AMON AMARTH

The Avenger

1999 - Metal Blade Records

A CURA DI
DANIELE VASCO
19/10/2016
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Nati nella fertile alla scena metal svedese, nella metà degli anni '90, per essere precisi nel 1988; cresciuti nel bel mezzo tra la prima e la seconda ondata della scena Extreme-Metal, scena che poggiava le proprie basi sul Thrash-Metal e sullo Speed-Metal, e ne portava velocità e aggressività oltre i limiti fino ad allora raggiunti dal Metal. Fautori di un nuovo senso del dramma e della distruzione nel mondo della musica pesante, prendendo come massimo esempio bands quali Slayer, Celtic Frost, Possessed, Death, Necrophagia e Kreator. Racconti di vichinghi, mitologia e combattimenti fra immortali, posti all'interno di una colonna sonora devastante, costruita su ritmi devastanti, melodie raffinate e trascinanti, ritornelli ribelli e selvaggi. Poche parole, sufficienti a far capire di chi si stanno narrando le gesta.. gli Amon Amarth (Monte Fato). Associazione di idee rapida ed inevitabile, quando si parla di questa band, per chiunque li abbia conosciuti, anche solo un minimo, anche solo per sentito dire, anche solo per aver ascoltato uno solo dei loro album; un nome che non può che ricreare, nella nostra mente, l'immagine di un agguerrito gruppo di vichinghi, intenti a depredare qualche villaggio e ad espandere il loro dominio sulle verdi e gelide Terre del Nord. Immagine trita e scontata, forse anche un po' banale. Ma che si voglia oppure no, gli Amon Amarth sono comunque riusciti a dar vita, nell'immaginario collettivo, ad un'identità che non si cancellerà mai dalla Storia della Musica Estrema. Dalla release del loro debut-album, "Once Sent From The Golden Hall" (1998) la strada degli Nostri era già fermamente proiettata verso l'alto, verso il Regno degli Dei, come verso l'alto era proiettata la loro devozione nel girare il mondo e diffondere il proprio Credo Ispiratore, elemento cardine dei testi del gruppo, ispirati alla mitologia norrena, mostrando una spiccata avversione per il credo monoteista, visto come distruttore della religione odinista e causa del declino dei Regni Pagani scandinavi. In poco tempo, la band aveva iniziato a raccogliere un'orda sempre più ampia di fan tra il popolo dell'Heavy-Metal, prima in Europa e poi, nel pieno rispetto dello stile vichingo, attraverso l'Atlantico, fino ad approdare in Nord America. Un disco che aveva segnato sicuramente la sua epoca, imponendo con prepotenza il gruppo al di sopra della sua scena. Chiara l'ispirazione al Death made in U.S.A. così come a quello più tipicamente scandinavo, con passaggi quasi derivati dal Black e quel pizzico di citazioni ai lavori più audaci e "viking" del genio Quorthon; viking fra virgolette, visto che il master mind dei Bathory aveva sempre rigettato tale etichetta. Etichetta che gli stessi Amon Amarth cominciarono a sentire stretta, visto e considerato il loro attaccamento più "tematico" che "musicale", alla causa. Secondo il frontman Johan Hegg, infatti, l'espressione "metal vichingo" sarebbe più da ricondursi ai testi ed all'apparenza, che alla musica proposta, la quale si configurava (e così tutt'oggi) come un Death Metal fortemente melodico. "Mi risulta difficile immaginare un vichingo con una chitarra elettrica", disse in tal proposito il nerboruto frontman degli svedesi. Tanto fu, comunque: la band ebbe modo, grazie all'ottimo debutto, di ingaggiare un tour importante in compagnia di mostri sacri quali i Deicide, Brutal Truth e Six Feet Under, facendo girare il proprio nome in maniera ancor più importante. Nonostante tutto, si profilò all'orizzonte un significativo cambio di line-up. Il successo non fece desistere, infatti, Anders Hansson dai suoi propositi di lasciare il gruppo. Il suo posto venne preso dunque da Johan Soderberg, e non vi fu tempo di star dietro questo avvicendamento che subito anche Martin Lopez lasciò la band, per unirsi agli Opeth. Altrettanto celermente, il buco venne coperto dall'arrivo di Fredrik Andersson. Arriviamo così al Settembre del 1999, anno in cui vede la luce il secondo parto discografico dei "nuovi" Amon Amarth: "The Avenger" ("Il Vendicatore"), licenziato dalla "Metal Blade.." e prodotto nientemeno che da Peter Tagtgren (Hypocrisy). Un disco sicuramente diretto, possente, ancora lontano dal sound più melodico e curato di quel che siamo abituati a sentire oggi. Sulla scia del loro debutto, infatti, gli Amon Amarth scatenano tutta la loro furia Death-Metal, producendo un effetto devastante. Nonostante sia solo la seconda release del gruppo, è subito tangibile la forte coesione tra i vari membri (oltre ai nuovi Andersson e Soderberg, ovviamente troviamo Hegg alla voce, Ted Lundstrom al basso ed Olavi Mikkonen alla chitarra)  e la coerenza posta alla basa della propria scelta stilistica. Una coesione che risulta molto presente nonostante il cambio di line up, facendo riscontrare un risultato a dir poco stupefacente, anche per via del livello tecnico-compositivo sul quale poggia effettivamente la proposta del gruppo, già da questi esordi. Definire "The Avenger" un disco solido ed energico potrebbe anche sembrare un'espressione ridondante, ma siffatti termini hanno un significato particolare, nel caso di questo full-lenght. Rabbia Death, richiami vagamente Black, melodie glaciali.. tutto sparato dritto nei nostri volti, senza alcuna preoccupazione. Piccola nota a margine: "The Avenger" fu considerabile, ai tempi, addirittura come una vera e propria pietra dello scandalo, visto che all'interno del suo book venne contenuta una frase / sberleffo /affronto rivolta/o ai connazionali Hammerfall. Recita così l'archilochea invettiva degli Amon Amarth: "Ogni riferimento, in questo disco, al fatto che lì fuori ci siano cover band davvero schifose, è puramente intenzionale". Insomma, una vera e propria dichiarazione di guerra contro lo stile musicale degli Heavy-Power Metallers svedesi, visti come poco più di una cover band e nulla più. Come un qualcosa di già sentito, dall'attitudine leggera ed annacquata, atta solamente a calcificare un'apparenza in realtà custode di una personalità vuota ed insignificante. Non fu ben chiaro il perché ed il percome di un attacco simile, assai frontale e diretto (ce ne accorgeremo nell'analisi "track by track", affrontando il testo di un brano specifico). Tuttavia, le dichiarazioni rilasciate sortirono uno scalpore non indifferente. Trovata pubblicitaria? Voglia a tutti i costi di apparire estremi e dunque più potenti degli "sdolcinati" Hammerfall? Ai posteri l'ardua sentenza. Le polemiche da bar non sono comunque il nostro pane, ed è bene approcciarsi a "The Avenger" con un orecchio al 100% musicale, dimenticandoci di faide e diatribe, abbandonando ogni pregiudizio od antipatia, valutando solamente ed in maniera oggettiva il materiale che ci troviamo dinnanzi.

