ANDERSON BRUFORD WAKEMAN HOWE

Anderson Bruford Wakeman Howe

1989 - Arista Records

A CURA DI
SANDRO NEMESI
13/12/2015
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Se durante l'affascinante percorso che abbiamo intrapreso analizzando la discografia degli Yes, pensavate di averle viste tutte, fra divorzi, ritorni, new entry, litigi e formazioni atipiche, quello che avviene al termine del tour a supporto del modesto Big Generator ha dell'incredibile. Orma logoro dell'ingombrante figura di Trevor Rabin, Jon Anderson non convinto della direzione del songwriting musico-lirico della band verso lidi commerciali, decide di dare per la seconda volta le sue dimissioni dagli Yes, esattamente dopo cinque anni e due album dal suo ritorno. Nel suo cuore brillava l'idea di ritornare a fare il symphonic rock dei vecchi tempi, con una perfetta armonia che regnava all'interno della band, componendo la musica che gli veniva dal cuore, senza badare al lucro. Ma questo purtroppo non era possibile. Ormai Chris Squire si era trasferito definitivamente in America, al seguito del carismatico chitarrista sudafricano, gli Yes non erano più una band inglese, ma erano diventati a tutti gli effetti una band americana, a partire dalle sonorità AOR che avevano caratterizzato gli ultimi due album. L'unica soluzione era lasciare nuovamente gli Yes e tentare di soddisfare le proprie esigenze musicali altrove e con altri musicisti, magari con i vecchi amici con cui aveva dato vita al capolavoro Close To The Edge, amici che ultimamente aveva stupidamente perso di vista. Una volta abbandonati gli Yes, Jon Anderson si prese una breve pausa riflessiva ritirandosi sull'isola greca di Hydra, a scrivere canzoni insieme all'amico tastierista Jon Vangelis. Ed è proprio qui che una idea iniziò a balenarli nella testa, un desiderio innato di far rivivere il vecchio spirito degli Yes degli anni settanta, voleva tornare a fare ottima musica con i vecchi amici, con i quali aveva dato una svolta alla sua carriera musicale. Nel 1988, esattamente a dieci anni di distanza dalla sua prima rottura con gli Yes, alzò la cornetta del telefono e chiamò i vecchi amici, anche loro ormai ex componenti degli Yes. Jon Anderson espose le sue idee, precisando che aveva già del materiale su cui lavorare. Rick Wakeman accetto immediatamente di buon grado, se vi ricordate, lui abbandonò gli Yes proprio perché non vedeva un futuro per la band senza il Santone di Accrington. Anche Steve Howe accettò di buona lena, in quanto era ormai da tempo fuori dagli Asia, ed il progetto GTR assieme a l'altro dinosauro del progressive Steve Hackett ebbe vita breve. L'impresa più ardua era quella di convincere lo scettico Bill Bruford, ormai in pianta stabile alla corte del Re Cremisi. Jon Anderson cercò di ingannarlo, dicendogli se gli andava di registrare alcune parti di batteria su un suo disco solista, senza menzionare gli altri due ex Yes. Jon Anderson scelse come sede della versione alternativa degli Yes, l'Isola di Montserrat, facente parte delle Piccole Antille nel Mar dei Caraibi, ma sotto la giurisdizione del territorio d'oltremare del Regno Unito. In passato, gran parte di quest'isola fu devastata a causa dell'eruzione del vulcano di Montserrat, il Soufrière Hills che, dopo essere rimasto inattivo per lungo tempo, tornerà a far tremare la piccola isola il 18 giugno 1995. Oltre al suddetto vulcano, l'isola è famosa per essere la sede degli Air Studios di Montserrat, di proprietà del produttore dei Beatles, George Martin, che ne fece un distaccamento della sede storica sita in Oxford Street, con l'intento di offrire ai musicisti una località esotica lontana dai frenetici ritmi londinesi. I suddetti studi, oltre ai nostri hanno ospitato nel tempo stelle del rock del calibro di Police, Black Sabbath, Duran Duran, Elton John, Dire Straits and more. Purtroppo, poco dopo che Anderson e compagni registrarono l'album, gli Air Studios furono spazzati via dall'uragano Hugo nel settembre del 1989 e mai più ricostruiti. Quando l'ignaro Bill Bruford raggiunse la piccola isola caraibica scoperta da Cristoforo Colombo, vide che ad accoglierlo, oltre a Jon Anderson c'erano anche Rick Wakeman e Steve Howe ed esclamò: "Oh, oh, cominciano i guai?". Non ci volle molto a far due più due e capire che era in ballo un progetto che aveva a che fare in qualche maniera con gli Yes. Il problema principale era che esisteva un accordo di separazione, stipulato il 22 Maggio del 1984, che chiunque si fosse allontanato dal gruppo, non avrebbe potuto utilizzare il nome Yes, per nessun motivo, nemmeno a scopo promozionale per i lavori solisti. I primi due nomi per il progetto che saltarono fuori furono il provocatorio "No" ed il pretestuoso "Affirmative", ma poi i nostri decisero saggiamente di chiamare il progetto semplicemente con i loro cognomi, che già di per se erano una enorme garanzia, anche se a Rick Wakeman la cosa suonava come il nome di uno studio legale di avvocati. L'altro problema era l'ingaggio di un bassista. Scartata immediatamente per ovvi motivi l'ipotesi Squire, Bill Bruford propose il suo compagno di sezione ritmica dei King Crimson, Mr. Tony Levin, idea che fu subito accolta ad unanimità dal resto della band. Nel 1988, una volta formati ufficialmente gli Anderson, Bruford, Wakeman, Howe, (che in futuro abbrevierò nell'acronimo ABWH), i fans si trovarono di fronte due versioni degli Yes, da una parte quelli capitanati da Squire e Rabin, denominati YesWest, perché aventi base in California, dall'altra la suggestiva reunion degli ABWH, che stuzzicava e non poco i fans di lunga data, nauseati dalle sonorità easy listening degli YesWest. I nostri firmarono con la label Arista Records, con l'intento di rievocare le sinfoniche sonorità progressive degli anni settanta. E proprio alcune mosse inopportune della Arista suscitarono l'ira degli YesWest, che il 31 Maggio del 1989 presentarono un ricorso presso la Corte Distrettuale Centrale della California, in quanto sul del materiale promozionale venivano fatte allusioni al nome Yes. Nella fattispecie il pomo della discordia fu la frase con cui venivano presentate le serate degli ABWH, che recitava "An Evening Of Yes Music Plus? (Una Serata Di musica Degli Yes, Più?) (titolo di un futuro doppio live ufficiale che uscirà nel 1993), ricorso poi finito in una bolla di sapone a causa dell'ennesimo colpo di scena che avverrà due anni più avanti. Una cosa è certa, gli ABWH presero sicuramente le distanze dal percorso musicale degli YesWest, proponendo nuovamente lunghe suite che rievocavano in qualche maniera le sonorità degli anni 70. E' giunta l'ora di inserire il dischetto nel nostro lettore e sentire quanto gli ABWH siano distanti dagli YesWest, facendo presente che chi scrive ha sempre considerato questo "Anderson, Bruford, Wakeman, Howe" come un vero e proprio album degli Yes, in barba ai capricci e alle questioni legali.

