ANABASI ROAD

Anabasi Road

2014 - AR Records

A CURA DI
MICHELE MET ALLUIGI
16/04/2015
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Nell'epoca del digitale, della modernizzazione musicale e della ricerca di sonorità sempre nuove, fa comunque sempre piacere riascoltare quel sound primigenio e cristallino da cui tutto è partito ed al quale ancora oggi dobbiamo tanto; consideratelo pure un sillogismo, ma se oggi abbiamo la miriade di band che ci fanno fare head banging fino a scomporci le vertebre cervicali è merito dei grandi pionieri del rock, quei coraggiosi precursori i cui nomi sono stati incisi con la forza delle loro note nella lapide impenetrabile del tempo e che per ovvie ragioni resterà indelebile fino alla fine dei tempi. Pensiamo a nomi come Led ZeppelinDeep PurpleJimi Hendrix e Black Sabbath, giusto per citarne tra i più noti, per individuare artisti costantemente presenti nelle influenze di chiunque dica di suonare rock. Un filone a sé meriterebbe poi il progressive, un genere che da solo potrebbe riempire tomi e tomi di storia della musica e che, fin dalla sua prima comparsa sulla scena, ha letteralmente stravolto e rivoluzionato tutto il modo di fare musica: siamo negli anni in cui di li a poco sarebbe nato anche il punk, il genere la cui semplicità ed immediatezza lo rende letteralmente antitetico al prog, eppure tutto è nato da pochi e semplici quesiti che degli spavaldi musicisti si sono a loro tempo posti: chi ha stabilito che i tempi devono essere per forza in quattro quarti lineari? Chi ci obbliga ad utilizzare solo tonalità naturali? Chi ci vieta di utilizzare stili e soluzioni che arrivino da generi musicali completamente diversi dal rock? Questo è stato il fondamento di quello spirito di ricerca, e se vogliamo di ribellione anche, che ha portato alla genesi della musica progressiva, la quale, ampliando la sperimentazione fino al proprio apogeo e sconfinando talvolta nella psichedelia, ha consentito alla musica in senso lato di varcare tutti gli orizzonti dello scibile umano: Pink FloydYesGenesisKing CrimsonJethro TullThe Doors e via dicendo sono tutti nomi che si possono immediatamente riscontrare nelle sonorità degli emiliani Anabasi Road, che giungono al debutto discografico con questo album omonimo. Prima di addentrarci nell'analisi di “Anabasi Road”, bisogna porre un postulato imprescindibile: il progressive rock è una musica che non va solo ascoltata passivamente, o peggio ancora distrattamente, ma va sentita nel senso più ampio della percezione sensoriale, vale a dire non solo con le orecchie ma anche con il cuore e la mente: solo aprendoci completamente a queste sonorità la nostra anima potrà veramente lasciarsi cullare dalle dolci note sognanti di una sinfonia progressiva che, paradossalmente, potrebbe anche non avere mai fine. L'artwork del disco, che raffigura un essenziale schema del sistema circolatorio umano disegnato in viola su un fondo giallo pergamena, sembra aiutarci in tal senso, quasi a ribadire che la musica riesce a scorrerci dentro tanto quanto il sangue pompato da nostro muscolo cardiaco, anzi, forse in maniera ancora più fluida; è appurato che non appena il nostro orecchio ascolta note che ci colpiscono, immediatamente queste risultano naturali ed riconoscibili, tanto che ci sembra quasi di conoscere il pezzo anche se si tratta del nostro primo ascolto, quasi fossero sempre state impresse nel nostro cervello e in qualche modo l'ascoltare una determinata canzone funzioni da input per riscoprirle e farle rivivere sotto nuova forma. Se il grande Jimi Hendrix riassumeva la musica con la grande massima "Basta una serie di note, il resto è improvvisazione" vi basterà elevare a livello esponenziale questo concetto per ottenere il nucleo di quella che è la musica contenuta nei migliori dischi del genere.



