ANGRA

Freedom Call

1996 - Rising Sun Productions

A CURA DI
CHRISTIAN RUBINO
26/05/2021
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

"La musica classica e l'heavy metal hanno strutture simili; hanno a che fare con gli stessi elementi. A volte la musica è molto melodica, a volte molto profonda e poi anche molto dinamica e forte. Entrambi gli stili sono in un certo senso complementari e sento che vanno molto bene insieme e questo è il motivo per cui cerco di combinare classica e metal dall'inizio della mia carriera". (Andre Matos - intervista rilasciata per DPRP da Menno von Brucken Fock)

Freedom Call è un E.P. dato alle stampe dopo qualche mese dall'uscita del capolavoro "Holy Land", disco che dà la definitiva consacrazione internazionale al gruppo brasiliano degli Angra. A quel tempo, siamo nel lontano 1996, le case discografiche vivono ancora momenti economicamente importanti potendo permettersi questo tipo di pubblicazioni per elogiare il successo ottenuto da importanti dischi come nel caso dei brasiliani. Il chitarrista Kiko Loureiro definisce "Holy Land" un concept album, dove tutte le canzoni hanno un legame tra loro: "Abbiamo usato il tempo delle grandi navigazioni come tema, tanto che la copertina dell'album è una vecchia mappa, dei tempi della scoperta dell'America. Parliamo del mix di razze in Brasile, mettiamo nei testi elementi tipici del paese. Tracciamo anche un parallelo tra quel tempo, quando si stava esplorando un nuovo mondo, con i tempi attuali, di grandi cambiamenti in un contesto globale". Questo EP nasce mentre la band carioca prepara il suo terzo attesissimo album in studio intitolato "Fireworks", che nell'immaginario collettivo deve superare o eguagliare i due splenditi platter precedenti. "Freedom Call" non è un passatempo o un capriccio di questi artisti, arrivati immediatamente e meritatamente al successo ma un ringraziamento ai fans per la notorietà acquisita e soprattutto la chiusura di un cerchio, di un fervido periodo artistico che li ha portati a creare, tra lo stupore generale, un nuovo stile nel popolarissimo e schematico power metal. Il mini cd è sufficientemente diversificato perché offre all'ascolto, oltre alla title track, una cover dei mitici Judas Priest, versioni orchestrate di pezzi già incisi in precedenza e canzoni del primo e famosissimo demo, con alla base l'ottima produzione dei tedeschi Charlie Bauerfeind e Sascha Paeth. I testi di Matos continuano a far riflettere su come la memoria della colonizzazione e della formazione del Brasile come nazione abbia creato un'identità nazionale nella società degli anni '90. La lettura musicale e storica porta a delle strette connessioni tra le memorie individuali e collettive alla base della società brasiliana, che si riflettono nei racconti all'interno del concept di "Terra Santa". Si nota subito che l'idea di sentirsi orgogliosamente brasiliani e la promozione della cultura di questo grandissimo Paese sudamericano, molto presente nei discorsi dei membri degli Angra, nascono da una miscela di ritmi tipicamente locali uniti al potente e veloce heavy metal che va di moda in quel periodo. Il tutto è poi ispirato dalla "commemorazione" dei cinquecento anni avvenuta in Spagna, dell'arrivo degli europei nelle terre brasiliane, che porta alla mescolanza di tre razze (nera, indigena e