ANGRA

Holy Land

1996 - Rising Sun Productions

A CURA DI
CHRISTIAN RUBINO
20/01/2021
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

"Abbiamo scelto il nome perché era brasiliano e qui c'è una città chiamata Angra, che è una bellissima città. Era un nome che pensavamo potesse suonare bene in tutte le lingue, ma, d'altro canto, non avrebbe anche significato nulla. Abbiamo cercato di scappare da un nome significativo. Abbiamo scoperto il significato della parola in seguito, ma penso che si adatti bene al suono della band" (Andre Matos).

Nel 1500 il Portogallo affida al capitano Pedro Alvarez Cabral una spedizione di tredici navi per raggiungere Calicut, in India. In quel tempo Portoghesi e Spagnoli sono in competizione per accaparrarsi il maggior numero di terre perché i grossi proventi che vengono dall'India riempiono le casse reali e sono poi convertiti in navi, armi e uomini. Dopo quarantacinque giorni di viaggio Cabral, nella sera del 22 aprile 1500, avvista un grande monte, il Monte Pascoal, pensando di essere giunto in Oriente, ma dopo essere sbarcato si convince di aver scoperto una terra completamente nuova. Da qui incomincia la storia del Nuovo Mondo e nel caso specifico del Brasile. Gli Angra, nuova band emergente del panorama power metal brasiliano e non solo, si forma nel 1991 tra amici e colleghi di università e per l'esattezza è fondata da Andre Matos e Rafael Bittencourt. Entrambi studiano Composizione e Direzione d'orchestra alla facoltà d'Arte di Santa Marcellina a San Paulo. Un bel giorno decidono di unire l'aggressività dell'heavy metal alla singolarità della musica brasiliana e alla complessità della musica classica. Sia Andre che Rafael portano nella band il loro bagaglio artistico perché il singer è un ex membro, fondatore dei Viper nel periodo dal 1985 al 1990, una delle band heavy metal pioniere del Paese, mentre il secondo suona la chitarra in alcune band della scena rock underground brasilera. Dopo vari cambi di line-up accede definitivamente in formazione: il chitarrista Kiko Loureiro, che resta al fianco di Rafael fino al 2015 perché invitato da Dave Mustaine ad entrare nei ranghi della famosissima band thrash metal americana dei Megadeth. In seguito, prima della pubblicazione del disco di debutto viene ingaggiato il drummer Ricardo Confessori che prende il posto del primo storico batterista Marco Antunes che lascia i compagni all'improvviso prima delle registrazioni, sostituito degnamente in studio e all'ultimo minuto dal tedesco Alex Holzwarth (ex Rhapsody Of Fire). Il combo prende il nome da un'idea di Rafael trovando presto il moniker "Angra", città carioca nello Stato di Rio de Janeiro, che è anche una parola la cui radice etimologica, proviene dal gruppo etnico dei Tupi-Guarani: "Angora", che significa: dea del fuoco. Con questo secondo lavoro discografico confermano tutto quello che di buono è detto nei loro confronti e omaggiano la propria terra proponendo un concept storico che tocca un tema molto importante: l'incontro degli europei con gli indiani nel periodo delle scoperte. Holy Land espone non una storia con dei fatti che si susseguono nelle tracce, ma piuttosto una serie di finzioni poetiche che si svolgono nel tempo e nel contesto delle grandi navigazioni tra il XV e il XVIII secolo. L'ispirazione nasce nel 1992, quando la Spagna celebra il cinquecentesimo anniversario della scoperta dell'America. Questa ricorrenza ha una ripercussione negativa in alcuni paesi latinoamericani che sono ex colonie spagnole. Secondo questi Stati, gli spagnoli celebrano quello che per loro è stato un vero e proprio genocidio, un'imposizione di valori culturali e un'estorsione delle loro terre. L'opera quindi nasce per criticare i soprusi europei durante l'occupazione del Nuovo Mondo, ma paradossalmente il disco è allo stesso tempo anche una sorta di celebrazione proprio del cinquecentesimo anniversario della scoperta dell'America e del Brasile come avvenimento storico. Dare seguito a un grande capolavoro come "Angels Cry" di tre anni prima sembra un'impresa impossibile perché se il primo disco si basa sulla velocità esecutiva, quest'ultimo invece si amalgama con ritmi diversi dai tradizionali schemi power. Sono aumentate le quantità di tastiere, gli arrangiamenti orchestrali e le percussioni, e ci sono pure alcuni effetti sonori fondamentali per raccontare questo interessante e pericoloso viaggio, come i rumori dei velieri, le onde minacciose del mare e le improvvise tempeste che minacciano la vita dei conquistatori, ma la differenza più grande è nel modo in cui le tracce scorrono e sono strutturate. Con "Holy Land", i cinque ragazzi si superano con un platter perfetto in ogni singola nota grazie anche all'originalità di aver saputo mescolare il power metal con i ritmi e gli strumenti latini, rendendolo così particolare e speciale rispetto al suo classico suono. Il disco è intellettuale, perché il filo conduttore è il rinvenimento di un nuovo territorio al di là dell'oceano, che sarà il futuro Brasile, nel periodo in cui i portoghesi si imbattono accidentalmente in America. Addirittura, intelligentemente, per chi non ha molta familiarità con la storia sudamericana, la copertina dell'album, con il libretto interno, si ripiega in una vera e propria vecchia mappa storica del Brasile nel XVI secolo. Il sound di questa nuova fatica è molto più morbido di quella del suo predecessore, sebbene anche più intricato e maturo. Il leader, frontman e autore principale Andre Matos, contribuisce moltissimo con la sua fantastica voce, con il suo pianoforte e con la sua profonda religiosità alla coraggiosa riuscita di questo originale prodotto. L'ugola incredibile del singer è maturata e il suo canto esala un suono più moderato, ma a tratti anche più potente. Ogni canzone è curata con dovizia e attenzione maniacale, che fanno sì che tutte le composizioni siano epiche e memorabili, alternando brani pesanti a bellissime ballate. L'orchestrazione è autentica, mentre nel platter di esordio era completamente programmata. C'è anche una forte influenza della musica etnica brasiliana, poiché, come scritto prima, questo lavoro è un concept album sulla "scoperta" dell'America da parte degli occupanti occidentali che rimangono estasiati dalla bellezza di questo territorio vergine e quasi disabitato. Invece di attenersi alla formula vincente di "Angels Cry", che aveva garantito subito un importante successo commerciale, il quintetto carioca intraprende una strada più ardita. Per il motto: squadra che vince non si cambia, gli Angra registrano e producono l'opera ancora una volta in Germania, ad Amburgo, nei suggestivi Hansen Studios di proprietà di Kay Hansen, definiti alquanto angoscianti e claustrofobici da Matos, in quanto ricavati da un vecchio bunker risalente alla seconda guerra mondiale, con il famoso produttore Sascha Paeth e sotto la supervisione della loro etichetta Limb Music Productions. Un'altra importante differenza rispetto al loro debutto è che il loro batterista, Ricardo Confessori, suona per la prima volta in studio dietro le pelli con un tocco morbido ma anche martellante da annientare i timpani. Kiko Loureiro e Rafael Bittencourt con le loro chitarre pulite producono riff e assoli pazzeschi, ma quando suonano più velocemente, sono molto più tecnici del solito. Luis Maruitti porta a termine bene il compito con un fantastico lavoro di basso e formando con Confessori una grande sezione ritmica. Oltre alle splendide chitarre, al basso e alla batteria, nelle song sono introdotte tutta una serie di strumenti a percussione brasiliani in una forma che li fa sentire il più naturale possibile. Anche il pianoforte ha un ruolo centrale perché spesso è accompagnato dalle sole corde vocali del maestro Andre, fenomenale sia al piano e sia nel canto; il songwriting è più concentrato e l'aggiunta di nuovi elementi nativi, danno alla raccolta un'atmosfera unica e avventurosa.
?"Lo trovo particolarmente strano, un'ottima idea. È una vecchia mappa di navigazione che è stata in qualche modo copiata dalla vecchia enciclopedia di mio nonno. Nelle vecchie carte di navigazione c'era sempre la figura della rosa dei venti. Ciò ha attirato la mia attenzione e ho pensato che potesse essere un simbolo forte da disegnare sulla copertina dell'album. Così abbiamo deciso di metterlo ben in vista al centro dell'artwork. La luna al centro è un antico riferimento ai Viper. La luna era anche di vitale importanza in tempo di navigazione a causa delle maree. L'idea di mettere la rosa dei venti proprio sopra la punta del Brasile, rappresenta ovviamente il fatto di essere brasiliano e di piegarlo come una carta nautica di quel tempo. Tutto è ben studiato e fondato. Uniamo i punti di vista visivi, lirici e musicali" (Andre Matos).

