ANATHEMA

The Silent Enigma

1995 - Peaceville Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
16/07/2019
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione

Non è mai semplice scrivere di un disco come "The Silent Enigma", reputato da molti - me compreso - il capolavoro assoluto degli Anathema. Ammetto che avrei dovuto iniziare questa disamina ormai da parecchio, ma ho aspettato del tempo per maturare le giuste impressioni. Nel mentre è accaduto qualcosa, a dire il vero non piacevole (la morte di un amico) che ha dato uno stop a qualsiasi mia riflessione in materia portandomi a considerazioni ben più profonde. Il tutto ha rallentato considerevolmente quanto stavo incubando nella mia coscienza, nella mia memoria, dandomi comunque tempo per pensare. Cosa davvero importante per noi che scriviamo. Pensare. Mettere insieme idee, tasselli come in un puzzle cercando prima o poi di tirare fuori le parole necessarie, che spesso e volentieri ci sembrano sfuggenti come sabbia al vento. Tutto sta a cercare di incanalare tante di quelle parole, di quei discorsi in un unico flusso che possa sembrare compiuto e che possa in qualche maniera avere un necessario filo logico, indispensabile per chi legge per farsi un idea di quanto si sta scrivendo, e nello specifico, di ciò che si sta andando a recensire. Non so se questo periodo di riflessione mi abbia portato effettivamente a mettere in piedi un "prodotto" che possa rendere giustizia ad uno dei parti discografici più influenti ed importanti di sempre (in ambito metal), e nel caso contrario faccio ammenda, dato che quanto si vorrebbe effettivamente esprimere non coincide mai con quanto viene effettivamente espresso, considerando che c'è sempre uno scarto tra la mente e la mano adibita a scrivere. Ma non è mai bello divagare, dunque concentriamoci su questo disco. Un capolavoro, ho scritto all'inizio, e non è un eufemismo, dato che The Silent Enigma viene reputato non solo - e questo ho già avuto modo di accennarlo - il miglior disco degli Anathema, ma uno dei maggiori esempi di doom/death nella storia del genere, insieme alla doppietta "Turn Loose The Swans"/"The Angel And The Dark River" dei My Dying Bride e a "Gothic" dei Paradise Lost (e mettiamoci pure "Brave Murder Day" dei Katatonia, nel caso volessimo trasformare questo triumvirato in un quartetto). Dunque non un disco da poco, e chiunque mastica un po' il genere o conosce bene il metal penso che lo sappia già. Un disco scuro, cupo, ma maestoso, in cui nove tracce dotate di una bellezza "pittorica" (almeno cinque di una lunghezza ragguardevole) riescono a catturarci e catapultarci in abissi contemplativi in cui è facile perdersi. Difficile per molti arrivare a simili vertici solo al secondo disco, ma non per gli Anathema, band che ha avuto le idee ben chiare sulla propria direzione sin dagli esordi: a due demo piazzate una dopo l'altra in tempi relativamente brevi (An Iliad Of Woes è del 1990, mentre All Faith Is Lost è dell'anno successivo) fa seguito dapprima il celebre The Crestfallen Ep, quindi il primo full length Serenades, in cui i nostri, seppur acerbi sotto molti punti di vista, iniziano a tracciare le coordinate di quello che sarà il sound destinato a renderli famosi. Fin qui la line up si è consolidata con Vincent e Danny Cavanagh alle chitarre (il terzo fratello Jamie abbandona la barca dopo la seconda demo), Darren J. White alla voce, Duncan Patterson (terzo dioscuro insieme ai fratelli Cavanagh) al basso e John Douglas alla Batteria. Nel '95 abbiamo un nuovo Ep, Pentecost III, che nonostante l'etichetta di extended play avrebbe tutte le carte in regola per essere considerato un Lp (dura oltre quarantuno minuti). Il sound viene ulteriormente raffinato, e si ha una prova ancor più convincente del singer White che modella la sua ugola con una maggiore versatilità rispetto al passato. Tutto sembra scorrere abbastanza liscio e la strada verso la perfezione sembra spianata. Non fosse per il fatto che dopo Pentecost III White abbandona la baracca per "divergenze artistiche". Il colpo è abbastanza duro (White è un singer credibile oltre che uno dei motori principali della squadra). Ma in realtà nulla è perduto: la band cerca - riuscendoci - di attutire il colpo sostituendo lo storico vocalist con Vincent Cavanagh. La squadra, assestatasi come quartetto (i fratelli Cavanagh, Patterson e Douglas) si prepara a dare alla luce il disco della consacrazione. Siamo nel 1995, stesso anno di Pentecost, e i nostri entrano nella storia con una pietra miliare del genere, uno di quei lavori che solo i maestri possono pensare di concepire. Sto parlando ovviamente di The Silent Enigma". Un disco unico, emozionale, adornato da un lotto di pezzi di indiscutibile bellezza, carichi di pathos, talvolta maggiormente atmosferici ("Alone", "Nocturnal Emission"), altre volte più "fisici" ("Restless Oblivion", la struggente "Sunset Of Age"), termine da prendere con le pinze dato che la ricerca di atmosfere è parte inscindibile di questo disco. Il barocchismo sembra di casa in un parto discografico che pur rientrando nella nomenclatura "doom death" esprime effluvi "gotici" ove il termine in questione si tiene ampiamente alla larga dall'uso fatto altrove da certi gruppi, considerando che qui il "gotico", il "romantico" (à la sturm und drang) sono parte di una percezione sottile che si preoccupa di coinvolgere l'anima dell'ascoltatore, e non di una trita standardizzazione manieristica. Ma di base sempre di doom death si parla: un alchimia di passaggi abissali ed evocativi abbelliti dalla voce sofferente di Cavanagh, artista a tutto tondo che si dimostra capace di non sfigurare al confronto con il precedente vocalist. Per quanto successivamente questa formula sia stata presa a modello da stuole di gruppi bisogna ricordarsi che tutto parte dalle intuizioni geniali degli Anathema (come di quelle dei My Dying Bride e dei Paradise Lost, altri elementi fondamentali di una triade rivoluzionaria). Il disco in questione va considerato dunque "seminale". Quindi sarebbe deleterio ripetermi, ma lo faccio ugualmente sottolineando come con questo disco il termine capolavoro sia sicuramente meritato, e non importa se in queste poche riflessioni non sia riuscito ad esprimere tutto quel che avrei voluto dato che spiegare un emozione (o una serie di emozioni) è praticamente impossibile: queste vanno vissute, e allo stesso modo per rendersi conto della bellezza del suddetto masterpiece bisogna ascoltarlo, più e più volte, avidamente, lasciandosi trasportare dalle spire ipnotiche di lascive, oscure tessiture che sfiorano reami trascendentali, farsi tramortire dalle plumbee cappe di nera bruma ora fluida come catrame, ora impalpabile come le ombre dell'eterno regno della notte. Solo così si può comprendere tutta la carica implosiva di un disco che a distanza di anni non smette di appassionare. Questo ulteriore passo lo lascio a voi che leggete. Io, avendo esaurito quel poco che avevo da dire - almeno per ora - vado direttamente al sodo passando alla nostra consueta track by track.