Il disco si apre con Pleasure In Me; un riff di chitarra dal suono tipicamente seventies introduce il brano attraverso pennate leggere ed un lavoro di mano sinistra che mette in secondo piano l'esecuzione tecnica fine a se stessa per lasciare tutto lo spazio dovuto all'istinto del musicista. Al di sotto della sei corde fanno il loro ingresso un basso energico e fluido e le tastiere, fedelmente orientate sui suoni del proverbiale organo Hammond, lo strumento ormai divenuto il vero e proprio sacro graal del rock anni settanta (chi di noi infatti non lo associa immediatamente alle mani esperte del grandissimo e mai troppo compianto John Lord). La struttura della traccia si presenta subito variegata e ricca di inserti strumentali, che ci consentono immediatamente di individuare la perizia tecnica di questi sei musicisti di Reggio Emilia. La voce, che distribuisce le strofe sulle sole parti costanti della canzone, si muove su melodie coinvolgenti e trascinanti, mostrandosi molto competente nell'alternare giochi melodici fra diverse tonalità; la naturalezza e la freschezza dell'influenza della vecchia scuola rende ancora più lampante come la lezione dei grandi “dinosauri” del genere, a quarant'anni di distanza, non sia assolutamente da catalogare come obsoleta ma anzi sia molto più al passo coi tempi di tante canzonette riproposte oggi dai cantantucoli all'interno dei vari reality show. Le liriche di questo pezzo possono collocarsi a metà fra la tradizione vintage e la letteratura ovidiana; una dolce visione femminile ci si presenta d'innanzi agli occhi e ci abbaglia con la sua immensa bellezza, immediatamente le porte della nostra mente e del nostro cuore non possono fare altro che spalancarsi verso un empireo che nemmeno Dante, al culmine del suo viaggio in Paradiso, avrebbe potuto ammirare e descrivere nelle terzine della sua Divina Commedia. Ben inteso, siamo molto lontani dalla descrizione puramente materiale della femmina ( che invece spopolerà nella maggior parte dell'hard rock degli anni 80), anzi, con fare pressoché stilnovistico il sorriso della donna immediatamente infonde nei nostri occhi un'energia che ci eleva ad uno stato di trascendenza altrimenti irraggiungibile, tanto più potente è la donna nel mostrarsi a noi tanto più noi restiamo attoniti e letteralmente accecati dalla sua bellezza. Sogno e musica confluiscono e scorrono via in “soli” otto minuti di brano. Un arpeggio delicato e suggestivo apre la successiva Clashing Stars , dove predominano subito le tastiere di Luca Orlandini nel ruolo di motore trascinante del pezzo, attraverso un accompagnamento dinamico e ricco di innovazione; l'intera struttura del brano si presenta fin da subito come un tributo agli anni settanta: impossibile infatti non riconoscere l'influenza dei Deep Purple sugli Anabasi Road. La vena della canzone è decisamente progressive, poche sono infatti le battute uguali a ripetersi, anzi, il brano scorre nel lettore come un fiume impetuoso e calmo allo stesso tempo, dove i passaggi di batteria quasi ci fanno immaginare lo scrosciare delle acque contro delle rocce mentre la morbidezza delle chitarre, impegnate in una lunga sessione solista, trasfigurano i momenti di quiete del ruscello immerso in una tranquilla pianura. Con questa traccia, il gruppo compie quello che può considerarsi lo scopo primario della musica: rendere in note le emozioni, obiettivo che si può considerare più che riuscito, dato che lo spettro di stati emotivi suscitati e variegato tanto quanto gli spunti compositivi contenuti