AMON AMARTH

Surtur Rising

2011 - Metal Blade Records

A CURA DI
ANDREA SAVORETTI
14/06/2019
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

L'8 Marzo 2011, i vichinghi svedesi del metal estremo tornano a battere ferro, rilasciando ufficialmente nel mercato musicale, sotto l'etichetta della "Metal Blade Records" (binomio ormai inossidabile fin dal 1998), il loro ottavo album in studio. La fama degli Amon Amarth è ormai in definitiva ascesa, sembrano ormai lontani i tempi in cui la band ancora si chiamava "Scum" oppure del quasi scioglimento del gruppo. La consacrazione avvenuta nel 2008 con "Twilight Of The Thunder God", ha portato i vichinghi a entrare nel cuore dei metallari di tutto il mondo, grazie soprattutto al connubio, che caratterizza le loro linee melodiche, tra melodico ed estremo. Proprio queste ultime caratteristiche, unite a una sottile malinconia che si fonde alla perfezione con la ferocia dei loro pezzi, ha reso lo stile degli Amon Amarth unico nel suo genere. Il clamoroso successo raggiunto nel 2008 con "Twilight Of The Thunder God" ha reso l'attesa, per questo nuovo lavoro in studio, incessante; suscitando la curiosità di tutti gli amanti della band norrena e non solo. Con "Surtur Rising" gli Amon Amarth hanno cercato di migliorarsi e perfezionarsi: proseguendo sulla strada, più melodica e meno grezza e caotica, iniziata con il sopra citato "Twilight Of The Thunder God" e, soprattutto, cercando di imparare dagli errori del passato. Una delle critiche, spesso rivolte alla band norrena, sono state quelle di creare in studio dei suoni ovattati e una produzione musicale poco incisiva, risultando, a tratti sporca, e non riuscendo a far emergere in pieno la potenza scagionata da ogni singolo strumento; stavolta questo problema non sembra più sussistere, la produzione, infatti, risulta ottima e i suoni ben distinguibili tra di loro non facendo mai mancare quella potenza sonora che è da sempre il marchio di fabbrica della band svedese. Potenza sonora e melodia, Surtur Rising rappresenta proprio ciò: una sintesi tra queste due caratteristiche, il tutto alimentato da influssi provenienti dai precedenti sette album. La produzione pulita, ma che strizza l'occhio al gusto rozzo e aggressivo padroneggia in tutto l'album, a dimostrazione di un imprinting che la band non ha mai del tutto rinnegato. Quanto appena descritto, è accompagnato da melodie che rimandano molto ad atmosfere belliche ed epiche, non a caso molti fans e critici hanno definito la band svedese come i "Manowar del death metal", etichetta troppo spesso ingenerosa nei confronti di una band che nonostante non rinneghi mai i propri influssi provenienti dai maestri del passato (Iron Maiden e Manowar stessi), ha da sempre maturato un proprio stile, facendolo evolvere nel corso degli anni, senza mai accontentarsi e senza mai risultare la "fotocopia" di altri gruppi. Soderberg stesso, chitarrista degli Amon Amarth, ha più volte sottolineato quanto, ad esempio, la "New Wave Of British Heavy Metal" sia stata fonte di ispirazione per il gruppo e infatti tutto ciò lo si evince nelle loro melodie. L'aggressività e l'imponenza sonora e musicale della band scandinava, prima ancora di passare all'analisi delle singole tracce dell'album, la possiamo notare già dalla copertina: un gioco di colori, dato dai colori del fuoco, dal vulcano e soprattutto del gigante "Surtr", risalta subito all'occhio di chiunque. Il gigante Surtr, un gigante di fuoco figlio di Monspell nella mitologia norrena, si impone in tutta la sua immensità, sfoggiando la propria spada infuocata, simbolo di distruzione, pronto a dar fuoco, al mondo. Distruzione, ferocia?l'apocalisse del mondo vichingo è pronto ad abbattersi sul mondo e gli Amon Amarth ne risultano i più diretti testimoni, rendendo partecipi i loro ascoltatori nel modo più diretto e brutale, proprio come la forza imperiosa di Surtr. L'album in questione è stato scritto alla fine del tour di "Twilight Of The Thunder God"; frutto di un elaborazione notevole, tanto da richiedere alcuni mesi per raccogliere idee per creare il degno successore di quello che rappresenta il vero capolavoro della discografia degli Amon Amarth. La cura nel dettaglio di ogni singolo riff e melodia, il voler dar vita a qualcosa di imponente, aggressivo ma che al contempo risultasse non troppo anacronistico per lo stile che la band ha maturato nel corso degli anni, ha fatto sì che, nella stesura dell'album, gli Amon Amarth abbiano fatto molte pause e ci abbiano messo più tempo del solito, tanto che dopo aver scritto metà album hanno inviato la demo al loro produttore Jens Borgen (già produttore di molti album di band del calibro di Opeth, Dimmu Borgir, Sepultura, Arch Enemy, Dragonforce?) per avere il suo punto di vista. Quest'ultimo particolare, probabilmente, ha reso la stesura dell'album più prolissa ma al contempo più sofisticata. Un album che segna il definitivo spartiacque tra passato e presente della band, tanto che una parte dell'album (come poi analizzeremo) sembra molto rimandare alle melodie dei primi lavori della band e altri che risultano più moderni e, di sicuro, diretti; il connubio di questa eterogeneità di stili riesce alla perfezione, dando ottimi risultati e non deludendo di sicuro la lunga attesa dei fans. L'eterogeneità di stili maturati dalla band in questi anni svetta in maniera imperiosa nelle melodie dell'album, ma al contempo gli Amon Amarth non vogliono provare nulla di sperimentale, rimanendo sempre all'interno di quei canoni che già si sono visti nel precedente "Twilight Of The Thunder God". Premesso ciò possiamo passare all'analisi di ogni singola traccia dell'album.