Restless Oblivion

Si inizia in maniera magistrale con il primo capolavoro del lotto, "Restless Oblivion" (Oblivio Irrequieto), pezzo che si apre gradualmente in fade-in, dando spazio sin dai primi secondi ad un oscura e malinconica melodia scandita da tocchi dimessi di batteria. Poco prima del minuto si fa spazio un giro di basso abissale, cupo, profondo, accentuato da pochi colpi al drum kit. Il singer declama laconicamente "come on!", e ai due minuti un giro di chitarra sibilante ci introduce al pezzo vero e proprio. Il vocalist si reinserisce quindi nel tessuto sonoro per iniziare a declamare con voce malinconica, umbratile il suo tormento per un amore perduto. E infatti qui si parla della morte dell'amore (tema classicissimo, tanto caro ad alcuni dei vertici della poesia e della letteratura di tutti i tempi: superfluo citare Baudelaire o Poe), la perdita di una compagna insostituibile che getta il protagonista nello sconforto più totale. Sentiamo Cavanagh impersonare questo protagonista, struggendosi per la propria donna ormai defunta, e recepiamo uno sconforto totale capace di obnubilare la sua mente e portarlo ad un livello di depressione irreparabile. Non abbiamo dolci ricordi, bei momenti a cui è lecito ripensare con malinconia, ma solo tristezza destinata ad incancrenirsi e a portare il protagonista verso abissi di desolazione capaci di annichilire tutto. Un verso in particolare è ripetuto a scandire la sua disperazione ("Piansi come un giardino desolato/Quando la mia innamorata morì") quasi che non ci sia ancora rassegnazione per quella dolorosa morte. Pensieri che vengono reiterati, mentre la musica in sottofondo si erge disperata, sottolineata da quei passaggi di chitarra già menzionati in precedenza, una chitarra isterica, convulsa come la sua anima destabilizzata, flagellata, sottoposta ad un auto-martirio che non vuole ne può cessare. I passaggi si fanno saltuariamente stentorei mentre il nostro protagonista ripete nella sua mente, in un perverso mantra, "piansi come un giardino desolato quando la mia innamorata morì". Verso la metà del brano i toni si stemperano in un frangente più tranquillo, atmosferico, dominato inizialmente da impalpabili accenti quasi "ambient". Tali sfumature si strutturano gradualmente in un passaggio più compiuto, estremamente rallentato, dominato al solito da pochi singulti di chitarra e battiti dosatissimi di batteria. Emerge sfuggente anche la voce, torbida, crepuscolare, pregna di un angst difficile da descrivere. Verso i cinque minuti e quaranta si emerge da questo pozzo catramoso per ritornare in seno alla struttura principale, assolutamente in sintonia con quanto sentito nella prima metà del brano, quindi più scattante, dinamica, ma impregnata sempre e comunque da quel senso di opprimente spleen che caratterizza tutto il brano. Ci troviamo dunque al cospetto di un pezzo possente in cui frangenti più "fisici" sono alternati con rara maestria ad altri crepuscolari ed introspettivi per un risultato complessivo che sa ben comunicare i sentimenti di malinconia e rassegnazione percepiti dal protagonista. Un piccolo capolavoro estremamente comunicativo capace di fotografare con precisione determinati sentimenti senza scadere nel melenso o nel pacchiano.

