ANDREA MARTONGELLI

Spiral Motion

2014 - Diablo Studio

A CURA DI
LORENZO MORTAI
03/11/2014
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Quando si decide di intraprendere una strada mai affrontata prima, ci si rende spesso conto che la forza di volontà da mettere nel progetto è tale da scoraggiare i più (per questo solo chi ha un po’ di quella sana follia di fondo, può sperimentare al punto da creare qualcosa di mai sentito prima), ma se si ha il coraggio di incamminarsi, si arriverà al risultato sperato, certamente con le dovute difficoltà. Andrea Martongelli è più o meno quello che deve aver pensato quando ha deciso, dopo anni di dischi e successi “da gruppo”, con gli Arthemis ed i Power Quest, di produrre il suo primo disco da solista, una cavalcata trionfale solamente sua e della sua chitarra, senza alcuna barriera fra le due cose. La creatura che ne ha preso vita, dopo vario tempo, porta il nome di Spiral Motion (in uscita il 5 novembre 2014, coprodotto da Yader Lamberti, e presentato qui in esclusiva per voi, accuratamente sezionato come sempre), un titolo che già suscita interesse nel pubblico, e susciteranno interesse anche le varie collaborazioni presenti all’interno del disco, passando da Michael Angelo Batio dei Nitro, a Dave Reffet di Guitar World Magazine,  ad Alex Stornello degli Angels & Demons, ognuno con la propria agevole nicchia in cui recarsi come il pezzo di un puzzle, nicchia creata dal buon Andrea. Dieci tracce che rappresentano la maturità musicale di questo artista, un percorso attraverso il suo vissuto, facendo parlare soltanto lo strumento che tiene fra le mani, egli lascia che sia la sua chitarra a raccontarvi la storia, come fosse un vecchio eremita incontrato su qualche collina sperduta delle montagne, voi vi sedete, ed ascoltate le sue parole. Recensire un disco strumentale, ormai lo sapete, non è affatto cosa facile, la costante mancanza di un testo al quale fare riferimento per descrivere la musica, scoraggia la maggior parte dei critici, che si ritrovano a dover gestire qualcosa che è fatto puramente di suono, e non di parole. Tuttavia, esiste un metodo per poter entrare in questo mondo, e cioè cercare di capire a quale parola, sensazione, emozione, corrisponde ogni singola nota presente nelle varie tracce, essa può apparentemente essere vista solo come un disegno al quale fa riferimento un suono nel pentagramma, ma in realtà ogni suono porta con sé un messaggio, e soprattutto un determinato stato emotivo, sta al critico riuscire a comprendere quale. Quello di oggi dunque non sarà un semplice percorso all’interno di un disco, ma un vero e proprio viaggio all’interno del suono, una romanzesca avventura all’interno del mondo delle note, forti del fatto che la nostra guida sarà la passione che ci lega a questa musica, una dicotomia ormai, dopo tanti anni, quasi indistruttibile.



Avete presente i magici anni ’80? Quelli in cui l’esagerazione e la pomposità (nel senso più positivo del termine, la facevano da padrone? Bene, essi prendono letteralmente vita nelle nostre orecchie grazie al primo slot dell’album, occupato da Eternal (Eterno): un’intro melanconico ed elettrificato di tastiera/synth ci apre le sue porte dolcemente, prima di lasciare il posto al ritmato intro ottantiano di chitarra che comincia saltuariamente a darci dentro, pian piano, fino a deflagrare dopo un minuto circa di ascolto. La sensazione che si ha ascoltando Eternal è quella di un viaggio interstellare, siamo piloti curiosi, esploratori dell’infinito a bordo della nostra nave, pronti a scoprire i misteri dell’universo; i rapidi e sagaci cambi di tempo durante il pezzo fanno si che le immagini nella nostra testa viaggino a velocità incredibile, cascate di note ci piovono addosso, mentre di sottofondo la batteria da’ il tempo come un metronomo, senza mai lanciarsi in soli troppo elaborati, ma facendo da solida base di appoggio per la chitarra, un piedistallo in tungsteno sul quale Andrea può suonare liberamente senza remore ne limiti. Riesce