AMON AMARTH

The Crusher

2001 - Metal Blade Records

A CURA DI
DANIELE VASCO
16/11/2016
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

"The Crusher" è il terzo album del gruppo Melodic/Death-Metal svedese Amon Amarth, pubblicato l'8 maggio del 2001 dalla "Metal Blade..". I vichinghi tornano dunque sul mercato dopo quasi due anni dal precedente album, "The Avenger" ("Metal Blade", 1999), e lo fanno con un disco che in minima parte prende le distanze dai primi due dischi; due lavori i quali rappresentavano la prima parte della loro discografia, i primi due capitoli della loro avventura. Dove, seppur con le dovute precauzioni e giuste riserve, si poteva parlare di "Viking-Metal". Quindi, se parlando del debut-album "Once Sent From The Golden Hall" e del successivo "The Avenger", lo stile poteva traghettare il gruppo verso tale "etichettatura", con "The Crusher" la band svedese dà inizio ad un nuovo percorso per la propria musica, puntando più sulla schietta immediatezza (a sfavore di certe atmosfere) ed inserendo diversi e più spunti melodici all'interno del sound dell'album, dirigendo quindi gli arrangiamenti verso riffs e melodie più prossimi al Death-Metal di carattere melodico che non al Viking (sempre mantenendo le giuste riserve sull'uso di tale termine). Registrato nel novembre 2000 presso gli "Abyss Studios", mixato nientemeno che da Peter Tägtgren (Hypocrisy, Pain, Bloodbath) e prodotto dalla band stessa, "The Crusher" si presenta comunque sotto una veste "brutale" (anche se meno grezza rispetto ai primi due album) e diretta: sintomo che l'evoluzione di cui parliamo non è stata repentina, ma dosata album dopo album. Salta subito all'orecchio, poi, come questo terzo capitolo della saga degli Amon Amarth suoni, al pari dei precedenti, fortemente personale, dando vita alla naturale evoluzione di un sound belligerante, sanguigno, fiero e dirompente. Niente derivazioni eccessive, quindi: sempre e solo la sana voglia di suonare differenti e di non incanalarsi in nessun panorama "prestabilito. La prima considerazione che si può fare, ragionando su questo platter, è quella di inserire "The Crusher" tra le fila dei concept-album, anche se non presenta una storia continua e precisa tra i vari brani. Tuttavia, per il fatto che ogni brano sia prodigo d'inni cantati in onore d'anime pagane in lotta contro l'invasore cristiano (tema inerente alla Religione Odinista di cui i Nostri si fanno portatori, e al loro astio verso il Credo Monoteista), contro colui che invade le Lande del Nord, la Patria degli Æsir; colui che cerca di sottometterne i Figli di Odino e tutti i popoli, coloro che vogliono imporre una loro religione, una religione straniera. Gli Amon Amarth, capitanati dalla ruggente voce di Johan Hegg ricreano perfettamente l'atmosfera che gravava su un popolo in guerra non solo contro un altro popolo, ma soprattutto contro un credo differente, un'ideologia non corrisposta, una religione avversa che voleva essere imposta loro con il solo scopo di dominarli. Insieme al primo e secondo full-length, quindi la band dà corpo e forma ad una sorta di triade, una saga divisa in tre capitoli, dove il loro sound Death-Metal (di stampo melodico), trova la sua completezza. Completezza che, con questo terzo disco, si forgia sia della profondità del loro debutto sia dell'energia scaturita dall'irruenza di "The Avenger". La band, con solo tre album all'attivo, aveva già inchiodato davanti allo stereo i propri fan con quello che sarebbe stato uno dei loro lavori più completi. Completo, sì; però, affermando ciò, è indispensabile (e giusto) dire che non sono presenti canzoni che spiccano all'interno della tracklist, come fu per gli album precedenti. Come ad esempio "God, His Son And Holy Whore" in The Avenger oppure la title-track "Once Sent Fom The Golden Hall" dell'album di debutto omonimo. Ovviamente, questa "mancanza" non necessariamente deve configurarsi come un punto a sfavore del lavoro del gruppo. Un lavoro che in ogni caso sopperisce a tale assenza, mantenendo un livello qualitativo decisamente alto per tutta la durata del disco. La seconda peculiarità di "The Crusher", rispetto ad alcuni degli album successivi rilasciati dalla band svedese, è quello di essere più "forte". Più forte nel senso di più veloce, più pesante, più complesso rispetto a qualsiasi dei loro lavori più recenti. Tutto in quest'album è più forte e deciso (e anche qualitativamente alto) rispetto ai loro album successivi (come ad esempio Twilight Of The Thunder God, album del 2008). Tutto è più d'impatto, più energico, più "aggressivo", in questo album. Un disco dove i riffs sono più veloci, anche mantenendo un carattere incline ad una certa melodia. La ritmica è più potente. Le chitarre sono più distorte, dando vita ad un effetto che si amplifica grazie all'uso del tremolo-picking che rende la distorsione ancor più accentuata e, di conseguenza, rende il suono prossimo ad uno statico ronzio che domina in sottofondo. Va ribadito nuovamente, se non fosse ancora chiaro, che questo è un album molto solido, anche se non presenta lo stesso tipo di produzione degli album successivi; ha un'energia e uno spirito innovativo che è difficile trovare nel resto della discografia (come nel già citato Twilight... oppure in With Oden On Our Side o nel penultimo Deceiver of the Gods). Un album quantomeno consigliato, per chi ama determinate sonorità. D'accordo, magari, non sarà uno dei lavori migliori del gruppo, ma certamente, a livello di tecnica, composizione, esecuzione e qualità, supera qualsiasi album pubblicato successivamente. E come abbiamo già detto, chiude in gloria, la trilogia iniziata con "Once Sent Fom The Golden Hall". Ad ulteriore riprova di quanto affermato, circa la potenza della musica proposta, basta poi guardare l'artwork del quale "The Crusher" si fregia: un guerriero abbastanza "stereotipato" (fisico scolpito, abiti in pelle, elmo cornuto) rimandante per alcuni tratti ad un immaginario tipicamente à la Manowar. Un uomo il quale, in un impeto di rabbia, scaglia una poderosa martellata su di un blocco di pietra, distruggendolo. La sua espressione di rabbia cieca mista a furia, il suo gesto, l'ambientazione misteriosa ed oscura.. tutti elementi che per forza di cose rimandano a questo necessario preambolo iniziale. Un artwork realizzato da Thomas Ewerhard (il quale stringerà di seguito un importante sodalizio con gli Amon Amarth: una collaborazione che dura ancora oggi) e che dunque ben rappresenta l'ideale di potenza sonora espressa. I Vichinghi sono tornati, più crudeli e spietati che mai: pronti a distruggere e ad iniziare una nuova marcia di conquista.