Themes

Il disco si apre con una mini suite divisa in tre parti, intitolata "Themes (Temi)". La prima parte "I - Sound (Suono)" è una breve introduzione strumentale dai sentori ambient, ed è opera di Rick Wakeman che crea una bellissima atmosfera nata dall'intreccio di due tracce di sognanti tastiere mixate con pochi enigmatici accordi di pianoforte, eseguiti con gran classe. Al minuto 01:06 ha inizio la seconda parte, "II - Second Attention (Seconda Attenzione)", a sorprenderci è Bill Bruford, che in quel periodo stava sperimentando nuove sonorità con la batteria elettronica. Ad un primo ascolto le fredde sonorità degli esagoni neri ci fanno storcere la bocca, ma poi vi assicuro che andando avanti ci faremo l'abitudine, fermo restando che io preferisco di gran lunga la classica batteria acustica. Tony Levin fa ruggire il suo basso con profondi glissati. Dopo alcune battute entra in scena Jon Anderson, con una linea vocale raggiante e solare, che emana positività da tutti i pori, lasciando trasparire di come sia cambiato il suo stato d'animo, lontano dall'ingombrante sagoma di Trevor Rabin. E' Rick Wakeman a dettare la melodia della strofa, con un articolata parte di pianoforte, mentre il Cantastorie di Accrington è letteralmente trascinato dalla sezione ritmica proveniente dalla corte del Re Cremisi. Finalmente entra in scena Steve Howe, con uno spaziale tema sparato dalla sua fida Fender Lap Steel Guitar, che annuncia l'inciso, dove sempre in maniera raggiante, Jon Anderson gioca sulla ripetizione dell'hook "I Don't Believe in Devils, I Only Believe In You (Non credo nel Diavolo, Credo solo in Te)". Al minuto 02:47, tre accordi di chitarra annunciano la parte conclusiva "III - Soul Warrior (Anima Guerriera)", anch'essa strumentale, dove Rick Wakeman e Steve Howe ci riportano indietro nel tempo con un magico intreccio di assolo con i rispettivi strumenti. Il Mago delle Tastiere aggiunge anche una parte di pianoforte, lasciando poi il campo al Chitarrista di Holloway che ci graffia con funamboliche scale. Ritornano le squillanti tastiere ad intrecciarsi con le trame della chitarra, poi improvvisamente una corsa sui tom ci guida verso un cambio di atmosfera, dove emerge un enigmatico unisono di basso e pianoforte che non sfigurerebbe in una spy story Hollywoodiana. Rick Wakeman spara alcuni riff di tastiera, ai quale si sovrappone l'assolo di chitarra di Mr. Howe. Sul finale i due vecchi amici danno vita ad un prolungato dialogo fra chitarra e tastiera, facendoci dimenticare la momentanea assenza di Jon Anderson. Le liriche sembrano essere un vero e proprio sfogo da parte del Poeta di Accrington a riguardo della precedente situazione con gli Yes, dove il tirannico Trevor Rabin aveva imposto prepotentemente le sue idee, rompendo l'armonia che un tempo regnava all'interno della band, prendendo una direzione musicale sempre più vicina all'AOR ed un percorso lirico assai banale, tutto nel nome del successo e lontano anni luce dalle idee ed i principi di Jon Anderson, che sostiene di aver durato anche troppo a recitare la sua parte di comprimario, con l'unico scopo di ricevere la "paghetta" di fine mese. Senza mai colpire direttamente l'interessato, con una serie di mirate e pungenti licenze poetiche, il nostro mostra tutto il suo disappunto e la frustrazione provata in quel periodo, dove gli veniva riempita la testa con sogni dorati ma vuoti, privi di sentimento. Ora si sente libero, ha intrapreso un nuovo sentiero, lontano dai demoni che lo tormentavano, diretto verso la sua dimensione musicale, quella in cui da sempre ha creduto e continuerà a farlo. Un ottimo biglietto da visita, dove però la batteria elettronica lascia alcune perplessità, forse per il semplice fatto che non siamo abituati a sentirla accompagnare un brano di progressive rock.

Fist Of Fire

La successiva "Fist Of Fire (Pugno Di Fuoco)" viene aperta da un inquietante pad di tastiera e da una ritmica sibillina. Un pomposo riff di tastiera apre i cancelli all'ingresso di Jon Anderson, che fa centro con una linea vocale enigmatica che segue la ritmica dettata da Mr. Bruford. Inizia un prolungato botta e risposta fra il Santone di Accrington e Rick Wakeman, al quale si aggiunge successivamente Steve Howe con lancianti temi di chitarra. L'inciso non si discosta molto musicalmente dalla strofa, varia la line a vocale, Jon Anderson spara una raffica di ammonenti "Go Carry Your Silver Ships Of Light (Vai, prendi le tue navi d'argento della vita)". Un breve stacco strumentale dove Rick Wakeman e Steve Howe duettano; poi ritorna la strofa, con il suo botta e risposta fra le epiche tastiere e Jon Anderson, che nel breve bridge viene aiutato da una armonia vocale nel prolungato dialogo. Dopo un breve funambolico assolo di tastiera, ritorna la strofa, che stavolta è un complicato intreccio fra cori, linea vocale, tastiere e temi di chitarra. Nel finale Steve Howe ci sorprende con un bellissimo inizio di assolo che purtroppo svanisce dopo pochi secondi. Liriche quasi impenetrabili, un viaggio mistico lontano anni luce dai banali "hook" adolescenziali di Mr. Rabin, liriche alle quali possiamo dare varie interpretazioni. Io, perlomeno secondo la mia modesta e sindacabile interpretazione, ho intravisto due strade diametralmente opposte da intraprendere. La prima è quella dal sapore biblico, con riferimenti all'inquietante figura di Lucifero, che alla lettera significa "portatore di luce", che combacerebbe con il "Pugno di Fuoco" del titolo. Il Poeta di Accrington lo esorta a volare oltre il Regno che deve Venire, osservando il miracolo della vita. La seconda, è quella dal retrogusto polemico che si riallaccia alle liriche del brano precedente, che vede risorgere gli ABWH dalle ceneri degli Yes, come l'affascinante figura mitologica della "Fenice", dando un potente "pugno di fuoco" al mondo della musica, spazzando via le banali canzoncine pop rock, e tornando a comporre le epiche suite tanto amate dai fans di vecchia data, superando il loro periodo più buio. In entrambi i casi, si sprecano le licenze poetiche. Questo breve canzone dalla struttura anomala e ridondante sembra essere più un brano di un disco solista di Rick Wakeman, visto che le sue epiche tastiere dominano dall'inizio alla fine. Brano che non lascia il segno ma che nemmeno ci dispiace.

