AMENRA

De Doorn

2021 - Relapse Records

A CURA DI
STEFANO PENTASSUGLIA
30/07/2021
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

"De Doorn". "La spina", in lingua fiamminga. La spina che ha lacerato la fronte del Cristo durante la sua Passione, l'uomo che ha duramente sofferto per espiare i nostri peccati, il simbolo stesso del martirio. Perché c'è molto, davvero molto del martirio nell'iconografia degli Amenra, dai ganci di metallo che affondano nelle carni del cantante Colin Van Eeckhout durante le sue intense performance dal vivo, fino all'immaginario stesso della band, un mondo oscuro che va ad incrociarsi con quello della "Church of Ra", quel collettivo di artisti fondato da Colin e dagli Amenra stessi in quel di Kortrjik, Fiandre Occidentali, Belgio. "De Doorn" è un disco che vive di martirio, di dolore, di sentimenti umani forti portati fino agli estremi del parossismo, ma è anche un disco costruito sul folklore e sulla storia di una nazione, nonché su anni ed anni di cerimonie e rituali mistici portati avanti da una band che ha sempre concepito la propria musica come un modo per scivolare nella catarsi ed esorcizzare il proprio male. Se il modo di intendere il post metal di Colin Van Eeckhout e soci è sempre stato quello di un misticismo arcano, di un continuo rituale esoterico che viaggia al ritmo dei riff di chitarra, degli urli e delle atmosfere sviscerate dagli arpeggi e dagli effetti di delay, con il nuovo corso inaugurato da "De Doorn" ciò diventa particolarmente vero e tangibile. Qui si sente tutto il peso della concezione musicale e filosofica degli Amenra, e il disco stesso è nato dall'esperienza delle performance live, sempre più estreme, intense e vissute, di una band che non ha mai lesinato sulla visceralità dei propri mezzi espressivi, sonori o visivi che fossero.

La creazione del disco inizia già nel 2018, subito dopo l'uscita di "Mass VI", a partire da una commemorazione nel comune di Diksmuide per la fine della Prima Guerra Mondiale. L'artista svizzero Imre Thormann, autore del visionario spettacolo "Il sogno di Butoh", viene coinvolto per una performance visiva durante l'esecuzione del brano "De Dood In Bloei", mentre il vecchio amico Tine Guns viene contattato per eseguire le immagini di accompagnamento. Si è trattato, per gli Amenra, non della semplice esecuzione di una canzone ma di un rituale vero e proprio, a cui ne seguiranno poi altri due: un rituale del fuoco in cui lo scultore indonesiano Toni Kanwa Adikusumah crea una scultura di venti piedi nel centro di Kortrijk per ricordare le vittime dimenticate della città, mentre agli abitanti viene chiesto di allegare delle note che ricordassero il dolore provato per la perdita di una persona cara, prima di sollevare la scultura dopo alcune settimane e condurla nel centro città in una processione seguita da duemila persone e culminata con l'incendio della stessa; un terzo e ultimo rituale nella città di Menen, dove lo scultore belga Johan Tahon ha realizzato un'altra enorme statua di bronzo, all'interno di una costruzione di legno data alle fiamme dalla band, da cui poi la statua è uscita intatta, rossa incandescente, risorgendo metaforicamente dalle ceneri e diventando per la band e i presenti un simbolo eterno di speranza in un futuro purgato dalle sofferenze del presente. Una serie di performance artistiche che hanno quindi toccato vari campi dell'arte, attraverso un approccio multisettoriale indispensabile per questo modo così personale per la band di concepire la propria proposta musicale. La composizione di "De Doorn" è stata la naturale conseguenza di questa catena di eventi, e ad ascoltarlo non stupisce affatto che le cose siano andate così.