Bastards Of A Lying Breed

Fin dall'apertura affidata alle note di "Bastards Of A Lying Breed (Bastardi di una falsa razza)", si sente subito come l'atmosfera generale crei un'energia prorompente capace di squarciare in due la terra, gettando le proprie basi su di un suono potente e affilato, dove le chitarre dominano la scena con le loro "voci" taglienti e graffianti. Non certo da meno la sezione ritmica, con la batteria di Fredrik Andersson che con il suo incedere martellante è in grado di risvegliare anche le anime più assopite, mentre i riffs di Olavi Mikkonen e Johan Söderberg fanno a brandelli tutto ciò che incontrano sul loro sentiero, il tutto condito dal possente growl di Johan Hegg, protagonista di una prova vocale precisa e perfetta. Immediata e diretta, questa prima traccia apre subito le danze con una catena di riffs (come già accennato) affilati come rasoi, fortemente distorti (con un leggero ammiccamento verso il Black-Metal più primordiale) e quasi sulfurei (per i primi 10 secondi) che mutano in pochi secondi in una sequela di riffs ancor più grezzi e ruvidi, ancor più taglienti e sempre più distorti di chiara matrice Death-Metal, senza particolari passaggi melodici o particolari sperimentazioni di sorta, sopra i quali si intersecano perfettamente le vocals ruggenti di Hegg. L'incedere martellante della batteria, seppur vagamente nascosto dal ronzare imperante delle chitarre, scandisce con precisione il tempo, aumentando l'atmosfera guerrigliera e sanguigna del brano. L'unico elemento quasi impercettibile è il basso, totalmente occultato dagli altri strumenti, unica pecca all'interno del comparto sonoro, che preclude ad una giusta combo basso-batteria nelle linee ritmiche, lasciando alle sole braccia di  Andersson il compito di sostenere chitarre e voce. Il risultato in sé non risente particolarmente di questo errore e la canzone si mantiene aggressiva ed energica per tutta la sua durata, senza perdere nemmeno un'oncia in fatto di potenza; tuttavia, rischia di diventare alquanto ripetitiva nella sua andatura, offrendo pochi spunti, apparendo più come una sequela di tecnicismi e growl assassini. Resta comunque un'opener ottimamente composta, che trova il suo punto di forza nello deciso stacco melodico che apre al finale della canzone, unica (per ora) prova lampante del nuovo percorso intrapreso dai Nostri, elemento questo (quasi) assente nei precedenti dischi. Uno stacco che delinea, nell'immaginario di chi ascolta, grazie alla ritmica a doppia-cassa e alle armonie delle chitarre, uno scenario post-bellico, desolato, dove aleggia lo Spettro della Signora con la falce, del sangue e del dolore lasciato sul campo di battaglia. Resta invariato lo stile dei testi, confermando nuovamente (sempre come accennato in apertura) il sostegno del gruppo verso il Culto Odinista e l'odio profondo verso il Cristianesimo. Preservato ed alimentato, nemmeno a dirlo, l'amore per la Mitologia Norrena e per le storie di battaglie, riguardanti tutti i Popoli Vichinghi. Anche se è il Cristianesimo inteso come odierno ad ispirare queste liriche. Tale avversione si evince già nella prima strofa del testo (come del resto nel titolo), "Bastardi di una falsa razza / Ci avete governato per troppo tempo / La vostra verità per me è una bugia / Ciò che per te è così giusto per me è così sbagliato". Parole forti e cariche di odio, le quali vengono amplificate dallo stile vocale del roccioso frontman, e che aumentano di intensità durante tutta la canzone ("I vostri figli muoiono per i vostri abusi") sfociando poi nel grido di battaglia e nella voglia di rivolta di cui i Nostri si fanno portabandiera, guidando la lotta e il proprio Popolo verso la certa vittoria contro l'invasore. Un'aggressione sonora che ti colpisce in volto senza risentimenti o vergogna, e che punta dunque a recare sollievo a tutte quelle anime oggi inquiete, costrette a vagare sulla terra per colpa degli eccidi cattolici. Quanti innocenti, torturati ed uccisi? Quante vittime mietute dal "popolo della pace"? Innumerevoli. Gli Amon Amarth vogliono quindi dar voce a tutti questi personaggi, periti in nome dell'intolleranza e della violenza. Il popolo nordico riprende coscienza delle sue radici, ed è pronto ad estirpare il parassita cattolico, per anni mai sazio del sangue scandinavo. L'aggressione non si ferma dopo la prima traccia, e prosegue dritta come un pugno in pieno volto anche nella successiva. Questa canzone non è ugualmente veloce o aggressiva come il precedente brano, ma presenta subito un'ottima dose di pesantezza ed "eleganza", una dose molto equilibrata di entrambe le parti. Una canzone che, altro aspetto subito evidente, basa l'arrangiamento sul solo aspetto ritmico delle chitarre, riducendo al minimo la presenza di uno o più assoli (l'unico assolo ritrovabile fa la sua comparsa sulla scena verso il minuto 3:45, durando all'incirca 30 secondi). 