Bleed For Ancient Gods

Apertura in grande stile sulle note di "Bleed For Ancient Gods (Sangue per gli Antichi)". Rapidissima intro di batteria, e subito questi primi istanti ci catapultano dritti all'interno di una canzone dai riffs taglienti e dalle ritmiche martellanti, mentre le graffiate linee vocali di Johan Hegg imperversano all'interno delle granitiche linee melodiche che arricchiscono il brano. Una canzone che riprende gli arrangiamenti tipici e "topici" del disco d'esordio dei Nostri, "Once Sent From The Golden Hall", continuando difatto il suo percorso, traendo spunto proprio dagli stilemi più propri della title-track in special modo, i cui passaggi riescono a rivivere entro questi nuovi solchi. L'aggressività che la band riesce ad infondere in questa traccia, già dai primi secondi, regala all'ascoltatore un muro sonoro tangibile, composto sì da ritmi frenetici e chitarre urlanti, ma anche da fortissimi elementi melodici. Specie per quel che riguarda il frangente che intercorre dal secondo 0:50 al minuto 1:37, in concomitanza con le prime strofe del testo, creando armonie chitarristiche che ben si sposano all'incedere furibondo delle ritmiche, prima di innalzare nuovamente l'asticella dell'aggressività, per poi riproporre entrambe le soluzioni nella parte finale del brano, prima di chiudere con un assolo ad alto tasso tecnico e una globale cavalcata elettrica fortemente adrenalinica. Apertura che non concede respiro, nemmeno nelle aperture melodiche, apertura che ci mette subito dinnanzi all'alto livello tecnico-compositivo della band svedese. Una band che ha di fatto deciso di continuare sull'inasprimento generale dei tratti melodici, rendendo questi ultimi freddi, oscuri ed evocativi, al servizio di una base a dir poco torreggiante, possente. Batterie devastanti, chitarre taglienti, basso roboante e la rabbiosa voce di Hegg, degna coronazione del tutto. L'aria che si respira nei testi ha l'odore acre del fuoco e il sapore metallico del sangue, in una vertigine guerrigliera:"La guerra per noi è Sacra / Sacrifichiamo il nostro sangue / La guerra per noi è sacra / Sanguiniamo per gli antichi Dei". Versi che ci fanno immediatamente pensare ad un coraggioso plotone di soldati vichinghi, i quali sono disposti a donare tutti loro stessi alla loro nobile causa. Spirito di appartenenza, fierezza, orgoglio per le proprie radici. In uno slancio di forte identitarietà, i soldati decidono di tributare ai loro Dei tutto quel che possono, anche le loro stesse vite. Ogni guerra, ogni combattimento, ogni spedizione.. tutto dovrà essere benedetto dal sangue degli uomini di Odino, che per lui lottano e conquistano ogni notte e dì. Gli Dei saranno favorevoli se i loro uomini e donne mostreranno il coraggio tipico delle genti del nord. Quelle genti cresciute a suon di gelate terribili, di guerre per la supremazia. Persone forgiate dal fuoco di mille battaglie, come possenti spade appena uscite fuori da una fucina. Un testo dunque fortemente tributario nei riguardi del glorioso passato del popolo scanginavo, inneggiante agli Dei pagani."I cancelli del Valhalla si aprono / Il terreno sotto di noi si scuote / Odino al comando degli Dei della guerra / Il Ponte dell'Arcobaleno è distrutto". Tematiche basilari nella proposta degli Amon Amarth, le quali, in questi versi, richiamano il cosiddetto "Ragnarok", ovvero la battaglia finale fra bene e male. Il ponte dell'Arcobaleno (Bifrost) è distrutto e la Valhalla spalanca i suoi cancelli, per far si che i coraggiosi possano finalmente fronteggiare le armate di Loki, giunto dalle viscere della terra con tutti i suoi sodali a seguito. Sarà guerra.. ed ancora una volta, il nostro sangue sarà per gli Dei.

The Last With Pagan Blood