War of the Gods

Traccia di apertura di "Surtur Rising", gli Amon Amarth riaprono il sipario, dopo anni, con la celebre "War Of The Gods" ("Guerra degli Dèi"). La guerra degli dèi raccontata in maniera aggressiva, brutale, epica e malinconica in pieno stile Amon Amarth. La presentazione di questa celebre guerra, realmente esistita nella mitologia norrena, tra Aesir (gli dèi del cielo e della potenza guerriera, tra cui al vertice vi è "il padre di tutti" Odino) e Vanir (stirpe divina legati alla terra) è dettata subito da un riff tagliente e graffiante, alternato dalla potenza della gran cassa della batteria che, a cadenza di un quarto, scandisce il tempo e l'incipit di quello che sarà una vera e propria guerra a suon di lance e sangue. Aesir e Vanir rappresentano una contrapposizione netta: i primi sono gli dèi dediti alla guerra e a imporre il dominio sul mondo dalla loro fortezza di Asgard, i secondi invece sono dediti più al piacere terreno e alla fecondità, la loro terra è il Vanaheimr; un contrasto destinato a sconfinare in una violenta guerra. L'urlo imponente, acuto e rabbioso di Johan Hegg (frontman del gruppo), al dodicesimo secondo, segna l'inizio della guerra e di una velocità nel ritmo che da adesso inizia a farsi incalzante e serrato. Le chitarre di Soderberg e Mikkonen che riescono a incastrarsi in maniera perfetta con riff di una potenza imperiosa insieme al basso di Lundstrom e la batteria martellante e devastante di Andersson ci accompagnano nel vivo di questa guerra, a integrare questo connubio melodico pressoché perfetto interviene, al ventesimo secondo, la possente cantata in growl di un Johann Hegg che sembra essere nel pieno della sua maturità vocale e artistica. La cantata in growl a cadenza alternata, tra ruggiti più cupi e acuti di disperazione e strazio rasentano la perfezione rendendo il racconto più epico e teatrale, descrivendo il tutto come la "prima guerra del nostro mondo". Al cinquantaduesimo secondo, le melodie delle chitarre iniziano ad assumere un sound più epico e battagliero, creando un preludio al ritornello che, sulle stesse note, si impone con un growl più acuto e meno cupo rispetto al resto del pezzo descrivendo come i Vanir si sono sentiti ingannati e la testa di Mimir sia finita alla corte di Odino. Un ritornello molto orecchiabile e soprattutto semplice e immediato, a dimostrazione che gli Amon Amarth vogliono far breccia fin da subito con un brano destinato a scaldare gli animi degli amanti della band. Il pezzo prosegue mentre la guerra tra gli dèi sembra essere arrivata a un punto di svolta: una pace caratterizzata da uno scambio di ostaggi (Njordr e Freyr vanno ad Asgard invece Hon e Mim a Vanheimr). Odino, infatti, già sapeva che una guerra furiosa non avrebbe portato nessun guadagno, come citato nella quinta strofa del pezzo. Al minuto 2.12, il pezzo subisce una variazione ritmica, le chitarre riescono a creare un'atmosfera ancor più epica, dando vita a un interludio che trasporta il fan in un'altra dimensione. L'atmosfera si fa sempre più epica e incalzante, la batteria aumenta il tempo facendo aumentare il pathos emotivo dell'ascoltatore e proiettandoci nell'assolo (al minuto 2.57). L'assolo è molto melodico, quasi a volersi distinguere dalla grezzaggine nel suono e dalla violenza della ritmica caratterizzante il resto del pezzo e, al contempo, a ricercare una certa armonia. L'assolo, nella sua fase iniziale, appare abbastanza semplice e di vaga ispirazione maideniana, salvo poi evolversi in una progressione di tecnicismi (notevole la pulizia nella tecnica del "tapping" adottata dal chitarrista principale) misto a velocità sonora. Al termine dell'assolo troviamo un altro interludio, stavolta ben più potente e caotico, a voler dimostrare l'imponenza della guerra e dei soggetti protagonisti del racconto. L'interludio, che scatena in automatico pogo ed headbanging, è l'ultima variazione significativa del pezzo; a seguire, infatti, ritroviamo il ritornello e, successivamente, una cavalcata finale fatta da riff imponenti e una velocità raddoppiata, per poi svanire all'improvviso. "War Of The Gods" rappresenta uno dei capisaldi di "Surtur Rising" e della loro discografia in generale, tanto da essere quasi sempre riproposto in sede live, in particolar modo per la sua schiettezza, semplicità, ma anche per una notevole aggressività e potenza sonora; un pezzo destinato a rimanere nel cuore dei fan della band.

