ANGRA

Fireworks

1998 - Steamhammer

A CURA DI
CHRISTIAN RUBINO
08/01/2022
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

"Fireworks" è carico della potenza distruttiva del fuoco e allo stesso tempo melodico come vuole la tradizione musicale brasiliana". (Andre Matos)
Sinceramente non so fino a che punto il compianto vocalist degli Angra fosse convinto di questa affermazione nel lontano 1998 che vede finalmente il ritorno dei brasiliani Angra, con il tanto atteso nuovo album in studio intitolato: "Fireworks". Il tutto, dopo il trionfo e la sbornia di successo degli ultimi tre anni, grazie al grandissimo capolavoro del 1995, "Holy Land". La band nonostante la notorietà, i soldi e l'ottima reputazione internazionale attraversa un periodo delicato della sua storia. La formazione è quella delle origini, con Confessori alla batteria, Bittencourt e Loureiro alle chitarre, Mariutti al basso e il leader Matos dietro al microfono che ha purtroppo in testa di lasciare i suoi compagni d'avventura già dalla fine del tour di "Holy Live" perché attirato dal progetto solista dei Virgo con l'amico chitarrista e produttore Sacha Paeth. È qui che nasce la frattura insanabile tra l'ottimo singer e il guitar hero Rafael Bittencourt che si guarda intorno contattando il connazionale Eduardo Falaschi, ai tempi vocalist dei carioca Symbols, per non trovarsi impreparato nel caso ci fosse l'addio improvviso di Andre. Oltre all'inclinazione dei rapporti personali tra i due fondatori del gruppo, occorre aggiungere che Matos si accorge di percepire di meno a livello economico in quanto non arrivano correttamente alla band le spettanze pattuite con l'imprenditore Antonio Pirani (proprietario anche della rivista Rock Brigade), che possiede il nome "Angra" e anche a livello artistico non c'è più una visione univoca di intenti. A quanto pare, i proventi non sono distribuiti equamente tra i membri e i musicisti che dipendono completamente dal manager, di diritto proprietario del moniker insieme agli artisti. Andre Matos chiede pertanto un'uguaglianza che legalmente non esiste, scegliendo poi in seguito di abbandonare la spedita barca sudamericana nel momento migliore della carriera. Di conseguenza, questa frustrazione culmina, due anni dopo, nella fuga di Matos, ma sorprendentemente anche di Mariutti e di Confessori che lasciano la band, per formare con il chitarrista Hugo Mariutti, fratello di Luis, gli Shaman. Tuttavia, la ferrea posizione di Bittencourt fa desistere momentaneamente il frontman, in questo caldissimo 1998, dal mollare il combo, obbligandolo a registrare un altro album; il suo ultimo disco con una delle band di Power Metal più promettenti al mondo: "Quando André ci ha detto che voleva andarsene, visto che avevamo già le canzoni pronte, abbiamo invitato Edu Falaschi a registrare Fireworks ma poi siamo riusciti a convincere Andre a restare e alla fine ha partecipato a Fuochi d'artificio". Addirittura, Matos è fisicamente e mentalmente lontano, lavorando principalmente alle sue composizioni da solo invece di collaborare con gli altri membri del combo. Questo distacco si traduce, come capita spesso quando non si è convinti in pieno di quello che si sta facendo, in una mezza delusione artistica, sia per i fans più accaniti che per la critica in generale perché gli estrosi brasiliani si allontanano dalle influenze neoclassiche e dalla musica brasiliana dei precedenti primi due dischi, proponendo questa volta un power tradizionale, più robusto e meno contaminato da suoni etnici. Il punto di forza, inaspettatamente, diventano le chitarre e una struttura meno dinamica delle composizioni rispetto al passato. "Fireworks" è quindi il frutto di tutte queste tensioni e risulta essere un disco molto più acerbo, pesante e più heavy metal. Non ha la forte influenza della musica classica del primo disco e neppure quella tribale del secondo album ma si basa principalmente sull' agilità strumentale e vocale delle punte di diamante della band che riescono, in vari momenti, a sprigionare un infuocato sentimento e una calda passione per il classico genere power che proprio negli anni '90 è al culmine del suo splendore. I riff e gli assoli chitarristici prendono il sopravvento in tutti i pezzi, grazie anche a una buona melodia di fondo e alla determinata ugola di Matos che si incastra perfettamente in questo favorevole contesto, prodotto e mixato discretamente dallo scomparso Tsangarides. I cambiamenti iniziano già dalla produzione dell'album, che per la prima volta non vede protagonisti Sascha Paeth e Charlie Bauerfiend ma bensì il celebre produttore Chris Tsangarides (Judas Priest, Bruce Dickinson, Yngwie Malmsteen, Black Sabbath e Helloween) che effettua le registrazioni a Londra presso gli studi Metropolis, Rainmaker e Abbey Road Studios, dall'aprile al giugno del 1998, allontanando i ragazzi dai suoni sperimentali con cui si erano sempre distinti. Poiché il budget per la registrazione di "Fireworks" è leggermente superiore rispetto agli album precedenti, la band ha l'opportunità di utilizzare un'orchestra durante la registrazione: "Ti viene voglia di baciare il pavimento dello studio, principalmente perché il pavimento è lo stesso, le pareti sono le stesse. Entri e ti sembra di essere in un teatro della vecchia scuola. È una stanza enorme e alta. Ed è tutto vecchio, tutto rovinato, con le pareti un po' sgretolate e il pavimento senza bastoncini, ma i ragazzi non ti permettono di aggiustarlo perché è storico. Ma con tutto ciò, lo studio suona abbastanza bene, è uno dei migliori per registrare un'orchestra, anche se è stata costruito nel 1930. L'atmosfera è speciale. Non puoi nemmeno pensarci. In effetti, è estremamente emozionante, specialmente durante la registrazione" (Andre Matos sugli Abbey Road Studios). Probabilmente se questo nuovo lavoro fosse stato un disco di debutto di una nuova band metal sarebbe stato probabilmente visto come una grande uscita discografica invece il paragone con le prime due pubblicazioni è spietato soprattutto per il cambio di direzione che gli ormai conosciuti Angra intraprendono, mantenendo in parte il proprio stile inconfondibile. Colpisce in negativo l'approccio più semplicistico al power metal rispetto a quello che questi giovanotti hanno proposto agli esordi. Un punto debole che si ritorce contro è pure la presenza di una modesta orchestrazione e la presenza di un buon songwriting che non fa gridare al miracolo. Fireworks è l'ultimo atto dell'incredibile formazione capeggiata dal cantante André Matos, i chitarristi Kiko Loureiro e Rafael Bittencourt, il bassista Luis Mariutti e il batterista Ricardo Confessori.  Uno strano disco sotto ogni aspetto, sicuramente figlio della singolare atmosfera regnante all'interno del gruppo che si allontana vistosamente dalle armonie dei suoi esordi per andare alla ricerca di qualcosa di nuovo e diverso. Nonostante sia una buona raccolta di inediti facilmente ascoltabile e tecnicamente eccelsa lascia comunque l'amaro in bocca. Dopo questa uscita avviene lo split che cambia la storia della band brasiliana che non riesce più a dare alla luce degli eccezionali lavori come avvenuto in passato con l'indimenticabile maestro Matos.
"Andre era troppo coinvolto in diversi progetti e in diversi gruppi, prima ancora di fare Fireworks. Era già coinvolto in Virgo in quel momento, e penso che fosse la cosa più importante per lui, visto che ha avuto buone occasioni e buone proposte da diverse label per fare un album solista. E poi è iniziato ad essere coinvolto molto in questo, molto più che negli Angra. La prova di questo è che prima di Fireworks voleva lasciare il gruppo, ma abbiamo insistito affinché rimanesse nella band, pur sapendo che dopo Fireworks e il tour successivo sarebbe probabilmente andato via". (intervista a Rafael Bittencourt di Zoltan Koncsok per The Metal Circus)