Master Of War

"Master Of War (Maestro di Guerra)" resta saldamente ancorata allo stile distorto, potente e aggressivo (senza particolari inserti melodici, almeno inizialmente) dell'opener. Il muro sonoro ha un impatto deciso e l'unione tra la parte strumentale e la parte vocale mantiene viva l'attenzione, anche grazie (e quindi, differenziandosi subito rispetto all'opener) a diverse soluzioni stilistiche all'interno dell'arrangiamento, che già dai primi secondi, presenta svariati e repentini cambi di tempo che portano il sound verso un mix tra Death e Thrash (caratteristica che si ripete a partire dal minuto 2:00) che non stona nella proposta dei Nostri, alternando altresì ritmiche veloci e serrate a ritmiche più cadenzate (ma sempre veloci) con riffs laceranti e riffs più d'atmosfera (come avviene tra il minuto 0:40 e il minuto 1:40). Una canzone carica di odio, amplificato nuovamente dalla prova vocale di Hegg: una voce roca, graffiata e ruggente che ben si sposa con il possente muro sonoro creato. Anche in questo caso, resta la pecca della quasi totale impercettibilità del basso di Ted Lundström, sempre eccessivamente coperto da chitarre e batteria e che quindi emerge con enorme difficoltà, dando sempre l'impressione di non esistere nemmeno nella formazione. Ma come si era visto per l'apertura, questa mancanza non incide in modo particolare sulla riuscita della canzone, anche se questa può apparire incompleta e senza il giusto corpo; a riprova del fatto, come si evidenziava in apertura, di come questo terzo disco possa essere considerato sì come un buonissimo lavoro, ma forse non il migliore del gruppo. Gli aspetti positivi di questa canzone non mancano di certo, il guitar-working firmato da Mikkonen e Söderberg è perfetto, deciso, potente, cattivo e affilato e la prova dietro le pelli di  Andersson non presenta difetti, così come la già citata prova di Hegg. Rispetto alla precedente, all'interno dell'arrangiamento di questa seconda traccia, è già possibile captare fin da subito di alcuni accorgimenti di stampo melodico che vanno a fortificare le fondamenta del sound generale, dando più corpo a tutto il brano, ferma restando la mancanza evidenziata poc'anzi. Tematicamente, l'astio, l'odio e il desiderio di lotta e ribellione proseguono anche in questo secondo brano. Una canzone che possiamo suddividere in tre momenti precisi della stessa storia: STRIKE! (Colpisci!); CHARGE! (Carica!); FIRE! (Fuoco!). Tre parti dove il desiderio di vendetta verso l'invasore aumenta di intensità per ognuno dei tre gridi di battaglia: "Colpisci! Veloce e duro, non mostrare alcuna pietà per questi uomini / I parassiti di Cristo, i profeti della menzogna e i loro discepoli" - "Carica! Correte verso di loro e guardate come fuggono dal nostro acciaio / Spargete il loro sangue, fateli soffrire" - "Fuoco! Bruciateli tutti, bruciateli vivi / Inviate le loro anime alla Nera Regina". Una canzone carica di odio, la quale quindi vuole ad ogni costo sostenere una sorta di "legge del taglione". Il vichingo non crede nella pietà, nel "porgere l'altra guancia", nel perdono fine a se stesso. I Nostri, dalle anime infuocate dal desiderio di vendetta, immaginano quindi uno scenario in cui i soldati e cavalieri cristiani subiscano la stessa sorte dei civili da loro massacrati, nell'antichità. Interi villaggi distrutti, templi in onore di Odino distrutti e sostituiti da chiese. Un dio straniero, una cultura imposta: la definitiva riconquista dell'identità perduta porta gli eserciti del nord a rigettare con forza tutto ciò che non gli appartiene e che non gli è mai appartenuto. Il dio straniero venga pure pregato nelle sue terre.. ma giammai contamini l'animo di chi, da sempre fedele agli Aesir, vuole rimanere al loro fianco.