Töck's Taunt - Loke's Treachery Part II

Seconda traccia dell'abum, "Tock's Taunt: Loke's Treachery Part II" ("La provocazione di Tock: il tradimento di Loki) è uno dei tanti racconti della mitologia norrena che gli Amon Amarth decidono di raccontarci attraverso la loro arte musicale. La storia vede protagonisti Tock, una gigantessa della mitologia vichinga, che si crede, in realtà, fosse Loki travestito, la quale si rifiuta di piangere per il defunto Balder (altresì chiamato Baldur), obbligandolo a restare nell'Hel (la dimora dei morti). Balder è una divinità della mitologia norrena, appartenente alla famiglia degli Asi e secondo genito di Odino, che venne ucciso da Hodr (altro personaggio della mitologia vichinga) dopo essere stato ingannato da Loki. Il pezzo, che ci illustra alla perfezione la vicenda di Tock, Loki e Balder, si apre con un attacco molto diretto, cadenzato ma al contempo aggressivo. L'andamento iniziale decisamente più lento, rispetto ai precedenti lavori della band scandinava, e con vaghi influssi doom metal, è volto a sottolineare, fin da subito, la solennità dell'accaduto nonché l'epicità del racconto; un po' come se gli Amon Amarth volessero richiamare fin da subito l'attenzione dell'ascoltatore, facendo notare che ci troviamo di fronte a un pezzo diverso rispetto ai loro precedenti lavori. L'attacco del pezzo molto particolare, lento e cadenzato è alimentato dal potente growl, cupo e macabro, di Johann Hegg che, al ventesimo secondo, irrompe iniziando a raccontare la vicenda, sottolineando come Tock (protagonista del racconto) si rifiuta di piangere per il defunto Balder, non rendendolo libero e condannandolo all'Hel eterno, in quanto non gli ha mai portato piacere o gioia. Il ritmo e l'andamento del pezzo è intervallato da variazioni melodiche lente e cupe, caratterizzate dal suono pulito delle chitarre di Mikkonen e Soderberg; ancora una volta gli influssi doom metal assumono un ruolo molto importante. Gli intervalli melodici e puliti sopra citati, sono, però, solo provvisori in quanto subito dopo viene ripreso il riff iniziale, distorto e cadenzato, seguito dalla cantata in growl. L'andamento del pezzo è molto lineare, le strofe continuano a narrare dell'odio di Tock per Balder e del suo rifiuto di versare lacrime per una divinità che gli ha solo recato dispiaceri. Al minuto 1.26, troviamo un'altra variazione: un growl acuto e prolungato, a far da sfondo alla voglia di Tock che l'anima di Balder bruci in eterno nell'Hel, ci introduce al ritornello. Quest'ultimo, al contrario del resto del pezzo, assume già uno stile più death metal riadattato alla maniera degli Amon Amarth, come ci hanno sempre abituato. Gli Amon Amarth nel loro stile hanno sempre avuto diversi influssi, tra questi anche e, soprattutto, quelli dell'heavy metal più classico; questa componente la ritroviamo, al minuto 2.02, subito dopo il ritornello, dove dei fraseggi di chitarre accompagnate da un delicato tocco di batteria smorzano un po' quella rabbia e quella aggressività del ritornello del pezzo. Al minuto 2.15, l'andamento e il riff di inizio pezzo si ripresentano in maniera molto lineare, mentre il growl solenne e cupo di Hegg prosegue nel suo racconto descrivendo che in realtà quello che si crede fosse Tock, è in realtà Loki che si è camuffato. Il riff e l'andamento di inizio pezzo, riproposto più volte nel corso del pezzo, vengono intervallati, al minuto 2.50, da un altro interludio dove troviamo un interessante linea di chiatarra accompagnata dal pregevole e delicato tocco di Andersson; da evidenziare anche la linea di basso di Lundstrom che riesce alla perfezione a rendere la solennità e la malinconia del momento. Al minuto 3.18, troviamo un fraseggio vagamente blues caratterizzato da una certa pulizia nel suono e un andamento lento e melodico, a dimostrazione della maturità acquisita dalla band nel corso degli anni, non rimanendo fermi al sound del passato. Successivamente troviamo l'assolo: anch'esso molto melodico e abbastanza semplice per gli elevati standard tecnici della band, molto simile all'assolo della precedente "War Of The Gods" (almeno nella sua parte iniziale). L'andamento cupo e malinconico prosegue anche nell'interludio successivo all'assolo, dando, comunque, anche quel tocco di epicità che serve a descrivere il racconto mitologico. Dopo queste variazioni tecniche, il pezzo riprende la sua struttura classica: prima con il riproporsi del ritornello, poi dei riff in stile heavy metal, già precedentemente incontrati e citati, fino ad arrivare (al minuto 4.53) al ritorno del riff iniziale che, accompagnato da interessanti fraseggi di chitarra, ci porta verso la fine del pezzo. "Tock's Taunt: Loke's Treachery Part II" è un pezzo molto tecnico e ricco di numerosi spunti interessanti, forse troppo sottovalutato dai fan e snobbato dalla band stessa nei loro tour.

Destroyer of the Universe

Il protagonista della copertina e del nome dell'album è ormai chiaro che sia gigante della mitologia norrena "Surtr", ma nei precedenti brani analizzati ancora non è comparso né nelle vesti di protagonista né nelle vesti di personaggio secondario o comparsa dei racconti scritti da Hegg e soci; con "Destroyer Of The Universe" ("Distruttore dell'Universo"), terza traccia di "Surtur Rising", la temibile creatura mitologica fa il suo debutto. Il pezzo in questione, infatti, è incentrato sulla descrizione di questo gigante mitologico che arriva sul campo di Vigrid, pronto non solo a sconfiggere gli Aesir e i Vanir, ma a distruggere l'intero mondo con la sua spada fiammeggiante. Quest'ultima sta a significare la distruzione, la veemenza e la violenza; la spada infuocata, scelta apposta per evitare la rinascita del mondo, è segno di un apocalisse imminente che sta per abbattersi con la sua discesa in campo. Surtr è il simbolo, come già accennato, di una distruzione destinata ad abbattersi sia sugli uomini che sugli dèi, un inesorabile destino a cui nessuno può sottrarsi. Il pezzo in questione, si caratterizza per un inizio molto violento e rabbioso dettato dal ritmo martellante della batteria di Andersson e dalla velocità ritmica del basso e, soprattutto, delle chitarre di Mikkonen e Soderberg che creano fin da subito un'atmosfera cupa, distruttrice e, soprattutto, molto caotica. L'atmosfera cupa e violenta creata già dall'inizio con chitarre, basso e batteria, è alimentata dalla possente cantata in growl di Johan Hegg che, al quattordicesimo secondo, con ruggiti gravi e rabbiosi, inizia a presentare la figura distruttrice di Surtr salito dal regno del fuoco con una spada letale fiammeggiante. Dopo diverse misure in cui growl, riff taglienti di chitarre, e una sessione basso - batteria molto ben amalgamata, primeggiano in tutta la loro potenza, al trentottesimo secondo viene introdotto il ritornello. Quest'ultimo si caratterizza per un growl urlato e più acuto rispetto alle precedente misure e per melodie molto veloci e molto in stile death metal; nel frattempo il racconto prosegue con la presentazione e l'enfatizzazione della figura di Surtr. Subito dopo il ritornello, un breve stacco dettato dalla batteria ci introduce un breve e velocissimo assolo tecnicamente molto complesso, che funge da primo spartiacque tra ritornello e restanti strofe. Al minuto 1.20, riprende il cantato e la stessa identica sezione ritmica furente e rabbiosa, come la ferocia con cui Surtr scende in campo e distrugge Frej. La struttura prosegue lineare fino al minuto 1.34, dove troviamo un interludio molto cadenzato e più rallentato rispetto al resto del pezzo: il ritmo cadenzato dettato da batteria e chitarre rende l'atmosfera ancor più cupa e maligna; una parte melodica, di sicuro, volta a sollecitare gli animi dei fans e a far breccia fin da subito nei loro cuori. Sempre su questa linea melodica, subentra (al minuto 1.48) il cantato di Johan Hegg inizialmente con un growl molto grave e cupo destinato poi ad andare verso tonalità più acute. Questo dualismo tra growl acuto e grave, accompagnato dal ritmo cadenzato degli strumenti, intervalla l'interludio rendendolo molto vario; la narrazione del racconto prosegue nella descrizione di questa onda distruttoria portata dal gigante Surtr. L'assolo, che si presenta al termine dell'interludio appena descritto, molto elaborato e sofisticato, mette in luce tutta la vena artistica e la preparazione tecnica dei chitarristi del gruppo. Un assolo che inizia in maniera abbastanza lenta per poi evolversi verso un climax di tecnicismi e potenza sonora. Il pezzo si conclude con la riproposizione del ritornello che descrive una nuova rinascita, dovuta soprattutto alla morte di Surtr, annegato nelle onde che allagano la terra ("Drowning in waves that floods the earth, the beginning of the new rebirth"). Da notare come la batteria si fa molto più martellante verso la fine del pezzo, per poi far cessare il pezzo improvvisamente, a testimonianza di come la furia distruttrice di Surtr sia stata distrutta. "Destroyer Of The Universe" è uno dei brani più corti dell'intero all'album, molto semplice e immediato nella sua struttura, non a caso è molto riproposto dagli Amon Amarth nei loro concerti.