"The Last With Pagan Blood (L'ultimo dal sangue pagano)". La corsa prosegue con un pezzo immediato e diretto che, come il suo predecessore, è intenzionato a non fare sconti. L'alternanza tra sfuriate elettriche e melodie più cadenzate e di grande atmosfera diventa subito il tratto distintivo del brano, tratto che riesce a creare la giusta sinergia fra musica ed ascoltatore. Una proposta che riesce a catturarci per carica ed espressività, tutto un gioco di espedienti che convince e coinvolge all'istante. Le vocals in growl, con qualche sottile eco scream, amalgamate al comparto sonoro, arricchiscono ulteriormente il sound generale della canzone, diventando un elemento cardine dell'arrangiamento, come un quinto strumento; strumento che, assieme alla coppia di asce formata da Olavi Mikkonen e Johan Söderberg, i cui riffs potenti e laceranti si fondono con la forte presenza del basso, forma un sound ancor più pesante che attraversa il brano per tutta la sua lunghezza, senza tentennamenti. Un'unione forte e tangibile, che si fonde alla totalità della sezione ritmica firmata da Ted Lundström e Fredrik Andersson, dando così conferma di ciò che si diceva poc'anzi, ovvero, della già solidissima coesione esistente tra i componenti del gruppo. Non è difficile trovare all'interno di questa seconda traccia gli elementi base del Death-Metal: variazioni di arrangiamento dal semplice al raffinato, bruschi ed improvvisi cambi di tempo, chitarre distorte, accenni blast beat, doppia cassa, tutti elementi che danno vita ad un suono caratteristico, che possiede un tocco molto più aggressivo rispetto agli stili più "classici" del Metal proposto dalle realtà tanto odiate dagli Amon Amarth. Il tocco da Maestro di questo brano, comunque, lo troviamo nella seconda parte, quando i Nostri, dal minuto 3:00 al minuto 3:08 , donano vita ad un rapido stacco ricreando un breve silenzio, dove si percepisce solo un suono pari ad un battito cardiaco, che crea la giusta suspance prima di proiettare l'incauto ascoltatore verso la furente carica finale. "Andiamo all'assalto con spade e scudi / Avanziamo per la vittoria / Noi combattiamo il mondo su questi campi di battaglia / Per ricostruire l'orgoglio pagano". Secondo tema basilare nel songwriting della band, come accennavamo prima, il forte senso di appartenenza quasi mistico e religioso nei riguardi dell'antico credo Norreno. In questo caso, l'orgoglio spirituale viene usato per  rimarcare la propria avversione nei riguardi del credo monoteista per antonomasia, ovvero la religione cattolica. Vista come distruttrice della civiltà nordica e di tutti i suoi valori, causa principale del declino dei Regni Pagani scandinavi. "Richiamiamo il  nostro sangue / O vittoria o morte / Furente è la nostra furia martellante, li uccideremo / I cani cristiani pagheranno". Insomma, quel che leggiamo sembra velatamente rimandare alle tematiche già narrate da Quorthon ai tempi del capolavoro "One Rode to Asa Bay". Testo nel quale lo svedese denunciava l'imporsi violento del cattolicesimo in terre che non avevano niente a che spartire con culture straniere (come appunto quelle cristiano-cattoliche), le quali hanno soppiantato di fatto quelle pre-esistenti, annullando l'identità dei popoli. Se però il testo dei Bathory era cupo e malinconico, così come la musica d'accompagno, la veemenza lirico / sonora degli Amon Amarth qui esplode definitivamente, mostrando la volontà di ribellarsi e di fare giustizia, dopo secoli. Gli ultimi con il sangue pagano nelle vene si ribellano, impugnano le loro spade e combattono per i loro Dei, per le loro genti massacrate e torturate. Dove sorgevano i templi ora sorgono chiese, erette sul sangue degli innocenti. Quel sangue verrà vendicato, i cattolici hanno le ore contate. La loro stirpe verrà cancellata dal mondo, in una sorta di rendere pan per focaccia. Proveranno sulla loro pelle la stessa violenza della quale, per anni, sono stati portatori sani. Il cuore pulsante dei guerrieri del Nord è più vivo e rosso che mai; e non si fermerà dinnanzi a nulla. 