in queste canzoni. Le stelle diventano quindi le entità superiori a cui noi, poveri mortali, volgiamo le nostre preghiere per una nuova vita ed il contrasto tra il frastuono delle nostre città, immerse tra i rumori della quotidianità e lontani dalla quiete della natura, va a porsi in antitesi con la libertà delle stelle, che luminose scorrono libere nell'immenso del cielo. Proprio la loro luce ci motiverà nel combattere i nostri oppressori, quei demoni che si manifestano a noi con sembianze simili agli altri esseri umani e che quotidianamente vessano la nostra esistenza con insidie sempre più scaltre e pericolose, verso queste creature non si deve provare pietà, il bagliore delle stelle ci accompagnerà nel nostro lungo cammino verso la libertà.Dreaming For You è introdotta da una base di tastiere oscura e quasi noir, a cui si aggiunge un pianoforte incisivo e cadenzato: la voce di Gibbo sussurra la prima parte di testo, rendendo l'apertura del brano una vera e propria sessione dark: le parole stesse sono scandite come se il personaggio che le proferisce fosse preso da un'inquietudine esistenziale velatamente romantica. Poi l'apertura, in corrispondenza della parola “why” (trad. “perchè?”), dove fanno il loro ingresso le chitarre, il basso e la batteria. Il ritmo del pezzo continua a muoversi pesante e marziale, arricchito da pause e contrattempi ritmici su cui il vocalist ha modo di liberare tutta la sua energia espressiva. È l'atmosfera dunque la vera protagonista di questa canzone, dove è nuovamente la tradizione storica del progressive a fornire il bagaglio maggiore da cui questi musicisti attingono. Al centro delle liriche vi è una condizione di disagio esistenziale: il dubbio e la richiesta di motivazione fungono da principio primo da cui muoversi verso la ricerca di risposte che non arriveranno mai. Con un'introspezione molto leopardiana, colei che potrebbe darci sollievo da questo male interiore è solo un sogno, un'immagine ormai lontana e sbiadita, a cui ormai possiamo solo rivolgere timidamente nostri quesiti; lei non c'è e noi siamo rimasti soli in una foresta tenebrosa e fredda e la nostra casa, unico rifugio dove poter trovare conforto, è ormai lontana ed inarrivabile. Anche su questo brano torna ad avere fondamentale importanza la preghiera, il totale atto di devozione verso un essere che è a noi incomprensibile ed inarrivabile, l'ultimo gesto di chi ormai ha tentato tutto ed ha fallito, un grido dell'anima accompagnato dalla magia della musica progressiva. ConSay Man, cambiamo provvisoriamente direzione del disco: è il blues ora ad animare i sei musicisti emiliani; Buddy Holly, BB King e Bo Diddley, questi sono ora le influenze che vi balzeranno subito alle orecchie. Quel sound così crudo e sentito che si origina solo dal fango delle paludi del Mississipi. Il tempo procede su una struttura in controtempo e le chitarre si muovono sapientemente su un riffing fatto di scale irregolari tipiche del genere. Gibbo è qui un vero e proprio bluesman: la sua voce calda e leggermente sporcata lascia sentire tutto il suo pathos espressivo, fedelmente accompagnato dall'armonica a bocca. Pensate sia una parentesi radicale all'interno di disco? Per un gruppo dall'estro così ampio non avrebbe nemmeno senso limitarsi ad un pezzo blueseggiante; a 3 minuti e 20 secondi vi è un nuovo balzo stilistico: un riff di chitarra dal retrogusto funky crea un crescendo che coinvolge tutti gli altri strumenti verso una ripresa nuovamente prog: un vibrato di chitarra, una parte di sintetizzatore, giusto