ANGEL WITCH

ANGEL WITCH

1980 - Bronze Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
13/02/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

E’ il 1976 quando un giovane cantante di nome Kevin Heybourne, poco più che adolescente, forma i Lucifer, gruppo dedito a un hard rock roccioso e costituito da cupe atmosfere sulla scia dei suoi mentori: Black Sabbath e Black Widow, entrambi inglesi e considerati i padri di un certo tipo di rock: oscuro, macabro, nero. Tempo due anni, durante i quali i ragazzi perfezionano il proprio suono, e il cambio di monicker, tramutato, in una notte d’inverno, in Angel Witch, che dona al gruppo quel sapore esoterico che ama esibire durante i concerti nelle periferie di Londra, con introduzioni da film horror, effetti sonori fantascientifici e scenografie macabre e di grande effetto. La prima formazione vede, oltre al già citato Heybourne al microfono e alla chitarra solista, Kevin Riddles al basso, Dave Hoggs alla batteria e infine Rob Downing alla seconda chitarra. Quest’ultimo, però, abbandona dopo pochi mesi, lasciando la band in soli tre componenti. In Inghilterra è un periodo musicale fertilissimo, l’esplosione del punk scatena i cuori dei giovani, l’hard rock, al tramonto degli anni 70, cambia volto, accelerando i ritmi e affrontando tematiche diverse dal solito. Ecco che prende il via il più vasto cambiamento culturale della seconda metà del 900 e la società tutta si evolve e si divide in mille sfumature artistiche. In pochissimo tempo la musica pesante si fa ancora più dura e veloce, dando origine a una vera e propria scena, ribattezzata da Geoff Barton, direttore della rivista musicale Kerrang!, col nome di New Wave Of British Heavy Metal. La scena inglese è destinata a cambiare per sempre le sorti di un genere, alimentando ancora oggi una cultura e una moda in continua evoluzione. Il 1979 è l’anno decisivo per gli Angel Witch, che partecipano alla trasmissione Friday Rock Show della Bbc, con il brano “Baphomet”. E’ un successo clamoroso, tanto che l’etichetta Emi si accorge di loro e gli propone di registrare il singolo nella leggendaria raccolta Metal For Muthas, nella quale partecipano altre band esordienti, tra cui Iron Maiden, Sledgehammer, E.F. Band, Praying Mantis, Samson e molti altri. Sembra tutto in discesa per la band di Heybourne e la Emi stampa subito il primo singolo “Sweet Danger”, mettendolo in commercio alla fine dell’anno, ma il pezzo non decolla in classifica, tanto che fa una fugace apparizione alla posizione numero 75 per poi sparire dopo qualche giorno. Non contenta, la casa discografica li scarica subito, tra le ire del manager della band, Ken Heybourne, il papà di Kevin, spezzando le speranze dei ragazzi, ma nella primavera del 1980 gli Angel Witch hanno l’occasione di rifarsi e sono invitati a suonare a un festival a Stafford, condividendo il palco con altre giovani formazioni in cerca di gloria: Saxon, Motorhead, Girlschool, Vardis. Lo spettacolo piace tanto che il direttore della Bronze Records, lì presente, propone loro di firmare un contratto. I ragazzi, col beneplacito del manager, non ci pensano due volte e, finalmente accasati, entrano in studio per registrare, in pochi giorni, il primo album auto-intitolato. Non è facile parlare e, soprattutto, recensire “Angel Witch”, perché parliamo di un disco che è diventato storia, che ha segnato irreparabilmente l’evoluzione di un genere, che ha il pregio di aver influenzato migliaia di band metal e di aver ispirato un credo che ancora oggi desta stupore ed emozioni. Trentacinque anni dopo l’uscita sugli scaffali dei negozi parliamo ancora delle ritmiche imposte tra i solchi del vinile, delle tematiche sull’occultismo che sono affrontate e che tanto affascinano e incutono timore, degli assoli incisivi come bisturi e delle linee melodiche che fondono l’impostazione hard rock alla violenza del punk. Se nel 2015 scriviamo ancora di tale opera, beh.. significherà pur qualcosa, ma procediamo con ordine, analizzando minuziosamente questo leggendario disco del 1980.