Wings of Reality

La direzione sonora della band è evidente dopo aver premuto il tasto "play" perché si parte in quarta con un power speed armonioso e melodico che fa ben sperare. Questo è l'unico album, considerando solo i primi due dischi dell'era Matos, dove gli Angra non iniziano con un'introduzione per avviare la prima song dell'album. Il refrain è il tipico marchio sonoro del quintetto paulista ma molto più diretto, robusto e travolgente con una interessante componente progressive. Wings Of Reallity (Le ali della libertà) parla di creature fantasiose che intraprendono un viaggio per guarire dal dolore che le infastidisce e dal tormento che le attanaglia. La speranza è che dei Santi arrivino e mostrino a queste creature e persino agli umani qual è la strada giusta da seguire per migliorare la propria esistenza ma è soprattutto una metafora per indicare il malessere che portano dentro i loro cuori i due ex amici Rafael e Andre che li costringe momentaneamente a un compromesso: "Molte creature irrequiete bramano l'alba per guarire il loro eterno dolore? Adesso camminiamo da soli per scoprire i segreti che ci stanno attorno, spezzando i nostri cuori di pietra e rimanendo liberi di decidere". La traccia scritta da Matos è all'inizio brusca, trasformandosi poi con il passare dei secondi in un classico pezzo speed alla Angra, caratterizzato dagli acuti dell'ugola del singer e un indovinato intermezzo di pianoforte condotto da strumenti orchestrali che rendono il tutto ancor più melodico ma senza mai esagerare in spavaldi e inutili tecnicismi. La sensazione prevalente è quella di sentirsi trasportati in un'atmosfera di liberazione con un avvio speciale e robusto che apre le porte ad orizzonti nuovi e utopistici, dove i fondamenti della musica tipicamente brasiliana vengono inseriti in punta di piedi per non dimenticare da dove vengono questi cinque poliedrici artisti. Insomma, un'eccellente canzone di apertura che mostra tutto quello che gli Angra hanno fatto emergere sorprendentemente nelle raccolte precedenti. La song ha parti pesanti e classiche, per non parlare dell'assolo di Kiko che è semplicemente fenomenale. Ottima anche l'interpretazione del prigioniero Andre che esprime nelle liriche tutta la sua voglia di cambiare aria: "Ali della libertà, mostratemi la via per essere per sempre libero. Credo di aver trovato la mia strada che ogni giorno diventa più forte. Così tante parole da dire. Così tante cose da fare?". Degna di nota è anche la sezione ritmica capace di scandire pesantemente i tempi del brano ma anche di tenere in alcuni momenti e all'evenienza una cadenza più lenta.  Alle spalle un altissimo uso della tastiera guidata dallo stesso Matos, sostenuta brillantemente dalle sei corde di Bittencourt e Loureiro, esalta le atmosfere più eufoniche della canzone: "Una bestia si è risvegliata qui dentro? Tutto quello che non sappiamo, nessuno lo sa! ?E la vendetta arriverà un giorno!!

