AMON AMARTH

Jomsviking

2016 - Metal Blade Records

A CURA DI
ANDREA SAVORETTI
24/04/2019
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Anno 2016: dopo anni di successi, ma anche di crisi interne che stavano portando allo scioglimento del gruppo, i "Vichinghi" del metal estremo tornano a battere ferro con un ritorno ben gradito, a dimostrazione dello stato di forma della band, sempre più amata dai metallari di tutto il mondo. Il 2016, in generale, si rivela un'annata di importanti uscite per tutto l'universo heavy. All'appello dei gruppi non possono mancare gli Amon Amarth, che ritornano in scena, a tre anni di distanza dall'uscita della loro ultima fatica in studio, con "Jomsviking." L'album in questione rappresenta la conferma di quanto di buono già fatto con i precedenti lavori, "Twilght Of The Thunder God", "Surtur Rising" e "Deceiver Of The Gods", oltre ad essere un salto di qualità che la band cerca ulteriormente di compiere. Dal 1988, anno di fondazione della band, fino ad oggi, gli Amon Amarth sono ormai cresciuti, maturati e forse diventati un po' meno "conservatori" di quello stile unico che li ha sempre contraddistinti e che li ha resi, sostanzialmente, inimitabili nel loro genere; Jomsviking rappresenta l'esatto coronamento di un processo di evoluzione iniziato con i primi album ("The Avenger", ma soprattutto "With Oden On Our Side" del 2006, quest'ultimo addirittura etichettato come uno dei migliori album della decade), rafforzatosi e confermatosi poi con i recenti lavori più amati dai fan della band nordica ("Twilight Of The Thunder God", "Surtur Rising" e "Deceiver Of The Gods"). Sopra abbiamo etichettato gli Amon Amarth come "conservatori" del proprio sound perché, al pari di poche altre band, rimangono sempre affezionati a quello stile caratterizzato da riff taglienti, violenti, ma, al contempo, a detta del frontman Johan Hegg stesso, anche conditi da una sorta di malinconia di fondo, che trasporta, tra un fraseggio di chitarra, martellate di batteria e ruggiti della cantata in Growl, l'ascoltatore in un susseguirsi di emozioni. Sulla scia di queste particolarità che hanno, da sempre, caratterizzato il sound della band scandinava, in aggiunta al percorso di maturazione e consacrazione già iniziato con "Twilight Of The Thunder God", gli Amon Amarth ci consegnano un nuovo lavoro che racchiude tutto ciò e che presenta importanti novità. Innanzi tutto, Jomsviking si presenta con una copertina che raffigura un Vichingo (i testi ispirati alla mitologia norrena sono il marchio di fabbrica della band) in primo piano con un'ascia in mano dopo aver appena battuto un "nemico", mentre, nello sfondo, compaiono delle navi cariche di mercenari vichinghi, pronti a sbarcare; non è un caso che questo tema sia stato scelto come copertina dell'album, in quanto la storia che fa da tematica principale, spiegata tramite ogni singolo pezzo, è ispirata alla saga dei vichinghi di Jomsborg (ambientata nel XI secolo). Il nome dell'album, infatti, è ispirato al nome di una compagnia di vichinghi mercenari, devoti al dio Thor e Odino, che, a causa di una tragica storia d'amore riguardante uno dei guerrieri, dà vita a una vendetta (fondamenta della cultura vichinga) fatta di battaglie sanguinose; questa storia viene spiegata all'ascoltatore come se fosse la regia di un film o una serie tv, con uno stretto collegamento tra i vari pezzi dell'album, che, tuttavia, non esclude che ognuno possa ascoltarsi singolarmente. Questo, sempre a detta di Johan Hegg, ha vincolato molto in ambito di tematiche la fantasia della band, a differenza dei precedenti lavori in studio. Il sound granitico che scorre veloce, come le asce o le spade che vengono sguainate e la rabbia furente che riecheggia come un grido di battaglia, si uniscono a una ricerca della melodia molto più delineata rispetto ai precedenti lavori; volutamente, l'influsso e la passione per le forme più melodiche e classiche è una componente importante dell'album in questione e proprio quei riff e quegli interludi, di leggera ispirazione maideniana, così come i sottofondi epici, che rimandano molto ai Manowar, rendono "Jomsviking" un lavoro diverso da quelli precedenti che, al contrario, si mantengono sempre fedeli alla stessa linea melodica. Tutto ciò, per i puristi del genere e per i fedelissimi della band, rappresenta un passo indietro rispetto a "Deceiver Of The Gods" o "Surtur Rising", ma, per chi invece sa cogliere l'aspetto innovativo o, perlomeno, sa apprezzare il lieve cambiamento nello stile degli Amon Amarth, costituisce un album degno di nota, che testimonia, ancora una volta, l'evoluzione del gruppo. Ed una delle dimostrazioni di chi siano diventati gli Amon Amarth nel mondo del metal è data dal fatto che la Metal Blade (in collaborazione con Sony per questo album) sia l'etichetta discografica che accompagna la band svedese. L'onda di cambiamento e rinnovamento che caratterizza Jomsviking, tuttavia, non emerge solo dallo stile e dagli influssi, ma anche dalla line up del gruppo; infatti, Fredrik Andersson non è più il batterista della band, subentra Tobias Gustafsson, anche se soltanto nelle vesti di session man (alla tournèe partecipa l'attuale, stabile, batterista Jocke Wallgren). Sei settimane dentro gli studi con Andy Sneap (produttore discografico e chitarrista fondatore della thrash metal band "Sabbat" e collaboratore con gruppi del calibro di Judas Priest, Kreator, Arch Enemy) hanno fatto sì che nella produzione dell'album venisse curato ogni singolo dettaglio e che, nell'ascolto, ogni strumento, dopo anni, riuscisse a ritagliarsi il proprio spazio attraverso un suono omogeneo, pulito, ben delineato, ma, al contempo, martellante e graffiante, proprio in puro stile Amon Amarth. Premesso ciò, possiamo passare all'analisi di ogni singola traccia dell'album.