Un poderoso attacco di chitarra e dei terremotanti colpi di batteria introducono Angel Witch, un manifesto dell’heavy metal classico, una di quella canzoni che ha gettato le basi per il genere e che, ancora oggi, ne è una delle massime testimonianze. Se si parla di N.W.O.B.H.M. è impossibile non citarla. Kevin Heybourne dà subito sfoggio della sua tecnica, aggredendo l’ascoltatore a suon di riffs e divincolandosi con caparbietà tra strofe veloci e dialoghi col basso di Riddles che trasuda vendetta. Le linee vocali dello stesso Heybourne seguono la violenza della sezione ritmica ma mantengono una buona dose di melodia, tanto bella che, senza nemmeno accorgersene, l’ascoltatore è proiettato in un vortice di sensualità, di magia e di potenza. Niente pre-chorus, niente tempi morti, si arriva al sodo con un ritornello da infarto, lanciato subito dopo la prima strofa, dopo appena 40 secondi. Il pezzo si trascina con dinamicità e con un’attitudine sporca tipica del punk, sorprendendo quando, a metà, dopo il secondo ritornello, il ritmo rallenta in un bridge sensuale per poi ripartire con un assolo al fulmicotone e cori da stadio che incendiano le casse dello stereo. Ottima la prova dei tre ragazzi che sanno pestare come dannati, consegnando alla storia un brano da antologia. Il fascino evocato dalle note segue di pari passo un testo, che è in realtà una bellissima dedica d’amore tra un giovane e la sua musa, una donna raffinata e delicata come un angelo ma misteriosa e forse pericolosa come una strega. Il protagonista la vede ogni notte solcare il cielo, illuminata dalla pallida luce della luna, ma lei sembra non accorgersi di lui, lo ignora e procede sulla sua strada, non provando, evidentemente, le stesse emozioni del ragazzo. La strega è fugace, evanescente, seduce ma poi scappa via, quasi spaventata. Il testo è anche metafora di esoterismo, la donna rappresenta il fascino oscuro dell’occulto, praticato di notte, sotto la luna, perché affronta tematiche bizzarre ma, allo stesso tempo, resta una sapienza effimera, misteriosa. Molti amano le emozioni che il buio suscita ma nessuno è il sacerdote di tali sentimenti. Indagare nell’ignoto non completa mai la persona e questa unione d’amore, tra discepolo e musa, risulta impossibile. Atlantis continua nella direzione presa dalla title-track, rafforzando l’idea di una musica nuova, che non cede il passo a momenti di relax ma solo ritmi serrati, intervallati da aperture melodiche, che definiscono quella che è la prima forma di heavy metal, differente dall’hard rock conosciuto fino ad allora e in piena trasformazione. La velocità si impossessa della sezione ritmica, a cominciare dalla batteria di Dave Hogg che sembra indemoniata e che crea un muro di suono duro e cattivo, contro il quale si scaglia la voce acuta di Heybourne, creando un impatto acustico dal sapore orrorifico, grazie al supporto del basso di Riddles e ai ruvidi accordi dello stesso vocalist. La melodia fa capolino di qua e di là ma è sommersa dall’oscurità intrinseca nel brano, segno che la matrice sabbathiana è ben presente nel modellare delle note vertiginose e claustrofobiche che tolgono ogni speranza di luce. Eccelso il refrain che raggiunge il suo apice nell’acuto del cantante (Atlantis to rise) aiutato dai cori di tutta la band e di grande impatto la fase centrale dove il ritmo accelera scatenando l’inferno. Ed è proprio di inferno che si parla nelle liriche, introdotte dall’eruzione di un vulcano che rovescia la sua lava a terra, sommergendo ogni cosa, persino le nostre speranze. E’ il simbolo dell’Apocalisse che si sta narrando, l’ultimo rintocco di campana è suonato e il titano Atlante sta per rialzarsi, rovesciando il mondo. Atlante, secondo la mitologia, era un titano insorto contro Zeus e proprio da quest’ultimo punito severamente, essendo costretto a sorreggere il mondo sulle spalle. Adesso il mondo sprofonda e dalla profondità