Petrified Eyes

L'ottima partenza è confermata anche dal secondo brano. Petrified Eyes (Occhi pietrificati) che dopo un'introduzione arpeggiante di chitarra e degli assoli elettrici abbastanza originali prosegue con dei marcati acuti di Andre Matos che dimostra ancora una volta la grande ampiezza della sua estensione vocale. Il pezzo possiede dei riff che ricordano immediatamente i lavori degli Iron Maiden del periodo d'oro dei mitici anni 80. Adorabili sono quindi l'intro funky e gli assoli successivi che portano in un power metal melodico mid-tempo composto da bellissime melodie vocali, da un indovinato ritornello e dall'orecchiabilità della sei corde elettrica di Rafael. La sezione ritmica, di contro, sputa fuoco da tutte le parti! Oltre alla potente e incazzata ugola di Andre, che finalmente non canta più con una timbrica femminile, spicca la grinta dei cinque ragazzi nelle armonie intrecciate e piacevolmente singolari del pezzo. La forza della composizione è l'oscillazione delle note tra la scala minore armonica e il minore naturale, create e suonate divinamente da Bittencourt che nel brano riesce a trascinare melodicamente tutti gli altri strumenti e soprattutto le rudi corde vocali di Matos. Il testo scritto da Rafael e da Chris Tsangarides è un monito ad un mondo ceco e pietrificato che assiste a guerre assurde tra gli stessi figli di Dio ma è anche un messaggio all'ex amico Andre ormai con le valigie in mano: "Nell'abisso di un tempo passato. Per non dimenticare ciò che conta davvero e lo sguardo sbigottito al cielo. I miei occhi sono pietrificati. Guarda i luoghi della battaglia perduti. In questo mondo immutabile quanto costa la povera vita di un guerriero? Molte facce delle razze di Dio aspettano di fare un buon combattimento. Oh, non riesci a vedere, ti sono passato accanto ancora non vedi. Oh, non vedrai?". Il guitar hero fa emergere volontariamente di gran lunga il lato più heavy della band giallo verde, pur frammezzato da tantissimi elementi tipici del power che infastidiscono l'altro leader e cantante in una disputa allargata anche alle altre tracce successive. Naturalmente questi altalenanti aspetti sonori non aiutano a far decollare un disco che è il lontano parente del trionfale "Holy Land" uscito sul mercato appena tre anni prima.

Lisbon

A guardare a ritroso non so se la scelta di Andre Matos sia stata saggia ma adesso è facile giudicare la sua breve carriera dopo tutto quello che gli è successo. Sarebbe confortante, nei momenti di dubbi e di difficoltà, conoscere il disegno di Dio e per ogni elemento della nostra vita, lieto o triste che sia, trovare una risposta e un senso! Rispondere a questo quesito o a questo mistero è impossibile; pretendere di farlo sarebbe quanto meno presuntuoso. In Lisbon (Lisbona) ??il maestro ci prova ma con umiltà e una grandissima fede che lo tiene a galla in questo momento di solitudine e di scelte fondamentali per la sua esistenza: "Ogni sera dico una preghiera. Guardami: a nessuno interessa. Solo uno specchio, passando?mi fa vedere dentro e l'orgoglio perso. Va tutto bene: nessun bisogno, nessuna speranza. Che miracolo, guardando indietro? Il tempo è passato e la vita non era male?"! Questo è il primo singolo dell'album, un classico assoluto degli Angra, che alterna momenti più pesanti a momenti più lenti e pieni di orchestrazioni. La canzone ha una storia molto insolita: durante il tour di "Holy Land" la band fa una veloce visita a Lisbona. Sfortunatamente, non c'è molto tempo per visitare la capitale del Portogallo e i cinque decidono così di fare una passeggiata dopo il concerto tenutosi in città. Non c'è nessuno in giro ma i cinque musicisti trovano un mendicante davanti alla cattedrale che canticchia una canzone che rimane nella mente di Matos, fino a diventare la "Lisbon" inserita in questa nuova fatica discografica. Il Portogallo è anche un paese tradizionalmente religioso: chiese antiche e santuari come la famosa Fatima, capitale della pace, che è poi uno dei principali luoghi di pellegrinaggio mariano al mondo. Non a caso il vocalist sceglie la città di Lisbona come ispirazione perché da qui nasce storicamente il suo Brasile e la sua cristianità, collegandosi così al suo capolavoro precedente "Holy Land", dove racconta l'inizio sofferto e doloroso dell'amata Patria da parte dei conquistatori lusitani. Il pezzo è una buona canzone mid-tempo con un ritmo di tastiera molto orecchiabile e con una interessante introduzione di musica classica, che mostra un sound più armonico e melodico del solito ma sempre eseguito con grande stile. Questa canzone rispecchia fedelmente la via che percorrerà Andre in futuro con i suoi Shaman dove prova un suono heavy metal più classico, con chitarre più robuste e una sezione ritmica più semplice. Il vocalist, come sempre, è coinvolto nella composizione della maggior parte delle composizioni dell'opera cercando di cambiare in parte la formula che propone dagli esordi, stanco dell'etichetta metal melodica affibbiatagli. Un classico degli Angra, dimenticato purtroppo da molti, dove Matos grida la sua sofferenza e la sua irrequietezza, rifugiandosi nella religione per trovare la via corretta da percorrere: "Signore, illumina il mio cammino. Riempi queste mani appassite e distratte. I cieli stanno crollando e a Lisbona ho capito tutto questo mondo così strano e divino". Benché Andre non spinga troppo forte le sue eccellenti corde vocali, la song è alla fine una superlativa ballata con una imponente orchestrazione e un suono epico, sinfonico e neoclassico tipico del combo grazie anche al grande lavoro di Kiko Loureiro alla chitarra elettrica. Lisbon è una canzone di speranza per chi si sente smarrito e ha bisogno di una guida e di una pace interiore che, se crede, solo in Dio può trovare.