Shroud Of Frost

Si continua egregiamente con la seconda "Shroud Of Frost" (Velo Di Freddo), aperta da un intarsio di basso a cui fa subito eco un giro melanconico di chitarra. La voce subentra dopo poco, in un tono rassegnato e spento, per raccontarci delle visioni di un non meglio specificato personaggio. Questi si trova in uno stato allucinatorio in cui prendono forma immagini mortuarie e scenari catacobali. Tra le varie digressioni notiamo come questi sia ossessionato da figure prive di vita - viste apparentemente dalla finestra - che sembrano fissarlo, ombre di defunti che in realtà non esistono e fanno unicamente parte della sua coscienza alterata. Molti pensieri si susseguono senza continuità, come fosse la mente di un uomo sedato da qualche narcotico: la morte del sole, che precede un mattino nero, anime che scivolano via dalla vita per entrare per sempre a far parte dei Campi Elisi... strani pensieri affastellati in una mente contorta che si accartoccia in uno stato di depressione andante, un uomo che sembra crogiolarsi nel suo spleen esistenziale quasi fosse un novello Des Esseintes ("Au Rebours" di K.J. Huysmans). Insomma, un florilegio di visioni sfuggenti, molto strane, bizzarre, impossibili da decifrare con correttezza. La chitarra nel mentre si quieta per un attimo, e giusto poche note pizzicate timidamente cedono spazio quasi subito ad un altro riff colmo di indecifrabile mestizia, intanto che la voce si lascia andare proseguendo il proprio "racconto" su toni dimessi e rassegnati. Al minuto e trenta circa la voce si carica di un'energia mirabile, dettata da un nervosismo che si smarca per un momento dallo spleen autoflagellante per assumere toni deflagranti. E anche il riff di accompagnamento si nutre della stessa energia, irrobustendosi magnificamente. Una trentina di secondi dopo tutto si cheta, e l'energia precedentemente irradiata sembra spegnersi come una stella morente. Ancora un piccolo stop, che concede ad un riffing triste di emergere a cullarci e riportarci su lidi irrimediabilmente disperati. Ancora una quarantina di secondi e i toni tornano a riscaldarsi, riportandoci a godere della stessa energia profusa verso il minuto e trenta. In prossimità del minuto e trenta le note si allungano, stirano, spaghettificano come in prossimità di un buco nero, ed esattamente come fossero attirate da quel corpo celeste finiscono per sparire nel buio. La voce si fa recitata intanto che in sottofondo si sprofonda nel vuoto (a dominare è il silenzio e giusto pochi effetti simil-ambient a rincarare il senso di smarrimento). Ai quattro minuti e quaranta un riff esplode in tutto il suo vigore, accompagnando la voce recitata di Cavanagh nel suo cammino tormentato. Al sesto minuto la voce si smorza, lasciando spazio unicamente ad una evocativa coda strumentale, tanto dolorosa quanto magnifica.

