AMON AMARTH

Once Sent From the Golden Hall

1998 - Metal Blade Records

A CURA DI
BENEDETTO PISICCHIO
24/11/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione recensione

Corre l'anno 1988 e nei sobborghi di Stoccolma nasce un gruppo di ragazzi appassionati di musica estrema, quella molto in voga in quel preciso periodo: stiamo parlando degli Scum, appartenenti alla frangia del Grindcore, come molti avranno già capito dal nome di questa band, chiaramente ispirato all'omonimo capolavoro dei Napalm Death pubblicato esattamente un anno prima. La line up è all'epoca composta da Paul "Thermogoroth" Makitalo (voce), Olavi Mikkonen e Vesa Merilainen (chitarre), Nico Mehra (batteria) e da Petri Tarvainen (basso), tuttavia l'impatto non fu significativo sull'allora scena svedese, nonostante la proposta dei ragazzi fosse comunque estrema e di impatto. Un cambio di formazione appena poco successivo alla loro nascita segna definitivamente la storia del gruppo, rendendolo come lo conosciamo oggi: l'entrata del vocalist Johan Hegg, che impressionò gli Scum per il suo apparire "vichingo" e per il suo cavernoso growl, porterà difatti ad un netto cambio di stile, a partire dal nome (d'ora in poi  Amon Amarth) per finire sulle tematiche e le sonorità. Essendo un gruppo del nord europa il quintetto non potrà che essere influenzato da gruppi tipici del luogo, finendo per trattare tematiche inerenti alla sfera del paganesimo e dell'anticristianesimo, adottando consequenzialmente peculiarità musicali appartenenti alle opere dell'ancora in vita Quorthon , membro della one man band Viking/Black Metal Bathory. In generale, le loro sonorità risentiranno moltissimo della scuola Death Metal svedese, considerata una delle migliori al mondo assieme a quella americana. Un retaggio così forte ed ispirato non potrà che dare alla band una lunga serie di successi, andando anche a forgiare quelle che saranno poi le linee guida del melodic death metal di stampo prettamente europeo. L'entrata di Joan non fu comunque l'unica: presto il complesso vide entrare nelle sue schiere anche Anders Hansson (chitarra) e Ted Lundstrom, senza scordarsi dell'apporto di Martin Lopez (batterista che lascerà gli Amon Amarth comunque dopo le registrazioni del primo disco, unendosi di seguito ai connazionali Opeth); siamo nel 1992 e gli Amon Amarth nascono così ufficialmente. Le prime registrazioni appaiono sottoforma di demo, la cui prima è datata 1993. "Thor Arise" suona ancora cruda e molto acerba ed il gruppo non ne è pienamente soddisfatto; non verrà infatti pubblicata per via del contenuto eccessivamente lo-fi, anche se la band verrà positivamente notata in sede live, apprezzata per il contenuto estremo della propria musica e per l'approccio epico mescolato agli assalti Death Metal. Nel 1994 arriva anche una nuova demo, "The Arrival of Fimbul Winter", la quale verrà finalmente distribuita incontrando il favore sia della band sia del pubblico. Appena due anni dopo gli Amon Amarth hanno anche l'opportunità di firmare con un'etichetta, la "Pulverised Records", con la quale pubblicheranno il loro primo mini cd, "Sorrow Throughout The Nine World", che venderà la bellezza di seimila copie. Fu comunque la firma per la "Metal Blade Records" a sancire definitivamente l'inizio della loro avventura: etichetta per la quale rilasceranno il loro primo full-length ufficiale, "Once Sent From the Golden Hall", datato 1998 e subito apprezzatissimo da fan e critica, nonché prodotto dal monumentale Peter Tagtgren. Nonostante l'ampio uso di componenti epiche alla Bathory e di un riffing spacca-ossa capace di rievocare il gelo delle terre vichinghe, i nostri comunque non vollero definirsi una band Viking Metal, a detta dello stesso cantante. Infatti, compatti e comunemente d'accordo, i nostri definirono sin da subito il loro stile come una loro interpretazione di Death Metal, unita a tematiche epiche di stampo vichingo ed anticristiano. L'opera d'esordio del quintetto svedese è dunque "Once Sent From the Golden Hall", titolo decisamente appariscente che contribuisce a farci entrare in un'atmosfera propria del mondo ancestrale di cui l'album in questione vuole narrare. Entrare proprio in un frastagliato panorama di sanguinose battaglie , violente razzie ed epici commiati, clima in cui emergono i caratteri della band quali un riffing tagliente ed atroce, una batteria ed un basso instancabili che consentono alla composizioni di ergersi in armonie più complicate ed infine una voce graffiante , che andrà evolvendosi sempre più verso il ruggito cavernoso che tutti noi oggi conosciamo ed apprezziamo. L'album fu ritenuto il primo successo dei Nostri, e la piccola fama conquistata li portò ad intraprendere, sempre nel 1998, un tour con nomi altisonanti quali Deicide e Six Feet Under.