Slaves Of Fear

Quarta traccia dell'album, "Slaves Of Fear" ("Schiavi della Paura") è un brano molto semplice, diretto e, al contempo, più leggero rispetto a quanto ci hanno abituato gli Amon Amarth. Il testo è più una critica che un racconto stavolta, nei confronti di chi predica le religioni manipolando le menti dei propri seguaci, non rendendoli liberi bensì "schiavi della paura". Il brano si caratterizza per ritmo molto lento e cadenzato che compare fin dall'intro e dai primi secondi del pezzo, riff e struttura destinata a ripetersi notevolmente. Intorno al ventiduesimo secondo, il possente growl, cupo e malinconico, di Hegg inizia a raccontare come molti usano le parole di amore e tolleranza per prosperare sull'ignoranza della gente rendendoli, in realtà, schiavi della paura. L'andamento, molto lineare del pezzo, subisce una variazione (intorno al quarantaquattresimo secondo): il ritmo molto lento e di vaga ispirazione doom metal, lascia lo spazio a un interludio molto in stile death metal, come spesso gli Amon Amarth ci hanno abituato. L'interludio, non molto duraturo, lascia, a seguire, nuovamente spazio al ritmo cadenzato e lento già incontrato precedentemente. Successivamente, troviamo il ritornello caratterizzato prima da un riff di chitarra molto malinconico e triste, poi da un growl molto acuto e urlato che spiega come la religione rende ciechi la gente e come riduce in schiavitù la mente umana. Un ritornello molto intenso ed emotivo che lascia, a seguire, nuovamente spazio a quei riff in stile death metal tanto cari alla band e ai fans. Il racconto (o invettiva) prosegue descrivendo come i seguaci delle religioni siano solo delle persone trattate come marionette ubbidienti ("And use you as obedient tools"). Uno stacco di chitarra molto interessante, che precede un piccolo assolo di chitarra molto semplice e melodico, rappresenta una delle variazioni strutturali e melodiche del pezzo. Subito dopo troviamo una ripresa della struttura e del riff iniziale del pezzo, destinato a ripetersi per diverse misure, come, d'altronde, anche il ritornello che ne segue (al terzo minuto circa). Successivamente troviamo l'assolo: molto melodico, in stile heavy metal, e più leggero rispetto ai caotici e potenti assoli a cui gli Amon Amarth ci hanno abituato; non manca, ancora una volta, quella sottile vena malinconica dimostrata con un ritmo più lento e da melodie molto cupe. La batteria di Andersson, ancora una volta dominante, verso l'inizio e per gran parte dell'assolo è in piena linea con l'andamento ritmico del pezzo. Sul finire del brano, invece, mentre la chitarra, con fraseggi ripetuti, riesce a mantenere la stessa linea melodica, la batteria inizia a martellare a ingranare con il ritmo trasportando l'ascoltatore in un vortice di emozioni che lo accompagnano fino alla fine del pezzo. Su questa linea melodica, segnata da un'ottima sezione ritmica molto melodica e ricca di enfasi, e dall'ennesima critica nei confronti della religione e degli effetti che causa nelle menti della gente, si chiude il brano. Nel complesso "Slaves Of Fear" è un brano molto bello nonostante la sua semplicità e diversità rispetto ai precedenti lavori della band; un vero peccato che questo pezzo sia stato molto sottovalutato da band e ascoltatori stessi, solo perché magari appare meno carismatico e rabbioso di altri lavori.

