AMON AMARTH

Deceiver of the Gods

2013 - Metal Blade Records

A CURA DI
TOBIA DE SIATI
26/05/2014
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Recensione

Nel 1988 nasce in Svezia un gruppo chiamato Scum, con sonorità Grindcore, un gruppo che a poco più di 20 anni di distanza dalla sua nascita è considerato membro del pantheon dei grandi gruppi metal. Seppur la vita degli Scum fosse stata breve (1988-1991) è dalle ceneri di questo gruppo che nasceranno gli Amon Amarth. Con un nome in elfico Sindarin ("Monte Fato"), non è difficile capire che obbiettivi si fosse posta la band: forse per il loro modo incredibile di narrare gli eventi della mitologia norrena, forse per fortuna, o per la loro proposta musicale, nel 1998, dopo la pubblicazione del loro primo full length "Once Sent From the Golden Hall" (1998), gli Amon Amarth arrivano ad esibirsi al noto e prestigioso Wacken Open Air. Con l'esperienza acquisita anche grazie ai primi tour all'estero, non è neanche difficile stupirsi del fatto che, a poco più di un anno dalla pubblicazione di "Once Sent", venga pubblicato "The Avenger", il suo successore. Nonostante le controversie con altri gruppi (in particolare contro gli Hammerfall, ai quali dedicano una frase proprio nel booklet di "The Avenger", che recita: "Ogni riferimento fatto in quest'album che implica che ci sono delle cover band in giro che fanno veramente schifo è puramente intenzionale"), questo gruppo Melodic Death Metal (non voglio difatti auto attribuirsi appartenenti al genere Viking), continua a sfornare successi, fino ad arrivare addiritturaa dedicare interi album a divinità (e non) della mitologia norrena. E' il 2006 infatti l'anno in cui vediamo pubblicato "With Oden on Our Side", album dedicato proprio al padre degli Dei nordici, Odino. Di seguito ne avremo uno dedicato al Dio del Tuono Thor ("Twilight of the Thunder God", per molti il miglior album del gruppo svedese, un disco che vanta collaborazioni con personaggi come Roope Latvala dei Childern of BodomLars Göran Petrov (Entombed) ed infine Perttu Kivilaakso, Elicca Toppinen e Paavo Lötjönen, violoncellisti degli Apocalyptica) ed uno a Surtr ("Surtur Rising", nel quale si narrano le gesta di Surtr appunto, un Mùspelssmegir, "gigante di fuoco" che ha brucerà Midgardr durante il Ragnar?k, la battaglia finale fra bene e male). Nel 2013, infine, venne partorito dalle menti di questa band "Deceiver of the Gods", album dedicato alla figura di Loki che in questa sede ci apprestiamo ad approfondire.

L' album si apre con la title track "Deceiver of the Gods" (Colui che inganna gli Dei), con una intro di notevole spessore (come gli Amon Amarth ci hanno abituato in tutti i loro lavori) che ci inserisce nell'atmosfera giusta per ascoltare quest'opera. Una intro che prepara l'ascoltatore a quello che andrà a sentire, potenza pura: dopo averne goduto, abbandonate le componenti  melodiche ed epiche di questo inizio, perché veniamo presto catapultati nel vero della canzone, con un urlo che da ufficiale inizio album, un urlo tipico di Johan Hegg (che ci ha abituato a questo primo impatto vocale già in canzoni come "War of the Gods" e "Twilight of the Thunder God", entrambe prime tracce, rispettivamente di "Surtur Rising" e "Twilight of the Thunder God") e riff sicuramente aggressivi, che noi tutti apprezziamo. Arriva anche il momento della prima strofa, che ci fa capire perfettamente chi sta cantando; Loki, il protagonista dell' album, oppresso dagli Aesir Asgardiani e pieno di rabbia nei loro confronti, il quale "pianifica" la sua vendetta. La strofa presenta oltre ai già citati riff una batteria davvero intensa, ed entrambi aprono la strada ad un ritornello di natura "diversa". Ritorna infatti il tema dell'intro della canzone, con la sua forte melodicità, ma questa volta trasformato. E' infatti il tempo per Loki di esprimere la sua rabbia in tutta la sua forma: pur essendo stato ad Asgard tutta la sua vita, egli resta difatti uno Jötunn,  e proprio per questa rabbia che si porta dentro, per la sua natura di gigante dei ghiacci, egli rovescerà il dominio degli altri dei. La voce in questa parte della canzone segue le chitarre, accompagnate da un basso molto rapido e da un tappeto di doppio pedale che si amalgamano perfettamente