Ride for Vengeance

L'album si apre con "Ride for Vengeance (Correndo verso la Vendetta)", una sferragliata letale quanto il suo titolo; il brano si presenta infatti con un riffing austero quanto efficace, nulla di troppo eclatante, ma che ci fa sentire l'odore ed il sapore dell'odio che il protagonista prova verso coloro che hanno osato profanare e macchiare col sangue la sua casata. Il pezzo parla infatti dell'uccisione di un figlio (elemento di totale importanza nella società vichinga, specie se il primo e se maschio) da parte di un "hvitekrist" che tradotto alla lettera vuol dire cristiano. La volontà degli Amon Amarth è proprio quella di volersi focalizzare sulle nefandezze compiute dai seguaci della Chiesa di Roma contro le popolazioni vichinghe, ree di non aver voluto abiurare la fede nei propri Dei per accettare l'egemonia di quello che i Bathory stessi definivano come "dio straniero". La pena, in casa di mancata abiura, era decisamente drastica: o l'incarceramento o la morte. Tanti indigeni scandinavi furono torturati ed uccisi perché si rifiutarono di voltare le spalle ai loro Dei originali, e gli Amon Amarth vogliono far luce su questi avvenimenti, mostrando come la religione di "pace ed amore" non fosse altro che un cumulo di menzogne, visto che neppure i bambini (come in questo caso) venivano risparmiati. Musicalmente parlando, il pezzo procede in maniera decisamente omogenea, non perde neanche un colpo, molto interessante la presenza di un intermezzo scritto interamente in Norreno. La composizione di per sé non vanterà una complicata tecnica o di un chissà quale arrangiamento, i riff sono effettivamente pochi, ma ciò non può fare altro che farci comprendere quanto possano un nome, delle parole od un titolo, entrare in un mondo ed un epoca oramai obliate. La semplicità e la schiettezza è la chiave di volta per comprendere infatti al meglio questo brano, non elaboratissimo ma incredibilmente diretto. Nulla di eccessivamente ricercato in quanto a tecniche ritmiche, la tecnica che spicca sulle altre è un "alternate picking" ad alta velocità, caratteristica del black ed anche del death metal, espediente che contribuisce inequivocabilmente a dare un senso più pieno alla composizione. Durante il solo emergono delle ottime capacità soliste , oltre alla tecnica precedentemente menzionata si nota un utilizzo oculato di tapping ed una scelta di assolo decisamente di gusto modale, e quindi molto melodico.