The Sound Of Eight Hooves

Passiamo quindi a "The Sound Of Eight Hooves (Il suono di otto zoccoli)". Questa canzone ha un'intro estremamente immediata e concisa, un assalto frontale aggressivo che non fa prigionieri e lascia dietro di sé solo i corpi inermi del nemico, rendendo vivido il significato del titolo. Una canzone che trova la sua forza in un drumming estremamente veloce e un guitar-working impressionante, che assomiglia davvero al suono di otto (ma forse anche di più) zoccoli che battono sulla pianura, correndoti in contro sul campo di battaglia, staccando dal terreno grosse zolle di erba e terra, mentre inni ed urla di battaglia riecheggiano nell'aria, imperanti e minacciosi. Il tutto sostenuto inoltre da un riff principale che si mantiene sulla stessa tonalità per tutta la durata del brano, un riff  distorto e grezzo, sporco e tagliente, in piena sintonia con la voce di Hegg, tonante e ruvida. La quale passa con una tranquillità e una facilità disarmante da grugniti minaccianti morte e distruzione a scream che raggiungo tonalità, seppur leggermente, più alte. La ricerca di un'impronta più melodica che sposti il carattere del disco verso un Melodeath più canonico, si fa molto più vivida in questo pezzo. Anche se viene mantenuta alta e dominante l'impronta Death old-school che costituisce il background del gruppo, lasciando al muro sonoro il compito di creare punti di aggressività sempre elevati. Un punto interessante è il bridge strumentale che ha il suo inizio al minuto 02:47, della durata di circa 3 minuti e 16 secondi, in cui la canzone sembra avere ancora più aggressività rispetto alla parte iniziale. Verso il quarto minuto il brano rallenta la corsa e assume connotati più melodici, connotati decisamente intriganti e suggestivi a riprova della genuinità della proposta del combo svedese. Non serve ribadire il concetto alla base del testo, che prosegue con tematiche uguali alle precedenti, descrivendo coloro che sostengono (facendo riferimento alla possibile epoca in cui i Nostri ambientano le loro storie) il nuovo Culto dilagante come degli inutili schiavi di false parole, pronti solo ad imporre le loro parole pregne di falsità e vanagloria. Si viene catapultati su verdi vallate, nel bel mezzo di una battaglia tra divinità contrapposte, in un bagno di sangue, dove le grida dei caduti scuotono la terra e dove l'astio è sempre più profondo. "Le lacrime scendono giù per le loro guance / Mentre singhiozzando realizzano / Che in questa terra il loro dio è debole /E oggi sta andando a morire". Una seconda chiave di lettura, presente in questo brano, può benissimo essere rappresentata dalla figura di un predicatore in fuga dall'ira e dalla sete di sangue di coloro che era andato a convertire. Il simbolo del contrasto è dunque il roboante rumore degli zoccoli: quegli zoccoli tipici dei forti e possenti stalloni del nord, in questo caso rappresentati nientemeno che da Sleipnir, destriero di Odino. Partorito da Loki ed in seguito donato al padre degli Dei, Sleipnir rappresenta l'irruenza belluina, la fedeltà, l'indole selvaggia. Il perché del titolo è presto spiegato: il destriero aveva la peculiarità di esser nato con ben otto zampe, quattro per ogni spalla. Immaginiamo, dunque, Odino cavalcare il suo fedele destriero, conducendo la battaglia contro l'invasore cristiano. Inutile dire che per lo schieramento nemico non v'è speranza alcuna, di sopravvivere. La violenza e la vigliaccheria sono stati il loro pane quotidiano, per anni. Ma cosa succede, quando arriva il momento di confrontarsi con uomini e donne valorosi, su un campo di battaglia? Niente civili impauriti, solo l'elite della casta guerriera. Disfatta assicurata, per i nazareni, che non possono far altro che battere in ritirata.Un trittico d'apertura decisamente intrigante, interessante e a suo modo articolato. La classica "gatta da pelare" fa capolino a partire dal quarto brano in scaletta, per una serie di motivazioni che andremo via-via a spiegare.

Risen From The Sea (2000)

Giunge quindi il momento di "Risen From The Sea (2000)" - Risorgere dal mare (2000). La quarta canzone in scaletta è una versione ri-registrata di una delle canzoni escluse dal primo Demo dei Nostri (Demo rimasto inedito fino alla release di Versus the World, 2002). Canzone molto veloce, con a disposizione diversi spunti melodici che ne arricchiscono il tappeto sonoro, grazie ad un sapiente uso della chitarra nella composizione di questo pezzo, uso sapiente che differenzia la canzone rispetto al trittico d'apertura. I riffs sono di buon gusto, granitici, distorti e altrettanto melodici, la ritmica è azzeccata e le linee vocali mantengono intatte le caratteristiche già notate in precedenza. La partenza di questa canzone è immediata e senza particolari orpelli decorativi, con una serie di riffs ronzanti e graffiati che aumentano ulteriormente la verve della canzone, un guitar-working ben sostenuto dalla ritmica, con la solita pecca dell'impercettibilità del basso che oramai pare essere diventata un tormentone all'interno di questo disco. La prova vocale di Hegg raggiunge vertici molto alti, in un susseguirsi di growl e scream di buon gusto; ed anche se questi risultano lievemente ripetitivi, nonostante tutto riescono a conferire ancora più forza al pezzo.  Dal minuto 02:35, la canzone, al pari delle linee vocali, eccezion fatta per un breve assolo dai tratti melodici e rockeggianti, verte verso un senso di ripetitività disarmante, ove si crea un senso di cacofonia assordante. La voglia di passare alla traccia successiva pur di non assistere alla conclusione del brano è effettivamente molta, come se tutto fosse stato gettato alle ortiche per mancanza di idee. A parte questo, non c'è molto altro da segnalare in questa canzone; nient'altro che possa distinguerla, ulteriormente, dalle altre. I pregi di questo pezzo non sono poi molti. Una buona canzone in sostanza, ma purtroppo va detto, con ogni probabilità il punto più debole dell'album. Anche liricamente, questo brano mal si sposa con il resto dell'album. Il discorso si sposta dalla guerra e dalla rivolta verso un plot riguardante il Diavolo ed il suo ritorno sul terra, affrontato in maniera alquanto banale e poco approfondita. Sembra di ascoltare parole già sentite, arrivando addirittura ad assomigliare, nella quarta strofa, ad una certa canzone di un certo gruppo: "C'è saggezza con lui / Certamente lui sa fare i conti / Il numero della bestia perché è / Un numero di un uomo, il suo numero / È seicentosessantasei, 666" (" There is wisdom with him / Who hath understanding reckon / The number of the beast for it is / A number of a man its number / Is six hundred sixty six, 666)... Vi ricorda qualcosa? Strano, inoltre, come gli Amon Amarth siano finiti con il "lodare" un'entità comunque a loro estranea, per troppi motivi. Da sempre vicini al credo Odinista, ne avrebbero di figure da contrapporre al Dio cristiano: Tyr, Baldr, lo stesso Thor e chi più ne ha più ne metta. Singolare, quindi, che i Nostri stiano in questo senso riallacciandosi ad un qualcosa derivato dal cristianesimo stesso. Il nemico creato dallo stesso dio contro il quale si oppongono. Per di più, inserito in un contesto banale, che nulla ha di sconvolgente: né il freddo nichilismo del satanismo tipico del Black, né il mistero e la magia avvolgente di una "The Number of the Beast". Solo tanti topoi presi e messi assieme alla bell'e meglio.