per ricalarci nell'atmosfera floydiana e dopo un passaggio di percussioni, accompagnate da un sentitissimo assolo di chitarra, rieccoci nuovamente nei tanto amati seventies. Questa volta è la vena più ambient a trascinarci, una lunga suite strumentale di sintetizzatori e slide del plettro sulle corde di chitarra creano un ambiente decisamente sperimentale, quand'ecco che esattamente a 9 minuti e 31 secondi riprende la struttura blues dell'inizio, perfettamente allacciata con la parte precedente, che si conclude, come vuole la tradizione, con un breve assolo di armonica. In totale 11 minuti e 17 secondi di traccia, che però non risultano assolutamente noiosi ma al contrario scorrono via affascinanti e piacevoli. Ad animare il testo è l'immagine di un viandante, un semplice uomo a noi sconosciuto, dalla cui sola apparenza però rimaniamo incuriositi ed intuiamo subito la sua lunga esperienza di vita; Non ha studiato sui libri, non ha fatto corsi specialistici o master di genere, la sua è quella filosofia che si affina solo con anni trascorsi a girare il mondo alla scoperta di sé stessi. A noi persone comuni, bloccate nella staticità della nostra esistenza, non può che venire la curiosità di interrogare questo saggio: “Say man...” (trad. “dimmi, uomo”) è la frase chiave del testo: a lui chiediamo che cosa pensi, dove siano la sua guerra e la sua mente, quale sia il suo cammino e quale sia il dio che prega, ma lui rimane in silenzio, limitandosi solo a ricambiare il nostro sguardo, un passato oscuro si cela nei suoi occhi ed un velo di ignoto gli avvolge l'anima, dove è stato la scorsa notte? Il suo volto è scavato da un rimorso ma nonostante ciò non piange, chi mai avrà ucciso? Ma la risposta non arriva ed il mistero resta irrisolto. Ad un pianoforte malinconico di impronta chopiniana spetta il compito di aprireGuerra Mondiale, l'unica canzone in italiano del lavoro. Una timida lacrima di nostalgia scenderà dagli occhi dei fan dei Nomadi, ovviamente di quelli del periodo del grande Augusto Daolio. Il pathos del testo non può che colpirci profondamente dell'animo, facendoci immancabilmente tornare alla mente la bellissima “Auschwitz”, scritta dall'artista di Novellara. Le tastiere accompagnano la voce per tutti due terzi del pezzo, gli altri strumenti entreranno dopo 3 minuti e 40 secondi, a creare l'ultima apertura prima del finale, una coralità di accordi solca una ritmica di batteria articolata ed elaborata per arrivare poi ad una chiusura malinconica, che lascerà spazio a dei suoni bellici: esplosioni, mitragliatrici e sirene, la colonna sonora della quotidianità di chi ha vissuto il dramma di un conflitto mondiale e che ancora ne porta il ricordo vivido nella memoria. Come avvenne allo scoppio del primo confitto mondiale, molti di coloro che imbracciarono il fucile rimasero inebriati dalla forza dei loro ideali, che gli facevano vedere la guerra come un qualcosa di facile e praticamente già vinto; sarà solo l'arrivo sul campo di battaglia a lasciare in loro un segno indelebile, la crudità e la violenza diventano una sconvolgente realtà a cui o ci si abituava cinicamente o si impazziva nel tentare di farlo; di li a poco le loro illusioni caddero tutte come i compagni falcidiati dalle mitragliatrici nemiche. I toni del testo sono immancabilmente nostalgici, nella quiete di una sera umida si spande il pianto di un uomo, conscio ormai di essere destinato a morire in guerra; il fischio del vento (immagine ripresa dalla celebre “fischia il vento” traduzione italiana della canzone