North Sea Storm

Si prosegue con "North Sea Storm (Tempesta nel Mare del Nord)", pezzo che prosegue il percorso aperto dalla traccia precedente (che a sua volta proseguiva sulle note del finale dell'opener), mantenendo alto il connubio tra melodia e velocità, ma creando un brano dai ritmi più cadenzati e dalle linee più avvolgenti date dalla chitarra, mentre la componente aggressiva ed extreme viene mantenuta alta dalla sola voce, realizzando una tela di diversi colori che danno vita ad un paesaggio sonoro che si palesa in una veste decisamente articolata, dove il contrasto tra l'aggressività vocale e l'avanzare melodico strumentale raggiunge lidi tecnici e compositivi, per ambedue le componenti, decisamente elevati. Un brano interessante e (come detto poco fa) decisamente articolato che incrementa ancor di più lo stile già decisamente alto dei Nostri. Brano che si distacca lievemente dai due precedenti, a livello di arrangiamento, dando vita a delle differenze; la tela dai diversi colori di cui si parlava, sul piano strumentale, tra riffs affilati, assoli  molto melodici ed intriganti, ritmiche decise e ritmiche cadenzate. Rimane sempre la presenza degli elementi basilari del Death-Metal, ma l'unione di tali elementi con l'impronta personale della band, creano un sound già più ricercato, decisamente più aperto a soluzioni già differenti da quanto si poteva udire in altre circostanze contemporanee a questo disco. "Nuvole nere coprono il mare / Il giorno diventa notte / Il buio infinito mi fa cenno / Non più sole, non più luce". Le tematiche, rimangono sempre ben salde allo scenario battagliero e pagano di cui il gruppo si fa portatore, rievocando quelli che erano i paesaggi tipici di certe latitudini, in quei periodi soprattutto. La Scandinavia, del resto, è la terra delle notti eterne, dell'inverno più rigido che vi sia. Il freddo che penetra nelle carni e gela le ossa; difficilissimo da affrontare ma in grado sicuramente di temprare lo spirito dei guerrieri, i quali solcavano i mari e conducevano campagne espansionistiche anche con quei climi così sfavorevoli. Con gli Dei accanto, tutto era possibile. Soprattutto questa traccia sembra spostare la sua attenzione verso le battaglie in mare, del resto tipiche per un popolo di navigatori come i Vichinghi. Affrontarsi con i propri Drakkar (le famose "navi dragone") era un must per ogni tribù che volesse sopravvivere ed espandere il proprio dominio; le battaglie erano terribili ed infuocate, come ce le descrivono del resto i versi citati. "I martelli da battaglia colpiscono con forza sugli elmi / Frantumano le teste / I moribondi cadono in mare / onde spumeggianti, colorate di rosso". Il mare colorato dal sangue versato è in questo senso emblematico: l'acqua, simbolo di vita, viene dunque "ridotta" anche ad un contenitore di morte. Martellate e lance, il tutto senza esclusione alcuna di colpi. Vince chi picchia più duro, chi ha in sé l'istinto omicida più elevato, chi combatte per una causa più giusta ed importante.