First Kill

Il ritorno alla ribalta degli Amon Amarth e l'inizio di Jomsviking sono contrassegnati da un pezzo che lascia subito ammaliati e stupiti i fans del gruppo. Dritto come un'ascia che si pianta sul bersaglio, cattivo come la rabbia del Nomade Fuorilegge, che fa da protagonista al brano e che introduce la storia dei mercenari vichinghi di Jomsborg: "First Kill" (Prima Uccisione), primo estratto dell'album nonché scelto come singolo dal gruppo, si presenta così a chi ha atteso tre lunghissimi anni per risentire nuovo materiale degli Amon Amarth. Già dai primi riff di questo brano, si evince che i Vichinghi del metal estremo sono tornati a battere ferro con il loro immancabile stile, più potente che mai e con un apertura maggiore al cambiamento. Il pezzo si apre con rullate di batteria abbinate a riff taglienti e veloci di chitarra, con il basso a fare da sfondo, come ad annunciare una imminente tempesta, caratteristica che troveremo anche in altri pezzi dell'album e che, in qualche modo, rimandano a uno stile già perfezionato e perfettamente testato, in precedenza, con "Surtur Rising" . Il pezzo però, a differenza di altri brani tipici della band svedese, per quanto abbia un inizio a dir poco furente, non decolla fin da subito, ma, improvvisamente, tutta questa tempesta, questa forza che richiama l'ascoltatore fin da subito all'attenzione e che cerca di catturarlo dalle prime note, svanisce in un suono, destinato a durare per quattro misure (per usare termini tecnici), costituito solo da una minacciosa linea di basso che accompagna i primi ruggiti dell'indiscutibile Johan Hegg. Un inizio certamente singolare che potrebbe rimandare, vagamente (ma molto vagamente), al doom metal (dimostrazione che nel sound degli Amon Amarth, troviamo molti più spunti di quelli che possiamo immaginare); la linea melodica, infatti, non vuole suscitare, fin da subito, l'entusiasmo o, per meglio dire, la rabbia dell'ascoltatore, ma trasportarlo progressivamente; non a caso (al quarantesimo secondo), improvvisamente, la tonalità della possente voce del frontman norreno si alza, fino a sfociare in vere e proprie grida, di una furia straziante (che rimanda molto a quella sottile malinconia che Johan Hegg stesso ha affermato essere tipica della band e che rende inimitabile il suo sound). Tali grida, accompagnate dal resto degli strumenti che con esse si fondono perfettamente, sfociano in una linea melodica martellante, quasi ad evocare la furia di Thor che si abbatte sulla Terra. In effetti, questa sottile vena malinconica rispetta un po' la storia che emerge dal testo del pezzo: infatti, il primo passo della vendetta del Vichingo protagonista della storia, si concretizza con l'uccisione di colui che era il braccio destro del conte; la rabbia e l'amore per una donna portano il protagonista a uscire fuori di sé, a non essere più lui, a essere ripudiato dal suo popolo e dimenticato dai propri cari ("to my father I was dead"..."per mio padre ero morto"), tanto da lasciare la propria terra e intraprendere la vita del nomade, ricercato e fuorilegge ("I am an outcast, All Alone, I'm a nomad without home"). Dopo questa breve digressione sul testo del pezzo, importante per la sua comprensione, torniamo all'analisi tecnica: la parte martellante, sopra menzionata, rimanda molto a uno dei capisaldi della discografia degli Amon Amarth ("Twilight Of The Thunder God") e non è un caso quando diciamo che il gruppo strizza l'occhio al cambiamento senza mai rinnegare il passato e le proprie radici. Il pogo automatico che deriva da questa parte del pezzo è intervallato da uno stacco che consente, in qualche modo, di far "rifiatare" l'animo dell'ascoltatore e che lo trascina, in seguito (intorno al minuto 1.32), al ritornello, di stampo molto heavy metal classicheggiante e, sicuramente, molto diretto e cantabile (probabilmente, è studiato apposta per la dimensione live e per unire in qualche modo i cori e gli animi dei fans). Andando avanti con l'ascolto, troviamo al minuto 1.50, un primo interludio di stampo Death Metal riarrangiato in puro stile Amon Amarth, come, dopotutto, abbiamo trovato in recenti lavori passati (se dico "Father Of The Wolf", tanto per citarne una delle tante, il fan sfegatato della band intuisce all'istante) susseguito dai ruggiti di Johan Hegg, imponenti e carismatici, come sempre. La parte che segue lascia un ampio spazio alle terzine di una delle due chitarre, accompagnate da una batteria che martella come se ci fosse un esercito di vichinghi che, per intimorire l'avversario, batte sui propri scudi preannunciando l'attacco. "First Kill" non presenta un vero e proprio assolo nel vero senso della parola o come lo intendiamo noi; non che gli Amon Amarth non ne facciano (nel corso dell'album stesso, gli assoli di chitarra sono numerosi), ma, in questa circostanza, i nostri norreni lasciano più spazio a interludi di leggera ispirazione maideniana (non a caso gli Iron Maiden sono tra i gruppi preferiti dei membri della band e fonte di ispirazione per molte parti del loro sound) . Per concludere la disamina del pezzo, possiamo dire che se il buongiorno si vede dal mattino, è davvero un gran giorno (in questo caso, un grande album!).

Wanderer

Immediato, diretto, semplice e, al contempo, "cattivo": così si presenta il secondo pezzo di Jomsviking, "Wanderer" (Vagabondo), secondo atto della storia della compagnia vichinga. A livello di testo, scelta voluta (come più volte spiegato) dagli Amon Amarth, Wanderer si presenta come lo sviluppo del racconto iniziato con "First Kill". Il Vichingo, reo di aver compiuto la sua prima uccisione ai danni del "braccio destro" del conte e di essere ormai diventato un fuorilegge, ricercato e ripudiato persino da suo padre, assume le vesti del "vagabondo" (traduzione diretta del titolo del pezzo), che va alla ricerca di sé stesso , meditando sulla propria esistenza e sulla condizione in cui si trova. L'inizio rabbioso e diretto del pezzo, caratterizzato da un notevole primo riff di chitarra accompagnato da una batteria che, in perfetta sintonia con basso e chitarra ritmica, riecheggia in maniera dominante, è subito volto a tenere alta l'attenzione, la carica emotiva dell'ascoltatore, reduce dalla positiva e fomentante prima traccia. Il secondo riff (al sedicesimo secondo) appare graffiante e molto incisivo, con notevoli richiami all'heavy metal classico, e dopo due misure (sempre per utilizzare termini tecnici), riesce ad amalgamarsi alle prime parole della storia che Johan Hegg, attraverso la sua possente voce, ci racconta. "I journey through this frozen land on my own, there's no shelter anywhere down on the road" ("viaggio da solo attraverso questa terra gelata, non c'è nessun riparo lungo la strada"): già dalle prime testuali parole del pezzo si evince un misto di rabbia, per come sono andate le cose, e quella malinconia che Johan Hegg riesce ad incarnare bene con la sua tonalità di voce che, fino al ritornello, si abbina perfettamente con gli stati d'animo contrastanti del protagonista della storia; il tutto enfatizzato da cavalcate di chitarre elettriche e batteria. Al minuto 1.01, da sottolineare, troviamo un riff da headbanging puro che suscita un rimpianto per non essere mai stata portata in sede live dagli Amon Amarth; grida e urla di una rabbia mista a disperazione accompagna questa magnifica parte del pezzo, rabbia che sembra voler sottolineare la rassegnazione di un inevitabile destino, che spetta al protagonista della storia, per la scelta compiuta. A seguito di questo riff possente, il pezzo riprende sulla scia della prima strofa per poi arrivare, al minuto 1.48, a uno stacco che rimanda al ritornello del pezzo. Questo appare molto orecchiabile, semplice, non dei più sofisticati del repertorio della band, ma, al contempo, gradevole e potente, sfondo di un pessimismo e di un senso di solitudine che caratterizzano sempre di più il "vagabondo" ("on the run, all alone, hope is gone, wanderer", ovvero "in fuga, tutto solo, la speranza è finita, vagabondo"). Lo stacco successivo, caratterizzato da un coinvolgente riff, molto veloce, e dalla voce del frontman degli Amon Amarth, che preannuncia l'arrivo di una bufera di neve che peggiorerà le già difficili condizioni in cui si trova il vagabondo, riesce a traghettare alla perfezione l'ascoltatore dal ritornello all'assolo. Quest'ultimo, che troviamo al terzo minuto del pezzo, appare, fin da subito, in linea con i precedenti riff della canzone, partendo come se davvero fosse uno dei tanti fraseggi di chitarra caratterizzanti "Wanderer", salvo poi prendere velocità, evolversi in tecnicismi e rendere il tutto molto più interessante con la tecnica del "tapping" (quest'ultima è molto ricorrente negli assoli degli Amon Amarth). Anche l'assolo, contrariamente a quanto avvenuto in passato, strizza molto di più l'occhio ( in questo caso l'orecchio) a melodie più heavy metal che death metal. Al termine dell'assolo, il pezzo continua riprendendo l'intro per poi riprendere verso il ritornello, stavolta caratterizzato, al minuto 3.40, dal tempo, dettato dalla batteria, raddoppiato; come se i norreni volessero dare la frustrata finale a un pezzo già di sé per ricco di spunti , nonostante, come accennato, non sia etichettato come uno dei più celebri di "Jomsviking." Il brano si conclude con la speranza ritrovata dal vichingo vagabondo ( "on the run , not alone, hope returns, wanderer" ovvero "in fuga, non più solo, la speranza ritorna, vagabondo") e con la muraglia di suono che svanisce nel nulla, lasciando lo spazio finale alla voce di Johan Hegg, senza growl, che conclude il racconto, accompagnato da un'interessante linea di basso che riesce a rendere il tutto più cupo e minaccioso, nell'attesa che il racconto si evolva attraverso i restanti pezzi dell'album.