The Dragons' Flight Across the Waves

 Decisamente più solenne della precedente è "The Dragon's Flight Across the Waves (Il Drago vola fra le Onde)" , aperta in crescendo da una melodia alienante, che riesce quasi a farci vedere e sentire le onde del mare abbattersi contro la polena minacciosa per poi diradarsi sullo scafo. L'intro è composto dall'alternarsi di due riff che consentono alla voce di articolarsi in una metrica penetrante. Le sonorità del brano, diversamente dal precedente, sono molto più melodiche e pensate, sembra quasi che vogliano tingersi ancor più di oscurità per rendere meglio l'idea dei tempi arcani dei quali stiamo parlando. Un pezzo pregno di Epicità che riesce nel suo abilissimo uso di una melodia "nera" a porci davanti agli occhi delle immagini nitide. I suoni delle chitarre sono pesanti ed ogni strumento è calibrato alla perfezione, riusciamo addirittura ad udire alla perfezione il basso soprattutto verso il minuto 1:48, momento in cui dopo una brevissima pausa la band "rallenta" adottando una cadenza particolare, per poi ripartire subito dopo a percorrere imperialmente il suo cammino oscuro e pregno d'epos. Tutti elementi che contribuiscono enormemente, insieme alla profondità del testo, a rendere nostra l'emozione di un guerriero che, una volta passato l'inverno (trascorso in compagnia dei suoi cari nella propria abitazione), deve partire con il suo clan per razziare e spingersi più in là, varcando e creando nuovi limiti al suo impero. La voglia di esplorare era infatti insita nei popoli scandinavi , i quali senza alcun timore si avventuravano lontani da casa in cerca per lo più di ricchezze. Il testo fa riferimento alle imbarcazioni vichinghe, le cosiddette "Dragon Ship", ovvero le "Navi del Drago", così chiamate per via delle polene raffiguranti draghi e mostri mitologici. Espedienti usati per incutere timore nei nemici, i vichinghi erano infatti un popolo di prodi naviganti nonché di guerrieri del mare. Ogni guerriero sa quanto anche l'apparire minaccioso sia importante, per provocare paura nell'avversario e spingerlo a temere lo scontro anche se egli non ha ancora riscontri oggettivi della potenza dell'equipaggio nemico. Dunque, il "drago" vola sulle acque, alla ricerca di terre inesplorate e di bastimenti carichi di oro e provviste, navi da razziare e da depredare per aumentare la ricchezza dell'equipaggio alla guida e dei loro clan di appartenenza. Anche qui è da evidenziare quanto sia importante la scelta compositiva dello scrittore del pezzo, è evidente la conoscenza per lo meno armonica della musica, le chitarre infatti si compensano l'un l'altra tramite armonizzazioni di terza maggiore e minore in base alla progressione armonica prediletta dagli artisti. Ad alimentare il tutto è anche un assolo scritto e suonato da Olavi Mikkonen, non esageratamente tecnico, ma pregnante di patos, e "mortalmente" adatto al contesto nel quale è inserito. Il pezzo procede senza intoppi di alcun tipo verso la terza traccia.

Without Fear

"Whitout Fear (Senza Paura)", questo il titolo; sin dall'inizio ci dà già prova di una maggiore ricerca di armonia e di una tecnica  che, seppur aggrappata a quel sound underground tipico del nord Europa, ci offre pregiati spunti che mai e poi mai ritroveremmo in una "normale" black o death metal band norvegese, per dire. Un inizio subito martellante ed un riffing ossessivo quanto la batteria instancabile che possiamo udire, precisa e possente. Il cantato di Joan è inoltre meno "grave" e decisamente più solenne, intento a seguire gli abili giochi di melodie che le chitarre riescono a creare, andando a riprendere le buie atmosfere Black (a tratti) e comunque rimarcando la propria intenzione di elaborare gli stilemi Death Metal in chiave epica ed oscura. L'alienante buio degli inverni scandinavi viene infatti richiamato prepotentemente in causa, immergendoci nuovamente in atmosfere gelide e desolate. Una tecnica musicale, dunque, certo degna di ascolti attenti ma anche funzionale e propedeutica alla volontà di suscitare determinate emozioni. La componente lirica evidenzia un altro peculiare aspetto della spiritualità norrena, ogni singolo guerriero ,infatti, nelle spedizioni già precedentemente (ed abbondantemente) trattate, era pronto a soccombere, essendo sicuro di risorgere nel suo anelato "paradiso", il Valhalla. Questo fervore religioso li renderà uno dei popoli più intraprendenti , che senza paura (non a caso) si scagliano in preda alla foga contro le avversità. Il Valhalla era infatti un luogo sacro ed inviolabile, nel quale si poteva avere accesso solo dopo una gloriosa morte in battaglia. Un'elite di guerrieri veniva dunque selezionata ed abilitata ad allenarsi negli sterminati campi sacri per prepararsi alla battaglia finale, il Ragnarok. Ogni sera, dopo gli allenamenti ed i giochi di guerra, i guerrieri vedevano le loro ferite rimarginarsi e potevano brindare con l'idromele accanto agli Dei stessi. Il luogo dove tutti i soldati vichinghi sognavano di recarsi, una volta finita la loro vita. L'unica "clausola" era, per l'appunto, una morte gloriosa che potesse rendere giustizia alle loro vite da prodi soldati, una coronazione "finale" delle loro carriere militari. Sarebbero morti, ma non invano, perché gli Dei stessi li avrebbero voluti al loro fianco, per combattere le forze del male il giorno della battaglia finale. Come già detto, in questo brano il livello tecnico si innalza, infatti un assolo più preciso del precedente si para d'innanzi all'ascoltatore, che si ritrova a "soccombere" sotto le moltitudini sferzate dell'ascia a sei corde firmata Amon Amarth. Il pezzo risulta essere un ottimo esempio di ciò che la band amerà proporre con gli album a venire: è infatti da notare che una delle due chitarre intraprende linee melodiche differenti, basate logicamente su quelle più gravi, dettate da batteria e basso. Dopo un elegia al guerriero caduto, non poteva che succedere una fanfara urlata da cinque uomini, segnati dalle ferite.