Live Without Regrets

Quinta traccia dell'abum, "Live Without Regrets" ("Vivere senza Rimpianti") è proprio uno di quei pezzi che più assomiglia ai lavori passati degli Amon Amarth, sia per melodie che per testo. Il suono rozzo, a tratti ovattato, sembra rimandare molto al tanto decantato "Twilight Of The Thunder God" oppure a "Versus The World"; una sorta di ritorno al passato per i vichinghi del metal estremo, senza far mancare, tuttavia, influssi melodici e tecnicismi più sofisticati adottati nei loro lavori più recenti. Il testo è molto "vichingo", un autentico inno a combattere con onore sempre,a non accontentarsi, a non attendere un inesorabile logorio dato dalla vecchiaia?a vivere senza rimpianti! Sin dall'intro del pezzo possiamo notare come, a differenza dei precedenti lavori dell'album, "Live Without Regrets" faccia emergere il lato nostalgico della band; infatti la schiettezza dei riff delle chitarre di Mikkonen e Soderberg, molto in stile death metal, accompagnate da una martellante e graffiante ritmica dettata dal basso di Lundstrom e dalla batteria di Andersson sembrano molto rimandare ai primi Amon Amarth di "Versus The World" o "Fate Of Norns". Il riff potente che segue all'intro (intorno al quindicesimo secondo) genera un groove cattivo e potente che esprime tutta la rabbia vichinga e la loro voglia di combattere senza mai accontentarsi. Le prime parole narrate dal potente growl di Johan Hegg racchiudono l'essenza della mentalità vichinga: "non ci sono uomini in vita che possano fermare la nostra furia selvaggia" ("And there are no men now alive, who stops our wild rampage"). Questi due riff (quello iniziale e questo appena descritto) si intervallano alla perfezione, mentre il testo continua a spiegare come gli uomini del Nord vivono senza rimpianti accettando i loro destini. Al minuto 1.18, l'atmosfera si fa più cupa ed epica grazie a un growl che si fa sempre più grave e le melodie di sottofondo, dettate dalla batteria di Andersson, si fanno sempre più veloci. Il ritornello che ne segue è in climax, soprattutto nel modo di cantare di Hegg: grazie a un growl in crescendo che esorta gli animi dei guerrieri vichinghi a non avere né rimpianti né paura della morte certa. Un'atmosfera decisamente battagliera che rimanda molto all'epic metal dei Manowar. Molto interessanti sono i fraseggi di vaga ispirazione heavy metal che segnano il primo interludio, che troviamo subito dopo il ritornello. A seguire, quasi come proseguo del primo interludio, troviamo una parte terzinata, molto melodica, che già abbiamo incontrato in "War Of The Gods". Al termine di questa parte terzinata, viene replicato il riff introduttivo fomentando ulteriormente gli animi dei fans più fedeli ai primi lavori della band norrena, nonché più amanti del death metal. Al minuto 2.40, si impone con veemenza un altro interludio dal suono più racchiuso e ovattato mentre Hegg esorta a non piangere gli amici caduti e di non temere il giorno in cui "saremo noi a cadere", perché i guerrieri non vanno all'inferno. Il classico ritornello che ne segue viene replicato in maniera perfetta e ben incastrata con le melodie che lo precedono e che ne seguono. Subito dopo, infatti, troviamo un'altra variazione del pezzo dettata da un interludio dove spicca un dualismo dettato da una parte dalla chitarra che, con tonalità melodic death metal molto simili a quelle spesso adottate dai Dark Tranquillity, fa viaggiare la mente e l'animo dell'ascoltatore, trasportandolo in un vortice di emozioni e di carica emotiva, dall'altra una perfetta sessione ritmica fatta da basso - chitarra ritmica e batteria che riescono a dar vita a delle epiche cavalcate. Tutto ciò viene alimentato dall'impeccabile growl di Johan Hegg che si fa sempre più cupo, malinconico ma al contempo battagliero; in perfetta linea con lo stile del pezzo. L'atmosfera epica dettata da fraseggi heavy e melodici, accompagnati da una sessione ritmica di sottofondo imponente e dominante, e l'auspicio finale di non avere paura della morte, di alzare i calici e di brindare ai caduti che ora si trovano nel Valhalla, segna la conclusione del pezzo. Il brano in questione non è di sicuro tra i più famosi della discografia della band norrena, tuttavia presenta degli spunti molto interessanti e rappresenta un perfetto connubio melodico tra passato e presente degli Amon Amarth.

The Last Stand Of Frej

Nella sesta traccia di "Surtur Rising", gli Amon Amarth ci deliziano con un brano epico, battagliero e dai connotati leggendari come "The Last Stand Of Frej" ("L'ultima Resistenza di Frej"). Frejr è il dio della bellezza e della fecondità che concede pace e piacere ai mortali, una figura mitologica tanto adorata dal popolo norreno; egli domina sulla pioggia, sullo splendore del sole e sul raccolto dei campi. Di notevole importanza è la battaglia che Freyr combatte contro il gigante Surtr; una battaglia dal sapore epico, drammatico e molto intenso, non a caso gli Amon Amarth hanno deciso di celebrare questa impresa con un pezzo che racchiude ogni singola componente emotiva che fa da contorno a uno dei più grandi racconti della mitologia norrena. Il preludio a un qualcosa di epico lo si evince già dall'intro, grazie ad un intro costituito da un riff di chitarra che assume fin da subito un tono battagliero e i piatti della batteria che si incastrano, in maniera cadenzata, alla perfezione. L'alternanza piatti - rullate della batteria di Andersson rende subito la diversità del pezzo. Il growl cupo, a far da sfondo a una ritmica lenta e molto stile doom metal, segna l'inizio della resistenza di Frejr che, nonostante la giganteggiante figura di Surtr, non si tira indietro dal proprio destino. Il growl di Johan Hegg è un'autentica altalena sonora tra tonalità basse e cupe e tonalità decisamente più acute e alte, questo gioco sonoro è un'ulteriore conferma (se mai ce ne fosse bisogno) della bravura tecnica di uno dei cantanti più rappresentativi e affermati del metal estremo. Questa alternanza di tonalità risulta ben amalgamata con gli stacchi di batteria e le variazioni ritmiche imposte da Andersson; Hegg regge alla grande tutto ciò, riuscendo a risultare anche molto teatrale grazie a questo gioco di tonalità dettato dal suo possente growl. Un autentico gioco sonoro proporzionato alla figura di Surtr, descritto come un avversario quasi impossibile da battere ("there is no way to defeat"). Al minuto 1.35, gli stacchi e l'andamento cadenzato incontrato fino adesso lasciano spazio a una cavalcata in puro stile Amon Amarth (quindi con forti rimandi al death metal) che, dopo diverse misure, ci introduce al ritornello. Un growl acuto, delle chitarre dai riff taglienti e malinconici, una sessione basso e batteria granitica e un lieve sottofondo di tastiere descrivono le emozioni di Frejr che, ormai, è in procinto di affrontare il proprio nemico ed è pronto a morire. Subito dopo il ritornello si ripresenta la stessa identica struttura già incontrata, dove riff introduttivo e stacchi di batteria si replicano fino all'assolo. Quest'ultimo si caratterizza per una certa semplicità e per la sua emotività, la ritmica rallenta e l'atmosfera diventa sempre più battagliera mentre Frejr è in procinto di morire invano (a detta sua), in quanto fiamme e dannazione attendono l'umanità. Questo stato d'animo di Frejr è incarnato non solo dall'assolo, preludio a tutto ciò, ma anche dal ritmo velocizzato che detta Andersson al termine dell'assolo, creando una sorta di climax musicale. La cavalcata finale, nel suo proseguo, segna un passo importante del racconto: Frejr riesce a uccidere il possente Surtr, non dopo un'estenuante battaglia che porterà alla morte di entrambi. Su questa ritmica, veloce e cadenzata, emerge un interessante fraseggio di chitarra, a voler enfatizzare la drammaticità emotiva del racconto, che accompagna l'animo dell'ascoltatore verso la fine del pezzo. Un brano che di sicuro non passerà alla storia come uno dei più famosi della band norrena, ma che presenta una forte emotività oltre a un elevato tasso tecnico da rinvenire non soltanto nella difficoltà ritmica, bensì nelle emozioni che riesce a trasmettere; caratteristica che rende il pezzo pregevole, quanto troppo spesso sottovalutato.

