ANNIHILATOR

Alice In Hell

1989 - Roadrunner Records

A CURA DI
SAMUELE MARIANI
16/03/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Siamo alla fine degli anni '80, più precisamente nell'Aprile del 1989; anno che vede l'uscita, per la "Roadrunner Records", del masterpiece "Alice in Hell", il disco d'esordio della Thrash metal band Annihilator. Il genere Metal, con i suoi derivati, si è affermato già da qualche anno ma è comunque in continua evoluzione, tanto che l'anno in questione è molto significativo sia per la casa discografica di origine olandese sia per la scena metal stessa; abbiamo proprio nell'89 il lanciato sul mercato del Death Metal malato e putrescente di "Slowly we Rot" degli Obituary (altro album di esordio), senza dimenticarsi di "Beneath the Remains" dei Sepultura, di "Heresy" dei Paradox e dell'immortale "Conspiracy", quarto album del leader dell'ex frontman dei Mercyful Fate, ovvero King Diamond. Concorrenza a dir poco aggressiva, che comunque non scoraggiò gli Annihilator ed anzi, forse li spronò a dare il meglio di loro stessi, per presentare al pubblico un lavoro che divenisse un immortale caposaldo di un genere. Il gruppo era (come oggi, d'altra parte) rappresentato fondamentalmente dal chitarrista e leader Jeff Waters, mentre gli altri membri che presero parte al progetto (ed hanno preso parte) sono stati accompagnatori di passaggio che nella maggior parte delle occasioni hanno avuto una permanenza di breve durata. Nonostante le grandi potenzialità del loro frontman, tutt'oggi acclamato come un maestro del technical Thrash, gli Annihilator dovettero aspettare ben 5 anni prima di poter partorire il primo album, e tra il 1985 e il 1988, rilasciarono così ben 3 demo in formato cassetta: "Welcome to your death" (1985), "Phantasmagoria" (1986) e "Alison hell" (1988), titoli che poi verranno riportati nell'opera del'89 . Il primo Demo (nel quale troviamo Paul Malek alla batteria, Dave Scott al basso e John Bates alla voce) contiene tracce che verranno scartate e non riproposte nel debut (nella fattispecie "Gallery Of the Grotesque" e"Back to the Crypt") ma che verranno poi inserite nella compilation di inediti e di demo chiamata "Bag of Tricks" (1994); sorte diversa per la traccia "Lust of Death", successivamente ribattezzata "Human Insecticide" ed inserita invece nell'album; il secondo Demo, vista la dipartita del primo cantante John Bates -che ha il merito di essere il co-autore dei testi di "Alison Hell", "W.T.Y.D" e "Human Insecticide"- prima d'essere realizzato vide necessariamente un lasso di tempo occorso per la ricerca di un sostituto, fino a quando Waters prese la decisione di incidere anche le parti cantate, usando uno stile vocale appartenente più al Death Metal, non tecnico quanto le sue abilità chitarristiche ma abbastanza deciso, adatto a dare un carattere ai testi. Il terzo Demo, invece, presenta "solamente" 2 tracce, una per lato: la instrumental track "Crystal Ann" sul lato A e l'intramontabile "Alison Hell" in quello B. Giunti a quel punto, gli Annihilator si rendono conto di avere tra le mani abbastanza materiale da promuovere, tanto da poter iniziare a promuovere la loro proposta. Si impegnarono, quindi, ad inviare più demo possibili alle case discografiche, fin quando la "Roadrunner" tese la mano. "Alice in Hell" venne prodotto da Jeff Waters stesso e registrato a cavallo fra l'88 e l'89. La line-up in studio è composta dal cantante Randy Rampage, dal batterista Ray Hartmann e Jeff,che oltre ad eseguire il proprio ruolo in studio, ha anche registrato le parti di basso / backing vocals, dirigendo supervisionando anche la batteria. Possiamo inoltre vedere, nei crediti del disco, i nomi della line-up live di quel periodo; costituita da Wayne Darley al basso, Jeff Waters alla chitarra solista, Randy Rampage alla voce, Anthony Greenham alla chitarra ritmica e Ray Hartmann alla batteria. E fu proprio l'attività live degli Annihilator a garantire il successo di un album come "Alice..", visto che Jeff fu abilissimo nello sfruttare appieno le importanti vetrine che gli furono sin da subito messe a disposizione. Per promuovere il lavoro, difatti, la band si imbarcò in due importanti tour a supporto di autentici giganti del Thrash Metal britannico ed americano. Da una parte ci fu la condivisione del palco con gli Onslaught nel loro "In Search of Sanity Tour", dall'altra l'esperienza a fianco dei Testament, in quegli anni impegnati nel "Practice what you Preach Tour". Nomi importantissimi che decisero di condividere i propri spazi con questa realtà in via di affermazione, questi Annihilator che stavano dunque sfruttando la decisa ambizione di Jeff Waters; il quale, nemmeno a dirlo, era intenzionato ad arrivare molto in alto. Da troppi definito un "dittatore" nel corso degli anni (proprio per via della gran girandola di componenti alla quale gli Annihilator andarono in contro), in realtà la personalità di Waters era sin da subito ben definita: quel gruppo doveva essere, sostanzialmente, una one man band che avrebbe usufruito di degni compari per quanto riguardava la sede live e quella studio. Il cervello, il mastermind, sarebbe stato solo Jeff, il quale avrebbe in seguito scelto di volta in volta i collaboratori che più considerava adatti a concretizzare le sue idee, ispirazioni ed aspirazioni. Missione sin da subito compiuta, in quanto "Alice in Hell" si rivelò sin da subito un disco interessante ("Loudwire" lo inserì in nona posizione fra i dieci migliori dischi thrash di tutti i tempi NON prodotti dai cosiddetti "Big 4"), portatore di un modo molto tecnico e ricercato di intendere il Thrash. Del resto, da un ragazzo cresciuto a pane ed Hard Rock e con studi di chitarra Jazz alle spalle, non ci si poteva aspettare un qualcosa di scontato. Jeff fu bravissimo ad unire le suggestioni giovanili in un unicum che, di fatto, segnò l'inizio di una nuova storia. Per il suo gruppo e per il Thrash in generale.