Crossing

"Al momento della registrazione di Holy Land, Andre ed io stavamo studiando nella nostra Facoltà di Musica e Arte e eravamo molto coinvolti con la musica classica in generale. La musica rinascimentale era quella che veniva suonata in Europa ai tempi della scoperta del Brasile. Pertanto, la traccia Crossing dipinge l'arrivo delle caravelle nelle terre brasiliane e nelle Americhe" (Rafael Bittencourt)

L'intro di Crossing (Attraversamento) è il primo cenno musicale che rende lode alla terra brasiliana con suoni di uccelli, forti temporali, e alcuni canti che sono l'antipasto di quello che poi si sente meravigliosamente nel ritmo e nel proseguo dell'album. In realtà questa è la parte di una messa celebrata dal compositore cattolico del XVI secolo Giovanni da Palestrina (1525 - 1594), intitolata "O Crux Ave", con in sottofondo i rumori della giungla e della natura selvaggia di questo incontaminato suolo. Un volume più basso fa sentire un suono secco di quello che sembra essere un passo a bordo di una nave. Subito dopo arriva il rumore della pioggia e delle onde che si infrangono tranquille su una spiaggia, seguite dal fragoroso schiocco dei cannoni. Insomma, un vero e proprio biglietto da visita per far capire che l'opera conterrà molti suoni classici e folcloristici. Impulsivamente, questa scelta degli artisti, di inserire la messa del compositore italiano è una rappresentazione musicale del cattolicesimo e del "civile" uomo bianco che arriva in terre sconosciute piene di ricchezze naturali. I cori ecclesiastici sono quindi la conferma del grande sviluppo del cristianesimo in Brasile portato purtroppo agli indigeni locali dai conquistatori europei con coercizioni, violenze e ingiustizie di ogni sorta. Con il canto sacro di "Crossing", il Dio cristiano dà la benedizione al viaggiatore che attraversa l'oceano. La traccia termina con un suono tirato e fastidioso, che non fa presagire niente di buono introducendo così la seconda canzone dell'album.