degli oceani si risvegliano gli Dei, decisi, una volta per tutte a spazzare via la terra, a ridurla in brandelli, a metterla a ferro e fuoco, per poi creare una razza perfetta al proprio servizio. Trattasi di un testo amaro, negativo, nel quale la delusione di un mondo in rovina è tanta, poiché la razza umana ha sbagliato sin dall’alba dei tempi, degenerando secolo dopo secolo. Ambientazione post-apocalittica, degenerazione, rivolta giovanile, critica sociale e pessimismo cosmico, tutti temi che da questo momento in poi prenderanno piede nelle canzoni hard ‘n’ heavy, sviluppandosi su vari filoni, trovando terra fertile soprattutto nel thrash metal. White Witch è introdotta da un lugubre arpeggio, la sezione ritmica si irrobustisce e parte con una serie di riffs stoppati che fanno tanto effetto. La batteria di Hoggs scalcia che è una bellezza, alzando un polverone e gettando sangue nella mischia, a metà giunge inaspettata una pausa evocativa tutta concentrata sullo scontro tra basso e chitarra acustica dove Heybourne canta in modo liturgico e sognante. Ancora un cambio di ritmo, ancora più lento e quasi doomeggiante dal quale parte uno scarno ma bellissimo assolo, infine la batteria riprende le redini del gioco e dà il via, nuovamente, a un chorus in controtempo ma che rimane in testa nella sua semplicità. Un brano particolare “White Witch”, perché dimostra che la band riesce a unire la violenza delle ritmiche con fasi più riflessive e intimiste, dando modo all’ascoltatore di riprendere fiato per poi rituffarsi nella battaglia. Il sapore mistico, che avvolge la musica, potenzia inevitabilmente la sua efficacia grazie al testo narrato e della stessa ispirazione. Ancora una volta la protagonista della vicenda è la strega e subito si torna a un tempo remoto, nel medioevo, e ci si immerge in un bosco nel pieno della notte. Un sacrificio si sta compiendo, una strega sta per essere bruciata nel violento rogo che sparge nell’aria l’odore di cenere e di carne bruciata. La puzza si diffonde tra i presenti, soddisfatti di tale scempio e col sorriso stampato in volto. Giustizia è stata fatta, la strega urla tra le fiamme e sente vicina la propria morte. Con le prime luci dell’alba, la donna, agonizzante, alza lo sguardo in cielo e comincia a sorridere, è il sorriso di chi si arrende, di chi non lotta più, di chi è ormai più di là che di qua. La ragazza chiude gli occhi e si abbandona alla morte, finalmente è libera e nessuno, ormai, può più infastidirla. Confusedè divisa in sole due parti ed è brevissima, aperta da un sibilo metallico e un grido che introducono strofe possenti e claustrofobiche, ottimo il lavoro di Heybourne alla chitarra che mette in risalto una sezione ritmica di livello, cadenzata e controllata nella velocità, purtroppo le linee melodiche non soddisfano nello stesso modo, risultando anonime soprattutto nel refrain, un po’ scialbo e scontato che fiacca l’effetto della canzone. Di grande impatto l’assolo e il duello con la batteria in fase finale che mettono fine al pezzo più breve dell’album. C’è poco da dire su una canzone del genere, heavy metal primordiale, affascinante l’aspetto macabro e cervellotico messo in risalto grazie a un suono roccioso e continuato che dà la sensazione di vertigini ma è come se mancasse qualcosa. Buona traccia ma meno efficace delle precedenti, ottimizzata da un testo intenso che parla di un uomo depresso e solo, in cerca di amici con cui sfogarsi ma considerato folle dalle persone e dunque ignorato da tutti. La gente lo deride, non capisce il perché del suo comportamento, costringendolo a rinchiudersi in casa, dentro quattro mura dove immergersi nel dolore e dove riflettere sulla vita. Ma il pessimismo cosmico non è del solo protagonista, infatti è esteso a molti, stritolati dagli impegni economici e dalle relazioni sociali, ed ecco che, inaspettatamente, il brano acquisisce positività nella seconda