portoghese), sottilmente assimilato dalla memoria dei brasiliani su ciò che sia effettivamente oggi il Brasile. La parola "commemorazione" suona dissonante, per via dei massacri e le distruzioni che hanno provocato anni di repressione e disuguaglianze sociali in tutta l'America Latina. Le song sono quindi accompagnate da testi che descrivono la storia del Brasile, partendo proprio dal contesto del violento dominio europeo nella scoperta delle Americhe. I supporters e i critici in generale, si sono trovati affascinati dalla delicatezza delle canzoni di "Holy Land", trovando un certo proseguo pure in "Freedom Call" che è in effetti una parte importante ma non fondamentale della formazione carioca. Nonostante l'immediato successo della proposta, il mainstream metallico internazionale, molto esigente tecnicamente e musicalmente, pesa molto in questi ultimi lavori della band che ottiene un grande successo all'estero ma incredibilmente diventa oggetto di diffidenza da parte dei metalheads locali. La storia narrata da Matos percorre questioni più ampie e complesse rispetto alla storia tradizionale del Brasile, nata nel XVI secolo. Perché una band di giovani rockers decide di affrontare qualcosa di così delicato che ricorda i soprusi e la violenta colonizzazione europea per tanto tempo dimenticata dalla mente di un popolo che continua ancora a soffrire per le vicende del passato?  Perché l'Occidente sempre più egoista e padrone del mondo pensa solo a festeggiare una vecchia e sanguinaria conquista territoriale? Le risposte possono essere tante e nessuna ma fondamentalmente gli Angra hanno trovato la loro ispirazione artistica da questo, in parte, triste anniversario che ha scatenato nel mondo dibattiti e critiche di ogni tipo. Le intenzioni della band sono quelle di portare la storia della colonizzazione come concept musicale da diffondere in altri paesi, pensando intelligentemente ad una relazione tra il presente e il passato nel contesto brasiliano degli anni '90. Non scordiamoci che l'Heavy Metal non nasce in Brasile o in Sud America: "È uno stile che importiamo", sottolinea Rafael, in un'intervista, dove spiega di essere in una band brasiliana che suona metal al di fuori della propria terra ma con elementi sonori tipicamente sud americani. Secondo il guitar hero, a volte qualsiasi genere o sottogenere musicale necessita di cambiamenti e di novità, incorporando e riformulando nuovi elementi per poter sopravvivere. Un altro spunto da considerare è pure lo stato d'animo generale della nazione giallo verde con la riapertura della libertà politica dovuta alla fine del regime militare al termine degli anni'80, che porta ad una maggiore unità del Paese e un grande ottimismo per la ripresa della crescita socio-politica ed economica. Il maestro Andre Matos è un musicista che ha molto gusto nel fare brani rock nostalgici e mutevoli, ricchi di sentimenti oscuri e forti emozioni: esattamente ciò che si trova in questo EP, una sorta di espansione del mitico "Holy Land", un album impressionante dove la creatività del vocalist e il suo modo di cantare sono semplicemente meravigliosi. Il mini cd, in alcune vecchie song, conferma che le influenze classiche della band sono già presenti, con le tastiere di Matos che suonano già sinfoniche e pompose per una collezione che ogni amante della band deve possedere.

