ANGEL WITCH

Screamin n' Bleedin'

1985 - Killerwatt Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
28/02/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Il 1980 è passato da un pezzo e gli Angel Witch non hanno raccolto il successo sperato,  nonostante l’uscita dell’omonimo debut-album, considerato, più dai colleghi che dal pubblico, tra i massimi capolavori della N.W.O.B.H.M. e dunque fondamentale per lo sviluppo del genere. Le modeste vendite dell’album, purtroppo penalizzato dalla cattiva promozione della “Bronze Records”, etichetta in grave crisi economica e che fallisce poco dopo, creano dissapori interni alla band, tanto che gli Angel Witch rischiano di sciogliersi. Kevin Heybourne, scontroso leader del gruppo inglese, non la prende bene e licenzia il bassista Riddles (rimpiazzandolo con Pete Gordelier, proveniente dai semisconosciuti “Marquise De Sade”) mentre decide di prendersi una pausa dietro il microfono e di dedicarsi solamente al suo “primo amore”, ovvero il ruolo di chitarrista. La formazione, stavolta, è a quattro membri, perciò dietro al microfono viene piazzato Dave Tattum, cantante dalla poderosa voce mentre viene confermato Dave Hogg alla batteria. L’ondata di heavy classico che colpisce l’Inghilterra nei primi anni 80 è in fase calante, il pubblico si interessa alla nascita di altri generi, ben diversi, e guarda all’America dove spopolano, soprattutto in California, il Glam e il Thrash metal, quest’ultimo, in particolare, molto legato alle architetture chitarristiche di Heybourne, tanto che giovani band, tra cui Megadeth e Metallica, considerano “Angel Witch” un album fondamentale per la loro crescita e Kevin Heybourne un vero e proprio ispiratore. Gli Angel Witch, dopo un lungo periodo di silenzio, non si danno per vinti e decidono che è giunto il momento di tornare a suonare e di incidere un secondo lavoro ma il rapporto con la “Bronze..” è incrinato e ormai agli sgoccioli. La casa di produzione, infatti, non garantisce alla band un adeguato budget né un’adeguata diffusione fisica dell’Lp tra gli scaffali nei negozi, costringendo i ragazzi a guardare altrove in cerca di un nuovo contratto. Si fa avanti la piccolissima “Killerwatt Records” di Londra, appena fondata e destinata a durare ben poco, ma la smania di pubblicare immediatamente un nuovo album, giusto per non essere dimenticati e per non perdere il treno, costringe la band a firmare frettolosamente. Cinque anni (forse troppi) dopo il debutto discografico, ritornano finalmente gli Angel Witch, con un lavoro piuttosto pesante e oscuro (anticipato dal singolo “Goodbye”) e che riprende, in un certo modo, le dinamiche del disco di esordio, ampliandone addirittura gli orizzonti, evocando i suoni dell’hard rock anni 70 e aggiornandoli agli anni 80. Il titolo è emblematico: Screamin’ n’ Bleedin’, uscito proprio sul finire della N.W.O.B.H.M., quando la fiamma era quasi spenta, e costruito per fare breccia nei cuori di milioni di fans, grazie a melodie calibrate e a intrecci sonori più diretti rispetto all’illustre predecessore, pur mantenendo la stessa dose di cupezza, le stesse ritmiche cadenzate e le stesse tematiche alchemiche. La Strega è pronta a tornare, lo fa con un’opera di assoluta qualità e con una cover-art eloquente, affascinante, che mette in risalto le tematiche affrontate e che vede l’Angelo Strega nell’atto di sacrificare, in un tetro cimitero, una giovane e terrorizzata fanciulla. Nota: nel 2004 il seguente lavoro è stato ristampato dalla label "Archaic Temple Productions", con un nuovo artwork ancor più inquietante (il volto di una donna visibilmente minaccioso, celato dietro un particolare effetto grafico che quasi ci fa pensare ai riflessi del fuoco sul viso di una strega che, bruciando sul rogo, maledice i suoi boia) e l'aggiunta di tre bonus tracks, consistenti in versioni live di alcuni pezzi. Una di "Screamin' n' Bleedin" e le altre due di "Frontal Assault" "Straight From Hell", entrambe provenienti dall'album "Frontal Assault" del 1986, successivo alla versione originale di "Screamin' n' Bleedin' "



