'assolo. In questo momento, una chitarra ritmica ed una batteria molto Hard Rock si uniscono assieme al basso per costruire un tappeto sul quale la chitarra di Waters danzerà a velocità alternate su di un lick Blues e scatenato. A 3:04, le corde vocali del lead singer ricominciano a sfregarsi e ad alimentare l'imminente volontà del proprio padrone di cantare la strofa. Al suo termine, ci sarà anche quello del ritornello, ultima occasione - per questo pezzo - di ascoltare le ultime parti cantate, godendoci la sua brillantezza, prima che dal minuto 3:56, inizi la lunga strada verso la conclusione del pezzo, con la chitarra che esegue il riff della strofa, assieme alla batteria che aumenta gradualmente, limitandosi inizialmente con pause e colpi di piatti, dove vengono aggiunti in alternanza il rullante e la grancassa, velocizzandosi nei giri successivi. Soprattutto chi vive nel ceto alto della società, non si rende conto (o forse fa finta) del fatto che ci siano dei singoli che vagano negli angoli bui delle città, senza che nessuno gli presti assistenza, e l'unico futuro che vedono non è migliore del presente. Chi potrebbe fare la differenza non fa nulla anche senza avere le mani legate, lasciando che questa realtà, nei casi peggiori, arrivi a concludersi in maniera ogni volta più drammatica. Il brano ci narra di un cosiddetto "senza tetto" molto giovane. Descritto come un teenager privo di casa, egli deve sottostare ad ogni tipo di umiliazione e di intemperie. E' costretto a mendicare o rubare anche solo per poter mangiare un tozzo di pane, e non ha una fissa dimora. Dorme nei cassonetti o fra i bidoni dell'immondizia, o nei casi peggiori direttamente sul marciapiede. Questo, a prescindere dal tempo. Anche sotto il diluvio, lo sfortunato non può mutare la sua condizione. Una condizione umiliante, frustrante, che lo fa dunque sentire uno scarto della società, un reietto, un autentico rifiuto. Come lui, migliaia d'altri giovanissimi sono costretti ad una vita precedente. E dunque, gli Annihilator dell'ultima strofa si rivolgono a chi ha possibilità. Per evitare tutta questa sofferenza, basterebbe costruire dei rifugi in cui tutti questi poveri ragazzi potrebbero trovare accoglienza e recuperare la loro dignità. Servirebbe poco.. e chi fosse in condizione, dovrebbe NECESSARIAMENTE dover fare più di qualcosa.