...Alone

Il terzo brano "...Alone" (Solo) pur essendo un altro brano di incredibile fattura si concentra maggiormente sulla creazione di atmosfere, detenendo il primato del testo più corto (cantato dolcemente dalla guest Rebecca Wilson) e struttura più semplice (c'è un ricamo basilare di chitarra che si dipana per gran parte del brano). L'inizio è affidato ad un primo ricamo di chitarra, davvero pacato, capace di farci entrare gradualmente in un atmosfera triste e trasognata. La chitarra inanella con parsimonia note capaci di creare un ambientazione colma di mestizia, e al minuto e trenta fa la sua comparsa la voce femminile che accusa il suo uomo di averla lasciata morire, sottolineando che nella sua mente l'unica cosa davvero soffusa è stata la "serenata invernale". Poche semplici riflessioni da quello che si comprendere essere uno spirito, un ombra capace di comunicare la sua delusione dal regno dei morti. Una delusione nei confronti di chi non l'ha capita, di chi ha minimizzato lo stato fisico/psicologico di questa donna abbandonandola al suo destino e portandola irrimediabilmente alla morte. Non sappiamo se questo trapasso è avvenuto per un suicidio o se la donna si sia lasciata morire, ma resta il fatto che il suo amato viene da questa additato per la sua morte iniqua. E nonostante la voce flebile con cui sussurra tali parole si comprende che dietro a tanta delicatezza si nasconde un baratro di amarezza. Tali parole sembrano sfumare tra i delicatissimi ricami di chitarra capaci di amplificare il clima di desolazione creatosi. Non vi è una vera ricerca di un climax, non vi sono particolari cambiamenti strutturali, solo la volontà di trasmettere tanta tristezza attraverso mezzi esigui. La semplicità alla fine si rivela vincente, dato che la "sublimazione" porta ad un risultato che cristallizza in maniera perfetta determinati sentimenti. Un brano "atmosferico" dunque, impalpabile, evanescente, che si rivela essere un nuovo capolavoro capace di dare seguito alle visioni elegiache dei nostri.

Sunset Of Age

La quarta "Sunset Of Age" (L'Alba Dei Tempi) si prefigura come l'ennesimo capolavoro dei nostri, e anzi, in una scaletta personale si pone come vertice assoluto insieme all'opener Restless Oblivion, raggiungendo indubbiamente i suoi livelli di pathos. La parte iniziale si affida a un ricamo soffice di chitarra, presto raggiunto da un roboante riff di basso, cupo, abissale che ci inserisce con energia in questo nuovo viaggio. La voce subentra liturgica per introdurci ad un testo davvero particolare, che pare ispirato da qualche visione estatica. Si fa cenno a "troni di sofferenza" e "dimenticati oceani di speranza" e il tutto sembra condurre a qualche stato allucinatorio frutto di una coscienza alterata. O ad oscure riflessioni "romantiche" in cui immagini decadenti si susseguono senza soluzione di continuità. Il protagonista sembra perso in questi mondi astratti contemplando illusioni che sembrano prendere forme compiute. Il tutto sembra dettato dalla sofferenza: non vi sono visioni allegre (il trono a cui si accenna inizialmente è per l'appunto un trono di sofferenza, le "estati" nominate alla fine sono considerate morte, e nel mentre strani flash decadenti vengono passati in rassegna). Uno spaccato questo che, sia che faccia riferimento ad incubi o visioni, sia che appartenga ad una serie di contemplazioni surreali, ci porta a considerare il protagonista come un personaggio degno della migliore tradizione decadentista/simbolista. Un personaggio che ama abbandonarsi al mondo non reale, rifuggendo dal peso del concreto, sostituito da una dimensione "su misura". E tali visioni sono espresse con voce martoriata, intanto che il basso dipinge sullo sfondo scenari abissali e la chitarra si lascia andare a ricami colmi di sottile disperazione. Le musiche tratteggiano paesaggi movimentati: i singulti di chitarra uniti a il persistente pulsare catacombale del basso ci portano a visualizzare momenti di decadente destabilizzazione. Quasi come stare in un cimitero durante una tempesta o in un vascello di notte tormentato dalle onde, in attesa del Maelstrom. La voce subentra a sprazzi con il suo carico di visioni surreali, mentre gli strumenti continuano ad evocare con maestria sentimenti non appartenenti a questo mondo. Verso i due minuti e cinquanta abbiamo un breve stop che lascia spazio al ricamo di chitarra già sentito all'inizio, cosa ripetuta successivamente ai tre minuti e dieci. Ai tre minuti e cinquanta un ricamo elettrico di grande potenza si fa spazio per brevissimo tempo, per poi riemergere verso i quattro minuti e mezzo, reiterato con più frequenza, e quindi risultare onnipresente nella parte finale, giostrata su ritmi grassi e roboanti a supporto della voce, ora tonante e colma di una energia davvero incredibile.