Freedom Call

Si comincia con l'omonima title track, unico inedito del cd, che introduce uno stile prog-metal mescolato da riff di chitarra e toni puliti tipici del marchio di fabbrica della band sudamericana completati da orchestrazioni crescenti fino ad arrivare ad un ottimo lavoro di chitarra da parte della coppia Loureiro e Bittencourt. Freedom Call (Chiamata di libertà) è una composizione che avrebbe potuto essere inserita nel precedente capolavoro di "Holy Land" sia per le sonorità e sia per la lirica che riprende il tema delle grandi scoperte e in particolare della terra brasiliana: "I re della schiavitù corrono di nuovo liberi, dalle loro ferite si alza un gigante dopo quattrocento anni di gloria". Frasi inequivocabili sul pensiero e la denuncia dei cinque artisti sudamericani che cantano la liberazione di un popolo schiavo dai soprusi e dal dominio dei bianchi: "Ai giorni futuri appartiene il passato ma cambiano i tempi. Adesso milioni di persone gridano: Da lontano arriva ... La chiamata alla libertà". Brano animalesco, orgogliosamente latino e non del tutto sconosciuto perché apparso addirittura in modo clandestino in un bootleg non ufficiale della band chiamato: "Eyes Of Christ", che contiene prevalentemente brani del famosissimo "Holy Land". Altre canzoni di questa raccolta sono più tardi apparse nell'EP del 2002 "Hunters And Prey", come la canzone Eyes Of Christ e una versione più veloce di Live And Learn. Con riff abbastanza pesanti e assoli davvero virtuosi il platter parte in quarta con il piede giusto e con il classico tema power metal degli Angra: un buon sviluppo sonoro, un grintoso refrain e un grande assolo di chitarra ma manca però qualcosa di speciale, la scintilla che possa portarlo all'eccellenza e renderlo degno di competere con i pezzi strepitosi della trionfale "Terra Santa". "Freedom Call" è, né più, né meno una buona canzone power metal melodica con buoni arrangiamenti tendente al suono del primo disco "Angel's Cry" e solo in pochi momenti, e soprattutto alla fine offre spezzoni di percussioni unicamente brasiliane. È un inno di power metal con un ritornello orecchiabile e buoni riff ritmici, dove la voce di Matos è sempre fenomenale e indiscutibile sotto ogni punto di vista, a volte anche ruvida e rauca rispetto ai suoi normali standard. I versi di "Freedom Call" meriterebbero un posto nella prima metà di "Holy Land" ma Matos non la ritiene adatta o forse non la finisce di completare in tempo perché la versione demo in effetti è piuttosto grezza. Riuscitissimo è, dopo il coro, anche la semplicissima pausa dell'intermezzo seguito poi da un eccezionale lavoro di chitarre elettriche che portano idealmente alla scarcerazione degli indigeni e a una speranza nuova di vita comune: "Chiamata alla libertà che duri per sempre. Nessuna disgrazia. Niente più razze separate. Resteremo insieme fino alla fine"!

Queen of the Night

Queen Of The Night (Regina della notte) è un pezzo che appare nel primo demo della band chiamato "Reaching Horizons" e stranamente non inserito dagli artisti nel primo album "Angels Cry". Qui viene per fortuna ripescato, remixato e sinceramente trasformato ottimamente rispetto alla prima versione. Super traccia dal gusto progressive che per fortuna Matos riprende e riarrangia come Dio comanda, facendo echeggiare delle parti vocali bellissime, un magnificentissimo assolo di chitarra che esula dai soliti schemi metal; ben fatto e sostenuto da arazzi di tastiera di rara bellezza. "The Queen Of the Night" è la canzone clou della raccolta perché si presenta molto dinamica, fresca, conservando una buona dose di passione e fervore che i geniali Angra riescono a esprimere in questo fertile momento della loro breve carriera artistica. I versi sono molto interessanti perché sono un invito a scuotere le nostre coscienze, i cuori induriti in modo da sognare e vivere una vita migliore, grazie ai profondi sentimenti che abbiamo nell'anima e che al momento opportuno usciamo di fronte alla "Regina della notte" che rappresenta l'egoismo e il male del mondo: "Risvegliamo le campane di cristallo del dolore. Ci siamo sorpresi a fingere le nostre frustrazioni. Siamo scappati ancora una volta invece di affrontare il giorno in cui siamo. Chiudiamo gli occhi e continuiamo a fare affidamento sui sentimenti che abbiamo avuto. I sogni durano per sempre ma per l'imperatrice dell'oscurità ... no"! Il brano è un buon esempio di musica neoclassica e di power metal ma in realtà, come scritto prima, è pure una delle canzoni prog più vicine e tendenti anche al classic metal. La traccia mette in risalto l'unicità di questa band con le sue sonorità orientali in un'atmosfera a tratti molto sperimentale che sfocia comunque in un inno power metal divertente e accattivante. La song sarebbe stata perfettamente a suo agio in uno dei primi due dischi della band ma Matos e soci vogliono vivere questo momento magico del loro percorso musicale senza panico e senza pressioni, liberi dalle paure e dalle tenebre che li circondano: "La regina della notte è maestra di saggezza e anche festa d'illusione".