strofa dicendo che la vita va avanti e bisogna vivere giorno per giorno, aspettando una possibilità di rivalsa. Lecito essere confusi, l’esistenza è costellata di problemi ma, alla fine, c’è sempre una speranza. Il lato A del disco si conclude con una mazzata tra i denti che prende il nome di Sorceress, ennesima traccia che ha per protagonista una strega bruciata, o se volete una maga, dai lunghi capelli neri e che un tempo solcava i cieli come un arcobaleno. Heybourne, nello scrivere il testo, sogna di essere accompagnato al suo castello per visitare la sua lapide, sotto la quale la donna riposa in pace, lontano dalla cattiveria del popolo che le ha gettato fango addosso per tutta la vita. Egli è triste perché non può abbracciarla, ma riesce comunque a sentire la voce di lei sussurrare tra gli alberi e i suoi misteriosi poteri passargli accanto. È una canzone intrisa di malinconia, per un amore magico e fiabesco, quasi innaturale, come sottolineano l’arpeggio mistico iniziale e la voce disperata del singer che alzano un polverone di morbosa ossessione, di dolore lacerante e di nostalgica frustrazione per la perdita della propria musa. Le strofe giocano sull’alternanza di tonalità alte e basse, come una montagna russa di emozioni, interpretate da un grande Heybourne che si districa in maniera egregia tra vocalismi bassi e acuti strazianti. Mid-tempo di rara bellezza, nero come la pece, triste come un amore spezzato, che culmina con un assolo siderurgico accompagnato dalle tastiere campionate e riprodotte in studio che donano un tocco ancora più solenne al brano. Tutto questo è “Sorceress”, in grado di suscitare sentimenti ancestrali, magari dimenticati e poi ritrovati, e di riproporre un sound vecchia scuola, proveniente direttamente dagli anni 70. A me, per esempio, il pezzo ricorda qualcosa dei Deep Purple più riflessivi, forse per il modo di utilizzare la voce o forse per una sezione ritmica capace di fermarsi e di cullarsi tra note delicate per poi ripartire e scatenare il pandemonio. Insomma il prog rock è qui presente, sotto mentite spoglie, facendo da ponte tra un decennio all’altro e tra un genere musicale all’altro. Lato B introdotto da Gorgon e la band va sul sicuro, dal tocco funesto e dall’andamento morboso, almeno nei primi secondi, e poi schiacciasassi in un crescendo metallico di facile presa. Sinuose le strofe e catartici i pre-chorus, ben studiati per focalizzare l’attenzione su di essi visto che un ritornello vero e proprio non è presente, perciò la band punta tutto sui cori celestiali che fanno da passaggio tra una parte all’altra. Non c’è stacco, non ci sono cambi di tempo, né assoli evidenti, 4 minuti di pura adrenalina che scorrono nelle vene e negli strumenti dei tre ragazzi, capaci di racchiudere in una manciata di minuti tutta l’essenza dell’heavy metal. Un heavy metal giovane, ancora legato all’hard rock, semplice e deciso, ma già portatore del seme che darà origine ad altre sfumature sonore, grazie alle sue accelerazioni e ai suoi preziosi ritmi convulsi, senza citare quella vena esoterica che si svilupperà presto nei generi più estremi. La Gorgone è ovviamente il soggetto principale di tale brano, si parla di mitologia, perciò dobbiamo tornare indietro nel tempo per rivivere il mito della donna-mostro capace di pietrificare, col solo sguardo, i poveri sventurati. Heybourne fa da consigliere al guerriero mandato in missione per ucciderla, perciò lo prepara, lo consiglia, lo avverte del pericolo che corre. Mai guardare negli occhi Medusa, mai farsi plagiare dalla sua bellissima voce, mai cadere nei suoi tranelli, bisogna tenere la testa bassa e avanzare, nascondersi dal suo sguardo indiscreto e attendere il momento giusto per tagliarle il collo. Colpirla alle spalle, magari col riflesso della sua figura sull’acqua o sull’acciaio, evitare i capelli costituiti da serpi velenose e abbatterla con un movimento repentino. L’impresa