AMETHYST

Time Of Slaughters

2012 - Sleaszy Rider Records

A CURA DI
THOR MASO
24/07/2012
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Recensione

L’ultimo decennio – anno più, anno meno – è stato un periodo di grandi soddisfazioni per i numerosi amanti di quel sottogenere frenetico, urlato e incline alla violenza che risponde al nome di thrash metal. Certo non si può parlare di una nuova età dell’oro (quella è stata negli anni ’80, e non c’è paragone), ma il revival del thrash ha prodotto molti dischi interessanti, grazie al contributo di vecchie glorie che avevano abbandonato il genere e, fiutata l’aria, vi sono rientrate in gran fretta, gruppi disciolti che hanno provveduto a riunirsi, e una nuova generazione di musicisti pronti a salire alla ribalta. I palermitani Amethyst (formatisi nel 2003) appartengono a quest’ultima categoria, quella dei giovani di belle speranze. Time of Slaughters è il loro esordio, un disco che trasuda – fin dalla copertina – un amore incondizionato per le sonorità thrash vecchio stampo, senza alcuna concessione ai modernismi, siano essi le virate groove di stampo “panteriano”, gli appesantimenti death, o le tentazioni alternative che stregarono a loro tempo Metallica e Anthrax. No, gli Amethyst suonano nudo e crudo thrash metal, come si faceva negli Eighties, e si inginocchiano solo all’altare del sacro riff. La band mette le carte in tavola a partire dall’intro, "Pandemonium", che con la sua chitarra pulita quasi subito sommersa dalle distorsioni ci riporta all’istante alle varie Fight Fire With Fire o Battery dei tempi che furono; meno di due minuti, una breve sospensione, poi il riff arrembante di "Subversive Mind" conferma ciò che già sapevamo: questo brano, così come il resto del disco, rappresenta un campionario di tutto ciò che caratterizza il thrash americano nella sua forma più matura, quella della seconda metà degli anni ’80, per capirci. Castelli di riff ad incastro, assolo di chitarra taglienti, rallentamenti rompicollo, sferzate ipercinetiche, stop n’ go e notevole tecnica, il tutto impreziosito da un gusto per la melodia fuori dal comune, che ricorda da vicino certe cose dei Flotsam & Jetsam di Jason Newsted. Nella successiva "Time Of Slaughters" è ancora la costruzione riff-su-riff-su-riff a farla da padrone, declinata questa volta in forma epicheggiante, come dimostrano il ritornello da urlare a pieni polmoni e le parti di chitarra solista, ma senza che l’impatto frontale venga trascurato. Il brano "Entrapped" si assesta su ritmi cadenzati profondamente dannosi per le vertebre cervicali, mentre le dita di Silvio Lo Monaco tracciano linee di basso sinuose e serpeggianti e il batterista Alessandro Catalano maltratta i suoi tamburi senza il minimo ritegno (il lavoro della sezione ritmica è ottimo per tutta la durata dell’album); da parte sua, la chitarra solista di Edoardo Priano ci regala un assolo notevole che si staglia su un riff scapoccione che più serrato non si può, per poi concedere il bis nel finale del pezzo. Sicuramente una delle canzoni migliori del disco! Segue "Justice Is Done", che arpiona subito l’ascoltatore con l’ennesimo main riff da incorniciare, ma non riesce a convincere del tutto nel suo incedere, risvegliando l’attenzione solo quando il ritornello fa tornare in primo piano il riff principale e risultando alla fine troppo lunga nei suoi sei minuti di durata; il che è un peccato, perché verso i due terzi della canzone possiamo assaporare un godibilissimo assolo di basso prima e di chitarra e basso incrociati poi. "Attitude To Aggression", introdotta da un bizzarro siparietto di violenza metropolitana gratuita, è una legnata sulle costole, un inno al moshing sparato a gran velocità e scandito dal liberatorio coro “Fuck you!”