Avenger

A seguire, troviamo quella che possiamo identificare come la title-track del disco, "Avenger (Vendicatore)", nonostante la mancanza dell'articolo determinativo "The (il)" presente nel titolo del disco. Ciò che salta subito all'orecchio è l'introduzione di questa canzone, tra il moderno ed il semi-operistico: tredici brevissimi secondi che aprono la via a tutta la "cattiveria" di cui gli Amon Amarth sono capaci. Traccia che basa la sua forza sempre sull'unione tra potenza e melodia, utilizzando lo stesso metro delle precedenti, ma che imprime tra i solchi dell'arrangiamento, come abbiamo visto per "The Last With Pagan Blood" , quelli che sono gli stilemi principali del Death-Metal. Insomma, già una track molto più crudele e tirata, rispetto a quanto abbiamo udito in "North Sea..", invece già più particolare e per alcuni versi "sui generis". Ciò che la band riesce a creare, in questo senso, marca a fuoco ancor di più quello che sarà identificato come l'impronta distinguibile del gruppo, e che diventerà nume ispiratore per molti altri gruppi che intraprenderanno questa determinata strada. Un brano nel più tipico stile Amon Amarth, insomma, che comunque presenta di quando in quando alcuni momenti più variegati rispetto al generale impianto Death. Ascoltando per bene questa traccia, infatti, potremmo addirittura notare quanto basi  parte della sua forza su ritmi più cadenzati e "morbidi" e su riffs che presentano un'impronta (quasi) Thrash-Metal, ai quali si aggiunge la carica suonata da Hegg, il quale adatta le linee vocali alla cadenza del brano, mantenendo una amalgama che non crea dissonanze o differenze eccessive lungo tutto la durata. Ogni parte di questo brano è perfettamente calibrata e dosata secondo un'idea precisa, andando a creare ottimi spunti anche nella parte finale, dove ritmica e melodia intensificano velocità e taglio aggressivo, al pari delle vocals, dando vita ad una chiusura eccellente. "Ora, mio nemico giurato / La Vendetta apparterrà a me / Un anno è passato / Ora, mio nemico giurato / è il tuo turno di morire / è  il tuo turno per morire! / Muori! / Morire! Muori MUORI!". Il tema della vendetta e dell'onore sorge prepotente in queste liriche, come possiamo constatare dai versi che abbiamo appena letto. La storia parla quindi di un vendicatore, il quale purtroppo giunge troppo tardi in un determinato luogo, non riuscendo a salvare i suoi cari. Trovandosi dinnanzi ad uno scenario di totale desolazione, egli sente il suo sangue ribollire, sente la sua voglia di uccidere crescere sempre di più. Eccolo dunque impugnare la sua spada, indirizzandosi con rabbia verso l'oggetto della sua collera. Dopo un anno di assenza, egli è dunque tornato ad imporre la sua lama contro i suoi nemici. Cercherà in ogni modo di fare giustizia e di eliminare ogni traccia del suo nemico. Non conoscerà pietà, scaglierà le sue armi contro il ribaldo, cancellando i suoi connotati, eliminando la sua esistenza dalla faccia della terra. Una vendetta, tuttavia, solo parziale. Avrà colmato il suo senso di rabbia, ma ciò non riporterà i suoi cari indietro. Al vendicatore non resta altro da fare, quindi, che appoggiare la sua spada a terra, cadendo stremato, aspettando che la morte lo colga, per ricongiungersi a chi ha perso.