popolare russa “Katyusha”) questa volta è rovinato dal sibilo delle bombe che cadono dal cielo, ma nella disperazione vi è la speranza che prima o poi quel tormento finirà. Tra gli orrori della guerra, il sangue sporca le strade ricolme di macerie e l'anima di chi lo sparge; anche mentre colpiti si sta per morire, il pensiero va al desiderio di un abbraccio da parte dei nostri cari che, se fortunati, possono avere la magra consolazione di non vederci morire e di ricevere la triste notizia da qualche nostro compagno, che dirà loro quanto sarà stato nobile il nostro sacrificio. All'incertezza della sopravvivenza in guerra si contrappone la certezza che la guerra è un dramma che non lascia vincitori ma solo vinti. Con Maybe Tomorrow gli Anabasi Road intraprendono il cammino del rock più classico; degli accordi di chitarra acustici effettati in delay precedono l'ingresso della batteria, intenta ad un passaggio cadenzato sui timpani, ed il pianoforte, che accompagneranno uno delicato assolo di chitarra elettrica. Troviamo nuovamente nomi come Led Zeppelin e Deep Purple a costituire l'ispirazione principale, la voce di Gibbo ricalca molto lo stile del Ian Gillan dei bei tempi andati. Il ritmo si fa più sostenuto e dinamico, la batteria inserisce anche alcuni innesti disco rock utilizzando il charleston ed il rullante in maniera molto lineare, arricchendo le proprie parti con dei passaggi; la struttura del pezzo è leggermente meno variegata rispetto alle tracce precedenti ma tuttavia il songwriting è particolarmente ricco e composito. Di particolare pregio sono le aperture vocali, che con la loro limpidezza si dimostrano un ottimo espediente per lanciare le varie riprese. Nuovamente l'inquietudine caratterizza la tematica principale del testo, sembrano i versi di una poesia pascoliana tratta dai Canti di Castelvecchio, eppure, siamo di fronte ad un brano di musica rock progressiva: una notte fredda si stanzia fuori dalla nostra finestra; mentre un senso di malessere ci avvolge l'anima in un buio funereo, un'angoscia totale ci terrorizza e sentiamo la nostra fine sempre più vicina; la ripetizione della parola “end” (trad. “fine”), enunciata con enfasi sempre più crescente, ricrea il senso di oppressione di chi è colto da un attacco di panico. Vorremmo trovare la forza di reagire ma non ci riusciamo, non siamo in grado di muovere neanche un muscolo e rimaniamo bloccati in uno stato catatonico privo di via di uscita, vorremmo sopprimere in qualche modo la nostra coscienza ma la nostra inettitudine esistenziale ci lascia inermi, incapaci di aprirci una nuova strada, attualmente non siamo in grado ma forse, un domani, lo saremo.I Walk Alone viene introdotta dalle note sinistre di un sintetizzatore, l'atmosfera sembra quella di un film horror di Dario Argento, dove i suoni dissonanti, a tratti cacofonici e maligni contornano una scena statica e buia, dove la nostra paura ci fa presumere che presto avverrà qualcosa di brutale. La struttura della traccia infatti parte sontuosa con uno stile cadenzato e ricco di groove, a metà tra i Black Sabbath dei lavori più psichedelici ed i Rainbow; al ruolo di protagonista sono elette le chitarre, che si sfidano in una sequenza di assoli incisivi ed ispirati, il talento dei due chitarristi ha l'ennesima occasione di palesarsi: il loro tocco è sempre ideale ad ogni situazione, deciso nelle ritmiche, delicato nelle parti acustiche e fluido negli assoli, tre caratteristiche riassuntive di un riffing eclettico e progressivo a 360 gradi. A 4 minuti e 15 secondi