On A Sea of Blood

Terzo brano di "Jomsviking" e terzo capitolo della storia dei vichinghi di Jomsborg, iniziata con "First Kill" e proseguita con "Wanderer". Il pezzo in questione, "On A Sea of Blood" (In un mare di sangue), offre diversi spunti interessanti, sia a livello di tematiche che, soprattutto, a livello tecnico musicale. Le melodie, molto più cupe e, al contempo, più epiche dei precedenti brani, fanno da sfondo al tema del pezzo. Il protagonista dei brani, macchiatosi ormai della prima uccisione del braccio destro del conte, diventato fuorilegge e, conseguentemente, nomade e vagabondo, sembra aver ritrovato sé stesso e lo scopo della sua vita; la sua missione, mossa dall'immancabile spirito di vendetta tipico dei vichinghi, è quella di ritornare, ma il viaggio non sarà semplice. L'antagonista del brano, stavolta, è Nidhogg: nome dato a un "lidworm", creatura malefica simile ad un immenso serpente, raccontato e descritto, nella mitologia nordeuropea, come il simbolo della guerra, della pestilenza e di simili sciagure, menzionato a sua volta da Odino nel "Grimmismal", come creatura proveniente dall'aldilà che tormenta i cadaveri dei morti e se ne nutre. Il tema del pezzo è proprio incentrato su questa battaglia che è pronta a scatenarsi tra il vichingo protagonista del racconto e questa figura mitologica, che incontra nel corso della sua navigazione. Prima abbiamo accennato all'epicità e alla malinconia che riaffiora in questo brano attraverso melodie veloci e martellanti ed una sonorità molto uniforme, non priva dei soliti influssi provenienti dai mostri sacri del metal (Iron Maiden e Judas Priest su tutti). Notevoli sono anche i riferimenti ai precedenti lavori degli Amon Amarth; partendo con l'analisi tecnica del pezzo, infatti, troviamo, fin da subito, un intro molto diretto, fatto da un riff spaccaossa, che rimanda molto a "War Of The Gods" (celebre pezzo contenuto in "Surtur Rising"). Proprio come quest'ultimo pezzo, "On a Sea Of Blood" è seguito, dopo il riff introduttivo, da una batteria incalzante e diretta; al trentesimo secondo subentra la voce di Johan Hegg che domina la melodia con un growl molto veloce ed efficace, a declamare la voglia di vendetta che assale il protagonista del racconto ("blood runs like the water from my palm", "il sangue scorre come acqua dal mio palmo"). Questa voglia di vendetta è contornata da una solitudine che assale il protagonista, ma che, nonostante tutto, sembra aver ritrovato quella consapevolezza che aveva in precedenza e da cui non può ormai più fuggire ("I'm standing by myself, abiding, juist me e no one else, no hiding". "Sono da solo, resisto, solo io e nessun altro, nessun nascondiglio"): da qui la rabbia energica, che emerge fin dai primi riff. Al secondo 00.52 troviamo dei fraseggi, che accompagneranno anche il ritornello del pezzo, in classico stile Amon Amarth, che segnano il preludio all'atmosfera tenebrosa e battagliera che è all'orizzonte. Infatti, subito dopo questo interessante riff, ecco che riprende il ritmo incessante e incalzante di prima, ad evocare la comparsa di questa creatura mitologica, tale da incutere terrore. Al minuto 1.20 del pezzo troviamo il ritornello che, accompagnato dai fraseggi di chitarra prima menzionati, risulta molto più orecchiabile e cantabile del solito; questa caratteristica, già trovata nei precedenti brani analizzati, segna una sorta di punto di rottura o di cambiamento con i pezzi del passato della band norrena che, al contrario, risultavano più improntati su una linea molto più simile ad death metal che all'heavy metal , che li rendeva, di sicuro, meno cantabili e molto meno diretti. Il ritornello di "On A Sea Of Blood" è di quelli che entra nella mente dell'ascoltatore e che, pur non essendo uno dei brani principali e più famosi dell'album, difficilmente riesce a scrollarsi in maniera immediata. Un misto di sentimenti è racchiuso proprio nel ritornello: dal destino che il protagonista deve affrontare inevitabilmente al fatto che ormai non può più scappare, non essendoci più via di fuga. Il ritornello è seguito da un interludio (al minuto 1.42), ancora una volta di forte ispirazione maideniana, che appare, fin da subito, più lento rispetto alla canzone: la velocità rallentata della batteria e degli altri strumenti stanno proprio ad evocare l'incombente , inesorabile, destino che attende il protagonista con l'avvicinarsi alla sua nave della creatura mitologica. Questo rallentamento del ritmo, tuttavia, è solo momentaneo; infatti, il seguente riff è già più aggressivo e veloce. In questa parte del pezzo, non appena Johan Hegg riprende a cantare (con tonalità più gravi) al termine della sezione strumentale, troviamo altri collegamenti a "Surtur Rising": in particolare, l'orecchio del fan sfegatato degli Amon Amarth non può non trovare delle analogie o, per meglio dire, dei rimandi a "Destroyer Of The Universe". Questa linea melodica prosegue per un buon periodo del pezzo; addirittura, al minuto 2.11, il tempo dettato dalla batteria raddoppia, aumentando sempre di più fino a riassumere quella linea martellante accennata in precedenza. Subito dopo, il riff introduttivo al pezzo si ripete e, stavolta, ci traghetta direttamente all'assolo. Inizialmente, l'assolo si struttura con due chitarre, con fraseggi sempre più improntati a un heavy metal classico, per diventare, intorno al terzo minuto, ad una sola chitarra; la tecnica e il tocco del chitarrista la fanno da padrone, mentre la solennità e la linea melodica, vagamente malinconica (a dimostrazione dell'avversità a cui sta andando incontro il protagonista del racconto), emergono in maniera ben delineata, evolvendosi, poi, in terzine ben strutturate. Arriviamo così al ritornello finale (al minuto 3.24): ancora più rabbioso, ancora più veloce, come se la voce di Johan Hegg sintetizzasse l'incoraggiamento e la rassegnazione che aleggiano nel "mare di sangue", testimoniato anche dal finale del testo ("Get ready! Stand steady!" ovvero "Sta pronto, resta fermo"). Un pezzo destinato a non rimanere, tutto sommato, negli annali della band, ma che rimane un lavoro degno di nota e un'ottima base per lo sviluppo del racconto.

One Against All

Quarta traccia di "Jomsviking", "One Against All", è la più breve dell'intero album e un pezzo che appare molto di transizione, a dispetto dei precedenti brani e di quelli che seguiranno; un pezzo che appare molto semplice, meno tecnico e con meno spunti rispetto agli altri brani. Gli Amon Amarth stessi non lo hanno mai portato in scaletta nel loro tour, dando risalto ad altri lavori maggiormente degni della fama della band. Resta, tutto sommato, un buon pezzo, ben fatto, ben strutturato, rabbioso e battagliero al punto giusto. Il titolo suona molto come un auto incitamento misto a quel pizzico di follia che porta il vichingo protagonista del racconto a distinguersi dal suo esercito, costituito in precedenza per i suoi scopi vendicativi e di conquista, che rivelerà, nel corso del racconto, tutta la sua codardia. ("The weak try to run, but he's prepared to fight": "I deboli provano a scappare, ma lui è pronto a combattere"). Questo animo battagliero e vendicativo, tipico della mentalità vichinga, viene evocato, fin da subito, da un potente mini assolo di batteria, introduttivo al pezzo, destinato a far scoppiare, pochi secondi dopo, un autentica bomba di suono, caratterizzata da riff taglienti e con notevoli influssi death metal, capaci di far pogare anche l'ultimo dei metallari. Questo riff, imponente ed incisivo, dà vita, subito dopo, a delle interessanti cavalcate, già incontrate nei precedenti brani dell'album e in molti pezzi passati della discografia degli Amon Amarth. Al trentesimo secondo del pezzo, inizia la parte cantata, con l'immancabile growl possente di Johan Hegg che, adottando stavolta una tonalità ed una linea melodica ben più lineare, inizia a declamare l'attenuarsi di un inverno ostico per le navigazioni e l'avvicinarsi del vichingo e dei suoi mercenari ("Winter's lost its grip, the oceani set free": "l'inverno ha allentato la sua presa, l'oceano è adesso libero."). Le prime due strofe seguono un andamento molto lineare, sia con la tonalità della voce sia con l'andamento degli altri strumenti; alla terza strofa si ripetono, nuovamente, le cavalcate di chitarra e batteria, stavolta creando un perfetto connubio con la voce che inizia a salire di tonalità, trasmettendo proprio quella determinazione che caratterizza il vichingo "in ogni respiro che fa" ("His determination grows, with every breath he takes"). Il ritornello si presenta, fin da subito, molto più veloce rispetto al resto del pezzo e si caratterizza per una spiccata tendenza all'epic metal, testimoniata, soprattutto, dai cori che vengono fatti dagli altri membri della band ("One Man!"), tra una parola e l'altra del ritornello cantato da Johan Hegg ("There he stands alone, one man against all, with a sword in each hand, soon he will fall": "è là in piedi da solo, un uomo contro tutti, con una spada per mano presto cadrà"), per sottolineare la solennità del momento in cui il vichingo, rimasto solo contro tutti, sta per cadere con la spada in mano. Come nelle precedenti "On A Sea Of Blood" e "First Kill", gli Amon Amarth scelgono molto la linea del ritornello semplice, orecchiabile e meno confusionario rispetto ad altri lavori passati, come a voler entrare in maniera più incisiva nella mente dei fans: cosa non gradita ai "fedelissimi" del gruppo ed ai "tradizionalisti". Successivamente (al minuto 1.38) troviamo un interludio che inizia con un riff di chitarra solista accompagnato, a cadenza alternata, da alcuni giri interessanti di batteria che fanno da preludio a un ritmo rabbioso e, al contempo, molto cupo; tutto ciò è alimentato dalla tonalità del frontman norreno che diventa più minacciosa: le navi sono sbarcate sulla baia di Hano, la battaglia sta per iniziare ("When the reach the Hano Bay, there waits a ship of war": "Quando si raggiunge la baia di Hano, là aspetta una nave di guerra")! Le cavalcate di chitarre, basso e batteria, che seguono segnano lo spartiacque tra il primo interludio e il secondo interludio. A livello melodico, non ci sono molte variazioni, se non nei fraseggi che accompagnano la voce di Johan Hegg; in questo pezzo, a differenza di altri, non sono, infatti, presenti assoli di chitarra. A livello testuale, troviamo una netta contrapposizione tra il vichingo protagonista del racconto, disposto ad andare incontro a morte certa, affrontando i suoi nemici a costo di essere "uno contro tutti", e i mercenari che sono al suo cospetto: alcuni di questi sono morti in battaglia, altri si sono rivelati troppo deboli e sono scappati, non incarnando lo spirito tipico dei vichinghi. La battaglia continua, l'esito appare favorevole al protagonista del racconto e alla sua compagine, tanto che, un certo punto, compare un nobile, nelle fila degli avversari, pronto a trattare un accordo; con questa evoluzione del testo, base fondamentale per i brani successivi, il pezzo termina, replicando, senza ulteriori variazioni, le precedenti cavalcate. Queste ultime fanno da "ponte" tra gli interludi e il ritornello, anch'esso invariato, quanto a velocità, rispetto alle precedenti misure.