ad intrecciare fra loro riff dal contenuto diverso, ma che insieme creano un binomio davvero interessante, si passa dalla lentezza roboante dei primi accordi (in cui lo stile degli anni ’80 viene fuori in tutta la sua interezza), a repentine accelerate in cui l’Heavy Metal più classico e marciante esplode nella nostra testa, e ci accompagna per mano durante tutto l’ascolto. Interessante vedere anche la somiglianza fra la musica ed il testo: il senso di “eterno” che si ha ascoltandola è, a tratti, davvero incredibile, si prova davvero la sensazione di stare andando alla deriva verso l’infinito, consapevoli di ciò che abbiamo alle spalle, ma assolutamente non curanti ( e forse un po’ impauriti) di ciò che ci aspetta davanti, stiamo camminando verso il nulla, nessuno ci sta tenendo la mano, siamo solo noi e la nostra mente che vaga per  meandri dello scibile. L’unico nostro alleato è la musica, che, come una Musa di greca memoria, ogni tanto dolcemente ci porge la mano ed evita che usciamo troppo dal percorso, ci mantiene “sul pezzo” per tutto il brano, tenendoci ancorati a sé. Avete presente i Ninja? I guerrieri giapponesi al servizio del proprio imperatore, famosi per essere feroci e silenziosi assassini, pronti a tutto pur di uccidere, ma sempre con quella eleganza di fondo che li contraddistingue, sono setosi e candidi come la notte più stellata , anche se ogni volta lasciano dietro di sé una corposa scia di sangue. Ecco, il brano successivo, col quale Andrea fa un omaggio quasi allo Speed più classico, è tagliente ed affilata come una katana, mortale come un Nunchaku, e letale come un colpo in pieno petto; Screaming Ninja (L'Urlo del Ninja) è così, una veloce e rapida sequenza di suoni uno dietro l’altro, il ritmo è serrato fin dai primi secondi, ci ritroviamo a correre imperterriti per strade sconosciute, inseguiti da un nemico che non possiamo combattere. Qui Andrea decide di spremere a fondo il suo strumento (a cui si fa riferimento nel titolo del brano, visto che la chitarra signature di cui la Dean lo ha “omaggiato”, si chiama proprio Cadillac “Screaming Ninja”); il brano è una dichiarazione d’amore alla sua chitarra, essa dolcemente si lascia deflorare dalle dita di Andrea, le corde diventano incandescenti, ed il refrain basilare del pezzo è da manicomio. Vi è però un momento, esattamente a metà del brano, in cui i ritmi si placano, come quando una nave in piena burrasca, col cielo nero come la pece, vede quello spiraglio di sole stagliarsi di fronte ai suoi occhi, e assapora per un’istante la quiete più totale; nella parte centrale del pezzo, Andrea si cimenta in un assolo degno del suo nome, morbido e caldo come un abbraccio, il tutto atto a spezzare l’andamento generale del brano. Anche qui, come nel brano precedente, è interessante vedere il saldo legame fra titolo e musica contenuta nel brano; i Ninja, come accennato all’inizio, erano guerrieri silenziosi, ma letali, pronti a tutto per difendere l’onore del proprio clan, e della propria patria: le poderose accelerate a cui Andrea ci abitua in Screaming Ninja, non sono altro che i fendenti tirati dai guerrieri stessi, sono colpi repentini e quasi impercettibili, ma quando si schiantano contro di noi, non possiamo fare altro che accusare il colpo e accasciarci a terra esanimi. Si carpisce bene anche, confrontando questo brano con il precedente, la poliedricità musicale che alberga nelle mani e nella mente di Martongelli, siamo passati in un nonnulla da un omaggio gravido di suoni agli anni ’80, ad uno Speed scanzonato e graffiante come un rasoio; è una caratteristica che non molti musicisti hanno, saper creare brani così diversi l’un dall’altro, ispirandosi a tanti tipi di musica diversi, ma mantenendo sempre la propria identità particolare (nel caso di Screaming l’impronta di Andrea si vede bene nella parte rallentata, un riff che cola dalle sue mani come oro fuso). Dallo Speed più ignorante, ammorbidiamo i toni, pur mantenendo l’ecletticità elettrica che pervade tutto Spiral Motion, con