ANDROMEDA

Shock

2014 - Southern Brigade Records

A CURA DI
ELEONORA STEVA VAIANA
21/10/2014
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Direttamente dal cuore dell'Abruzzo, gli Andromeda sono una band giovane e fresca, scandita da una caratteristica fin troppo abbandonata negli ultimi tempi, specialmente in ambito metal: quella di adottare un bel cantato in italiano. Scelta azzardata? Affatto. Questa peculiarità rende la band un vanto tricolore da poter tranquillamente sbandierare, ma che, in primo luogo, occorre scoprire a fondo. Formata da Davide Tenaglia (batteria) e Fabio Molino (voci e chitarra), amici di vecchia data e concittadini di Vasto (CH), la band poggia le proprie fondamenta su una solida passione per la musica: dopo molti cambi di lineup nel corso degli anni, e un periodo di intensa attività live, la band riesce a superare i limiti della propria regione, portando la propria musica in Molise, nelle Marche e in Emilia Romagna. È dal 2006 che la formazione riesce a sorreggersi su una buona solidità, cominciando a proporre demo come “The War has just Begun” (2006) e “Stage One” (2007). Oltre alla pubblicazione della demo “Made in Vignola”, nel 2008 e nel 2009 gli Andromeda hanno la possibilità di esibirsi in occasione del Music Village Festival, in Calabria, uno dei punti nevralgici della “Event Sound Promotion”, un trampolino di lancio per le band emergenti. Fino ad allora, gli Andromeda si erano concentrati sulla produzione di musica non in lingua italiana, ma dal riscontro positivo del pezzo “Vola su Andromeda” i nostri decidono di dedicarsi al metal in lingua madre. Al contempo, viene pubblicato l'EP omonimo, distribuito dalla Pirames Digital. Nella seconda metà del 2013 comincia a veder la luce il debut album in questione, “Shock”, pronto a presentarsi nel panorama musicale, rilasciato, nell'estate 2014, per l'etichetta Southern Brigade Records e distribuita da Scarlet Records. Il disco è stato mixato e masterizzato presso i Golem Dungeon Studios di Bari da Giuseppe Dentamaro. Tra i molti successi, la band, nel giugno 2014, si è esibita in occasione del Total Metal Festival, dividendo il palco con band del calibro di Annihilator, Death Angel e Moonspell.



Anime Dannate” apre le danze del disco, che si propone nell'immediato come estremamente catchy e dalle sonorità piuttosto evolute. Un bel riff corposo si estende da un basso elettronico ed elettrizzato, finendo per abbracciare e influenzare gli altri strumenti, tinti della stessa energia colorata al neon. La strofa, musicalmente, lascia spazio a un tappeto sonoro molto minimale: batteria, basso e voce, alternata tra stop and go grooveggianti. La voce si presenta subito come schietta, con un cantato in italiano ormai passato di moda nell'ambito del metal, ma che si incorpora alla perfezione tra le ritmiche e le melodie dei riff proposti dai nostri Andromeda. Il pezzo si muove verso un'evoluzione graduale, per giungere al ritornello, passando per un pre-chorous nervoso e spedito: l'apertura del ritornello evoca una certa vena di cinismo e aggressività, messi in risalto dalla voce che sale vertiginosamente, senza lasciare mai da parte il proprio essere così genuina. Di nuovo la strofa carica ed elettrizzante, di nuovo il pre-chorous convulsivante, di nuovo il ritornello battagliero: un viaggio a ritroso negli elementi già incontrati sul cammino di “Anime Dannate” per approdare alle pendici di Sua Maestà il bridge. Lento, denso di un nero sentimento, di rabbia, di crudeltà: il tema resta invariato, ma trova un'apertura la chitarra che si spiega, donandoci un breve assolo semplice, ma efficace. Delle sirene e dei rumori da realtà urbana si impongono sul giro di basso e batteria, che si intensificano in quanto a ritmiche preparando all'ultimo ritornello, il quale si chiude tra le urla di un popolo in