“Who’s To Blame” apre il lavoro e lo fa nel migliore dei modi. Un cigolio di qualche secondo ed è l’inferno, le ritmiche serrate si impongono sin da subito e la voce di Dave Tattum svetta sulla sezione ritmica dimostrando capacità ed espressione di un cantante professionista. Le chitarre di Heybourne ruggiscono e sono seguite a ruota dalla batteria e dal basso, energici tutti gli strumenti nel costruire strofe dinamiche, potenti, dal suono cupo e dalla struttura semplice ma di sicuro impatto. Difficile placare gli animi con una bomba simile, heavy metal classico adatto a scatenare i propri istinti, dove un ritornello poco melodico ma perfetto si incastona in uno spesso muro sonoro. Il virtuoso assolo di Heybourne è talmente profondo e intenso che incide le carni come un bisturi, picchia duro e assolve sapientemente il suo compito. Sin dalla prima traccia si ha la sensazione che gli Angel Witch abbiano una marcia in più rispetto a tante altre band, anche se poco varrà il talento contro un destino ingrato, tant’è che il carisma, supportato da una buona tecnica, è palese e trasuda da ogni nota. Da notare anche una produzione simile a quella del primo disco, comunque non eccelsa e un forse un po’ più sfocata ma che riesce nell’intento di “pompare” ogni singolo strumento, donando potenza al platter. Il metallo classico si tinge di nero, (di un nero tipicamente Angel Witch, fautori di uno stile molto personale) non solo nelle melodie ma anche in un testo che parla di paura. La paura che condiziona la mente, che rende schiavi in catene e che stimola la vergogna di passare per falliti. La notte incombe e tutto avvolge, il male sta nascendo dal buio, l’uomo inizia a pregare per salvarsi ancora una volta. Ogni giorno egli combatte contro la follia sperando di sopravvivere al mattino seguente e la notte si scontra con i demoni che popolano la sua mente. Così trascorrono gli anni, nel timore di cadere, di fallire, di morire. Dalla culla alla fossa questa è l’esistenza del mortale, pronto a incolpare sempre gli altri pur di non assumersi le responsabilità, perché il genere umano è codardo e menefreghista. Perciò chi è da incolpare per tutto ciò che succede nel mondo? Child Of The Night prosegue a pesanti colpi di batteria, è un brano più cadenzato rispetto al precedente, cauto nel suo incedere tra una pesantezza di fondo nelle struttura delle chitarre e un gioco di basso che crea passaggi suggestivi. Il proto-doom ingloba l’intero pezzo, dove Tattum si destreggia bene tra una strofa all’altra in tonalità bassa, restando al passo con l’oscurità degli strumenti ed evocando un paesaggio tetro dove un rito ancestrale si sta per compiere. Bellissimo il passaggio dall’andamento cadenzato al cambio di tempo che vede una piccola accelerazione della sezione ritmica nel pre-chorus. Heybourne non si scatena, questa volta, in uno dei suoi soli ma si limita, nella fase centrale, a protrarre la parte strumentale a suon di riffs ipnotici e violenti. Non c’è spiraglio di luce, la notte coinvolge ogni suono, ogni minimo rumore della puntina o del nastro. Ogni fruscio dovuto alle pecche in fase di produzione acquista quel fascino primordiale che una band come gli Angel Witch ha sempre avuto. Si sentono delle urla in un mondo di tenebre, qualcuno sta piangendo tra atroci sofferenze, si tratta di una donna. Un uomo esce di casa per aiutarla, inizialmente non si rende conto della situazione, vede la giovane indifesa e in lacrime e dunque le si avvicina con passo incerto. Ma è una trappola, la ragazza si volta lentamente non appena vede l’uomo, ha gli occhi rossi, indemoniati, si lecca le dita insanguinate con fare sensuale, dice qualcosa e poi fugge via. L’uomo non se ne rende conto ma è proprio in quel momento, quando ha fissato la creatura, che è stato maledetto, colpito dalle parole sussurrate della Strega, che con quella lingua attorcigliata gli ha lanciato una maledizione destinandolo alla notte per l’eternità. Sembra quasi di rivedere la copertina dell’album, l’Angelo Strega accovacciato sulle ginocchia e col sangue sparso per tutto il corpo, con lo sguardo posseduto e minaccioso, intento a pronunciare paroline magiche. Evil Games è terremotante, la batteria di Hogg è ancora una volta al centro dell’attenzione e sembra un martello pneumatico, mentre Tattum è liturgico nella sua sacralità, alternando toni bassi ad altri altissimi, dove le strofe sono costruite su una buona base melodica, soprattutto nel grandioso refrain, molto solare, quasi a testimoniare che nonostante tutto, c’è speranza per uno spiraglio luce. Tuttavia è difficile filtrare la luce in un mare di oscurità, poiché anche questa terza traccia possiede un’anima nera, alimentata, nella seconda parte, da cori fanciulleschi che donano al pezzo un non so che di esoterico. Ottima la prova del nuovo entrato Gordelier, sempre