Infected – Garbage Blues (Infetti – Blues Spazzatura): il Blues è un genere che proviene “dalla fogna” (in senso positivo), viene dalla sofferenza degli uomini, dai meandri più nascosti del loro animo, è musica del sesso, è li, piantata nel cuore di tutti noi (anche degli inconsapevoli) come una bestia in gabbia, pronta ad esplodere quando necessario. Perché alla fine il Blues è la madre di tutto, è l’inizio di tutto ciò che ascoltiamo oggi, quella musica incredibile che riusciva a coniugare sofferenze atroci, con un sound di fondo ipnotico e magnetico. Andrea decide di omaggiare questo pilastro della musica mondiale, ma a modo suo, creando appunto un “Blues Spazzatura”: i toni solo seriamente da “discarica”, una pioggia di note ci bagna il viso, mentre assistiamo ad un ritmo sincopato e costante per tutti i tre minuti del brano, inframezzate da sessioni di tastiera sul finale (quasi stile Prog), ad altri momenti dai toni leggermente Funk, un po’ quel che faceva Jeff Beck quando imbracciava una chitarra fra le mani. Il concetto di “spazzatura”, non è assolutamente riferito alla marciscenza del pezzo, non esistono ne growl ne tantomeno scream, piuttosto si parla di spazzatura sonora, di un sound sporco, grezzo e primordiale, di un brodo nel quale crogiolarsi per tornare indietro nel tempo, fino agli inizi di questa musica, quando gli schiavi neri americani la inventarono, creando un mito senza tempo. Sensazionale poi  il concetto di “Infetti”, sembra infatti, durante l’esecuzione del brano, di vedere stagliarsi di fronte ai nostri occhi una mandria di appestati che, stile Thriller di Michael Jackson, suonano la chitarra con le loro mani diafane e gli occhi incavati e vitrei, improvvisando un Blues che viene direttamente dalle viscere dell’inferno. E’ forse questo uno dei brani più belli di tutto Spiral Motion, sicuramente uno dei più curati e ragionati dell’intero disco, gioverà sia agli appassionati del Blues più puro, ma anche a quei metalheads incalliti che non si stancano mai di ricevere calci Heavy Metal direttamente nelle gengive. Spesso capita nella vita di trovarsi in momenti nei quali non sappiamo come muoverci, siamo li, intrappolati nel nostro coma mentale senza vie d’uscita, come se ci avessero iniettato una siringa di cianuro nel braccio, lentamente ce ne stiamo andando. Devono essere più o meno queste le sensazioni dello pseudo protagonista di Venomous (Velenoso); le ritmiche di questo pezzo variano ancora dalle precedenti, dopo aver infatti esplorato gli anni ’80, lo Speed ed il Blues sporco, andiamo verso i lidi del Power/Classic con questa traccia, il ritmo che si riesce a percepire è acido come il fiele, si sente sulla pelle e si sente nella testa, ci trapana direttamente il cranio con i suoi riff, il tutto inserito in un contesto di sottofondo degno della miglior Space Age. In Più, per tutta la durata del brano, continuiamo ad assistere ai classici repentini cambi di tempi ai quali ormai Martongelli (anche nelle sue band) ci ha abituato, quando crediamo di aver ormai sentito ogni elemento de pezzo, pensando (erroneamente) che si ripeteranno fino alla fine, ecco che arriva quel meteorite dallo spazio che sconvolge l’ordine posto fino a quel momento, ci piomba addosso come un fendente di spada. Metal si dunque, ma con cognizione di causa, qui non parliamo di riff schiaffati li per caso, messi uno in fila all’altro per sembrare audibili ai più, parliamo di un dialogo interiore fra il chitarrista e la sua Cadillac, una dichiarazione d’amore verso l’altra (con la relativa risposta di “approvazione” da parte dello strumento). In questo brano i Power Chords si sprecano, sentiamo il peso di trenta e passa anni di storia Metal gravare sulle nostre spalle, mentre il veleno che esce da quelle corde inizia a farci andare i necrosi, anche se in fondo stiamo perendo di una dolce morte. Venomous è fra i brani più intrisi di cattiveria dell’album, si sente la voglia di urlare in faccia al mondo le proprie idee, si sente l’emozione che l’artista