Vedere un concerto degli Amenra non è come vedere un concerto qualsiasi, e il sottoscritto può confermarlo, avendoli visti live al Locomotiv di Bologna nel 2018: si tratta di un'esperienza che trascende la semplice riproduzione dal vivo di "canzoni", bensì di una vera e propria cerimonia (una sorta di "messa", come le "Mass" con cui sono stati intitolati i loro vari album), che per certi versi li accomuna all'ottica di band molto diverse come i Sunn O))) o ad altre più vicine come i Neurosis, ma all'interno di una concezione per cui non è semplicemente l'atmosfera a farla da padrone, quanto l'intensità, la sensibilità umana, l'emozione, la visceralità più totalizzante. Chi è nel pubblico non deve limitarsi a farsi coinvolgere dai suoni nell'etere e a diventare un tutt'uno con essi, ma deve provare sulla propria pelle delle sensazioni quasi fisiche, deve percepire potentemente, al livello più profondo del subconscio, le emozioni che la band sta vomitando sul palco. Il fatto stesso che Colin abbia l'abitudine di cantare di spalle al pubblico, contraddicendo proprio alla regola principale e basilare per le esibizioni dal vivo, e che subisca delle vere e proprie torture fisiche come quella di farsi perforare la carne da ganci e cantare mentre i pesi gli lacerano la pelle, è emblematico di come gli Amenra non concepiscano i loro concerti come semplici "concerti", ma come veri e propri rituali di accoppiamento emotivo e spirituale con il loro pubblico, in una simbiosi catartica per cui la sofferenza espressa attraverso la musica e le immagini attraversa il filtro dello spettacolo, rompe la quarta parete e viene vissuta dal pubblico come se fosse propria. È proprio questo, probabilmente, che rende gli Amenra una delle band più particolari e apprezzate del panorama post metal attuale, e che spiega la ragione del loro grande successo: non si limitano a scrivere e suonare musica straordinaria, ma la "vivono" sulla propria pelle e permettono al pubblico di viverla a sua volta, attraverso la propria concezione ritualistica del "concerto" e del "disco", in un processo di simbiosi catartica. E se ciò era sempre stato implicito in tutti i loro album fino a "Mass VI", con "De Doorn" diventa esplicito, perché questo è un disco che vede la luce proprio grazie a queste cerimonie che hanno contraddistinguono, ora più che mai, l'identità artistica della band belga.

Ogentroost

"De Doorn" inizia forse nel modo più atmosferico in cui sia mai iniziato un album degli Amenra, con la opener "Ogentroost" ("Euforico") che per i primi abbondanti quattro minuti si nutre di attesa, come un'ombra che avvolge di spalle l'ascoltatore anticipando una minaccia che via via diventa sempre più concreta. I pochi e sparuti accordi di chitarra che possiamo ascoltare all'inizio sono talmente riverberati e densi di effetti che nemmeno sembrano accordi, ma passi lenti di un sacerdote che entra in una chiesa sconsacrata per celebrare una messa nera. L'arpeggio che segue è di una solennità annichilente: non è semplicemente lento, ma ha in sé qualcosa di sacro, un abito cerimoniale che avanza come incenso che si cosparge in una stanza durante un rituale magico. Se è vero che il vero peggio è l'attesa del peggio, gli Amenra qui sono minacciosi più che mai, perché davvero ci fanno presagire realmente che qualcosa di profondamente negativo sta per accadere da un momento all'altro. Si tratta però solo di aspettare, perché dal quarto minuto in poi si viene letteralmente travolti dalle cattiverie delle chitarre, che restando sempre lente e arpeggiate, ci maciullano i timpani con bordate di violento post metal che sembra uscito da un incrocio malsano tra gli incubi dei Terra Tenebrosa e i Minsk più allucinati. Le urla di Colin a questo punto sono come le nostre paure più arcane che vanno a materializzarsi, sorrette dalle vocals femminili di una Caro Tenghe, cantante degli amici belgi Oathbreaker, che tutto è tranne che rassicurante. E così vediamo far capolino un'altra novità, ovvero che i testi di questo nuovo album sono esclusivamente in lingua madre fiamminga, seppur corredati nel booklet da una buona traduzione che ci fa percepire l'impegno di Colin nel voler tratteggiare scenari di desolazione, devastazione, ma anche di rinascita della natura: "Un nuovo raccolto / La primavera è vicina / Il silenzio non finisce mai / Campo di battaglia / Terra consacrata, scoperta, violentata". Siamo ben lontani da quella violenza che ti veniva sbattuta in faccia come in "Children Of The Eye", perfetta opener del precedente "Mass VI": questa volta l'approccio scelto dalla band di Kortrijk è un sound pachidermico che ti entra sottopelle un po' alla volta, e proprio per questo fa più male. Megalitici.