. Su "Explosive Metal Night" veniamo aggrediti, per prima cosa, da uno dei riff più pesanti fra i moltissimi fin qui sentiti, ma le velleità di brano anthemico, ideale per la sede live, devono fare i conti con un ritornello senza particolare mordente e una parte strumentale monotona: secondo la mia opinione, si tratta del brano meno convincente del lotto. Per fortuna viene seguito immediatamente dalla strumentale "The Stone Of Tears", che con i suoi squisiti arpeggi e gli intensi assolo elettrici di Priano si occupa di mettere in mostra il lato più melodico dei Nostri – un lato nel quale dimostrano un talento fuori dal comune, tanto che mi sento di nominare questa canzone la migliore del disco. Gli appassionati troveranno qui echi non solo delle leggendarie strumentali dei Metallica, ma anche dei barocchismi messi in mostra da Alex Skolnick in “The New Order” dei Testament. In chiusura, un classico immancabile in ogni album thrash ottantiano che si rispetti, ovvero la canzone sulla guerra (introdotta, ovviamente, dal suono di esplosioni, mitragliate e sirene da bombardamento): si tratta di "Welcome to Hell", degno riassunto delle caratteristiche principali degli Amethyst, che si snoda per sei minuti a mezzo, a dimostrazione di una grande familiarità con strutture musicali complesse ad articolate. Incredibile la violenza (e la classe) del drumming di Catalano, coinvolgenti al punto giusto bridge e ritornello: insomma una chiusura col botto. Time of Slaughters non è un disco perfetto e un paio di canzoni non sono allo stesso livello delle altre, ma se c’è un grande ostacolo frapposto fra l’ascoltatore e il pieno godimento dell’album, si tratta della prova vocale del cantante/chitarrista Antonino Lo Monaco, costantemente debole e monocorde (oltre che caratterizzata da una cattiva pronuncia dell’inglese, ma si tratta di un difetto talmente comune nei dischi metal italiani da farmelo ritenere secondario); ora, se c’è un genere che non ha bisogno di grandi virtuosismi vocali per produrre capolavori, quello è sicuramente il thrash (basta ascoltare “Kill ‘Em All”, i primi due dischi dei Whiplash o qualsiasi album di thrash teutonico per rendersene conto), ma purtroppo Lo Monaco non riesce nemmeno a fornire l’impatto minimo richiesto ad un vocalist che militi in un gruppo così pesante. Tutte le canzoni ne soffrono, ma soprattutto la veloce "Attitude to Aggression", nella quale bisognerebbe esprimere il massimo della cattiveria e dell’aggressività, per fare da complemento all’assalto ritmico e chitarristico, mentre Lo Monaco tende invece a scomparire sotto gli strumenti. Non è aiutato in questo dalla produzione, piuttosto scarna e che lo mette sempre in secondo piano, anche se è probabile che parte di questo sia dovuto ad una voluta ricerca di sonorità grezze e old school. Un altro possibile difetto – ma qui si entra nel regno della pura soggettività – è la fedeltà stessa degli Amethyst al verbo del thrash ottantiano: in effetti, non c’è nulla in questo disco che non sia stato già suonato da altri gruppi, e la risposta alla domanda “Perché dovrei ascoltare questa band piuttosto che quelle del passato?” rimane affidata ai gusti dell’ascoltatore. Forse per il prosieguo della carriera degli Amethyst sarebbe auspicabile la ricerca di una propria identità, ma è anche vero che c’è un’ampia base di fan pronta ad apprezzare molto i gruppi che ripropongono filologicamente le sonorità dei bei tempi andati. Vedremo cosa decideranno nel futuro i quattro thrasher siciliani. Time Of Slaughters rimane comunque un notevole disco d’esordio, da parte di una band che ha enormi margini di miglioramento e basi già solide sulle quali costruire. Se cercate energia e passione e vi piacciono i gruppi orgogliosamente rétro, tirate fuori dall’armadio la cintura borchiata e le vecchie Reebok sfondate, stappate una birra, sparate un sonoro rutto e cominciate a scapocciare con le lunghe chiome al vento, perché in questo disco vi attendono tre quarti d’ora di sanissimo, ignorantissimo thrash-e-basta. Non è poco!



Track


1) Pandemonium 
2) Subversive Mind 
3) Time Of Slaughters 
4) Entrapped
5) Justice Is Done 
6) Attitude To Aggression
7) Explosive Metal Night 
8) The Stone Of Tears 
9) Welcome To Hell