sommossa e in rivolta. Le stesse emozioni riversate nella musicalità del pezzo si riscontrano nel testo carico di rabbia e brutalità: una guerriglia cittadina che attanaglia le strade di una realtà urbana, carica di dettagli e descrizioni che riportano la mente agli episodi di cronaca degli ultimi anni. Cassonetti bruciati, sassi contro le vetrine, sirene spiegate e poliziotti schierati: la rivolta delle anime dannate, pronte a non chinare mai il capo e attraversate da inclinazioni anarchiche prepotenti. Una città esplosa per l'assenza di lavoro, l'assenza di denaro, l'assenza di libertà: il punto di vista del pezzo può esser letto da due posizioni completamente opposte. Da una parte, quella di chi vive la rivolta da dentro, trovandosi a combattere per il proprio futuro; dall'altra quella di chi osserva tutto da fuori, trovandosi di fronte a una città bruciata, distrutta e corrotta. Il risultato? “Sempre anime dannate”. Con una carica sensuale e seducente, “Wonderland” si prepara a entrare in scena al suono di chitarre acide e ritmiche spedite al punto giusto: c'è un filo conduttore tra l'opener “Anime Dannate” e il pezzo in questione, facilmente comprensibile dall'ascolto dei primi momenti di esistenza. La strofa si propone allo stesso modo, posizionando le linee vocali su un tappeto di batteria e basso, tra i quali spunta l'acidità di una chitarra distorta. Ottimo il groove unanime, che permea ogni momento della traccia: si tocca il picco della vitalità con il ritornello, semplice e facile da orecchiare, sul quale alla voce principale si sovrappongono cori carichi ed energici al punto giusto. Il copione si ripete riproponendo le parti già incontrate, che abbandonano la propria strada per lasciar spazio a un assolo che si articola e si ripete su se stesso. Un ponte diretto verso l'ultimo ritornello, questa volta supportato dalla componente melodica della chitarra, che chiude questa fulminea canzone. Il tema affrontato rimanda all'immigrazione verso un Paese inesplorato, una sorta di paese delle meraviglie, dove poter riporre i propri sogni e realizzare tutti i desideri: un'analisi piuttosto criptica di una realtà che somiglia fin troppo a quella dell'Italia attuale. Il difetto, o il pregio, di questo pezzo è probabilmente la difficoltà di comprendere il punto di vista, che può essere colto da due differenti direzioni: quello di chi si trova a emigrare, lasciandosi alle spalle la sicurezza della Terra Madre, e quella di chi si trova a scorgere immigrati all'orizzonte, con la speranza nel cuore di porre rimedio alle sofferenze e ai problemi lasciati a casa. Sicuramente il testo apre a riflessioni personali da sviluppare sulla base di parole criptiche e ambivalenti: per qualcuno potrà essere un ottimo metodo di composizione, in grado di trasmettere un qualcosa sul quale poter riflettere individualmente, per qualcun altro, probabilmente sarà il contrario. Proseguiamo con “Carillon”, introdotta, come prevedibile, da una melodia tesa, a tratti inquietante, per l'appunto di un carillon: la storia di un incubo o una metafora intersecata, per indicare una situazione complicata dalla quale emergere? Il testo apre un varco sui dubbi e le domande che sorgono naturali. Si parla di notti insonni, brividi a profusione, della minaccia di una presenza indefinita della quale vendicarsi, che riceverà lo stesso tormento donato, nella rincorsa verso la vendetta. Il pezzo, poggiandosi sul giro iniziale di carrillon, si evolve seguendone le linee, presentandosi come un giusto compromesso tra drammaticità e aggressività omicida: il groove la fa da padrona, lasciando spazio a qualche stop and go di prendere piede e introducendo l'ascolto a un ritornello tanto diretto quanto piacevole. La semplicità della composizione rende il tutto fresco e genuino, digrignando i denti quando necessario e abbassando la