Metal Icarus

In questo platter a corrente alternata, per il sound e i testi che non hanno un filo conduttore ma in alcuni casi solo una botta e risposta tra Matos e Bittencourt, Metal Icarus (Icaro di metallo) si colloca in questo strano dualismo e in questa convivenza forzata. Classico pezzo power senza infamia e senza lode ma dal ritornello molto potente e difficile da cantare, dove comunque il vocalist Matos gorgheggia a squarciagola mantenendo sempre delle tonalità perfette e incredibili. La forza dirompente delle guitar elettriche di Kiko e Rafael prende il sopravento già dai primi secondi per uno dei punti salienti della composizione e con un grande refrain ultra-melodico che si stampa subito in testa. Questo è il suono adrenalinico che amano e vogliono Bittencourt e Loureiro per esprimere, con le loro sei battagliere corde, tutta la propria abilità e la propria tecnica con l'appoggio di una sezione ritmica pesantissima e un ritornello da urlo. Di contro manca la componente cosiddetta Matos, cioè quella partitura classica con cambi di tempo e ritmi brasiliani mischiati al metal che tanto hanno inciso positivamente nei primi due album diventando un marchio di fabbrica unico al mondo per la band giallo verde. La lirica è poi anche una frecciatina dei due guitar hero al maestro: "Tu vivi in un mondo che è davvero troppo strano da concepire. Sei sempre stato con noi nei buoni momenti, mai lasciato solo. Improvvisamente ci rendiamo conto delle lacrime rosso sangue dai tuoi occhi. Non c'era più molto che avrei potuto fare se non guardarti morire". Naturalmente i due autori si riferiscono alla morte artistica del loro amico raffigurandolo come l'Icaro della mitologia greca, non immaginando che vent'anni dopo sarebbe deceduto tragicamente e inaspettatamente. L'esecuzione del brano è molto possente e mette in luce tutto quello di buono che sanno fare i due in termini power: assoli e riff al fulmicotone, velocità esecutiva, melodia e acuti pazzeschi dove il leader Matos decide finalmente di far vedere a che livello riesce a portare la sua potentissima voce, soprattutto nel ritornello: "Giorno dopo giorno, bruciano le tue ali sul sole Icaro di metallo"! La sua ugola è più aggressiva e meno melodica ma sempre piena di sentimento, dimostrando di sapersi adattare a qualunque nota sprigionata dai suoi, ancora per poco, compagni di tante avventure e successi: "Ah. Quelli erano anni. Sento ancora le alture ventose contro la mia pelle e se chiudo gli occhi sto volando sopra le colline"! Una citazione a parte merita Ricardo Confessori con la sua batteria sopra gli scudi grazie anche all'apporto di Luís Mariutti con il quale completa una buona sezione ritmica. Metal Icarus è un buon power metal veloce, che piace già dalle prime note musicali ma non è il migliore delle composizioni veloci ideate dagli Angra  fino a questo punto della loro carriera.

Paradise

Paradise (Paradiso) è la song più lunga dell'opera che parte con un pesante riff e un distorto assolo di chitarra, seguito da un suono hard rock molto melodico. Quello che colpisce da subito è la varietà della composizione perché presenta delle atmosfere più sinistre e progressive, dove spicca anche il contenuto lirico, catapultando l'uditore indietro nel tempo quando, nell'antico Impero Romano, il sangue e la violenza la facevano da padrone negli anfiteatri: "Fin dai tempi degli antichi quando i gladiatori combattevano, la loro vita era solo un gioco. Guarda il sangue dei corpi sparso sul pavimento. Come potrebbero le persone applaudirlo? È una follia, è tutto così folle"! La canzone è il disappunto verso la diabolica usanza romana (e non solo), che portava tantissimi uomini e donne a morire solo per divertimento. Purtroppo, la follia di millenni fa non è cambiata neppure ai nostri giorni perché il piacere innaturale che si provava in passato di fronte alla violenza è rimasto immutato e il riferimento ai "demoni dai mille occhi" scritta da Matos nel testo della canzone ne è un grande esempio: "L'arena è ancora affollata ma le regole prendono nuove forme. Alcuni di loro calpestano i palchi, altri inseguono una palla? Demoni dai mille occhi"! Dal punto di vista armonico i musicisti riescono bene a far rivivere la barbaria di secoli fa quando la vita non valeva niente ma allo stesso tempo ricordandoci come anche oggi la violenza risiede ancora dentro i cuori degli uomini. Questi aspetti rendono la canzone molto interessante e piacevole, nonostante i ritmi siano più bassi e lenti rispetto al power dei primi brani. Forse, con qualche minuto in meno, Paradise, potrebbe essere più diretta e potente nell'esecuzione ma le idee chitarristiche della coppia Rafael e Kiko meritano in ogni modo attenzione e rispetto. I due eruttano magma e lapilli dalle loro bocche di fuoco creando a tratti atmosfere infernali e distruttive che si contrappongono a riff più calmi, orientati alla ricerca di un "Paradiso" lontano dalla Terra: "Stiamo sognando il paradiso mentre restiamo qui all'inferno"!!! La canzone ha anche il merito di sentire un Matos, più rauco del solito, all'apice delle sue estensioni vocali, soprattutto durante il ritornello. Fantastico il giro di chitarra iniziale e l'assolo di Loureiro nella parte centrale che al termine dà il via a diversi cambi di tempo con in sottofondo un'atmosfera misteriosa e ossessiva, intervallata da altre curiose parti soliste del chitarrista. Il cantato è ottimo, come il ritornello che riprende il suono di partenza e dove si rimane incantati da questa semplice melodia. Forse nella parte strumentale si va un po' fuori "tema", ma comunque questo non toglie nulla alla riuscita del pezzo.