Crystal Ann

L'album ci prepara ad entrare nel mondo di Alice con "Crystal Ann", una traccia strumentale, acustica e meramente tecnica. Una miscela di arpeggi ed assoli puliti ma al contempo veloci che ti trascinano in un'atmosfera sempre più malinconica man mano che la traccia scorre. La chitarra classica è protagonista ed è proprio grazie a quest'ultima, grazie a questo particolare modo di comporre e suonare che Jeff Waters dà un'idea delle sue capacità compositive, presentando un pezzo forse strutturalmente facile (vista l'andatura lineare, la durata e il groove che si ripete più e più volte), ma intrinsecamente dotato di notevole sapienza attorno all'armonizzazione. Un brano che quasi ci dà l'impressione che uno dei più grandi compositori classici dell'800, si sia reincarnato in un 23 enne chitarrista canadese. Ottimo biglietto da visita, non c'è che dire. 

Alison Hell

 Dunque, appena passata questa intro (la quale ha avuto l'ordine di gridare "accendete i motori!"), l'album prende il volo con l'avvicendarsi della reginetta del ballo, "Alison Hell" (musica di Jeff Waters con menzione d'onore, nei credits, anche di John Bates). Questa volta, l'occhio di bue si focalizza sulla linea di basso, che per circa una decina di secondi ha il palcoscenico tutto per sé. Poi arriva la chitarra, che duetta con lo strumento per creare un'atmosfera horror alla "Nightmare on Elm Street"; dopodiché tutti gli strumenti si fanno sentire all'unisono con degli stacchi, i quali avvertono che il vero incubo sta per cominciare. Così arriva l'inciso, talmente potente che anche dopo oltre 25 anni, fa sì il proprio eco risulti ancora presentissimo e roboante. La chitarra esegue una scala la quale sale e scende in modo continuo, e notiamo (di contro) come le cose che non siano invece continue, siano proprio le tecniche che vengono usate per eseguirla: dal palm muting alla plettrata alternata . Verso il minuto e 40, dopo un amabile arpeggio e un accenno di dissonanti note che si protraggono per una manciata di secondi, arriva un riff incalzante e veloce che introduce la voce di Rampage, la quale recita: "Alice isn't it frightening? Alice aren't you scared? Alice isn't Wonderful, living life afraid?", e questa strofa fa capire la piega che prendera questo pezzo. Si prosegue così in maniera decisa, con la voce rabbiosa del singer che ben si addice all'atmosfera generale, la quale vuole dunque ricreare un'atmosfera "da film del'orrore". Rampage si fa udire con diversi acuti ed il lavoro chitarristico in sottofondo non cambia, mantenendosi su di un mood oscuro ed incalzante, facendoci letteralmente vivere il pezzo, facendo salire i livelli di ansia ed inquietitudine. Minuti 3:25, momento che quasi fonde atmosfere alla King Diamond con richiami al neoclassical Metal, mediante tutta una serie di falsetti sfruttati dal singer ed il modo quasi "barocco" di dipanarsi dei riff di chitarra. Si arriva così ad un bell'assolo di chiara forgia Mercyful Fate, il quale ci porta alla mente i grandi momenti di Shermann Denner. Grande frangente in cui Jeff dà il meglio di sé, mostrandoci la sua tecnica. Si riprende dunque con il riff incalzante e preciso già udito dopo l'entrata in scena di Rampage, e ci avviamo alla definitiva conclusione di un brano trascinante ed intenso, pregno di rimandi e tradizioni fra di loro differenti ma in questo caso rese complementari dalla grande abilità e dall'orecchio musicale di Waters.  Parlavamo di King Diamond e di quanto lo stile del Re sia stato abbastanza chiamato in causa dagli Annihilator. Osservando le liriche, possiamo accorgerci di come l'influenza non sia stata solamente musicale, ma anche lirica. L'immaginario "horror" della track sembra infatti richiamare a gran voce i temi portanti di album come "Them" e la stessa Alice ci appare molto simile ad una Missy o ad una Miriam, personaggi femminili ricorrenti in tutte le storie di fantasmi e demoni narrate da Diamond. Jeff ha preso come primo tema da trattare proprio la paura, quella provata da una giovane donna intrappolata all'interno di una casa che ella percepisce stregata sindalla più tenera età. Alice è infatti sin da bambina preda di visioni terrificanti riguardanti "l'uomo nero". Visioni ai quali i genitori non sembrano dar molto peso, riconducendo il tutto ad una sciocca paura infantile.. non rendendosi conto che le esperienze della bambina ed in seguito della ragazza erano frutto di una degenerazione mentale, trascurata da parenti negligenti e dunque trasformata in pazzia definitva a causa della noncuranza. Alice è solita scendere da basso ogni notte, per verificare che nella sua abitazione non ci sia effettivamente qualcuno. O qualcosa.. un qualcosa di ancestrale e demoniaco, che dapprima la invita a "non sbirciare dietro l'angolo" ma in seguito si diverte ad attirarla a sé con fare satanico e tentatore. Le chiede se ha freddo, se ha paura, con un fare fra il sornione ed il divertito, mentre la ragazza scende le scale in maniera insicura e claudicante.. tuttavia, non potendo fare a meno di proseguire. Troverà un'orribile sorpresa, una volta scesa la rampa ed osservata una porta in particolare.. una porta che non doveva essere aperta e che invece verrà spalancata, liberando il demonio. La Paura è dunque al centro di tutto: si può credere che la scelta di questo argomento sia stata dettata dal fatto che la paura è forse l'emozione che sovrasta tutte le altre e, paradossalmente, si tratti di un qualcosa che risveglia a sua volta le emozioni che fanno la differenza, sin dalla storia dell'uomo: la rabbia, l'ansia,e la rassegnazione. La paura che ci fa visita quando siamo più vulnerabili, ovvero nei nostri sogni.. quei sogni che con essa si trasformano in incubi. La paura può trasformarsi in paranoia, specialmente se sei una ragazzina che si ritrova a vivere una solitaria avventura notturna, soprattutto se si tratta di un incubo, e soprattutto se questo incubo diventa un Inferno.