Brother Of Mine

Un fragoroso gong dai sentori fiabeschi apre il pezzo forte dell'album, l'epica suite "Brother Of Mine (Mio Fratello)". La prima delle tre parti è intitolata "I The Big Dream (il Grande Sogno)", che curiosamente si apre con l'inciso. Dopo pochissimi secondi siamo subito incantati dall'angelica voce di Jon Anderson, accompagnato da un celestiale pad di tastiera e ricamato da preziosi intarsi di chitarra. Dopo un paio di ammalianti "Special Reason (Una Ragione Speciale)", troviamo la strofa. Tony Levin dona vita ai freddi colpi di cassa, con un fragoroso giro di basso, Rick Wakeman ci avvolge con un fatato tappeto di tastiere. Dopo alcune battute Steve Howe ci incanta con un mellifluo tema sparato con la Fender Lap Steel Guitar, anticipando il ritorno del Santone di Accrington, che ci conquista subito con una ammaliante linea vocale, rafforzata da una solare armonia corale. Fresco fresco dalla scuola Rabin, il nostro stende una serie di frasi giuste messe al punto giusto, che catturano all'istante l'ascoltatore. Arriva l'inciso e si sale di tonalità, la line avocale si fa più briosa, come del resto tutta la parte strumentale. Al minuto 03:07 ha inizio la seconda parte della suite, "II Nothing Can Come Between Us (Niente Può Mettersi Tra Di Noi)", introdotto da un emozionate assolo di pianoforte, a cui successivamente si aggiunge Steve Howe con un mellifluo tema di chitarra. Arriva la strofa, molto più vivace rispetto al resto del brano, che con un brioso crescendo apre le porte al bridge, caratterizzato da un repentino coro che duetta con Jon Anderson. Andando avanti ritroviamo il ritornello che inizialmente ha aperto "The Big Dream", l'atmosfera è talmente magica che con la mente i nostri ci trasportano su una sperduta isoletta spersa nel mare, lontano dal caos e dalla tecnologia. La bellissima linea vocale viene ricamata da magie di tastiera e chitarra. Jon Anderson inizia un leggero crescendo e con un brioso "This Time" apre i cancelli all'assolo di chitarra. Il maestro Howe lavora intorno al mellifluo tema sentito ad inizio brano, incantandoci con la Lap Steel Guitar. Nella parte finale del solo, con una destrezza disarmante alterna le dolci note sparate dalla Lap Steel Guitar con funamboliche scale eseguite sulla fida Gibson, passando velocemente e con una facilità disarmante da una chitarra all'altra. Brividi. Al minuto 06:42 una fredda corsa sui tom esagonali annuncia la parte conclusiva della suite, "III Long Lost Brother Of Mine (Fratello Perso Da Molto Tempo)", aperta da un fantastico intreccio di funamboliche escursioni solista di pianoforte, tastiera e chitarra, condita da una ritmica irregolare difficile da descrivere. Arriva il chorus, dove al coro "Long Lost Brother Of Mine (Fratello perso da molto tempo)" risponde Jon Anderson con una saccente linea vocale. Un breve break strumentale dove Steve Howe e Rick Wakeman riprendono a duellare con una serie di funamboliche escursioni sui rispettivi strumenti, mettendo in mostra classe cristallina e gusto e poi ritorna il brioso inciso. Calano vistosamente i BPM, Jon Anderson si lascia guidare dalle epiche tastiere di Rick Wakeman, poi una improvvisa ripartenza in crescendo ci riporta nuovamente verso l'inciso. Si rallenta un'ultima volta, Jon Anderson finisce il precedente discorso intrapreso con Rick Wakeman, poi una magica armonia vocale ci porta verso l'epilogo di questa epica suite, lasciato nelle sapienti mani del Mago Delle Tastiere, che va a chiudere con una bellissima escursione pianistica dai sentori classicheggianti. Questa terza e conclusiva parte della suite, vede fra gli autori anche Geoff Downes, infatti si tratta di materiale originariamente scritto da Howe e Downes per gli Asia, che poi misteriosamente non è finito su nessun album. Seppur molto più accessibili rispetto alle liriche del brano precedente, anche queste offrono due strade da percorrere, quella mistica dai sentori "New Age" dove il Santone di Accrington tira fuori tutta la sua spiritualità, lanciando messaggi di pace nel nome della fratellanza, sognando una "Quarta Dimensione" dove tutti sono fratelli e tutte le religioni vanno d'amore e d'accordo (una vera e propria utopia, visti i tempi che corrono NDR). Niente può mettersi in mezzo tra due fratelli, l'amore fraterno durerà in eterno. Oppure, ricollegandosi ai brani precedenti, possiamo imboccare nuovamente la strada polemica che porta dritto verso gli YesWest, rimarcata in maniera evidente nei sottotitoli delle tre parti della suite. "The Big Dream (Il grande Sogno)" è il sogno che aveva Jon Anderson di ritornare a far musica come ai vecchi tempi, quella musica che proveniva direttamente dal cuore, senza fini di lucro. "Nothing can come between us (niente può mettersi tra di noi)" la vedo come una freccia velenosa sparata contro la tirannica figura di Trevor Rabin. Il fratello perso di "Long Lost Brother of Mine (Fratello perso da molto tempo)" è Chris Squire, un vero e proprio fratello acquistato per Jon Anderson, con il quale ha dato vita al magico progetto Yes, un fratello perso nel nome di una presunta evoluzione musicale. Yes West o Yes East che siano, per chi scrive quello appena ascoltato è uno dei migliori brani in assoluto composti dagli Yes, un brano dalle magiche atmosfere capaci di farci sognare, che oltre ad una tecnica mostruosa mette in evidenza un songwriting di gran classe ed un eccezionale gusto in fase di arrangiamento. Praticamente il brano perfetto, non a caso scelto come primo singolo estratto dall'album, accompagnato da un bellissimo videoclip, ai tempi messo in rotazione da MTV con una discreta frequenza. Chapeau.