For Victory Or Death

Settima traccia di Surtur Rising, "For Victory Or Death" ("Per la Vittoria o la Morte") si presenta fin da subito come uno dei brani più diretti e di semplice ascolto, studiato appositamente per la dimensione live. Un brano carismatico dettato da una certa "leggerezza" (per quanto leggeri possano essere gli Amon Amarth) nelle melodie, nonostante non manchi, al contempo, di una certa cattiveria. Questa volta, il testo del brano non è un racconto mitologico o una storia in evoluzione, bensì un autentico inno alla vendetta (virtù portante della cultura vichinga). Vendetta pronta ad abbattersi sui Cristiani che all'epoca sconfissero il popolo norreno. L'intro del pezzo sembra essere il preludio al caos sonoro, infatti è molto diretto e al contempo rozzo nel suono; ma poi, la tempesta musicale che sembrava doversi abbattere sugli animi degli ascoltatori, lascia spazio a un riff di chitarra molto melodico e orecchiabile, intrinseco di malinconia e rabbia interiore. Su questa melodia iniziale, spicca il growl molto potente e lineare di Johan Hegg che inizia, nel suo racconto, a fomentare gli animi: sollecitando quello spirito vendicativo che alberga nell'animo di ogni vichingo. Al cinquantasettesimo secondo, uno stacco caratterizzato da un riff solista di chitarra distorta, con vaghi influssi sia heavy che thrash metal, primeggia in tutta la sua semplicità e schiettezza. La batteria e gli altri strumenti che subentrano segnano l'evoluzione e la definitiva esplosione del pezzo, imponendosi in maniera dominante e dando vita a delle linee melodiche che rimandano molto al thrash metal. Il ritmo si velocizza in maniera impressionante, descrivendo in pieno la rabbia e la voglia di vendetta da parte dei vichinghi nei confronti di chi ormai li ha dati per sconfitti definitivamente. Questa struttura, intervallata solamente da un piccolo fraseggio di chitarra e da un piccola variazione che la batteria detta ai restanti strumenti, è destinata a ripetersi, ribadendo che è giunta l'ora di marciare per la vittoria o per la morte. Il riff che ne segue, al minuto 2.06., è identico a quello iniziale, stavolta però molto velocizzato e dettato da un tocco molto più stile death metal, grazie a una velocità ritmica imposta dalla batteria e concretizzata dal pregevole tocco con plettro alternato che riesce a dare il chitarrista; un interludio carico di rabbia emotiva che coincide con la parte del testo in cui gli oppressori pagheranno per tutto quello che hanno fatto al popolo norreno. Successivamente, al minuto 2.50, troviamo l'assolo che appare fin da subito diretto, semplice e non alimentato da troppi tecnicismi; una parte terzinata riesce a dare quel tocco di epicità che serve per rendere l'idea di questa vendetta ormai pronta a realizzarsi. Questa parte terzinata funge da ponte tra l'assolo e la parte ritmica che ne segue, dove gli Amon Amarth decidono di riproporre il fraseggio principale che abbiamo trovato a inizio pezzo (allo stesso identico modo). La particolarità di questo pezzo sta nell'assenza di un vero e proprio ritornello, non troviamo, infatti, una strofa ripetuta come in quasi tutti i lavori della band. Il pezzo, infatti, si conclude con una riproposizione del fraseggio iniziale velocizzato, come in precedenza, e riadattato con uno stile che tende più al death metal, in cui Johan Hegg esorta nuovamente ad "alzarsi" e "marciare", innalzando ancora le loro bandiere e esorcizzando un dolore che ormai sembra solo un lontano ricordo. "For Victory Or Death", come già accennato, è uno dei brani più suonati dagli Amon Amarth nelle loro tourneè; la sua semplicità, il suo ritmo malinconico ma al contempo rabbioso e violento nonché la brevità del pezzo (è il secondo più corto dell'album) sono, probabilmente, studiati appositamente per fomentare gli animi dei fans, a suon di pogo ed headbanging, durante i loro concerti senza passare per eccessivi tecnicismi o sottigliezze. Non resta, quindi, che marciare tutti insieme verso la vittoria o la morte, come Johan Hegge e soci ci insegnano.

Wrath Of The Norseman

Tutta la furia degli uomini del nord, descritta in un brano; "Wrath Of The Norseman" ("La furia dei Norreni") è a tutti gli effetti uno dei brani più belli e carismatici dell'intero album, nonché dei più diretti. La tematica del testo riguarda, appunto, l'ira vendicativa dei norreni che si abbatte sui propri nemici e per descriverla al meglio, gli Amon Amarth hanno messo in campo tutta la loro cattiveria sonora unita ad un suono grezzo degno dei loro primi lavori in studio. L'intro del pezzo sembra già il preludio a una tempesta, il suo andamento in progressione, diretto e cadenzato rende l'idea di un'atmosfera brutale destinata a scatenarsi. Al ventiduesimo secondo, il pezzo assume la sua definitiva fisionomia grazie a un andamento ritmico in costante aumento caratterizzato da un notevole groove e da un growl cupo e maligno in grande spolvero; Johan Hegg, infatti, sembra più in forma che mai. Le prime strofe del testo descrivono uno stato confusionale da parte di chi ha subito tutta la furia degli uomini del nord, uno stato di incredulità e al contempo di contentezza per essere ancora in vita. Il ritornello del pezzo è caratterizzato prima da un riff di chitarra in pieno stile Amon Amarth (quindi più tendente al death metal), poi da un growl acuto che descrive in pieno lo stato di disperazione di chi ha subito questa invasione, etichettando il tutto come un incubo. La velocità e il ritmo incalzante vengono parzialmente placati da fraseggi heavy che si intersecano alla perfezione con il riff principale del pezzo e con il groove sonoro che ne deriva. Il growl cupo e grave che ne segue indica uno stato di disperazione e smarrimento che affligge il superstite dell'invasione vichinga che non riesce a ritrovare più nessuno dei suoi amici, le melodie di sottofondo, caotiche e brutali, riescono a enfatizzare ancora di più questa situazione soggettiva. Al minuto 2.10, troviamo un assolo molto melodico e caratterizzato da una certa semplicità e pochi tecnicismi. Il ritmo e l'andamento dell'assolo, inizialmente più lento, è destinato a evolversi, successivamente, in un interludio decisamente martellante e ricco di energia; una melodia ripetuta che somiglia, ancora una volta, a quella incontrata nella prima traccia dell'album ("War Of The Gods") e che accompagna uno stato di incredulità mostrato dal protagonista del racconto nel vedere che gli uomini del Nord hanno lasciato solo morte e disperazione. La velocità del ritmo è direttamente proporzionale allo stato malinconico e di afflizione che caratterizza il protagonista del racconto, un pathos emotivo su cui gli Amon Amarth puntano molto in tutte le loro componenti. La durata di questo possente interludio occupa diverse misure della struttura musicale, una parte melodica molto bella e interessante, ancora una volta rozza nel suono e maligna nella melodia. Il ritornello segna la fine del racconto e del pezzo ribadendo l'incredulità e la disperazione del protagonista del racconto che pensa di vivere un incubo. Gli Amon Amarth con "Wrath Of The Norseman" hanno volutamente puntato su un pezzo breve ricco di enfasi e di rabbia intrinseca, molto adatto alla dimensione live; nonostante tutto, le melodie particolari e proporzionate allo stato emotivo di chi ha subito la furia dei norreni, riescono a trasmettere all'ascoltatore quella sete di vendetta e quella mentalità vichinga tanto decantata dalla band stessa. Dopotutto, anche in queste peculiarità è rinvenibile tutta la bellezza artistica della band svedese.