W.T.Y.D.

"W.T.Y.D. (Benvenuto Nella Tua Morte)", la quale vede ancora la co-firma di John Bates in sede di songwriting, è la terza tessera di questo mosaico. La traccia parte con il guitar hero Jeff che esegue una intro scattante e tipicamente Thrash. "Welcome TYour Death", è questa la frase che Randy Rampage ribadisce nella traccia. Il brano è tra i più veloci dell'album il quale si fregia del gran lavoro di doppio pedale di Ray Hartmann, la voce graffiante di Rampage e il talento di Waters, un mix di esperienze ed espedienti che ci trascinano letteralmente in un viaggio fatto di frenesia. Il brano procede dunque in maniera lineare per quasi novanta secondi, fino a quando non arriviamo al minuto e 33, quando la canzone cambia radicalmente tono mediante un arpeggio melodico e mesto, assai malinconico, presto sorretto da un ritmo incalzante ma non forsennato. Successivamente la chitarra scandisce un riff abbastanza concitato, sino a quando Jeff non decide di lanciarsi assolo (sempre poggiato sull'esperienza dei Mercyful Fate) sempre rimandante in alcuni punti al neoclassic, facendo suonare il suo strumento come un carrilon infernale. Ad un certo punto, il tutto sfiora addirittura un effetto allucinogeno, come è di consuetudine del chitarrista. Grande momento, sicuramente fra i migliori di tutto il disco. In seguito, il bridge riparte senza preavviso come un pugno in faccia: il tutto si ristabilisce sull'andatura originaria, "donando" le nostre teste al più frenetico degli Headbanging. Questa volta è la morte ad essere chiamata in causa. Morte che, sin dall'alba dei tempi, può essere intesa in due modi: il capolinea di un grande viaggio per alcuni, un nuovo inizio per coloro i quali credono che dopo di essa ci possa essere altro. Il testo risulta essere abbastanza criptico in sede di scrittura, può quasi essere considerato una giustapposizione di immagini le quali hanno comunque, come tema centrale, una visione assai disillusa del momento del trapasso. Morire è semplicemente la fine di tutto, l'annullamento dell'essere, la fine dei giorni. Avere fede servirebbe poco a nulla, secondo gli Annihilator, visto che saremo destinati comunque all'oblio perenne. Inutile sperare nelle stelle cadenti, inutile scappare ed inutile nascondersi: il ciclo della vita è inesorabile, e quando decide di giungere alla fine, non possiamo fare altro che accettarlo. Le visioni scatenate dal gruppo sono ad dir poco apocalittiche ed inquietanti, di difficile interpretazione; tuttavia, il perno del tutto sembra essere proprio la sostanziale incapacità dell'uomo di accettare il suo destino, fatto di ossa e polvere. Siamo nati morti, proprio come ci viene detto dai Nostri, i quali cercano di risultare più perentori e disillusi che mai. "non puoi arrivare alla fine, non puoi neanche iniziare", una frase senza dubbio adatta a rendere il concetto di quanto, la vita umana, sia di per sé fragile ed effimera