The Other Side

"The Other Side (L'altra Parte)" inizia con una breve discesa in powerchord, che dà sfogo ad una nuova base ritmica movimentata, la quale serve da guarnizione per il primo assolo, che anche in questo caso viene caratterizzato dai pedali che sporcano il timbro della chitarra, creando un effetto strano quanto interessante. Immediatamente dopo la conclusione del momento solista, Padden inizia a cantare, sopra la stessa strumentale che ci ha accompagnato fino ora, dove il riff della chitarra compie la maggior parte del lavoro nella struttura della parte ritmica. La traccia si fa più pesante nei momenti successivi, assieme all'entrata del pre-ritornello, quando il doppio pedale viene solcato dalle scarpe di Ahoff e le chitarre si incattiviscono assieme a Padden, che ringhia come un cane a cui si ruba il suo pezzo d'osso. La traccia precedente non è quindi l'unica a contenere un ritornello dalla melodia sconvolgente e particolare, testimoniato dalle chitarre che procedono con alternanze di veloci plettrate alternate e accordi dissonanti. Dopo questi dieci secondi, in cui il cantante si tranquillizza per un po', ci prepariamo a prendere un sospiro prima di risalire sulla giostra del riff che sale nella prima parte e scende in picchiata agli sgoccioli. La seconda chitarra emette suoni che vagano da destra a sinistra, che distraggono l'attenzione anche per evitare che la traccia risulti monotona in alcuni punti. L'indicatore di velocità sale nuovamente per segnalarci che siamo tornati nel pre-ritornello, ripetendosi e dando modo di aggiungere qualcosa di diverso soprattutto nella parte cantata. Il ritornello successivo viene riempito con una chitarra solista che duetta con la voce, rubandogli il giusto spazio. A 1:52 inizierà il bridge, un altro momento in cui Waters "perde tempo" ad inventarsi qualcosa per deviare il percorso della canzone. Così, la chitarra saltella con degli Hammer-on che fanno diventare la situazione più tesa, assieme ai tom della batteria, anch'essi intenti a fare la loro parte. In seguito, sarà proprio la batteria a rimettersi in riga, riprendendo un ritmo più naturale e tranquillo, aumentando con l'arrivo degli armonici della chitarra solista. La ritmica continua imperterrita a perpetrare la propria volontà, ma questa volontà le sue velleità risulteranno di breve durata, perché essa sarà rimpiazzata da una nuova chitarra solista che azzera quasi del tutto i bassi, lasciando unicamente il basso a spiccare. Si aggiungerà una seconda chitarra, che tenterà - riuscendoci - di andare a braccetto con la prima, per portarci ad un nuovo cambio di programma. La ritmica si riprende e cerca di rifarsi con i suoi modi accelerati, mentre la chitarra solista cerca sempre di assicurarsi un proprio posto da tenere per sé. Conclusa questa parentesi, ci sarà un ritorno alle origini con l'arrivo della strofa, dove interverranno dei cori ad enfatizzare la parola "Run!", unico momento in cui viene usato qualcosa per differenziare questa sezione dalle altre. Il pre-ritornello non farà altro che proseguire per la strada presa in precedenza, per poi concludere l brano con il refrain, nel quale potremmo constatare più di qualche abbellimento, grazie alla chitarra solista che è riuscita a dare delle sfumature utili e di conseguenza a donare più colore alla canzone. Molte storie d'amore non vanno a gonfie vele, e molte di loro, finiscono ancora peggio; ed è proprio in questo testo che viene raccontata la storia di un amore divenuto unicamente una patologia da estirpare. Mediante un litigio che ha recato ai due "innamorati" tutt'altro che un carico di romanticismo, ci viene dunque dipinta dinnanzi agli occhi una storia di violenza domestica, anche se (in maniera molto equa) gli Annihilator non vogliono farci capire chi sia la vittima e chi sia il carnefice, se sia l'uomo ad essere violento o la donna. Fatto, quest'ultimo, che può accadere, anche se non spessissimo. Tornando comunque al nocciolo della questione, la violenta litigata è sfociata di nuovo in una rissa bella e buona. Un pugno ed un colpo con la cornetta del telefono, qualcuno sanguina ed è ancora sotto shock. Le sirene della polizia si fanno sentire, ed è per questo che il protagonista pensa, fra sé e sé, perché diavolo si debba arrivare ogni volta sino a questo punto. Troviamo una persona con i sentimenti a pezzi, che decide dunque di rompere quel rapporto malato, chiedendosi perché l'amore si sia trasformato in violenza.