God, His Son And Holy Whore

Arriva quindi il momento di "God, His Son And Holy Whore (Dio, suo Figlio e la santa puttana)", pezzo dai connotati più distorti e oscuri. Rapidissima, diretta, d'impatto, energica, potente, aggressiva, tagliente... una serie di aggettivi, seppur triti e ritriti, che descrivono nell'unico modo possibile questa canzone dal tiro veramente violento ed implacabile. Non esistono altri termini per descrivere l'alto tasso tecnico, adrenalinico e feroce di un pezzo del genere, il quale va senza dubbio a porsi come uno degli episodi più aggressivi dell'intero platter. Un brano che racchiude in se, ricercando attentamente tra i solchi della sua componente strumentale, due generi: Death (del quale abbiamo già elencato gli elementi principali) e Black, il cui sound generale ruota attorno (come per il Death) all'uso della doppia cassa e del blast beat, una forte distorsione delle chitarre e l'uso del tremolo picking (elemento imprescindibile), più naturalmente la presenza di linee vocali in scream. I due generi seminali della Scena Estrema, due punti cardinali per tutto ciò che l'Extreme-Metal rappresenta. L'impronta e l'anima più violenta del gruppo è quindi molto più visibile rispetto ai brani precedenti; non che in questi non fosse presente, intendiamoci: tuttavia la miscela (seppur sapiente) tra energia e melodia non faceva risaltare prepotentemente una o l'altra parte. In questo brano, invece, tenendo fede alla "aggressività" del titolo, la parte più "brutale" dei Nostri si eleva allo status di protagonista indiscussa della traccia. Brano che merita una menzione speciale, non v'è altro da dire. Una canzone dal testo che potrebbe apparire blasfemo, guardando al titolo. Invece, leggendo con attenzione, si nota subito come la tematica trattata affronti un argomento ben preciso, argomento già incontrato in precedenza e dunque non "scadente" nella crassa voglia di shockare di altre formazioni più tipicamente inclini ai testi violenti e di stampo satanista. Un argomento alla base della proposta del gruppo, riproposto senza ripetere le stesse parole. Ovvero, l'astio verso la religione monoteista cattolica, le sue menzogne, i suoi dogmi, i suoi preconcetti, la sua intrinseca e paradossale auto-blasfemia, la sua forza distruttrice e il suo desiderio di dominio incontrastato sul Mondo. "Ipocrisie su amore, pace e Cristo / Bestemmie verso gli Alti Dei / Mille anni di bugie". Un verso in questo senso più che identificativo, capace di mostrarci tutte le contraddizioni del cattolicesimo. Come si può predicare amore ed uguaglianza, se alla fine ci si è ridotti ad imporre il proprio credo con il sangue e la violenza? Questa è solo una delle tante ombre della "religione di pace", tanto odiata dagli Amon Amarth proprio per la sua volontà di considerarsi l'unica e sola depositaria della verità. Dimostrando una forte voglia di ribellione e vendetta verso questa credenza distruttiva, dunque, i Nostri dileggiano e sbeffeggiano la santissima trinità. Invitando i "pagani" a distruggere ogni cosa sia ad essa collegata. Il regno di Cristo non arriverà, visto che gli Antichi Dei torneranno a reclamare il loro posto. "Sì, usa il tuo odio, distruggi ciò che è stato creato / Lo stato cristiano incontrerà il suo destino / Dio, suo Figlio e Santa Puttana / Ora potete incontrare il vostro destino". 

Metalwrath

 La scorribanda prosegue attraverso la carica di "Metalwrath (Ira metallica)" , brano che conduce l'ascoltatore in un'arena, investito in pieno muso dalla potenza vocale di Hegg, impegnato a stabilire la sua supremazia nel bel mezzo di uno scontro tra capi vichinghi, mentre chitarre, basso e batteria, si trasformano nelle armi del combattimento tra le tribù rivali. Uno scontro senza esclusione di colpi, dove i caduti saranno difficili da enumerare e dove la tribù che prevarrà è già stata decisa dal volere degli Dei. Una canzone dai toni belligeranti, dotata da un muro sonoro impareggiabile, con una serie di cambi di tempo repentini, riffs più affilati della lama di una spada. L'unico elemento che rimane un po' in sordina è il basso, che in questa traccia si percepisce meno in mezzo alla furia scatenata dalla coppia di asce, dall'incedere martellante della batteria e dall'ira delle linee vocali. Toni che mantengono comunque ogni elemento compositivo sulla stessa lunghezza d'onda della precedente "God, His Son And Holy Whore", accentuandone inoltre la carica e la potenza, ma riportando lo stile del gruppo verso l'unione delle tracce ancor più indietro, con rapide sferzate più melodiche che danno corpo e forma ad un sound ricco e articolato. "L'ira, l'odio, il dolore e la morte / Il codice per cui viviamo / è nelle nostre anime / Il metallo è la via". Per quanto riguarda le liriche qui affrontate, possiamo notare come queste estendano il concept vichingo ad una vera e propria esaltazione del genere musicale qui proposto. Nel farlo, gli Amon Amarth sembrano riprendere (e neanche poco) lo stile tipico dei Manowar, veri e propri campioni di autoesaltazione e soprattutto grandi compositori di testi in cui viene esaltato il Metal come vero e proprio stile di vita, non solo di musica. Ecco quindi i Nostri figurarsi come guerrieri inarrestabili, pronti a distruggere il mondo a suon di Metal. Gli Dei sono dalla loro parte, niente e nessuno potrà mai fermarli. Nulla di troppo diverso da quanto già fatto sia da loro sia da altri gruppi, sotto il profilo delle liriche, anche rispetto ai brani precedenti. Lo sguardo del gruppo rimane focalizzato sulla lotta per le proprie Terre, il riscatto dell'onore e dell'orgoglio dei Popoli Nordici, lo Spirito guerrigliero di un Antico Popolo, il riscatto per i propri Dei. Tutte tematiche sposate perfettamente con l'essere metalheads, i quali vengono visti sostanzialmente come i vichinghi della nuova era. Parlavamo, tuttavia nell'introduzione, dell'accenno di "faida" con gli Hammerfall.. qui duramente attaccati nel verso "guardiamo tutti verso il cielo / Faremo cadere il falso martello / E faremo risorgere Thor". Definiti falsi e solo intenzionati a smuovere le classifiche, i connazionali vengono dunque identificati come un nemico da combattere. L'unico martello è il Mjollnir, il quale svetterà prepotente sui capi di tutti i falsi metallari.

