ANDRE TONELLI

Lights and Shadows

2016 - independent

A CURA DI
MAREK & MICHELE ALLUIGI
21/06/2016
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

L'Arte non ha confini o barriere di sorta. Un concetto che accoglie in sé centinaia, anzi migliaia di stilemi, strade, possibilità. L'Arte, il principio primo, la voglia dell'uomo di esprimersi privo di catene o limitazioni, mostrando centomila e pirandelliane versioni di se stesso. Cambiare ogni volta, non riconoscersi, svegliarsi ogni mattino con la consapevolezza d'avere un volto nuovo. Nuove idee, muse, ispirazioni. Questo è il potere conferitoci dall'Arte, la possibilità di cambiare la Nostra realtà. Di uniformarla a quel che in un determinato momento siamo, rendendola nostra complice, amica ed amante. Cambiarla ancora, ed ancora. Un ballo che continua in mille passi brevi, che ci porta dunque a far la conoscenza di chi, in questo immenso labirinto fatto di emozioni, ama vagare senza meta. Del resto, chi non sa dove andare è impossibile che si perda; e proprio sfruttando questo principio, questa volontà di rompere noiosi e pedanti schemi, possiamo metterci in discussione, immergendoci in universi e mondi totalmente nuovi (fino a qualche secondo fa). La Musica, neanche a dirlo, è forse uno dei mezzi più versatili e poliedrici che abbiamo, per poter esprimere le mille sfaccettature di noi stessi; l'Arte dei suoni, per mezzo dei quali esprimiamo i diversi sentimenti dell'animo. Nostro, o di chi ci circonda. Una premessa utile e doverosa, propedeutica all'introduzione della personalità che oggi prendiamo in esame, decidendo di avventurarci lungo i solchi della sua ultima fatica discografica. Parliamo di Andre Tonelli, eccellente chitarrista e compositore camaleontico, impossibile da "ingabbiare" in una stretta circostanza altrimenti detta "genere". Un uomo che affonda le sue radici nella musica dei Queen, per sua stessa ammissione, e dunque nel Rock di chiara matrice classica. Ma che cerca, come già fatto dai suoi illustrissimi maestri, di superare il suddetto genere; di superarsi a sua volta, andando controvento e creando indipendentemente dalle "regole" o dalle "impostazioni obbligatorie". Chi è, dunque, Andre Tonelli? Un ragazzo che, a quindici anni, sognava di divenire nientemeno che un cantante proprio come il suo eroe, Freddie Mercury. Probabilmente affascinato dalle esecuzioni pianofortistiche sfoggiate dal compianto Bulsara in brani leggendari come "Bohemian Rhapsody",  il giovane Tonelli chiese in dono lo strumento dai tasti bianchi e neri. Tuttavia (un po' per questioni di spazio, un po' per questioni economiche, come lo stesso Andre sottolinea nella sua biografia) ad arrivargli in regalo fu una chitarra, strumento che inizialmente non venne subito ben inquadrato dal Nostro; anche se decise, comunque, di cimentarcisi. Memore di ascolti di un certo livello (Fabrizio De Andrè in primis), cercò dunque di coniugare la sua passione per il canto al suo essere un chitarrista. I risultati furono più che buoni, ma solamente per ciò che riguardò il secondo fronte, quello della chitarra. I suoi amici e colleghi musicisti iniziarono a notare in lui un talento particolare, consigliandogli di conseguenza di cimentarsi totalmente sullo strumento a corde, mettendo da parte il sogno di cantare. Fu però da considerarsi definitivamente "galeotto" il film "Crossroads" (in Italia noto con il titolo alternativo di "Mississippi Adventure"), la scintilla che fece divampare in Andre la passione definitiva per la sua nuova compagna di viaggio. Nel film in questione, difatti, un giovane Ralph Macchio interpreta il personaggio di Eugene; un ragazzo con il sogno del Blues, il quale cerca in tutti i modi di divenire un grande chitarrista. Dopo tutta una serie di vicissitudini, con l'aiuto ed il supporto del Maestro Willie Brown, Eugene arriverà a sfidarsi in un duello all'ultima nota con un altro talentuosissimo musicista, Jack Butler. Quest'ultimo interpretato da un vero chitarrista, nientemeno che il grande Steve Vai. L'esecuzione del virtuoso fulminò dunque Andre sulla proverbiale via di Damasco. Il chitarrista capì che, per raggiungere quel livello, avrebbe dovuto studiare seriamente; fu allora che cominciò a dedicarsi anima e corpo al suo strumento. Subito, il giovanissimo Tonelli decise di darsi da fare, trovando un ingaggio in un complesso milanese, denominato Jar. La gavetta di Andre, nel vero senso della parola, ebbe inizio proprio con questo gruppo, con il quale egli ebbe modo di suonare in ogni dove. Da locali come il "Rainbow" e l' "Acquatica" alle feste di paese, passando per spettacoli quasi improvvisati nelle scuole. Un'esperienza che il musicista ritiene a ragione come incredibilmente importante e formativa, un progetto nel quale non erano ammesse cover ma solamente brani originali. La gente ebbe dunque modo di poter osservare direttamente e senza filtri il talento del Nostro e dei suoi compagni, i quali non si facevano scrupolo alcuno. Ovunque avessero potuto esibirsi, di fatto si esibirono, mostrando grande umiltà e soprattutto dedizione alla propria causa. Passarono gli anni, e l'avventura continuò sino al conseguimento della maggiore età ed al definitivo diploma. Finite le superiori, Andre decise di cambiare aria, dando un taglio netto a ciò che stava in quel momento facendo. Un viaggio sarebbe stato opportuno: biglietto alla mano, il Nostro partì per la California, con la sola ed unica intenzione di dedicarsi ancor di più alla musica. Dai 19 ai 25 anni, quindi, il buon Tonelli si stabilì dall'uggiosa Milano alla soleggiata California. Luogo in cui il Nostro ebbe modo non solo di guadagnarsi da vivere e di laurearsi in Psicologia, ma anche di studiare musica ancor più seriamente, affinando le sue tecniche in fase di composizione, arrangiamento e produzione. Il frutto dell'avventura americana fece si, dunque, che il chitarrista potesse dare alla luce il suo primissimo EP, "Lords Of Time". Un lavoro registrato in fretta e furia, forse ancora "acerbo" rispetto alle odierne produzioni, ma sicuramente pregno dello spirito libero e sognante di un musicista privo di confini. Sia interiormente che esteriormente, dato si che poco prima dell'uscita di "Lords.." il Nostro si trasferì a Barcellona, città in cui vive ancora oggi. Giungiamo quindi nel 2008, anno in cui Andre decise di realizzare il suo primissimo full-length. Il risultato di questa scelta fu l'album "Power World Fantastic", un disco che a detta del suo stesso autore racchiude tutti i pregi ed i timori di un completo solista autodidatta: da una parte la volontà di esprimere il proprio estro, in totale libertà, gestendo la situazione con le proprie sole forze; dall'altro, una sorta di "timore reverenziale" nei riguardi di chi ha alle spalle studi importanti, il doversi confrontare con loro, avendo paura di "sfigurare". Un disco, "Power..", che non vide altri collaboratori se non il batterista Eric Rovira Duatis ed un nome d'eccezione, nientemeno che John Cuniberti. Quest'ultimo, storico co-produttore, mix engineer nonché prezioso confidente del grande Joe Satriani. L'incontro avvenne quasi per caso: durante la genesi di "Power..", Tonelli collaborava infatti con la "Avid" (allora "Digidesign") sullo sviluppo di "Pro Tools". Fu allora che ebbe modo di entrare in contatto con Cuniberti, chiedendogli di collaborare con lui e di occuparsi della masterizzazione di "Power..". Il lavoro di produzione e missaggio, tutti svolti da Andre, convinsero John ad accettare. Quest'ultimo, oltre a profondere nel disco tutto il suo sapere e tutta la sua esperienza, regalò al Nostro preziosissimi consigli in generale, circa ogni fase di realizzazione. Un disco, dunque, che vide la luce grazie alla caparbietà del musicista e grazie anche all'aiuto di un capitano di lungo corso; senza scordarsi, poi, che "Power.." venne interamente registrato con l'ausilio di un modello di chitarra "signature", realizzato da Andre con l'aiuto del liutiere Jose Ramos, il primo che Tonelli abbia mai realizzato, in tutta la sua carriera. Insomma, un esordio col botto, il quale nonostante passò relativamente "in sordina" venne comunque celebrato ed apprezzato laddove chiunque avesse avuto a disposizione uno spazio per far conoscere al mondo questo "Power World Fantastic". Giungiamo nel 2011, anno in cui il Nostro continua a pensare in grande, aprendo anche una scuola di musica tutta sua. "Guitar Studio", questo il nome del locus; un posto ove non esistono diplomi né attestati, che si regge unicamente sulla volontà, da parte di Andrea, di aiutare ogni chitarrista volenteroso di intraprendere lo studio della sei corde; nonché di aiutarlo a trovare la sua strada, sostenendolo nella realizzazione delle proprie volontà. Lezioni individuali "su misura", per ogni studente, ognuno con le sue diversità e particolarità. Una sede, quella del "Guitar Studio", che funse inoltre da studio di registrazione privato, nel quale il musicista avrebbe potuto lavorare in piena libertà. Il 2013 è dunque l'anno della definitiva consacrazione, l'anno di uscita di "Fill The Sky", primo album di Tonelli ad essere apprezzato e riconosciuto a livello mondiale. Sempre con il prezioso aiuto di Cuniberti e Duatis, dunque, il Nostro creò il suo primo album di successo, il quale fu amatissimo in Spagna ma anche negli U.S.A. In terra d'oltreoceano raggiunse la  top5 delle "CMJ Most Added Radio Charts", un successo che lo spinse a divenire endorser di "Parker Guitars" e di "Palmer Musical Instruments", giusto per citare due nomi. Un successo meritatissimo, figlio di studi, sacrifici e tanta, tanta passione. Dopo essersi dedicato, nel 2015, ad un altro ambizioso progetto (la creazione di una vera e propria enciclopedia video della chitarra, con tanto di tabs, visibile peraltro sul suo canale Youtube), Andre giunge dunque ai giorni nostri nonché al definitivo successo con la pubblicazione del suo terzo disco, l'oggetto dell'odierna recensione. "Lights and Shadows" è quindi la coronazione di quanto di buono "Fill.." aveva già mostrato, garantendo ad Andre riscontri ancora maggiori. Raggiungimento della top 100 in tantissimi paesi, primo posto della Rock Chart su itunes in Spagna, top 25 delle Rock Charts italiane.. un successo a dir poco imponente, che diffonde il nome Tonelli a macchia d'olio, facendo in modo che il mondo si accorga ancor di più della presenza di questo grande e caparbio musicista. Ancora una volta, fondamentale è stata la sinergia venutasi a creare fra il Nostro ed il duo Cuniberti / Duatis: l'uno si è occupato interamente della masterizzazione, il secondo della batteria; squadra che vince non si cambia, e proprio per questo Andre si è dedicato a sua volta alle fasi di missaggio e produzione, nonché a tutti gli altri strumenti eccetto la batteria. "Lights and Shadows" è stato quindi registrato e missato nel suo "Planet 9 Studio", eccezion fatta per la batteria, le cui parti sono state invece registrate presso il "RockAway Studio" con l'ausilio di Cocky Ordonez ed Alberto Lucendo. Come detto, il mastering finale è stato opera di Cuniberti, il quale ha messo a disposizione il suo "Digital Therapy Lab". "Luci ed ombre", quindi. Una dictomia particolare, un contrasto sul quale si basa la vita tutta. Anche e soprattutto quella di un Artista, il quale deve saper essere tenace e caparbio; a maggior ragione quando sono le ombre, quelle che prevalgono. Del resto, è proprio il momento buio, quello che riesce a plasmare il nostro carattere, rendendoci dei guerrieri. Reagire subito o accettare di venir sottomessi sempre; pazientare, lottare anche quando tutto sembra perso.. per raggiungere la luce. Non ci resta altro da fare, or dunque, che apprestarci ad entrare in questo mondo musicale dominato dalla danza della Notte e del Giorno. Una danza che definisce lo scorrere del tempo, l'andamento dell'esistenza, l'ordine cosmico. Un concetto espresso anche visivamente da una cover assai particolare, nella quale vediamo Andrea immerso in due realtà per l'appunto differenti. Da un lato un trionfo di colori, dall'altro un'avvolgente oscurità. Una foto scattata da José Najera e di seguito adeguata al concept dallo stesso Tonelli. Varchiamo anche noi la soglia che divide il giorno dalla notte, e spalanchiamo le porte della percezione.. Let's Play!