arriva lo stacco: l'atmosfera quasi doom lascia spazio ad un attimo di silenzio, dove entrerà poi un sontuoso organo da chiesa, che accompagna un arpeggio di chitarra ed una serie di vocalizzi; come nella trama di un romanzo di formazione, dove il protagonista impara a vivere dopo un lungo percorso travagliato dopo una vita dedita al peccato, il personaggio si rende conto di quanto la sua anima sia infestata dal male ed improvvisamente vede la luce (viene da pensare ironicamente alla celebre scena dei Blues Brother, dove John Belushi veniva illuminato dalla luce di Dio) ma al posto del fascio di colori luminosissimo abbiamo un assolo di chitarra che ci penetra la mente e ci scalda il cuore, indirizzandoci sulla nuova via della rettitudine. Ed è proprio tale percorso ad essere narrato dal testo, dopo una perdizione passata tra gola e lussuria, in un momentaneo rifiuto di ogni fede, ci troviamo da soli a camminare, privi di ogni conforto poiché ogni nostra certezza è caduta, quand'ecco improvvisamente Dio apparirci in tutta la sua luminescenza, ed improvvisamente non siamo più da soli. Il disco si chiude con Requiem, nuovamente sono le sonorità vintage a fasi sentire, la canzone infatti fin da subito risulta uno dei tributi agli anni settanta meglio riusciti di tutto il lavoro. Groove ed istinto sono i principali ingredienti di un pezzo che mescola rock e blues lasciando che sia la musica parlare da sé. Non vi sono strutture o schemi particolari, solo la pulsione che muove gli arti di questi musicisti, il testo non possiede ritornelli, ma quattro strofe distinte distribuite su una lunga sessione, quasi una jam session, che è improvvisata solo apparentemente. I sei emiliani infatti seguono solo una sorta di canovaccio su cui poi eseguire ognuno le proprie creazioni, lasciando trasparire tutta la loro arte e la loro fantasia. Alle sonorità vivaci e colorate della parte strumentale fa da contraltare un testo marcatamente negativo, lontano dalla spiritualità del doom e più vicino invece alla poesia cimiteriale dei canti di Ossian, tradizione letteraria diffusasi in Europa prima del Romanticismo all'inizio dell'ottocento: siamo al tramonto ed in parallelo al calar del sole i mortali si avviano verso il crepuscolo della loro esistenza. Una sfilata di individui ci passa davanti uniti in processione, il momento è solenne e la precisione descrittiva delle liriche è tale che riusciamo ad osservare il volto di ogni singola persona, ognuna silenziosa in marcia con le sue colpe ed i suoi rimpianti; non si odono lamenti, preghiere o grida, solo un silenzio impenetrabile e quasi esoterico, non sono disperati ma sono quieti e sereni nel dirigersi verso quello che sarà il loro eterno riposo, hanno capito che la morte va accettata come culmine e parte integrande della vita e questo li conforta nella loro ultima passeggiata sul mondo terreno. L'ingresso alle loro tombe avviene in un silenzio surreale, quasi metafisico, dovrebbe regnare l'inquietudine ed invece l'atmosfera si pregna di una serenità che trascende ogni concezione divina. È tempo di preparare il requiem per questi mortali, di cui conosciamo il dolore perché lo viviamo anche noi ogni giorno ma a differenza di loro non ci siamo ancora rassegnati a deporre le armi di fronte all'ineluttabilità del destino, non vi sarà resurrezione o misericordia, ma solo una timida elegia composta con affetto da un poeta la cui memoria è destinata a soccombere allo scorrere dei secoli ed i suoi versi si perderanno nel vento, come un'eco in un'ampia vallata.