Death In Your Eyes

La canzone "Death In Your Eyes (La morte nei tuoi occhi)" si apre con un trilling di chitarra alla "Never Neverland", che devia con degli armonici alterati dal tremolo. Dei rumori appositamente inseriti dal chitarrista ci portano a ricevere un primo assaggio alla canzone, con un riff Thrash Metal controllato dal batterista che percuote l'Hi-Hat, facendo esplodere la canzone assieme all'entrata di Dave al microfono. La batteria cerca di essere più presente possibile, mettendoci il suo doppio pedale, con l'intenzione di infierire. La mano di Waters, dal canto suo, esegue un palm-mute scattante per mantenere vivo l'animo aggressivo che ormai si è creato, e la voce cerca di attenersi al vigore creato dalla strumentale. Successivamente, la batteria prende un po' più di carattere, togliendo il ritmo costante dei pedali e cambiandolo in un ritmo più "zoppicante". La traccia verrà intercettata da cambi di natura Progressive del pre-ritornello, che velocizzano ancora di più il tutto, scatenando anche la linea vocale melodica di Padden, che cede alla tentazione, prima di cadere nuovamente nell'oscurità del ritornello, dove la chitarra sarà inversamente proporzionale alla voce, visto che proprio la sei corde risulterà abbastanza leggera rispetto al tono inquietante del cantante. La batteria rimane neutra, come se rappresentasse l'equilibrio che si crea tra Padden e Waters. Dopo questo breve momento, si ritorna nella strofa scatenata, che mostra l'animo Thrash ancora acceso a distanza di anni nel cuore del chitarrista. Il cantante non è da meno e la batteria continua con un pattern "semplice" ma altamente efficace, che nella seconda metà della sezione, subisce un cambiamento per velocizzare il ritmo. Nel momento in cui la batteria attua questa modifica, anche la voce vuole distinguersi, inserendo trai versi degli scream intermittenti che recitano la parola "DIE!".Ci ritroviamo ancore nel pre-ritornello, che ci porta ad un nuovo cambiamento ritmico e atmosferico, dove possiamo ascoltare la batteria i cui suoni provengono da ogni componente della stessa. Segue, quindi, il ritornello, dove sembra che la chitarra sia stata ripresa dal bridge della tanto amata "The Fun Palace". Immediatamente dopo il refrain, la chitarra di Waters si fionda attraverso la ritmica Heavy Metal, facendo tenere in mente che chi la manovra non è di certo l'ultimo che ha preso in mano la sei corde, eseguendo dei passaggi che assumono un tono psichedelico dovuto all'alta velocità in cui le note viaggiano. A 2:16, un breve assolo di batteria chiude uno dei tanti capitoli di questa traccia, visto che nell'attimo successivo, la chitarra decide di prendere una nuova forma, tornando aggressiva e scattante, con un ritmo abbastanza pesante da farsi sentire anche all'Inferno, portando poi una chitarra d'accompagnamento aliena grazie agli slide geniali del chitarrista, che aggiungerà in un momento ancora successivo dei tapping supersonici per dieci secondi. A 2:51, tornerà un riff Heavy, che porterà anche una sfumatura di epica malinconia nell'aspetto musicale, ripetendosi per diversi secondi, anche quando la solista torna per dare sfogo alle proprie fantasie e colpirci per l'ennesima volta. Al termine dell'assolo, il riff è ancora presente, ed una seconda chitarra, cerca di arricchire l'armonia, con una efficace linea melodica in ottave. Questa sezione si ripete continuamente fina al minuto 4:16, per poi lasciare spazio al bridge, che porta un po' di quell'atmosfera Groove che ci ha accompagnato per tutto l'album (almeno fino ad ora). Dopo questo viaggio allucinante, torneremo nella realtà con l'inizio della prossima strofa, reso evidente soprattutto dalla voce del cantante, accompagnata da cori che urlano "HATE!", mentre la strumentale rimane immutata, come lo saranno il pre-ritornello ed il suo successore. La parte conclusiva avverrà con il riff del refrain, il quale accompagna una solista che alterna armonici lamentosi con alcuni momenti deliranti e ultraveloci, fino a quando questo delirio non si conclude con dei nuovi suoni prodotti dalla chitarra del mago Waters. La guerra è uno degli argomenti da cui una band Thrash metal prenderebbe solitamente spunto per qualche testo particolarmente diretto, ed infatti in questo contesto, viene espresso il concetto di guerra come "politica dell'odio" ed un modo per manipolare i pensieri della gente comune, separando i loro cervelli in due parti: la parte dove i pensieri dell'individuo restano nella testa dello stesso, e la seconda - quella che tiene a bada la prima - occupata dalla forza di chi controlla il potere mondiale. Quante volte, nel corso della nostra storia, siamo stati infatti raggirati e manipolati da un nutrito numero di politicanti, i quali hanno fatto di conflitti sanguinari argomenti di campagne elettorali? Dal Vietnam all'Iraq, all'Afghanistan alla Siria, ogni volta ci viene presentato un nuovo nemico, spuntato fuori chissà quando e chissà dove. L'unica cosa da farsi, secondo i brillanti ragionamenti del potere, è dunque quella di occupare con la forza determinate terre, con la scusa di "riappacificare" il tutto. A suon di bombe. Ovviamente, per la totalità delle volte si tratta unicamente di biechi interessi economici celati da "pericoli per la pace". Creare un nemico contro il quale far rivoltare il popolo è infatti una delle armi migliori che i potenti abbiano a disposizione. Credere che la minaccia più grande sia un matto abitante dall'altra parte del mondo, per far dimenticare in un lampo tutti i problemi presenti in casa propria: lavoro che manca, costo della vita insostenibile, assistenza sanitaria quasi inesistente eccetera. La guerra, inutile a dirlo, è una delle distrazioni migliori che esistano.

