AMENRA

Mass VI

2017 - Neurot

A CURA DI
STEFANO PENTASSUGLIA
19/04/2020
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Quelle immagini sono ancora vivide nella mia memoria, lucide e abbaglianti come un sogno a occhi aperti dal quale non riesci a svegliarti e non capisci se vuoi farlo oppure no. Difficile dimenticarsene, del resto. Difficile dimenticarsi di quelle luci soffuse e di quell'atmosfera chiaroscurale, sul palco dell'Ancienne Belgique di Bruxelles. Difficile dimenticarsi di quella figura statuaria, quell'uomo dalla pelle bianca come la neve e dalla postura stoica e solenne, un cantante che canta solo e rigorosamente di spalle al suo pubblico, a mostrare quell'enorme croce rovesciata nera che si adagia come un serpente lungo la sua schiena nuda e pallida, confusa nella massa di un corpo saturo di tatuaggi alchemici. Difficile dimenticarsi di quella sgraziata tatuatrice dai capelli rasati e dai lobi distrutti dai dilatatori, che con guanti in lattice e precisione chirurgica smanetta lentamente sulla pelle di quell'uomo, attaccandogli ganci che gli perforano le carni, su cui sono attaccati dei pesi che lo tormenteranno per tutte le canzoni che verranno. Difficile dimenticarsi di quegli anelli appesi ai ganci che premono sulla pelle e la tirano giù, come i grevi brandelli di passato che simboleggiano. Ogni anello un ricordo, ogni anello un'emozione, ogni anello una croce da portare sulle spalle, un tormento nel cuore, un incubo nell'anima, un peso insostenibile che però bisogna sopportare e affrontare con coraggio, continuando ad alzare la testa, continuando a lottare, continuando a cantare e ad urlare, impassibili, incuranti del dolore che ci affligge e che tenta di farci scivolare nell'abisso insieme a lui. Difficile dimenticarsi di quella voce stridula, isterica, che perfora i timpani e schiavizza i sensi, sullo sfondo di quelle chitarre immense, enormi, imponenti come una informe massa nera che avvolge ogni cosa intorno a sé e la inghiotte nella propria oscurità. Difficile dimenticarsi di quelle immagini sullo sfondo, che diventano un tutt'uno con la musica e con le sensazioni che da essa scaturiscono, facendo riaffiorare in noi emozioni sopite da tempo che esplodono dentro di noi in tutta la loro potenza più devastante. Difficile dimenticarsi di un concerto degli Amenra, perché quando ne vedi uno, anche solo uno, ti si insinua sottopelle, proprio come i ganci nelle carni di Colin, ti tira, ti fa male, ti lacera, ti fa sanguinare, e non ti abbandona più.

La band di Kortrijk, nelle Fiandre Occidentali, non è solo una delle più interessanti ed ispirate che il post metal abbia partorito negli ultimi anni, ma è riuscita a suo modo a diventare unica nel suo genere, una vera e propria mosca bianca che luccica e risplende, destinata a un'immortalità che la distingue da ogni altra, nel panorama di un genere purtroppo famoso anche per la sua scarsa originalità. E non solo perché la creatura di Colin H. van Eeckhout si è resa capostipite del collettivo Church Of Ra, una vera e propria "Chiesa artistica" che condivide un immaginario tanto inquietante quanto ricco di fascino, e che accoglie al suo interno tutto il meglio che la scena post metal del Belgio abbia da offrire, dagli Oathbreaker ai Black Heart Rebellion, fino ai vari progetti paralleli degli stessi Amenra, come i Syndrome o gli ispirati Kingdom del misconosciuto "Hemeltraan". Ciò che rende davvero unica una band come gli Amenra è il legame indissolubile tra la loro musica e l'immaginario che da essa scaturisce. Suoni tanto possenti quanto viscerali, tanto oscuri quanto monumentali. E soprattutto un'atmosfera che, per quanto su disco rifletta solo una minima parte di ciò che è in grado di sprigionare in sede live, ti affascina da morire, ti cattura tra le sue spire e ti risucchia con lei nelle sue ombre più profonde. Una band vera, autentica, tormentata e completamente devota alla sua causa e alla sua arte, che in tutti i suoi album in studio, rigorosamente contraddistinti dal nome "Mass" e da una sequenza cronologica, è riuscita a farsi portavoce della nostra oscurità, dei nostri tormenti, della nostra disperata condizione di deboli e fragili esseri umani. Ancora di più che negli album precedenti (per quanto a livello puramente stilistico i cambiamenti siano minimi, se non inesistenti), ascoltare questo "Mass VI", sesto disco per la band e secondo sotto la Neurot Recordings del gigante Steve Von Till dei Neurosis, significa addentrarsi completamente in una dimensione onirica in cui la musica e la nostra più profonda sofferenza interiore si uniscono e si fondono in una cosa sola, trasformando le nostre orecchie nel viatico per un'esperienza di emotività più unica che rara, densa, nera come la pece e insindacabilmente totalizzante. Una sola, unica e monumentale "Massa". 