prova nel suonare il pezzo, e soprattutto si sente che l’improvvisazione di fondo c’è ed è un macigno pesante da portare, assolutamente non ci sono basi preparate, c’è soltanto la musica che sgorga dal cuore come un fiume in piena. Tradizione, nei dischi Metal di stampo classico, vuole che a metà del disco (o a fine, in alcuni casi) venga inserita una Power Ballad scritta con tutti i crismi, di modo da riprendere fiato un attimo e saggiare un po’ più a fondo le capacità dell’artista: nel disco di Andrea questo slot è occupato da Father (Padre), quattro minuti di pura estasi chitarristica sotto tutti gli aspetti, nel quale i toni si ammorbidiscono, pur conservando quella sana vena di follia metallara. In questo brano assistiamo al cambiamento di Martongelli; se fino ad ora infatti lo abbiamo visto lanciarsi senza paracadute in pezzi dalla struttura complessa e veloce, qui lo vediamo tingersi ancor di più dei toni d’amore per il suo strumento, in alcuni punti sembra davvero che egli riesca a farla parlare, e ci parla di amore e sentimento, amore che può essere per qualsiasi cosa, quell’emozione che nasce dentro il nostro cuore, e che lo fa battere come un tamburo impazzito. E’ una lunga guida attraverso i suoni questo brano, sentiamo tutta la verve che da una chitarra può essere tirata fuori, il tutto condito da ritmiche morbide (ma mai banali) che ci tengono per mano fino alla fine, è un pezzo che, nonostante la sua lentezza rispetto ai precedenti, è in grado di suscitare dentro chi lo ascolta quasi la commozione e qualche lacrima, si percepisce fin dal primo accordo che è un brano carico di pathos e che viene direttamente dall’anima, quasi ci vengono i brividi ad ascoltarlo. Anche il titolo è iconico e significativo al tempo stesso, se infatti le altre tracce, con la loro energia velenifera ed acida, sono gli scanzonati e irrequieti figli, questa è il Padre, colui che rimette ordine nel caos, che sistema i danni (senza mai arrabbiarsi troppo) adoperati dai suoi pargoli, è la ventata di aria fresca dopo il Doomsday, un momento di intimità profondo con la musica, dopo essere stati presi a schiaffi per tutta la prima parte del disco. Dopo una Power Ballad così malinconica, ci vuole una nuova sferzata di energia, una botta di adrenalina in piena vena che ci faccia risvegliare, ed il buon Andrea ce la dà grazie a Cyber – Hammer of the Gods (Cyber – Il Martello degli Dei); qui andiamo su terreni ancor più inesplorati rispetto a prima, si passa allo pseudo Thrash da antologia in queste lyrics, ritmi cacofonici e pressanti ci martellano i timpani, mentre il feat di questo pezzo con Alex Stornello, dona all’intera produzione quel tocco di classe in più che non guasta. La cosa incredibile di Cyber è il dualismo che si viene a creare mentre lo si ascolta; da una parte abbiamo appunto l’effetto cybernetico (dato spesso dalle parti di Alex), che ci trasportano nello spazio siderale più profondo, abbandonati a noi stessi, vestiti come automi del futuro, mentre dall’altra Andrea fa la parte del “Martello degli Dei”, una evocazione pesante e stentorea della sua musica, che echeggia nell’aria come la lama di un coltello, e ci arriva in pieno volto. E’ un brano dalle ritmiche di base molto semplici in realtà, i riff si concatenano in maniera spasmodica, pur ripetendosi fino alla fine, ed il tutto, tralasciando la semplicità di fondo, viene reso sagace dal duello delle chitarre, che cozzano fra loro come spade medioevali, producendo scintille che si ripercuotono su noi ascoltatori. In questo disco troviamo, come già accennato, varie sfumature della musica metal (perfino un Blues “metallizzato”, parafrasando la canzone di prima), ed è bello vedere come Martongelli incatena fra loro accezioni così diverse della stessa musica, dimostrando che tutte le “guerre” nel corso degli anni su cosa sia “Trve” e cosa no, sono state inutili, alla fine il Metal è come l’influenza d’inverno, ogni anno se ne presenta un tipo diverso, ma il ceppo da cui proviene è sempre lo stesso. Spiral