Wicked Mystic

Siamo arrivati a "Wicked Mystic (Mistica Malvagità)" , la quale porta questa volta anche la firma di Jody Weil. Il brano parte con un riff cupo ma anche molto dinamico, presto seguito da un assolo che introduce una canzone sostanzialmente lineare come la traccia precedente, anche se pronta a rivelarci più di una sorpresa. L'oscurità generale viene mantenuta lungo tutta l'esecuzione, difatti ad un primo ascolto parrebbe la traccia più smaccatamente "Thrash" composta dal gruppo, il quale decide di riprendere a piene mani dalla nobile tradizione della Bay Area per sfogarsi in un riffing che potrebbe addirittura rimandare a degli autentici colossi come gli Exodus. Dal minuto 1:17, però, possiamo iniziare ad udire distintamente il basso, il quale diviene uno dei protagonisti assoluti della canzone, la quale si rivela in questo frangente (quello che porterà ad un nuovo assolo di Waters) abbastanza articolata nonché ricca di stacchi e, come di consueto, anche di tecnica. Arriva dunque il momento dell'assolo, momento in cui l'epicità del contesto sale a dir poco alle stelle. Waters decide ancora una volta di superare sé stesso, andando ad adottare uno stile a metà fra l'Heavy ed il Thrash, porgendo il fianco dapprima a velleità Speed ma poi abbondando in melodia, in un susseguirsi di note velocissime ma anche calibrate al punto giusto da farci apprezzare un gusto per la composizione non per nulla fossilizzato sul Thrash, ma anche profondamente derivante dal mondo Heavy ed Epic, in determinati casi. Si riprende, dopo l'assolo, con i ritmi concitati e la voce effettata di Rampage; giungendo alla fine fra lamenti demoniaci e cori dannati. Proprio grazie a questo espediente capiamo ancor di più, leggendo le liriche, come questa canzone alluda alla malvagità intrinseca al genere umano, ad ogni persona esistente su questo pianeta. Nessuno nasce innocente, la "mistica malvagità" nasce con noi e risiede in noi. Il testo spiega infatti che nei nostri cuori è sempre vissuto un lato oscuro, che ha (consensualmente con noi o meno) dominato e domina le nostre esistenze dall'inizio alla fine, facendo breccia soprattutto nell'animo delle persone più deboli e superficiali. Liriche le quali spiegano anche che alcuni di noi si rassegnano subito a questi demoni, e vivono la loro vita cercando di far emergere quelli altrui, cercando di portare "nel regno delle ombre" quante più persone possibili. Il tutto è spiegato mediante un'immagine nella prima strofa, che sembra parlare di un "reietto" degli "dei celesti". Ovvero, Lucifero: l'angelo che si ribellò a Dio e che da quel giorno venne scacciato dal paradiso, nonché identificato come il rappresentante del Male sulla Terra. In noi dominano dunque due componenti: da una parte il bene e dall'altra il male. Impossibile trovare qualcuno che possa ritenersi senza macchia, impossibile credere veramente che esistano persone pure sino al midollo. Tutti noi siamo preda dell'artiglio notturno, quello che ci fa perdere la bussola e ci induce dunque a compiere azioni delle quali, in seguito, potremmo anche pentirci. Pur avendo chiesto perdono, però, la nostra esperienza rimarrà sempre marchiata da quella discesa nella nebbia. Cosa fare, dunque? Se la malvagità è "mistica" e ci accompagna sin dalla nascita, lottare contro di essa servirebbe a poco. 