Children Of The Eye

No, non c'è modo di difendersi da "Children Of The Eye - Bambini dell'Occhio". L'opener di "Mass VI" è un'onda d'urto dalla potenza inarrestabile, è il peggior tornado che possiate beccare in mare durante una tempesta, è una Kamehameha lanciata da un Super Sayan di decimo livello. Ed è un brano subdolo, che inizia in modo lento e maligno, prima di esplodere con virulenta soddisfazione. Non siamo preparati per ciò che verrà, ci sentiamo solo persi e inquieti di fronte a quell'atmosfera marcia, sofferta, nera più del nero più nero. Siamo inermi quando la chitarra di Mathieu Vandekerckhove ci azzanna alla gola come un pitbull affamato e non molla più la presa per minuti che sembrano interminabili, in una morsa post metal di un'intensità difficilmente paragonabile altrove. Un vortice di sensazioni oscure, di emozioni dolorose, di inquietudine soffocante. Un muro sonoro possente, imponente, monolitico. Una vera e propria dimostrazione di forza.

Il magistrale videoclip della canzone, splendidamente diretto da Wim Reygaert dei Drums Are For Parades, rende alla perfezione questa idea di purezza violata, lacerata, perduta per sempre. La voce di Colin è un lamento arcano che sembra provenire direttamente dalle viscere dell'inferno, un'ugola che è l'incarnazione stessa della disperazione, che urla al mondo di un nuovo regno che verrà, un'Apocalisse che cancellerà i nostri peccati affogandoli nella cenere: "A new reign / Uncrowned / Come rain / Wash us all away / Here comes the first wave / Nothing will remain / Forever more / No more" ("Un nuovo regno / senza corona / Vieni pioggia / Lavaci tutti via / Ecco che arriva la prima onda / Nulla rimarrà / Sempre più / Non più"). E a nulla vale il momento di respiro che prendiamo prima della bordata finale, un semplice sussurro in linea con la dialettica del gruppo tra pieno/vuoto, quando poi i toni diventano ancora più drammatici e chiudono la canzone in un oscuro assalto emotivo che ci inghiotte e non ci fa più uscire. Siamo solo all'inizio, ma il disco ci ha già disintegrato l'anima. Come direbbe il Maestro Yoda se dovesse scrivere lui questa recensione, "la forza scorre potente in questo brano". E posso assicurarvi che dal vivo, ancora più che su disco, "Children of the Eye" è qualcosa di assolutamente annichilente. Una discesa senza fondo in un pozzo nero come la pece. Addio mondo crudele. 

Edelkroone/Plus Près De Toi (Close To You)

Il breve intermezzo proposto con "Edelkroone", semplicemente 23 secondi di introduzione al brano successivo scandita in lingua fiamminga, altro non è che una porticina, un minuscolo viatico verso quel lago nero di sudore e sangue che è "Plus Près De Toi (Close To You) - Più vicino a te". Unico brano cantato in francese del lotto, che fa così da controparte alla conclusiva "Diaken" dal titolo in fiammingo (ricordiamo che Amenra sfruttano la loro nazionalità belga per alternare il i testi in inglese a quelli nelle loro due lingue nazionali), la seconda traccia di "Mass VI" è un pugno nello stomaco, ci assale subito con le sue sonorità abrasive e tremendamente graffianti, quasi fossero un'estremizzazione sonica della stessa estetica a cui il post metal ci ha abituato negli anni, e ricordano così neanche troppo da lontano quei riff urticanti che infarcivano un lavoro come "Mass III". La batteria e il basso formano un tutt'uno, in un tonfo continuo che sembra non toccare mai il fondo, come un sasso lanciato giù in un pozzo dalla profondità ignota, mentre la velenosa chitarra di Vandekerckhove, tesa e nervosa come se stesse per esplodere da un momento all'altro, insiste sulla stessa nota creando scenari di pura e apocalittica desolazione.