Motion è un disco che trascina con sé come dentro un vortice, ci troviamo a sobbalzare come schegge impazzite attraverso le varie tracce, passando da botte più o meno forti, ad altri momenti di puro e semplice godimento sonoro, come in questa Hammer of Gods, quasi cinque minuti di supertecnica messa fra le mani di un uomo che sa ciò che sta facendo, e non si fa problemi a mostrarcelo. Si decide adesso nuovamente di inserire un’altra Power Ballad, ma stavolta dai toni che portano i colori della notte; Dark Days (Giorni Oscuri) ci inserisce in un contesto cupo e poco piacevole, il riff è melanconico ed intriso di toni tristi, quasi stessimo vedendo un uomo che ci sta urlando in faccia il suo dolore. La prova musicale qui è davvero ardua, rendere un’emozione positiva è cosa normale per un musicista, ma riuscire, il tutto senza l’ausilio del testo, a spiegare uno stato d’animo sofferente, è qualcosa che non tutti riescono a fare: Andrea ci riesce inanellando una serie di accordi dal retrogusto assai amaro, bellissimi da ascoltare, ma che fanno incupire l’anima, ci fanno sentire inadatti a questo mondo, un po’ come quando, da adolescenti, pensiamo che qualsiasi cosa ci accada intorno, sia colpa nostra. E’ però magnifico vedere come anche qui, come in Father, la chitarra letteralmente ci stia parlando, ci comunica il suo volere (o quello di Andrea, tanto sono fusi insieme, naturali estensioni l’un dell’altro), invece di suonare, le note vengono piante come dagli occhi di qualcuno che sta soffrendo, e l’estasi è assicurata. Se siete persone sensibili, questo brano fa per voi, al suo interno troverete un refrain davvero degno di nota, Hammer On che si sprecano, e un inno alla nostra musica prediletta, un traboccante calice di suoni in cui immergere la faccia fino quasi a soffocare. Capita a tutti, nella vita, un momento in cui, dopo giorni, magari settimane di tristezza assoluta, si ritrovi finalmente la forza di alzarsi e andare avanti; beh, se a voi è capitato qualcosa del genere, la colonna sonora adatta sarebbe il brano che segue, dal titolo evocativo di Phoenix Rising (Fenice che Rinasce): qui l’acceleratore, un po’ come nella seconda traccia, viene premuto con forza, l’autostrada della musica è libera, e noi ci ritroviamo a correre a tutta velocità a bordo del nostro bolide fiammante, mentre la veloce e carica di energia musica di Andrea ci accompagna in questa folle corsa. Torniamo infatti in Rising a parlare di pseudo Speed (anche se le basi di tutte le canzoni sono Heavy puro al 100%), le corde vengono suonate a velocità costante per tutti i cinque minuti del pezzo, e l’accordo che si crea fra noi ascoltatori, ed il pezzo stesso, è un legame bello forte. Assistiamo dunque alla rinascita della fenice, che torna dalle sue ceneri per camminare ancora in mezzo a noi, un po’ come quando ci rialziamo da un sentito e pregno torpore, cominciamo di nuovo a respirare, i nostri polmoni finalmente si liberano da tutta la lordura accumulata, e l’ossigeno può circolare tranquillo. Torna quindi in Rising la velocità, una delle motrici portanti della musica di Martongelli, ma che viene sempre trattata “coi guanti”, non è mai solo supertecnica fine a sé stessa, ma piuttosto una costruzione assai complessa a cui si da soltanto un ritmo molto veloce, pur conservando la vena di poliedricità di fondo. Phoenix Rising è un must per tutti coloro che amano le plettrate veloci ed i ritmi serrati, è un pezzo che non ti lascia spazio per muoverti, continua a picchiare duro fino alla fine, e tu non puoi fare altro che stare lì a prenderle. Anche la fenice però ad un certo punto della sua vita sarà costretta a perire miseramente (pur risorgendo tutte le volte), e forse quando abbandonerà la vita, nelle sue orecchie risuoneranno i prossimi (e penultimi) quattro minuti di Spiral Motion, occupati da Dead Symphony (Sinfonia di Morte); in realtà il titolo è molto controverso, perché se di base sentiamo ritmiche Prog date dalle tastiere (unite a chorus echeggianti, molto Goth) che donano