alleasce. Ritorniamo al riff principale della strofa, all'odio che brucia dentro Loki, alla sua rabbia nei confronti del mondo, alla sua natura da gigante che emerge ed alle sue "ambizioni oscure", per poi trovarci immersi in un bridge caratterizzato anch'esso da rabbia. "KNEEL!" l'urlo in coro della band, rabbioso e violento, la sottomissione o la morte per gli dei. "FALL!", laa vendetta sarà dolce, e tutti dovranno cadere. Olavi Mikkonen quindi emerge dalle tenebre ed inizia il suo solo, prima accompagnandosi al brano intero, poi imponendosi con forza sullo stesso, completando l'assolo armonizzando con Johan Södenberg. Terminato il solo, ritorniamo idealmente all'intro, che ci conduce nuovamente al ritornello, ripetuto due volte, la prima delle due simile alla prima volta che abbiamo sentito questa parte della canzone, la seconda quasi nuova, in un certo senso "matura" della rabbia accumulata durante il resto della canzone. Le chitarre puntano a suoni più alti, la batteria viene presa da una folle aggressività, un basso tenace ed una voce sempre più rabbiosa, fino ad arrivare all'ultimo urlo, "Deceiver of the gods!" che termina con la fine di questo splendido brano. Uscito da questo primo pezzo, l'ascoltatore si sentirà già soddisfatto, ma non finisce certo qui. E' il momento di "As Loke Falls" (Quando Loki  Muore): ancora una volta intro incredibilmente melodica, accompagnata da 3 colpi di batteria per battuta, poi un fantastico passaggio di tapping, che proseguirà anche quando la canzone assumerà toni più forti, come sottofondo all'urlo di Johan Hegg, fino a giungere alla strofa. Heimdallr annuncia il Ragnar?k col suo corno (Gjallarhorn) e Naglfar, la nave dei morti, emerge dall'orizzonte, con a bordo il figlio di Laufey (Loki), che porta con se chaos, rabbia e odio ed il Ragnar?k stesso. Finita la strofa torniamo al bridge già sentito in precedenza, che riapre la strada alla seconda strofa. Heimdallr sa che cosa succederà: la distruzione dei nove mondi, come previsto dall'oracolo (Vala), forze opposte si incontrano e si preparano allo scontro nella pianura di Vigrid, dove tutti saranno sconfitti ed i sopravvissuti daranno il via ad una nuova Era. Sonorità più acute per un riff nuovo, meno aggressivo ma sempre furioso, le spade degli dei che si scontrano, le urla di battaglia, il suono dei corni, l'impossibilità di una netta supremazia di una parte o dell'altra, la battaglia frenetica ed infelice, nel giorno in cui tutto dovrà finire. La rapidità delle chitarre contribuisce ad esprimere la velocità dello scontro, le note performano la malinconia del canto di morte delle spade, tutto contribuisce a lasciare una sensazione di sconforto nell'ascoltatore, segno che i mondi stanno per trovare una fine. Un bridge di incredibile fattura, con una contrapposizione tra alti e bassi, ci condurrà poi al riff precedentemente utilizzato per collegare le prime due strofe; il tapping si scontra con la nuova strofa, la spada di Heimdallr che taglia i nemici, il sangue zampillante, ed infine la testa di Loki, che rotola sul suolo. Ritorniamo all'intro del brano (ovviamente maturata e con strumenti "rinfrescati") che va sfumando, come la vita di Loki, spezzata dalla lama di Heimdallr. Terza canzone dell'album è "Father of the Wolf" (Padre del Lupo). Partiamo dal presupposto che questa canzone faccia sempre riferimento a Loki , e difatti il titolo fa riferimento ad uno dei miti della nascita di Fenrir (lupo figlio, appunto, del gigante). Il mito in questione è uno dei miti paralleli a quello più convenzionale. La canzone si apre con una bella intro "carica" che poi condurrà subito al riff principale, sempre molto forte ed altrettanto carico, con il basso di Ted Lundström che crea la base su cui gli altri strumenti andranno a costruire sia l'intro che il riff principale. Si apre la strofa con l'immagine di Loki che trova un cuore ancora pulsante in mezzo alle ceneri, reggendolo con una presa ferma e gentile. Svettano i suoi pensieri malvagi, mentre pensa di riportare in via la strega morta tra le fiamme, alla quale apparteneva il cuore. Arriviamo così al ritornello, in cui possiamo notare una "sintesi" ideale tra tutti i componenti del gruppo, che in un certo senso contribuiscono a creare questo ritornello coralmente, non solo