Lights and Shadows

Iniziamo dunque questo viaggio strumentale con la prima traccia, "Lights and Shadows (Luci ed Ombre)". Ad accoglierci è un'andatura tipicamente Hard Rock, quasi Glam volendo, rimandante al modus operandi di un Tom Keifer degli anni d'oro. Un ritmo semplice ma assai ben scandito sorregge una chitarra in vena di farsi notare a suon di melodia, una sei corde che mantiene un forte appeal "catchy" ma non per questo risulta "semplice" o comunque "trascurabile". Proprio come accadeva con i maestri d'ascia degli eighties all'Americana, dietro l'apparente semplicità si nasconde un gusto compositivo assai particolare e decisamente capace di far presa mediante l'adopero di stilemi variegati e ben coesi in un ottimo tutt'uno. In questi primi minuti, infatti, e seguendo attentamente il dipanarsi del brano, non possiamo non notare anche un gusto per la melodia leggermente "Powereggiante", tutto "scandinavo" nel suo proseguire. Un particolare tocco che rende il tutto scorrevole e sognante, visto anche l'ottimo utilizzo delle tastiere in sottofondo. Il clima perfetto, per Andre, per lanciarsi in una bella serie di virtuosismi particolarmente apprezzabili. Esercizi per nulla "scolastici", che non recano seco alcun tratto di pedanteria accademica; al contrario, il musicista risulta abile in fase di improvvisazione, non sganciandosi dal clima da lui stesso creato ma anzi, arricchendolo con tutta una serie di giochi ed orpelli posizionati esattamente al posto giusto, nel momento giusto. Minuto 1:24, abbiamo un decisivo cambio di prospettiva: il ritmo diviene ancor più essenziale, si riduce ad un battere preciso e per nulla invasivo. La batteria fa il cosiddetto "minimo sindacale", e tutto l'ensemble strumentale sembra seguire il suo esempio, almeno fin quando Andre non si lancia nuovamente in una serie di espedienti atti ad abbellire questo particolare frangente. Sfoggia in questo caso le sue velleità più powereggianti, e non sarebbe certo sbagliato affermare quanto segue; il bravo Tonelli non sfigurerebbe affatto, in un album dei Sonata Arctica o degli Stratovarius. Senza scordarsi delle sue velleità Hard Rock, naturalmente, sempre presenti e ben amalgamate alle tendenze più metalliche. Minuto 2:34, il clima cambia nuovamente, divenendo più "riflessivo" e meno tendente a farsi apprezzare per via d'atmosfere sostanzialmente eteree. La chitarra opta per una melodia più "cupa", per certi versi, mantenendo questo suo tratto anche lungo i secondi seguenti. Almeno finché Andre non recupera il suo tocco Hard 'n' Heavy, cimentandosi in un bell'assolo dal gusto incredibilmente Power. Un frangente che viene presto scalzato da un riff molto più sostenuto e ben sorretto da una tastiera à la "Castlevania", espediente che va dunque a chiudere questa prima nostra tappa. Inizio col cosiddetto "botto", non c'è che dire, anche per via dell'alternarsi di stili. Abbiamo momenti ben più sognanti che riflessivi e viceversa; una dictomia che dunque ci introduce il concept stesso del disco. In un modo pressoché magistrale e capace di unire in coorte diversi tipi di fan del Rock e del Metal. 