Payback

Visto che il lato Groove è venuto meno negli ultimi istanti, i ragazzi decidono di compensare questa "perdita" con la intro di "Payback (Vendetta)", che ha come strumentale la stessa componente che ascolteremo nella strofa, dal momento in cui Padden entra rumorosamente in scena, portando un notevole cambiamento nell'anima della traccia. Così, le sue parole volano echeggiando grazie agli effetti inseriti in studio. Arriveremo al ritornello, dove le chitarre eseguono un trilling sfrenato creando un'atmosfera ancora più sinistra, nel frattempo che Padden urla ferocemente contro il suo nemico. La batteria, come in diverse occasioni, mantiene la propria efficacia senza strafare, inserendo anche qualche doppiopedale che non guasta mai. Seguirà un breve intermezzo con tanto di assolo, che durerà fino ai dieci secondi successivi. Le parole ricominciano ad uscire dalla bocca del cantante, facendo iniziare una nuova strofa, senza cali e con la stessa intenzione di portare aggressività al pezzo. La chitarra comincia a trillare, dando così inizio anche al successivo ritornello, che si ripeterà ancora una volta per poi farci trovare di fronte ad un bridge che, grazie alle chitarre gravi ed oscure, ci spinge a danzare con esso, soprattutto quando la batteria subisce un cambiamento, passando da un ritmo leggero e costante ad un effetto "timewarp", alternando rullante, piatto e Hi-Hat. Ma quello che abbiamo ascoltato negli ultimi secondi non è stato l'unico momento di distacco rispetto al normale corso della canzone: infatti seguirà una sezione dove il tono cambia leggermente, con delle chitarre che si fanno ancor più maligne, quasi inquietanti. Nel frattempo che la batteria va in doppio pedale, Padden accenna un lieve Growl come per farci capire che stiamo parlando di una traccia la quale vuole mostrare un lato ancor più aggressivo di quello mostrato fino ad ora. Da 2:19, la traccia si arricchisce introducendo una miscela di Prog Thrash e Groove in soli venti secondi. Il momento dedicato della chitarra solista arriverà successivamente, quando una ritmica che scambia tecniche di plettrata alternata e palm-muting, sostiene il sound dell'assolo in esecuzione. La batteria fa il suo, con un ritmo spedito e Thrash, facendo garantire l'imminente irrefrenabilità del momento. Ancora uno Scream per concludere il delirio e ritrovarci ancora nel riff della strofa, dando il suo inizio definitivo con la voce di Padden paradossalmente più carico di prima, portando la sua carica insieme agli altri anche nel ritornello. La chitarra solista si ripresenta come un fulmine, nel frattempo che la ritmica tira fuori un riff simile a quello che abbiamo ascoltato nel bridge di "Clown Parade" (dall'album precedente, "Metal"). Così, gli ultimi secondi vengono sfumati, nel frattempo che l'assolo continua a persistere nella strumentale. "La vendetta è un piatto servito freddo", citando un Western anni '70: abbiamo appena ascoltato una traccia che si incentra, difatti, su chi ha subito degli atti ingiusti. Su chi, come i protagonisti di vari brani di questo disco, ha dovuto sottostare ad umiliazioni continue, perpetrategli dalla vita o da terzi. Quando subire diviene troppo, anche i buoni possono scoprire nel loro animo una cattiveria che mai avrebbero immaginato di possedere. Nascono perdenti per poi tramutarsi in vendicatori a sangue freddo, quando è la Vita stessa che lo richiede. Sfoderano dunque i denti e gli artigli, facendo capire che tutti abbiamo dei punti deboli e che non bisogna mai dare tutto per scontato. Chi si crede invincibile ha già perso, proprio perché non più abituato a mettersi in gioco ed a combattere. Dall'altra parte, chi subisce dunque queste vendette, a volte apre gli occhi e si ritrova ad incamerare determinate lezioni di vita. Il mondo che aveva visto fino a quel momento gli appare infatti in un'ottica diversa, esperienza che trasforma soggetti dapprima malvagi in persone che acquisiscono voglia di cambiare e migliorare il mondo, capendo i loro errori.