Nothing To Say

Il passaggio da "Crossing" a Nothing To Say (Niente da dire), è sbalorditivo perché il volume crescente della tastiera e, soprattutto, le percussioni afro-brasiliane, sono le protagoniste assolute del brano. Le piccole caravelle salpano dal porto di Lisbona, in una bellissima giornata di sole, con i loro tre alberi a vela adatti a risalire il vento e con delle robuste impalcature di legno a prua e a poppa. Il timone prende la rotta verso le lontane Indie guidando l'equipaggio all'avventura in un assordante silenzio che li vede allontanarsi lentamente dal porto, consapevoli di un viaggio complicato e pieno di pericoli. È incredibile come un riff con una sola nota (per la precisione il "mi") sia in grado di generare un'atmosfera esplosiva e adrenalinica, producendo così la prima grande perla del disco.  I chitarristi Kiko Loureiro e Rafael Bittencourt danno origine all'energia sonora più potente dell'intero disco, che esalta la partenza dei marinai portoghesi, insieme al potente basso di Mariutti e alla batteria di Confessori. Il timbro veloce dell'apertura è poi completato da Andre Matos, con i suoi alti inconfondibili e da un magistrale coro molto efficace: "Vivere per sempre, partire oggi. Tornato da questa terra, non ho niente dire!! ". Gli ispirati e introduttivi passaggi thrasher sono prevalentemente di matrice europea e si scontrano con lo stile neoclassico di cui la band è ormai famosa dai tempi dell'esordio discografico. I riff sono sorprendenti, con un ritornello memorabile, degli impressionanti intermezzi classici e con un ottimo intreccio di samba brasiliano e power metal melodico, che piace da subito per l'enorme energia emanata. L'ugola del singer è autorevole e in piena vena power, supportata da melodie orecchiabili e frequenti cambi di tempo, dove i gli assoli sbalorditivi di chitarra, specialmente quando sono combinati con una grande orchestrazione, chiudono il cerchio per una traccia esaltante dal primo all'ultimo secondo. Le note della canzone sembrano proiettare in un itinerario e in un territorio aperto e sconosciuto, dove tutto può succedere ma sono soprattutto una critica al comportamento scellerato dei portoghesi nelle terre americane, dove si cerca solo fama, gloria e ricchezze. Quell'entusiasmo nascosto nei cuori del capitano e della sua truppa è ben rappresentato dal ritmo veloce, da parti sinfoniche e da elementi orchestrali mai invadenti. Il tutto è supportato da una lirica che denuncia il crimine e l'avidità di queste spedizioni: "Oh, ho visto i bagliori d'oro. Ci piacerebbe uccidere e morire alla conquista di un mondo vergine. Il senso di colpa e la vergona, tutto così folle. Le divinità pagane muoiono senza difesa, scavando le tombe delle nostre coscienze. Tutti alla deriva su dei mari di sangue. La speranza nascosta dietro l'orrore. Vivere per sempre, partendo oggi. Di ritorno da questa terra, non ho niente da dire"! Dalla conquista alla vergogna, "Nothing To Say" mette in scena il primo incontro tra i portoghesi e gli indigeni, che avviene in modo crudele e sanguinoso. Il coro è la voce chiara del marinaio lusitano che glorifica i suoi successi ma allo stesso tempo è anche un momento improvviso di lucidità, un riflesso dei suoi atti meschini e la coscienza di tutte le barbarie commesse nel nuovo mondo.

Silence and Distance

Tuttavia, l'album rallenta una volta che Silence And Distance (Il silenzio e la distanza) entra in gioco con la sua leggera introduzione di piano, che racconta la scena d'addio tra due amanti occidentali. Inizia come se fosse una ballata, ma poi si sviluppa in una miscela di suoni fragorosi, ricchi di melodia e decisamente festosi. Sebbene le chitarre e l'orchestra entrino dopo in gioco, la consegna vocale di Matos è al centro dell'attenzione spiazzando l'ascoltatore in una direzione decisamente sentimentale e con una linea vocale accompagnata da suoni di pianoforte dolci e soavi. Il ragazzo dice alla ragazza che partirà la mattina verso il Nuovo Mondo mostrando paura, ma anche entusiasmo: "Sono stato qui per tanto tempo. Al mattino affronterò il silenzio e la distanza. E tu mi guardi aspettando qualcosa di nuovo. Tu fissi ancora il mio volto ma i tuoi occhi sembrano perduti". La conversazione viene interrotta con la partenza del giovane e la canzone continua come un racconto di viaggio descrivendone i pericoli e i dialoghi, con una voce interiore che emula la presenza dell'amata: "Ora lasciami andare lontano attraverso il mare. Le onde non possono essere così alte così come fanno finta di essere". Un'orchestra leggera riempie la musica del pezzo mentre la batteria e le chitarre entrano prepotentemente in scena con la voce del vocalist caratterizzata da impressionanti acuti. In alcuni momenti, ci sono grandi combinazioni di pianoforte, di riff e di suoni sinfonici che si concludono in un assolo dannatamente e maledettamente coinvolgente. Subito dopo l'assolo di chitarra, la musica entra in una bella armonia prodotta dall'orchestra e dalla sezione ritmica in pieno stile power metal. La musica si conclude con la stessa intensità di canto e gli stessi accordi di pianoforte uditi all'apertura e con la conversazione dei due amanti che termina in un doloroso addio: "Tu sarai l'amante che non dimenticherò mai". Nella composizione si scorge pure la sofferenza delle famiglie che salutano i figli, i padri e gli uomini che nella maggior parte dei casi moriranno in mare. Questo comporterà la diminuzione della popolazione maschile portoghese per un sacrificio a favore del Regno che avrà sulla coscienza tanti innocenti indigeni ma anche tante vite portoghesi. Musicalmente, "Silence And Distance" non contiene elementi tipici dei ritmi sud americani perché intelligentemente gli Angra li fanno apparire solo nelle song che si svolgono sul suolo brasiliano o nelle canzoni che parlano della terra degli indiani. Un altro aspetto importante è la metrica musicale della canzone arrangiata in 3/4 con delle sezioni molto insolite e tagliate, come le onde dell'oceano durante una terribile tempesta.