The Traveler

Arriviamo quindi a "The Traveler (Il Viaggiatore)", brano aperto da una chitarra intenta a concedersi ad una melodia presto sorretta da un'interessantissima ritmica, sfoggiante una tendenza funky veramente eccezionale. Il basso è in grande spolvero, "schiavo" di ottimi groove, mentre la batteria mostra sicuramente un qualcosa di più articolato e particolare rispetto alla prova offerta in precedenza. Andre si diverte come al solito a spaziare lungo vari stilemi, senza risultare prevedibile o comunque "scontato". La sua sei corde è in grado infatti di risultare sì decisa ma anche "sofferta", in alcuni casi; vi sono dei momenti di particolare "esplosione" in cui il Nostro sembra rinunciare al Groove trascinante per lasciarsi sorreggere da un qualcosa di meno articolato, che gli consenta comunque di sfogare quella sua anima Power mai sopita e per nulla celata. Si continua quindi lungo un bel gioco d'alternanze, fra momenti in cui la ritmica si lascia udire ed altri in cui si mette leggermente da parte per lasciare che il sound di Tonelli risalti ancor di più. Minuto 1:17, una tranquilla parentesi scandita da semplici e squillanti note ci accompagna verso quella che sarà una vera e propria impennata dal gusto incredibilmente rimandante al Grunge (tenendo comunque a mente le dovute differenze, sia ben chiaro). Quasi come se ci trovassimo dinnanzi allo sfogo del compianto Cobain, al decisivo acme udibile nel refrain della celeberrima "Smells like Teen Spirit"; abbiamo parlato, però, di differenze. Differenze sostanziali, in quanto le similarità rimandano al tipo di "clima" ed al sound. Tecnicamente parlando, l'interpretazione di Andrea non risulta certo né ruvida né dirompente come quella di Kurt. Al contrario, il sound è sempre curato al dettaglio e la melodia sempre calibrata al millimetro, non vi è una virgola fuori posto. Un interessantissimo excursus, tuttavia, che svela un po' di sana voglia di mordere e fa proseguire il brano verso determinati lidi, mantenendo alto il livello di "voltaggio". Siamo a metà pezzo ed il tutto sfocia ben presto in un bell'assolo in tapping, il quale ricama una melodia ipnotica, degna del miglior incantatore di serpenti. Si riprendono dunque le fasi iniziali, in cui la chitarra di Andre torna a "soffrire" (quasi sfoggiando una disincantata e disillusa pacatezza à la "Come as You Are", ormai possiamo dirlo) mentre la ritmica torna a funkeggiare alla grandissima, ben sostenendo il proprio compagno. Le improvvisate del chitarrista rendono il clima, al solito, variegato e particolare, e tutto si ripete dunque ciclicamente: tornano i momenti più "Powereggianti" ed in un certo senso "climatici", i quali ci accompagnano sino alla fine del pezzo. Un frangente magnificamente eseguito, in cui la chitarra di Andre compie un solo a tratti magistrale, melodico, sognante, etereo, "spaziale"; una parata di note le quali sfilano danzanti raggiungendo il sole, brillando di luce propria. Niente male davvero, un momento che sicuramente si farà ricordare non poco. Del resto, il titolo stesso lasciava presagire la volontà del musicista di (e farci) viaggiare. Viaggiare implica osservare, scrutare, calarsi in situazioni del tutto nuove. Abbandonare la quotidianità, distaccarsi da tutto ciò che è prevedibile per scoprire nuove terre. Come fu per Tonelli, dopo tutto: da Milano alla California, passando per Barcellona. Similmente, veniamo immersi in una musica che ci concede diversi punti di riferimento ma è al contempo pronta a mostrarci tante cose differenti, con le quali possiamo interagire ed entrare in contatto, stupendoci della varietà e della particolarità di ciò che udiamo. Le porte della percezione sono state definitivamente spalancate!

Planet 9

Terzo brano del lotto, "Planet 9 (Pianeta n. 9)" viene aperto da un melodico e delicato arpeggio, il quale risulta orecchiabile ed etereo, anche quando la batteria comincia ad adoperare non solo il charleston, ma anche la grancassa, scandendo dunque un ritmo più incalzante. L'atmosfera viene però dilaniata, letteralmente, dal minuto 00:30. La chitarra di Andrea comincia a mordere a più non posso, sfruttando un sound Hard 'n' Heavy di pregevolissima fattura. Possente e rugginoso, in grado di colpire come un colpo di spada, coadiuvato da una ritmica meno variegata ed imponente che nel brano precedente, ma preziosissima in fase di impostazione, nonché perfettamente in grado di concedere al brano quella dinamica decisa a mettere in mostra un piglio decisamente più aggressivo che in precedenza. Un po' Stratovarius, un po' Firewind per certi versi, il grande del lavoro è quindi compiuto dall'instancabile sei corde di un Tonelli ispiratissimo, in grado di passare da riff velenosi e possenti a melodie struggenti e sognanti, tuttavia mai "fragili", anzi, sempre ben allineate da una volontà del chitarrista di risultare stoico e potente, nella sua esecuzione. Variando con attenzione il suo modo di suonare, concedendosi ora a parentesi più epiche ora ad altre leggermente più dirette. Quasi il Nostro stesse componendo una colonna sonora, infatti, riesce a variare il suo modus suonandi come se egli avesse in testa un preciso scenario, una precisa sequenza di immagini sulle quali cucire momenti sonori che siano adatti. Soprattutto in questo frangente, il Nostro dà tutto se stesso, andando a ricamare melodie dal gusto Fantasy, epiche quasi nel loro dipanarsi ma sempre attente a conservare quella parvenza di etereo che ben le veste e le presenta alle nostre orecchie. Note delicate ma taglienti, comunque messe in sequenza e fatte "marciare" in maniera precisa e compatta, in coorte, quasi fossero avventurieri in procinto di partire per chissà che meta. Una chitarra ispirata come non mai, sentita, densa di Pathos, la quale non scade comunque nello "struggente" ad ogni costo. Il tutto non risulta MAI pomposamente ostentato o spremuto sino al limite, pur di farci scappare una "facile" lacrima. Andrea non gigioneggia, interpreta con note sue una storia della quale è il solo ad essere a conoscenza, ma che al contempo si sente di voler condividere con noi. Un gioco di melodie che ci faranno volare verso il "Pianeta n.9", facendoci provare sensazioni particolarissime ed uniche nel loro genere. Niente male, per un brano che era cominciato sì pacatamente ed era proseguito mordendo con un riff pesante e vorticoso. La potenza del pezzo non scema mai, anche grazie ad una ritmica sugli scudi, essenziale ma incredibilmente precisa e ben rocciosa. Un'avventura ai confini dell'Universo conosciuto, la quale impegna dunque il "viaggiatore" conosciuto pocanzi. Continuiamo dunque a perderci lungo i solchi di questo "Lights and Shadows", continuando a cambiare pelle ed abitudini, non sorprendendoci di ritrovarci, di brano in brano, calati in delle realtà totalmente diverse rispetto a quelle vissute giusto qualche secondo prima. La camaleonticità di Andrea viene dunque infusa nella nostra Anima, la quale si muove e trasforma di pari passo al cambio di "sfumatura" perpetuo ed instancabile. Un brano decisamente particolare, che infonde coraggio e ci trasporta fieri in una nuova dimensione. Abbandoniamo ogni riserva, sleghiamoci da quegli odiosi limiti.. siamo tutt'uno con le stelle, con i pianeti, con l'Universo. Sentiamoci parte di esso, non subiamone la grandezza; cerchiamo di abbracciare il Tutto e di farlo entrare nel nostro cuore, ben più grande di ciò che si creda.