Romeo Delight

Il gran finale spetta quindi a "Romeo Delight (Il piacere di Romeo)", rivisitazione da parte degli Annihilator di un classico dei Van Halen, tratto dall'album "Women and Children First" del 1980. Si parte con degli armonici allegri, che viaggiano assieme alla batteria, per poi arrivare al vero inizio della canzone, quando i powerchord si fanno sentire assieme al basso. La batteria non si ferma neppure quando il cantante inizia il suo lavoro, anche se Ahoff ci andrà leggero con i piatti del suo charleston, inserendo colpi di grancassa soltanto per aggiungere degli accenti laddove la chitarra chiede supporto. Anche la sei corde cerca di non solcare troppo il palcioscenico, infatti cerca soltanto di accennare una melodia nel frattempo che la voce recita le parole della strofa. Nei secondi successivi, fino a 1:02, la canzone si scatena e trascina con quel suo fare Hard Rock, portandoci a ballare sulle nostre sedie. La voce non ha nulla da invidiare dal cantante della traccia originale, anche se in questo contesto si parla naturalmente di un altro genere, per il quale l'ugola del Nostro va più che bene. La strumentale si placa di nuovo, e quindi anche la voce cerca di reagire nello stesso modo. Nel momento in cui stiamo ascoltando questa strofa, il basso assume una certa importanza, anche se rimane il meno percettibile rispetta agli altri componenti. Così, nel momento successivo, torniamo nella mischia del Rock più duro che possa esistere, con il ritorno della voce vigorosa di Padden che si fa largo tra le danze degli strumenti. Arriva poi il momento solistico, con la chitarra che cerca di trattenersi rispetto alle altre tracce, dato che si tratta di un genere evidentemente diverso, procedendo con dei passaggi che si distinguono da quelli originali, senza alterarli in modo eccessivo. Il basso cerca ancora di intrattenere il nostro cervello nel frattempo che la batteria torna a tranquillizzarsi, ma dopo alcuni secondi di pausa, torna una chitarra delicata ed una voce che stupisce anche in questa situazione, grazie alla propria versatilità. Si aggiunge intanto una doppia voce che arricchisce l'armonia, fino a quando l'anima da romanticone di Padden non esce fuori con l'intonazione delle parole "..Feel my heart beat", che si ripetono in un momento successivo, quando questa voce acquisisce sempre più importanza, dato che la chitarra distorta farà un passo indietro e lo spazio da riempire si allargherà di conseguenza. Quel distorto farà pian piano ritorno per introdurre il nuovo refrain, facendoci tornare a danzare e rallegrandoci dopo un album pesante a livello emotivo. E' con questo mood che questa traccia arriverà alla sua conclusione, con un ultimo assolo di breve durata ma di grande effetto, degno di uno dei più grandi chitarristi dei nostri tempi. Una traccia che cavalca l'onda del Rock 'n' Roll, un rifacimento di una delle tante scatenate tracce degli ineguagliabili Van Halen. La storia di un Rocker sopra le righe, che cerca eccitazione nella combinazione di donne e crimine, nel frattempo che l'alcol scorre nelle sue vene. Insomma, non il classico "buon partito" che qualsiasi madre sognerebbe di vedere accanto a sua figlia. Un ribelle scanzonato e pericoloso, amante del brivido, del rischio, dell'avventura. Un uomo che non è fatto per la vita sedentaria, "tranquilla". Un rocker implacabile con il suo strumento, che ammalia le donne come un qualsiasi Romeo anche se, a differenza del personaggio shakespeariano, non promette amore eterno né risulta un tenero ragazzo innamorato. Tutt'altro, il protagonista delle liriche è uno scapolone impertinente, che desidera unicamente una cosa dalla sua donna: divertimento. Una volta spenta la fiamma, saprà dove cercare. Rimbalzando da una ragazza all'altra, vivendo sempre sull'onda del brivido e dell'avventura. Una rivisitazione che tutto sommato lascia le sue origini dove è necessario, concludendo l'album con una traccia degna di essere chiamata "cover".