Carolina IV

La curiosa e epica Carolina IV (Carolina IV) merita una menzione speciale, perché è il punto focale dell'album e, una delle più belle canzoni che gli Angra abbiano mai composto in carriera. Questa è una narrazione di marineria, di sogni e della miracolosa bellezza del mare. Si estende per dieci minuti e mezzo, partendo dal canto di versi e intermezzi atmosferici, per finire a un vivace coro dal gusto power. È' anche un pezzo che affronta l'influenza delle culture africane nella creazione del Brasile iniziando con un arrangiamento di percussioni simile al "samba reggae" e a ritmi specificatamente africani. L'apertura è accompagnata da un coro iniziale cantato in portoghese che si accavalla alle strofe in inglese, dove è richiesta la protezione di Dio e delle tante divinità per un viaggio lungo e lontano. Qui è sottolineato il sincretismo religioso tipico di queste terre d'oltre oceano e soprattutto viene evidenziata la richiesta di aiuto dei natii, come dei viaggiatori portoghesi o di quelli che hanno contribuito alla nascita di questa grande nazione provenienti dalla vicina Africa. Nel corso del brano la musica si mescola in stili diversi evidenziando il connubio culturale con diversi ritmi; il già citato arrangiamento di percussioni, le influenze latino ispaniche, i lunghi passaggi orchestrali, un possente sound metal e sorprendentemente anche la citazione di una canzone del musicista Hermeto Pascoal dal titolo "Baby" che per la band è il massimo rappresentante di ciò che è la musica brasiliana nel mondo. Quando si sentono in lontananza i violini e la velocità degli strumenti aumenta significa che la nave va alla deriva per colpa della tempesta e delle onde altissime. L'esperimento sonoro promesso dai cinque giovani riesce per tutta la composizione grazie ad un puro metal prog sudamericano, dai ritmi tribali, dai cori trascinati, dalle graffianti corde vocali del singer e soprattutto da un grande ritornello. Qui il tastierista e cantante Matos dimostra di essere senza dubbio la principale influenza creativa della band perché possiede una timbrica vocale mai banale, mettendo in campo tutta la sua eccellente formazione classica e tutta la sua inventiva lirica. Descrive benissimo il viaggio di due amici a bordo della Carolina IV. Al porto, tra i due nasce una conversazione, con uno dei marinai che cerca di convincere l'altro, restio a partire con lui in quest'avventura storica e pericolosa: "Allora ? perché non vuoi venire con me, amico mio, a provare le emozioni del passato? Il testo espone pure i momenti della nave nel vasto oceano con le eufonie e i cambi di tempo che diventano lo strumento per rappresentare uditivamente la storia, i momenti pulsanti e frenetici del tragitto. I mesi passano e l'equipaggio della nave diminuisce uno ad uno fino a quando tutta una serie di condizioni meteorologiche avverse porta alla distruzione graduale dell'imbarcazione. I due allora si ritrovano da soli e l'uomo riluttante alla partenza pronuncia le sue ultime parole: "Non è rimasto molto dalla barca, molti anni sono passati. Ancora non riesco a dimenticare il passato e quelli che ho lasciato a casa. Carolina IV ha preso un fiume verso il cielo. Ora morirò cantando e lasciando il mio nome nella storia". In tutto il brano i tempi della canzone passano da lenti a veloci, dando la sensazione che ci stiamo preparando ad un ambiente attraente e misterioso, come la tragica storia dell'equipaggio della Carolina VI in un oceano ancora sconosciuto e pieno di incognite. Occorre dare anche merito sulla riuscita della traccia alla coppia Bittencourt, Loureiro perché senza i loro riff tecnici e veloci la song sarebbe stata poco incisiva e senza mordente.