Nocturnal Emission

Si continua con "Nocturnal Emission" (Emissione Notturna), altro pezzo in cui a prevalere è la creazione di atmosfere. Un pezzo decisamente sfumato, tratteggiato attraverso pastelli grigi ed ocra, privo della possenza di alcuni brani sentiti in precedenza. La dose maggiore di energia è quella percepibile dal riffing mastodontico che si ode all'inizio del brano. Quindi, poco prima del minuto l'atmosfera si fa più soffusa, impalpabile, con sottili ricami che si susseguono spianando la strada al vocalist, che subentra narrando il suo errabondare notturno, il suo fremente desiderio per una donna e come questi vorrebbe vederla ardere e riempirsi di cicatrici. L'intreccio ancora una volta fa a meno della linearità: la struttura di base, ossia "ciò che si vuol comunicare" è abbastanza palese, ma al contempo si affastellano pensieri, "stranezze" ("una notte desolata illuminata dal buio" [...] "adesso ti prendo nel mio sonno") di stampo surreale che mettono in dubbio il fatto che quanto narrato sia frutto di una mente lucida. Comunque, aldilà di tutto questo, c'è sempre un oggetto del desiderio, una figura femminile, che il singolare personaggio che definiremmo protagonista del brano vorrebbe "immolare" per appagare le sue fantasie malate. La donna quindi dovrebbe andare - secondo le sue strane fantasie - incontro ad un destino iniquo bruciando solo per soddisfare questo strano uomo. Per il resto il brano prevede in maniera molto lineare: tutto si gioca sulle atmosfere, su certi intarsi strumentali che si ripetono come un mantra arrivando sovente ad un grido disperato del singer (incarnazione del protagonista) e a dei respiri affannosi. Non vi sono particolari sorprese, cambi di tempo, voli pindarici su cui è lecito soffermarsi. Bel pezzo, sicuramente crea atmosfere particolari, comunque a onor del vero non uno dei miei preferiti, dato che il meglio è decisamente altrove.

Cerulean Twilight

"Cerulean Twilight" (Tramonto Ceruleo) è un altro brano di indiscutibile bellezza, basato tutto sulla creazione di atmosfere: sette minuti abbondanti di discesa negli abissi dell'animo umano attraverso una struttura musicale essenziale, ma che grazie a tale essenzialità riesce a dare decisamente l'idea di sprofondare in un pozzo senza fondo. Non c'è bisogno di una ricerca del climax e di cambi umorali o strutturali. Basta e avanza una struttura semplice ma ben giostrata che riesca a toccare efficacemente certe corde. Esattamente come avviene qui, considerando che l'efficacia è frutto di una sapiente sublimazione. In soldoni abbiamo un'introduzione impostata su un riffing scarsamente emozionale, e dunque il subentrare della voce. Questa si prodiga a narrare di come il protagonista del brano sia disteso millantando di aver raggiunto una presunta armonia e sognando ad occhi aperti. Nonostante queste prime dichiarazioni il suddetto personaggio confessa di essere in preda al dolore, e si sta lasciando andare gradualmente verso l'autoannichilimento, mentre la voce di una persona a lui cara - la sua amata forse - si fa sempre più fioca. L'uomo sta forse morendo, o semplicemente sta perdendo i sensi credendo di morire. E intanto prega di essere lasciato in pace. Esattamente come nei brani precedenti ci si cala in excursus mortuari o pseudo tali (nel senso che saremmo portati a credere che l'uomo stia andando incontro alla sua fine, ma potrebbe essere solo sotto effetto di narcotici, il che spiegherebbe la dicotomia tra il passaggio che parla di un'armonia raggiunta e quello dopo che evidenzia un grande dolore), evidenziati da una struttura musicale che si trascina attraverso dei pattern grigi, ombrosi, forgiati tutti su intarsi di chitarra ripetuti fino allo sfinimento e un uso davvero parco della batteria. La voce si fa a volte recitata, a volte terribilmente energica, a spezzare un andamento a onor del vero molto lineare. Degna di menzione la componente "effettistica" che dalla metà del brano in poi si prodiga di calarci ancor più negli abissi già descritti in precedenza.