A Beast Am I

Nona traccia dell'album, "A Beast Am I" ("Una bestia io Sono") è uno dei brani più brutali dell'album, uno di quei pezzi che farà emozionare i cuori di quei fans nostalgici dei primi Amon Amarth. Le melodie imponenti e dirette come martellate sui denti fanno da sfondo alla storia del lupo Fenrir e del suo odio verso gli Aesir. Fenrir è un gigantesco lupo della mitologia norrena, nato dall'unione del dio Loki e la gigantessa Angrboda, possiede una notevole intelligenza tanto che riesce persino a parlare, rendendosi un avversario forte sia fisicamente che mentalmente. Secondo una profezia, le creature mitologiche come il lupo Fenrir avrebbero portato solo disgrazie, pertanto spetta a Odino e agli dèi decidere riguardo la sorte di Fenrir. La leggenda narra che, gli dèi incatenarono Fenrir, dopo averlo convocato su un'isola, lui accettò di essere incatenato fino a quando qualcuno non avrebbe posato la mano sulla sua bocca. Nonostante Tyr, unico vero amico di Fenrir, sacrificò la propria mano per liberarlo, il lupo, ingannato dagli dèi, non venne liberato. A far da sfondo a questa leggenda mitologica, gli Amon Amarth hanno cercato di far breccia nei cuori dei fans fin dalle prime linee melodiche, grazie ad un intro in progressione caratterizzato da un possente riff di chitarra accompagnato da una maestosa cavalcata basso batteria. La seconda chitarra, che si inserisce qualche misura dopo, riesce a innalzare progressivamente le emozioni dell'ascoltatore; un vortice di pathos emotivo in crescendo, come se fosse un climax melodico, destinato a culminare in un urlo straziante del frontman Hegg che introduce il racconto. Le melodie cupe e maligne tra thrash e death metal, si impattano in maniera diretta e brutale come la rabbia e l'odio che caratterizza Fenrir, nell'attesa di quel Ragnarok (la battaglia finale tra le potenze della luce e delle tenebre) che consentirà al gigantesco lupo di coronare la sua vendetta contro Odino. Al cinquantottesimo secondo del pezzo, un riff di chitarra tagliente e feroce, coadiuvato in seguito dagli altri strumenti, segna uno stacco prima di riprendere la struttura principale. Il ritornello, incalzante e granitico, preannuncia quell'odio che abbiamo finora descritto e quella rabbia pronta a scatenarsi non appena Fenrir sarà di nuovo libero. Il growl acuto quasi ai limiti dello scream, riesce a dare quel tocco necessario per descrivere lo stato d'animo di rabbia e frustrazione della creatura mitologica. Successivamente, troviamo un interessante interludio di notevole ispirazione doom metal, molto melodico e intrinseco di malinconia; addirittura gli Amon Amarth per rendere al meglio la descrizione del racconto, inseriscono un ululato di un lupo che fa da sfondo a questa parte melodica, riuscendo a rendere il tutto ancora più epico e leggendario. L'assolo che ne segue è ricco di tecnicismi, ma a far da padrone in questa circostanza è l'effettistica data alla distorsione della chitarra, che riesce a rendere l'atmosfera ancora più incalzante. Il riff solista, tagliente e spaccaossa, di prima si ripete, riconducendo l'ascoltatore alla struttura principale. Il pezzo si conclude con il ritornello volto a riproporre quella voglia di vendetta da parte di Fenrir, una volta libero. Subito dopo il ritornello (strutturato alla stessa maniera di prima), troviamo un interessante fraseggio melodico di chitarra che accompagna l'ascoltatore verso la fine del racconto e del pezzo; un notevole spunto che segna un'atipicità rispetto ai precedenti lavori della band norrena, che non ci ha di certo abituati a finali di pezzi pacati e caratterizzati dal suono armonioso di un solo strumento. Questa peculiarità rappresenta un'ennesima dimostrazione della maturità acquisita in tutti questi anni dalla band, che nonostante adottino in questo pezzo un sound più vicino al passato, non mancano mai di stupirci attraverso dei piccoli inserti emblema di una profonda evoluzione artistica. "A Beast Am I" resta un brano notevole, a tratti nostalgico?che di sicuro riesce a far breccia nel cuore di chi adora gli Amon Amarth, nonostante non venga considerato come uno dei loro principali lavori.