per quanto riguarda la parte vocale, ma anche per l'unione degli strumenti tra loro. "Pelle di serpente, nato dal peccato, Oscurità interiore, il padre del lupo". Ovviamente tutti attributi di Loki. Dopo questo ritornello carico, arriviamo ad un bridge più rapido e aggressivo che ci riporta alla seconda strofa. Veniamo a sapere qui il nome della strega, Gullveig. Mangiato il suo cuore, lei rinasce sotto forma di una bestia che non può essere domata riportando in vita forze malvage. Con un inganno viene portato in vita il Lupo Fenrir (secondo il mito alternativo cantato in questa canzone, difatti, Gullveig corrisponde alla gigantessa Angrboda: mangiando il suo cuore, Loki ha partorito quindi delle flagð, termine che si può tradurre come donna-troll, strega, gigantessa, ma anche Lupo Femmina. Si attribuirebbe quindi a Fenrir il sesso femminile), la rovina di Odino, dato che sarà proprio Fenrir ad uccidere il Padre degli Dei durante il Ragnar?k. Ritorniamo ancora una volta al ritornello, invariato, per poi essere lanciati verso un bridge nel quale emergono le due chitarre in armonia e la forte voce di Hegg, componenti che si poggiano sul rapido tocco di corde del basso e sul doppio pedale di Fredrik Andersson. Terminato questo passaggio arriviamo ad un ulteriore riff, dove si scontrano parti in coro a parti vocali di Hegg, che anticipa la splendida parte solista, che terminerà con una ripresa del ritornello e che sfocerà a sua volta nel riff post ritornello che abbiamo già sentito, tuttavia potenziato da un tappeto di doppio pedale veramente carico. "Born of Sin!". Giungiamo così a quello che forse è il mio brano preferito dell' album, quella che potremmo definire una canzone dall'hype molto forte (sono difatti convinto che se avessero rilasciato questa canzone su youtube il giorno prima della release dell'album le vendite avrebbero avuto un notevole boost): si tratta di "Shape Shifter". La canzone si apre con una batteria molto aggressiva che ci va giù pesante con il doppio pedale (che sentiremo per tutto il brano),  e poi veniamo lanciati dalle chitarre in armonia verso il riff della strofa. Ancora una volta è Loki a parlare, sangue di Gigante, cresciuto ad Asgård, maestro del camuffamento, maestro della parola che tormenta chi lo sfida, maestro dell'inganno che con la parola può sia imprigionare che liberare. Inutile dire quanto sia suggestivo il testo, come per "Deceiver of Gods". Ci sentiamo come di fronte al Dio, che ci parla delle sue abilità, della sua storia, mentre una chitarra aggressiva ci inserisce nuovamente nella forma mentis della divinità, prima di essere lanciati verso il riff del ritornello. Una chitarra in tremolo picking accompagnata dal doppio pedale che poi entra in sintonia con la voce gutturale del cantante, che seguirà la sopra citata chitarra in un ritornello davvero carico, caratterizzato dall'alternanza, ancora una volta, tra la sola voce di Hegg ed una componente più corale. Dopo un breve bridge di ottima fattura si ritorna al riff della strofa, che adesso è una strofa di scissione, ordine ed anarchia, equilibrio e sventura, fratelli ora estranei ed ancora una volta una dichiarazione di vendetta. Arriviamo così ad un bridge molto più melodico e calmo, riferimenti al disordine che porta la parola di Loki ed all'avvicinarsi del Ragnar?k, per poi essere introdotti alla parte solistica della canzone, ancora una volta scritta con una notevole perizia, per riallacciare con armonia tutto ciò che questo brano rappresenta: la dinamicità di Loki, il suo cambiare forma. Ci riallacciamo ancora una volta alla strofa, in cui ancora una volta Loki annuncia l'impotenza degli dei e degli uomini nei confronti del loro fato, declama la loro debolezza nel non abbracciare il destino che gli si presenterà davanti e dal quale quasi vorrebbero fuggire, facendo di Loki, in un certo senso, l'oltre-uomo di nietzscheniana memoria. Giungiamo poi sino al ritornello finale, quello "vero". La prima metà è più simile alla prima volta in cui abbiamo avuto occasione di ascoltarlo, la seconda sensibilmente più aggressiva, con gli acuti di Hegg, l'infuriare sulla batteria di Andersson e l'acuirsi degli strumenti a corda. Non sentiamo più "the Shape Shifter" tra un verso e l'altro, fino all'ultimo verso in cui