De Dood In Bloei

La successiva "De Dood In Bloei" ("La morte in fiore") altri non è che un interludio posizionato strategicamente per farci riprendere fiato dopo l'intensa opener, prima che la parte centrale dell'album ci travolga ancora di più con tutta la sua virulenta intensità. Brano più breve di tutto l'album, è una suite di quattro minuti e mezzo abbondanti che ci catapulta direttamente in un antro oscuro e sprofonda sempre più ad ogni secondo che passa. Si avvertono qui echi di uno dei progetti della Church of Ra gestiti dallo stesso Colin Van Eeckhout, quelli Slamber Deh che hanno fatto dell'ambient sperimentale la loro bandiera, distaccandosi nettamente dalle sonorità della band madre. È come se l'atmosfera dei minuti iniziali della precedente "Ogentroost" fosse stata moltiplicata al quadrato, perché l'intero brano è un continuo fluire di suoni ambientali, come il fischio di un vento che non si placa mai, e le poche note di chitarra sembrano echi arcani provenienti direttamente da un altro mondo. La voce di Caro Tenghe stavolta è parlata, ed è come se stesse decantando una poesia cerimoniale di tradizione romantica tardo-ottocentesca, che ci massaggia i sensi e la mente trasportandoci completamente in un'altra dimensione, con immagini tanto brevi quanto efficaci: "La fine si è concretizzata / Gli occhi nerissimi / L'amore negato / La bellezza / Mai finita". Nel complesso, se i belgi volevano sottolineare quanto fossero cambiati rispetto al passato (seppur nel limitato range di un genere monodirezionale come il post metal apocalittico di scuola Neurosis), non potevano scegliere un'accoppiata migliore delle due "Ogentroost" e "De Dood In Bloei", dove l'intensità emotiva dei precedenti album, seppur non perdendosi, viene espressa in un modo diverso, che celebra invece le atmosfere plumbee e l'attesa snervante. Volendo fare un buffo paragone cinematografico: se i vecchi Amenra erano brutali come un Predator, i nuovi di "De Doorn" appaiono chiaramente subdoli come un Alien. Inquietanti.