Waiting For You

Traccia numero quattro, "Waiting For You (Aspettandoti)" mostra un deciso piglio blueseggiante, estremamente avvolgente. Pur suonando assai "romantica" e "sentimentale", la chitarra di Andre sfoggia questa volta un mood quasi à la Hendrix, andando ad esibirsi in un episodio che sembra anche ricalcare, da molto vicino, le ballads di gruppi quali Skid Row et simila. Un'andatura particolarissima, dunque, che fonde l'andatura tipica della ballad con un modo di "sentire" la musica tutto Hendrixiano. Il possente Rock Blues di Jimi va dunque ad unirsi ad un qualcosa che ci tiene, d'altro canto, a suonare abbastanza "catchy". Una melodia raffinata ma molto sentita, profonda, assai passionale. Un ascolto non impegnativo ma assai schietto e genuino, viscerale nel vero senso della parola. Un brano che, ancora una volta, non vuole certo suonare monocorde o comunque troppo lineare. Andre si diverte con la sua ascia, andando a compiere tutta una serie di piacevolissimo excursus, facendosi sorreggere anche da un sottofondo acustico dal retrogusto "unplugged". I solismi di Tonelli non risultano mai stucchevoli né tantomeno inadeguati, ed anche laddove il nostro sceglie di mostrarci la sua tecnica, lo fa con l'eleganza tipica di un gentiluomo della sei corde, aborrendo (fortunatamente) la spocchia tipica del parvenus. Minuto 1:18, il brano impenna decisamente ed il sound diviene più viscerale e pesante, potente: un po' "Snake" Sabo ed un po' l'Hendrix di "Purple Haze", Andrea decide infatti di far divampare il pezzo, ritornando però - relativamente - presto sui binari già battuti in precedenza. Si torna quindi nell'etereo, nel sognante, sino al minuto 2:28, quando il bravo chitarrista si lancia in un bell'episodio di Hard Rock d'alta scuola. Un assolo particolarmente ben curato che divampa poi nel sound più "possente" già udito in precedenza, regalandoci un'altra bella impennata, significativa e particolarissima. Un frangente che di fatto chiude un brano "romantico" ma non per questo definibile come "canzoncina". Anzi, tutt'altro. Del resto, "aspettare" qualcuno (o meglio, qualcuna, come in questo caso..) con trepidazione significa proprio essere sospesi in un piacevole limbo di romanticismo e carnalità. Cos'è dopo tutto, l'Amore, se non il trionfo dei sensi? Un sentimento che ti porta a scrivere poesie ma al contempo accende in te un fuoco, mettendo in moto il tuo istinto più selvaggio. La totalità di un rapporto che si concretizza fra sangue e sogni, fra carne e spirito. Si aspetta l'amata come si attende una notizia capace di svoltare una giornata. Siamo lì in trepidante attesa, contando i secondi, desiderando ardentemente di avere la nostra Lei al nostro fianco.

A Perfect Day

Brano numero cinque, "A Perfect Day (Un Giorno Perfetto)" viene aperta da una particolare soluzione quasi "country" per certi versi. Uno stilema che permane anche quando la ritmica fa il suo decisivo ingresso, rendendo il brano più denso e corposo ma di fatto facendogli porgere il fianco ad un qualcosa di maggiormente orientato verso stilemi AOR o comunque Arena Rock (particolarmente riconoscibile, nel mood generale, qualche riferimento al Phil Collins del periodo "..But Seriously"). Un tipo di Rock più accessibile, più orecchiabile del normale, ma non per questo da sottovalutare, anzi. Il tocco di Andre è particolarmente deciso, pur stando attendo a conservare quell'alone di particolare melodia che ben si amalgama al contesto generale, dipingendo uno scenario ben costruito e particolarmente "radiofonico", nel suo incedere. Certo è che la capacità tecnica dal Nostro alza di molto l'asticella, comunque, non facendo mai scadere il brano nel banale o nel classico espediente "arraffa-pubblico". Minuto 1:54, assistiamo ad un sostanziale "stop" della ritmica, la quale si limita a pochi colpi di batteria; il tutto mentre il Nostro, con un fare vagamente à la Santana, si lascia udire quasi in totale "solitaria", almeno fin quando la batteria ed il basso tornano a riempire maggiormente il sound. In questo caso Andre mantiene la sua componente AOR, sfogandosi in un meraviglioso solo che prende a piene mani da gruppi come Glasgow pur mantenendo un certo "soul", nel sound generale, un insieme di "feelings" riconducibilissimi sempre al già citato Santana. Termina l'assolo al minuto 2:43, si riprende il riff iniziale ed è subito tempo per Andre di introdurci ad una nuova sezione del brano, in cui donarsi alla melodia più pura ed incontaminata. Un sound accattivante e trascinante, particolarmente invitante, il quale fa venir voglia di immergersi nel mondo musicale dipinto da questo bravissimo musicista, in grado con la sua musica di creare dei veri e propri quadri. Da manuale l'assolo finale, quello che di fatto chiude un brano bellissimo. Un po' Europe ed un po' Whitesnake, un vero e proprio trionfo di note che vanno dunque a presentarci il riff "country" di partenza, il quale conclude il pezzo così com'era iniziato. Un excursus nella volontà di stupire con delle melodie più semplici ma non per questo insignificanti.