Mystery Machine

Una delle domande più diffuse nel mondo tra gli esseri umani è quella di capire se il destino esista e se dipende da fattori esterni: siamo artefici della nostra sorte o siamo preda di forze che non controlliamo? Fin dagli inizi della storia l'uomo si è posto questo misterioso interrogativo, cercando risposte nell'arte, nella filosofia, nelle scienze e soprattutto nella religione. Mystery Machine (Macchina del mistero) è una traccia che prende spunto da questa componente imprevedibile della vita dove l'autore, il drummer Confessori, tratta questo difficilissimo tema, a dir la verità in modo molto infantile, accompagnato dalle discrete sonorità power sviluppate dalla coppia Bittencourt e Loureiro: "Il sole sorge sopra la marea e le onde si infrangono sugli scogli. Questa sensazione che non puoi nascondere come una pagina aperta e rivelata, tutti la possono vedere. Un milione di voci canta di nuovo ad alta voce stasera mentre i misteri della vita iniziano a svelarsi. Maestro del destino, sei l'unico che sa le cose"! I riff e gli assoli chitarristici sono buoni, veloci ma poco convincenti e non aggiungono nulla in più al disco per una canzone troppo semplice per essere degli Angra. Sembra di sentire uno di quei filler inseriti in un lavoro discografico dove le idee si sono esaurite e si tende a tappare una falla dopo aver dato il meglio nelle prime cinque tracce. L'unica cosa interessante è l'apertura ottantiana in pieno stile Iron Maiden con le chitarre elettriche melodiche e ritmiche che introducono, con la vivace batteria di Ricardo, le tirate e sdolcinate corde vocali di Andre. Il brano è comunque ricco di elementi power che progrediscono improvvisamente in una composizione mid tempo dalle venature prog che si salva alla fine in calcio d'angolo ma lasciando poco in testa di buono. Mystery Machine è in poche parole una canzone diretta e senza fronzoli, se si vuole utilizzare un eufemismo, dove colpisce solo la prima parte formata da un armonizzato complesso di chitarra e un intrecciato lavoro di batteria che ricorda i momenti migliori del combo. Non all'altezza le strofe e neanche il mediocre ritornello dove purtroppo neppure l'efficace e tosta voce del singer può fare i miracoli. Andre, nonostante ormai lavori ai pezzi in isolamento e con la testa a nuovi progetti, si impegna al massimo per la riuscita in modo da lasciare un buon ricordo e perché no, anche un rimpianto. Ormai la macchina del cambiamento è messa in moto da Matos e dagli altri due dissidenti che nel loro futuro purtroppo non troveranno la gloria sperata: "Attivati macchina dei ruoli misteriosi. Non lasciare che le nuvole nascondano il sole. Non scappare perché non puoi nasconderti dai tuoni. Maestro del destino, sei l'unico che sa le cose"! Non è una brutta canzone, ma neanche bella se si pensa a quanto fatto fino ad ora dai cinque eccezionali brasiliani.