quel senso di funereo al brano, la parte chitarristica è molto “vitale”, creando un bel contrasto con il resto del brano. Sinfonia di Morte dunque, ma che può essere soggiogata dalla vita stessa, senza mai arrendersi o gettare la spugna, continuando a lottare (qui la parte di Andrea con la chitarra) come indomiti guerrieri, finchè non cadremo esangui e senza forse. Perché alla fine la vita è così, una continua sfida con noi stessi e col mondo, finchè non sentiremo anche noi, come la fenice, risuonare nella nostra testa un organo da marcia funebre, e allora capiremo che è giunta la nostra ora. Dopo aver risaggiato a fondo lo Speed, si torna al Classico in Dead Symphony, proponendo la solita cascata di riff uno dopo l’altro, sempre (e questo è un sentimento che permea tutto l’album) guidato dalla totale improvvisazione e complicità fra Andrea e la chitarra, essi continuano a dialogare noncuranti del resto, sono solo loro due e nessun altro, e alcuna persona al mondo li può disturbare. Chiude questa cavalcata all’interno delle note un brano davvero degno di questo nome, un’altra (l’ultima) iniezione di potenza dal nostro Andrea; Bite the Bullet (Stringi i Denti) è una degna conclusione di un lavoro maestoso, una specie di sunto di tutto ciò che abbiamo avuto l’onore di ascoltare fino ad ora. Troviamo infatti elementi ottantiani che ritornano dal primo brano (grazie all’ausilio del tapping), troviamo ritmiche Blues elettrificate e sporche, accelerate Speed e tutto quanto possiate aver trovato nelle tracce precedenti, una specie di testamento musicale ad opera di Martongelli. Nome omen anche qui per il titolo, che ci invita a non mollare mai (forse riferito anche alla fatica operata da Andrea stesso nella stesura del suo lavoro, il compimento della sua creatura, sua e di nessun altro), continua a ribadire che la vita è una sola, va vissuta appieno delle sue potenzialità, senza lasciarsi scappare nessuna occasione, anche se esse ci dovessero portare lontano da casa, noi dobbiamo coglierle come il frutto proibito, forti del fatto che faranno bene alla nostra vita. E tutto questo Andrea ce lo dice vomitandoci addosso un ritmo davvero da pazzi, si passa dall’Hard Rock all’Heavy come se nulla fosse, e quelle stoppate sul finale sono l’ultimo calcio nei denti di un disco che di botte ne contiene parecchie. Una degna fine dunque di un lavoro davvero completo, un riassunto in cinque minuti delle nove tracce che hanno preceduto Bite, un pezzo monumentale che non deluderà nessun fan, ognuno riuscirà a trovare la propria nicchia (come hanno fatto i featuring del disco, fra i quali, proprio in Bite the Bullet, spicca la collaborazione con Dave Martone, autore dello splendido assolo del pezzo, che dona a tutto l’ascolto quella ventata di mito in più), uno spazio confortevole in cui adagiarsi, stremati e stanchi da tutto lo sforzo che abbiamo fatto per arrivare qui.



Per chi conosce bene il sound di Andrea, Spiral Motion non deluderà sicuramente le sue aspettative, per chi invece è un novizio, do questo consiglio: non fatevi ingannare dall’assenza del testo, in un disco come questo non serve, è la chitarra a parlare, parla e ci comunica come se fosse il frontman, per cui non fatevi scoraggiare e compratelo, compratelo ed ascoltatelo a più non posso, non riuscirete più a togliervelo dalla testa. Quando ho scritto che è un lavoro completo, non ho detto a caso; all’interno di Spiral Motion infatti, ognuno troverà il suo pezzo, quel riff in particolare, quella melodia strana, quei ritmi che lo faranno sentire a casa, è un disco per tutti i gusti e per tutti i palati, puro e genuino, solo un uomo con la sua chitarra. Per cui, ben fatto Andrea, grazie per averci regalato questa vacanza nel mondo delle note, credo che molti (io per primo) non la scorderemo tanto facilmente.


1) Eternal
2) Screaming Ninja
3) Infected - Garbage Blues    
4) Venomous
5) Father 
6) Cyber - Hammer of the Gods  
7) Dark Days  
8) Phoenix Rising   
9) Dead Symphony
10) Bite the Bullet

correlati