Birthright

Un oscuro pad di tastiera apre la successiva "Birthright (Diritto di nascita)", arcane percussioni rendono ancora più sospetta l'atmosfera, che dopo qualche battuta ospita alcuni suggestivi fraseggi di chitarra acustica. Due colpi di batteria elettronica iniziano a scandire il ritmo, annunciando alcuni raffinati accordi di chitarra, sempre acustica, ai quali si intersecano i fraseggi ascoltati pochi istanti prima. E' passato quasi un minuto, entra in scena Jon Anderson, con una linea vocale che si sposa perfettamente con l'enigmatica atmosfera creata dai vecchi amici. Un potente riff di chitarra distorta ci fa sobbalzare e inizia a dialogare con il Cantastorie di Accrington. Arriva l'inciso, fra i più brevi mai composti da Anderson e compagni, il pad di tastiera si fa meno oscuro e sale di tono. La linea vocale viene rafforzata da un delicato coro di Steve Howe. Ritorno la strofa, annunciata da un effimero assolo di chitarra. Bill Bruford aggiunge raffinate percussioni, mentre il compagno di sezione ritmica inizia a far ruggire le quattro corde. Le tastiere si fanno più brillanti ed invitano Jon Anderson a invigorire la linea vocale, iniziando poi a dialogare nuovamente con il potente riff di chitarra. Stavolta il breve inciso viene proposto tre volte, intervallato da preziosi fraseggi di chitarra acustica. Nell'ultimo giro di chorus Jon Anderson si fa trasportare in alto dalle fatate tastiere di Rick Wakeman. Sembra che dal castello di tastiere che circonda Rick Wakeman si alzi una nuvola magica che ci trasporta in una dimensione incantata. Steve Howe ci ammalia con preziosi fraseggi di chitarra acustica, in sottofondo possiamo apprezzare una suggestiva escursione con il fidato mandolino marcato Martin, al quale si intreccia meravigliosamente un mellifluo tema di chitarra, che in crescendo invita Mr. Bruford a percuotere gli esagoni della batteria elettronica, accompagnato dallo spaziale giro di basso sparato da Tony Levin. Rick Wakeman fa un tuffo nel passato, e inizia un funambolico assolo di clavicembalo, sdoppiandosi poi per un epico botta e risposta fra clavicembalo e tastiere. Dopo questo avvolgente e prolungato interludio strumentale ritorna Jon Anderson che stavolta canta la strofa, riproposta in una salsa più piccante, ai suoi massimi registri. Anche il breve inciso viene variato, Jon Anderson con suggestivi giochi di eco ci porta verso l'epilogo, dove rimane un inquietante pad di tastiera che sembra provenire dall'oltretomba. Chiude Steve Howe con un nostalgico effimero accordo di chitarra che con la mente ci riporta ai meravigliosi fasti di "Roundabout". Le liriche sono un mirato e velenoso attacco all'incomprensibili test nucleari che il Governo Inglese fece in terra australiana, per la precisione a Maralinga, fra il 1954 ed il 1963. In particolar modo si fa riferimento alla prima esplosione nucleare de 1954. Cinicamente non furono avvertiti per tempo tutti gli aborigeni della zona interessata ai test nucleari, aborigeni che ancora ricordano quel triste giorno come "il giorno della nuvola". Jon Anderson rivendica il diritto di nascita degli aborigeni per il territorio australe. L'Australia è un paese molto grande, ma non è grande abbastanza per accogliere anche le bandiere a stelle e strisce e quella crociata bianco rossa. Insieme a piante ed animali, molti aborigeni furono spazzati via dalla terribile "nuvola d'argento", come in passato furono spazzati via i dinosauri, sotto gli spietati e gelidi sguardi dei capi di stato che si credono padroni del mondo. Il brano gioca molto sulle enigmatiche atmosfere ricreate sapientemente dai nostri, da brividi la parte centrale. Fra gli autori troviamo anche Max Bacon, infatti si tratta di materiale che Steve Howe aveva scritto insieme al biondo cantante per il secondo album dei GTR, album che poi non è mai venuto alla luce.

The Meeting

Un pad di tastiera dei sentori fiabeschi apre "The Meeting (L'Incontro)". Rick Wakeman ci fa venire la pelle d'oca con una prolungata serie di accordi di pianoforte ricollegandosi ai precedenti album new age "Sea Airs (1989)" e "Country Airs (1986)". I vellutati tocchi sui denti d'avorio del pianoforte ci arrivano dritti al cuore. Dopo circa un minuto, Jon Anderson inizia a duettare con il pianoforte con una romantica linea vocale che nel breve inciso sale in alto, trasportata dal pad e dagli accordi di pianoforte, conquistandoci con un paio di "No, oh no". I due continuano magicamente a duettare, confezionando una magica atmosfera dal sapore natalizio che ci trasporta lontano, in uno scenario innevato disneyano. Dopo l'ultima strofa, con una classe sopraffina, il Poeta di Accrington lascia il finale nelle magiche e vellutate mani di Rick Wakeman, che rinchiuso nel suo imponente castello di tastiere ci incanta per quasi due minuti con una prolungata escursione di pianoforte dai sentori new age. Il fatato pad di tastiera enfatizza gli accenti degli accordi del piano, che dolcemente gli lasciano il campito di chiudere questa bellissima breve ballata dal retrogusto fiabesco. Un altro mistico viaggio all'interno dei tortuosi meandri della fede da parte del Santone di Accrington, che qui esterna tutta la sua devozione verso Dio. Lui è sicuro che durante il sonno, Dio gli farà visita in un sogno, dove finalmente ci potrà essere l'incontro con l'amore dell'Onnipotente. Chi ha fede cerca sempre l'amore di Dio, come un cantante cerca una canzone. Solo chi ha fede può percepire all'interno dell'anima l'amore del Signore, che sarà contraccambiato, qualsiasi sia la richiesta da parte di Dio. Un piacevole intermezzo pianistico che ha il potere di farci sognare e che si segnala fra i momenti più alti dell'album. 