Fireworks

Per ironia della sorte mi ritrovo a recensire il settimo brano della set list, ovvero la title track Fireworks, (Fuochi d'artificio) proprio alla vigilia di Capodanno in un brevissimo momento di tregua lavorativa e familiare. Naturalmente questa affermazione propedeutica merita una spiegazione. La title track è scritta dal maestro Matos proprio in ricordo di un Capodanno (che stranissima coincidenza con la stesura di questa recensione), di qualche anno prima, passato insieme alla persona amata. Il brano non riguarda quindi solo i fuochi d'artificio o i botti in sé e per sé. Porta invece l'attenzione sull'importanza di avere speranza e che l'amore è la chiave di tutta la nostra esistenza, se vogliamo una vita serena e migliore, piena di sogni e gioie. L'amore è una delle più importanti forze vitali che guidano la nostra breve permanenza terrena. Amore per il proprio partner, nelle relazioni tra gli amici, tra genitori, figli, passioni, hobby e chi ne ha più ne metta. Una qualità importante da scoprire, da avere e in cui credere per provare ad essere felici e dare così un senso alla vita: "È il giorno di Capodanno. Alzando gli occhi al cielo, aspettiamo tutti che volino i fuochi d'artificio e ti tengo. Ti sto accanto adesso e ti amo. La notte si trasforma in giorno con il fuoco. Guarda i nostri sogni che volano via"! Fireworks è una semi ballata perché inizia molto lentamente e si anima con il passare dei minuti. Veloce nella parte centrale per poi ritornare lenta verso la fine ma molto semplice e anonima negli accordi. Si salvano solo i lunghissimi assoli di chitarra che si scambiano i due guitar hero in un'avvincente altalena di emozioni e virtuosismi esecutivi, con un cambio di tempo improvviso verso la conclusione che ricorda in parte i buoni momenti ascoltati nel singolo Holy Land dell'opera omonima di qualche anno prima. Quello che consola è che i cinque artisti riprendano, sebbene in minima parte, una melodia e un ritmo sudamericano facendo vedere al mondo di essere non solo una band metal ma anche qualcosa di più originale. La notte di un nuovo anno è per Andre un nuovo inizio e un cambiamento di rotta perché sa in cuor suo che qualcosa cambierà mentre per il combo carioca è un simbolismo relativo alla carriera della band che incorporerà nuovi elementi per orientarsi stilisticamente verso un metal più robusto e marcato. La speranza della riuscita di queste due strade artistiche è rappresentata da questa speciale notte, piena di luci e bagliori: "Specchiato lì in un bagliore che abbaglierà i nostri occhi. Qui nel mio cuore, nella mia anima condivido il miracolo della Speranza. L'amore è la chiave per credere ma ora non importa quello che dico. Basta guardare i fuochi d'artificio"! Fireworks è la traccia meno interessante di tutto il lotto ma questo non significa che sia brutta. Come Myster Machine non è all'altezza della set list anche se ha il miglior lavoro di chitarra che Kiko e Loureiro abbiano mai sviluppato fino a questo momento. Assolo fantastico, riff incredibili e rumorosi evidenziano la tecnica e il talento dei due amici chitarristi che con l'anno nuovo guideranno un nuovo capitolo della band brasiliana.

"Io e Rafael abbiamo lo stesso modo di intendere la musica e molte influenze comuni. Credo, rispetto a lui, di essere stato più influenzato dai grandi chitarristi e di essermi più concentrato nell'imparare molta roba classica. Probabilmente io ero più fissato nel diventare un vero chitarrista come Van Halen. Per quanto riguarda il nostro lavoro negli Angra siamo sicuramente molto affiatati e viaggiamo sugli stessi binari nel comporre musica." (intervista a Kiko Loureiro di Andrea Raffaldini per MetalItalia.com)

Extreme Dream

È il momento di cambiare e svoltare nella propria vita e nella propria carriera? Qualcosa è cambiato e vuoi vivere diversamente la realtà attuale? Tutte queste domande aleggiano nella testa di Andre che non si sente più a suo agio negli Angra, nonostante il successo raggiunto, non avendo comunque paura di lasciare e cambiare strada artistica. Extreme Dream (Sogno Estremo), è il sogno dichiarato del vocalist che pur immaginando un futuro diverso rialza, con questo pezzo, l'asticella rispetto agli ultimi due sufficienti brani commentati prima, ottenendo così una delle migliori song del disco: "Vivere un sogno solo per una notte. Sembra l'ultimo giorno della mia vita. Vagavo da qualche parte per un po' quando tutti i sentimenti giacevano dormienti dentro di me. Ci siamo, in marcia su...". Gli spigolosi riff iniziali di Rafael e Kiko riportano autoritariamente ad un'atmosfera ottantiana, accompagnati dalle pulite corde vocali di Matos e sostenute da un basso e una batteria volutamente bellicose. Il virtuoso assolo di chitarra è eseguito velocemente con una scala irraggiungibile ma poco melodico e espressivo rispetto agli standard del gruppo, lasciando un po' spiazzati e sorpresi. Ottimo mid tempo con dei rudi e possenti accordi nati dall'impeto compositivo dei due chitarristi e completati dal testo autobiografico dello scontento singer che non vede l'ora di realizzare i suoi prossimi obiettivi lontano dai suoi ex amici: "Ci siamo, marciando avanti. Sepolto in profondità nella sabbia... riconosco questo posto, Tutte quelle facce, tutte quelle scenate. Penso a un posto dove non sono mai stato ...è così estremo. Il mio sogno infinito"! Nel lontano '98 un dirigente della casa discografica francese degli Angra decide di agire in favore della permanenza di Andre Matos: "Per qualche ragione, questo ragazzo della casa discografica francese, che era molto attivo per la band perché eravamo molto famosi in Francia, è venuto in Brasile. C'era uno spettacolo dei Whitesnake insieme ai Megadeth ed egli era un grande fan di entrambi. È venuto a questo spettacolo ma anche per risolvere il problema che c'era nella nostra band. Edu Falaschi ha provato con noi in questo periodo. Andre non voleva più far parte degli Angra", ricorda Kiko. La missione dell'esecutivo francese finisce per garantire momentaneamente la permanenza di Matos che completa le prove in sala allontanando così lo split. Purtroppo, la strada solista del giovane cantante non è in discesa e neppure fortunata come lui spera perché, a parte non bissare più il trionfo con i suoi ex Angra, dura poco per via della morte improvvisa che lo strappa prematuramente e ingiustamente da questa terra, togliendo al genere Metal uno dei migliori cantanti e compositori degli ultimi tempi. Di questa song rimane la potenza delle chitarre con i micidiali assoli interscambiabili del duo Bittencourt, Loureiro, molto abili con le loro sei corde; la grande energia, le robuste note di puro speed power metal, il piacevole ritornello a tempo ma obbiettivamente non c'è niente di inventivo, niente di nuovo...