The Silent Enigma

Arriviamo così alla title track, "The Silent Enigma" (L'Enigma Silenzioso), brano ancora una volta pregno di un inenarrabile bellezza, malinconico fino al midollo e capace di regalarci momenti davvero preziosi. Esattamente come il precedente brano, The Silent Enigma vive alimentandosi di atmosfere, navigando in mari sconsolati imponendosi come continuo ideale del pezzo ad esso antecedente. Già dai primi istanti il brano si struttura su tessiture umbratili imposte dalla chitarra: un magma di desolazione ribolle accennando ambientazioni desolate senza tratteggiarle con evidenza, e il tutto appare nebuloso, fioco come un nugolo di fuochi fatui nella nebbia. La chitarra viene presto raggiunta da un giro abissale di basso e dalla voce, triste, accartocciata in uno spleen autoannichilente (l'impostazione vocale adottata può ricordare il Tom G. Warrior più darkeggiante) che in breve ci porta al cospetto di uno dei testi più strani, bizzarri, forse "ermetici" del lotto. Ancora facciamo i conti con le visioni di un uomo non specificato, perso in un angst esistenzialista che lo porta a vagheggiare di scenari surreali abitati da figure femminili che urlando tutto il loro dolore lo tormentano e schiavizzano. Si accenna ad una figura particolare - la sua amata - che forse morta ritorna dalla polvere per invadere le sue fantasie. questo in breve, poi, come già accennato, dovendo misurarci con un testo zeppo di richiami "particolari" (si legga pure "passaggi privi di una connessione intellegibile") il resto preferisco considerarlo come un tripudio barocco di elementi atti a creare una particolare ambientazione (per dire "Sono in una pace incantata/ L'innocenza ha respirato ancora/ La fuga di una mente/ Si lascia dietro mura di lacrime" e ancora "Un'era illuminata dalla luce della luna,/ il bacio al tramonto dell'oblio/ Desideri lamentosi/ La felicità è solo una visione spezzata/ L'utopia non è ancora nata?"). Tali osservazioni sono ben corredate di un apparato musicale struggente fatto di intarsi di chitarra pieni di mestizia e una batteria come al solito mai invadente. Il tessuto si presta sovente a delle "dissolvenze" in fade out in cui qualsiasi carica di rabbia e angoscia maturata gradualmente sembra annichilirsi nel nulla, dando modo agli strumenti di riprendere per gradi a intessere le proprie trame: un primo effetto dissolvenza lo abbiamo verso i due minuti, quindi verso tre minuti e un quarto mentre il terzo è percepibile verso i quattro minuti, posto ad un attimo dalla fine.