viene urlato il titolo del brano che stiamo ascoltando, prolungato nel suono fino alla fine della canzone. Ancora con i brividi addosso causati dalla possenza del brano appena terminato, l'album incalza con un ulteriore pezzo, "Under Siege" (Sotto Assedio), canzone che riprende dalle ultime parole scagliate da Loki nella precedente esecuzione. La canzone si apre molto violentemente, gli dei sono con le spalle al muro, e possiamo quasi sentire i suoni delle battaglie. Non troviamo una vera intro, più che altro un cambiamento di sonorità tra una parte e l'altra di uno stesso riff, ed in seguito vediamo emergere dalle tenebre una voce, o per meglio dire più voci. Sono degli uomini. Ci troviamo infatti al primo grande cambiamento prospettico dell'album, un punto di vista che adesso diventa quello di comuni mortali. Fuori dalle mura la battaglia infuria, i nemici non possono essere respinti né calmati ma gli dei sono al sicuro all'interno delle mura. Ma è il ritornello a sciogliere questo momento di stallo: i rifornimenti stanno finendo, la fame aspetta, non ci saranno rinforzi, la fine si sta avvicinando, ed in quest'atmosfera di crollo si staglia la voce di Hegg, mentre le due chitarre armonizzando creano un'armonia di velata inevitabilità della sorte, fino al momento della ripresa del riff principale che presenta una strofa epifanica che ci ricorda quasi "The Dubliners" di Joyce, la realizzazione della fine delle vite degli uomini sotto attacco ("Our lives are Spent" - "Le nostre vite sono finite"). Ancora una volta un passaggio a "mondi" più melodici per il brano, gli uomini iniziano a considerare la fortezza una tomba, il destino diventa tangibile ed avverso, riusciamo a sentire la tensione delle persone, la loro accesa disperazione. Ci  ritroviamo poi in una breve parte solistica melodiosa, che precederà la venuta del ritornello, ritornello ora reso più forte. La sconfitta non può essere evitata, e non c'è niente da perdere, se non la propria vita, ed è con quest'atmosfera che torniamo al primo riff, con gli uomini escono dal loro rifugio ed attacano, andando incontro al loro destino, alla gloria, ed inevitabilmente alla morte. Incalza ora il basso che apre la strada alle chitarre, le quali emergono dal buio con dei suoni più alti. Tutto è perduto, non bisogna mostrare paura, il mondo conoscerà il coraggio di chi va incontro alla vittoria o alla morte. Il riff va sfumando, lasciando spazio al suono di quello che probabilmente è un liuto, che chiude così la canzone. Subito dopo la fine di "Under Siege" sentiamo delle ossa rompersi e delle viscere aprirsi, urla di dolore e sofferenza... ed un riff agguerrito ci travolge e coinvolge. Un urlo agguerrito fende l'aria e subito dopo vi è una variazione di riff, che porterà subito ad un altro cambio. Questa canzone è "Blood Eagle". Il narratore, che qui non è specificato, in un riff pieno di rabbia canta tutto il suo rancore. Privo d'anima, rimorso e famiglia, si scaglia contro il mondo tramite un sound che ci riporta alla mente "War of the Gods", per poi giungere al ritornello, ancora più agguerrito, che ci riporta a sua volta alla già precedente alternanza tra sola voce e urla di battaglia. Il ritornello ci spiega in un modo poeticamente violento il metodo di tortura ed esecuzione noto come "Aquila Insanguinata": "tagliato sulla tua schiena nuda;  scorticato vivo, le tue costole rotte; Ancor vivo annaspi per respirare; Mentre il panico raggiunge i tuoi occhi, essi guardano; Terrore avvolge il tuo cuore morente". Un breve bridge separa ritornello e strofa, e ci ritroviamo nuovamente in una descrizione terrificante e piena d'odio. Bloccato e indifeso contro la sua sorte, il nemico viene pugnalato e vengono cercati all'interno del suo corpo i polmoni che poi verranno aperti per somigliare ad ali d'aquila. Emerge ancora un nuovo riff che sembra colpirci come fosse la tortura precedentemente citata. L'odio distrugge lo spirito del narratore, e l'unico modo per fuggire è la vendetta, portatrice di pace e libertà dalla pena dell'odio. Emergono delle voci in coro che ci fanno tornare con i piedi per terra, che ci allontanano da quel rancore ma che ci coinvolgono maggiormente nell'atmosfera del brano. Accogliamo alla fine il ritornello, col quale terminerà questo