De Evenmens

Presentato come singolo di anticipazione per "De Doorn" e corredato da un suggestivo quanto inquietante videoclip, "De Evenmens" ("Il Prossimo") è forse la traccia che più di tutte collega l'album al passato della band, e a dischi come quel "Mass VI" che basava la sua poetica sul dolore emotivo unito alla violenza sonora più dirompente. L'inizio del brano, infatti, è forse una delle cose più intense mai scritte dagli Amenra, con quei riffoni stentorei che travolgono con un'intensità di dimensioni inaudite, mentre le urla straziate di Colin ti strappano la carne e ti lacerano l'anima. Sono le urla di un martire, di un uomo posto dinanzi all'estrema sofferenza, come se questa fosse il prezzo da pagare per la guarigione della propria anima e per raggiungere la luce dell'esperienza extracorporea (un concetto che mi ha quasi ricordato il capolavoro dell'horror francese "Martyrs" di Pascal Laugier, per quanto ora siamo sui binari di un immaginario completamente diverso). Il videoclip, del resto, traduce alla perfezione queste sonorità in immagini, con un fumo grigio e denso che si erge nell'atmosfera di una foresta talmente buia e minacciosa che a confronto il cimitero degli elefanti nel Re Leone era il parco di Gardaland. C'è tempo anche per un break di parlato, con una voce narrante stagliata oltre monolitici riff di chitarra che ci piombano sul collo come macigni e rendono ancora più opprimente e ossessiva quell'ipnotica onda sonora che ci aveva stordito nei minuti iniziali del brano. Eppure più questo sound così estremo ci schiaccia e più ne godiamo, perché la sua bellezza è proprio qui, in questo dolce equilibrio dove ci sentiamo completamente avvolti e in balia dei suoni messi in campo dalla band belga (tra l'altro abile nell'aumentare di tonalità in mezzo al marasma), e più siamo inermi e incapaci di reagire e più ci appare tutto così meraviglioso, in un piacere che ha forse al suo interno un po' di masochismo, ma che chi è avvezzo al post metal più apocalittico e neurosisiano sicuramente saprà interpretare come un semplice godimento dovuto allo stato dell'arte di questo genere musicale. Il finale, neanche a dirlo, è da brividi lungo la schiena, con le clean vocals di Caro Tenghe che portano il brano ad un livello successivo di sacralità e ne estremizzano la carica emotiva con un approccio poetico e raffinato, che si sposa alla perfezione con la devastazione chitarristica di Vandekerckhove, mentre il fuoco che appare nel videoclip rimanda a quell'idea di purificazione su cui gli Amenra hanno basato la composizione di questo interno nuovo album. Per i fan di queste sonorità, di questo post metal tanto poetico quanto violento e disperato, "De Evenmens" è un vero e proprio must: forse uno dei brani in assoluto migliori della band belga, ma di sicuro il brano più bello di tutto "De Doorn", che a parere di chi scrive potrebbe già da solo valerne l'acquisto

Het Gloren

Un vero e proprio canto disperato, questa "Het Gloren". Un canto disperato che inizia con la marcia funebre costruita lentamente sugli acuminati arpeggi di Vandekerckhove, che girano intorno e penetrano nelle carni come una corona di spine. La voce di Colin che si erge imponente è un urlo straziante pregno di dolore, ma che al contempo invoca una salvezza che solo l'estremo sacrificio può concedere. Piano piano, un po' alla volta, lo si vede risalire dal calvario, camminando sul basso funereo di Tim De Gieter come se quelle note fossero tizzoni ardenti, sostrato perfetto per i versi di un Van Eeckhout mai così prostrato e rannicchiato sofferente su sé stesso: "La tua corona / Figlio mio / La tua ira / Figlio mio / La spina nel mio fianco / L'unica tristezza / Per sempre / Mescolata al tuo sangue". Non è un caso che "Het Gloren" citi apertamente nel suo testo quella parola che dà il titolo all'album, "De Doorn", la spina che rappresenta l'emblema stesso del martirio, substrato concettuale su cui si pone non solo lo schema lirico del disco, ma anche e soprattutto la sua atmosfera e la sua struttura sonora. Ascoltare "Het Gloren" è quasi come ammirare un capolavoro della pittura fiamminga concentrato sul calvario cristiano, come la "Salita al Calvario" di Pieter Bruegel, e la stessa costruzione del brano rappresenta a ben vedere un unicum nella discografia della band belga e rimarca ancora di più la peculiarità di "De Doorn" rispetto al passato; lontano dagli attacchi repentini e dalle esplosioni di violenza inaudita, "Het Gloren" avanza ricordando quasi per certi versi l'approccio del doom metal più classico, ma è impregnato al contempo  di un post metal che va oltre la semplice scuola "apocalittica" di Scott Kelly e Von Till, scomodando persino certe sonorità tipiche del depressive black metal (qualcuno ha detto "Filosofem"?) e andando a toccare corde molto più profonde e sofferte della nostra personale sfera emotiva. Una tensione crescente che viene spezzata solo da un intervallo di spoken word nella parte centrale del brano e che, dopo una deflagrazione di dolore ancor più oscura e inquietante di quanto non lo fosse all'inizio, si risolve in un finale denso di pacata melodia. A ben vedere non si è mai ascoltato nulla di simile nel sound degli Amenra, con questi vigorosi riff di chitarra su aperture melodiche che ricordano nemmeno troppo velatamente un black metal di stampo epic/viking, seppur riletto in ottica post-core, e che opportunamente rielaborato non sfigurerebbe nemmeno in un album dei primissimi Amon Amarth. Probabilmente il brano meno tradizionale e più coraggioso di tutto il disco, e proprio per questo tremendamente affascinante.