Victorious March

Giunge infatti il momento di "Victorious March (Marcia Vittoriosa)", una delle canzoni dalla durata più prolungata, ma per certo una delle più riconosciute all'interno dell'album e fra le più amate dell'intero repertorio dei Nostri. La composizione presenta nella sua totalità ritmi e suoni accattivanti, delle prerogative necessarie per una meraviglia di ben quasi otto minuti! Lo stile ed il gusto fanno risaltare la parte Death metal sul tutto, componente atta a rendere il contesto più fluido. Scorrevole, certo, ma senza comunque lasciarci a corto di quel suono crudo e atroce a cui oramai siamo affezionati, stiamo pur sempre parlando di una band Death Metal. Le partiture soliste continuano a preferire un gusto lento e malinconico che vanno molto ad infittire la rete emotiva che l'intera opera sino ad ora è riuscita ad intrecciare, con armonizzazioni a due voci seguenti la progressione degli accordi all'interno delle scale adoperate. Questo è di certo un elemento presente in tutto l'album, ma mai come ora viene adoperato in maniera tale da influenzare talmente tanto l'ascoltatore. Parlando di ritmica, inoltre, è senza dubbio da notare il suono di una batteria a tratti decisamente "marciante". In questa canzone vi è una combinazione usata particolarmente bene, la quale unisce palm muting (consentito dalla sempre ben accetta quantità di gain nelle chitarre) basso e grancassa; tramite queste scelte, sentiamo i cinque guerrieri correre e marciare sui nemici ed anche nei nostri timpani. Una "fanfara", dicevamo, quasi un canto di guerra alla "Hail and Kill" dei Manowar, in quanto i cinque uomini hanno provveduto a vendicare uno sgarbo subito dai cristiani: essi hanno infatti ripagato il nemico con la sua stessa moneta, dandosi al crudo assalto di un villaggio di genti straniere. La vittoria era assicurata sin dal principio, i guerrieri vichinghi erano i migliori in questo genere di situazioni, ma evidentemente i cinque non erano affamati solo di vittoria. La loro più grande soddisfazione risiede nell'infliggere ai nemici le umiliazioni peggiori, come bruciare i loro luoghi di culto, saccheggiare le loro case, rapire le loro donne. Uno scenario che richiama alla mente le famose parole del già citato brano dei Manowar, che per l'appunto parla di guerrieri anch'essi inseriti in una situazione come questa, ma senza la marcata componente anticristiana. Quest'ultima è una prerogativa delle lyrics degli Amon Amarth, i quali non si sono dati al "satanismo fai fa te" per criticare il bigottismo cattolico ma anzi hanno optato per un approccio più storico e documentato. Le razzie cristiane in terra scandinava erano infatti all'ordine del giorno, solo che "per puro caso" non abbiamo mai saputo granché di tutto questo. Eravamo troppo impegnati a considerare i vichinghi come un popolo di rozzi barbari, come la descrizione caricaturale pervenutaci voleva.