Legend of A Banished Man

La chiusura viene affidata a "Legend of A Banished Man (La leggenda dell'uomo bandito)", una traccia che presenta elementi più sperimentali al suo interno, rispetto al sound globale dell'album. Un primo elemento di novità può essere identificato, ad esempio, nell'introduzione di basso, altamente distorto, ad opera di Lundström. Intro che presenta, con largo anticipo, ciò che si sentirà nel quinto album della band "Fate of Norns". Linee di basso che vengono affiancate con precisione e perizia dall'ottimo lavoro alle pelli di Andersson, mentre in sottofondo dominano effetti naturalistici, identificabili in raffiche di vento, le quali prevarranno praticamente nello sviluppo a seguire. Uno sviluppo che presenta momenti cadenzati ed excursus in cui si sfocia praticamente nel Black Metal, quest'ultimo di chiaro stampo norvegese. Quasi un connubio fra il sound dei Dimmu Borgir più melodici ed i tratti tipici del Melodeath fino ad ora sentito: insomma, un brano che per sommi capi si differenzia per diversi aspetti da molte delle precedenti song, come come stile globale, anche se vengono mantenute intatte le basi del sound proposto lungo tutto il disco. Le peculiarità tipiche non vengono mai abbandonate. Nella seconda metà del brano, poi, possiamo udire ancora una volta il basso di Lundstrom lasciato letteralmente in solitaria, coadiuvato dagli effetti "ventosi", prima che la canzone riprenda ad aggredire. Sempre ottima anche la prestazione vocale di Hegg, il quale riesce ad evocare un'atmosfera carica di pathos perfetta per questa canzone. Una chiusura, poi, che altro non è che la classica ciliegina sulla torta: uno sfogo misto di Death e Black, nel quale possiamo udire tanto gli Unleashed quanto i già citati maestri della scuola norvegese del Black Metal. Un finale gelido, devastante, annichilente, che dunque ci accompagna alla fine di un disco estremamente ben concepito e suonato."Un uomo vestito di pelle di orso si trova a prua / Con occhi di ghiaccio, guarda attraverso la pioggia / La testa del drago è triste e rossa / Tutto coperto di sangue, un dono per i potenti Dei" - "Come uomo bandito fuggì la sua terra / Ma ha solennemente giurato di tornare per la Guerra Santa". Liriche conclusive che non potevano allontanarsi dai temi principali della proposta degli Amon Amarth, mantenendosi saldamente fissate alle storie intrise di guerra e ribellione di cui i Nostri si fanno fieri portatori. Un uomo, volgendo lo sguardo verso la Dimora del Dei, ottenendone i favori e il rispetto, canta le loro gesta e inneggia alla loro potenza, forse offrendosi come sacrificio a loro. Nel desiderio di riportare il loro dominio nelle Terre che sono state loro rubate, dunque, i popoli non hanno timore di sacrificare le loro stesse vite. Tuttavia, il testo presenta vari episodi tutti fra di loro connessi dall'arrivo di una imminente fine del mondo. Nei primi versi troviamo la citazione della nave "Naglfar", costruita per portare in superficie l'esercito dei morti, guidato da Loki. La sua presenza sottolinea il clima di incertezza e fine imminente che ruota attorno a tutte le liriche: la figura dell'eroe bandito, del predestinato, del guerriero valoroso che ha promesso di tornare per combattere a fianco della sua gente. Tutti temi topici sino ad ora incontrati e qui sapientemente mescolati per dar vita ad un ultimo, esaltante panegirico della storia / mitologia vichinga.