guardia nei momenti di saturazione. Dopo un veloce bridge colorato dalle note di una chitarra corposa e ossimoricamente nera, si riapre il sipario sul ritornello, arricchito di una componente musicale più completa ed energica, sulla quale vanno a imporsi le note iniziali di quel carillon, che suona come una maledizione. E così, la traccia, si oscura. Il pezzo è piuttosto veloce nell'insieme, scivola via lasciando una scia di inquietudine e malinconia, allo stesso tempo, difficile da inquadrare: è sempre spiazzante trovarsi di fronte a brani capaci di evocare sentimenti a doppia faccia. Si avvicinano di più alla condizione umana, quella di essere sottoposta necessariamente a un metro di giudizio binario: o è l'uno o è l'altro, o è A o è B. O il carillon è una maledizione per il protagonista o il protagonista lo è per il carillon, a voi la scelta. È la volta di “Senza Macchia”, la cui essenza è condensata alla perfezione in un titolo tanto schietto quanto evocativo. Dai suoi primi istanti, si evince quanto la componente dinamica, la corposità della chitarra e la cadenza seducente del basso, possano fare all'unisono: come un flusso incontrollato di potenza e carica, si pongono le basi per animare una strofa tirata come si deve, senza troppi fronzoli, ma contraddistinta da una immediatezza pura. Il ritornello è fatto per essere intonato in coro a gran voce, con una birra in mano e la classica gioia goliardica da live, frizzante e sfrenata, pronta a tutto: un susseguirsi di accordi classici si dispiegano per mezzo di sei corde infuocate e una voce diretta, amalgamati da ritmiche energiche e imponenti. Spunta un assolo che richiama le tonalità del resto del brano, sul quale si dispiega un break di basso e batteria, ai quali va ad aggiungersi la voce. Riparte la carica del ritornello, ed ecco un nuovo bridge presentarsi con un biglietto da visita assolutamente distruttivo e pregno di rabbia bruciante: un giro a ripetizione di pochi accordi cupi e neri, che si scambiano zigzagando tra ritmiche furiose e sfrenate, verso una conclusione in sfumato. Ci troviamo di fronte all'ennesima tematica sociale, impegnata, questa volta, nell'analisi di una società pronta ad additare. Chi è che punta il dito? Coloro che si auto-definiscono e auto-impongono come custodi della verità. Qualsiasi corrente contraria al loro volere, viene definita come nefasta, malvagia: il boia è pronto a calare l'ascia del giudizio, tagliando teste e bruciando i dissidenti annidati nel gregge. Un testo inno alla voglia di combattere per il proprio sé, per le proprie idee, un testo inno alla lotta per la propria libertà, che può restare celata nel buio della massa, ma che non deve mai essere abbattuta da nessuno. Con una veste piuttosto elettronica, “A Testa Bassa” fa la sua comparsa tingendosi di una carica inaudita all'esplodere della riff portante. Spedito, denso e grumoso, accoglie la voce effettata, accompagnata soltanto da basso e batteria: una strofa suddivisa da un piccolo stacco sul quale fa la sua presenza la chitarra, che va diretto verso un ritornello bello e originale. Stop and go, una voce pulita e carica al punto giusto, dinamiche che si inspessiscono, tornando nelle vesti originali al ricomparire della strofa. Un pezzo che scorre veloce, intrepido e offre continue sorprese: ne è un esempio il bridge, tenuto in piedi da una musicalità cattiva e spietata, mentre una voce oscura recita parole con una nota spiccata di solennità. Il tempo di tornare in scena del ritornello, e il pezzo si apre in un crescendo totale, fino all'esplosione conclusiva che lascia con l'amaro in bocca, per la tempestività risolutiva di un pezzo così carico. Un testo che non si fa scrupoli, che parla senza mezzi termini di predicatori folli pronti ad alzare la voce per prevalere sugli altri: l'assuefazione dà potere, specie quando vengono