Reaching Horizons

Come un fulmine a ciel sereno arriva il brano Reaching Horizons (Raggiungere gli orizzonti) dall'omonimo e primo demo storico del 1992. Un'altra delle più belle canzoni acustiche del combo brasiliano che, nonostante facesse parte delle prime composizioni, inspiegabilmente e ancora una volta non entra nel debutto di Angels Cry. Per rispetto nei confronti dei supporters ma anche per ravvedimento, gli Angra preferiscono riportarla intatta dall'originale, perché se avessero provato a migliorarla, avrebbero finito per rovinarla. Questa è una delle migliori ballate scritte dai cinque musicisti, un campo dove forse non si sono mai distinti troppo, salvo qualche particolare eccezione, con Andre Matos in gran spolvero, sempre con un tono acuto, difficile da imitare dalla maggior parte dei colleghi e dei cantanti heavy metal, dimostrando ancora una volta le sue incredibili capacità canore. L'artista mette poi in evidenza delle possenti orchestrazioni, contrapposte al riffing ed al mid tempo del brano e ben collegate da una strepitosa melodia. Una leggera chitarra acustica introduce questo bellissimo lento fatto di ottimi arrangiamenti, scorrevole, malinconico e spensierato allo stesso tempo ma profondamente rivestito da uno stile di puro AOR grazie anche all'organo suonato dallo stesso singer. Il risultato finale è una grande ballata semi - acustica incentrata sulla chitarra, in pieno stile Scorpions per intenderci, con soavi melodie vocali e una sezione strumentale molto ritmata che racconta commossamente i sentimenti più profondi di un'anima martoriata dal dolore per la perdita terrena dell'amore della propria vita: "So che dormirò da solo stanotte. Lacrime e preghiere saranno prese dalla pioggia. Paura e solitudine nei miei sogni e so che non sarò mai più lo stesso vivendo questa folle tragedia". La song ha un refrain da pelle d'oca, emozionante quanto basta per immedesimarsi nella sofferenza e nella speranza dell'uomo che canta al mondo la perdita dell'amata ma con sobrietà e dignità, riconoscendo l'esistenza in cielo di un'altra dimensione e di un altro orizzonte dove un giorno anche lui potrà andare: "Tutto quello che voglio è essere libero con te. Era tutto proprio come il paradiso e proprio come volevamo essere. Non biasimo il destino ma è ancora difficile affrontare la verità. Ben oltre la ragione riposano le nostre vite. Lo stesso orizzonte ma in terre diverse". Una canzone breve ed intensa, senza cali, che, in soli quattro minuti, trova lo spazio per un assolo chitarristico di raro splendore ed un momento di riflessione prima di chiudere in bellezza con le prime note con le quali era cominciata. Un grandissimo brano che trasmette una pace e una serenità quasi irreale, soprattutto nell'arpeggio chitarristico supportato da una perfetta sezione ritmica e da un predominante organo.