riesce, l’eroe (secondo la leggenda si tratta di Perseo anche se non viene mai citato nel testo) torna vittorioso in patria, tenendo in mano la testa del mostro ancora pericolosa e dal potere inesauribile, ed è proprio a quel punto che il narratore si accorge che la donna che ama è morta. Nelle liriche degli Angel Witch troviamo, per l’ennesima volta, il rapporto funereo tra l’uomo e la divinità, tra un mortale e un mostro, tra l’innocente e il pericolo. Sono amori morbosi, ossessivi, marci, quelli che si instaurano tra il ragazzo e le sue muse, metafora di vita dedita agli eccessi, vissuta sul filo di un rasoio. L’eccesso è proprio prerogativa della musica della band inglese, vogliosa di suscitare emozioni contrastanti e di scioccare il pubblico. Sweet Danger, come accennato nel prologo della recensione, è il primo singolo estratto dal lavoro, solo 3 minuti nei quali il basso di Riddles gioca un ruolo fondamentale, gareggiando con l’ascia nel produrre note sempre più veloci. Si tratta appunto di una speed song tagliente come un bisturi e assetata di sangue, dalla quale band come Iron Maiden o Raven prenderanno spunto per i primi lavori. Dalla struttura molto semplice, la canzone è perfetta per evidenziare il tema trattato, quello del pericolo, e conquistava all’ora così come oggi, costringendo l’ascoltatore a scatenarsi e a gettarsi nella mischia grazie al suo dark sound e dall’attitudine punk. E’ una traccia di ribellione, di foga generazionale, impetuosa come poche e che non lascia il tempo di respirare ma si vive tutta in apnea. Sezione ritmica sparata a mille e struttura suddivisa in tre parti, con tre relativi chorus, e un solo di chitarra che incide la carne. Sicuramente tra le tre/quattro tracce più violente dell’album, con un Heyborune davvero ispirato e che costruisce diversi riffs da sovrapporsi fino a generare un vortice sovrastato dal refrain. Testo crudo, semplicissimo e brevissimo, che narra di un ragazzo che sogna di vivere una vita spericolata, di lasciarsi andare, di arrivare fino al confine del mondo conosciuto e di cadere nel baratro dell’ignoto. Morire per sentirsi vivo, sentire la fine scorrere nelle vene e infine svegliarsi come da un sogno, non un incubo, perché il pericolo è dolce e non preoccupa più di tanto. E’ un po’ il pensiero che spesso torna in mente ai più giovani, affascinati dal rischio, espressione di rivolta giovanile, di rabbia, di incomprensione, di cambiamento caratteriale. E’ l’incanto della giovinezza a trasformare le incertezze e le paure in atti spericolati. Il momento ballad arriva con Free Man ed è un momento aulico dove la band lascia trasparire le proprie emozioni, a cominciare dall’arpeggio iniziale delicato e la voce pulita di Heybourne, mai così leggiadro dietro al microfono, andamento cauto e poi accelerazione ed esplosione della sezione ritmica come da trazione hard rock. Le emozioni vengono fuori e sono scagliate in faccia all’ascoltatore, sono sentimenti profondi che si scontrano contro il muro di suono creato dalle chitarre e dal basso, dando vita a  un suono lisergico e struggente, energizzato nel culmine del pezzo, ovvero quando arriva lo stupendo ritornello che spezzerà più di un cuore. Dunque il brano ricomincia con un secondo arpeggio sognante, la struttura è la stessa della prima parte, il pre-chorus fa venire la pelle d’oca tanto è perfetto, protraendo l’estasi con un assolo da capogiro che inizia lento e piano piano si fa più dinamico. Infine riparte il pre-chorus e si raggiunge l’acme con le grida straziate del vocalist che urla al pubblico e al mondo intero di essere un uomo libero. Uno dei testi più intensi di tutto l’album appartiene proprio a questa “Free Man”, nel quale si parla di libertà, di un uomo che finalmente è libero, dopo tanti anni di prigionia durante i quali aveva sognato tale momento. Adesso la luce del giorno gli viene incontro, egli scruta il paesaggio