Ma nonostante la forza emotiva e la bellezza di quei riff distorti e il fascino di quella cappa di totale nichilismo, c'è da dire che la creazione di veri e propri paesaggi grigi  flagellati dal vento, dalle radiazioni e dal dolore umano (che personalmente vedrei bene come colonna sonora nella lettura di un romanzo come "La Strada" di Cormac McCarthy) riaffiora soprattutto nella seconda parte del brano, quando il cantato pulito di Colin H. van Eeckhout, come a riposare una gola martoriata dall'afflizione, si adagia su sospiri eleganti e delicati, che la lingua transalpina altro non fa che esaltare ed enfatizzare all'inverosimile, e sembra quasi di vederlo, di spalle al pubblico e con lo sguardo al cielo, come a voler pregare un Dio che sa essere assente, illuminato da una luce flebile e spenta, in totale solitudine, nella misteriosa ineffabilità del buio: "Suis moi en enfer / Je suis ta lumière / Suis moi, maintenat plus que hier / Je suis ta dernière prière / Je viens de lieux solitaire / Je te cherche toujours / Je te cherche partout" ("Seguimi all'inferno / Sono la tua luce / Seguimi, oggi più di ieri / Sono la tua ultima preghiera / Vengo da luoghi solitari / Ti cerco sempre / Ti cerco dappertutto"). E pian piano che quell'arpeggio di chitarra, talmente intimo e sentito da metterci quasi in imbarazzo, si accoppia con quella parola, "la désespérance" ("la disperazione"), che Colin ripete come ipnotizzato, ci avviamo verso un finale da pelle d'oca, dove il muro sonoro di chitarra si scontra violentemente con la voce e ci trascina giù con lui in questa battaglia emotivamente devastante. Indubbiamente il brano più classicamente "post metal" di tutto il disco; ma il modo che gli Amenra hanno di maneggiare questo genere, qui, raggiunge il suo più alto valore emblematico. Straordinari.

Spijt/A Solitary Reign

Descrivere a parole le emozioni suscitate da un brano meraviglioso come "A Solitary Reign - Un regno solitario" (che a mio parere vale da solo l'acquisto dell'album) non è impresa facile. Ma ci si può provare. Preceduto anch'esso da un altro breve intermezzo di due minuti denominato "Spijt", questa volta più elaborato e che al parlato fiammingo accosta anche un tesissimo riff di chitarra che si protrae lentamente per un minuto fino alla fine della traccia, la penultima canzone dell'album è anche il perno su cui grava tutto il peso dell'intera opera ed è indubbiamente uno dei brani più rappresentativi della musica degli Amenra, forse persino più dell'opener "Children Of The Eye". È un brano che ti conquista penetrandoti di prepotenza nell'anima, assaltando le tue più recondite emozioni, e lo fa lentamente, come fosse l'assedio a un castello, iniziando con un arpeggio intimo e desolato, una voce spezzata che si distingue appena dal sospiro, e si evolve in una melodia ipnotica che trapassa il nostro cuore come la mela di Guglielmo Tell con la sua infallibile freccia. Un colpo, e siamo fregati. Persi, ipnotizzati, incantati. Conquistati.   

Ma non è solo la chitarra di Vandekerckhove ad ammaliarci con il fascino del suo arpeggio, quanto anche e soprattutto la voce di Colin, mai efficace come ora, che si lascia andare a un incontro/scontro dialettico alla Dottor Jekill e Mr Hyde tra la sua natura più dolce e quella più rabbiosa, alternando a turno un urlo tanto disperato quanto lancinante a delle clean vocals soffici, cullanti e incredibilmente atmosferiche, in una sorta di duetto con sé stesso che, con quella melodia di chitarra in sottofondo, ci cattura in un turbine di emozioni e sensazioni da cui è impossibile staccarsi. Le parole di Colin, mescolate con una musica di tal forza e all'apice della loro poetica intimità, non possono far altro che commuoverci e toccare le nostre corde più profonde: "I see distance in your eyes / Bury me to sleep tonight / I wanted you to stay / Yet you died away / Please, sing me to sleep tonight" ("Vedo la distanza nei tuoi occhi / Seppelliscimi per dormire stanotte / Volevo che rimanessi / Eppure sei sparito / Ti prego, cantami per dormire stanotte"). Ma non solo in questo risiede la forza di un brano costruito su un tessuto post metal di pregiatissima fattura, dove growl, muri di suono densi e atmosfere soffocanti che a tratti mi hanno ricordato da vicino i migliori Omega Massif prima e i più violenti Pelican poi, contribuiscono sul lungo termine a creare un brano che è un concentrato di puro "post", e che riesce ad elevare questo concetto a livelli così alti, così poetici, che trascendono dallo stile musicale e diventano patrimonio della nostra interiorità come esseri umani. "A Solitary Reign" non è semplicemente una delle migliori canzoni post metal degli ultimi anni, ma è soprattutto una piccola gemma oscura che ci fa capire quale sia l'incredibile forza con cui un'arte come la musica può toccare brutalmente le nostre corde più profonde e catturarci tra le sue spire. Un capolavoro. 