Friends of the Suncross

Dopo aver assaltato e depredato un intero villaggio, i cinque uomini non si fermano e continuano il loro cammino, a narrare delle loro gesta è "Friends of the Suncross (I Compagni della Croce Solare)", canzone simbolo dello stile degli Amon Amarth per come lo conosciamo oggi. E' infatti decisamente evidente la somiglianza di questo pezzo con tutti quelli che hanno reso famoso il quintetto svedese. Una partenza dettata da un riffing incalzante e violento ma sorretta da una melodia di chitarra solistica magnificamente ben congeniata, creata ad hoc per supportare l'estremo e valorizzarlo, "straniando" decisamente l'ascoltatore e colpendolo con un efficacissimo miscuglio di violenza e carica evocativa. Lo stile dei Nostri è qui perfettamente ben definito, come già detto lo spettro di quel che la band diverrà in futuro. La voce di Joan è ancora in via di definizione, riprendendo a piene mani anche dalle gelide atmosfere del Black (componente non certo ignorata da tutti gli Amon Amarth). La traccia è dunque infarcita di ciò che ci fa adorare questo gruppo: riff con intervalli, doppia cassa martellante ed instancabile ed una voce ruggente, ma che deve ancora raggiungere la sua maturità. A risaltare molto in questo pezzo è stavolta la batteria, la quale oltre a svolgere la sua normale e fondamentale mansione di mantenere ben saldo il tempo riesce anche a regalarci accenti e contrattempi molto particolari, facendo risaltare il lavoro effettuato dal comparto ritmico-solista in fase di chitarre. Il testo non ha una storia singolare come i precendenti, ma risulta ricco di citazioni del mondo mitologico norreno, appaiono infatti il dio Thor, patrono dell'umanità e protettore di quest'ultima, il conduttore di navi colme di eserciti; vi è poi una possibile citazione del serpente Jormungandr, futuro avversario di Thor durante il Ragnarok proprio perché entrambi rappresentano rispettivamente il bene (Thor, la luce ed il fulmine che si abbatte sui demoni) ed il male (Jormungandr, figlio di Loki, serpente velenoso grande quanto l'intero globo); in ultima battuta, viene citato anche l'albero Yggdrasil, il frassino sacro che sorregge il mondo. Tutti elementi importantissimi all'interno del panorama ancestrale di una cultura ormai andata quasi totalmente smarrita. La croce solare citata è un antico simbolo pagano consistente in una croce greca iscritta in una circonferenza. Comunemente nota anche con il nome di "Croce di Odino" rappresentava il Sole e la luce, un simbolo di potere spessissimo inciso sulle tombe dei guerrieri o dei cari defunti, in modo tale che li aiutasse nel loro percorso post vita terrena.