Gentle Change

L'incoerenza degli Angra tra i conflitti interni e il clima ormai ai ferri corti è anche rappresentato dalla penultima canzone in scaletta: Gentle Change (Dolce cambiamento) perché sinceramente è una ballata che si trova qui in set list come un pesce fuor d'acqua. Non si capisce l'inserimento di un pezzo riciclato che doveva essere inserito in "Holy Land" per via delle sue sfumature sudamericane e i ritmi brasiliani che contiene.  Dopo una serie di song di puro power con qualche eccezione prog, Bittencourt, Mariutti e Confessori buttano nella mischia un brano che da ragione alla linea artistica che avrebbe voluto seguire Andre se non fosse stato ostacolato dall'indurimento armonico che si ode in tutti i solchi del disco. In "Gentle Change" troviamo alcuni elementi carioca che mancano fortemente in tutte le composizioni e che in un certo senso fanno desiderare un passato artistico della band non troppo lontano. La lirica poi, come avvenuto prima, non ha neanche qui un filo conduttore perché Rafael parla qui del sogno delle giovani generazioni di diventare presto adulti ma anche del rimpianto, quando si è anziani, di voler ritornare giovani, forti e indietro nel tempo: "Vedo le stelle nei tuoi occhi ritrarre la mia faccia in futuro. Bello è il tempo fuori ma resto a casa. Oh! Aspettando la pioggia. Ricordi di quando eravamo giovani, desiderando così tanto di essere più vecchi? Ora puoi guardare al passato". Il tema è originale perché affronta l'argomento della vecchiaia e della nostalgia ma quello che bisogna combattere è il luogo comune in cui la gioia e la felicità appartengono solo alla giovinezza e la tristezza solo alla vecchiaia, oppure che i sentimenti provati dai "vecchi" siano tenui o quasi nulli. Purtroppo, gli anziani finiscono spesso nell'immedesimarsi in questi stereotipi, abbattendosi per la solitudine, per gli acciacchi e cadendo nella depressione. Insomma, un argomento attualissimo dove nei versi si parla di tristezza e di addii: "L'unico modo per andare avanti? Accendere un'altra sigaretta. Fare il figo mentre si scoppia dentro. Salutare le persone pensando a un addio. Ridere, ma desiderare di piangere". Alla fine, rimangono in mente i bonghi introduttivi, le belle melodie di chitarra acustica ed elettrica, il pianoforte suonato da Matos e il coinvolgente ritornello che crea un'ambientazione magica. Non è uno dei migliori lenti della band, ma l'atmosfera unica dona a questa canzone qualcosa di speciale che colpisce dolcemente i cuori.

Speed

L'ultima canzone, Speed (Velocità), è una mitragliata elettrica e adrenalinica che chiude in bellezza un buon album mettendo la parola fine all'opera e alla permanenza di Matos, Mariutti e Confessori all'interno della formazione di San Paolo. La percezione è di gustare una song all'altezza del nome che porta con una velocità esecutiva delle due sei corde molto coinvolgente e aggressiva. Lo stesso si può dire per l'ugola di Andre che raggiunge una dilatazione vocale ancora sopra gli scudi, sciorinando degli acuti fenomenali e difficilissimi da imitare. Tutti questi aspetti contribuiscono alla fine a rendere Fireworks un disco diverso, non solo perché non ha nessuna introduzione strumentale e orchestrale ma è anche l'unico platter, fino a questo momento, ad essere chiuso da una traccia massiccia e veloce, dove tutti e cinque i musicisti si prendono i loro spazi mostrando così tutte le loro qualità. Finalmente un po' di rapidità con dell'ottimo power metal dopo tante canzoni mid-tempo, per una bella song dai graffianti riff e un assolo chitarristico straordinario. In Speed Matos tratta il tema su come celermente passi il tempo e che l'unico modo per fermarlo sia solo l'odiata morte: "Camminiamo velocemente ma ancora non so cosa si nasconde lì dentro. Il nostro tempo è finito! Velocità, come un fulmine. Il futuro prenderà il suo posto. Allora potresti fermare il tempo? Forse quando morirai"? Lo stile di vita nelle società moderne è frenetico e ripetitivo. Si corre per andare al lavoro, si corre per provare a fare carriera, si corre per andare in palestra, o per accompagnare i figli nelle mille attività in cui sono impegnati, si corre al supermercato e si potrebbe proseguire all'infinito. Insomma, rincorriamo il tempo che non ci basta mai, tra sogni e ambizioni, certezze e insicurezze, rincorrendo qualcosa di astratto che alla fine ci porta ad essere sempre in movimento. Magari solo per non pensare e allontanare per un po' i nostri ossessionanti problemi: "Andando più veloci della luce troveremo una via d'uscita dalla nostra coscienza e più sappiamo, più ci penseremo. È sempre una questione di pazienza". Rafael e Kiko duettano magnificamente ??con i loro strumenti come se volessero far capire ai dissidenti di ripensare alla scelta di lasciare il gruppo perché il futuro degli Angra non è ancora finito prematuramente. Il pezzo ha anche un'atmosfera fresca, moderna, interessante e una grande forza emotiva grazie anche ad un basso e a una batteria travolgenti, e ad un ritornello melodicamente azzeccato per una canzone che ogni metalhead vorrebbe spesso udire e sognare dalla propria band preferita.