Raise your Horns

Quinta traccia di "Jomsviking", nonché una delle colonne portanti della tournèe dell'album, ormai diventata immancabile nella scaletta degli Amon Amarth. "Raise your Horns" (In alto i vostri corni) è, fondamentalmente, un pezzo molto diverso rispetto a quanto la band norrena ci ha abituato nel corso della sua, ormai longeva, carriera; uno di quei pezzi che, solitamente, divide i seguaci degli Amon Amarth: c'è chi ne apprezza la diversità rispetto al resto della discografia, amandolo fin dal primo ascolto per la sua orecchiabilità, e chi, invece, come i "puristi" e "conservatori", lo disprezza, in quanto distante anni luce dalle melodie di brani del calibro di "Twilight Of The Thunder God" o "Deceiver Of The Gods" (per citare due capisaldi della loro discografia). Il pezzo, sia nelle tematiche che nella melodia, sembra voler sollevare l'entusiasmo e l'allegria dell'ascoltatore, come se si fosse in un pub, di fronte a delle pinte di birra, con degli amici. Queste sensazioni, che emergono fin dal primo ascolto, rispecchiano, in pieno, il testo del brano: la compagine vichinga, ormai vittoriosa a seguito della resa e dell'accordo proposto dagli avversari, si ritrova a festeggiare, bevendo birra e ricordando, al contempo, i caduti in battaglia che, valorosamente, hanno combattuto e che ora si trovano nel Valhalla a banchettare con gli dèi ("we will meet where the beer nevers ends": "noi ci incontreremo dove la birra non finisce mai"). Un pezzo che rievoca le tradizioni vichinghe, che sottolinea valori come l'onore e il senso di appartenenza a un unico popolo, narrato attraverso interessanti linee melodiche che tendono sempre più all'heavy metal (forse molto di più rispetto ai precedenti brani dell'album) piuttosto che al death metal (a differenza del passato). Il riff iniziale è già coinvolgente, un giro di chitarra che fomenta già gli animi degli ascoltatori; l'arrivo della batteria, del basso e della seconda chitarra subito dopo riescono a dare quel "groove" necessario per farsi definitivamente trascinare a suon di headbanging. Al ventiseiesimo secondo, subentra l'imponente e dominante voce di Johan Hegg, che, tra tonalità alternate, declama parole di gioia e soddisfazione per la vittoria appena conquistata ("Victory! We fought hard and prevalied; Brutally! We were fighting": "Vittoria! Abbiamo lottato duramente e vinto; brutalmente! Stavamo lottando"), invitando a bere birra per festeggiare e, al contempo, ricordare i caduti in battaglia. Il pezzo è molto lineare e non presenta particolari tecnicismi, a dimostrazione che, stavolta, gli Amon Amarth vogliono far breccia nell'animo degli ascoltatori con la semplicità, piuttosto che con l'aggressività e la raffinatezza della loro indiscutibile tecnica musicale. L'interludio prima del ritornello presenta un leggero cambio di tempo a livello ritmico, a differenza dell'andamento delle prime strofe, introducendo il ritornello. Quest'ultimo è molto carismatico, studiato apposta per la dimensione live; la sua orecchiabilità e semplicità riesce a far breccia, fin dal primo ascolto, nel cuore dei fans : non è un caso che sia stato scelto come secondo singolo, dopo "First Kill". Fraseggi di chitarra, come troviamo spesso nei lavori del gruppo, accompagnano la voce fiera, orgogliosa e possente del frontman, che invita tutti ad "alzare i corni" (equivalente dei nostri bicchieri) e festeggiare ("Raise your horns, raise them up to the sky, we will drink to glory tonight": "In alto i vostri corni, alzateli verso il cielo, berremo alla gloria stasera"). Il pezzo, nella sua semplicità, prosegue replicando la linea melodica iniziale, per non far scemare l'entusiasmo dell'ascoltatore, senza variazioni e continuando nel racconto: prima invocando un ritorno a casa della compagine, poi invitando a non avere rimpianti per quanto hanno fatto ("no regrets, we went out to war and strife": "nessun rimpianto, siamo andati in guerra"). Subito dopo ritroviamo, di nuovo, il precedente interludio e il ritornello che, come in precedenza, si ripetono allo stesso ritmo e velocità. Al minuto 2.48, troviamo una delle poche variazioni del pezzo: ancora una volta, gli Amon Amarth prediligono un interludio fatto da una linea di basso e batteria, tali da dar vita a un connubio di potenza e groove notevole, accompagnati da cori che conferiscono un tocco di epicità al pezzo (anche questo studiato appositamente per la dimensione live). Questa linea melodica prosegue per diverse misure, fino ad arrivare al minuto 3.08, dove subentra una delle due chitarre, intonando il riff del ritornello; a questo segue, subito dopo, la voce di Johan Hegg che ricanta il ritornello, stavolta iniziando con tonalità più basse per poi salire, in stile climax, fino a culminare nel ritornello finale. La conclusione del pezzo replica il precedente ritornello, con l'unica eccezione nella strofa finale che incarna tutta la mentalità vichinga e la devozione verso gli dèi: "Raise your horns for the brave fallen friends, we will meet in Valhalla again": "Alzate i corni per gli amici coraggiosi caduti, ci rivedremo di nuovo nel Valhalla." Di conseguenza, non resta che prendersi una pinta di birra e godersi il pezzo apprezzandolo in tutta la sua bellezza e semplicità. Skall!