Conclusioni

In ultima battuta, possiamo dire d'aver appena ascoltato quella che si può chiamare un'opera d'arte. Naturalmente, non sarà il lavoro che ci saremmo aspettati dopo un disco come "Metal".. ma questa volta, i nostri ci hanno proposto un variegatissimo ed ecletticissimo Groove/Thrash Metal su di un piatto d'argento, ai limiti della tecnica e della frenesia. Padden , poi, è un vero asso nella manica di Waters, anche se per quanto riguarda il chitarrista canadese, non servirebbe certo (in maniera fondamentale, almeno) un supporto per fargli fare un buon lavoro. E' vero che un'arma con molti colpi non deve per forza essere la più efficace, e che la quantità troppo spesso non determina la qualità: ma ogni volta può esserci un'eccezione, e se in un album del genere possiamo contare ben sessantasei assoli di grande calibro, mai noiosi e sempre azzeccati, allora possiamo naturalmente desumere da tutto ciò la validità di un contesto che, ancora una volta, fa riferimento al solo ed unico Jeff; presenza fondamentale per la buona riuscita di questo progetto. Grazie alla genialità di Waters e ad una formazione di supporto più che valida, dunque, "Annihilator" riesce a risultare un lavoro più che efficace, soprattutto per chi riponeva grandi aspettative su di esso. Un disco stupefacente sin dalla cover. La copertina, come dicevamo poi nella intro, presenta una figura insolita, soprattutto se teniamo a mente gli artwork precedenti ed il fatto che sia stata creata dello stesso realizzatore di questi ultimi. Waters decise di far uscire una copertina che andasse, difatti, proprio a braccetto con la tendenza dello Zombie, una moda che si aggirava nel 2010, e che di lì a poco sarebbe definitivamente esplosa con la fortunata serie "The Walking Dead". Insomma, tutto calcolato, da inizio a fine: decisamente un bell'esordio ed un colpo fortiunato per la "Earache Records", la quale ha visto bene (soprattutto!) di lasciare carta bianca a Jeff, il quale ha potuto quindi   occuparsi senza interferenze della produzione, riuscendo trovare la giusta equalizzazione per creare un sound che potesse tenere bada le varie frequenze, facendo trovare un compromesso tra gli alti, medi e bassi. Menzione d'onore, poi, per il drummer qui incaricato di supportare il combo. Waters ha dato atto, nel corso degli anni, del suo buon occhio (o meglio orecchio) per i buoni batteristi, assicurandosi una line-up sempre infallibile. Possiamo parlare quindi di un disco che, grazie a questi accorgimenti, risulta estremamente pesante nel sound ma leggero all'ascolto, caratteristica generata dall'estrosità del trio e dalla buona capacità di inserire dei pezzi che, per quanto possano essere continuamente martellanti , non ci hanno mai fatto pesare la volontà di ascoltare, grazie a svolte melodiche improvvise seppur brevi e a cambi repentini d'atmosfera. Abbiamo contemplato uno dei tanti lati che questo gruppo può mostrare, che si avvicina molto al lavoro del loro undicesimo album "Schizo Deluxe". In questo "Annihilator", tuttavia, non sono presenti ballad o brani cantati interamente da Waters. I brani sono stati ordinati nel modo giusto e sembrano dare eterogeneità momento dopo momento, ma allo stesso tempo risultano tutti abbastanza compatibili l'uno con l'altro, adatti a creare un sound ed uno stile che comunque rendano il lavoro "monocromatico" e per nulla dispersivo. Discorso a parte la canzone conclusiva che, per quanto i ragazzi abbiano buone capacità nel contaminare le canzoni altrui con il loro sound, ha di fatto alleggerito il carico complessivo. Ma poco male, visto che questa cover può considerarsi più che dovuta, vista l'ammirazione che Waters ha sempre dimostrato per il grande Van Halen. Per concludere, gli Annihilator hanno mostrato abilità nel saper tirar fuori qualche coniglio dal cilindro, risultando quasi una band imprevedibile, seppur sfortunata. Il voto è nettamente superiore a quella che si definisce "sufficienza", anche se non si potrà mai sormontare l'eccellenza di "Never ,Neverland", o almeno fino a quando lo stesso album del 1990 non verrà cancellato dalle pagine della storia musicale; scenario impossibile, neanche a dirlo.

1) The Trend
2) Coward
3) Ambush
4) Betrayed
5) 25 seconds
6) Nowhere To Go
7) The Other Side
8) Death In Your Eyes
9) Payback
10) Romeo Delight
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