A Dying Wish

Il penultimo brano "A Dying Wish" (Un Desiderio Morente) risulta essere uno dei brani più lunghi del lotto, dati i suoi otto minuti e passa, e al contempo un altro dei capolavori incontrastati. Inizialmente si ha una lunga introduzione (di un minuto e cinquanta più o meno) tutta giostrata su un bellissimo ricamo di chitarra. Quindi sorpassata l'introduzione si ha un riff elettrico particolarmente energico ma non "pesante", piuttosto pregno di quella incredibile malinconia che i nostri sanno maneggiare alla perfezione. Un riff molto melodico reiterato più volte che verso i due minuti e venti permette l'entrata in scena della voce che ci delizia stavolta con vagheggiamenti abbastanza oscuri, ma che di base danno l'idea di decadenza portata da un uomo, il protagonista del brano, disilluso portatore di rovina, che consapevole del suo ruolo negativo contempla agognandola la propria fine. L'uomo ha portato la desolazione in una terra prima rigogliosa, il suo eden, il suo "empireo", e ciò che ha fatto lo lacera dall'interno. La sua morte è ormai questione di tempo, e ogni singolo pensiero fatto da questi ci fa comprendere come questi ultimi attimi siano segnati solo dal rimorso. In realtà magari si parla di altro, forse è solo una visione "trasfigurata". Considerando l'onnipresenza di una figura femminile (percepibile in più brani) legata al concetto di morte, forse anche qui - con molta fantasia - possiamo percepire che le visioni desolanti legate apparentemente ad un proprio paradiso perduto, in realtà possano riferirsi a ben altro. Forse l'argomento (molto) implicitamente ha a che fare con la perdita di una donna amata, e il senso di colpa non è per la perdita del suo "Eden", ma di qualcosa di ben più importante e "reale", ossia l'amore della sua vita. Dunque a meno che non si parli di Lucifero, della sua "caduta" e della successiva perdita di un Paradiso che gli spettava quasi di diritto ("un viaggio tragico" [...] "Io sono affondato nel deserto silenzioso/ sono caduto" [...] "il mio Empireo è una cicatrice") cosa di cui dubito fortemente, allora si parla delle pene reali di un uomo reale, che possono essere motivate dalla perdita di qualcosa che non è esattamente un illusione. Ma è solo un ipotesi, e data la natura ostica del testo non si può che fare ricorso a congetture. E così, mentre il nostro cantore, nelle vesti del protagonista di tale surreale dissertazione si diletta ad esprimere il suo logorio interno, gli strumenti pennellano scenari malinconici in cui si evidenzia un lavoro di chitarra particolarmente emozionale. Un riff elettrico possente ma malinconico viene reiterato più e più volte prima di una pausa verso i tre minuti e venti, in cui gli strumenti placano il proprio impeto per dare spazio ad un frangente maggiormente atmosferico, dominato dalla voce e da un guitar work venato di tristezza. A tre minuti e cinquanta circa un urlo (Silence!) riporta il brano su lidi più possenti, che si concretizzano in una parte strumentale dominata da un riff maestoso e scandito da una batteria parca ma incisiva. Ai tre minuti e quaranta l'energia espressa da questo frangente si scioglie in una parte ancora dai toni depressogeni, in cui una chitarra triste tratteggia scenari ocra e grigi, autunnali sino al midollo. Ma è un attimo, e in breve, complice un maggiore dinamismo della chitarra e della batteria, ci si avvia nuovamente ad una parte più energica. A cinque minuti e quaranta il pattern creatosi si dissolve in fade out in una parte totalmente atmosferica, quasi ambient, dominata da un'effettistica atta a creare un senso di sottile tensione nell'ascoltatore. Un graduale tamburellare della batteria ci rincanala ben presto (oltrepassati ampiamente i sette minuti) nella struttura principale, possente e melanconica, magniloquente nel suo fiero incedere. Finale affidato ad un breve, sommesso ricamo di chitarra.

Black Orchid

Si conclude in bellezza con la strumentale "Black Orchid" (Orchidea Nera), degna coronazione di un album pressochè perfetto, nono brillante di questo fulgido diadema sonoro. Il brano risulta nei primi due minuti e dieci circa estremamente placido, tutto impostato su ricami di chitarra placidi e trasognati. Oltrepassata questa soglia il brano inizia a strutturarsi su un riff estremamente inquietante, scandito saltuariamente da sparuti colpi di batteria. Il tutto assume quasi i toni di una sorta di processione, subodorando di un vago olezzo liturgico. Il finale si spegne in fade out, gradualmente, facendo scivolare il brano tra le ombre della notte come uno spettro. Sarebbe questo nulla più che una "outro", una parte conclusiva posta unicamente a sigillo del disco, ma ancora una volta i nostri riescono a creare un esperienza mirabile: la totale dicotomia tra le due parti (calma la prima, lugubre la seconda) crea un tale senso di inquietudine da far accapponare la pelle. 