Quartet

Andando avanti incontriamo "Quartet (Quartetto)", una suite, che come si evince dal nome, è suddivisa in quattro movimenti ben distinti. Si comincia con "I - I Wanna Learn (Voglio Imparare)", aperta da Steve Howe con un maccheronico mandolino, al quale si intreccia a meraviglia un bellissimo arpeggio acustico. Dopo questa piacevole introduzione inizia la strofa, le trame di tastiera e chitarra si intrecciano, ritmate da soffuse percussioni, rese corpose dalle profonde note di basso sparate da Mr. Levin. Entra in scena il Cantastorie di Accrington con una linea vocale che sa di ballata old west. Steve Howe esegue una serie di preziosi intarsi con la chitarra acustica. Arriva l'inciso, le tastiere si fanno più presenti, un cambio di tono porta Jon Anderson a salire in alto, spinto dai ricami acustici del maestro Howe. Ritorna la strofa, seguita dal tema iniziale dal retrogusto italiano che annuncia un assolo di chitarra di gran classe e pieno di feeling. Tony Levin sembra inseguire le note della chitarra con il basso. Questa prima parte del brano è una rivisitazione di una vecchia canzone d'amore che Steve Howe aveva scritto in onere della propria moglie. Al minuto 02:44 si cambia completamente atmosfera con la seconda parte della suite, intitolata "II - She Gives Me Love (Mi Dà Amore)", introdotta da un pianoforte in modalità Supertramp, ricamato ancora una volta dalla chitarra acustica e da un corposo giro di basso. Un giulivo tema di tastiera annuncia l'ingresso di Jon Anderson, con una solare linea vocale che sprizza positività da tutti i pori, a cui fa eco un leggerissimo coro, quasi impercettibile. Arriva un effimero chorus, il Santone di Accrington ci cattura con un paio di ammalianti "Only To Believe In You (Solo Per Credere In Te)", sempre guarnito dall'impercettibile coro in sottofondo. Un festoso assolo di tastiera precede il ritorno della strofa, stavolta arricchita da funamboliche escursioni sulla tastiera da Rick Wakeman. Ritornano strofa e ritornello, stavolta reso più brioso da un tema di tastiera che ne riprende la linea melodica. Sul finire Rick Wakeman ci sorprende con un interludio che non sfigurerebbe come colonna sonora di un vecchio film per bambini della Disney. Tra i compositori di questo secondo movimento figura anche il talentuoso pianista Ben Dowling. Al minuto 05:00 ha inizio la terza parte, "III - Who Was The First (Chi Era Il Primo)", introdotta da Jon Anderson con una disinvolta linea vocale che ricorda uno sciogli lingua, accompagnato da una base strumentale dai sentori circensi, dove i nostri dimostrano di essere ispirati al massimo, sfruttando al meglio la mostruosa tecnica strumentale ed il raffinato gusto in fase di arrangiamento. Dopo una trentina di secondi arriva il bridge, la linea vocale si fa più briosa, esplorando tonalità più alte, mentre in sottofondo gli strumenti continuano a tessere una trama musicale di classe. L'inciso viene cantato da un angelico coro, che esegue la partitura con estrema delicatezza, mentre Rick Wakeman ricama con un festoso riff di tastiera. Ritornano strofa, bridge e ritornello, seguiti ancora una volta da un simpatico interludio dal retrogusto Disneyano. Al minuto 07:09 ha inizio la quarta e conclusiva parte, "IV - I'm Alive (Sono Vivo)", aperta da una paradisiaca tastiera che accoglie un bellissimo tema di pianoforte. Dopo questa breve introduzione, entra in scena il Cantastorie di Accrington, accompagnato da uno struggente pad orchestrale. La bellissima linea vocale ci cattura all'istante, andando a ricalcare le melliflue atmosfere della bellissima "Soon". In sottofondo si fanno apprezzare i felpati tocchi sulle quattro corde da parte di Tony Levin, che con estrema classe e raffinatezza ritma la strofa senza risultare invadente, badando a non rovinare l'idilliaca atmosfera confezionata dal Mago delle Tastiere. Arriva l'inciso, Jon Anderson sale in alto, accompagnato da preziosi fraseggi di chitarra acustica. Rick Wakeman aggiunge al pad di violini un festoso tema di tastiera dal sapore epico, che ricama il conclusivo "I'm Alive, I'm Alive ((Sono Vivo, Sono Vivo)". Ritorna la strofa, che per chi scrive è molto più bella dell'inciso. Sul finale Jon Anderson sale in alto in una piccola appendice finale, che poi lascia il campo a Mr. Wakeman che va a chiudere con l'emozionante tema iniziale. Questa parte conclusiva della suite è stata pubblicata come terzo singolo. Nelle liriche Jon Anderson affronta il proprio rapporto con Dio, che non è stato sempre rose e fiori durante il cammino della vita, riallacciandosi alle liriche di Long Distance Runaround. Ci sono stati dei frangenti in cui l'ipocrisia della Chiesa stava pericolosamente intaccando la fede del Santone di Accrington, allontanandolo dall'amore di Dio. Dopo un temporaneo allontanamento, Anderson ha visto i suoi sogni avverarsi, scorgendo la mano del Signore che lo ha indirizzato a prendere le vie giuste, per questo è desideroso di sapere di più su Dio, vuole aprire nuovamente il suo cuore, fortificando la sua fede e cercando di rendere l'amore che riceve dal Signore. Spesso l'uomo ha cercato invano l'aiuto della scienza per risolvere gli atavici misteri della fede, ma la scienza pur potendo arrivare lontana, non è in grado di stabilire con certezza chi è stato il Primo a creare la vita sul Pianeta Terra. Solo chi ha fede può trovare la risposta, solo chi ha fede sarà sempre ripagato, la fede è quella cosa che ti ripara se sei rotto, che ti dà conforto nel momento del bisogno. La fede rende vivi. I più attenti potranno scorgere un paio di vere e proprie citazioni riferite al glorioso passato all'interno del testo, per la precisione si tratta di "Long Distance Runaround (Una lunga distanza tutt'intorno)" e "Roundabout (Il Punto Di svolta)", frasi presenti nella seconda parte della suite "ii - She Gives Me Love (Mi Dà Amore)". Ognuno dei quattro movimenti ha un suo perché, arrangiati con una classe ed un fantasia ineguagliabili, ma sicuramente molti di voi saranno ammaliati come il sottoscritto dalla melliflua "I'm Alive", uno dei punti più alti del platter.