brano. Arriva il turno di "We Shall Destroy", che si apre con un lungo accordo e con l'emergere degli altri strumenti, che si impongono con forza l'uno sull'altro. Poi la batteria si fa largo attraverso, dominando un breve bridge, che riporterà al precedente riff che ci accompagnerà durante la strofa. La canzone assume l'aspetto di un canto da battaglia, gli scudi uno accanto all'altro, le spade e le lance, un muro di scudi, la marcia dei soldati verso il destino. Emerge poi il ritornello più aggressivo: l'unione dei soldati, figli di Odino, mentre attaccano in battaglia. Ritorna il riff precedente, per le nuove strofe. Ancora una volta un "inno" alla battaglia ed al combattere ferocemente nella stessa, senza paure, unendosi tra soldati come se si fosse un' unica entità che avanza inesorabilmente verso la vittoria. Lasciamo così spazio a sonorità certamente più acute e coinvolgenti dei due chitarristi che viaggiano sul manico del loro strumento. Non c'è paura che abbatta, ma solo frecce e spade, la vittoria il premio per il sangue versato. Non viene buttata la vita come se si fosse pedine, i soldati uniti come legati da una catena. Ritorna adesso il riff del ritornello che anticipa un riff accompagnato dall'inno all'unione dei soldati, più lento, come fosse una marcia atta ad evidenziare la forza dell'esercito unito. Torna il riff della strofa con tutta la sua forza che si carica alla sua seconda ripetizione grazie al cambiamento della batteria in quest'ultima ripetizione. "We Shall Destroy!". Loki, come molti potranno immaginare grazie a quanto detto in "Father of the Wolf", ha avuto svariati figli da Angrboda, questi sono, oltre a Fenrir, Miðgarðsormr ed Hel, signora degli inferi. "Hel" è appunto l'ottavo brano di quest'album, che si apre con dei colpi di batteria che presto condurranno ad un riff che potrei definire semplicemente come "cattivo". Attacca presto il cantato, in prima persona, che segue la prospettiva di Hel, la quale sembra accogliere qualcuno nella sua umile casa, priva di muri di roccia o pietra, ma dalla quale nessuno riesce ad andarsene. Chiunque è accolto nella sua corte, a prescindere da come sia morto o da chi fosse. Terminato questo riff veniamo trascinati da un coro verso il riff successivo, melodioso e coinvolgente, come se venissimo trascinati verso l'inferno. Appena finisce il coro veniamo avvicinati da una voce sicuramente familiare, quella di Messiah Marcolin dei Candlemass, che canta in sincronia con Hegg, ed è così che giungiamo al ritornello. "La fame sarà il tuo cibo, la carestia la tua lama, e abiterai sempre in quest'inferno".  Ritorniamo alla strofa, cantata sia da Marcolin che da Hegg , nella quale si evidenzia chi sia la causa della pena delle anime tormentate dei morti. Ancora una volta il coro ci abbraccia e ci trascina con se, fino ad un cambiamento del riff che diventa più agguerrito, arrivando ad un momento in cui si contrappongono le voci dei due cantanti alternandosi, tornando ancora al coro ed al ritornello. "La malattia il tuo letto, rovina la tua pelle", il riff si fa più violento grazie al cambiamento di tutti gli strumenti, specie la batteria, si ripetono le frasi del primo ritornello, ed un lungo "I welcome you to Hell" che ci accompagna lentamente fino alla fine della canzone. Ed eccoci giunti al penultimo brano del disco, "Coming of the Tide" (che va collegato direttamente ad "Under Siege") il quale si apre molto bene, partendo già agguerrito e carico. In un'intro, costruita ancora una volta partendo dal doppio pedale di Andersson e l'accompagnamento allo stesso  da parte di Lundström, si levano le chitarre con un riff intenso ma leggero, che sfocerà poi nel riff della strofa, dove prende parola un non meglio specificato condottiero, (accompagnato da un riff agguerrito) che ci canta come la sua legione sia carica e pronta alla battaglia, per poi tornare ad un ritornello che riprende la precedente intro, in cui ci viene impressa l'immagine dei corvi che aspettano di potersi cibare di carne umana, consapevoli di cosa accadrà. Torniamo così nuovamente al riff della strofa: il messaggio dell'attacco alla fortezza di "Under Siege" giunto alla legione li ha spinti ad accorrere verso nord per soccorrere i parenti. Ma è troppo tardi, giunti alle mura si