Ascoltare il disco degli Anabasi Road non è solo un'azione oggettiva, compiuta per mezzo delle nostre orecchie intenti ad ascoltare quanto esce dal nostro stereo, ma un vero e proprio viaggio sensoriale che coinvolge il nostro cervello nella sua completezza. L'ascolto di questa musica stimola anche l'immaginazione, la nostra mente infatti inizia istintivamente a creare pensieri immergendoci in un'atmosfera onirica e letteraria al tempo stesso, scatenando in noi un vero e proprio flusso di emozioni. La postproduzione in studio è un perfetto connubio di sonorità retrò, modellate su capolavori come “Machine Head” dei Deep Purple, o i primi quattro dischi dei Led Zeppelin, giusto per citare capolavori immortali del rock, ma a differenza della classica copia, dove basterebbe semplicemente impostare i vari effetti sui parametri degli originali, essi sono sapientemente lavorati con le tecnologie digitali odierne; ecco che passato e presente si fondono dando vita ad una dimensione completamente svincolata da ogni legame temporale rendendo metaforicamente commovente l'incontro tra i vecchi registratori a nastro ed i moderni software di audio recording, in un'atmosfera conviviale come quella presente tra due vecchi amici che si incontrano dopo tanto tempo. Ogni singolo strumento è lavorato in modo tale da far parlare al passato una lingua che possa essere ben compresa dall'udito del presente. I suoni delle pelli fanno tornare provvisoriamente in vita il grande John Bohnam e grazie all'estro di Nicholas Corradini e alle possibilità del digitale il verbo del batterista della band inglese torna a farsi sentire con una freschezza ed una precisione che lo rendono decisamente attuale; l'equalizzazione dei i suoni delle chitarre fa rivivere, attraverso il notevole spessore, lo stile eclettico di Jimi Hendrix accompagnato dalla rielaborazione di altre influenze compositive come Ritchie Blackmore, Jimi Page ed Eric Clapton; la grande storia della sei corde viene così convogliata in due ottimi chitarristi del 2015, che creano così un solido ponte tra passato e presente dello strumento per tirare dritti verso un futuro ricco di altrettante sperimentazioni ed innovazioni. Il basso è calibrato per avere sempre quel sound caldo ed avvolgente che solo grandi artisti come Jaco Pastorius o Roger Glover riescono a creare: l'ampia conoscenza che Riccardo vecchi ha delle sue quattro corde gli consente anche di saper modulare l'uso delle dita a seconda delle necessità, rendendo sempre azzeccata ogni sua esecuzione. Le tastiere, fedelissime alla filosofia del progressive rock, non si pongono limiti in quanto a sperimentazioni; oltre al piano forte compaiono infatti effetti di organo che, accostati poi ai sintetizzatori, rendono la componente "elettronica" e psichedelica del disco una fedele alleata nella ricerca di un sound vintage e moderno allo stesso tempo. Ultima, ma non certo meno importante, la voce di Gibbo: una perfetta sinergia di recitazione teatrale e talento canoro che lasciano limpidamente trasparire sia la grande passione e l'impegno che egli mette nel canto sia la sua enorme tecnica, che gli consente di giocare e divertirsi su diverse tonalità dalle gravi alle più alte. Riassumendo, è come se gli Anabasi Road fossero una band nata negli anni settanta, che un'immaginaria macchina del tempo ha portato quarant'anni avanti nel futuro per trovarsi ad incidere ai giorni nostri. A colpire particolarmente in positivo sono non solo l'estro compositivo di questi musicisti ma anche il loro istinto e la loro naturalezza sia esecutiva che compositiva, la loro è infatti una perfetto fusione di arte e tecnica pratica che non annoia mai, ma stupisce ad ogni canzone, rendendosi sempre efficace ed immediata. Poter ascoltare un disco del genere nel 2015, quando ormai tutto è programmato nel minimo dettaglio, ci isola momentaneamente dai trend moderni; se gli Anabasi Road possono sembrare anacronistici per alcuni aspetti sono però altrettanto all'avanguardia per altri; viene da sè che riuscire a distinguersi in un genere che per definizione non ha un'unica inquadratura non è per nulla facile, ma nel loro caso la missione può considerarsi nettamente compiuta. Il loro album è ideale sia per chi queste sonorità le mastica da anni sia per chi ancora deve approcciarsi a scoprirle. Il rock anni 70 troppe volte viene ingiustamente etichettato come superato se non, nelle peggiori delle ipotesi, morto e sepolto, ma, a conti fatti, non si può evitare di constatare che per poter andare avanti bisogna prima di tutto volgere lo sguardo indietro, guardando in particolare quella musica che ha fatto la storia e che ancora oggi richiede, a ragione, un doveroso tributo che non si rivelerà mai inappropriato.


1) Pleasure In Me 
2) Clashing Stars 
3) Dreaming For You 
4) Say Man 
5) Guerra Mondiale 
6) Maybe Tomorrow 
7) I Walk Alone 
8) Requiem