In Dreams

Con la successiva "In Dreams (Nei Sogni)" si cambia decisamente atmosfera. Ad avviare il tutto questa volta è un sintetizzatore dalle atmosfere decisamente spaziali, il cui effetto sembra uscito direttamente da "2112" dei grandissimi Rush di Geddy Lee, un suono ideale quindi per gettarci nei meandri più tetri di quell'oscuro meccanismo che è la mente umana. Eppure, questo inizio nasconde una particolarità assai notevole. "Sintetizzatore".. non proprio, anche se all'orecchio tale sembrerebbe. L'effetto particolare che sentiamo consiste nientemeno che nel suono di un Sitar proposto "al contrario", una vera e propria "sorpresa" alla quale solo dopo diversi ascolti si riesce a far caso. Le note di tastiera si fanno sempre più incisive, ripetendosi costantemente con un fade in al cui apice troviamo scandite le note di chitarra in pulita. La batteria entra semplicemente tenendo il tempo sul charleston, mentre il basso esegue una serie di terzine scandite dagli accenti delle battute mentre la sei corde si avvia gradualmente verso l'inizio del suo primo fraseggio solista. L'atmosfera dunque è decisamente più progressive, ed in questo inizio troviamo una scissione tra la ritmica, la quale si muove su un disegno spezzato, e la chitarra, la cui successione di note procede lineare su una diteggiatura serrata prima di passare ad un esecuzione più fluida ed effettata attraverso il wah wah ed un leggero riverbero, che ricrea decisamente più etereo il frangente. Le percussioni si sono intanto portate su un tempo lineare e carico di groove, mentre Andre Tonelli ora intraprende una specie di "botta e risposta" tra i vari fraseggi prima di esplodere in quella in cui può definirsi la prima apertura vera e propria del pezzo: un passaggio nel quale subentrano anche gli accordi di ritmica distorta a dare maggiore corpo ad un insieme il cui intento è sempre sorreggere la solista. L'apertura ottenuta grazie anche alla salita di tonalità crea quindi quel fluire dinamico che lascia evolvere il pezzo verso uno sviluppo successivo, lasciando che la canzone prenda forma modellandosi tutta sulla serie di scale armoniche eseguite da Andrea. I powerchord e l'assolo, sempre effettato con il pedale reso famoso dal grandissimo Jimi Hendrix, vanno a spegnersi gradualmente in quello che sembra un falso finale: gli accordi si dissolvono pian piano mentre vengono eseguite le ultime note della solista, sembra tutto finito, ma dopo una brevissima pausa inizia l'arpeggio che dopo pochi giri in solitaria diventerà il sostegno per la colata di note successive. La batteria passa ora ad un tempo più disco rock, il basso la segue con un disegno sincopato dalle note più serrate ed anche la chitarra adesso aumenta la propria velocità esecutiva per un solo che ricorda molto il tocco del grandissimo Zack Wilde, immaginate quindi delle pennate nette e serrate a cui però non mancano la leggerezza ed il pathos di quella vena blues che da sempre funge da musa ispiratrice per innumerevoli chitarristi. Il momento è comunque breve, si arriva ad un nuovo break; dopo che la batteria ed il basso hanno dimezzato il loro tempo, la sei corde si mantiene sempre più dinamica per poi ricalcare il basso attraverso dei rapidi incisi. Nel mentre si sta creando la base per una nuova partenza, l'assolo si velocizza sempre di più e subito siamo portati ad attendere una successiva apertura, ma Andre Tonelli svolta drasticamente in direzione opposta, riallacciandosi nuovamente al passaggio intermedio con il fraseggio in wah wah che ci induce a pensare che si arrivi al fade out conclusivo ed è invece proprio qui che si riapre la parte con un nuovo ritornello. Gli accordi ritmici salgono sempre di più di tonalità e la solista ora ha modo di tirare fuori l'ultima propria vampata melodica, un ultimo colpo di coda prima che il pezzo vada a concludersi con l'arpeggio in pulito con cui si era aperto, con la chitarra che adesso suona in solitaria senza più l'appoggio delle tastiere; solo poche note, tre per ogni passaggio per la precisione, ognuna delle quali ora si perde nell'aria grazie ad una piccola punta di delay che crea un morbido effetto eco, come se questi suoni si perdessero nell'immensità di un pensiero racchiuso all'interno del cervello del proprio pensatore per poi andarsi ad accasare nei meandri dei ricordi più lontani. Anche per questa composizione, i suoni scelti si dimostrano basati su una precisa costruzione eseguita ad hoc: il soggetto del brano sono i sogni, indi per cui i suoni devono essere leggeri ed avvolgenti tanto quanto le successioni di immagini oniriche che ci affollano la mente durante il sonno, la scelta dell'utilizzo del sintetizzatore, che avrebbe anche potuto avere un ruolo maggiore nell resto della traccia, si rivela perfetta per immergerci in quello che è un campo immaginativo ignoto come quello del pensiero umano. Gli strumenti ritmici restano sempre "in disparte" lasciando che la chitarra tenga in mano le redini dell'estro compositivo riflesso direttamente dalle mani dell'axeman e non è da escludere che se si potessero scientificamente tradurre in suoni i sogni, essi toccherebbero queste tonalità.

Starflyer

A mantenerci nei meandri del viaggio troviamo poi "Starflyer (L'Aviatore Delle Stelle)", aperta da un passaggio di chitarra pulita e riverberata il cui tempo è tenuto dalle maracas. Lo sviluppo melodico questa volta inizia il suo crescendo in pulito, variegando la propria struttura con una più ricca serie di note, per poi giungere ad un break sul quale si dissolvono le pennate conclusive. Conclusa questa introduzione, dopo giusto una battuta di pausa, ecco partire uno sviluppo decisamente più metal oriented, con la sei corde che si muove su una serie di accordi in distorto per la ritmica mentre la solista esegue un fraseggio dal tono decisamente epico. La batteria ed il basso proseguono sempre lineari, ma questa volta il tiro è decisamente più alto e l'atmosfera nel complesso ci riporta alla mente i fasti dei gloriosi Helloween con ancora in formazione il grandissimo Kai Hansen; non vi riuscirà difficile immaginare che questa composizione potesse ipoteticamente essere contenuta in uno dei due "Keeper Of The Seven Keys". Il registro emotivo di questa traccia infatti è quello tipico del Power Metal, genere che raggiunse il suo apice sul finire degli anni Novanta. Oltre al già citato gruppo tedesco pensate dunque anche agli Stratovarius ed ai Vision Divine, poiché è negli astri che questo brano intende portarci in qualità di argonauti dell'era contemporanea. Rispetto ai brani precedenti, l'impalcatura della composizione si fa decisamente più standard, aumentando notevolmente l'orecchiabilità della melodia ed il groove della sezione ritmica: il motivo principale della melodia solista diventa infatti il principale timoniere del pezzo ed il suo tornare ciclicamente consente meglio anche a chi non è un gran consumatore di album strumentali di "orientarsi" meglio sul pezzo. Passato il secondo stacco, nel quale ritorna l'arpeggio iniziale della canzone, riprende poi la parte energica nonché struttura ritmica dell'assolo vero e proprio, introdotta da una rullata secca di batteria, frangente in cui Andre Tonelli mette in luce tutti le sue abilità "speed metal" regolandoci un variegatissimo assolo dal taglio molto accademico; alle pennate veloci in shredding si mescolano poi  anche gli hamer on, lo sweep picking, i pull off ed il tapping, rendendo questo passaggio solista un vero e proprio campionario di tecniche chitarriste mirate per il rock. Dopo l'assolo, Andre si riallaccia al motivo conduttore del pezzo, sempre sostenuto dal basso e dalla batteria che mantengono le proprie ritmiche lineari in favore della sua sei corde; ad aumentare l'adrenalina nel finale sono le parti di chitarra solista aggiuntive che si affiancano alla principale, le quali, creano un crescendo melodico che fa letteralmente aumentare la portata della canzone fino al suo apice definitivo, quando il tutto andrà a concludersi con l'arpeggio iniziale da cui tutto ha preso vita. Rispetto alle due canzoni precedenti dunque, ci troviamo di fronte ad una traccia dal tiro decisamente più alcalino, che non mancherà di far fare head banging ai metallari nostalgici delle sonorità power sopra citate; a rendere particolarmente interessante "Starflyer" inoltre è la capacità della partitura di chitarra che si sostituisce alla voce: la linea melodica intrapresa da Andre Tonelli con il proprio strumento non ci affatica nel vederci la stessa essere seguita dalle parole di un Michael Kiske o di un Timo Kotipelto, indice della forte espressività che questo chitarrista possiede nel proprio stile. I suoni di questo brano sono molto limpidi e morbidi, il tutto appositamente calibrato per rendere la composizione una breve ma intensa suite di un viaggio interstellare; la batteria ed il basso sono bilanciati in modo abbastanza standard, lasciando alle percussioni dei suoni netti e precisi per accompagnare un basso corposo e caldo al punto giusto. La sei code possiede invece delle distorsioni graffianti ma non eccessivamente grosse, in modo da creare il giusto sostegno ritmico per gli assoli, immancabili protagonisti del lavoro di Andre Tonelli. Essi in questa particolare sede sono invece equalizzati tutti verso le alte frequenze, in modo da regalarci la massima resa delle alte tonalità raggiunte facendoci percepire leggermente anche il tocco del plettro sulle corde, facendoci quindi sentire tutta la manualità dell'autore. Un brano quindi più standard dei precedenti ma non meno scorrevole e travolgente.