Holy Land

Dopo la maestosa "Carolina IV", gli Angra addolciscono rapidamente il sound con l'incantevole Holy Land (Terra Santa), canzone che sintetizza l'intero concept. Siamo nel momento clou del disco ma senza metal perché questa è una traccia lenta, aperta da un'interazione acustica tra la voce di Andre e un fluente pianoforte, e da una vasta gamma di suoni, come i flauti, il berimbau africano, il triangolo e alcuni strumenti a percussione che si fondono con i tipici strumenti rock in un suono grandioso ma toccante. Song esplicitamente etnica, per il suo arrangiamento ricco di suoni diversi che unisce tante culture musicali che fanno parte del dna del popolo brasiliano, come quella africana ed europea. Il canto iniziale di Matos è probabilmente troppo appariscente e irritante, ma la sua performance è impeccabile e cresce a dismisura quando ci si rende conto che i suoi falsetti sono in realtà, la ciliegina sulla torta del pezzo. Questo è il punto culminante della narrazione, dove i colonizzatori sono già nella nuova terra, da scopritori di ricchezze che pur ammirando e considerando questo territorio sacro e benedetto da Dio, lo conquistano violentemente facendo versare sangue innocente per raggiungere i loro obiettivi. Colpisce il clima che la band crea per raccontare la storia della propria patria esprimendo sonoramente i costumi e gli usi degli indigeni e dei cattolici europei. Lo straniero usurpatore si scontra con l'abitante indiano, difensore della sua amata terra, legato in un perfetto e reciproco rapporto con quest'ultima: "Traccie di piedi nudi sulla sabbia fresca. Una mappa si dispiega, diffondendo conoscenza, magia e amore. E poi? Ooh, e poi? Zampillò il sacro sangue da quelli che muoiono per benedire. Qualcuno ha mandato qualcun altro qui per portare un'epoca a lungo scomparsa". Il piano, nel corso dei minuti mantiene ancora il suo tocco allegro, seguito da una grande orchestra, da sottili percussioni e dall'uso costante di effetti di tromba usciti dai sintetizzatori che fanno venire in mente immagini di fitte spiagge tropicali e giungle incontaminate dove si nascondono i natii del luogo. Si può affermare che "Holy Land" è stato partorito dal profondo intimo del guitar hero Bittencourt, interessato più alla melodia finale che alla potenza del rock; affidandone poi la sicura interpretazione all'amico e esperto cantante operistico Andre Matos. A differenza delle prime quattro canzoni, questo pezzo non si fa sopraffare dalle chitarre che rimangono in sottofondo per dare spazio ai tanti riferimenti musicali brasiliani. Naturalmente, il pezzo fa storcere il naso ai puristi del genere perché è una canzone che sarebbe praticamente impossibile includere in qualsiasi altro album metal, ma al di là delle etichette, è una song che solo questi originali artisti avrebbero potuto comporre, e l'identità della band di questo periodo è perfettamente inserita proprio in questa inclassificabile composizione. Nonostante tutto, piace per il suo ritmo seducente e fieramente brasiliano.

The Shaman

Il disco prosegue con la canzone più progressiva che è poi la descrizione di un rituale sciamanico da parte di una persona che sembra aver visto da vicino le più intime usanze indigene: "Oh ragazzi, ho visto il vecchio. Maschera di paglia attorno alla fronte. La fiamma, uno scoppio e il risveglio dei morti. Foglie guaritrici, denti di piranha,
nessuno lascia questo luogo fino all'alba"!
Forse The Shaman (Lo Sciamano) non è brillante come le canzoni della prima metà dell'album, probabilmente è un po' meno facile da ascoltare rispetto alle precedenti, ma è un pezzo molto interessante. Si apre con un tamburo battente che sembra annunciare una marcia militare di un battaglione pronto a combattere in guerra. Il tambureggio termina poco dopo con il rumore di vetri rotti, forse delle bottiglie vuote gettate nello scafo della nave; una pratica comune di dire addio alle persone che salutano i marinai. Uno dei navigatori, dopo il lungo viaggio per raggiungere la Terra Santa, di nascosto incontra uno sciamano che lo colpisce positivamente con un consiglio tanto semplice quanto energico: "Riscalda l'anima quando il corpo si congela". La parte narrata (estratta dall'opera "Musica Popolare del Nord" di Marcus Pereira) conferisce un'aria più impenetrabile a una canzone con momenti molto alti, soprattutto con il lavoro dietro al microfono di Matos. Osservando il rituale dello sciamano il mozzo capisce che quello è in realtà il momento in cui un indigeno incorpora lo spirito anziano, insegnando ai ragazzi la saggezza e l'uso di antiche conoscenze sull'utilizzo delle erbe medicinali. Il clima di ebollizione religiosa si diffonde tra gli indigeni del '500 con vere e proprie esplosioni di entusiasmo collettivo che colpiscono i nuovi conquistatori europei: "Contro la passione, per l'amore, inizia a cantare, gira, gira e liberati di tutti i tuoi peccati adesso"! "The Shaman", a parte una sorta di tranquillo intermezzo mistico, che spezza in due la composizione, con un cantato etnico incomprensibile e ottime percussioni, ha un ritornello molto orecchiabile, associato a un'orchestrazione tale da accentuare le trame musicali di questa singolarissima canzone. Qui la band introduce i conflitti che nasceranno con i cristiani o comunque con la nuova razza bianca venuta dal mare. A metà del XV secolo, esplode la persecuzione portoghese contro i nativi del luogo, verso le loro usanze e le loro divinità. Si forma quindi una resistenza guidata da uomini particolari che hanno il potere di parlare con i morti e con gli spiriti degli antenati ma i veri uomini di fede europei, in particolare i cattolici dell'ordine Ignaziano appoggiano questa opposizione contro l'ingiustizia, la schiavitù e lo sfruttamento delle risorse, andando contro l'ipocrisia del colonialismo del vecchio continente e i cui principi morali sono rimasti solo sulla carta per colpa del vile denaro.