Teakbois - The Life and Times of Bobby Dread

Andando avanti incontriamo "Teakbois - The Life and Times of Bobby Dread (Teakbois - La Vita e i Tempi di Bobby Dread)", aperta da un fastidioso tema sudamericano con tanto di caratteristici schiamazzi che inneggiano al "ritmo" spazzando via le bellissime sensazioni lasciate dalla parte conclusiva del brano precedente. Sinceramente non ho mai avuto una grande simpatia per le festose sonorità latino-americane, la tentazione di mandare avanti il brano è forte. Rick Wakeman annuncia con un brioso tema di tastiera Jon Anderson, che si limita ad una linea vocale che segue la melodia dettata dalle tastiere. Bill Bruford si dimostra un batterista eclettico e versatile, ritmando con una incredibile lavoro di percussioni a ritmo di samba, aiutato dal roboante basso di Tony Levin. Steve Howe sembra divertirsi con la chitarra acustica, ricamando con funamboliche scale eseguite a velocità pazzesca. Un giulivo interludio con le tastiere in evidenza e poi ritorna la strofa, che stavolta sale di un tono, sempre accompagnata dalla snervante ritmica dai sentori carioca. Nell'inciso le tastiere si fanno più squillanti, spingendo inevitabilmente Jon Anderson a salire in alto con la voce, ma devo dire che questo non è fra i migliori ritornelli partoriti da Jon Anderson e compagnia cantante. Un brioso "This Time" annuncia l'assolo di tastiera, che gira intorno ai festosi riff della strofa, arricchito da qualche funambolico passaggio in più. Alcuni fastidiosi schiamazzi in sottofondo ci portano nella seconda parte del brano, dove per fortuna cessa la snervante ritmica carioca. Ora il lavoro di percussioni è meno invadente, anche chitarra e tastiera riducono l'intensità dei ricami, lasciando il campo al Cantastorie di Accrington che nell'inciso ci cattura con una enigmatica linea vocale, ricamata da un piacevole coro dal sentori retrò che recita "Bobby Dread And The Kool Running (Bobby Dread e La Corsa Kool)" dove "kool" potrebbe essere la rivisitazione in "slang" del termine "cool", ovvero "fico". Il ritornello punta molto sul simpatico coro che si sposta sulle toniche, invitandoci a schioccare le dita a tempo di musica. Andando avanti troviamo un paradisiaco interludio, dove un angelico coro gioca sulla linea melodica della strofa. Un brusco colpo sul timpano annuncia il successivo cambio. Da una enigmatica atmosfera tribale, emerge l'ennesimo coro che si mette a duettare con la cristallina voce di Jon Anderson. Poi aimè, ritorna l'improbabile ritmica caraibica, a supportare un caotico assolo di tastiera che nel finale si riallaccia la festoso tema portante. Il misterioso Bobby Dread non è altro che il nomignolo con cui Jon Anderson si firmava negli alberghi durante i tour. L'ispirazione del brano è nata durante una piacevole serata al Creole Cafè di Parigi, dove una band intratteneva i clienti suonando musica latino americana. Nonostante una estenuante ricerca, non sono riuscito a dare una spiegazione logica al titolo, la parola Teakbois sembra non avere nessun significato di senso compiuto, l'unica possibilità è che si tratti di una sorta di soprannome in "slang" dalle origini sconosciute, o comunque sia un termine che non fa parte della canonica lingua inglese. Nelle liriche dal clima festoso, si dice che Teakbois è ovunque, come se si trattasse di una sorta di divinità che inneggia al divertimento e alla spensieratezza. Nella seconda parte arriva la "corsa kool" di Bobby Dread, aka Jon Anderson, una corsa spensierata verso la realizzazione del suo sogno, quello di tornare a fare musica che gli esce dal cuore, con i vecchi amici degli anni 70. Sul finale possiamo scorgere delle veri e propri omaggi alla band e velenose frecciatine dirette agli ex colleghi, mantenendo la linea della sete di vendetta nei confronti degli YesWest, che aleggia su gran parte del platter. I passaggi "We Form A Group A Simple Name (Formiamo un gruppo di semplici nomi)" e "We Symphonise Some People Say They Like Us (Facciamo Sinfonie, Alcune Persone Dicono Che Gli Piacciono)" sono assai significativi e sottolineano l'astio che in quel momento Jon Anderson aveva nei confronti di Rabin e compagni. La mia antipatia per le sonorità latino americane mi porta a bocciare pesantemente il brano, di cui salvo solo la simpatica parte centrale, forse chi la pensa diversamente da me può trovare il brano geniale e piacevole, per me invece è incomprensibile e fuori dal coro, e vi dico che anche un certo Rick Wakeman al momento delle registrazioni la pensava proprio come me, inalberandosi e non poco quando si vide costretto a suonare le partiture del brano.