Doom Over Dead Man

Decima e conclusiva traccia di Surtur Rising, "Doom Over Dead Man" ("Sventura su un Uomo Morto") si presenta come un pezzo molto malinconico e dai connotati quasi drammatici. Spesso gli Amon Amarth, dopo un album in cui ogni singola traccia è martellante e rabbiosa, scelgono, come epilogo dei loro lavori in studio, un pezzo destinato a placare i concitati animi. Il pezzo in questione si apre con un intro molto lento e malinconico, con un sottofondo dove si alternano dei violini. L'inizio del cantato, al trentaduesimo secondo, è connotato da un andamento cadenzato e da un growl molto cupo che attraverso riferimenti ambientali, narra della malinconia dell'animo del protagonista. Uno stato di tristezza e frustrazione perché vorrebbe tornare indietro per cambiare vita, per essere qualcuno che possa essere ricordato in eterno e non più un ricercatore di oro e ricchezze. Notevoli influssi di sabbathiana memoria si rinvengono nei fraseggi che fanno da intervallo all'interno della struttura principale. Il ritmo lento e cadenzato, diretta espressione di un pessimismo che fa da sfondo al pezzo, che abbiamo precedentemente incontrato si replica nuovamente nelle misure seguenti. Al minuto 2.31, troviamo un interessante linea di basso dal sapore cupo e lugubre che introduce una parte musicale ben più veloce delle precedenti; la batteria di Andersson aumenta i giri generando, assieme agli altri strumenti, un notevole groove metallico. Nel frattempo, per il protagonista del racconto è giunto il momento di porsi tutte quelle domande che non si è mai fatto in vita sua, generando un certo rammarico e rimpianto per quello che sarebbe potuto essere ma che non è stato e non sarà mai. Su queste melodie, Johan Hegg inizia ad intonare un growl sempre più in crescendo, partendo con tonalità basse e salendo sempre di più. Al minuto 3.15, troviamo una linea melodica introdotta da chitarre che in tutta la loro potenza emanano un riff di stampo death metal, seguito da un growl sempre più acuto a voler sottolineare quanto disperazione e rabbia ci sia nel protagonista del racconto; i violini che timidamente si sentono in sottofondo, riescono a dare quel tocco di malinconia necessario per rendere l'atmosfera ancora più cupa e depressa. L'andamento cadenzato e decisamente più ritmato, già incontrato in precedenza, segna la morte del protagonista del racconto, il vero momento che lui stesso ha sempre temuto, il momento che lo condanna all'oblìo. Un timbro di voce affranta, a emblema di una disperazione totale per la morte ingloriosa, dei fraseggi ben amalgamati con il ritmo della batteria sempre più incalzante e coinvolgente, il basso che in maniera granitica riesce a tenere botta in ogni singola linea melodica?queste componenti tecniche segnano la conclusione di un pezzo a dir poco epico e, al contempo, molto cupo sia nel testo che nelle melodie. Il decrescere della melodie che progressivamente svanisce, segna la fine dell'ottavo lavoro in studio degli Amon Amarth.

Conclusioni

Dopo aver analizzato, in ogni singola componente melodica ed emotiva, l'intero album e ogni singola traccia contenuta al suo interno, possiamo ritenere "Surtur Rising" come un album notevole, di sicuro degno della fama della band ma che non è destinato a lasciare lo stesso segno indelebile dei precedenti lavori. Fare i confronti in musica, per quanto sia inevitabile, non sempre è una cosa giusta, in quanto si finisce per sminuire lavori altrettanto belli e imponenti. Se analizziamo "Surtur Rising" dal punto di vista di colui che necessita di fare paragoni con altri lavori passati o con lavori di altri gruppi dello stesso genere o sottogenere, è ovvio che ne rimarremo delusi; infatti, l'album in questione, non si avvicina minimamente al precedente capolavoro "Twilight Of The Thunder God" o ad altri lavori passati. Se, invece, riusciamo ad analizzare e apprezzare "Surtur Rising" in tutta la sua essenza, svincolandoci da paragoni, allora possiamo apprezzare un lavoro degno di nota, che, di sicuro, non passerà alla storia del metal estremo, ma non per questo va sminuito o sottovalutato. Surtur Rising rappresenta, comunque, un passo in avanti nel processo di evoluzione artistica della band maturato negli anni; le linee melodiche, la ricerca di un suono diverso senza mai rinnegare quello passato e gli influssi provenienti da altri stili (heavy metal, epic metal, thrash metal, death metal?) ne sono l'esatta dimostrazione. Oltretutto, gli Amon Amarth, da artisti preparati musicalmente e molto aperti alle critiche costruttive quali sono, cercano di rimediare a errori del passato riuscendo a colmarli in pieno; ad esempio, in questo album non abbiamo più quel suono ovattato e quella produzione che non valorizza in toto ogni singolo strumento che compone la melodia, come nei precedenti album. Un album, come abbiamo precedentemente accennato, che guarda al futuro senza mai rinnegare il proprio passato; non a caso gli Amon Amarth ci presentano alcuni brani che non avrebbero stonato su uno dei loro primi lavori ( "Tock's Taunt: Loke's Treachery Part II", "Slaves Of Fear", "The Last Stand Of Frej", "Wrath Of The Norseman") e altri più moderni e ricchi di novità ("War Of The Gods", "Destroyer Of The Universe", "For Victory Or Death"). Ancora una volta, il senso di appartenenza e i riferimenti alla mitologia norrena non mancano mai, come si può constatare già dal titolo e dalla raffigurazione del gigante Surtr nella copertina dell'album. Quest'ultima si presenta, fin da subito, appariscente, grazie al gioco di colori e alla spiccata figura del gigante norreno, quasi a voler lanciare un messaggio forte e chiaro a tutto il mondo: gli Amon Amarth sono tornati! L'irruenza, l'aggressività, la carica emotiva, generate dal possente growl di Johan Hegg, dai taglienti riff del duo Mikkonen - Soderberg o dalle martellanti cavalcate della granitica sessione basso - batteria dei maestri Lundstrom e Andersson, rappresentano un marchio di fabbrica della band che si ripete anche in questo ultimo lavoro. Surtur Rising rappresenta quell'album che, di certo, non è destinato a scrivere la storia del metal, ma a mantenerla viva. Non consiglierei questo album ad un ascoltatore che per la prima volta si approccia al genere e al mondo targato Amon Amarth. Al contrario, credo che un degno appassionato della band e di questo tipo di sonorità, debba possedere questo tassello all'interno del proprio bagaglio culturale. Discorsi sulla produzione a parte. Un saluto e corna in alto, ci sentiamo al prossimo aggiornamento targato Amon Amarth.

1) War of the Gods
2) Töck's Taunt - Loke's Treachery Part II
3) Destroyer of the Universe
4) Slaves Of Fear
5) Live Without Regrets
6) The Last Stand Of Frej
7) For Victory Or Death
8) Wrath Of The Norseman
9) A Beast Am I
10) Doom Over Dead Man
correlati