e subito nota che molte cose sono cambiate, ci pensa un po’ su ma è consapevole che il mondo va in questo modo, è in continua mutazione e mai si arresta. L’uomo però se ne frega, è solo contento di essere un cittadino libero, perciò riflette su come riprendersi la sua vita, dunque gli tornano in mente gli istanti del proprio passato, gli amici e la moglie, tutti coloro che non hanno creduto alla sua innocenza e gli hanno voltato le spalle. Eppure egli è sempre stato innocente, accusato di un crimine mai commesso, ed è marcito in carcere, solo e lontano da tutti i suoi cari. Torna a far visita alla sua vecchia casa ma si sorprende nel constatare che non c’è più, al suo posto hanno costruito una torre di cemento, allora capisce che il passato è totalmente sepolto e non può far altro che guardare avanti, da uomo libero, iniziando una seconda vita. La band inglese colpisce ancora una volta, dimostrando, oltre alla grinta e alla potenza, anche una passione inaspettata. L’energia si recupera con Angel Of Death, dopo la parentesi dolcezza, per tornare su binari metallici e lo fa con un riff sinistro e diabolico che riporta a galla le influenze dei Black Sabbath e, contemporaneamente, conserva originalità anticipando il doom metal classico di band come Candlemass e Trouble. L’oscurità si impossessa degli strumenti dando vita a un vero e proprio rito satanico fatto di acidi e sangue per un mid-tempo inquietante. L’andamento cadenzato si adatta bene alle linee melodiche, che non colpiscono per bellezza, risultando anonime in più passaggi, ma che affascinano grazie alla cattiveria che trasmettono. Le strofe creano un’interessante atmosfera, fino a giungere al bridge carico, monolitico, mefistofelico, ma il tutto viene fiaccato da un refrain che non esalta e ne depotenzia il risultato, tuttavia ci pensano gli assoli e i giri di basso ad animare gli animi e a scaldare i cuori innalzando un muro di suono davvero compatto e pesantissimo per l’anno di incisione, il 1980, quando il metal è ancora in fase embrionale, tanto che l’album in questione rappresenta uno dei primi casi di evidente distacco dalla tradizione rock ‘n’ roll e blues alla quale ci aveva abituati l’hard ‘n heavy e si fa un ulteriore passo in avanti abbracciando nuove cadenze, originando un tipo di heavy metal mai sentito prima, pur conservando le radici passate ma con una forma proiettata al futuro. L’assolo fulmineo è la ciliegina sulla torta per quella che probabilmente è la canzone più pesante del disco. Un inno alla cattiveria della musica, dal gusto amaro e fangoso, dove la Morte è protagonista assoluta del pezzo, dalle sembianze di un demone senza volto che va in giro a caccia di uomini per togliere loro l’anima e portarla con sé negli inferi, davanti a Satana. Ma è tutto un sogno, tema che ricorre spesso nelle liriche degli Angel Witch, e il ragazzo si sveglia all’improvviso ma sente dei rumori dietro la porta della camera, gira la maniglia e si sporge, in quel momento viene attaccato dall’Angelo della Morte, che gli strappa via l’anima, la ruba e scappa via. Adesso la sua energia giace tra le braccia del Diavolo. Il Diavolo che torna nel titolo dell’ultima traccia (che altro non è che una outro) Devil’s Tower, a dimostrazione che le direttive della band seguono tale percorso e questo è un lavoro lugubre ed esoterico. L’arpeggio mistico e dal sapore ancestrale fa da intro a questa breve perla strumentale, dalle sembianze gotiche e che evoca la magia alchemica di un rito notturno. Il riffing di Heybourne si erige al di sopra della sezione ritmica rimanendo in mente tanto è lineare quanto pungente nell’architettura delle strofe ma è il basso di Kevin Riddles a fare la parte del leone riempiendo ogni spazio, decorando nel migliore dei modi un pezzo musicale raffinato e dall’arrangiamento cadenzato. Il disco si chiude così, sfumando nel silenzio e lasciando un sorriso stampato in volto.