Make Believe

Make Believe (Far Finta) è un eccellente ballata ma pure la canzone più dissonante di tutte. Questo non significa che non si adatti bene al concept, ma per le sue diverse sonorità è usata come singolo, perché ha delle caratteristiche più mainstream e, a prima vista, meno concettuali dal punto di vista lirico e musicale. Parte con dei suoni di tamburi in marcia abbinati ad un pianoforte, ma niente che si riferisca ai ritmi brasiliani. Il piano accompagna le percussioni nell'introduzione del brano e subito dopo entrano gli altri strumenti che, fino alla fine, non fanno alcun riferimento alla cultura carioca, il che è abbastanza comprensibile, perché gli Angra essendo una band internazionale non può rischiare commercialmente che il prodotto non arrivi a tutti. La voce invece, entra immediatamente dopo con i suoi dovuti tempi, mentre la batteria e il pianoforte mantengono il loro stile iniziale. Con il passare dei minuti Matos spreme le sue corde vocali cantando più forte con la sua robusta voce che raggiunge note più alte, supportate da fantastici suoni orchestrali. La profonda lirica è il riflesso di un uomo la cui vita sta volgendo al termine ma ha ricordi di cose fatte in passato di cui non è orgoglioso e vorrebbe cambiarle o addirittura cancellarle: "Non potremmo mai tornare dall'inizio. Minuti di attesa, la vita è stata sprecata?Forse voglio morire un altro giorno". Anche il ricordo di qualcuno a cui tiene molto è nella sua coscienza, ma è passato così tanto tempo che questa figura potrebbe non essere un ricordo felice: "Ho pulito tutte le ceneri della mia anima. Scritto la mia condanna. Adesso prendi la tua strada. Svanisce l'ultimo ricordo del tuo adorabile viso". Questo solco del disco rappresenta l'attuale voce brasiliana e in generale il grido sud americano degli anni '90, ma sicuramente anche quella di oggi, ricordando il passato di violenza, di persecuzione, di sfruttamento, di rivolte e la pesante eredità che tutte queste ferite hanno lasciato nel presente. Ovviamente, il passato è immutabile e non c'è modo di tornare indietro cambiando quello che è successo, ma per i cinque musicisti ci sono due opzioni per proseguire nella vita. Il primo sarebbe quello di far finta che nulla sia avvenuto, cioè depennare il trascorso dai nostri ricordi e costruire un futuro basato sul presente, eliminando così la verità. Il secondo invece è quello di accettare il tempo andato e imparare dai vecchi errori per costruire un futuro giusto e pacifico tra tutti i popoli. Forse l'uomo fino all'ultimo istante della sua esistenza può cambiare, pentendosi dei propri peccati, come questo lento che aumenta lentamente di intensità e di volume, culminando con un assolo di chitarra liberatorio e chiudendo in bellezza un'ottima canzone.

Z.I.T.O.

La successiva Z.I.T.O. è un power metal veloce e molto tecnico, impreziosito da una grande orchestra e dalla voce fenomenale del vocalist. La canzone esplode all'istante e non rallenta quasi mai, culminando con un doppio assolo di chitarra eseguito divinamente dalla coppia Loureiro, Bittencourt. Brano potente, con un ritornello quasi da cantilena che rende il pezzo allegro e con dei riff molto complessi, pieni di pause e tantissime note mitragliate nei timpani. A questo punto dell'album gli Angra hanno bisogno di qualcosa di più veloce e adrenalinico perché nelle tracce precedenti hanno, con forza, decisamente tirato il freno a mano. Il significato di "Z.I.T.O." è il grande mistero dell'intera carriera degli artisti brasiliani perché la band non ha mai dato fino ad oggi spiegazioni in tal senso. Una delle possibilità più accreditate dai fan e dai critici è che il titolo della song sia l'acronimo di una delle tante informazioni scritte sull'inserto del disco. Come già scritto nell'introduzione, il libretto del cd una volta aperto si trasforma in una mappa del mondo rinascimentale e, come tale identifica tutte le località presenti sulla cartina così come si faceva all'epoca delle grandi navigazioni. In essa c'è la scritta: Mare Del Zur che pare sia stata la parola d'ispirazione aggiungendo poi le parole: Incognita, Terra e Oceano, che formano il nome che i navigatori usavano per identificare il Sud America tra il XV e il XVI secolo e, guarda caso la canzone descrive nel testo la meravigliosa scoperta di una nuova terra: "Madre Natura mi porta in una fantastica purezza. Come una scoperta da adolescente. Cerca di ricordare quanto è stato bello. Sentire la vita così come è. Cosa c'è di più delizioso di questo"? Esistono anche altre strane versioni diffuse negli anni ma questa è quella più attendibile e meritevole di essere menzionata. Ciò che conta davvero è il contenuto lirico, che alterna nelle sue strofe eventi passati; dal momento della scoperta ai tempi nostri, passando dal periodo del neocolonialismo. La canzone comunica emozione, quasi fisica di un adolescente, di scoprire qualcosa di grandioso mai visto prima, come il Nuovo Mondo nel XV secolo, ma allo stesso tempo le parole del pezzo sono anche il commiato nostalgico del popolo portoghese di aver perso il potere, il controllo di tanti territori e tantissime ricchezze perdute nel corso dei secoli: "Il nuovo mondo è nato dai sogni dell'uomo. Ora camminiamo per conto nostro. Cerca di ricordare quanto è stato bello"! Ne è valsa la pena? Sicuramente no, se si pensa al tantissimo sangue versato inutilmente da tutte le parti. La cosa che stupisce di "Z.I.T.O." è anche l'armonia delle sue straordinarie strumentazioni, che rappresentano ancora oggi l'assoluta raffinata qualità del combo brasiliano.