leva il fumo della fortezza incendiata,giacciono  i cadaveri dei loro cari. Un cambio di riff, la sofferenza dei soldati per essere arrivati tardi, la rapidità degli strumenti che contribuisce a dare l'idea della crescente rabbia. Perché sono usciti dalle mura ed hanno attaccato invece di rimanere dentro al sicuro? Perché hanno dovuto affrontare un inferno, giungendo alla morte? Nessuna persona sopravvisuta, il tutto lascia una rabbia cieca nei cuori dei soccorritori. Un bridge fa cambiare scena, gli strumenti contribuiscono a dare l'idea di un esercito che cavalca verso il nemico, ed è questo che stanno difatti facendo i soldati. Corrono verso i bastardi che hanno distrutto le loro famiglie, raccogliendo le forze dal dolore e la sofferenza, nel desiderio di ottenere vendetta. Si lancia la chitarra di Mikkonen in un assolo, con il supporto di quella di Södenberg, del doppio pedale di Andersson e la plettrata veloce di Lundström, quasi come fossero uniti alla sofferenza dei guerrieri privati delle loro famiglie. Durante l'assolo veniamo anche reintrodotti nell'atmosfera del ritornello, ancora rabbia e voglia di vendetta impregna questa strofa, che si chiude impetuosamente. Quasi alla fine di questo cammino musicale, ci avviciniamo ormai all'ultimo brano, il più lungo dell'album, "Warriors of the North". Il pezzo si apre abbastanza lentamente, alla stessa maniera di "Deceiver of the Gods" per poi caricare il riff, mantenendo lo stesso tema. Colpi decisi di batteria, accordi di chitarra che accompagnano il tema principale del riff, trasformando quella che sembrava un'introduzione in un riff principale: è così che inizia la prima strofa. Famosi guerrieri delle terre del Nord, coraggiosi ed acclamati, che non hanno mai perso in battaglia né temuto mai la morte, sempre fedeli al proprio re, che tuttavia non lo era altrettanto nei loro confronti. Il riff cambia, tonalità più basse, diviene più dinamico e tenace. Il re senza discendenti non aveva alcun figlio a cui lasciare il trono, ha iniziato a temere, poiché il primo nella linea di succesione era appunto il figlio del narratore. Un breve bridge carico invece di forza ci riporterà al riff che avevamo appena lasciato. Il cuore del re diventa sempre più oscuro, cospiratore fino al momento in cui ciò fa cadere in inganno i nostri cavalieri. E' qui che la canzone cambia impronta, con un breve bridge furioso che anticipa il cambiamento. Il brano prosegue con grande forza, piena dell'ira dei cavalieri. Privati dell'onore, i cavalieri non furono uccisi poiché il sovrano temeva la furia di Odino, la quale si sarebbe abbattuta su di lui se avesse ucciso i suoi fedeli soldati. Scelse così di esiliarli e costringerli ad una vita di vergogna e dolore, ma i nostri aspettano pazienti il momento in cui potranno tornare alla gloria. Ancora una volta un nuovo bridge, glorioso e grandioso, per ricordarci chi sono i narratori di questa canzone, grandi guerrieri, uomini d'onore. Torniamo al riff che subito ha preceduto il suddetto bridge: passati 20 anni, i guerrieri privati della loro giovinezza non sono deboli, non versano lacrime. Ancora un bridge, scritto in modo accurato, per mantenere quelle sensazioni che il brano ci trasmette. La forza di questi cavalieri, forti e gloriosi, che vedono i loro migliori anni sparire, vedono le loro identità svanire nel nulla. E questo bridge, estremamente intenso, ci ricorda ciò, poi il silenzio. Ritorna quindi con forza il primo riff che abbiamo ascoltato. Gli acclamati guerrieri del nord sono ancora forti come quando erano giovani, e ancora per nulla timorosi della morte. Viene quindi ripreso il secondo riff. Una minaccia dal sud, un'armata che si dirige verso il regno, portando con se delle croci d'oro (riferimento alle guerre del cristianesimo). I cavalieri sono ora chiamati a combattere per il loro Re, vecchio e debole. Combattendo duramente, questi vecchi uomini sentono il destino farsi avanti, ed ora, dopo aver riacquisito l'onore perso, possono vedere i cancelli del Valhalla. Ritroviamo uno dei bridge precedenti, i guerrieri che marciano ancora, in prima fila, per raggiungere il Valhalla, le urla dei cavalieri si fanno sempre più forti, sembra che siano tutti i soldati a cantare sul finire della canzone, che si richiude a cerchio.