Years From Now

Con "Years From Now (Anni, Da Adesso)" si cambia decisamente genere: dallo progressive/space rock delle due canzoni appena ascoltate si passa ora ad una ballad dal retrogusto più blues, in cui il pathos ora verte verso un iniziale senso di nostalgia per poi virare verso una successiva presa di coscienza e successiva energia con conseguente senso di riscossa. La traccia si apre infatti con un fraseggio che ricorda molto lo stile di B.B King ed Eric Clapton, il cui tempo è tenuto unicamente dal charleston e la cassa dalla batteria; a fare da sostegno in sottofondo inoltre troviamo le note toniche del basso ed un arpeggio di chitarra, che lentamente prende sempre più forma aumentando la propria velocità e dando modo alla chitarra solista di sviluppare un frangente più articolato della propria parte, dove le dita di Andre scorrono rapide e precise sulle corde del suo strumento. La batteria lavora praticamente solo con i piatti, utilizzandoli per degli incisi molto jazz, per usare il rullante solo per scandire gli accenti. Gli strumenti ritmici qui restano decisamente in sottofondo, lasciando in prima linea le due chitarre a condurre il crescendo compositivo. Fondamentalmente questo brano è scindibile in due parti: nella prima vi è l'avvio lento e ripetitivo, dove si susseguono infatti gli stessi moduli ritmici per sostenere l'evoluzione compositiva degli assoli, nella seconda invece, che inizia all'incirca verso la metà del minutaggio totale del pezzo, vediamo ora un ribaltarsi della situazione; la solista lascia ora il posto alla presa di posizione primaria da parte della sezione ritmica, dove troviamo la batteria intenta a lanciarsi su un giro ritmico sui tom e sul timpano a creare maggior dinamismo e l'arpeggio della sei corde di sostegno aumentare la propria intensità: la prima chitarra ora esegue solo dei rapidi incisi, dei colpi di coda che a tratti emergono nella sua esecuzione che resta saldamente intrecciata agli altri strumenti. Dalle tinte blues iniziali che riportano alla mente anche la mano di Stevie Ray Vaughn, la sezione conclusiva del brano assume anche dei connotati più funky, per poi riprendere, verso il finale effettivo, il tocco malinconico e riflessivo che aveva caratterizzato l'inizio della composizione, andando a concludersi con un ultimo giro di percussioni sui fusti lasciando che sia la chitarra ritmica a chiudere le danze con un decisivo giro di arpeggio. "Years From Now" non è quindi il classico pezzo rock in cui si debbano ricercare la potenza o il tiro travolgente, ma rappresenta più un momento introspettivo di Andre, una pausa riflessiva dalla restante grinta del lavoro se vogliamo, dove l'axeman abbandona momentaneamente le velocità sostenute per andare a toccare le nostre corde emotive grazie all'espediente della lentezza; salvo qualche rapidissimo inciso infatti, non troviamo più le colate di sweep picking o il tapping, più tipici dei generi sostenuti, ma troviamo il bending ed il dirt picking, tecniche tipiche delle sonorità blues che, detto in maniera molto terra terra, sono quelle che fanno uscire l'urlo di rabbia e di straniamento del musicista direttamente dalle note. A livello squisitamente teorico sappiamo tutti che il genere di derivazione afroamericana è, concedetemi la definizione, "pieno di errori": i tempi irregolari, le dissonanze tonali e soprattutto il tocco "sporco e poco preciso" ne fanno una musica che fa rabbrividire tutti i topi di conservatorio (e con questo termine intendo i musicisti che oltre alle vastissime conoscenze tecniche possiedono, in maniera inversamente proporzionale ahimè, una chiusura mentale abbastanza serrata), ma qui non si parla di tecnica, si parla di pathos, ed in tal senso questo brano trasuda passione ad ogni secondo: beninteso, non che gli altri siano freddi e sterili, anzi, ma questa ottava traccia della tracklist possiede quel qualcosa in più che la rende particolarmente espressiva. Le note ed il drumming sono più lente indubbiamente, ma è anche vero che perché un pezzo sia emozionante non debba necessariamente viaggiare a bpm elevatissimi; la vena introspettiva del tocco si sostituisce quindi alla velocità delle dita, dimostrando nuovamente l'estro e lo stile assolutamente eclettico di Andre Tonelli. 

Speeding At Night

 Ma non temete, il tachimetro risale di giri con la seguente "Speeding At Night (Veloce, di Notte)", una traccia che fin dal titolo lascia intuire che le mani di Andrea Tonelli torneranno a correre a velocità funamboliche sulla tastiera della sua sei corde; questa prima generale previsione non si rivela errata: il pezzo infatti parte fin da subito deciso ed aggressivo con uno sviluppo che dall'Hard Rock complessivo dello stile dell'axeman adesso spinge leggermente di più verso i canoni stilistici dell'Heavy Metal classico. Il main riff infatti ricorda molto i primi lavori dei leggendari Judas Priest, da "Rocka Rolla" a "British Steel", quelli con cui la band di Rob Haldord ha regalato al mondo vere e proprie pagine di storie della musica; siamo di fronte ad una composizione che mescola il groove e la ballabilità del Rock N' Roll con il tiro graffiante dell'Hard N'Heavy, pensate pure dunque a grandi canzoni della band britannica come "Breaking The Law" e "You've Got Another Thing Coming", rivisitate per l'occasione dall'autore di questo disco con una personalità ed una freschezza che rendono la canzone decisamente attuale. La batteria ed il basso restano sempre fedeli al quattro quarti come tempo principale, facendo sì che prima vi sia la ritmica a farci scuotere la testa e successivamente arrivi poi la sei corde solista a farci alzare le corna al cielo attraverso una suite epica e cavalcata che ai fan degli Iron Maiden farà sicuramente gola. Il riff principale consta infatti di una ricchezza di note che pur nella loro articolazione rendono l'incedere della traccia assolutamente orecchiabile e piacevole, per poi stabilizzarsi su dei power chord in palm muting in corrispondenza dell'inizio dell'assolo. La batteria mantiene sempre saldo il tempo, in modo che la linearità ritmica possa consentire ad Andre di eseguire la sua parte solista passando da una tonalità all'altra senza correre il rischio di trovarsi di fronte a delle pause che spezzerebbero la fluidità di questo frangente. Dall'apertura della canzone all'inizio della parte solista vengono eseguiti quattro giri, il numero standard per dare modo all'ascoltatore di memorizzare la linea melodica principale per poi divertirsi a seguire i diversi passaggi successivi; questi assoli si allineano perfettamente con le direttive stilistiche generali del pezzo, trattandosi di un brano dalle tinte heavy, le note restano su tonalità non troppo alte in modo da permettere un più facile inserimento delle eventuali armonizzazioni ad arricchirne determinati passaggi ed a rendere ancora più "metallaro" questo pezzo inoltre troviamo gli slide posti come inciso fra una parte e l'altra: lo scorrere del plettro sulle corde infatti riporta alla mente le grandi sfuriate d'acciaio dei Manowar con ancora il grandissimo Ross The Boss alla chitarra, il quale, con questo semplice ma efficace espediente faceva emergere tutta l'energia selvaggia di un musicista letteralmente posseduto dalla propria musica. La velocità è la protagonista di questa traccia strumentale: immaginiamoci dunque un rocker che si accinge a salire sulla propria auto per recarsi ad un concerto, uno show tanto atteso che l'emozione non gli consente di rispettare i limiti di velocità imposti dalla legge. Egli sale sul mezzo, gira la chiave e subito fa rombare il motore, facendolo sgasare cercando di imitare con ogni ruggito i vagiti della chitarra di quel chitarrista che presso gli scuoterà le ossa con la sua ascia; il concerto inizia tra pochi minuti, bisogna dunque correre e non c'è tempo per fermarsi in coda ai semafori, poiché ogni minuto di ritardo equivale ad un momento di magia perso. L'auto sfreccia per la strada come impazzita, compiendo le manovre più disparate ed azzardate, ma la velocità alcalina degli assoli è la stessa con cui girano le ruote di questa macchina in piena corsa, la tensione si fa sempre più alta e l'energia quasi illumina l'abitacolo del guidatore, ma non è l'alchimia creatasi dallo stereo a tutto volume, bensì il faro dei lampeggianti di una vettura della polizia che ferma il nostro rocker e lo multa. L'arpeggio con cui si chiude questo brano dunque sembra quasi evocare la tristezza con cui il protagonista assisterà al concerto, con il sorriso spezzato di quella multa che dovrà andare a pagare.