Conclusioni

"Ogni album che abbiamo fatto rappresenta una certa fase della nostra vita e nel 1998 Fireworks rappresentava gli Angra. Molti lo odiano e molti lo adorano, ma la cosa importante è non fossilizzarsi. Ogni volta che si fa un disco, beh, quello dopo deve riuscire a dire qualcosa di nuovo. I nostri dischi sono molto differenti uno dall'altro: c'è chi preferisce Holy Land, altri adorano Angels Cry per il suo stile più metal?benissimo, a noi va bene così. È bello poter proporre musica diversa e vedere come la gente si affezioni nel bene o nel male a tutti i tuoi lavori". (intervista a Kiko Loureiro di Andrea Raffaldini per MetalItalia.com)
Dopo lo strepitoso successo del tour "Holy Land", giunge il momento per gli Angra di tornare in studio ma invece di puntare sui suoni maturati nei primi due album, i nostri eroi si buttano su sonorità più incentrate sul classico heavy metal melodico, mettendo da parte purtroppo le parti di musica classica e i ritmi brasiliani che erano riusciti a ben plasmare con il metal. Si può dire che "Fireworks" divide i fan sulla scelta sonora ma nonostante tutto piace perché diretto e aggressivo nella maggior parte dei suoi solchi. Ha un vigore che i primi due lavori discografici non hanno, dovuto a un'atmosfera totalmente differente, più incazzata, combattiva e tesa. Dopo l'uscita, la critica e una parte dei supporters lo stronca, anche ingiustamente e da quel momento il combo cade in disgrazia, rischiando, con lo split di tre membri di sciogliersi definitivamente. Peccato, perché la produzione di Tsangarides non è affatto male; tutti gli strumenti si sentono bene, con la voce del vocalist e le chitarre dei due chitarristi sempre in evidenza avvolti da un 'atmosfera volutamente cruda e compatta, tipica del metal americano ottantiano, con un raffinato gusto per la precisione e la perizia tecnica. È chiaro che la priorità principale del produttore è l'ugola di Andre Matos, perché sempre all'altezza anche se da questa raccolta il giovane singer muta il suo modo di cantare. Prima di allora, cantava con uno stile molto zuccheroso, quasi femminile, ed è questo che, probabilmente lo ha reso un cantante particolare. A partire da "Fireworks", e praticamente per il resto della sua professione, comincia a cantare in modo più maschile. L'album è quindi piuttosto diverso dalla luminosa pietra miliare del predecessore, giustamente considerato una straordinaria miscela di metal e musica tradizionale latino/brasiliana con venature prog. Qui mancano quegli elementi progressive e di folklore brasiliano che li avevano resi così innovativi e originali. Grazie a Dio rimangono le partiture orchestrali emesse dalle tastiere di Andre e le sue pazzesche abilità vocali supportate da duelli chitarristici di matrice speed/power del formidabile duo Kiko/ Rafael e da una battente base ritmica. Disco a tratti pesante, diverso, audace e per certi versi imprevedibile che ha la sfortuna di essere partorito nel periodo peggiore della band. I ragazzi sono ormai in rotta di collisione dalla fine dell'ultimo tour mondiale e questo si riflette enormemente nella composizione e nel suono delle nuove canzoni. Questa è la ragione principale per cui il disco, in generale, suona strano e lontano dallo stile passato. Nonostante i tanti e i diversi problemi interni che interferiscono con la musica, gli Angra riescono comunque a dare alla luce una discreta opera che li porta in giro a promuoverla sia in Europa e sia in Asia. Dopo il "Firetour", come scritto in precedenza, Andre Matos, Luis Mariutti e Ricardo Confessori decidono di mollare il progetto, lasciando quello che rimane del gruppo per qualche mese in stand by. Gli Angra continuano anche con l'assenza pesante del suo cantante e cantautore Andre Matos ma non è più la stessa cosa, L'assenza della superlativa coppia compositiva formata da Andre e Rafael, binomio di garanzia qualitativa e creativa, si sente moltissimo! Questo è l'ultimo album di Andre Matos con i suoi ex colleghi con i quali è riuscito a formare un combo di musicisti estremamente competenti, esperti, intelligenti e tecnici. Un quintetto di fama mondiale, grande vanto per l'intero Brasile, che si diversifica dalle altre band del pianeta perché ricerca nuove vie, nuove sperimentazioni e nuova linfa per l'heavy metal mondiale. Un'alternativa qualitativa con ritmi e armonie diverse rispetto al rock internazionale degli anni '90 ma in quest'ultima set list, con poche eccezioni, si ascoltano song di heavy metal melodico tradizionale senza alcuna ambizione di portare al mondo qualcosa di nuovo e interessante come sperato dai tantissimi fan sparsi in tutto il globo.
?"Subito dopo che Andre ci ha lasciato, io e Kiko non sapevamo esattamente cosa fare. Eravamo delusi e il nostro manager non sapeva cosa fare. Beh, avevamo un contratto in sospeso e senza membri nel gruppo. È stato un momento molto difficile e abbiamo pensato di creare una nuova band con un nuovo nome ma tutti dicevano che suonavamo sempre come facevano gli Angra. Abbiamo deciso così di mantenere il nome, perché le fondamenta degli Angra erano ancora in piedi". (intervista a Rafael Bittencourt di Zoltan Koncsok per Metal Circus)

1) Wings of Reality
2) Petrified Eyes
3) Lisbon
4) Metal Icarus
5) Paradise
6) Mystery Machine
7) Fireworks
8) Extreme Dream
9) Gentle Change
10) Speed
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