Un'altra delle particolarità di quest'ultimo album degli Amon Amarth è la presenza di un Bonus Disc completamente scisso rispetto all'album principale e contenuto in un'edizione speciale di "Deceiver of the Gods". Questo CD, di quattro tracce, è intitolato "Under The Influence". Come può suggerire il nome, questo è un disco di brani scritti rifacendosi a grandi gruppi che hanno ispirato gli Amon Amarth: Judas Priest, Black Sabbath, Motörhead e AC/DC. L'EP si apre con la canzone ispirata ai Judas Priest, "Burning Anvil of Steel". La canzone è introdotta da una intro di una gloriosità che ci ricorderà sicuramente il gruppo citato, e subito dopo arriviamo al primo riff, classico riff alla Judas Priest, che metterà l'ascoltatore nella posizione di dire: "ma dove ho sentito questa canzone?". Viene descritto, nel testo, un demone dalle sembianze di un un fabbro, una bestia venuta dall'inferno per portare devastazione nel mondo, con acciaio caldo tra le mani. "BURNING ANVIL OF STEEL!", in coro tutti i componenti del gruppo urlano il nome della canzone, incudine d'acciaio che brucia, la voce segue ferma la chitarra, la batteria continua a scandire i colpi, "BURNING ANVIL OF STEEL!", creatura forgiata negli inferi. Ritorniamo al riff principale e continuiamo ad ascoltare di questa entità demoniaca, portatrice dell' Armageddon. "BURNING ANVIL OF STEEL!", ancora l'urlo che arriva col ritornello, ripetuto due volte. Un bridge, più lento, caratterizzato da una batteria più forte, anticipa l'assolo di chitarra, che riprende anche le classiche accoppiate di soli di chitarra che il metal classico tramanda. Adesso che la batteria batte i suoi colpi, sentiamo all'unisono il martello battere sull'incudine. "BURNING! BURNING!" in coro, una voce risponde "Burning Anvil of Steel!", torniamo così al ritornello, ancora carico, che ci porta al termine del brano. Arriva l'ora dei Black Sabbath col brano "Satan Rising". Lunghe note di chitarra, batteria lenta ed inesorabile, ci troviamo davanti ai padri fondatori del Doom Metal. Ed in questa atmosfera inizia il riff principale, che si lascia accompagnare dalla voce di "Osbourne". Certo, perché in nessun altro modo definirei questa parte vocale: siamo abituati ad un Hegg molto forte, ma sentirlo cantare così è stato come fare una doccia fredda, in senso positivo ovviamente. Il riff serrato e lento accompagna l'immagine di un rituale pagano, durante la notte, che risponde alla chiamata di Lucifero. Dopo un breve bridge torniamo subito alla seconda strofa:  i rituali continuano, attorno al fuoco la gente canta "Satan". Dopo un classico bridge pre-assolo alla Black Sabbath (uno di quelli per cui la gente inizierebbe ad urlare "Ohi") veniamo introdotti all'assolo vero e proprio, la canzone si velocizza, la mano del chitarrista sfreccia sul manico in un fantastico old-style fashion. Ancora un riff, la chiamata per Satana, portatore della fine dell'umanità. Ed ancora una strofa, che segna l'arrivo di Satana sul nostro pianeta. Una furia di colpi sul rullante segna poi la fine del brano. Ed eccoci arrivati infine ai Motörhead, una delle mie band preferite, con la canzone "Snake Eyes". Il brano si apre con accordi lunghi e movimenti veloci di chitarra, che poi sfociano in un classico riff alla Motörhead, divertentissimo, dal quale poi emerge Hegg. Un po' strano, il modo in cui cerca di "fare Lemmy", ma non possiamo lamentarci. Non è strano un bel paragone della vita con una lotteria (è dei Motörhead che parliamo, dopo tutto!), oltre ad un' evidente citazione (" 'cause I was born to lose"). Gli sono dentro, questa canzone trasuda Motörhead da tutte le parti (non ha importanza il prezzo, sai che non mi arrenderò, non mi importano le probabilità, Because I play to