California

A seguire troviamo "California", una canzone con cui Andre Tonelli ci porta sulle assolate spiagge dello stato americano facendoci solcare l'Atlantico direttamente con il suo strumento. L'arpeggio iniziale con cui si avvia la traccia, similmente a quanto fatto con "A Perfect Day", ci apre davanti agli occhi l'immagine del sole che sorge sulle spiagge californiane, mentre noi siamo tutti presi nel caricare il nostro furgone per una giornata di puro divertimento durante quella che sicuramente sarà una delle vacanze più belle della nostra vita. Dal Metal passiamo ora ad un'atmosfera più Rock classico, un altro "salto di palo in frasca" con cui Andrea ci spiazza sorprendentemente sbandando all'interno di quelli che sono i suoi ascolti. La sequenza di note iniziale viene eseguita in maniera molto rapida e fluida, le note sono effettate con un leggero overdrive che dia al tutto un alone maggiormente seventies; pochi giri ed ecco poi entrare la batteria ed il basso a lanciare lo sviluppo successivo. La struttura di questo pezzo è molto standard, gli elementi compositivi che costituiscono l'impalcatura ritmica infatti si susseguono sempre secondo lo stesso schema, dando così il compito di dare varietà e dinamismo alla chitarra solista. Quest'ultima, più che nelle canzoni precedenti, lavora ora attraverso l'uso delle armonizzazioni, Andre Tonelli sceglie infatti di dare maggior corpo a questi passaggi solisti grazie a più sovraincisioni della stessa esecuzione eseguita però in armonia le une con le altre, espediente che, oltre a donare maggior corpo agli assoli, crea una maggiore solidità d'insieme. Il tempo, sempre in quattro quarti, è qui mediamente sostenuto e ci da inoltre modo di immaginare il nostro su citato furgone percorrere una delle highroad americane verso la spiaggia per raggiungere il nostro angolo di paradiso, dove il sole, il mare e le belle ragazze faranno da contorno a questo soggiorno nell'Eden terreno. L'impostazione con cui la chitarra solista sale di tonalità durante lo scorrere della traccia suscita in noi anche quel senso di felicità ed energia positiva che ci rende consci che quei momenti, seppur destinati a finire, saranno dei veri e propri sogni ad occhi aperti, di cui custodiremo il ricordo anche ad anni di distanza nell'attesa di poter di nuovo tornare in California. Essendoci un tempo abbastanza regolare, la batteria ed il basso mirano soprattutto alla ricerca del groove, mentre la chitarra solista compie delle funamboliche imprese acrobatiche su una variegatissima sequenza di scale finemente concatenate l'una all'altra, regalandoci una nuova prova della pulizia e della fluidità del tocco dell'autore. Il passaggio dalla strofa al ritornello, che vede in quest'ultimo la salita di tonalità e l'aggiunta delle armonizzazione, crea quel senso di apertura ed ampio respiro prima di contrarsi nuovamente nei passaggi solisti più serrati, dove le take soliste si alternano tra loro in un dinamico e vivace botta e risposta per poi riallacciarsi successivamente sulla linea melodica principale. A risultare particolarmente interessante, sul finale del pezzo, è il cambio netto di impronta attuato da Andrea per l'ultimo assolo prima che inizi il fade out che ci condurrà alla chiusura del brano: dopo un rapido break ecco infatti iniziare un assolo dallo stile decisamente più funky, che pur essendo eseguito sempre dallo stesso chitarrista, grazie al suo enorme "mimetismo stilistico", ci lascia liberamente ipotizzare che sia improvvisamente entrato in studio uno special guest per lasciare la sua impronta su questa traccia; sia ben chiaro, lo stile è diverso ma quest'ultima esecuzione non stona assolutamente con le altre, anzi vi si amalgama in maniera ottimale rendendo ancora più ricco e diversificato quest'ultimo frangente. Come accennato, la canzone si chiude quindi con una dissolvenza in uscita, dove l'arpeggio iniziale viene ripreso andando a scemare lentamente di volume fino ad esaurirsi e con in più un ultimo recupero anche del fraseggio principale, lasciandoci quindi intravvedere la fine della nostra vacanza ed il successivo rientro a casa. L'esperienza e stata fantastica ed ancora sentiamo il calore del sole californiano sulla pelle ed il vociare nelle spiagge nelle nostre orecchie, la nostalgia è tanta, ma quel che è certo è che quegli scorci ci resteranno indelebilmente impressi nel cuore.