Order Of The Universe

Ancora scosso dalle sonorità da villaggio turistico brasiliano del precedente brano, rivolgo tutte le mie speranze di disintossicazione nella successiva "Order Of The Universe (Ordine Dell'Universo)", altra suite suddivisa in quattro movimenti. La prima parte, intitolata "i - Order Theme (Tema dell'ordine)" è un epica introduzione strumentale, dove le trame della chitarra si intrecciano con le acrobazie delle tastiere. Un oscuro pad di tastiera accogli un ridondante tema di chitarra, al quale si intrecciano funamboliche escursioni sulla sei corde da parte del Maestro Howe. Entrano in gioco anche le squillanti tastiere di Mr. Wakeman, che ci colpisce con un riff che sarà il tema portante del brano. Bill Bruford si diverte a picchiare sugli esagoni della sua nuova batteria elettronica, Tony Levin tesse un oscuro ed intricato tappeto in sottofondo. Sul finale le tastiere si fanno più presenti, poi irrompe un coro che urla ai quattro venti il titolo del brano, mettendo fine all'epica introduzione. Al minuto 03:06 ha inizio la seconda parte, "ii - Rock Gives Courage (Il Rock Dà Coraggio)", che fra gli autori annovera la firma del produttore Rhett Lawrence. Steve Howe spara riff grintosi, che vengono sovrastati dalle tastiere in "jump style". Seguendo il trascinante 4/4 confezionato dalla sezione ritmica made in King Crimson, Jon Anderson fa centro con l'ennesima linea vocale vincente. In sottofondo possiamo apprezzare dei preziosi intarsi di chitarra, che riescono a farsi largo fra gli accordi distorti e le pompose tastiere. Arriva il chorus, un bellissimo crescendo dettato dai lamenti della sei corde, che mettono in evidenza la cristallina voce del Cantastorie di Accrington. Ritorna la strofa, che grida anni 80 da tutti i pori, sul finale, un oscuro pad di tastiera accoglie una serie di velocissime rullate e melanconici lamenti di chitarra, poi al minuto 04:36 lascia il campo al terzo movimento della suite, "It's So Hard To Grow (E' Così Difficile Crescere)". Steve Howe domina con un grintoso riff di chitarra, stavolta le tastiere sono meno invadenti. Jon Anderson cerca aiuto nell'astio nei confronti di Rabin e compagni per trovare la grinta necessaria, sorprendendoci con una delle linee vocali più aggressive della carriera, trascinato dal potente 4/4 made in King Crimson che viene impreziosito da roboanti corse sugli esagoni. Nel bridge la linea vocale si fa ancora più aggressiva, un potente unisono di basso e chitarra prende il sopravvento, poi il rocambolesco crescendo apre le porte al chorus, dove rimane il solo Bill Bruford ad accompagnare il coro sentito alla fine dell'introduzione strumentale. Nella seconda parte del chorus rientrano tutti in gioco, Tony Levin emerge con un micidiale tappeto di sedicesime che in crescendo pone fine al ritornello. Un breve break di chitarra e poi ritornano strofa, con qualche lieve variazione sulla linea vocale. Anche il bridge viene leggermente variato, Tony Levin guida a suon di sedicesime l'armonia vocale che recita a più riprese "You Crossed Over The River (Hai Attraversato Il Fiume), ricamata da pregevoli escursioni soliste da parte di Steve Howe che aprono le porte al ritorno dell'inciso, che stavolta coincide con la conclusiva quarta parte della suite, "iv - The Universe (L'Universo)". Nella seconda parte del chorus rimane solamente Bill Bruford a supportare l'anthemico coro, con una corsa tribale sugli esagoni neri, che dopo poche battute si trasforma in un bellissimo assolo di batteria. Timidamente inizia a far capolino il ridondante tema di chitarra di apertura, che richiama all'appello le squillanti tastiere di Mr. Wakeman, stavolta ricamati da escursioni soliste canore da parte di Jon Anderson. Sul finale il Tastierista di Perivale e Jon Anderson decidono che può bastare, mettendo nuovamente in risalto l'assolo di batteria, stavolta accompagnato da un potente basso effettato. Il tema di chitarra sfuma lentamente lasciando il campo all'angelico suono del "chimes" e a felpati colpi di gong dal sapore orientale. L'Ordine dell'Universo dice che per attraversare il fiume non abbiamo bisogno di nessuno, ma dobbiamo puntare solo ed esclusivamente sulle nostre forze. Dice anche che per meritare gli amici non abbiamo bisogno di soldi, ma dell'amore. Esiste una medicina per far emergere la fiducia in noi stessi e la grinta per superare le situazioni più difficili, questa medicina si chiama rock. La magia del rock ci aiuta a restale giovani dentro, rendendo ardua l'impresa di "crescere". Devo dire che sposo in pieno questa bellissima filosofia Andersoniana, chi ascolta rock rimane giovane dentro eternamente, se non ci credete fate una cena con i vecchi amici delle scuole medie e paragonatevi con chi non ascolta della sana e genuina musica rock e poi ditemi il risultato. I nostri hanno cercato di mixare le nozioni progressive con il più pomposo hard rock degli YesWest, come se volessero sfidarli, dimostrando che si può fare rock progressivo più commerciale senza rinnegare le origini, brano che è stato scelto anche come singolo. 

Let's Pretend

E siamo giunti all'ultima traccia del platter, quella "Let's Pretend (Facciamo finta)" che è stata la scintilla che ha fatto sbocciare il progetto ABWH. Si tratta infatti di una composizione di Jon Anderson e Jon Vangelis, scritta durante la breve pausa riflessiva sull'isola greca Hydra, immediatamente dopo la seconda separazione dagli Yes. Si tratta di una ballata chitarra e voce, aperta da Steve Howe con una solare introduzione di acustica che con la mente ci riporta indietro nel tempo. Nella strofa il protagonista è ovviamente Jon Anderson, accompagnato da delicati accordi di chitarra acustica. Il tema iniziale di chitarra fa da bridge, annunciando il ritorno della strofa, stavolta impreziosita da un bellissimo arpeggio di chitarra e da angeliche tastiere, che qualcuno sostiene siano suonate dal musicista ellenico Jon Vangelis, anche se questi non compare nei crediti come musicista, ma solo come compositore. Un solare strumming annuncia l'inciso, dal dolce retrogusto beatlesiano. La melliflua voce del Cantastorie di Accrington si lascia guidare dal bellissimo intreccio fra la chitarra e le tastiere. Il chorus è molto bello, e ci viene riproposto una seconda volta. Un breve break con la sei corde acustica e poi ritorna la strofa, stavolta accompagnata dalla chitarra in strumming e dalle tastiere. Nel finale le tastiere lasciano emergere i preziosi intarsi acustici del Maestro Howe, che dolcemente ci accompagna verso la conclusione. Nelle liriche, Jon Anderson inizia a confezionare quel sogno che da tempo alberga nel suo cuore, quello di ritornare a fare musica con i vecchi amici, e lo fa con una serie di licenze poetiche, sottolineando in maniera celata che "loro" sono così bravi a trovare piacere per quello che sono, ovvero suonando la musica che gli viene dal cuore, non quello che vogliono le case discografiche. Lui nel suo animo sente che è giunta l'ora di rievocare il vecchio spirito degli Yes, lasciando che i loro cuori tornino insieme sprigionando buona musica. Una piacevole ballata acustica, di gran classe, degna conclusione dell'album.