As Long As The Raven Flies

Passiamo quindi a "As Long As The Raven Flies (Fino a quando il corvo volerà)", il brano più lento e forse più melodico dell'album, ma con dei riffs aggressivi alla base che creano una miscela esplosiva e di gran classe, creando la giusta alternanza di potenza-melodia. Una novità all'interno di questo lavoro è rappresentata proprio da questa traccia, costituita da una riduzione delle parti vocali, basando il tutto attorno alla componente strumentale, che a sua volta, ruota attorno al riff portante, che nel minuto finale del brano, verrà ripetuto in maniera quasi ipnotica. Questa scelta mette in luce l'abilità esecutiva dei Nostri, che dimostrano la loro capacità di comporre e produrre anche brani dove la presenza della voce di Hegg non risulti indispensabile, lasciando quindi il dominio della scena alla squadra composta da Mikkonen, Söderberg, Lundström e Andersson. Una serie di riffs ben composti e dalla ritmica decisa e martellante (inutile rimarcare ulteriormente l'errore presentato già dall'inizio dell'album). Gli elementi di questa canzone sono incastonati tra loro con precisione millimetrica e il sound si mantiene su buoni livelli di cattiveria, ruvidezza e pesantezza, anche se si inizia a notare un'aria di stanchezza nella band, che sembra quasi voler portare a termine il brano quasi per inerzia, dimenticandosi dell'approccio iniziale allo stesso. Come si accennava poche righe fa, questo brano si basa su una limitazione delle linee vocali e di conseguenza, anche il testo viene ridotto all'osso, componendosi di due sole strofe dove il discorso interrotto nella traccia precedente, riprende il suo cammino, tornando quindi sui suoi passi e tornando dunque a parlare di odio, guerra e ribellione. Un testo abbastanza sbrigativo, meno completo rispetto ai primi, ma comunque incisivo e ben allineato al concept di questo terzo album: "Gli uomini combattono e gli uomini muoiono / Le guerre verranno perse e vinte / Ecco come è stato e ancora sarà / Anche molto tempo dopo che me ne sarò andato / Non dubitate che non darò il mio sangue / Così che io possa entrare nella Sala più alta / Il cielo appartiene a Asagods / Fino a quando il corvo volerà". Un testo che a dire il vero sembra avvicinarsi moltissimo a liriche quali "Carry On" ed "Hammerheart", rispettivamente brani di Manowar e Bathory. Entrambi i testi in cui la morte di uno viene vista come "insignificante", vista la forza della moltitudine. Il caduto che, rivolgendosi ai suoi fratelli, li invita a non piangere; al contrario, li sprona a tener sempre viva la sua memoria, sul campo di battaglia. Lui ha ampiamente dato tutto ciò che poteva.. dunque, l'eternità lo attende. Egli, in attesa della battaglia finale fra bene e male, si allenerà nel Valhalla al fianco di Odino, per divenire ancora più forte, esperto e capace.

