ANATHEMA

Weather Systems

2012 - Kscope

A CURA DI
FABIO MALAVOLTI
19/08/2012
TEMPO DI LETTURA:
6

Recensione

Trovarsi a cospetto di “Weather Systems” degli Anathema significa tornare a riscoprire la nuova dimensione della band britannica, una dimensione profondamente mutata nel corso degli anni e che ha visto addolcirsi, rendere più intima e lucente la propria anima musicale. I tempi doom/death metal di “Serenades” ormai sono solamente un vecchio ricordo, un'ombra di ciò che gli Anathema rappresentano attualmente, il loro lato più maligno, il loro volto più misterioso ed oscuro. Le ultime produzioni ci stanno dunque pian piano facendo conoscere il lato più splendente del ritratto emotivo di questa band, che di sentimenti sa praticamente morte e miracoli data la vastità di emozioni che ci hanno fatto assaporare nel corso degli anni. Le sonorità di rock progressivo già collaudate con il precedente “We're Here Because We're Here” tornano dunque a farci compagnia più o meno con le stesse soluzioni stilistiche, e cioè un sound pregno di atmosfere avvolgenti come un caldo manto che ci ricopre totalmente con il suo tepore, lasciando da parte le forzate orchestrazioni di “Falling Deeper” dato alle stampe l'anno scorso. “Untouchable (part 1)” è un intenso vortice di passione ad elevatissimo contenuto emozionale, dove Vincent Cavanagh è protagonista di un'immensa dichiarazione d'amore nei confronti di una donna, un profondissimo amore sentimentale che però sembra solamente utopico a giudicare dal titolo del brano e anche leggendo il testo. Si inizia subito con una marcata intonazione onirica, ma non solo dal punto di vista lirico, anche da quello musicale siamo difronte ad una band il cui unico scopo è di farci vivere le loro stesse emozioni. La sezione ritmica appare pregna di un forte sapore retrò settantiano, permettendoci di farci viaggiare attraverso lidi progressive rock, mentre gli inserti della chitarra clean sono pura poesia che aggiungono quel tocco melodico che addolcisce un brano davvero amaro per quanto riguarda il contesto. Vincent è protagonista di una performance davvero entusiasmante dietro al microfono, e la sua voce cristallina è veramente ideale per narrare una storia d'amore così intensa. “Untouchable (part 2)” è una sorta di specchio del brano precedente, un capitolo dove vengono raccolti tutti i retroscena del concept e della musica presentatici nella prima parte. Se Untouchable (part 1) lasciava trasudare sensazioni negative, distaccate e da batticuore, questo brano rappresenta un lato più chiaro e solare dal quale l'amore viene raffigurato. Ad accoglierci ci sono le dolcissime noti di un pianoforte, e da lì in poi sarà un crescendo continuo di emozioni e di pathos, con Vincent protagonista di un memorabile duetto alla voce con Lee Douglas, senz'ombra di dubbio uno dei più riusciti degli ultimi anni. Le sonorità si mantengono più dolci, toccanti per tutti i cinque minuti e mezzo durante i quali gli Anathema ci metteranno a nudo dinanzi alle emozioni, lasciando viaggiare armoniosamente la nostra mente sulle loro note, per cinque minuti e mezzo davvero indimenticabili che resteranno impresse a fuoco per molto tempo. Tutto ciò conferma che il grigiore, se non oscurità degli albori sono ormai parte del passato, ora le nuvole sono state spazzate via da un caldo ed accogliente venticello, ed il raggiante sole ha fatto la sua comparsa nell'infinito cielo azzurro (che ritroviamo anche nella meravigliosa copertina del disco). Immaginando di trasportare gli strumenti su un immaginario palcoscenico, potrei dire che l'opera ha solamente tre protagonisti, la chitarra, il pianoforte ed i synth, mentre basso e batteria sono solamente delle comparse che fungono da elementi di supporto che unicamente in qualche sporadico inserto vengono posti ritmicamente in primo piano. Un intro sin troppo sdolcinato di synth apre “The Gathering of the Clouds”, brano più breve dove l'atmosfera continua a mantenere tonalità luminose e celestiali, con il pianoforte e le vocals cristalline che dipingono bianche pennellate sul quadro degli Anathema, un quadro dove a regnare sono la luce e la vita, non più le tenebre e la morte come nei primi anni di attività. In alcuni frangenti però, la band pare voler forzare eccessivamente questo mettere in evidenza il loro nuovo lato artistico, finendo per scadere nella monotonìa, e nonostante siamo solamente al terzo brano, i primi momenti di noia iniziano ad affiorare, purtroppo. Mentre Vincent e Lee continuano a duettare dietro il microfono, le ultime note di The Gathering of the Clouds lasciano spazio all'introduzione di “Lightning Song”, brano dove Vincent Cavanagh cede il posto a Lee Douglas, protagonista di una bella performance dal punto di vista esecutivo come vocalist, anche se difficilmente lascierà impressioni ben definite, dato che alla lunga potrebbe scaturire un effetto quasi soporifero sull'ascoltatore, a causa della piattezza e la troppa linearità del brano. Solamente verso il finale si ha un bell'outro che spezza un po' gli equilibri del brano e che ci permette di varcare le porte di “Sunlight”, anch'essa introdotta da sonorità cristalline e lucenti, purtroppo ormai sin troppo scontate e ribadite all'infinito. Diciamo che qualche stacco, qualche