Diaken

Cosa potremo mai trovare dopo tanto dolore, dopo tanta sofferenza, dopo tante emozioni? Qual è il luogo a cui siamo destinati quando soccombiamo alle nostre passioni senza riuscire a porre resistenza? Che cosa resta di un campo di battaglia dopo che l'ira e il furore si sono consumati nel sangue? Resta la desolazione. Resta il silenzio. Resta la solitudine. Resta il grigio rimuginare sul nostro passato e riflettere su ciò che abbiamo vissuto. Resta la nostra voglia di dire "basta", scuotere la testa, respirare, ricominciare. "Diaken - Diacono", traccia conclusiva di questo intenso viaggio nel dolore che è "Mass VI", è uno spesso muro di confine che sfrutta le granitiche sonorità del post metal per sopprimere definitivamente le nostre emozioni, spegnere il fuoco che ci ha animato durante i brani precedenti, mettere la parola fine al nostro soffrire, come la pietà di un colpo di proiettile che spezza una volta per tutte l'agonia. Il lentissimo palm mute nella chitarra di Vandekerckhove, qui al vero culmine della sua pesantezza sonica, altro non è che una secchiata d'acqua sui bollenti fuochi delle nostre emozioni, una cappa di fumo nero che soffoca l'incendio nella foresta, un sipario che si abbassa, con interminabile indolenza, sul corpo dell'attore steso a terra sul palco, morto per il copione della sua tragedia.

È un brano lento, questo "Diaken", un brano costruito su riff in bilico tra l'imponenza dello sludge e le atmosfere inconfondibili del post metal di scuola Isis. È un finale che strizza un po' l'occhio ai maestri sacri del genere, ma che non rinuncia ad ammantare ogni suo passaggio di quella pesantezza esasperata ed esasperante, pregna di quella malinconia tendente alla disperazione, con cui gli Amenra hanno voluto far apparire lo stato mentale della loro composizione di "Mass VI". Totalmente in linea con la sua estetica dialettica tra il pieno e il vuoto, anche qui la voce di Colin H. van Eeckhout sfrutta la tecnica del sussurro per fare una pausa prima del violento e intensissimo finale, inquietando l'ascoltatore, ormai completamente ostaggio del disco e delle sue enigmatiche spire emotive, anche attraverso un testo che, neanche a dirlo, sembra essere un testamento spirituale, la chiusura di un cerchio, un'ammissione di colpa e di sconfitta, intinta però da incrollabile dignità e voglia di andare avanti, sempre e comunque, sopportando con coraggio quella solitudine a cui il destino ci ha inesorabilmente condannato: "I played my rope / I gave up on hope / All alone / I kept my head up high / At least I tried / Memories dissolve / And I am alone again / And when I open my eyes / I am alone again" ("Ho suonato la mia corda / Ho rinunciato alla speranza / Tutto solo / Ho tenuto la testa alta / Almeno ci ho provato / I ricordi si dissolvono / E sono di nuovo solo / E quando apro di nuovo gli occhi / Sono di nuovo solo"). Superflua ogni parola sul finale del brano, e quindi del disco, che andrebbe semplicemente ascoltata, assorbita, vissuta. Se un domani mi dimenticherò del perché amo così tanto il post metal, mi basterà tornar qui e ascoltare di nuovo questi riff, queste sonorità quadrate e distruttive, che nella loro implacabile oscurità nascondono tanta fragilità, tanta emotività, tanta autentica e genuina umanità. Non so voi; io per poco non ho quasi pianto.