A Fury Divine

Rimarcando il fatto che questo album può benissimo essere considerato un concept, al di là dei testi, lo si può evincere anche dalla canzone successiva, "A Fury Divine (Furia Divina)", la quale prosegue presentandoci un arrangiamento improntato sul precedente, utilizzando anche un'intro simile a quella dell'apertura dell'album; quindi, ripetendo la formula già usata, in una veste quindi immediata e diretta, con una catena di riffs affilati come rasoi, fortemente distorti, sulfurei, che mutano in pochi secondi in una sequela di passaggi ancor più grezzi e ruvidi, ancor più taglienti e sempre più distorti, di chiara matrice Death-Metal. Senza particolari passaggi melodici o particolari sperimentazioni di sorta. Tutto è veloce in questo pezzo, dimostrandosi quindi fedele alle nuove linee compositive scelte dai Nostri. Come per "The Sound Of Eight Hooves", al minuto 01:59, la band, inserisce nell'arrangiamento un ponte molto aggressivo, ma ugualmente melodico seguito da una breve fill di batteria, a cui fa seguito tutta la furia distruttrice della canzone. Furia che trova il suo apice al minuto 03:25 grazie al che un assolo molto efficace. La coppia di asce del gruppo confeziona un lavoro egregio, raggiungendo dal minuto 03:25 al minuto 04:07 una melodia intrisa di potenza la quale dà corpo e forma ad un risultato incredibile. L'assolo principale è maestoso e il riff principale è molto aggressivo e veloce. Il resto della canzone rimane ancorato a questo stile: veloce, aggressivo e spettacolare. La sensazione di stanchezza e mancanza di idee che aleggiava nella precedente, in questa traccia sparisce totalmente, rendendo il brano la migliore canzone dell'album. Il testo resta ancorato alla stessa corrente di pensiero, quella a cui ormai siamo abituati. Ciò in cui i Nostri credono fermamente e di cui si fanno portabandiera, attraverso la loro musica. Le liriche dure, crude e mature. Tutto il testo è pervaso da un profondo desiderio di rivolta e ribellione, odio e voglia di vendetta, dove si ribadisce la falsità di chi si vuole imporre sulla fierezza di un Popolo Antico, a sua volta pronto a difendersi a spada tratta e a lavare con il sangue qualsiasi sopruso o onta subita, preservando l'onore della propria terra e dei propri simili. "Io starò fermo, mi rifiuto di inginocchiarsi / La furia in me è divina / La mia nera tomba  aspetta, il mio destino si rivela / Ma io non ho paura di morire". Quando gli Amon Amarth tornano a parlare di ciò che meglio li compete, inutile dirlo, i risultati sono senza dubbio più che soddisfacenti. In questi versi, poi, viene messo in risalto uno dei "comandamenti" fondamentali, enucleati per bocca dello stesso Har ("l'eccelso", appellativo di Odin), nella sacra "Edda". Il rifiuto all'inginocchiarsi dinnanzi ad un essere che non sia uno dei propri dei. Disonore massimo, per un vichingo, era infatti gettarsi carponi alla presenza di un uomo o di una donna. Un atto che, istantaneamente, lo privava di onore e credibilità. Di contro, la tradizione cattolica è spesso incline all'arte dell'inginocchiamento. Proprio per questo, i valorosi uomini del Nord rifiutano di perdere contro un popolo così sottomesso e meschino, decidendo di imbracciare le loro armi fino alla morte.

Annihilation Of Hammerfest

Un nuovo cambio avviene nelle ultime tre canzoni ufficiali del disco. Dove i Nostri spostano l'attenzione verso un secondo aspetto molto caro al gruppo: la Mitologia Norrena. E lo fanno con un trittico di canzoni perfetto per l'occasione. A fare da apripista per questa seconda parte del concept è "Annihilation Of Hammerfest". Questo è probabilmente il secondo pezzo più lento del disco, assumendo connotati quasi "epici" pur mostrando qualche sporadico e "nascosto" vagito Black. Il riff di apertura è molto lento e carico di pathos, assumendo poi le sembianze di un riff  più melodico che conduce i giochi per tutta la durata del brano. Un brano lento che amplifica l'aggressività dilagante dell'album intero, con un buon uso delle distorsioni nelle chitarre e un buon uso di una ritmica più cadenzata. Un brano di per sé interessante, quantomeno diverso dai precedenti, non certo meno aggressivo e tagliente, ma più articolato, almeno strumentalmente. Un altro elemento di novità che si sa ben distinguere dal corpus, rendendo l'album sicuramente più variegato e meno prevedibile. Cosa che stava succedendo, in maniera pressappoco preoccupante, in altri frangenti. Liricamente, questo pezzo, può essere interpretato, forse in maniera univoca, come la storia del Martello di Thor; e di come esso venne recuperato, permettendo al Dio di tornare al potere. Ma, come anche altri gruppi ci hanno insegnato e come è già accaduto per "The Sound Of Eight Hooves", la prima interpretazione non sempre è quella corretta, né tanto meno l'unica. Addentrandosi più in profondità tra le parole, che qui giocano un ruolo fondamentale, si può fornire un'interpretazione quasi metaforica del testo, giungendo a leggere di come gli Antichi Dei vennero lasciati sprofondare nell'abisso, cadendo nel dimenticatoio, nel momento esatto in cui il cristianesimo iniziò a compiere il suo viaggio di "distruzione" in Scandinavia. E della lotta portata avanti da un indomito guerriero, che ha scelto di non piegarsi all'invasore e di riprendersi le proprie radici. Il senso profondo del brano, lo si ritrova in questa bellissima preghiera vichinga:"Allvise Ygg, Mäktige Härjafader / Gudar av Asars och Vaners ätt / Hör mina ord, när som jag svär / Att om tusen vintrar åter ta vår rätt" ("Oh Ygg Onniscente,Oh Potente Padre della Devastazione / Degli Dei, della Stirpe degli Asi e dei Vani, / Ascolta la Mia Parola Quando Io Giuro / Che l'Odio Scorrerà per Mille Inverni"). Poche semplici parole che racchiudono in loro il significato di tutta la canzone, se non addirittura di tutto il disco: l'odio di mille inverni, l'unico sentimento che potrà lavare via la violenza del cristianesimo dalle zone da esso infestate.