The Way of Vikings

"The Way of Vikings" (La maniera dei vichinghi), spiegata e raccontata in un pezzo metal: così si presenta la sesta traccia di Jomsviking. Tra i brani dell'album, questo è di sicuro uno dei migliori nonché uno dei più epici mai sfornati dalla band svedese; non a caso, esso rappresenta un altro caposaldo della scaletta della sua tournèe. Il pezzo si presenta diretto e coinvolgente già dalle prime note; il tono epico e lo sfondo battagliero è dato, fin da subito, con una batteria che si alterna perfettamente , in maniera minacciosa, con le chitarre e il basso. L'intro così diretto ed epico rappresenta solo l'inizio, perché, subito dopo (intorno al trentesimo secondo), la batteria inizia ad aumentare vertiginosamente la velocità, mentre le chitarre intonano riff taglienti: ciò provoca , nell'ascoltatore, un vortice di emozioni che vanno dal fomento per ciò che può rivelarsi questo pezzo fino ad una voglia di sguainare le spade e combattere, proprio come i vichinghi. Subito dopo, il ritmo assume una fisionomia ben precisa, uniformando ogni singolo strumento e dando vita a cavalcate che accompagnano, in maniera possente e ben strutturata, la voce del frontman norreno che, a sua volta, inizia a descrivere la storia, menzionando i protagonisti del racconto: due guerrieri su un ring, nell'atto di fare ciò che i vichinghi sanno fare meglio, ossia combattere ("with the strenght of two great bears, they make their weapons sing"?"due guerrieri sul ring, con la forza di due grandi orsi fanno cantare le loro armi"). L'andamento del pezzo è direttamente proporzionale all'enfasi del combattimento e della veemenza della lotta, che si fa sempre più intensa ("The fight grows more intense, but each avoid the other's sword": "la lotta si fa più intensa, ma ciascuno evita la spada dell'altro"), evidenziando, a sua volta, la reciproca voglia dei combattenti di non mollare mai . Prima del ritornello, troviamo un interludio che segna un cambio di ritmo in cui la batteria si fa sempre più martellante, come colpi di spada sempre più veloci e irruenti, le chitarre intonano riff in puro stile Amon Amarth, in maniera tagliente e sanguigna, mentre la voce inizia ad assumere una tonalità sempre più elevata, incitando a combattere "più veloce, più forte e fino all'ultimo" ("Faster! Stronger! Fight until your dying breath!": "Più veloce! Più forte! Combatti fino all'ultimo!"). Il ritornello che segue appare, fin da subito, potente e, al contempo, solenne: ciò a sottolineare la vera maniera dei vichinghi di Jomsborg e la loro mentalità. Al minuto 2.41, troviamo un altro interludio a far da sottofondo a un assolo molto ben fatto, cadenzato e caratterizzato da una certa progressività nel ritmo; molto rilevante è la batteria che, in tutta la sua potenza, continua a far sentire, in maniera dominante, tutta la potenza della doppia gran cassa e di un ritmo che, nonostante subisca un piccolo rallentamento, non toglie la cattiveria di un groove che solo la band svedese può regalarci. Al termine dell'assolo, al minuto 2.58, viene replicato il riff iniziale, anche se in maniera ridotta rispetto alla parte introduttiva, per poi riprendere la stessa linea melodica delle prime strofe. Il cantato riprende lo stesso testo dell'inizio, enfatizzando, nuovamente, quella verve vichinga che caratterizza i protagonisti del racconto, tanto da far sembrare quello che è un allenamento tra due amici un combattimento tra due nemici ("the swordsman start to break, pain shoots through their tired feet, with every step they take": "E nessuno riesce a credere che questi due uomini sono grandi amici e non nemici"). Il pezzo, per quanto epico e maestoso sia e, di sicuro, rappresenti uno dei massimi lavori recenti degli Amon Amarth, non è soggetto a cambiamenti importanti: l'andamento è lineare e le strutture vengono molto ripetute , come dimostrato anche dalla chiusura del brano dove ritroviamo l'interludio prima del ritornello. A differenza degli altri brani, che erano più dei racconti che si sarebbero, poi, sviluppati nel corso del pezzo, "The Way Of Vikings" non descrive una storia, ma solo le usanze dei vichinghi, sottolineando la ferocia che caratterizza i singoli allenamenti, come se si trattasse di una battaglia. Il pezzo si conclude con un rallentamento imposto dalla batteria, come se le emozioni avessero raggiunto l'apice e il combattimento abbia pesantemente segnato entrambi i concorrenti; il giro finale di chitarra e di batteria è emblematico di queste sensazioni, lasciando all'ascoltatore un pezzo destinato a lasciare un'impronta che da tempo non si vedeva in maniera così marcata.

At Dawn's First Light

I vichinghi di Jomsborg tornano alla carica, perché nella mentalità norrena dell'epoca, si sa, non si è mai appagati né, tantomeno, il senso di vendetta riesce a placarsi. "At Dawn's First Light" (Alla prima luce dell'alba), settima traccia dell'album, si presenta già dal titolo come minacciosa, lasciando sperare in qualcosa di davvero "Viking Metal" (anche se gli Amon Amarth stessi odiano essere etichettati così). Il pezzo si apre con un intro che non delude le attese che il titolo suscita ancor prima nel lettore che nell'ascoltatore: rullate di batterie molto caotiche, sommate a riff taglienti di chitarra, resi cupi dalle tonalità abbassate delle singole corde, e un basso che non è da meno fanno da apertura. Al diciottesimo secondo, "il caos" introduttivo scompare lasciando spazio a una lugubre cantata, volta a incutere terrore. Inevitabile, in questa parte del pezzo, che la mente del metallaro ascoltatore appena sente "At Dawn's First Light, run for your lives" (prime testuali parole della parte cantata) ritorni alla celebre "Run To The Hills" degli Iron Maiden; ciò non di certo per le melodie, che sono all'opposto, bensì per la parte testuale, che almeno in questa strofa (che verrà replicata nel ritornello), appare quasi uguale. Le prime parole di terrore cantate da Johan Hegg (stranamente non in growl) vengono accompagnate da arpeggi di chitarra, ma la quiete è breve perché la tempesta è pronta scatenarsi subito dopo con la batteria che ritorna martellante e imponente, insieme ai tipici fraseggi di chitarra. Le cavalcate formate dall'insieme degli strumenti al trentasettesimo secondo, sono molto simili ( per non dire quasi le stesse)e sono quelle già trovate in pezzi come "One Against All" ed in altri dell'album; la ripetizione di certi riff rappresenta, infatti, uno dei pochi difetti che presentano gli Amon Amarth. La veemenza espressa dal growl, nuovamente tornato, e dagli altri strumenti spiegano in maniera molto diretta questa invasione vichinga. Il ritmo veloce e incessante dettato dalla linea melodica rende tutto più incalzante e, al contempo, inquietante; tutto ciò in linea con il testo ("Under attack, no turning back": "sotto attacco, non puoi tornare indietro"). L'interludio che troviamo prima del ritornello (al minuto 1.14) è molto cadenzato e rabbioso, come se fosse il martello di Thor che batte su un'incudine. Ancora una volta, la band svedese gioca molto su un ritornello destinato a essere più orecchiabile che intrinseco di rabbia furente, come già accaduto per lavori passati, segno, ancora una volta, di quel cambiamento nello stile e di quell'apertura più volte menzionata in precedenza. La struttura dopo il ritornello resta la stessa; la cantata di Hegg continua nell'incutere parole di paura e terrore, annunciando un destino che sembra inevitabile per chi subirà lo sbarco vichingo. Il testo, infatti, è incentrato interamente su questa epica battaglia, che vede combattere i vichinghi di Jomsborg guidati da Igor Gorewicz. L'andamento della struttura continua, ma, stavolta, presenta una variazione: la veloce cantata e il ritmo incalzante non sfocia nel ritornello, ma si ripropone il riff introduttivo del pezzo. Quest'ultimo segna l'unica variazione a livello ritmico, non a caso, subito dopo, la cantata di Hegg diventa ancora più cupa, abbassandosi ulteriormente di tonalità e dando un tocco più cattivo del solito per sottolineare che le navi cariche di vichinghi portano solo guerra, morte e terrore ("The ships brings terror to these shores, death and all out of war": "le navi portano il terrore su queste spiagge, morte e guerra totale"). Successivamente, si presenta l'assolo: terzinato, breve e, decisamente, più semplice rispetto ai tecnicismi di altri brani. Al termine dell'assolo, la voce di Hegg riecheggia minacciosa senza growl, come in precedenza, e in tutta la sua cattiveria, accompagnata, stavolta, dalla chitarra solista che replica il riff del ritornello con fraseggi che, però, rendono alla perfezione come "ponte" tra l'assolo e l'interludio, creando una continuità con l'assolo stesso. Il pezzo si conclude con il ritornello, che continua imperterrito con lo stesso ritmo delle precedenti misure avvertendo, ancora una volta, che le navi stanno arrivando e invitando a correre per salvare la propria vita. Un pezzo, tutto sommato, bello e diretto anche se non dei migliori dei norreni; anch'esso resta un pilastro della loro scaletta e uno dei pezzi che ha avuto maggior successo dell'album, tanto da richiamare l'attenzione di Darek Szermanowicz (Behemoth), che dirige il video ufficiale del singolo.