Conclusioni

"Mass" è una parola che ingloba tutto, pesante come l'idea stessa che rappresenta. È la massa che ti si scaraventa sulle spalle e ti butta giù, ti uccide come quegli animali morti che incarnano la copertina e il booklet del disco, facendoti sprofondare con lei, ma è anche la massa informe, che sia un'enorme distesa d'acqua nell'oceano o una immensa e disordinata folla di persone che popolano una metropoli. La "massa" è un tutto, che sia informe o uniforme, è un termine onnicomprensivo, che ne racchiude al suo interno tanti altri, e che quando viene espresso in musica porta con sé, per quanto dirlo sembri un gioco di parole, "tutto il peso della sua pesantezza", tutta la complessità della sua imponenza, della sua condizione di enormità, di entità persa in una moltitudine di individualità, che siano gocce d'acqua o esseri umani, destinati a formare una cosa sola, ad essere parte di un tutto. E raccontarlo, quel tutto, è una sfida che solo le arti più elevate possono raggiungere, ed è quello che gli Amenra, con coraggio e incrollabile determinazione, riescono a fare con la loro musica. Trascendere il semplice concetto di "musica", superare il suo limite intrinseco e riuscire a raccontare "il tutto", il senso della "totalità", rinchiudendolo nel concetto di "massa" e simboleggiandolo con ogni strumento che la musica mette loro a disposizione. È così che le chitarre diventano delle onde nere e imponenti, che il basso e la batteria si fanno ombre che catturano le note nella cappa della loro oscurità, che gli arrangiamenti restano dei monoliti impassibili e solenni su ogni singolo brano (e su ogni singolo album), e che la voce si smaterializza e perde la sua individualità, che sia nel suo urlo disperato o nella sua preghiera sospirata. Una voce fuori dai polmoni di un uomo che si fa rappresentazione archetipica dell'essere umano, che perde ogni contatto con la realtà esterna per diventare una cosa sola con quella stessa voce, che canta dando rigorosamente le spalle al pubblico affinché questo non possa vederlo in faccia e riconoscerlo come individuo, che si fa perforare il corpo con dei ganci per appendervi tutto il peso della condizione umana, come un Cristo dei giorni nostri che deve portare sulle spalle una croce che è la quintessenza di tutto il nostro peccato.

Scarno di note quanto di melodie, l'intera impalcatura di "Mass VI" si regge sul contrasto tra bianco e nero, tra pieno e vuoto, tra riffoni di abnorme imponenza che riempiono ogni singolo spiraglio sonoro, urla che penetrano nelle orecchie e se ne impossessano come il Demonio nel corpo di Linda Blair, ma anche arpeggi che affogano nel loro stesso dolore e un cantato che è come una preghiera mistica in una chiesa abbandonata in mezzo al deserto dell'Apocalisse. E poi brevi parti parlate, atmosfere nere, inquietudini sonore, accenni e fugaci sensazioni. E, soprattutto, emozioni. Quelle che scaturiscono dalla violenza viscerale della solenne "Children of the Eye", dalle sonorità aspre e roventi, che poi sfociano in delicati sussurri, dell'affascinante "Plus Près De Toi". Nell'avanzata monolitica in palm mute dell'oscura "Diaken", forse il brano più squisitamente post metal di tutto il lotto. Ma, soprattutto, in quelle emozioni indescrivibili che un capolavoro come "A Solitary Reign" è in grado di lasciarci sottopelle, nel suo disperato intreccio vocale di luce ed ombra, e in una melodia di chitarra così intimamente estatica da avvicinarsi al sublime, che si conficca con forza nel petto fino a rasentare la Sindrome di Stendhal. Un album come "Mass VI", più che tentare di raccontarlo, è un'esperienza totale che va affrontata e vissuta in pieno. Un disco che, per quanto possa essere difficile da mandar giù e digerire per intero, alla fine del viaggio saprà regalarci una soddisfazione difficilmente eguagliabile da altri album post metal di simile caratura. Un disco non per tutti, un viaggio sconsigliato ai pavidi, ai deboli di cuore, a chi ha timore dell'ignoto e di ritrovarsi faccia a faccia con il proprio io. Per tutti gli altri, un'esperienza da vivere, assaporare, ricordare. E da attaccare sulla propria pelle come quei ganci che affondavano nelle carni di Colin, sul palco dell'Ancienne Belgique. Se potete, fatevi un favore: posate le cuffie e andate a vederli in concerto dal vivo. Difficile trovare una band post metal che lo meriti più di loro. TOTALI.

1) Children Of The Eye
2) Edelkroone/Plus Près De Toi (Close To You)
3) Spijt/A Solitary Reign
4) Diaken