inserzione più energica non avrebbe affatto sfigurato, anzi, avrebbe dato più colore ad un'opera omogenea all'inverosimile, che nonostante siamo arrivati al quinto brano, inizia a dipingere i primi tratti della noia. Quasi come le nostre preghiere fossero ascoltate, la seconda parte del brano è effettivamente più spigliata, o perlomeno la sezione ritmica cerca di movimentare un po' l'atmosfera, riuscendoci per altro con discreti risultati. Come un vento di poesia giunge la lunghissima “The Storm Before the Calm”, brano dove i synth si uniscono perfettamente agli altri strumenti rendendo il tappeto sonoro ermetico e ben compatto. Gli intermezzi acustici tornano ad essere convincenti, inseriti al momento giusto e per lassi di tempo non eccessivi, rendendo il brano orecchiabile e piacevole all'udito, dando però l'impressione fastidiosa del “già sentito”, trasformandosi inoltre in un motivetto accattivante ma sin troppo sdolcinato. Anche il testo, a prima occhiata sapiente e ben strutturato, diviene un po' ripetitivo alla lunga, ma la rotta intrapresa è ormai questa, e bisogna necessariamente continuare su di essa. Verso la metà uno stacco ci trascina in pochi secondi della più pura quiete, prima che un etereo arpeggio invada l'atmosfera riavviando il pezzo, che dà qui in poi seguirà ritmiche più lente ed oniriche, ma non meno orecchiabili. “The Beginning and the End” si apre con un placidissimo intro neppure troppo malvagio, ma si mantiene esageratamente piatta per il fatto che nella sua durata complessiva vengono ripetuti ininterrotamente gli stessi accordi cambiando solamente in maniera sporadica la tonalità. Ineccepibile la prova dal punto di vista esecutivo, ma dopo oltre mezz'ora dall'inizio dell'ascolto di Weather Systems la noia inizia seriamente a prendere il sopravvento. Solamente verso la parte conclusiva una buona parentesi solistica della chitarra risveglia un po' gli animi, salvando in calcio d'angolo un brano orecchiabile e nulla più. “The Lost Child” si apre con un inquietante e lugubre motivetto che stende su Weather Systems il primo alone di malinconia dopo molta luce. Fanno così la loro comparsa i synth prima ed il pianoforte poi, riversando tonnellate di desolazione nelle orecchie dell'ascoltatore. La voce di Vincent si trasforma per dare luogo ad una performance consona alle sonorità quasi decadenti del brano, divenendo più cupa. La batteria si erge nelle retrovie senza imprimere con vigore sugli altri strumenti, solamente nel quinto minuto si risveglia dal torpore diventando più incisiva, proprio mentre al microfono assistiamo ad un toccante duetto fra Vincent e Douglas. Il finale atmosferico composto dal pianoforte e dai synth è il preludio alla track conclusiva, “Internal Landscapes”, che si apre con un lungo monologo maschile che ci accompagna per quasi due minuti e mezzo. Man mano gli strumenti fanno il loro ingresso sul palco, e non appena Lee Douglas si esibisce nella prima strofa il brano prende il via ufficialmente. Di qui si alterna nell'esecuzione delle stesse con Vincent, ripescando le sonorità dell'opening track del disco. A due minuti dalla fine la voce maschile che aveva aperto il brano si ripete, accompagnato da una bella chitarra clean e da un'atmosfera celestiale e cristallina. Prende così forma l'outro che pone fine all'ascolto di questo lunghissimo brano, il cui problema è come sempre rappresentato dalla lunghezza, ma non intrinsecamente ad essa, bensì per la poca varietà del sound al suo interno. Si chiude così un disco in cui i brani, presi singolarmente, sono persino molto apprezzabili (anche se si parla principalmente di orecchiabilità e niente più, come detto in precedenza), ma che se posti in fila finiscono per rendere l'ascolto di Weather Systems eccessivamente impegnativo. Spieghiamo agli Anathema che questo genere ha già vissuto i suoi tempi d'oro, e renderlo più complesso non preclude certo una nuova linfa od ancora peggio una rinascita di esso. Spieghiamogli anche che se realizzi nove brani che si estendono tutti oltre i cinque minuti finendo più volte per arrivare ai nove, devi variegare il sound in maniera non indifferente, se non vuoi che si unisca un fastidioso ronzio di sottofondo ai brani. Infine spieghiamogli che l'aver scoperto il proprio lato brillante non vuol dire che ogni anno debba venire realizzato un disco nuovo abbastanza simile ai precedenti, e che questo va fatto solamente se ci sono buone idee alla base del tutto, non solo perchè ti viene in mente un motivo accattivante che tutti avranno voglia di cantare e ricantare fino alla nausea. Nulla da dire sull'esecuzione dei brani, magistralmente interpretati sia con la voce che con gli strumenti, ma il pregio tecnico non compensa quello compositivo, quello delle idee, che qui sembra decisamente essere venuto meno. Quindi, cari Anathema, o “riscoprite il vostro lato oscuro”, o è meglio che lasciate perdere, perchè questa rotta, per quel che mi riguarda, vi sta solamente portando alla deriva. E sarebbe un vero peccato dopo i bellissimi album dati alla luce nei primi anni.


1) Untouchable (part 1)
2) Untouchable (part 2)
3) The Gathering of the Clouds
4) Lightning Song
5) Sunlight
6) The Storm Before the Calm
7) The Beginning and the End
8) The Lost Child
9) Internal Landscapes