Conclusioni

Gli ABWH sono il risultato della grinta e l'abnegazione di Napoleone, è così che agli albori gli Yes soprannominarono sin dai primi giorni di vita Jon Anderson, che grazie alla sua testardaggine è riuscito a tenere in piedi la baracca Yes, anche nei momenti più difficili. Stufo di recitare un ruolo da comprimario a lui non congeniale, Jon Anderson è riuscito a convincere i vecchi amici degli anni settanta a tornare a far buona musica insieme. I nostri hanno rispolverato i vecchi cliché del progressive, cercando di modernizzare in maniera intelligente il sound, andando a riprendersi i fans persi per strada durante l'era Rabin. Ovviamente l'album è ancora lontano dalla magnificenza di Close To The Edge e Fragile, ma per fortuna è lontano anche dal banale e deludente AOR di Big Generator. Gli addetti ai lavori amanti della ricerca del pelo nell'uovo, criticano l'album in quanto emerge chiaramente che si tratta di un collage di singole idee dei quattro virtuosi strumentisti, arrangiate e rivisitate. La cosa è fin troppo lampante, lo si evince anche dai crediti del songwriting, ma bisogna dare atto ai nostri che hanno saputo miscelare perfettamente insieme le loro idee, confezionando un prodotto di tutto rispetto, dove emerge prepotentemente la splendida suite "Brother Of Mine (Mio Fratello)" fra i miei brani preferiti in assoluto mai scritti dagli Yes. ABWH è venuto alla luce il 20 Giugno del 1989, registrato fra la fine del 1988 e i primi mesi del 1989 presso le sedi Montserrat e Londra degli AIR Studios. La produzione è opera dell'ideatore del progetto, ovvero Jon Anderson, affiancato dall' eclettico produttore Chris Kimsey, che vanta una miriade di lavori, fra i quali spiccano molti album di Marillion, The Cult, Duran Duran, Rolling Stones, Fish, solo per citarne alcuni. Il mixaggio è opera del duo Steve Thompson e Michael Barbiero. L'album è stato distribuito dalla label Arista Records. (Nel 2011 l'album è stato ristampato dalla Gonzo Multimedia in una bellissima nuova veste di doppio CD, contente oltre alle versioni alternative e live di Brother of Mine, Order of the Universe e Quartet (I'm Alive), l'inediti Rick Wakeman Intro's e Vulture in the City ed una versione live del classico Yes And You And I). Per la gioia di Steve Howe (e anche del sottoscritto) l'artwork è stato assegnato nuovamente al maestro Roger Dean, confermando l'intenzione di rievocare i fasti di Fragile e Close To The Edge. A detta di molti, il nostro ha dato vita ad una della sue opere più belle, denominata Blue Desert. Una possente aquila osserva un fantastico scenario fantascientifico che mescola le classiche forme rocciose Deaniane ed un albero ad aliene strutture azzurrastre, una delle quali emerge da un lago dall'acqua cristallina. Nel cielo terso, in lontananza vola maestosa una fenice, a simboleggiare il ritorno dei nostri dalle ceneri degli Yes. In alto, impressi su un supporto marmoreo, dominano i cognomi dei quattro musicisti, in un ammaliante font in rosso. Sul retro di copertina troviamo invece il Red Desert, un'opera assai meno appariscente, dove dominano le colorazioni in rosso, oltre all'ormai classica isola fluttuante con tanto di albero, troviamo un grosso serpente che sembra avere il potere dell'invisibilità, in quanto mette in mostra alcune parti delle possenti spire, altre rocce emergono da un lago di una tenue colorazione celeste, quasi annichilita dal rosso predominante. Veniamo ai quattro reduci del capolavoro Close To The Edge, Jon Anderson appare in forma smagliante, la sua voce angelica e cristallina torna a brillare nelle nostre orecchie come ai vecchi tempi. Steve Howe ritorna ad imbracciare la Lap Steel Guitar, la chitarra acustica ed il mandolino come ai tempi d'oro, tessendo preziosissime trame di chitarra anche quando deve recitare un ruolo di second'ordine, non disdegnando di tanto in tanto graffianti riff dal sapore rock. Rick Wakeman domina per quasi tutto il disco, circondato dal suo castello di tastiere, offrendo memorabili prestazioni di altissimo livello al pianoforte. Bisogna abituarsi alle fredde sonorità della batteria elettronica con cui si è divertito Bill Bruford, sempre alla ricerca di nuove sonorità e di soluzioni alternative. Dopo alcuni minuti il nostro orecchio si abitua al suono digitale degli esagoni, ma secondo il mio modesto parere, con una batterie acustica l'album avrebbe avuto qualche punto in più. Pesa come un macigno l'assenza delle scorribande soliste sulle quattro corde di Chris Squire, ormai impegnato a tessere banali tappeti di sedicesime alla corte di Re Rabin, ma i nostri non potevano scegliere un rimpiazzo migliore. Tony Levin, pur suonando in maniera assai diversa dal Compianto Chris, riesce a donare vita alle fredde sonorità della batteria elettronica tessendo trame intricate, sfoggiando anche la sua abilità nel suonare lo stick. A mio parere, il musicista offerto gentilmente dal Re Cremisi, divide il podio di miglior bassista della storia rock con Squire, due modi diversi di interpretare le quattro corde, ma entrambi vincenti. Sull'album figurano come special guest Julian Colbeck (tastiere, programmazione, orchestrazione, voci) e Milton McDonald (chitarra ritmica), mentre nella lista delle coriste spicca Deborah Anderson (figlia di Jon), coadiuvate dalle voci maschili di Frank Dunnery e del produttore Chris Kimsey, oltre che dall' Emerald Community Singers di Montserrat. Veniamo alle conclusioni, questo ABWH è una ventata di aria fresca, che risolleva il morale dei fans di vecchia data, che avevano già storto la bocca con l'ottimo 90125, allontanandosi definitivamente dagli Yes dopo l'ascolto del deludente Big Generator. L'album è stato accolto con soddisfazione, riuscendo a raggiungere le 750.000 copie vendute. I nostri hanno lanciato la sfida agli YesWest, dimostrando che sono capaci di fare ottimo progressive rock in maniera più accessibile, restando al passo con i tempi e senza trascendere nel banale, proponendo raffinate e geniali soluzioni in fase di arrangiamento. Omettendo l'orribile Teakbois, possiamo ritenerci soddisfatti di questo provocante ABWH, che annovera brani destinati ad entrare nella storia degli Yes, pur non portando il nome della band. Calorosamente consigliato ai nostalgici dei tempi d'oro, spiazzati dalla nuova direzione musicale intrapresa dagli Yes, e a chi è desideroso di affacciarsi per la prima volta al magico mondo del progressive rock d'autore, facendolo da un'entrata secondaria che ne facilita il percorso. I conclusione mi sento in dovere di sottolineare ancora una volta la magnificenza della bellissima "Brother Of Mine (Mio Fratello)", che da sola vale il prezzo del platter e ne innalza notevolmente la valutazione.

1) Themes
2) Fist Of Fire
3) Brother Of Mine
4) Birthright
5) The Meeting
6) Quartet
7) Teakbois - The Life and Times of Bobby Dread
8) Order Of The Universe
9) Let's Pretend
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