Burns Like A Buzzsaw Blade

"Burns Like A Buzzsaw Blade (Brucia Come Una Sega Circolare)", firmata da Jeff WatersJody Weil e John Bates, è un altro pezzo dalla durata non importantissima e dalla struttura pressoché lineare. Il testo (e lo verificheremo in seguito) porge il fianco ad una sostanziale e goliardica lascività, e proprio in virtù di questo anche la componente strumentale ha deciso di porsi "sopra le righe"; nonostante il tema trattato avesse potuto lasciare delle possibilità per un sound più pacato e sensuale, difatti, è stato di contro deciso di adottare uno stilema generale forse anche più aggressivo del sound delle canzoni che abbiamo ascoltato precedentemente. La batteria non è selvaggia in purissimo stile Slayer ma non per questo non si esime dall'esprimere la decisione che il pezzo vuole trasmettere, mentre la voce di Rampage, come sempre, ha saputo interpretare alla grande il contesto. Si parte dunque con veloci rullate di batteria ed un riffing che riprende incredibilmente da vicino esperienze Heavy quali Riot prima maniera o comunque suggestioni britanniche tipiche della nobile scuola del Metallo d'Albione. Il contesto, tuttavia, si inasprisce dopo un mini arpeggio di Waters, portando il pezzo ad eseguire un riffing massiccio e pesante, oscuro e crudele. In alcuni casi potremmo addirittura definirlo "simil-Death", così come dal mondo dell' (ancor più) estremo sembra riprendere l'assolo di Jeff, il quale dona alla sua melodia un che di morte ed oscurità, optando sempre per una tecnica mirabolante ed uno stile camaleontico in grado di adattarsi alle varie sfumature che il disco vuole presentare. Momento solista diviso in due parti, la cui ultima metà ci porta di fatto alla fine del pezzo, chiuso mediante un urlo spettrale di Rampage e da un inquietante tintinnio di china bells. Anche i brani più lineari e brevi degli Annihilator nascondono una capacità di metamorfosi improvvisa davvero d'alta scuola. Tutto quel che era partito come un brano "Heavy" si è risolto in un dipanarsi di riff Thrash a dir poco crudeli, pesanti e sanguinolenti. Del resto, come dicevamo all'inizio, questo è stato il modo degli Annihilator per raccontare una goliardica storia sessuale. Il testo, pur essendo abbastanza esplicitom non scende comunque in volgarità, ed anche da questo possiamo capire l'intelligenza di fondo con la quale è stato gestito questo progetto, il quale non voleva certo darsi in passo ad estremismi che non gli sarebbero poi stati troppo consoni. Tuttavia, la scena descritta non avrebbe sicuramente sfigurato all'interno di un disco degli W.A.S.P. Difatti, le liriche sono incentrate sulle mirabolanti "contorsioni" di una coppia di amanti intenta a far decisamente furore. L'immagine della sega circolare è data dalle scintille della lama a contatto con il materiale trattato (l'immagine della motosega posizionata sul "pacco" di Blackie Lawless ce la ricordiamo tutti!), una lama che dunque assurge a simbolo del contatto uomo-donna. Un contatto infuocato, scintillante, che proietta i due amanti protagonisti nell'iperuranio della lussuria e del piacere. Non sono mai sazi, lui vuole far in modo che la sua compagna goda quanto lui ed è per questo che si cala nella parte in maniera totale, abbandonandosi fra le braccia della sua vogliosa Lei. Baci, leccate, scintille.. tutto sta per divampare in un totale incendio, casa e letto compresi. Urlanti di piacere e madidi di sudore, i due decidono di concedersi un piccolo break.. ma solo per poter ricominciare più carichi di prima! La notte è appena cominciata, smetteranno all'alba; fino ad allora, però, la parola d'ordine sarà ESAGERARE! 

Word Salad

"Word Salad (Senza Senso)" è la traccia che apre il Lato B del disco, nonché una delle tre canzoni che sono state scritte esclusivamente da Jeff Waters. Una traccia, possiamo notarlo dai suoi quasi sei minuti di durata, di più ampio respiro rispetto alle altre, supportata da un testo criptico ma forgiata da delle componenti strumentali di tutto rispetto: il tutto viene aperto da un arpeggio malinconico dapprima intervallato ed in seguito totalmente spezzato da un riff rugginoso ed inclazante, seguito da un guitar work incedente e turbinante, tuttavia presto mitigato da un particolarissimo uso della melodia. Jeff dialoga letteralmente con sé stesso, e soprattutto nel ritornello sembra amplificare questo "sdoppiamento", facendo parlare alla sua chitarra -contemporaneamente- due lingue diverse. Cambi continui, martellamenti capaci di entrare letteralmente nel cervello dell'ascoltatore e che quasi ci fanno provare le stesse sensazioni del protagonista. Letteralmente e "parodiando" il titolo, un'insalata di suoni fatta da un grande chef della musica, dove tra il dolce dei puliti in fase di guarnizione ed il salato di groove e riffs ostili, si crea un gusto equilibrato e decisamente adatto a palati pressoché esigenti. Ancora una volta viene fuori la natura eclettica di Waters, il quale non ci sta assolutamente a dichiararsi schiavo di un determinato tipo di songwriting ma innalza il Thrash ad un qualcosa di più articolato, più personale, decisamente "proprio". Certo derivato dai grandi del genere, questo non lo si mette in dubbio. Tuttavia, brani come questo sono sintomatici di una personalità artistica da non sottovalutare assolutamente. Fra continui giochi ed alternanze, arriviamo dunque al minuto 2:30, momento in cui viene ripreso il dolce e mesto arpeggio udito in precedenza, il quale presto si tramuta in un assolo che, tecnicamente parlando, risulta tra i più difficili dell'intero platter. Difficoltà che scaturisce dalla fusione tra velocità e tecnica, contesto in cui il manico della chitarra potrebbe quasi prendere fuoco da un momento all'altro. Velleità Heavy e velocità Thrash, Waters si supporta mediante un ottimo riff ritmico sul quale può dunque stagliare una pioggia di note al fulmicotone le quali si fanno distinguere nitidamente e che non conoscono letteralmente sosta (non considerando un mini stacco verso la fine dell'espressione solista). Si riprende dunque lo stilema "thrash" verso la conclusione, la quale vede ancora un ottimo lavoro di Rampage al microfono ed un assolo di forgia Mustainiana eseguito da Jeff, il quale si diverte in chiusura persino a riempire il suo nuovo assolo di effetti "spaziali", facendo risultare il tutto un quasi tributo ai grandi Voivod. La pelle della sei corde di Waters cambia ancora ed è proprio sul suo sfogo ultimo ed ultimato che il brano si chiude. Sicuramente la traccia migliore del disco, una delle costruzioni più articolate e difficili di questo grande genio canadese. Potevamo già intuirlo dalle sensazioni musicali, liricamente parlando questo si dimostra un viaggio nella mente di un individuo che affronta letteralmente un'Odissea, tra allucinazioni e confusioni mentale che condurranno lo stesso in una situazione surreale dalla quale non vi è via di uscita. Nonostante il testo di difficile interpretazione, possiamo ammettere che grossomodo la storia sia questa; un uomo, impazzendo, vede dinnanzi ai suoi occhi il progressivo dipingersi di immagini spaventose: egli bloccato da un cumulo di cadaveri, mentre le pareti di una stanza fatiscente vengono sormontate da orde di scarafaggi. La Paura domina la sua mente, egli vorrebbe trovarsi in qualsiasi altro posto meno che in quell'inferno. Versi che ricordano molto il protagonista della celeberrima "Madhouse" degli Anthrax, brano il cui ritornello comunicava lo stato d'animo di un paziente recluso in un manicomio. Intrappolato in un incubo, dal quale egli desiderava svegliarsi. E' proprio questa la sensazione del pazzo qui presente, quello di "Word Salad". Un personaggio che sente scorrere il veleno nelle sue vene, che si vede iniettare addirittura sostanze cancerogene o comunque portanti malattie gravissime come il tetano. Ansia, angoscia, sudore.. il Nostro sembra totalmente in balia dei suoi stessi demoni, perso nel bel mezzo di una crisi alla quale non riesce in alcun modo a porre rimedio. Del resto, in slang il termine "Word Salad" identifica proprio un qualcosa privo di senso. Un'insalata mista di parole scollegate fra di loro, così come le visioni e le sensazioni dell'uomo che, disperato, cerca di aggrapparsi (o meglio, di trovare, prima..) all'ultimo scampolo di lucidità che gli è rimasta.