“Angel Witch” è uno dei lavori più importanti di tutto l’heavy metal, capace di influenzare centinaia di band e di alimentare la genesi di nuovi generi. Ascoltarlo oggi è chiaramente diverso, sappiamo la leggenda che circonda tale opera, perciò alle nostre orecchie non giungerà un suono fresco o originale anzi, la produzione sporca accusa il passare degli anni e il suono che ne esce può risultare datato rispetto a tanti altri album dello stesso periodo e dello stesse genere. Ma anche questa prerogativa dona al disco una sorta di magia nel sapere che si è in possesso di un qualcosa di culto, di storico, di leggendario ma, allo stesso tempo, proveniente dall’underground. Nell’underground gli Angel Witch ci rimasero, non ebbero vita facile, nonostante l’evidente talento, tanto che furono considerati fondamentali più dalle altre band che dal pubblico, il quale li rivalutò soltanto anni dopo, a scioglimento avvenuto. Il suono atavico dell’ignoto, le tematiche sataniche, gli esperimenti esoterici sono impressi nella favolosa cover-art disegnata da John Martin, sfocata, inquietante, che riproduce l’inferno e le sue fiamme che divampano colorando la notte con sfumature di un rosso intenso, anche se la versione in mio possesso è diversa, probabilmente risalente alla prima stampa in Cd, che vede la fotografia, in bianco e nero, di una ragazza seminuda e dal capello scuro intenta a fendere l’aria con un pugnale antico su uno sfondo completamente incolore. Si tratta dell’Angelo Strega in uno dei suoi rituali alchemici, interessante da osservare ma poco suggestiva, decisamente di tutt’altro effetto rispetto alla cover originale. Al di là dei dettagli riguardanti la copertina, quello che abbiamo in mano è un gioiello che ogni amante dell’heavy classico (e non solo) dovrebbe conoscere e possedere. Ad essere sinceri, il lavoro qui presente non è mai rientrato tra i miei preferiti, della scena della N.W.O.B.H.M. ne preferisco altri ma con “Angel Witch” siamo di fronte alla storia ed è praticamente impossibile ignorare tale importanza, essendo uno di quei rari casi in cui il nome offusca persino la qualità della musica, già alta di per sé, perché ciò che il disco rappresenta va oltre il mero gusto personale. Il primo Lp degli Angel Witch, dunque, è di difficile analisi, il peso ingombrante di questo nome ne influenza inevitabilmente il giudizio, perché se il mondo dell’heavy metal è quello che è, lo dobbiamo anche al lavoro qui presente.


1) Angel Witch
2) Atlantis
3) White Witch
4) Confused
5) Sorcerers
6) Gorgon
7) Sweet Danger
8) Free Man
9) Angel Of Death
10) Devil's Tower

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