Conclusioni

Arriviamo così alla fine del nostro viaggio e alle nostre consuete considerazioni finali, che, inutile sottolinearlo, servono solo a rimarcare la totale riuscita di un disco classificabile indubbiamente come capolavoro. Ho già speso abbondanti parole per cercare di dare un idea della bellezza di un platter senza tempo, apice assoluto di un gruppo che il doom/death ha contribuito a plasmarlo, definendolo entro parametri poi presi a modello da tanti gruppi a venire. Un gruppo di caratura superiore, che evitando di crogiolarsi sugli allori si è addirittura smarcato dal genere portando il proprio sound verso soluzioni antitetiche a quelle rodate ad inizio carriera, confezionando dischi spesso lodati dalla critica, ma che verrà sempre ricordato per questo gioiellino che il tempo ha decretato come immortale. Un masterpiece forgiato su nove perle tutte di indubbia caratura, con due/tre pezzi che definire perfetti è puro eufemismo (Restless Oblivion, Sunset Of Age, oltre che il notevole A Dying Wish), capaci di trasmettere magistralmente un lacerante senso di malinconia. Il disco risulta ben suonato (tutti ottimi i musicisti), ben cantato (Vincent Cavanagh non fa rimpiangere nella maniera più assoluta il suo predecessore) oltre che immensamente ispirato. E questa è una componente (fondamentale) su cui non si può lavorare. Non è che decidendo di fare un disco "ispirato" questo venga fuori matematicamente con tali caratteristiche. L'ispirazione o c'è o non c'è: magari può sbocciare da un momento poetico, da attimi capaci di stimolare, e i nostri sembrano aver colto quei precisi momenti, quegli attimi, per captare certe sottili vibrazioni e ritrasmetterle fedelmente su questo disco. È chiaro fin qui che stiamo parlando di un prodotto di caratura decisamente superiore, in cui la componente musicale risulta talmente perfetta da non prestare il fianco a nessun genere di critica negativa. Ma non è finita. I vari brani sono corredati da testi tutti ugualmente efficaci, capaci di esprimere tramite parole quanto già si rende palese musicalmente. La desolazione, l'angoscia, lo spleen che l'apparato strumentale riesce a comunicare benissimo vengono sublimati e magnificati da liriche altamente poetiche e dal notevole tasso immaginifico, che ruotano tutte attorno a concetti quali morte, depressione, malinconia. Non sempre quanto viene espresso è comprensibile "a primo acchitto" (salvo il testo di Restless Oblivion, che risulta particolarmente incisivo) ma non è un problema. Del resto ho parlato di "testi immaginifici" dunque dotati della peculiarità di stimolare l'immaginazione, anche con figure retoriche che possono risultare di scarsa intellegibilità. Da notare che il fatto che i nostri dimostrino di sapersi destreggiare con testi non lineari e, a volte, abbastanza criptici raggiungendo sempre e comunque il bersaglio dimostra delle capacità non comuni: sono molti i gruppi che fanno affidamento a testi astrusi allo scopo di disorientare, o cercando di comunicare concetti e sensazioni senza effettivamente riuscire nell'impresa. Io da critico mi sono trovato più volte a fare i conti con testi che facevano al massimo perdere la pazienza perchè infarciti di lungaggini che non portavano davvero da nessuna parte. Ma in questo caso è diverso, perchè la non linearità di gran parte dei testi, la scarsa fruibilità data da passaggi oltremodo particolari riescono invero a comunicare sensazioni, lasciando in una maniera o nell'altra qualcosa nel nostro "io" più profondo. Un cenno poi va fatto anche alla cover del disco: tutto questo tripudio di decadente bellezza viene ben compendiato da un dipinto a dir poco magistrale ad opera di un pittore neanche troppo conosciuto, ossia Joseph Wright, artista inglese anticipatore di un certo naturalismo romantico che troverà massima espressione in Turner e Constable. Quella che vediamo in copertina è solo una parte di un dipinto intitolato "Lady in Milton's Comus" e ci mostra una veduta notturna di grande intensità, ove una serie di alberi e arbusti fungono da sipario oltre il quale si staglia un cielo coperto di nuvole e illuminato ad una luce fioca (quella della luna). Il dipinto, nella sua interezza comprende anche una figura femminile (la Lady che da il titolo all'opera), evidentemente tagliata per accentuare il senso di solitudine di cui il disco è permeato. Un opera perfetta, scelta mirabilmente a dare un plusvalore a un platter che non ne avrebbe neanche bisogno. Dunque, a conti fatti con The Silent Enigma abbiamo un esperienza unica, frutto di un lavoro perfetto sotto tutti i punti di vista, in cui i nostri sono riusciti a convogliare tutta la loro bravura ed ispirazione. Una vetta questa che non sarà più raggiunta (al massimo sfiorata con l'altro capolavoro Alternative 4) nonostante quanto sia venuto dopo - come già scritto - ha avuto plausi da parte della critica e di parte del pubblico. Ma non sono i "nuovi Anathema" quelli di cui mi piace parlare con più trasporto. Data una certa deriva particolarmente "alternativa" non è più tempo di capolavori assoluti come Restless Oblivion o Sunset Of Age. Poco importa. Queste sono perle che rimarranno per sempre incastonate nei nostri cuori metallici, e nessuno e niente potrà portarci via.

Ad Emilio.

1) Introduzione
2) Restless Oblivion
3) Shroud Of Frost
4) ...Alone
5) Sunset Of Age
6) Nocturnal Emission
7) Cerulean Twilight
8) The Silent Enigma
9) A Dying Wish
10) Black Orchid
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