pronto a dare una preziosa mano in fase di rifinitura, energizzando per bene una canzone di classe, impossibile da dimenticare talmente è orecchiabile e fresca nel suo andamento. Heybourne questa volta lascia spazio agli altri membri, sgonfiando il suo ego e limitandosi a graffiare le note con l’ascia, conducendo comunque la struttura primaria e ricoprendo le fondamenta del brano su una base che più solida si muore. Le liriche sono inno alla crudeltà giovanile, al suo degrado, a tutti quei ragazzi che si divertono a esagerare nei comportamenti ferendo le persone. Questi ragazzini sembrano così sorridenti, innocenti e felici quando si ritrovano in gruppo, eppure nascondono la loro cattiveria dietro sguardi innocui e finte risate, perché parlano male, prendono in giro, feriscono con la loro lingua affilata, dicono ciò che pensano, senza riflettere sulle conseguenze, sbeffeggiando il vecchio di turno. Praticamente una sorta di sfida tra generazioni, dove il giovane non ha il minimo rispetto per il più grande. I “giochi malvagi” sono i dispetti attraverso i quali i fanciulli esprimono se stessi e la propria stupidaggine. Afraid Of The Dark parte con un arpeggio acustico che fa presagire il momento intimista. Tattum esordisce con voce sofferta, il ritmo rallenta per poi esplodere con le chitarre per una semi-ballata davvero riuscita. Il Mid-tempo generale della sezione ritmica procede alternandosi con strofe più lente, creando una canzone dalla struttura particolare che accelera e poi frena di continuo, dove Kevin Heybourne si riappropria del ruolo che gli concerne, erigendosi a protagonista assoluto, prima negli arpeggi acustici, poi nei riffs elettrici e infine in due assoli pungenti e incisivi. Eccellente la prestazione del vocalist, che riesce a emozionare non poco, raggiungendo l’apice emozionale in un chorus importante. Le forme sinuose e le atmosfere evocative di quella che è la canzone più lunga dell’album, emergono prepotentemente dai solchi del disco, inglobando chiunque. Impossibile non riflettere davanti a una traccia simile. La profondità musicale si riscontra nel testo intimista, nel quale il protagonista della vicenda è un uomo spaventato e solo, che attende silente il sopraggiungere della notte, metafora di morte. L’ansia della morte lo divora, forse perché giunto ormai alla fine dei propri giorni e tutto ciò lo costringe a pensare a quello che verrò dopo la vita mortale. I suoi incubi prenderanno vita? Marcirà tra le fiamme dell’inferno per l’eternità? Sarà mai libero di fuggire dall’oppressione? Le domande che si pone sono tante, troppe, ed egli si sente solo, perciò cerca di gridare per chiedere aiuto, di invocare qualcuno, ma nessuno è in ascolto. Solo la notte lo culla tra le sue braccia liquide, mentre l’attesa sta per finire. L’uomo ripercorre la sua esistenza, dall’inizio alla fine, ma in mano non ha alcuna certezza. L’ignoto lo divora. Giunge il momento della title-track,Scremin’ n’ Bleedin’, e si va a colpo sicuro. Una mazzata di violenza per concludere il lato A del vinile. L’heavy metal sguscia via dalle casse dello stereo e ritorna per affrontare una sezione ritmica veemente, la batteria scalpita assieme alle chitarre, bellissimo il lavoro di Heybourne in fase ritmica e profonda la voce del singer. Un pezzo nobile, votato più al metallo americano che a quello inglese, dove l’assolo centrale è da infarto tanto è brillante e, allo stesso tempo, oscuro e magico. I versi sono pura adrenalina e fanno scattare tutti in piedi al fine di scatenarsi per quasi cinque minuti nei quali gli strumenti si sfidano e si rincorrono in un turbine di tensioni emotive e di foga maldestra. È il richiamo dell’hard n’ heavy e gli Angel Witch conoscono bene i meccanismi di tale impetuoso genere, dimostrando che, nonostante siano passati ben cinque anni dal debutto discografico, la passione e il talento non hanno perso smalto. Siamo all’inferno, location preferita dai nostri, dove ambientano molte canzoni, ma questa volta l’inferno è direttamente in terra. Il sole non sorge più, la pioggia non scende da troppo tempo, il cielo è nero e fumoso per gli incendi che divorano il terreno. I demoni solcano l’etere con sorrisi diabolici, strappando anime ai poveri umani. Un giovane sa che questo è il suo nefasto destino, un fato costituito da odio e dolore. Il declino morale è ormai giunto, le campane della chiesa rintoccano per l’ultima volta, decretando la fine di un mondo, perduto nella violenza