Abandoned

I cinque guerrieri continuano la loro caccia inesorabile, assaltando tempestivamente altri villaggi, a catturare la visione di uno dei malcapitati è "Abandoned (Abbandonato)",  un altro lavoro dalla forte connotazione anticristiana. Il sound oramai è il medesimo, non si può fare altro che valorizzarlo nella sua semplice austerità. Immediato nella comunicazione ed efficiente nell'impressionare, con una partenza segnata da una batteria devastante ed al solito la coppia di chitarre intenta a districarsi fra la violenza e la melodia. Il growl acido di Joan rende appieno in questo preciso frangente, le melodie tremolanti che udiamo ben si sposano con il suo particolare modo di cantare ed il pezzo oscilla fra momenti più "epici" ad altri più spaccaossa, fra momenti più veloci ed altri decisamente più cadenzati, questi ultimi quasi simili a "marce", il che non è certo inusuale visto che stiamo comunque parlando di una band che ha fatto delle tematiche guerresco-mitologiche il suo punto di forza. Riscontriamo ancora vaghe eco Black in questo Death Metal si melodico ma mai infarcito di stucchevolezza: la proposta è sempre oscura, straniante, riuscirebbe a farci provare freddo e gelo anche se fuori ci fossero quaranta gradi all'ombra. Dichiaratamente citati i Bathory al minuto 2:52, quando gli Amon Amarth sembrano riprendere in pieno il riff principale di "Enter The Eternal Fire", farcendolo però di un maggiore intento melodico, rendendolo più veloce ed incalzante e meno "Black" dell'originale. Dopo questa parentesi, si riprende a picchiare ed osserviamo altri rimandi ai Bathory in altri due momenti: il primo nel momento strumentale a 4:39 ed il secondo verso la conclusione, quando riviene preso in causa il riff somigliante ad "Enter..". Particolarmente struggenti sono le descrizioni dell'uomo cristiano ormai in preda al panico ed al dolore alla vista dei cancelli di Helheimr (l'inferno vichingo), governato da Hel, figlia di Loki e regina dei morti. L'aspetto della custode è raccapricciante, metà del suo corpo è in putrefazione continua ed il regno che governa non è certo da meno: una landa battuta perpetuamente da piogge e venti, nella quale sono rinchiusi tutti coloro i quali in vita si sono macchiati di gravissime colpe. L'uomo è terrorizzato dalla sorte alla quale sta andando incontro, invano cerca di urlare aiuto al suo Dio, ma senza ottenere risposte. La canzone evidenzia quanto sia vano il suo credo e quanto inesorabile fosse la punizione dei suoi confronti: egli ha voluto professare con la forza il culto di un dio straniero, imponendolo anche a costo di uccidere e torturare persone innocenti. Ora, si ritrova costretto in questo inferno di ghiaccio, privo della sua Fede e con l'inesorabile verità da affrontare.. ovvero, ha creduto tutta la vita a delle menzogne, visto che alla fin fine sono gli Dei Norreni gli unici ad esistere. La canzone non manca di cambi e scelte decisamente coraggiose: forse per non risultare troppo monotoni, gli Amon Amarth cercano in qualche modo di catturare la nostra attenzione letteralmente capovolgendo la canzone su molti fronti, rendendo il complesso molto versatile e decisamente apprezzabile da un qualsivoglia pubblico, non soltanto quello più propriamente orientato alle sonorità crude e dirette del Death Metal. La partitura solista non presenta nulla di eccessivamente particolare, svolge egregiamente il suo lavoro rimarcando la melodia al meglio.