The Fall Through Ginnungagap

"The Fall Through Ginnungagap (La caduta attraverso il Ginnungagap)". Nella mitologia norrena, il Ginnungagap (letteralmente "Varco Spalancato") consisteva nell'Abisso Cosmico esistente ancora prima della creazione del Mondo. Questo pezzo, dall'inizio relativamente lento, risulta comunque discretamente più veloce rispetto all'ultima traccia (se mi passate il controsenso che si crea, da questo accostamento). Il tutto è basato su un riff ripetitivo della durata di circa un minuto, che crea il leitmotiv di tutta la prima parte del brano. Passano all'incirca due minuti dall'inizio della canzone, quando i ritmi e le melodie rallentano vertiginosamente e il tutto diventa incredibilmente oscuro e greve, un equilibrio molto bilanciato tra un certo senso epico e una sezione centrale più scura. Insomma, un brano che vuole giocare quanto più possibile con l'atmosfera da suscitarsi e che cerca in ogni modo di instaurare un certo clima di tensione emotiva. Fin qui, diremmo, funzionale a questa conclusione d'opera, la quale riesce comunque a trovare la sua quadratura del cerchio, in virtù di queste trovate. Testualmente, la canzone prosegue dalla fine della precedente, proseguendo nella narrazione. Il guerriero protagonista dello scorso episodio prosegue il suo viaggio, ritrovandosi a cadere attraverso il Ginnungagap. Prosegue quindi la storia degli anni bui che seguirono dopo che il cristianesimo fece la sua comparsa in Scandinavia. Storia che racconta di come gli Antichi Dei siano stati dimenticati dalla maggior parte delle persone, e di come quelli che ancora li adoravano erano costretti farlo in segreto. Un periodo di grande sofferenza e clandestinità, la quale se non altro servì a rendere la fede di quei pochi ancor più incrollabile e solida. Era ben triste, però, veder sorgere chiese laddove invece si ergevano, un tempo e fieri, templi e monumenti in onore di Thor, Tyr e Odin. Come disse Quorthon in "One Rode To Asa Bay": "e questo è solo l'inizio". Proprio perché l'oppressione culturale continuò a lungo, facendo in modo che la gente dimenticasse le sue vere origini e radici.

Releasing Surtur's Fire

Storia nella storia che affida le battute conclusive nelle mani di "Releasing Surtur's Fire (Il rilascio del fuoco di Sutur)". Surtr (nome che significa "Il Nero"; detto anche Surt, Surti o Surtur) è, nella mitologia norrena, uno dei "Figli di Múspell", un gigante del fuoco, colui che si ergerà dal profondo, quando la lotta fra bene e male arriverà al suo culmine e sarà giunto il momento per il Ragnarok, la Purificazione, lo scontro finale. Questa canzone inizia molto veloce e aggressiva, tornando sul percorso iniziato in apertura. Una canzone molto, molto veloce, che spinge subito a lanciarsi in un headbanging sfrenato. Un riff incredibilmente potente che fa la sua apparizione a meno di un minuto dall'inizio (esattamente dal minuto 0:53). La canzone rallenta a 04:05, nel quale ritorna il riff d'apertura che si ripete per tutto il resto della canzone fino a svanire nella conclusione. Insomma un ultimo assalto immediato e privo di fronzoli, il quale vuol chiudere in bellezza un disco di per sé compatto e solido, ma minato qui e là di qualche pecca sostanziale. Testualmente parlando, le liriche celebrano la vittoria finale, intendendo quasi il fuoco del gigante come "purificatore" del campo di battaglia. Il distruttore, il crusher del titolo, ha infatti compiuto la sua sostanziale vendetta. La distruzione, incarnata dagli eserciti divini. Thor non risparmierà nemmeno un'anima, Odin vola fiero, circondato dalle sue valchirie: il nemico è sconfitto, e laddove un tempo sorgevano chiese, ora tornano ad erigersi gli antichi templi e monumenti in onore degli unici veri Dei. Una vittoria schiacciante: il campo di battaglia viene dunque lavato con il fuoco, cosicché nulla resti dei corpi straziati dei nemici. Una nuova era giungerà.. quella che mai avrebbe dovuto interrompersi, lasciando ai cristiani la facoltà di far bello e cattivo tempo.

The Eyes Of Horror

Bonus Track:
A chiudere definitivamente il discorso troviamo quindi "The Eyes Of Horror (Gli occhi dell'orrore)". Con questa cover dei Possessed (brano originale contenuto nell'EP "The Eyes of Horror" del 1987 e prodotto nientemeno che da Joe Satriani), gli Amon Amarth decidono di concludere questo terzo capitolo della loro discografia, fra l'altro presentando la prima cover in assoluto che il gruppo presenti all'interno di un suo album. Una scelta conclusiva che rispecchia quello che si vocifera (e che la stessa band pare aver confermato) essere stato uno dei primi progetti del gruppo, in seguito alla proposta di una label: ovvero rilasciare un album tributo per i leggendari Possessed, tributo trasformandosi poi in una sorta di seconda bonus-track  (la prima può essere identificata in Risen From The Sea (2000)) posta in conclusione di questo disco. Scelta che è caduta su una canzone piuttosto anonima all'interno della discografia dei Possessed, di certo non un loro immortale classicone. Un brano che sostanzialmente, non aggiunge niente al disco, anzi: al pari di "Risen From The Sea (2000)", dà subito l'impressione di essere stato inserito nel disco totalmente a caso, senza rientrare in nessun modo nel concept originario. Una cover notevolmente appesantita a livello di sound e certamente inasprita, nella sua cattiveria, dal tetro e sguaiato growl di Hegg.. ma che non riesce proprio a decollare, risultando troppo isolata dal resto. Un bene, in effetti, che sia stata relegata all'ambito del bonus: lo stile classico e marcio dei Possessed, in effetti, mal si sposa con quel che abbiamo sentito sino a poco prima. Pur risultando, la riproposizione, un bel turbinio di riff potentissimi ed assoli molto ben eseguiti. Si corre e si picchia, ma in una maniera che non sembra poi molto confarsi a quel che gli Amon Amarth hanno voluto mostrarci. Testualmente, tutto rimane invariato: parliamo, come nell'originale, dei deliri di un pazzo scriteriato, il quale ogni notte viene tormentato da visioni orribili. Morte, omicidi, sangue.. non può assopirsi che subito il suo cervello inizia a bombardarlo di determinate suggestioni. Pur dormendo, sembra realmente vivere ciò che immagina. Come se i suoi sogni lo portassero a compiere atti di sonnambulismo, nei quali riesce davvero ad uccidere qualcuno per il puro gusto di farlo. Vede, pur avendo gli occhi chiusi. Il suo è uno sguardo che capta l'orrore più puro, nella sua forma più smaccata.