e nel dramma sociale. I pochi superstiti scappano dalla furia dei demoni, non vogliono fare la fine degli altri, riversi a terra in un cumulo di carne putrefatta, bruciata e contorta. Ma la fuga è quasi impensabile, mentre intorno si sentono solo grida e si vedono schizzi di sangue. Heybourne disegna, ancora una volta, un paesaggio macabro, tetro, post-apocalittico, che rispecchia le sonorità della band. Il tutto non è solo fantasia orrorifica, quello che si riesce a intuire tra le parole è una forte critica sociale e decadimento di certi valori che hanno affossato la società e il pianeta, tematiche profonde che vengono riprese da molte altre band, in particolare Thrash metal, che le accostano a concetti politici, morali e religiosi, elevando la qualità di testi sempre attuali.Reawakening apre il lato B con ignoranza, la batteria di Hogg picchia duro e i riffs di chitarra sono violentissimi, sembra di ascoltare una band Thrash ma dopo qualche secondo le linee tornano al giusto livello, rientrando nel genere del combo inglese. La velocità è il punto forte del brano, dinamite pronta ad esplodere, oppure un tornado che sembra travolgere tutto, in particolare nel momento del solo di Heybourne, ma è tutta la formazione a scatenarsi su un pezzo che vanta un legame indissolubile con l’hard rock anni 70 e che sembra provenire dalle sessioni del primo indimenticabile disco. Le trame oscure avvolgono interamente questa speed-song che riporta, per foga sonora, alla traccia d’apertura “Who’s To Blame”, e che si struttura su ritmiche serrate e su un pre-chorus dal piglio melodico, prima, e un ritornello rallentato e dalle dinamiche cadenzate, poi.  A mio avviso un successo, sicuramente una delle hit del disco, roba che penetra fin dentro le ossa. Per quanto riguardano le tematiche trattate, abbiamo ancora la notte, ancora i sogni infranti, ancora un amore malato. L’Angelo Strega colpisce di nuovo il cuore di un uomo, incanta il suo sguardo e stordisce la sua mente. La vittima arde dal desiderio di avere la splendida creatura, sente che qualcosa in lui si è risvegliata, il suo sangue bolle e scorre veloce come un fiume che rompe gli argini e straripa. Deve prendere una decisione, continuare a vivere da dormiente in questo misero mondo oppure lasciarsi andare, risvegliarsi, risvegliare i propri istinti morali e sessuali e seguire la Strega oltre l’ignoto. L’amore divora le sue carni e lo costringe a fuggire verso paludi inesplorate, ad abbracciare il male e a diventare il figlio della notte, perché persino l’inferno può essere accogliente se lo si vive con lo spirito giusto. Sarà la decisione giusta quella che il giovane ha preso? La tenebrosa Waltz The Night è un colpo al cuore, Doom metal allo stato brado che riprende a piene mani il sound degli antesignani Black Sabbath e dei seminali Bedemon e lo aggiorna inserendolo in una veste più metallica. La sezione ritmica è cadenzata, plumbea nei suoi rallentamenti, corposa nel suono monolitico, rendendo questa canzone la più cattiva del disco. Anche Tattum abbassa il tiro e si adagia su tonalità gravi, cullando l’ascoltatore tra i fumi neri della musica. Refrain mefistofelico, supportato da cori maligni provenienti dagli abissi, che si schianta sui timpani quasi all’improvviso, dal ritmo lento, sensuale, primitivo. Le chitarre sono pesanti e proiettano il pubblico in una valle oscura, lontana dal mondo, dove l’assolo di Heybourne sembra uscire da una fabbrica in disuso tanto è metallico e lisergico. “Waltz The Night” riesce a creare un muro di suono duro come il cemento, è il suono metropolitano che darà una nuova idea di orrore, di macabro, di degrado umano e di follia, e che troverà nuova linfa vitale in band Doom quali Trouble e Candlemass prima, Solitude Aeturnus e Count Raven poi, senza contare l’influenza che avrà sul Gothic metal (ad esempio My Dying Bride e Type O Negative). Nessun cambio di tempo per tutti e sei i minuti, solo assenza di luce per quella che rappresenta la mia traccia preferita. La morte è ancora protagonista, e non può essere altrimenti, e resuscita i corpi putrefatti dalle loro tombe, rendendoli demoni senza anima. Queste creature mostruose dominano la notte, aggrediscono il ragazzo di turno, gli sussurrano all’orecchio che presto sarà come loro. Non c’è via di fuga, la notte, d’ora in poi, sarà sempre più buia e nell’aria si diffonderà l’odore acre delle uova del Diavolo, pronte a schiudersi e a generare reietti. Ogni cosa