Stand Away

La quarta traccia è Stand Away (Stare lontano) tratto dal famoso platter Angels Cry che compare in questa breve raccolta in una versione orchestrata e molto piacevole. Gli Angra sono stati in grado di rimuovere, coraggiosamente, il suono metal dalla musica del pezzo, lasciando spavaldamente solo gli strumenti classici e l'ugola passionale e acuta di Andre. Il risultato di questo adattamento orchestrale è eccezionale e allo stesso livello della song originaria contenuta dal disco di provenienza. "Stand Away era una delle mie canzoni preferite in Angels Cry. Mi piace il suo ritmo più lento, la melodia vocale ossessionante, la struttura più semplice e la progressione di accordi d'impatto" (Andre Matos). Tuttavia, la versione che appare su Freedom Call ha le chitarre distorte, modificate per evidenziare lo sfondo orchestrale e con la voce imponente di Matos adagiata su di essa per un'atmosfera transitoria e ambientale di grande pregio. La pomposa rielaborazione di "Stand Away" rende effettivamente la canzone più adeguata di quanto fosse, per quanto paradossale possa sembrare. Già degna di nota da tanti punti di vista, nel precedente platter, a cominciare dall'introduzione di elementi sonori brasiliani per una classica ballata un po' più leggera del solito, ma non per questo meno bella. Gli elementi classici, i cori solenni e l'ugola armoniosa e a tratti roca di Matos sono sempre predominanti. Quello che colpisce di più è l'atmosfera malinconica e soprattutto l'angoscia del testo: "Sta lontano dall'orrendo fuoco bruciante che guarda i popoli affamati come vermi. Sto ancora implorando la comprensione da parte di quelli che ci governano. Portandoci via la nostra sola speranza". In queste parole si legge tutto il dramma della gente brasiliana e in generale di quella sudamericana, oppressa e ridotta, nella maggior parte dei casi, in estrema povertà. Per i cinque brasiliani la colonizzazione europea è uno dei mali del passato che ha portato danni pure nel presente ma in realtà ci sono tanti fattori che incidono, come per esempio la corruzione e la sete di potere di una classe politica inadeguata che sfocia spesso in brutali dittature. L'EP "Freedom Call" presenta quindi la stessa indignazione e la stessa amarezza ma questa canzone è arricchita e trasformata in una versione orchestrale che ne esalta il brano, sembrando il miglior continuo di "Holy Land". "Lascia che quei peccatori paghino perché hanno rubato e si sottometteranno nel giorno del giudizio".

Painkiller

La quinta traccia è una delle più grandi sorprese del disco. Niente di meno che Painkiller (Antidolorifico) dei Judas Priest che gli Angra registrano per "A Tribute To Judas Priest - Legends Of Metal", album edito in due volumi dalla Century Media nel 1996, che contiene le cover della famosissima band heavy metal inglese. Il tributo è stato realizzato con materiale inedito, appositamente registrato, da ventiquattro diversi gruppi metal, il cui stile musicale è stato influenzato dalla storica formazione inglese e dove i sudamericani suonano al fianco di gruppi importanti come gli Stratovarius, i Gamma Ray e i Blind Guardian, solo per citarne alcuni. In questo EP gli Angra ripresentano la loro cover preferita in una versione remixata. La cosa sorprendente è che, tra la loro fedele interpretazione di "Painkiller", inserita nel Tributo fatto ai Judas Priest e la rarità di questo cd, è che proprio quest'ultimo è stampato in poche copie facendo così intuire quanto abbia valore e importanza questo breve mini album. Il tutto, anche alla luce, della prematura morte del maestro Andre Matos, leader e artefice della popolarità dei rockers brasiliani. Si parte subito in quarta con la combattiva batteria di Confessori, per una introduzione leggendaria, seguita dai vigorosi riff di Kiko e Raffael; degna premessa all'inserimento della voce funesta e acuta di Andre. Musicalmente, la canzone è cantata un po' sguaiata, forzata e deviata nella ricerca di avvicinarsi il più possibile al modo di cantare e alla timbrica dell'eccezionale Halford, ma questo non significa che sia brutta o che Matos stecchi. Anzi il bravo singer prova con i suoi acuti ad avvicinarsi il più possibile al suo idolo e in generale canta bene, con ferocia e rabbia, quanto basta per essere comunque convincente. Riflettendoci bene Painkiller è la cover dell'inno, dell'amore agli intramontabili eroici britannici e all'indimenticabile metal ottantiano. Saggiamente e intelligentemente, Bittencourt e Loureiro si cimentano con le loro sei corde in una rappresentazione più hard rock e meno heavy metal rispetto a quella originale. Manca la devastante aggressività, la pura violenza sonora che tanto avevano contribuito al successo di Painkiller nel 1990 ma soprattutto Matos non è Halford e Confessori non è praticamente paragonabile a Scott Travis dietro le pelli. I cinque artisti quindi non aggiungono nulla all'originale, attenendosi a limitare i danni di un così titanico confronto artistico e dove la performance vocale del singer carioca complessivamente risulta comunque positiva. La forza che questo pezzo riesce a scatenare è a dir poco incredibile e sembra strano ascoltare una composizione così tirata e diretta, uscire dagli Angra che fino ad ora hanno sempre proposto nei loro album un metal classico, infarcito di prog, di power e di musica classica mischiando anche ritmi e sonorità popolari della loro grande Nazione. Cotanta cattiveria rischia seriamente di travolgere senza pietà ma riesce comunque a tenere alto il ritmo e l'interesse di questo particolare disco.