City Lights

Il disco si chiude con "City Lights (Luci Della Città)", titolo che non può non farci pensare alla celebre pellicola di Charlie Chaplin del 1931, ma di fatto un'espressione dovuta ad una particolare passione del Nostro, ovvero quella di immergersi nel panorama cittadino a notte fonda, assaporando la calma e la tranquillità delle metropoli nelle ore notturne. Nota: la batteria qui presente non viene suonata da Duatis, ma consta in un loop "artificiale". Un nuovo cambio stilistico: per congedarsi, Andre Tonelli passa ora dalle sonorità surf rock ad una nuova atmosfera soft lounge mescolata anche ad un qualcosa di jazz. Il pezzo si apre con tutti gli strumenti che partono all'unisono, la batteria procede sempre lineare mentre la chitarra, sempre distribuita sulla linea ritmica e la solista, alterna ogni suo passaggio utilizzando diverse gradazioni di puliti effettati con riverberi e delay per rendere il tutto ancora più etereo. Le percussioni si muovono su un tempo contrattempato i cui accenti sono scanditi dagli accordi in pulito; la novità che troviamo in questa canzone è l'utilizzo della tastiera, un programming molto basilare le cui  note serrate dalle tonalità discendenti accompagnano l'evoluzione melodiche della chitarra solista, un classico esempio di cui, alle volte, basta un elemento semplicissimo piazzato al punto giusto per avere un'ottima resa emotiva. Su questa linea di contorno troviamo poi quella che è la vera e propria protagonista della composizione, la chitarra solista, che al mid tempo generale alterna una velocità sempre crescente per le sue dinamiche, fino ad arrivare all'apice centrale in cui le mani di Andrea scorreranno nuovamente velocissime sulla tastiera, raggiungendo così la vetta di quella spirale crescente di note che poi rallenterà nuovamente per riprendere il percorso melodico iniziale, riallacciandosi sinuosamente alla ritmica ed andando poi a chiudersi nuovamente in fade out. I suoni di questa traccia sono ancora più limpidi e leggeri: su questo particolare brano infatti non vi sono chitarre ritmiche in distorto, se non quella leggera punta aggiunta alla solista. Il protagonista indiscusso del pezzo dunque è il pulito, che pur alleggerendo il tiro generale del pezzo fa sì che questa "pecca" sia compensata da una atmosfera generale particolarmente suggestiva: il suono morbido della sei corde principale snoda i suoi passaggi solisti su una base articolata ma tuttavia molto scorrevole anche per l'orecchio di un non appassionato di dischi chitarristici, il che è senz'altro un valore aggiunto per il lavoro di Andre. Come suggerito dall'autore stesso, immaginiamo dunque di fare una passeggiata per le vie di una grande città una volta calato il sole, per goderci la magia delle luci della metropoli che brillano in contrasto con il buio del cielo, a contendersi la luminosità direttamente con le stelle. Non c'è una città specifica in cui la traccia ci esorti a camminare, scegliamone quindi una qualunque, quella che più ci aggrada ed a cui siamo maggiormente legati: Milano, Torino, Roma, Parigi, Berlino, Barcellona, non importa, quello che bisogna fare è solamente rilassarsi, chiudere gli occhi ed aspettare che la musica ci traghetti verso quella meta. La serata è appena iniziata, e dopo aver trascorso il sabato sera con gli amici al pub o girando per locali scegliamo di tornare a casa a piedi, non solo per risparmiare i soldi del trasporto ma anche per godere di quelle emozioni che solo dopo una certa ora si possono provare: prendiamo le strade principali, vuoi per orientarci meglio vuoi anche per essere più al sicuro, e facciamo sì che la nostra colonna sonora, in parallelo a "City Lights", siano unicamente i rumori notturni della metropoli: basta poco in fondo per percepire quei bagliori come uno spettacolo visivo a cui il rumore delle auto o dei tram per strada faccia da contorno e controcanto al silenzio che la notte porta anche sulle città più frenetiche. Ognuno degli accordi in pulito che accompagnano i colpi di rullante è come un nuovo cambio di prospettiva, come se ad ognuno di essi la nostra metaforica inquadratura visiva si spostasse, andando a mettere a fuoco scorci via via sempre differenti, e le note di tastiera sono a loro volta come i segnali di avvertimento dell'imminente arrivo di una metropolitana che ci può condurre in una parte della città che non abbiamo mai visto. Stiamo ascoltando la canzone che in pratica ci fa passare la voglia di andare a letto dopo il momento appena trascorso; si è fatto tardi, ma di a dormire non se ne parla ed allora sfruttiamo questa suite strumentale come accompagnamento durante la nostra estemporanea esplorazione. Come è possibile che un brano strumentale di poco più di quattro minuti susciti tutta questa gamma di sensazioni? Pigiate il tasto play e vedrete che il tutto risulterà immediatamente molto spontaneo.

Conclusioni

"Lights And Shadows" è un lavoro decisamente scorrevole ed intrigante; non è facile per un musicista riuscire a coinvolgere i propri ascoltatori attraverso dei pezzi totalmente strumentali, eppure questo talentuoso axeman è riuscito ad adempiere allo scopo. I dischi senza voce, in maniera molto stereotipata, sono esclusiva materia per gli appassionati di quel determinato strumento che è di volta in volta il protagonista, ed i chitarristi in tal senso rappresentano un caso a sé stante: solo chi suona infatti, con rarissime eccezioni sempre secondo l'opinione comune, è in grado di ascoltare lavori di questo tipo senza trovarli noiosi, ascoltando ogni canzone chiedendosi sempre quando inizi il cantante. Andre Tonelli è invece riuscito a comporre brani che pur essendo senza vocalist non annoiano assolutamente, anzi, scorrono via nel lettore in maniera molto fluida, spontanea e dinamica; complice di questo ottimo risultato, oltre alla indiscussa bravura dell'autore chiaramente, è anche la breve durata di ognuna delle tracce; il restare sempre intorno ai quattro minuti di media (eccezion fatta unicamente per "In Dreams" che dura cinque minuti e diciassette secondi) consente anche agli ascoltatori meno "masticanti" di poter apprezzare e metabolizzare con più facilità queste composizioni e qui si riconferma anche l'astuzia dell'autore, che in pochi minuti è riuscito a condensare ogni volta quanto necessario del proprio estro per far si che ogni pezzo dicesse tutto in poco tempo. Altro grande pregio di questo disco è inoltre l'ampissima varietà di generi ed influenze toccate con queste undici canzoni; come abbiamo visto, la tracklist spazia dal Rock classico, all'Hard Rock fino a toccare punte più "estreme" con l'Heavy Metal, arrivando poi a sonorità decisamente più soft come la traccia conclusiva. Questo aspetto amplifica notevolmente la gamma di palati che potranno apprezzare quanto prodotto dal chitarrista e fare in modo che la sua musica sia fruibile da tutti senza troppi rigidi schemi di genere. Dal punto di vista squisitamente compositivo, il punto vincente di questo album consiste proprio nella semplicità strutturale delle linee ritmiche, che non solo offre agli assoli il faro ad occhio di bue che li mette al centro dell'attenzione ma permette anche che essi si concedano quel poco di "astrusità" in più che li contraddistingua senza farli sembrare un inutile sfoggio di tecnica fine a sé stesso: non essendo presenti linee vocali infatti, tocca alla musica "sopperire" alla mancanza, cercando di essere orecchiabile e non boriosa nelle sue strutture, inoltre, passando al versante squisitamente tecnico, Andre Tonelli ci regala una performance completa sotto tutti i punti di vista: in essa infatti vi è tutto, dagli assoli composti da poche note ma ricche di sentimento alle colate velocissime e fluide, ed ogni orecchio vi può trovare quindi quanto di più conforme ai propri canoni. Il songwriting generale dell'album si dimostra quindi immediato ma al tempo stesso espressivo e ricco di pathos, grazie anche alla performance di Andre stesso anche al basso e di Eric Rovira Duatis alla batteria, che hanno reso la sinergia tra immediatezza e tecnica più elaborata assolutamente vincente per la resa finale del lavoro. Per quanto riguarda la post produzione invece, l'intero disco suona molto leggero e pulito, senza eccessi di bassi o muri eccessivi di chitarre ritmiche che avrebbero conferito al tutto quella pesantezza che non è richiesta per un album di questo tipo; non stiamo parlando dei Behemoth o dei Cannibal Corpse, indi per cui la proverbiale pacca, in questo ambito, avrebbe al contrario minato il risultato finale: il mixaggio svolto dall'autore stesso al Planet 9 Studio ci offre altresì un bilanciamento dell'insieme dei suoni assolutamente morbido e limpido sull'esempio dei grandi classici di Steve Vai e Joe Satriani, fermo restando che il ruolo di protagonista è lasciato alla chitarra solista, che per questo motivo viene curata con minuzia ulteriore; ogni strumento suona decisamente chiaro ed immediatamente riconoscibile, senza che le varie parti si accavallino o si eclissino tra loro ma anzi lasciando ad ognuno il proprio spazio senza rovinarne il groove e l'orecchiabilità. "Lights And Shadows" ci conduce quindi tra le luci e le ombre della creatività di un chitarrista artisticamente completo e dall'altissima caratura tecnica, di cui queste undici tracce si rivelano estremamente malleabili per ogni momento della vostra giornata.

1) Lights and Shadows
2) The Traveler
3) Planet 9
4) Waiting For You
5) A Perfect Day
6) In Dreams
7) Starflyer
8) Years From Now
9) Speeding At Night
10) California
11) City Lights