Schizos are Never Alone, Pts 1 & 2

"Schizos are Never Alone, Pts 1 & 2 (Gli schizofrenici non Sono Mai Soli, Pt. 1 & 2)" il cui titolo è decisamente tutto un programma, risulta essere il secondo brano composto dal solo Waters. Un pezzo che segue quasi il concetto della canzone precedente, soltanto che in questo caso lo stato confusionale si trasforma in schizofrenia e dunque in malattia vera e propria. Visto che si parla di pazzia, le strumentali non possono essere da meno, tanto che è quasi impossibile descrivere ciò che sentiamo vista la sostanziale eterogeneità del pezzo. Si parte con la chitarra di Jeff che romba a mo' di motocicletta, in seguito veniamo distrutti da un riff incredibilmente veloce e potente, intervallato di quando in quando da piccole "svirgolate" melodiche. I tempi si fanno più precisi dopo una trentina di secondi: la batteria tiene un tempo quadrato e preciso, la chitarra sembra rilassarsi.. ma subito dopo si riparte in quarta, con ritmiche forsennate e chitarra "a motosega" la quale comunque ci stupisce per precisione e tecnica. Udibilissimo anche il basso, grande protagonista con le sue linee anch'esse azzeccate al millimetro e con i suoi giochi e riff calibrati veramente con la lente di ingrandimento. Rilassamento generale con il sopraggiungere del cantato di Rampage, il quale assume uno stile diverso dagli altri pezzi, molto più cupo e per certi versi agghiacciante, come gli effetti che possiamo udire in sottofondo. Cori di voci cavernose e disperate, lamenti.. tutto è funzionale a farci percepire l'autentica sensazione di pazzia del protagonista. La prima parte del brano giunge alla fine verso il minuto 2:30, è dunque il momento per la seconda metà di fare il suo ingresso. Stacco di batteria e le chitarre fanno di nuovo il loro ingresso, facendo uscire dagli amplificatori un qualcosa che sembra venire da un altro mondo, con dei suoni che ti entrano dentro e ti devastano con i loro riffs angoscianti ma sempre meravigliosamente concitati e sostenuti. Al solito, il clima torna più "rilassato" (si fa per dire) con il sopraggiungere del cantato, il quale risulta esattamente identico a quello della prima parte. Subito dopo è tutto pronto per un assolone di Waters, il quale si dimentica delle atmosfere tetre per "illuminare" il tutto a suon di melodia Heavy. Assolo intervallato da una breve frase e dunque diviso in due momenti, il più interessante dei quali sembra essere il secondo. Degno di nota, difatti, il tapping finale, il quale permette al Nostro di dar vita ad una pioggia di note in grado di mostrarci tutto il suo amore giovanile per la musica dei Van Halen. La chiusura viene affidata a ritmi decisamente meno veloci,  e negli ultimi secondi si possono sente in modo quasi impercettibile i suoni di una tastiera che accentuano ancora di più quel sentimento di inquietudine che questa traccia ha voluto trasmetterci. La mente del protagonista di questo brano viene questa volta affogata da una miriade di voci che parlano tutte all'unisono, nello stesso momento, e che vanno contro le sue volontà, non lasciando tregua all'individuo che si domanda come potrà esserci tranquillità nella sua vita, come potrà guarire da questo flagello che lo tormenta. L'unica frase del testo consiste in una ripetizione ossessiva del titolo, ovvero "Gli Schizofrenici non sono mai soli". I malati di questa forma di condizione mentale sono portati a soffrire di costanti allucinazioni uditive, deliri paranoidi e troppo spesso portati a farfugliare parole prive di senso, inserite in discorsi con ancor meno significato.