One Thousand Burning Arrows

In un gruppo come gli Amon Amarth è difficile, trovare delle "ballad"; dopotutto, il sottogenere musicale e la cantata in growl sembrano quasi rendere impossibile scriverne una. Etichettare "One Thousand Burning Arrows" (Mille frecce in fiamme), ottava traccia di Jomsviking, definirla come una "ballad" sarebbe blasfemo, ma di sicuro resta un pezzo che, rispetto agli altri brani dell'album, smorza e placa i concitati animi dei fans della band che, tra una cavalcata e l'altra, dettata dal ritmo veloce e aggressivo dei precedenti pezzi, trova il modo di riprendere fiato e "rilassarsi". Il pezzo appare, fin da subito, diverso dagli altri: si apre con un interessante riff di chitarra solista, accompagnata dal basso di Ted Lundstrom, che appare, immediatamente, lento e malinconico, in perfetta linea con il testo del pezzo. Quest'ultimo, infatti, è incentrato sull'addio che il popolo vichingo dà al proprio re, una volta conclusa la battaglia , introdotta, precedentemente, con "At Dawn's First Light". Al giro di chitarra, ripetuto per diverse misure, subentra, al quarantaquattresimo secondo, la batteria e, con essa, la voce: la tonalità del frontman è molto malinconica e grave, l'andamento del tempo ritmico è lento: si capisce fin da subito che siamo di fronte a un pezzo diverso dal resto della loro discografia. L'enfasi e la malinconia che aleggiano si evincono già dalle prime parole, cantate con un growl molto meno potente del solito (a sottolineare la solennità del momento) , con cui si annuncia che la nave dove è stato messo il corpo del re deceduto è pronta ad abbandonare le rive ("They bring him to the shore, his ship is ready made": "lo portano a riva, la sua nave è pronta"). Ancora una volta, riecheggiano nei testi degli Amon Amarth le usanze vichinghe; infatti, il rito funebre riservato alle persone importanti prevede la deposizione del corpo su una barca piena di paglia, lasciata andare sulle rive del mare che costeggia la Scandinavia e, nel frattempo, frecce di fuoco scagliate dagli archi dei guerrieri verso il defunto per farne bruciare il corpo. Il rito funebre prosegue e la tristezza regna sovrana sui vichinghi di Jomsborg. Tutto questo è riassunto nell'andamento del pezzo, che prosegue in maniera lenta, cadenzata e con poche variazioni, almeno fino al minuto 1.22 dove troviamo una piccola variazione caratterizzata dal riff iniziale di chitarra, accompagnata dalla voce e dalla batteria, che lascia spazio alla doppia gran cassa. La struttura è tutta uguale e molto monotona; per avere un cambio di velocità e una variazione ritmica dobbiamo attendere il ritornello, che si presenta al minuto 2.40. Quest'ultimo è caratterizzato dall'aumento di velocità dettato dalla batteria, mentre i riff di chitarra, taglienti e rapidi come frecce, sono carichi di un'emotività malinconica che si incastra molto bene con la possente voce di Johan Hegg che, a sua volta, assume una tonalità molto cupa, a tratti urlata, tanto da sconfinare quasi nella cantata in "scream" più che in growl. "Into Flames! The longship burst into flames!..." ("In fiamme! La nave scoppia in fiamme! Il fumo nero si alza alto nel cielo), così recita il testo accompagnando tutto quel misto di emozioni sopra descritte ed espresse attraverso l'arte musicale di una band che non smette mai di sorprenderci; la nave ormai sta bruciando, il re presto verrà accolto nel Valhalla e banchetterà con Odino e gli altri dèi. Subito dopo il ritornello, destinato a durare diverse misure, troviamo l'assolo; ancora una volta, gli Amon Amarth puntano alla semplicità e a far breccia sugli animi con fraseggi ben lontani dagli assoli tecnici e veloci in stile speed metal a cui ci avevano abituato. Dopotutto, abbiamo più volte descritto questo album come diverso dai precedenti ed aperto, molto di più rispetto al passato, al cambiamento. L'assolo, oltre alla sua semplicità, si caratterizza anche per una certa brevità tanto che, al minuto 3.46. il pezzo riprende la stessa struttura e lo stesso andamento avuto in precedenza, mentre le fiamme della nave infuriano, sulla notte cala il silenzio e l'anima del re sta per varcare i cancelli del Valhalla ("Our king has left this world to walk through Valhalla's gates"": "il nostro re ha lasciato questo mondo per varcare i cancelli del Valhalla"). Successivamente, a conclusione del pezzo, troviamo una delle parti musicali più interessanti dell'intero album: una cavalcata dettata da una, a dir poco, dominante sessione strumentale dove la batteria, in tutta la sua imponenza e dominanza, accompagna una granitica chitarra ritmica e un impeccabile linea di basso a dare quel tocco di epicità e maestosità a un pezzo che, già di per sé, merita molto. Alla parte strumentale, che si ripete fino alla conclusione del pezzo, si amalgama alla perfezione la chitarra solista che, distaccatasi dal resto degli strumenti (minuto 4.31), dà vita a fraseggi molto cupi e profondi che accompagneranno tutta la parte restante del pezzo, fino a svanire nel nulla, in maniera progressiva, al termine del tutto. Il tasso di qualità di questo pezzo è elevatissimo, non tanto nella difficoltà tecnica, che nella sua semplicità resta comunque molto raffinata e pregevole, ma nella sua emotività, nella sua epicità mista a drammaticità, per evidenziare un momento, comunque, molto solenne e triste per la compagine vichinga; è questo, certamente, il motivo per cui "One Thousand Burning Arrows" è stato spesso suonato nelle infinite tournèe, in giro per il mondo, della band norrena.