Deep Blue

Ancora una volta il sound rallenta e l'organo torna in primo piano anticipando la piacevole voce del giovanissimo singer che fa partire le note della dolce e deliziosa Deep Blue (Profondo blu). Questa non è un lento normale perché l'influenza della musica sacra di diversi secoli fa è molto evidente, anche se ovviamente modernizzata, prima con la voce di Matos, poi nel coro e con lo sviluppo strumentale degli altri musicisti. L'atmosfera creata fa immaginare di osservare in solitudine, da una spiaggia, l'immensità del mare, portando a riflettere sulla vita futura e pensando magari ad un mondo migliore: "In attesa del giorno in cui l'oceano e il cielo copriranno la terra di un profondo blu. Il Rinascimento è finito e mi chiedo se sarò sempre lo stesso, ancora una volta?  Le strofe possono anche essere viste come il lamento del popolo portoghese che aveva il mondo nelle proprie mani e che a fine Rinascimento si ritrova gradualmente senza potere, possedimenti e denari: "Il rinascimento è finito e mi chiedo: Dovrei chiudere i miei occhi e pregare? Sentirmi come fossi stato tradito? La forza della sacralità è molto evidente all'inizio e soprattutto nella metà del brano con trionfali arrangiamenti corali e con quella lentezza e pesantezza che confermano l'aria di spiritualità meditativa di questa stupenda canzone. L'organo e il pianoforte sembrano creare un rito cerimoniale, con la melodia vocale di Andre che invoca un rito religioso, come se fosse da solo in una chiesa intento a pregare preoccupato del suo avvenire. La malinconia attraversa l'intero brano, che migliora, soprattutto con l'inserimento di un canto gregoriano a metà pezzo. A questo si aggiungono l'energia melodica delle due chitarre elettriche che si alternano in prolungati assoli inseguendo la nostalgica ugola di Andre Matos. Le tre scogliere scritte per i primi versi sono quelle del porto dove l'ammiraglio Cristoforo Colombo salpa con le sue tre navi (la Nina, la Pinta e la Santa Maria) nel lontanissimo 1492 con i gabbiani che salgono e scendono in continuazione vicino alle imbarcazioni tra il mare e il cielo e visti dall'autore Bittencourt come un'allegoria. Le traiettorie ascendenti e discendenti dei volatili sono delle metafore sulla crescita del potere europeo, con il controllo delle terre americane, e della sua perdita nei secoli successivi alla fine del Rinascimento: "Tre scogliere sono là. In alto, dove forti venti ululano. Silenzio che circonda. Tre uccelli salgono, poi cadono". La gente portoghese e gli europei si chiedono se un giorno ritorneranno a riprendersi quello che avevano conquistato una volta, quando scoprirono per caso un Nuovo Mondo. L'ultima speranza è che il cielo e l'oceano ritornino insieme a ricoprire di nuovo le vecchie terre vergini di un blu profondo: "I'm waiting for the day, when the ocean and the sky will cover up the land in deep blue".

Lullaby For Lucifer

L'album si chiude con la ballata acustica Lullaby For Lucifer (Ninna nanna per Lucifero), con la sospirata ugola di Matos, la chitarra acustica di Bittencourt e con in sottofondo il suono ambientale degli uccelli e dell'acqua del mare. Eccellente canzone, che grazie alla voce, alla chitarra e agli effetti sonori trasporta l'ascoltatore su una spiaggia isolata sorvolata dai gabbiani ma come nel "fado portoghese", in un clima di sofferenza, di malinconia, di separazione e di dolore per la perdita di una persona cara. Questo intimo sfogo che parte dall'anima chiude in poco più di due minuti il riuscitissimo concept, con delicatezza e sensibilità, per un'opera in definitiva audace e determinante. Il sound originale di "Lullaby For Lucifer" è la conclusione più appropriata per il platter, così come il testo molto significativo: "Sulla sabbia, al mare ho lasciato il mio cuore spargere di dolore. È arrivato un avvoltoio, che mi implorava di nutrirlo con questo pezzo di carne, ma non voglio dare via qualcosa di cui ho bisogno". Voce, chitarra ed effetti sonori trasportano i pensieri e i ricordi in una spiaggia deserta in un clima di nostalgia e di sofferenza per la morte di un familiare o di qualcuno voluto bene. Il nesso del testo prende spunto dalla poesia "Mare portoghese", di Fernando Pessoa, che parla dell'ambizione lusitana di conquistare il mare sacrificando tantissime vite umane in fondo all'oceano. Questa è anche una ninna nanna cantata all'avvoltoio Lucifero per implorarlo a non prenderci l'anima a causa delle nostre nefandezze, debolezze e incertezze che possono nascere in un momento di dispiacere. Ninna nanna serena, rilassante e ipnotica quanto basta per lasciarsi abbandonare lentamente al fascino di questa meravigliosa terra ricca di avvenimenti e di antichissime tradizioni.

Conclusioni

"Abbiamo utilizzato come tema il tempo delle grandi navigazioni, tanto che la copertina del disco è una vecchia mappa, dai tempi della scoperta. Tracciamo anche un parallelo tra quel tempo, quando un nuovo mondo è stato esplorato, con i tempi attuali, di grandi cambiamenti e di globalità" (Kiko Loureiro).