Ligeia

"Ligeia", terzo ed ultimo brano firmato esclusivamente da Jeff, è un chiaro riferimento al mondo Horror da sempre apprezzato all'interno del mondo del thrash. Da questa traccia, infatti, possiamo percepire quanto le storie di orrore e forse anche le colonne sonore di alcuni film old-school che trattano lo stesso genere possano aver influito anche nel processo compositivo di Jeff. Un brano dall'andatura sostenuta ma dal mood abbastanza inquietante, atto a mostrarci certo l'abilità del chitarrista ma anche a ricamare nelle nostre orecchie un tessuto oscuro, a creare nella nostra mente un'ambientazione gotica, che di quando in quando si fregia di brevissime melodie atte a rendere il tutto ancora più terrificante. La voce di Rampage è questa volta estrema ma ben più comprensibile che nel pezzo precedente; il ritornello sembra essere il vero e proprio fiore all'occhiello del brano tutto: se infatti le strofe sono accompagnate da un andamento non violentissimo, il refrain si caratterizza di contro per attitudine delirante e spedita. Ancora una volta basso in grande spolvero, quest'ultimo udibile addirittura in solitaria nel momento che precede l'assolo, momento nel quale Jeff dà letteralmente il meglio di se "esplodendo" e ricamando un qualcosa di velocissimo ed aggressivo, "fast as a shark" come direbbero gli Accept. Il Waters più violento e famelico del brano, un pezzo che dunque può chiudersi con l'alternanza strofa - ritornello che tanto avevamo imparato ad apprezzare nei momenti precedenti. Parlavamo quindi di "orrore" e di oscurià.. non a caso, la canzone è direttamente intitolata come uno dei racconti di Edgar Allan Poe"Ligeia" appunto; il protagonista della Storia, un uomo avanti con l'età, non riesce a sopportare la perdita dell'unica donna che abbia mai amato. Neanche a dirlo, il nome della defunta consorte è Ligeia, la quale scompare dopo aver a lungo lottato contro una grave malattia. Caduto in un'acuta depressione e sempre più dedito all'uso dell'oppio, l'uomo decide dunque di prendere nuovamente moglie, per non rimanere da solo. Trova una nuova compagna in Rowena, donna che accetterà di legarsi a lui e con la quale andrà a vivere in un'abbazia da poco acquistata. Tuttavia, la convivenza non è semplice. Ossessionato dal ricordo di Ligeia, il protagonista arriva a proiettare letteralmente l'immagine della defunta consorte sulla nuova compagna, la quale arriva ad essere detestata dal vedovo perché per nulla rassomigliante alla ex moglie, né fisicamente né spiritualmente. Tutto ciò porta Rowena, per una tragica fatalità, ad ammalarsi: la malattia inizia a farla delirare e farneticare di spettri e presenze demoniache, che solo lei più vedere. Ben presto, però, l'uomo si ritrova anch'egli immerso in quel vortice di follia. Durante un delirio di Rowena, egli le porge un bicchiere di vino medicamentoso, grazie al quale la donna sembra star meglio; nel mentre, però, il vedovo ha come l'impressione di vedere ombre strane e di veder cadere gocce di sangue nel bicchiere della sua sposa, materializzatesi dal nulla. Egli andrà in contro alla pazzia totale quando, sul finale del racconto, vedrà il cadavere di Rowena trasformarsi pian piano nella defunta Ligeia.