finirà nel sangue e, tanto per citare un grande film come “Zombi” (1978) di George A. Romero, “Quando all’inferno non ci sarà più posto, i morti cammineranno sulla terra”. Goodbye è il primo singolo, uscito nel gennaio 1985 con “Reawakening” come B-side, aperto con un riff vecchia scuola e che ricorda vagamente qualcosa degli Iron Maiden, apparentemente solare e dinamico per i primi secondi per poi stabilizzarsi su un mid-tempo dall’andamento rilassato, rivelandosi in realtà una semi-ballata che si addolcisce sin dalla prima strofa fino a quando non si arriva a intonare un refrain malinconico ma allo stesso tempo solare che non stonerebbe in una composizione AOR. Il brano rivela un aspetto inedito degli Angel Witch, che, in questa occasione, sanno essere delicati, ma “Goodbye” è una ballad totalmente differente dalla più famosa “Free Man”, contenuta nel disco del 1980, in quanto non si sente una tensione oscura né disperata, e la sezione ritmica sembra prendere altra attitudine, tipica più di una band hard rock che del mefistofelico heavy metal proprio della band londinese. Bello lo scambio dialettico tra chitarra e basso che culla l’ascoltatore, anche Dave Tattum è morbido nel cantato, non urla più di tanto mantenendosi su tonalità medie, mentre Hogg svolge un compito piuttosto semplice dietro le pelli, accompagnando la ciurma con aria distesa. Kevin Heybourne si nota nel brevissimo (solo una manciata di secondi) ma intenso assolo. L’amore decantato nelle liriche è, questa volta, un amore umano, reale, perciò non abbiamo nulla a che vedere con mostri, streghe e demoni, ma il testo segue, non solo nella musica, delle direttive ben precise. La traccia è una vera e propria ballata d’amore, nella quale un giovane è straziato dal dolore, in quanto la sua donna (che era solita andare da lui di notte, furtivamente, per non essere scoperta dall’altro suo uomo, mettendo in piedi una relazione a tre) ha preso una decisione definitiva, ponendo la parola fine. L’addio, pronunciato al telefono dopo una breve telefonata nella quale la ragazza dice non di non volerlo più vedere, è un colpo al cuore per l’amante, che rimane imbambolato con la cornetta in mano fissando il vuoto. L’amore perduto fa male, la donna della sua vita è ormai fuggita ed egli si sente uno sciocco. Il vigore si ritrova in Fatal Kiss, mid-tempo violentissimo e basato su accelerazioni improvvise e su architetture chitarristiche di geniale artificio che giocano passando da un ritmo più veloce tipico dell’Heavy a uno più cadenzato tipico del Doom. In bilico tra i due generi, la batteria è pesante, energica, terremotante, fondamentale per la riuscita di un brano straordinario. Tutto funziona alla perfezione, le schitarrate di Heybourne sembrano violentare l’udito del pubblico, Dave Tattum è davvero ispirato ed entra nel pezzo a meraviglia, Gordelier è maestoso con il basso, riuscendosi a creare un proprio spazio dove esibire le sue doti. La sezione ritmica funziona alla grande, sostenuta anche da una buona melodia di fondo che raggiunge l’apice nel pre-chorus, fondamentale nella struttura delle strofe visto che viene ripetuto più volte a discapito dei soli due versi e del ritornello, anch’esso ripetuto solo due volte, un po’ anonimo ma efficace. Torna un testo orrorifico, il mondo è un inferno dove i morti si confondono con i fantasmi, non c’è via di scampo, nessun ritorno a una vita normale, il male è in attesa di prendere l’ennesima anima, di strapparla dal corpo del mortale e divorarla. Il male è incarnato dalla Strega, bellissima, affascinante, dalle labbra di fuoco e dal respiro manipolatore, pronta a sedurre, a condurre e intrappolare nella propria tela il malcapitato. Il suo bacio fatale consegna la vittima al male, al peccato, succhiandogli l’anima dal corpo e donandogli la morte eterna. Un altro fantasma ora si aggira nel mondo e un altro cadavere vaga come uno zombi sulla terra. “Screamin’ n’ Bleedin’” termina con il brano più breve della track-list, è una strumentale che fa da outro e prende il titolo di U.X.V., due minuti di tastiere futuristiche che sembrano uscire da un film di fantascienza o da un horror, accompagnate da colpi prepotenti di batteria che sembrano tuoni che si scagliano a terra. Si procede con questa atmosfera post-apocalittica per tutta la durata del pezzo quando, verso la fine, emergono le chitarre che si lanciano in una serie di giri metallici che riproducono immagini tetre e ambienti a noi ignoti.