win". Finito lo shock (ancora, estremamente positivo) da citazioni (o dovrei dire "After Shock"), veniamo gettati nel ritornello dal coro "YOU KNOW I..." e penso, dannazione, questi sono i tipici cori della band di Lemmy! Si parla ancora della vita da giocatore d'azzardo (e diciamocelo, questi sono i temi che vuoi sentire in una canzone così): veniamo cacciati a calci dal ritornello con un sonoro "SNAKE EYES!", rullante energico e ci ritroviamo nella strofa. Non ci si tira indietro dalla propria vita, poiché quella è la vita che si è scelta, il gioco, i dadi, la ricerca della fortuna. Ed ancora una volta, per la gioia di grandi e piccini, "YOU KNOW I..."! Questa canzone è fantastica, vale il prezzo dell'edizione speciale. "SNAKE EYES!". Eccolo, l'assolo post ritornello energico, Motörhead style, e poi ancora al ritornello, che mi sembra stia diventando sempre più bello da ascoltare. Tre accordi, "SNAKE EYES!", e fine. Wow! Giungiamo così all'ultima canzone di "Under The Influence", e questa è la volta degli AC/DC. Un po' titubante, un po' esaltato (il brivido che ha trasmesso "Snake Eyes" esita a lasciare la mia schiena), procedo con l'ascolto di "Stand Up to Go Down". Lunghi accordi, in sincronia con basso e batteria, e la chitarra che si eleva su tutti, e poi direttamente nel riff. Deciso, incalzante, ben ritmato. Ancora una volta la voce di Hegg esplode nelle orecchie dell'ascoltatore. Nessuno si aspetterebbe una voce così su degli strumenti che riprendono gli AC/DC, ma non è male. Ragazza conosciuta in un bar, una ragazza alta, per cui c'è bisogno di stare dritto in piedi per, beh, deliziarla. Ritornello, in coro come vuole la tradizione australiana: "STAND UP TO GO DOWN!". Il riff ancora ben scandito e forte, "STAND UP TO GO DOWN!". Torniamo al riff principale, i protagonisti vanno a casa di lei, e quando l'uomo ha raggiunto il "traguardo", lei si impone su di lui perché la "soddisfi". "STAND UP TO GO DOWN!" Ancora una volta. Assolo rapido che ci riporta poi al ritornello, che si chiude nel classico stile alla AC/DC.

Che dire, Deceiver of the Gods è un album che ha qualcosa da raccontare, un album pregevole, confezionato in un modo altrettanto pregevole. La mano di Andy Sneap (che ha lavorato con gruppi come Opeth, Kreator, Megadeth e Testament) si sente tutta sul mixing e il mastering, e l'artwork di Tom Thiel (che aveva già collaborato con la band per "Twilight?" e "Surtur") rende il tutto maggiormente godibile. Inoltre è da ricordare il duro lavoro compiuto profuso nel confezionare la limited edition (oltre ad "Under The Influence" troviamo un busto di Loki, un poster ed un booklet), per capire l'impegno che è stato messo nella produzione di quest'opera, non solo dalla band, ma anche da chi ci ha lavorato insieme. Abbiamo tra le mani un concept album completo, un album che non solo ci delizia con canzoni di tutto rispetto, ma che ci stimola con testi notevoli, presentando anche miti alternativi a quelli principali. Per questo è un album sicuramente degno di nota, un disco che ha anche la caratteristica di poter essere riascoltato molte volte senza alcun problema, un album che mette in evidenza tutto l'impegno della band la quale sicuramente si è divertita a registrarlo (altrimenti non avremmo avuto una piccola perla quale può essere "Under the Influence"). Per questo penso che Deceiver of the Gods sia un acquisto fantastico.

1) Deceiver of the Gods
2) As Loke Falls
3) Father of the Wolf
4) Shape Shifter
5) Under Siege
6) Blood Eagle
7) We Shall Destroy
8) Hel
9) Coming of the Tide
10) Warriors of the North

Bonus Disc (Under the Influence):

1) Burning Anvil of Steel
2) Satan Rising
3) Snake Eyes
4) Stand Up to Go Down

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