strette alleanze nel nome di una qualsiasi entità, sia essa spirituale o fisica. È opportuno presupporre che in questo caso la critica sia diretta verso coloro i quali assuefatti, per così dire, da quella che potremmo definire una fede, chinano il capo portando avanti il proprio lavoro imposto dall'alto. Un mondo fatto di fede e menzogne, di castità e peccati commessi, ma non ammessi, un mondo che, purtroppo, tutti i metalheads conoscono da vicino: quello di chi coglie ogni occasione per gridare al male, flagellandosi il corpo e lo spirito per salvare certe anime dannate da tatuaggi e capelli lunghi. Un testo diretto, senza convenevoli, pronto a sputare in faccia alla falsità di chi predica bene e, è il caso di dirlo, razzola fin troppo male. “Rock Shock” fa la sua comparsa provenendo da un oltremondo energico e grintoso, che ha modo di conquistare il proprio spazio senza troppi convenevoli: un bel riff spesso e corposo, spedito a più non posso, accoglie la voce grintosa e spinta al limite, mentre una danza di accordi minimali e di stampo classico, delizia con la propria semplicità. Le sonorità della strofa si attenuano per lasciare spazio al pre-chorous, scandito da una voce grave e a tratti robotizzata, prima di entrare a piedi uniti nel regno del ritornello: rock shock ripetuto a profusione, mentre la cupezza e l'aggressività degli strumenti occupa tutto lo spazio disponibile. Un ritornello d'impatto, semplice ed efficace, tirato al punto giusto per scatenare un pogo degno di esser tale. Uno stacco sancisce il ritorno in scena della strofa, questa volta sfoltita leggermente della chitarra e sorretta principalmente dalle ritmiche di basso e batteria: di nuovo il pre-chorous, di nuovo il ritornello che suona come una scazzottata in pieno volto ed è la volta del bridge. Le sonorità dell'intero pezzo continuano ad aleggiare, quando compare un bell'assolo fluido ed energico al punto giusto per dare quella dose di adrenalina in più, essenziale per far risultare il pezzo ancor più entusiasmante e additivo. Con “siamo figli del rock” il pezzo si conclude, lasciando spazio alle conclusioni sulle liriche, tanto semplici quanto efficaci. I nostri Andromeda si occupano, questa volta, della società da un altro punto di vista: una critica azzeccata, secca e concisa di quanto la società comune sia avvilente. La moralità che è necessario seguire per essere considerati OK affligge gli spiriti pronti a tutti di chi si sente rock, di chi vuole godersi la propria musica con le corna alzate. Un mondo fatto di celebrità prive di qualsiasi spessore, pronte a riempire le TV e le principali reti sociali, ma mai in grado di annidarsi nei cuori di coloro che finiscono per essere soltanto dei lobotomizzati di fronte a uno schermo. L'alternativa alla staticità, alla noia e allo squallore di chi non sa prendere in mano la propria vita, ma accetta le carte donate da qualcun altro, è la musica, il rock'n'roll che shocka ed elettrizza: l'unica cura, è la musica. “Sangue e Male” si presenta come la ballad del disco, introdotta da un arpeggio di chitarra pulita e una voce pacata, ma carica di emozione sin dai primi istanti. Con un ritmo cadenzato e a tratti affannato, pur mantenendosi calibrato e gentile, il pezzo si propone come ipnotico e seducente, ma velenoso per certi aspetti, come dimostra lo stacco energico, crudo e carico in cui gli strumenti prendono una vena aggressiva, distorcendosi e digrignando le fauci. Dopo un ritorno in scena della pacatezza iniziale, esplode, finalmente, il ritornello, aggrappato saldamente alla frenesia della furia, tra sfuriate di doppio pedale e plettrate frenetiche. Ha tempo di comparire anche un accenno di synth, che rende il tutto più cyber e a tratti post-apocalittico: uno dei pezzi più funzionali e coinvolgenti dell'intero album, sicuramente caratterizzato da una