Quando “Scremin’ n’ Bleedin’” esce nei negozi di musica la fiamma che alimenta la N.W.O.B.H.M. è ormai una luce fioca pronta a spegnersi, la gente pone attenzione ad altri generi più in voga, in quel periodo ci sono le esplosioni del thrash, del power e dello sleaze, perciò tutto ciò che rappresenta l’heavy classico è messo un po’ in ombra e molti dischi, rivalutati in seguito, passano addirittura, all’epoca, inosservati, mentre alcune importanti band, consce dell’infausto periodo, ammorbidiscono il suono per sfondare nel mercato americano, basti pensare a “Fight For The Rock” dei Savatage o a “Rock The Nations” dei Saxon, ma gli esempi sono tanti. Gli Angel Witch invece, non solo proseguono sulla propria strada ma irrobustiscono il suono cercando di sfondare grazie al proprio marchio di fabbrica, metallo puro dai connotati oscuri, ma il destino, si sa, è spesso ingrato e l’album non solo vende poche copie ma viene dimenticato negli anni, tanto che oggi del combo inglese viene ricordato solo il primo leggendario disco e il resto della discografia (ristampata giusto un paio di volte in più di venti anni e quindi di difficile reperibilità) totalmente ignorata. In realtà non capisco il perché “Screamin’ n’ Bleedin’” sia sempre stato bistrattato o addirittura considerato un prodotto modesto o poco più, alle mie orecchie suona come un lavoro eccelso, dalla struttura solida, dalle melodie nobili, dalle architetture sonore di grandissimo valore e dal songwriting ben studiato, tanto che non lo fanno sfigurare accanto al suo illustre predecessore. Purtroppo la Killerwatt non garantisce al gruppo una buona visibilità e i passaggi in radio sono davvero limitati, il nome Angel Witch comincia a sparire dalla circolazione per restare soltanto il moniker di una band di culto appartenuta a un determinato periodo e a una determinata scena. Con la piccola e indipendente etichetta discografica il combo inglese registrerà anche il terzo capitolo nel 1986, “Frontal Assault”, il quale avrà connotati molto più morbidi e approderà su lidi melodici di facile presa, prodotto proprio per vendere il più possibile e per passare costantemente nei programmi tv e nelle trasmissioni radio, ma questo cambio di direzione, al posto di favorire la band, la affosserà del tutto, deludendo persino i fans più fedeli e precludendogli per sempre ogni tipo di successo commerciale, tanto che lo scioglimento aspetterà Heybourne e soci di lì a poco. Tonando al disco preso in esame, penso che sia stato ingiustamente sottovalutato, per troppo tempo, e credo che ora sia giunto il momento di rispolverarlo e di dargli un’altra possibilità. La qualità è alta, ogni componente fa la sua preziosa figura e il risultato finale è impressionante. La produzione presenta alcune pecche e i suoni sono poco nitidi, ma ciò  non scalfisce la bontà di un simile lavoro. Per chi ancora non lo avesse capito, questo è heavy metal: puro, duro, diretto, feroce come una belva famelica e “nero come una notte senza luna” (cit.).



1) Whose To Blame
2) Child of the Night
3) Evil Games
4) Afraid of the Dark
5) Screamin' n' Bleedin'
6) Reawakening
7) Waltz in The Night
8) Goodbye
9) Fatal Kiss
10) U.X.V.

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