Conclusioni

Arrivati quindi alla conclusione, possiamo senza dubbio giudicare più che positivamente un disco come "The Avenger". Dalla durata relativamente breve (appena sette tracce), risulterà forse meno corposo e per certi versi meno denso di "Once.."; pur ponendosi comunque come un ottimo seguito e senza dubbio un degno teorizzatore di quella linea che, gli Amon Amarth, avevano varato nell'esordio. Un modus operandi il quale, in questo secondo episodio, i Nostri stavano degnamente onorando, riuscendo nell'impresa di creare un lotto di brani che andasse a non togliere nulla a quanto già udito. Una tracklist che di certo non innova, ma aggiunge (seppur non moltissimo) quel tanto che basta per meritarsi un doppio pollice verso. Chi era rimasto colpito dalla selvaggia attitudine di questi vichinghi può quindi tirare un sospiro di sollievo e godersi questo platter, il quale contiene al suo interno tutte quelle peculiarità propedeutiche al ricamo, nelle nostre menti, di scene guerresche ed eroiche, accompagnate da una musica certamente melodica ma comunque incredibilmente aggressiva, potente, a tratti "brutale". Il tutto "sottomesso" alla voglia all'epoca molto comune di parlare di mitologia di stampo nordico. Va detto, infatti e prima di concludere, che contrariamente alla credenza popolare, gli Amon Amarth (etichettati come "prima" realtà "Viking-Metal" nonostante le clamorose smentite di Hegg) non furono la prima band di stampo Death-Metal, di origine svedese, a trattare storie ispirate alla mitologia norrena e a narrare gesta vichinghe. Forse, da questo punto di vista, potremmo obbiettare come i loro testi ed alcuni loro slanci debbano necessariamente essere debitori di altre realtà a loro precedenti e contemporanee. Prendiamo ad esempio i già citati Bathory ed Unleashed. Band che, sicuramente, riuscirono nell'impresa di creare una vera e propria "scuola di pensiero"; dalla quale, neanche a dirlo, Hegg e soci presero a piene mani, mutuando determinati sound e tematiche attraverso il loro gusto personale. Per questo, forse, magari leggendo alcune liriche od ascoltando alcuni passaggi, quel che "colpisce" è il fatto che il Monte Fato non voglia certo nascondere le proprie radici, pur comunque sforzandosi di apparire originale al 100%, non riuscendovi magari "troppo". Ed in questo "The Avenger", alla fin fine, quanto detto pocanzi comincia a notarsi non poco. Tuttavia, va riconosciuto agli Amon Amarth, lo status-symbol nel genere e il maggior successo, diventando in poco tempo un punto di riferimento. Come abbiamo visto, la band, trasforma il proprio Melodic/Death-Metal in un concetto comunque in grado di funzionare, sia a livello sonoro che testuale. In grado di attirare pubblico e critica, di divertire e di coinvolgere. Un disco che non annoia. Che certo mostra le sue derivazioni, ma non certo a tal punto da far storcere il naso a qualcuno. Semmai, il contrario. Johan Hegg, Olavi Mikkone, Johan Söderberg, Fredrik Andersson e Ted Lundström si rivelano delle vere e proprie macchine da guerra, con i loro riffs che passano facilmente dal melodico al ruvido e complesso e le ritmiche che si spostano con disinvoltura tra ritmi cadenzati, perfetti per i frangenti più melodici, e ritmi veloci e furenti, perfetti per i momenti più violenti. Quello che abbiamo tra le mani è solamente il secondo album del gruppo, ma si può già decretare, oltre a rimarcare gli elementi più volte ripetuti, soprattutto la bravura e l'abilità tecnica della band, avendo già la conferma del livello che i Nostri raggiungeranno proseguendo nella carriera. Come abbiamo visto, alcune componenti rilevate nei brani, anticipano inoltre ciò che l'ascoltatore troverà nelle release successive. "The Avenger" si quindi dimostra in ultima battuta un disco degno di entrare a far parte di diritto dei must della Scena Estrema del Metal, guadagnandosi un posto di diritto nell'Olimpo, o meglio, nell'Asgarðr al fianco dei prescelti dagli Æsir.

1) Bleed For Ancient Gods
2) The Last With Pagan Blood
3) North Sea Storm
4) Avenger
5) God, His Son And Holy Whore
6) Metalwrath
7) Legend of A Banished Man
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