vitalità fresca e accattivante al punto giusto. Ottimo il bridge drammatico e malinconico quel tanto che serve per evocare un pathos genuino nell'ascoltatore, che si troverà totalmente ammaliato dal timido e pacato tocco sui tasti di chitarra delicata ed emotiva, che conclude il pezzo. Un brano colmo di esperienza personale e trascorsi vissuti in prima persona, che evoca il doloroso ricordo della rottura di un rapporto, nel quale, chi più chi meno, tutti potranno ritrovarsi. Il buio, il dolore che attanaglia le viscere, quello sguardo impresso nella mente: il ticchettio dell'orologio del mondo, purtroppo, non si ferma mai, quando si è giunti al capolinea è impensabile tornare indietro. L'accusa: non avere più scuse, nonostante le lacrime e i singhiozzi ai quali dover assistere senza voler smuovere un dito. Il processo: senza un'anima si finisce, inevitabilmente, per vivere nel dolore e no, la carne non riesce a zittire le grida fameliche di un cuore. La condanna: scappare, urlare, piangere e strepitare in esilio, quando sarà possibile soltanto versare il proprio sangue e il proprio male. Approdiamo alle pendici del penultimo brano, “2012”, un pezzo strumentale preponente e acidissimo, tirato quel tanto che occorre per rendersi godibile ed estremamente catchy: ritmiche dai sentori prog e schitarrate di tutto rispetto, sorreggono una melodia che si evolve e si tramuta in splendide esecuzioni degne di merito. Per lo più ci troviamo di fronte a un tema che prende mille forme differenti e sfumature, tra un incendio delle pelli e un assolo vorticoso in tapping, per poi giungere a una pacatezza dai suoni remoti e lontani: un nuovo mondo, una nuova era, pianeti inesplorati di un universo in continua evoluzione. Tutto questo balena improvvisamente nella mente assorta dal susseguirsi di quello che potremmo considerare un viaggio all'interno delle menti degli Andromeda, tra rullate rituali, gong e stacchi di puro groove sorretti dalla corposità di un basso energico. Sul finale la situazione degenera, esplodendo in un meraviglioso giro pregno di nera cattiveria grondante da una palizzata di ritmiche spietate e assolutamente promosse a pieni voti. Giungiamo all'ultimo capitolo di “Shock”, a salutarci è “Vola su Andromeda”, circoscritta da un ottimo riff iniziale che introduce a una bella strofa potente e sostenuta. La voce è all'apice di una potenza genuina e di una freschezza ottimale, conducendo con naturalezza verso lo splendo ritornello che attende soltanto di essere intonato a pieni polmoni: orecchiabile, efficace e godurioso, si riallaccia alla strofa per mezzo di uno stacco chitarristico semplice e sostenuto da una ritmica costante. Si riapproda, così, alle soglie del ritornello, che man mano che scorre suona sempre più catchy ed entusiasmante: un bridge cupo si fa spazio lasciando modo alle chitarre nere e dense, di animarsi in una danza carica e adrenalinica, alla quale si riallaccia il ritornello dapprima tenuto in piedi soltanto da voce e batteria, che via via riprende in mano la situazione, portando, così, verso la fine. Il pezzo può essere considerato come una sorta di inno della band stessa, analizzate le liriche fiammeggianti e cariche di metafore brillanti. Andromeda è il mondo nel quale potersi rifugiare per poter respirare una ventata di aria di libertà, è la meta dei sogni, grazie alla quale lasciare il mondo nero e tenebroso, quello della realtà, alla propria crudezza. Un inno alla lotta per il proprio respiro, in modo che possa essere libero di trovare l'aria che gli occorre: un'aria fresca, frizzante, pregna di polvere di stelle pronte a entusiasmare, dove nessuno sa cosa sia la follia nella triste e grigia normalità. Un testo piuttosto conciso ma nonostante tutto eloquente, che descrive, in qualche modo, la linea di pensiero e la strada di vita intrapresa dai nostri.