Quando nel lontanissimo 1996, esce quest'opera, l'immagine all'estero del Brasile e in genere dei vicini paesi sud americani i è legata prevalentemente al calcio, al bel clima, alle immense foreste tropicali, agli indigeni, alle belle donne e poco altro che merita di essere approfondito dall'esterno.  Per quanto riguarda la musica, si conoscono in generale i ritmi popolari e quelli percussivi di questo grandissimo Paese ma proprio in quell'anno il metal locale fa un ulteriore passo in avanti, prima con l'album "Roots" dei famosissimi  compatrioti Sepultura che sperimentano elementi innovativi estrapolati dalle sonorità indigene brasiliane con ritmi tribali e un gran numero di percussioni e, poi subito dopo, dagli Angra che utilizzano anche loro gli input culturali della propria nazione di appartenenza per sperimentare qualcosa di moderno e originale. Il combo di San Paolo trova così il modo di omaggiare la propria terra e di incuriosire gli ascoltatori di tutto il mondo. Sarebbe stato facile continuare con la formula vincente e trionfale di "Angels Cry", con uno stile simile al melodic speed metal dei superlativi Helloween perché tutti avrebbero applaudito a quattro mani e aumentato le fila di nuovi sostenitori. Ignorando invece il successo avuto e escludendo perfino le mode del momento, i ragazzi decidono ancora di osare di nuovo per un album essenziale che passerà alla storia come una delle più grandi raccolte di musica mai pubblicate, da qualsiasi artista di qualsiasi genere. I gusti con "Holy Land" si orientano verso un heavy metal, infarcito di musica classica e influenze della tradizione brasiliana che suscitano apprezzamento nella critica mondiale e nelle vendite del prodotto. La voce di Matos eccelle in questa strana impostazione, ed è una risorsa importantissima per questo lavoro discografico. Il suo stravagante modo di cantare, a volte effeminato, può sembrare strano in alcune parti, ma l'ambiente mistico presente in questo platter lo rende al contrario molto naturale e vincente per una voce che è stata unica nel mondo dell'heavy metal poiché ha costantemente raggiunto altissime note. L'interpretazione dei brani è speciale e l'estensione vocale è come sempre superba e convincente. Purtroppo il maestro e singer carioca, dopo la pubblicazione dell'album successivo, "Fireworks", per delle incomprensioni interne al gruppo lascia in seguito la band insieme al bassista Luis Mariutti e al drummer Riccardo Confessori. Da quel momento, gli Angra pur continuando con nuovi elementi non riescono più a ripetere le magie di una imponente opera come questa. Andre dopo aver fondato il suo nuovo gruppo chiamato Shaman con gli amici Confessori, Mariutti e il fratello chitarrista di quest'ultimo Hugo, continua con innumerevoli collaborazioni e un progetto solista fino alla sua prematura scomparsa avvenuta l'8 giugno 2019 a soli 47 anni a causa di un attacco cardiaco. Un destino crudele se lo porta via all'improvviso proprio quando si vocifera di un suo possibile ritorno con il mai dimenticato amico Bittencourt per riprendere quello che si era interrotto all'inizio del nuovo millennio. Il vuoto lasciato da Matos è immenso e indescrivibile, non solo per la famiglia e per i fans ma per l'intero mondo metal che ne ha sempre riconosciuto la bravura e la profonda umiltà. Si, credo di sbilanciarmi, scrivendo che l'artefice del successo internazionale degli Angra, sia stato proprio lui: musicista esuberante e creativo, che ha studiato musica classica e questo si è riflettuto sia sull'album di debutto, sia su "Holy Land" dove alcune parti sinfoniche sono sue. Nonostante tutto questi due dischi rimangono tanto diversi quanto complementari perché offrono qualcosa di nuovo, qualcosa di fresco, insieme al loro importantissimo messaggio metal.  "Holy Land" è un disco che mescola diversi linguaggi storici e culturali, di varie matrici poetiche e musicali. Infatti, pesca dalla letteratura portoghese e in particolare dai versi della poesia "Mar Português", dal libro Mensagem di Fernando Pessoa, che formano l'epigrafe del libretto, i testi delle canzoni e i titoli di coda dell'opera. Pietra miliare del metal e non solo che rimane sempre viva nel ricordo di una grande e straordinaria rock star che ci ha saputo trasmettere tantissime emozioni. Quest'anno Andre avrebbe compiuto cinquant'anni e per l'occasione uscirà il 14 settembre un documentario, intitolato "The Rock Maestro", sulla sua breve ma intensa storia; diretto da Anderson Bellini e prodotto e scritto da Thiago Rahal Mauro. Un giusto riconoscimento per un grandissimo artista.

"Credo che il successo più grande è di aver acquisito, attraverso gli anni, una mia identità. Sia come cantante che come compositore. E questo è l'obiettivo di ogni vero musicista: essere subito riconosciuto per la propria voce, per il proprio stile e non importa che musica tu faccia". (Andre Matos - intervista rilasciata a Flight666 di Metallized).

1) Crossing
2) Nothing To Say
3) Silence and Distance
4) Carolina IV
5) Holy Land
6) The Shaman
7) Make Believe
8) Z.I.T.O.
9) Deep Blue
10) Lullaby For Lucifer