Vengeance Is My Name

Tutta la mentalità vichinga, tutta la sete di vendetta che, storicamente, ha sempre caratterizzato il popolo scandinavo dell'epoca, espressa e raccontata in un combattimento; tema principale di "Vengeance Is My Name" (Il mio nome è vendetta), nona traccia di Jomsviking. L'introduzione vocale accompagnata dagli altri strumenti in grado di creare un preludio perfetto, riesce fin da subito a infondere quella carica emotiva che, sostanzialmente, questo pezzo trasmette. Brutale, tosto fin dai primi riff; le chitarre e l'andamento fin da subito veloce e martellante creano un'atmosfera subito malvagia e intrinseca di rabbia, proprio come il combattimento che si prospetta nonostante emerga fin da subito un certo squilibrio numerico ("The odds are stacked against me, outnumbered three to one": "le probabilità sono contro di me, inferiorità numerica, tre contro uno"). L'onore e la determinazione, tipica dei vichinghi, tuttavia, non vengono certo meno e le grida incarnate da un perfetto Johan Hegg rappresentano la sintesi perfetta di questi stati d'animo. In questa parte, i ruggiti emanati dal possente e inimitabile growl di Hegg, lasciano spazio a queste, sopra citate, urla strazianti molto simili alla cantata di scream, a dimostrazione di quanto il repertorio tecnico del frontman norreno sia vasto. Il pezzo in sé per sé è ricco di influssi, se, infatti, il riff iniziale sembra di vaga ispirazione power metal, l'interludio ( che troviamo al cinquantesimo secondo) si rifà molto alle melodie tipiche dell'heavy metal (principale fonte di ispirazione nei lavori della band); diretta testimonianza di una band che è maturata molto rispetto ai tempi di "With Oden On Our Side." Il riff principale riaccompagna il pezzo annunciando la paura che caratterizza i guerrieri pronti ad affrontare l'inesauribile sete di vendetta del protagonista, ormai pronto a far sentire ad essi la brutalità della propria lama ("Flashing, fear it's name": "lampeggiante, paura è il suo nome"). Il ritornello si caratterizza da una prima misura strumentale fatta da riff di chitarra che anticipano le parole del ritornello e una sessione basso - batteria che è un rullo compressore; la voce del frontman subentra in maniera dominante e incisiva, ancora una volta puntando più sulla semplicità e l'orecchiabilità, piuttosto che su quella caotica rabbia furente del passato. L'andamento altalenante che ha preceduto il ritornello si replica allo stesso modo, tra cavalcate da pogo alternate a un growl che a tratti diventa quasi scream e un combattimento che nel frattempo è iniziato dopo aver trasmesso timore e insicurezza nell'avversario ("I've struck fear in their hearts, now let the slaughter start": "ho messo la paura nei loro cuori, ora che il massacro inizi"). Fino al secondo ritornello, il pezzo prosegue in maniera lineare e senza troppi cambi di struttura; una variazione importante la troviamo al minuto 2.26, dove ci viene presentato un interludio (chiamarlo assolo sarebbe un'iperbole) caratterizzato da chitarre che, sovrapponendosi tra di loro, intonano fraseggi e riff di notevole ispirazione maideniana (molto più rispetto ai precedenti pezzi analizzati), fino a culminare, al terzo minuto, in una parte che ricorda molto l'intro di "War Of The Gods". Subito dopo, il pezzo riprende la struttura precedente: stesso ritmo, stessa velocità ma con un growl che, stavolta, sembra iniziare sulla scia del resto del cantato salvo poi affievolirsi, tanto da sconfinare in parte in una sorta di cantata senza ruggiti quasi come se stesse parlando più che cantando (peculiarità che ha introdotto il pezzo, dopotutto). Questo modo di cantare particolare trasmette come un senso di gioia interiore mista a soddisfazione, non a caso segna la definitiva consacrazione del protagonista che ha vinto la battaglia battendo i propri avversari e facendo scappare, rapidamente, l'ultimo rimasto ("I point my sword towards him, he quickly takes flight": "punto la mia spada verso di lui, egli rapidamente fugge"). La soddisfazione e la brutalità viene scandita bene da un ritornello intrinseco di rabbia, strutturato allo stesso modo a livello di riff ma con una linea melodica molto rallentata così da far gridare al mondo, con il fuoco negli occhi, che i vichinghi non conoscono altro che la sete di vendetta. I riff di ispirazione maideniana, citati in precedenza, si ripetono ancora una volta cavalcando i tempi altalenanti e le variazioni strutturali dettate dalle sempre dominante batteria, fino alla conclusione del pezzo. Resta tutto sommato un buon lavoro, di sicuro può essere etichettato come un brano di "transizione", una sorta di riempitivo dell'album, non a caso non è mai stato portato in tournèe dalla band; tuttavia la sua schiettezza, le sue melodie eclettiche e la sua cattiveria intrinseca lo rendono un pezzo di semplice e gradevole ascolto.

A Dream That Cannot Be

"A Dream That Cannot Be", decima traccia di Jomsviking, in cui spicca la collaborazione della regina dell'heavy metal, Doro Pesch, assieme agli Amon Amarth. Doro ha sempre espresso il suo gradimento verso la band svedese, dicendo di essersi innamorata di loro dopo averli sentiti al Wacken Open Air. Lei, dopotutto, non ha bisogno di presentazioni: rappresenta un riferimento per ogni cantante di sesso femminile amante della musica metal; è autrice di innumerevoli dischi venduti e colonna portante dell'heavy metal in generale. Gli Amon Amarth, del resto, non sono nuovi a richiedere la collaborazione di "special guest" in alcuni dei loro brani: un esempio passato della loro discografia è rappresentato da "Guardians Of Asgaard", all'epoca la partecipazione fu di Lars Goran Petrov (Entombed). "A Dream That Cannot Be" si apre con un riff malinconico, sentimento che affiora in tutto il testo del pezzo; le linee di chitarra restano le stesse, ma la batteria detta, in maniera magistrale, i cambi di tempo e velocità, passando da un'insolita lentezza cadenzata fino a picchiaare come il ferro di un martello che si scaglia su un incudine, sfociando, poco prima del cantato, in un autentico groove da headbanging puro. A dare inizio al cantato è Johan Hegg che, con il suo growl carico di ferocia e molto più cupo del solito, inizia il racconto: il protagonista della storia, dopo aver provato cosa significa essere un vagabondo fuorilegge, dimenticato da tutti, e dopo essersi riconquistato la propria reputazione combattendo con onore e sconfiggendo i suoi nemici, è pronto a rispettare la promessa fatta in passato e a realizzare il sogno di riprendersi la propria amata. Poco dopo (al cinquantottesimo secondo), subentra la cantata melodica e graffiante di Doro Pesch che, nelle vesti della donna tanto amata dal protagonista della storia, ammette il cambiamento dell'uomo che conosceva, ma i sentimenti nei suoi confronti non sono cambiati. Il ritornello vede l'alternanza di voci del duo Hegg - Doro, accompagnate da melodie in classico stile Amon Amarth e tendenti molto al death metal, che creano un'atmosfera cupa e straziante a livello emotivo; le grida di disperazione intonate dal frontman norreno, incarnano tutta la tristezza di chi ha combattuto inutilmente per una causa persa in partenza; nonostante tutto il protagonista non è abituato a mollare tanto facilmente e insiste per portare via la sua amata e renderla, finalmente, libera. In realtà, la donna tanto amata e desiderata dal protagonista del racconto si sente già libera e lo invita a lasciarla in pace ("My life is mine, not yours, so leave me be": "La vita è mia, non la tua, quindi lasciami in pace"). Il growl grave e cupo si alterna alla perfezione, secondo una struttura ripetuta e canonica, alla voce graffiante in stile heavy di Doro, descrivendo, con enfasi, un racconto che manifesta tutta la rabbia per un amore non corrisposto. L'interludio (al minuto 2.45) è introdotto da una batteria incalzante che, assieme agli altri strumenti, crea una sorta di climax musicale, trasportando in un vortice di emotività l'ascoltatore, lasciando trapelare che qualcosa sta succedendo nella storia: il protagonista, infatti, non riuscendo a capacitarsi di come i suoi sforzi si siano rivelati vani, tenta di prendere la sua amata con forza; lei, tuttavia, si rifiuta ed intima al vichingo, impugnando un coltello, di non tornare più. Questo vortice di emozioni è descritto, in maniera magistrale, dal pathos scaturente dalla potente voce di Johan Hegg e dalle tonalità furenti e demoniache che emergono dalla splendida voce di Doro Pesch. Il pezzo prosegue con la voce di Doro, che ripete le stesse parole di libertà e di cambiamento che, ormai, hanno caratterizzato la donna tanto amata dal vichingo, inizialmente isolata dagli strumenti , salvo poi dar vita al conclusivo ritornello. Quest'ultimo si presenta per una coordinazione magistrale proveniente da due maestri del genere musicali quali Hegg e Doro, stavolta le voci si presentano insieme creando un connubio di tonalità, a dir poco perfetto, tra growl e cantata melodica. L'amore non corrisposto genera malinconia anche nei confronti di personaggi singolari ed, apparentemente, privi di sentimenti, come i vichinghi; il testo evidenzia ciò e, stavolta, la storia non ha un lieto fine per il protagonista del racconto. Il pezzo, complice soprattutto la presenza di Doro Pesch, tende molto più a sonorità heavy metal, nonostante la linea melodica del ritornello ci ricordi che stiamo pur sempre ascoltando un brano degli Amon Amarth. Ai grandi appuntamenti della loro tournèe, "A Dream That Cannot Be" non è mai mancata, insieme alla presenza di Doro Pesch, dimostrazione diretta di un pezzo orecchiabile, ben riuscito e destinato a far breccia fin da subito nei cuori dei fans.