Conclusioni

Nel complesso, questo "The Crusher" dimostra sicuramente di essere un buon album per gli Amon Amarth, anche se non poi così differente dagli altri lavori della band, qualitativamente migliore dei successivi, ma non distante dai primi due album. L'intero disco, c'è da dirlo senza timori di smentita, si rivela interessante e quantomeno coerente alla sua base, benché sia stato minato da qualche difetto alle volte più costante (la "mancanza" del basso), altre volte meno evidente e più "aleggiante" (preoccupanti cali di ispirazione in più di un brano). Insomma, il terzo capitolo della saga della band svedese ha sicuramente dei pro e dei contro assai ben bilanciati: un platte che si compone di diversi punti forti e ottimi spunti, ma rivela anche diverse mancanze, sia nelle idee alla base degli arrangiamenti sia nella registrazione degli strumenti stessi. Dobbiamo pur dirlo e sottolinearlo, soprattutto se alla consolle sedeva un personaggio del calibro di Peter Tagtgren; il cui lavoro avrebbe dovuto, per forza di cose, essere se non altro ottimo, anche se non 100% impeccabile. Da una personalità come lui, inutile dirlo, è lecito aspettarsi moltissimo, vista e considerata poi la fama della quale già godeva ai tempi. La mancanza della presenza del basso nelle varie tracce, tranne sporadiche eccezioni, è di contro lampante, e non fa certo un gran favore a questo disco, facendo scendere il suo valore "reale". Per quanto riguarda quello "nominale", nel complesso "The Crusher" mostra, come già sottolineato, un più che buono stato di forma. Gli Amon Amarth cavalcavano forte l'onda del successo ed anche in questo senso non delusero di certo gli ascoltatori, fornendo loro un bel concentrato di potenza e furia iconoclasta. Tutte caratteristiche che i loro fan cercavano e bramavano, in un loro lavoro. Benché già con questo disco i Nostri abbiano iniziato, timidamente, a variare un po' il tiro, presentandoci già le prime "novità". Quelle che di lì a poco sarebbero diventate le peculiarità della loro seconda (e più fortunata) parte di carriera.  La ricerca di un suono più melodico (elemento comunque già presenta in alcune tracce di The Avenger) si sente, e questo rappresenta uno degli spunti più interessanti di questo disco. Va ribadito che, come detto in apertura di questo articolo, non sono presenti canzoni che spiccano in maniera nitida all'interno della scaletta (eccezion fatta forse per A Fury Divine) come fu per gli album precedenti, come ad esempio le già citate "God, His Son And Holy Whore" in "The Avenger" oppure la title-track "Once Sent Fom The Golden Hall" dell'album di debutto omonimo. Ovviamente, va ripetuto come questa "mancanza" non sia necessariamente da considerarsi un punto a sfavore del lavoro del gruppo; il quale, in ogni caso, sopperisce a tale assenza mantenendo un livello qualitativo decisamente alto per tutta la durata del disco. Altra pecca sicuramente più marcata e non troppo bypassabile, che potrebbe compromettere la grandiosità dell'intero operato è il fatto che, sulla lunga distanza, le canzoni diventano molto simili tra di loro, trasformandosi quindi in canzoni cariche di monotonia che a lungo andare minano il piacere di ascoltarlo. Salvo qualche sporadica smentita. Un trend negativo che vede il suo applicarsi soprattutto nella seconda metà dell'album, la quale paga ovviamente e per forza di cose la "stanca" che il gruppo trascina quasi fosse un enorme peso, caricato su schiene già di per loro un po' doloranti. Alla fine dei conti, però, non parliamo certo di un disco da buttare: è vero ciò che si è già detto, ovvero che quest'album è molto più veloce rispetto alle release successive, nonostante qualitativamente non resti ad alti livelli per tutta la sua durata. Un disco, insomma, che aveva ed ha ancora oggi un grande potenziale. Tuttavia, parzialmente inespresso a causa dei punti pocanzi elencati. Più "tosto" e "virile" rispetto a diverse release successive, certo.. ma non a tal punto da potersi meritare un voto altissimo. Una superiorità più "concettuale" che "reale", in quanto da questo momento in poi gli Amon Amarth aggiusteranno notevolmente il tiro, iniziando a sfornare lavori più in linea con la loro idea di melodia ed apertura verso un pubblico maggiormente eterogeneo. Lavori più sicuri ed ancora più compatti. Una scelta che molti hanno criticato.. ma che possiamo definire, oggettivamente, vincente. Che li si ami o li si odi.

1) Bastards Of A Lying Breed
2) Master Of War
3) The Sound Of Eight Hooves
4) Risen From The Sea (2000)
5) As Long As The Raven Flies
6) A Fury Divine
7) Annihilation Of Hammerfest
8) The Fall Through Ginnungagap
9) Releasing Surtur's Fire
10) The Eyes Of Horror
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