Deep Blue

La sesta e ultima traccia è Deep Blue (Profondo Blu), forse una delle meno espressive del lotto e proveniente dal mitico e irripetibile album, "Holy Land", proposta qui in una versione modificata non molto diversa dall'originale tranne che per essere più breve. Pur essendo tagliata e più corta è uno degli esempi di bei e emozionanti lenti che chiudono in splendore un grande e insolito lavoro discografico. L'organo del maestro torna prepotentemente protagonista anticipando la sua piacevole e sottile voce che fa partire le note iniziali di questa dolce e deliziosa power ballad. Questa versione edit va bene, forse meno nel coro e meno negli elementi neoclassici ma riesce sempre nell'intento di aprire i cuori e le menti con dolcezza e speranza per un mondo migliore. La lirica è un profondo messaggio di rinascita che parte dalla fine del dominio portoghese in America latina, continuando nel nascente Brasile per arrivare fino ai giorni nostri: "In attesa del giorno in cui l'oceano e il cielo copriranno la terra di un profondo blu. Il Rinascimento è finito e mi chiedo se sarò sempre lo stesso, ancora una volta"? Deep Blue è anche il lamento del popolo portoghese che aveva il mondo nelle proprie mani e che a fine Rinascimento si ritrova impoverito con una manciata di polvere in mano e senza alcun potere sulle nuove Terre: "Il Rinascimento è finito e mi chiedo: dovrei chiudere i miei occhi e pregare? Sentirmi come fossi stato tradito? Buon finale e una delle composizioni più riuscite degli Angra per un brano che chiude il cerchio sulla scoperta del nuovo mondo e sull'inizio di un grande Paese purtroppo ancora oggi sfortunato per i mali ancora presenti dal passato. In definitiva "Deep Blue" è perfetto com'era nell'album della Terra Santa, dove l'ultimo sogno dello sfortunato Andre Matos è che il cielo e l'oceano ritornino insieme a ricoprire di un unico colore le antiche terre vergini di un blu denso e profondo, cancellando così la violenza, i soprusi e l'odio degli ultimi secoli: "Sto aspettando il giorno in cui l'oceano e il cielo ricopriranno la terra di un blu profondo".

Conclusioni

"Sebbene i Deep Purple, i Rainbow e Yngwie Malmsteen mescolassero rock e musica classica prima di noi, tutti hanno utilizzato un approccio diverso. Allora, penso che nella musica heavy metal, eravamo l'unica band a suonare quel tipo di metal. Non sto parlando di musica progressiva, questo è un universo diverso"! (Andre Matos)