Back On Northern Shores

Undicesima e ultima traccia di Jomsviking, "Back On Northern Shores" (Ritorno sulle rive settentrionali) lo si può definire come il pezzo più atipico dell'album per struttura e linea melodica, tanto da ricordare molto la conclusiva "Warriors Of The North" del precedente "Deceiver Of The Gods". Il racconto dell'album, evolutosi traccia dopo traccia, è giunto a conclusione; il vichingo protagonista del racconto è pronto a un ultimo assalto, portandosi dietro tutta la rabbia per non aver coronato il suo sogno di riconquistare la propria amata. Le melodie epiche e cupe assumono un ruolo dominante fin da subito grazie a un bellissimo intro di chitarra solista caratterizzato dalla tecnica del tapping strutturato a terzine; il giro di batteria, seguito da una lenta cantata in growl, accompagna in maniera sublime questo riff introduttivo (destinato a ripetersi per larga parte del pezzo). L'andamento è molto lento, come le navi vichinghe che stanno viaggiando contro le avversità dell'oceano: tra queste, in particolare, la fitta nebbia ("A thick fog lies ahead, the ocean's deadly calm": "Una fitta nebbia ci attende, la calma mortale dell'oceano"), che rende la navigazione ancora più complicata. La battaglia incombe e il ritmo del pezzo è direttamente proporzionale a questo stato d'animo di determinazione, ma anche di smarrimento interiore, come se, ormai, il protagonista del racconto non avesse più nulla da chiedere a sé stesso; non a caso, dopo un apparente inizio lento, il ritmo si evolve attraverso la velocità del duo Mikkonen - Soderberg, accompagnati da una sessione basso - batteria granitica, con riff di ispirazione heavy metal. Il growl è altalenante, passando da tonalità più gravi fino ad accennare a qualche acuto al termine della strofa; questa peculiarità, ormai tecnica spesso usata da Johan Hegg, caratterizza gran parte delle strofe del pezzo, enfatizzando il momento di una battaglia che è alle porte. La turbina di emozioni e di malinconia è sfociata tutta nel ritornello, che si presenta molto urlato e ben scandito, il tutto accompagnato in maniera perfetta con dei "controcanti" (al ripetersi delle parole: "Back On Northern Shores") che strizzano l'occhio a quelle tanto amate sonorità epic metal che hanno influenzato, da sempre, la band norrena. Terminato il ritornello, l'animo dell'ascoltatore viene, nuovamente, placato ripresentando quell'andamento lento e quelle terzine, che sopra avevamo menzionato, come se stesse oscillando tra le gigantesche onde dell'oceano nel bel mezzo di una tempesta. Nel frattempo, la flotta vichinga si avvicina, le parole imperative sono "morte o vittoria!" ("Patiently they wait, death or victory": "pazientemente aspettano o la morte o la vittoria!"). Il ritmo continua a rivelocizzarsi, subito dopo, traghettandoci all'interludio. Quest'ultimo si presenta, fin dalle prime note, in maniera molto particolare: la chitarra solista continua con le terzine, mentre si alternano imponenti rullate di batterie con il roccioso suono della chitarra ritmica. Le flotte sono pronte, grida di guerra riecheggiano nel cielo scandinavo, la battaglia ha inizio e questa fase del racconto viene enfatizzata da un ritmo che aumenta vertiginosamente, lasciando spazio a una linea melodica violenta e battente di ispirazione thrash metal. Il vortice di grinta e di emotività prosegue fino al minuto 4.37, in cui il growl si incastra benissimo con le rullate di batteria che, insieme alle precedenti terzine e alla precedente linea di chitarra ritmica, danno vita a un sottofondo da brividi. Il pezzo, a seguito di ciò, riprende l'andamento con il ritornello che precede la parte lenta accompagnata dal solenne growl di Hegg ad annunciare una battaglia che inesorabilmente si sta avviando verso un triste esito. Infatti il racconto, in linea con il sound malinconico e cupo del pezzo, si conclude nella maniera più triste e senza lieto fine: con la morte del protagonista. Il destino si è ormai compiuto, la promessa è stata mantenuta, ora c'è Freja che, come ultima figura, compare ai suoi occhi pronto ad accoglierlo nel Valhalla a banchettare con gli altri dèi e a raccontare le sue gloriose gesta. A conclusione dell'album e del racconto, gli strumenti lasciano spazio alle sole terzine della chitarra solista, che hanno caratterizzato questo solenne pezzo, destinate ad affievolirsi progressivamente fino a chiudere un lavoro degno della fama degli Amon Amarth.

Conclusioni

Dopo aver esaminato l'album, traccia per traccia, analizzandolo a fondo in ogni sua componente tecnica ed emotiva, possiamo trarre le conclusioni. "Jomsviking" resta un ottimo lavoro, un album degno dello stato di grazia di una band che, pur facendo un sottogenere molto settoriale e di "nicchia", non sempre apprezzato tra i metallari, ormai da diversi anni gode di grande fama. Se guardiamo a ritroso, possiamo notare che i vichinghi del metal estremo di strada ne hanno fatta da quel lontano 1988, anno della fondazione della band, che. all'inizio, nemmeno si sarebbe dovuta chiamare "Amon Amarth". La consacrazione definitiva della band si è avuta, palesemente, con quel "Twilight Of The Thunder God" tanto idolatrato dai fans della band norrena di tutto il mondo, che ha , senza ombra di dubbio, segnato un punto di svolta. Confermarsi non è mai facile, tanto più quando fai un genere così particolare e non sempre di facile ascolto (anche perché anche tra i metallari troviamo una vasta diversità) e, soprattutto, si è reduci da altrettanti ottimi lavori, come "Surtur Rising" e "Deceiver Of The Gods." Nonostante tutto, gli Amon Amarth non solo sono riusciti a confermarsi ma, addirittura, anche a migliorarsi, con una evoluzione del proprio sound ed una dimostrazione di mai emersa prima. Ormai si sa, il popolo metallaro è sempre un pubblico difficile da conquistare, vuoi perché di gusto raffinato, pronto a saper cogliere ogni sottigliezza che agli ascoltatori di altri generi può sfuggire, vuoi perché, spesso e volentieri, è molto conservatore. Proprio quest'ultima categoria non apprezzerà fino in fondo un lavoro, di sicuro, diverso rispetto a quelli precedenti e aperto molto di più ad altri influssi (abbiamo più volte citato la componente heavy metal che spicca molto di più rispetto ad altri album della loro discografia, ma anche influssi speed metal, epic metal e thrash metal in aggiunta alla solita base proveniente dal death metal) , con il rischio che possa essere etichettato come "commerciale" o "leggero." Analizzando l'album , invece, con oggettività e, soprattutto, senza pregiudizi, possiamo notare come sia un lavoro decisamente notevole e proprio quella diversità, tanto odiata dai tradizionalisti della band, rappresenta la vera bellezza di "Jomsviking". Spesso, infatti, se si può attribuire un difetto agli Amon Amarth è proprio quello di risultare, alle volte, più monotoni rispetto ad altre band; Jomsviking, invece, racchiude tutta la maturità di un gruppo, che ormai da anni divulga al mondo la propria arte musicale, senza mai snaturarsi e rinnegare la propria indole, o, per meglio dire, la propria essenza. Un album che risente, come accennato e ripetuto più volte, di molti influssi stilistici e che gioca molto sulla semplicità, facendo leva su ritornelli orecchiabili sin dal primo ascolto e molto più ordinati rispetto ai vecchi lavori della band; inoltre, la geniale idea di raccontare la storia dei vichinghi di Jomsborg attraverso ogni singola traccia, rendendo i testi collegati tra di loro, come se fossero episodi di una serie tv, fa si che anche la componente testuale risulti più carismatica e coinvolgente. La copertina dell'album, raffigurante un vichingo nell'atto di aver appena battuto uno dei suoi nemici, costituisce il preludio al racconto destinato a evolversi in tutta la sua brutalità, determinazione e drammaticità, in vero stile Amon Amarth; inoltre, l'ambientazione vichinga e la narrazione del racconto appaiono, anche, come un modo per far conoscere la storia e le radici del popolo scandinavo, rivelando, così, un notevole senso di appartenenza, sempre presente nei testi della band. Gli Amon Amarth rappresentano una delle più importanti band di "seconda fascia" nel metal e la loro continua ascesa è dimostrata dal grande successo che "Jomsviking" ha avuto in vari Paesi, tanto da arrivare primo nelle vendite in Paesi del calibro di Austria e Germania. La schiettezza dei riff, la brutalità di un suono dominante e mastodontico, in aggiunta ad una vena malinconica, si impongono, come colonizzatori, negli animi dei fans; la carica emotiva che, fin da subito, emerge costituisce la componente principale dell'intero album. In definitiva, Jomsviking, anche se non passerà alla storia come "With Oden On Our Side" o "Twilight Of The Thunder God", resta, comunque, un ottimo album, caratterizzato da spunti interessanti, rappresentando la diretta evoluzione di un percorso melodico e di una maturità musicale mai raggiunta prima.

1) First Kill
2) Wanderer
3) On A Sea of Blood
4) One Against All
5) Raise your Horns
6) The Way of Vikings
7) At Dawn's First Light
8) One Thousand Burning Arrows
9) Vengeance Is My Name
10) A Dream That Cannot Be
11) Back On Northern Shores
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