Giunti alla fine dell'ascolto di “Shock”, balena subito l'idea che in effetti, una produzione italiana con cantato italiano, tanto male non è: anzi, tutt'altro. È così che si comincia a ripensare alle proprie convinzioni, si cominciano a superare, si cominciano a voler allontanare dalla propria persona e personalità. È così che si impara a crescere musicalmente, evolvendosi in una direzione inaspettata, ma del tutto benvoluta, una volta provata: è facile rendersi conto di quante probabili realtà siano andate disperse nei meandri del passato, a causa di gretti e sporchi pregiudizi. È vero, si tende a considerare tutto ciò che è italiano come automaticamente logoro e fuori moda: il pregiudizio generico nei confronti delle produzioni non tanto italiane, quanto cantate in italiano, è purtroppo un difetto che attanaglia troppe persone appartenenti a un pubblico troppo spesso in cerca di qualcosa che esca dal proprio Paese. In questo Paese, e ce lo dimostra “Shock”, essere volenterosi e carichi di una passione genuina e fresca, ripaga, rendendo omaggio al mondo della musica, con produzioni efficaci e assolutamente da promuovere in ogni senso. Distaccarsi, per un momento, dalla convinzione che italiano non è bello, consente, per esempio, di apprezzare la gentilezza di band come gli Andromeda, pronti a spogliarsi per mettere a nudo le proprie idee, le proprie emozioni, la propria carica e la propria energia. Una gentilezza tinta di carica pronta a tutto, pronta a sfondare le pareti di una società in putrefazione, già sottoterra senza neanche rendersene conto. Pochi fronzoli e tanta sostanza: gli Andromeda propongono, così, un lavoro piuttosto malinconico, che guarda al passato della storia del metal italiano, proponendo un concentrato di sorprese tutte da scoprire. A partire dall'artwork, ci troviamo di fronte a un'illustrazione piuttosto anni Novanta, scandita da colori sgargianti e da un panorama futuristico: forse il disegno è un po' troppo caotico, tra alieni e pianeti in prima fila. Forse la grafica non è del tutto al passo coi tempi, con la scelta di un font poco chiaro per il titolo e il moniker in grassetto. Ma tutto ciò incarna perfettamente la genuinità di questa band, e una volta ascoltato il loro “Shock” tutto questo risulterà evidente. Da un punto di vista più tecnico, la produzione risulta piuttosto spartana, ma non per questo motivo meno efficace o godibile: a dare un tocco di groove in più ci pensano basso e batteria, mentre le chitarre suonano acide quel tanto che serve per dare una personalità più accattivante al platter. Per quanto riguarda il cantato in italiano, Fabio Molino riesce a far vivere ogni strofa e ogni ritornello di una propria vena efficace e guerrigliera: se il disco non fosse stato cantato in italiano, avrebbe avuto il difetto di essere un puntino in una galassia di stelle tutte uguali. In questo modo, invece, si distacca dalla massa per trovare una propria personalità, tramandata e vissuta per mezzo dell'interpretazione di una voce energica e diretta. Il disco è pregno di potenzialità, idee e vere e proprie hit da intonare in allegria di fronte a una buona dose di birra, per apprezzarlo occorre soltanto schiacciare il tasto play, lasciandosi alle spalle le idee sbagliate e vetuste di chi non vuole superare i propri limiti. Superarli, significa poter apprezzare quello che i Fantastici 4 Abruzzesi hanno saputo donare al mondo musicale, e rianimarsi di un po' di buoni auspici e premesse per il futuro: la musica, in Italia, non è morta. Basta soltanto volerla scoprire.


1) Anime Dannate
2) Wonderland
3) Carillon
4) Senza Macchia
5) A testa bassa
6) Rock Shock
7) Sangue e Male
8) 2012
9) Vola su Andromeda