Amon Amarth

I nostri cinque sanguinosi viandanti stanno ormai per terminare la loro razzia, raggiungendo i piedi di "Amon Amarth (Monte Fato)" (che dalla lingua Sindarin significa "Monte Fato", linguaggio e nome direttamente tratto dal panorama fantasy di Tolkien, il quale come tutti i primi scrittori fantasy traette a piene mani spunti dalla mitologia scandinava), montagna sacra dell'universo fantasy letterario nonché la settima traccia dell'album. I cinque uomini del nord si precipitano a testa bassa contro il nemico, la battaglia infuria, così come le atmosfere create dalle melodie sublimi delle chitarre che, creando moti ascendenti e discendenti, ci regalano attimi a dir poco catartici. La canzone non presenta assoli o melodie di spicco, è un continuo fluire di melodie, come un orchestra di archi (non a caso il gruppo utilizzerà versioni orchestrali di questa canzone per aprire ai suoi live), un'opera che non può lasciare indifferente colui che ascolta. Un brano della durata di ben otto minuti che non annoia comunque mai ed anzi, ci invita a continuare un ascolto incredibilmente affascinante. Un vero e proprio trionfo delle melodie gelide che i Nostri avevano voluto creare sin dal giorno in cui decisero di mutare il loro stile: la loro anima melodica, insomma, qui esaltata in maniera incredibilmente convincente e sorprendente, un contesto sul quale ben si staglia la voce cavernosa di Joan che riesce a fornire quel tocco in più. Un brano più calmo d'altri ma al contempo possente e roboante, deciso benché onirico. Un vero e proprio poema epico messo in musica, con dei sottofondi "guerreggianti" inseriti ad hoc (rumori di spade, urla di guerrieri, cavalli scalpitanti) per rendere ancora di più l'idea di quel che stiamo ascoltando. Un lavoro incredibilmente ben riuscito, fra i migliori episodi di questo disco. Mirabile anche il momento solista che chiude di fatto la canzone, un assolo incredibilmente sofferto e capace di risultare "empatico" nei riguardi del nostro animo frastagliato da queste melodie oscure e potenti. Lo scenario descritto è tremendo, la melodia si fa sempre più soffocante, la battaglia termina e poco dopo anche il settimo pezzo di quest'album, che oramai  volge verso la sua conclusione. Un misto di fantasy ed epicità condito comunque da nozioni storiche: benché i vichinghi fossero un popolo non certo ossessionato dalla guerra come le cronache "storiche" descrivono, il sapersi difendere era insito in ogni uomo del villaggio, tant'è vero che molti guerrieri erano guerriere. Uomini e donne servivano la causa indistintamente, partecipando alle guerre fra clan o alle razzie, cedendo la loro forza al benessere comune. Un popolo, insomma, fiero e potente, che durante gli scontri non si risparmiava ed anzi, era disposto a sacrificarsi in nome delle sue credenze religiose (il Valhalla, come dicevamo) ed a dare il massimo, per onorare la propria vita guerresca. Il Monte Fato, nel romanzo di Tolkien "Il Signore degli Anelli", è un monte situato a Mordor, terra del signore oscuro, un autentico vulcano la cui lava è capace di distruggere definitivamente l'anello del potere, bramato da Sauron e custodito dallo Hobbit Frodo Baggins. Il riferimento allo scrittore nonché la rievocazione di una battaglia che ci ricorda gli scontri al Fosso di Helm (altro luogo della geografia Tolkeniana) mescola dunque storia e fantasy, in un connubio a dir poco perfetto.

Once Sent From The Golden Hall

Ultima cavalcata a fianco dei cinque barbari valorosi è la tanto anelata title track "Once Sent From the Golden Hall (Tempo fa, giunti dal Salone Dorato)", posta alla fine per merito del chitarrista Olavi Mikkonen, il quale ha voluto riproporre la scelta degli Slayer di porre la canzone titolo dell'album alla fine , cosi da creare "un finale assassino", a sua detta. Proprio come fu per i blasonati maestri del thrash, anche in questo caso ci troviamo dinnanzi ad un brano crudele e diretto, in cui la melodia è come sempre funzionale ad cesellare la carica aggressiva della quale i nostri sono portatori sani. Un meraviglioso assalto ed un ottimo lavoro di chitarre e di ritmica, tutto l'ensemble è deciso a lasciarci un buon ricordo di questa esperienza andando a premere violentemente sull'acceleratore. L'album tira dunque fuori la sua ultima carta sfoderando tutta la rabbia di cui ormai questo gruppo ci ha reso consapevoli, i primi suoni incalzano l'ascoltatore con ritmi forti e molto veloci, abbinati alla narrazione dei nostri cinque cavalieri che imperversano nello scenario bellico come raffiche di vento. La tecnica in questo pezzo emerge in maniera egregia creando riff decisamente intricati, dalle molte pause e di uno spiccato senso della metrica, riff che ci regalano momenti di adrenalina davvero persistenti, come a farci provare la foga della guerra. Nell'ultima quartina viene annunciata la cavalcata, al termine dello scontro, dei cinque cavalieri al luogo da cui sono partiti, segnando la fine del loro viaggio ed anche del nostro. Un viaggio glorioso che li ha portati a battersi per il proprio onore e quello delle loro genti, del loro popolo: il nemico rimane di ghiaccio quando sente suonare il gigantesco corno di Heimdallr, il Dio guardiano di Asgard, dotato del gigantesco strumento il quale emetterà una lunga nota il giorno in cui la battaglia finale fra Bene e Male avrà inizio. In questo caso, il suono del corno viene visto come un segnale di guerra "semplice", uno scontro armato nel quale i cavalieri vichinghi si faranno valere con forza ed onore, privi di vigliaccheria o di codardia. Uno scontro durissimo, che li porterà a fronteggiare nemici terribili.. ma con gli Dei accanto, nulla è impossibile. Tuoni, fulmini, tempeste, la guerra imperversa ma i Nostri riescono ad uscirne vincitori ed a tornare nelle loro abitazioni, senza vergogna o disonore in quanto hanno come sempre rischiato la loro vita senza paura di rimanere uccisi. Non risparmiandosi nemmeno per un secondo, sono riusciti a vincere ed ora possono tornare nelle loro case, nei loro villaggi, dai loro cari. I corvi di Odin volano sulle loro teste, patrocinando quella vittoria e ricordandogli che il loro Dio Padre gli è sempre accanto, e mai li abbandonerà.