Human Insecticide

"Human Insecticide (Insetticida per gli umano)", accreditato anche a Bates oltre che a Waters, è dunque l'ultima traccia di questo platter. Possiamo senza dubbio affermare quanto questo brano risulti molto aggressivo, come se gli Annihilator avessero voluto esprimere tutta la loro abilità nel manifestare violenza attraverso le proprie canzoni. Già dai primi secondi possiamo sentire le chitarre veloci come saette (quasi come accaduto in "Angel of Death" degli Slayer), degli autentici tuoni che annunciano l'arrivo di una tempesta che porterà distruzione spazzando via la quiete, ed impregnando la nostra mente di adrenalina e voglia di combattere. Al solito, il basso risulta splendidamente nitido e riconoscibile, mentre il riffing generale sembra addirittura fregiarsi di un sound "power" (da intendersi nell'accezione ottantiana ed americana del termine, sia chiaro), il quale garantisce una potenza ancor più marcata del contesto presentatoci. Il tutto è quindi un connubio fra la vecchia scuola del Thrash e dell'Heavy, un brano velocissimo e forsennato nel quale Rampage Jeff danno il meglio di loro e Hartmann risulta implacabile ed inarrestabile in fase di ritmica. Si ha un piccolo "rallentamento" unicamente verso il minuto 2:28, momento in cui i tempi abbandonano la folle velocità per acquisire una cadenza più ragionata. Parentesi in parte cantata e strumentale che si dipana per un buon periodo, facendoci ascoltare qualche scampolo di melodia. Si riprende a correre subito dopo, in maniera folle e concitata, e così è fino alla fine (con tanto di Rampage che alla fine sospira sfinito!). Menzione d'onore, poi, per l'assolo di Jeff: nonostante il momento solista sia stato realizzato utilizzando esclusivamente il ponte mobile e gli armonici, ha una grande rendimento e sa come riempire lo spazio che occupa. Il testo può essere interpretato in diversi modi, perché non viene contestualizzato e credo sinceramente che non sarà difficile immedesimarsi -per chi lo ascolterà- nel sentimento di frustrazione e rabbia che tutti abbiamo provato in quelle volte nelle quali ci sentiamo sentiti ingiustamente sottomessi o maltrattati. Le liriche parlano infatti di una vendetta atroce, di un insetticida "per gli umani". Un personaggio atto quindi a voler eliminare la razza umana da questo pianeta, proprio come il veleno farebbe con gli scarafaggi. Una spruzzata letale che farà contorcere esseri disgustosi nel dolore e nell'agonia più totali. Il "vendicatore" sembra quindi bearsi del suo successo, sembra voler estirpare alla radice il male del mondo, per lui insito negli umani. Vendetta, decapitazioni, gioia derivante dal sangue che sgorga.. il testo è un'immagine continua di vendette sanguinarie, un perpetuo dipingere scenari apocalittici in cui l'umanità viene estinta a colpi di esplosioni e veleno.

Conclusioni

Arrivati a questo punto, alla fine di questo viaggio a tratti esaltante a tratti allucinante, possiamo quindi trarre delle conclusioni in merito a quanto ascoltato. Parlando dell'aspetto più prettamente tecnico dell'album, dobbiamo necessariamente fare presente e sottolineare quella che è stata la genialità e quasi la maniacalità con la quale Waters ha curato non solo le parti di chitarra, ma anche e soprattutto le linee di basso; ascoltando lo strumento all'opera, si percepisce distintamente il fatto che chi suona non è semplicemente un musicista che impugna un quattro corde, ma anche un cultore dell'arrangiamento nonché un compositore che sa sfruttare e riadattare al contesto bassistico le ispirazioni derivategli da uno strumento a lui molto più conosciuto (la Chitarra). A proposito della chitarra, vera e propria protagonista, possiamo notare come nella quasi totalità degli assoli vi sia sempre un qualcosa di diverso dagli altri, e come soprattutto  Jeff riesca a rendere ogni pezzo a sé stante, capacissimo ogni volta di mostrarci un lato nuovo del bravo chitarrista, instancabile e camaleontico, poliedrico come pochi altri. Per non parlare poi delle ritmiche e ci come queste ultime non siano mai scontate ed anzi, spiazzino per varietà ed anche concretezza. La tecnica strumentale è dunque indiscutibile e lo è altrettanto la produzione. Ricordandoci del fatto che "Alice in Hell" è sostanzialmente un album autoprodotto, si può davvero urlare al quasi miracolo. Possiamo parallelamente sostenere come a parere della maggior parte dei fan (ma anche dello stesso Waters), "Alice In Hell" non sia l'album migliore della band; quindi, non può essergli assegnato un voto a due cifre, tenendo conto di quanto verrà in seguito. Sta di fatto che ti troviamo, però, dinnanzi ad un ottimo album, che arricchì la cultura musicale  di molte persone con i suoi "soli" 37 minuti e 45 secondi di genuina follia. Senza contare il fatto che continua ad arricchirla anche oggi. Un album sicuramente considerabile pionieristico, al quale non può esser negato il fatto di aver versato un importantissimo contributo nelle "tasche" di un genere, il technical Thrash, che è stato da quei momenti in poi abbracciato e rivendicato da tantissime band nate a posteriori. Il primo stampo degli Annihilator fu dunque creato e sicuramente quello di Jeff Waters era già allora uno stile capace di influenzare, uno stile che di seguito ha ispirato generazioni di talentuosi chitarristi. Una menzione d'onore è dovuta anche a Randy Rampage e Ray Hartman, che hanno dato prova delle loro capacità di sostenere un tale impegno interpretativo. In conclusione, gli anni '80 (una delle poche cose sulle quali si è TUTTI concordi) sono stati un decennio molto importante per la musica Metal; e questo album, insieme a molti altri, ha lasciato un segno indelebile nella storia del nostro genere preferito.

1) Crystal Ann
2) Alison Hell
3) W.T.Y.D.
4) Wicked Mystic
5) Burns Like A Buzzsaw Blade
6) Word Salad
7) Schizos are Never Alone, Pts 1 & 2
8) Ligeia
9) Human Insecticide
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