Originariamente lo scopo dell'incisione di "Freedom Call" è di far conoscere, nell'ottimo mercato nipponico, la title track e le bonus track in un territorio molto ricettivo, per il metal, come quello giapponese. Poi, gli ottimi riscontri in quasi tutti i mercati inducono la label a pubblicarlo in più nazioni. Tuttavia questa mini raccolta è stata ristampata così tante volte e addirittura con tre tracce bonus da decretarne un altro importante trionfo a livello commerciale. Il segreto degli Angra è quello di saper incorporare bene e con cautela il metal con elementi di musica classica e suoni tipicamente natii, avendo alle spalle un fedele sostegno di pubblico interessato alla loro musica, che all'inizio nientemeno in Patria è poco restio alle novità artistiche apportate dai ragazzi. Addirittura i cinque giovanissimi artisti di San Paolo, sono più famosi all'estero che in Brasile, dove dopo il successo dell'album Angels Cry del1993 vincono numerosi premi e riconoscimenti sia nel Sol Levante e sia in Europa, diventando insieme ai Sepultura, la punta di diamante del metal carioca. Grazie a questo trionfo i brasiliani sono stati in grado di prendersi più libertà e originalità con l'opera successiva, mettendo in pratica tutte le idee iniziali. Rafael Bittencourt, André Matos, Kiko Loureiro, Luis Mariutti e Ricardo Confessori - si ritirano per tre mesi fuori San Paolo in una casa appartenente alla famiglia di Rafael per comporre quella che diventa la parte più importante del secondo capolavoro, intitolato: Holy Land di cui questo EP è il seguito e la conclusione. Il tema cruciale del disco che avvolge quasi tutti i testi e le melodie è la storia dell'arrivo degli europei nelle terre americane nel lontano XVI secolo. La proposta è quella di portare la storia della "scoperta dell'America" attraverso la ricerca di riferimenti musicali, dal Rinascimento brasiliano ed europeo a elementi musicali tipici del multiculturalismo latino, condensando il tutto in un concept storico. La scelta di questo tipo di racconto, non è stata solo occasionale ma è coincisa con la commemorazione, nei primi anni '90, in Spagna dei "cinquecento" anni dalla scoperta dell'America, evento che si festeggia ogni anno nella festa nazionale del 12 ottobre come il giorno della "Festa Nazionale Spagnola". La cosa che sorprende i latino americani e quindi gli stessi Angra è l'utilizzo della parola anniversario, che date le circostanze, suona sgradevole, per via dei massacri e le distruzioni che hanno provocato anni di repressione e disuguaglianze sociali in tutta l'America Latina. Un altro concetto sviluppato e attenzionato dalla band è lo stato d'animo generale della nazione: dalla riapertura politica con la fine del regime militare alla fine degli anni '80, alle motivazioni per costituire un'identità brasiliana fatta di orgoglio e ottimismo per la ripresa della crescita socio-politica ed economica. Il maestro Andre Matos riesce con la sua abilità compositiva e esecutiva a far emergere tutti questi temi dimostrando di avere anche molto gusto nel comporre brani hard rock nostalgici e molto diversificati tra di loro. Il suo meraviglioso modo di scrivere, in particolare nei versi più impegnativi, fa si che il singer tiri fuori alcuni sentimenti oscuri e fortissime emozioni attraverso anche il sound di questo fondamentale EP, che conclude un periodo esplosivo e altamente originale per il combo paulista. La ricchezza di questo disco è, ancora una volta, rappresentato dalla diversità culturale, artistica e in particolare della musica etnica e popolare brasiliana che rappresenta in un certo senso il miscuglio di razze e di tradizioni di un intero popolo. In conclusione, questo lavoro non ha lo scopo di esprimere giudizi in merito alla colonizzazione e allo sfruttamento delle nuove terre ma mostra come la band abbia inteso il dibattito sulla storia della "scoperta" di quel tempo alla luce dei problemi sociali e economici della loro società nei primi anni novanta. A trovare il pelo nell'uovo, "Freedom Call" sembra il classico lavoro in studio per incassare ingenti somme di denaro nel periodo migliore di questa giovane e originale formazione di rockers, tranquilla e rilassata da un successo imprevisto, immediato ma anche meritato.

"Ognuno di noi ha una voce unica e questo è uno strumento difficile da insegnare o da imparare perché non puoi vederlo. Non penso che la cosa più importante del canto sia quante tonalità alte puoi raggiungere ma piuttosto il tuo - timbro - personale e cioè il fatto che le persone riconoscano la tua voce non appena apri la bocca". (Andre Matos)

kw: Progressive metal, power metal, folk metal, neoclassical metal


1) Freedom Call
2) Queen of the Night
3) Reaching Horizons
4) Stand Away
5) Painkiller
6) Deep Blue
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