Conclusioni

Le conclusioni da trarre sono molte, di certo gli Amon Amarth con un simile disco hanno saputo regalarsi anni di successi a partire proprio dal questo primo full lenght, da tenere decisamente in considerazione per i cultori della musica estrema e da apprezzare in tutte le sue molteplici sfaccettature. Sarà solo il futuro a rivelare al gruppo quali di esse riusciranno a seguire al meglio, sta di fatto che in quest'opera è presente praticamente tutto quel che un amante dell'estremo può trovare: che si sia amanti del Black o del Death, "Once.." si può apprezzare a prescindere proprio per la sua estrema poliedricità. I rimandi marcati al lavoro svolto dai Bathory, la tendenza alle gelide melodie tipiche del Black più scandinavo e meno raw, il tutto unito ad una sanissima rabbia Death Metal che funge da pilastro ed elemento fondamentale per far si che tutto si amalgami per bene. In definitiva, questo album ci mostra chiaramente una band in salute e piena di idee e spirito di iniziativa. Il 1998 non era un anno facile, e molte band preferivano concedersi a sperimentazioni più o meno marcate e tendenti verso le nuove sonorità "nu", piuttosto che recuperare un passato glorioso cercando di rielaborarlo personalmente, sempre in salsa estrema. In barba ai trend ed alle logiche di mercato, il quintetto svedese decide dunque di affrontare il proprio inizio di carriera sfornando un album per certi versi "tradizionalista" ma innovatore al contempo, proprio per via della commistione fra old school ed incursioni tinte di novità, mutuate attraverso i personalissimi gusti di ogni componente. Sono chiari come un cielo limpido gli inizi "estremi" dei membri originali degli "Scum" così come è chiaro che l'approccio di Joan Hegg e dei nuovi membri abbiano "mitigato" questi ultimi facendo giungere la band, complessivamente, ad una nuova soluzione, misteriosa ed accattivante, tutta da scoprire. Sicuramente, il futuro si rivela roseo per i nostri Amon Amarth, che sin dal principio dimostrano di avere le idee chiare: novità e tradizione, personalità e vecchia scuola. Come inizio non c'è proprio male, anzi, possiamo dire senza dubbio di trovarci dinnanzi ad un vero e proprio gioiello dell'estremo, da apprezzare e riascoltare, da scoprire e riscoprire ad ogni nuovo ascolto. Dunque, esordio promosso a pieni voti, che sicuramente farà maturare nei "novizi" la sacrosanta volontà di proseguire in questo discorso, non fermandosi all'inizio ma anzi addentrandosi sempre più in profondità, cercando di capire e captare ogni singolo processo evolutivo innescato dai Nostri vichinghi svesesi, lanciatisi più che mai verso il Valhalla della musica estrema.

1) Ride for Vengeance
2) The Dragons' Flight Across the Waves
3) Without Fear
4) Victorious March
5) Friends of the Suncross
6) Abandoned
7) Amon Amarth
8) Once Sent From The Golden Hall
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