Voor Immer

La conclusione di un disco così solenne, epico e doloroso come "De Doorn" non poteva che essere affidata un brano del genere. "Voor Immer" rappresenta forse l'equivalente speculare dell'opener "Ogentroost", l'estrema sintesi in cui converge tutta la tensione emotiva accumulata fino a questo punto. Un degno congedo a rappresentare una catarsi collettiva che esplode una volta per tutte, alla fine di questo lungo ed estenuante Calvario fatto di dolore, sofferenza ma al contempo anche preghiera e cerimonie sacre per salvare la propria anima. Il brano, una lunga suite della durata di quasi tredici minuti, è strutturato in due parti ben distinte e separate da un minuto specifico: l'ottavo. Fino al minuto numero 08.00, il brano procede in maniera languida, talmente lenta da risultare quasi un po' stanca (e ad onor del vero un tantinello noiosa), dove canti ed urla sono banditi e i versi di Colin sono affidati unicamente ad uno spoken word soffuso e atmosferico, accumulatore di una tensione crescente tramutata in attesa che, a ragione, ci fa presagire che qualcosa di terribile, ma al contempo necessario, stia per accadere da un momento all'altro. Non sappiamo a cosa facciano riferimento le allegorie pronunciate dal Van Eeckhout ("Non lasciarmi mai / Resisti / L'ultimo volo del corvo / Fuggi dal nido in fiamme"), ma probabilmente le sue metafore fanno riferimento a quella croce rovesciata, da sempre simbolo della band e della stessa Church of Ra, nonché di una crocifissione catartica che riguarda l'intero male del mondo e la salvezza, attraverso il martirio, di tutto il genere umano. Se i primi otto minuti scorrono sostanzialmente tutti uguali, attraverso un'atmosfera oscura minacciosa ma pur sempre statica e stagnante nella sua desolante sofferenza (fatta eccezione per l'ultimo minuto dove Colin sfoggia a sorpresa delle convincenti e commosse clean vocals), il minuto 08.00 esplode con un'immensa bordata di violenza, e finalmente ci ricongiunge al vero spirito degli Amenra, quello che abbiamo avuto modo di amare in "Mass VI", che qui non rinuncia del suo ingombrante quanto fondamentale substrato melodico. Vandekerckhove stupra la sua chitarra con riffoni imponenti e monolitici, pesanti una tonnellata l'uno, portatori di una devastazione emotiva che qui diventa bandiera dell'essenza stessa degli Amenra (per quanto mi sforzi non riesco a immaginare un'altra band che possa suonare in questo modo), mentre le urla di un Colin estremamente viscerale questa volta accompagnano senza sovrastare, diventano un tutt'uno con le distorsioni di chitarra. Un'onda sonora potente e dalla rara intensità, a tratti strabordante, si impatta così sull'ascoltatore quasi come a purificarlo da quella tensione nervosa accumulata nel corso dell'album e a farlo accedere ad una catarsi totale che pone la parola fine sul disco, come un massiccio orgasmo dopo un'estenuante nottata d'amore. Bentornati, Amenra.

Conclusioni

Se dovessi descrivere con una sola parola la musica degli Amenra, questa sarebbe "intensità". Anzi, lo scriverei proprio in maiuscolo: INTENSITA'. Perché questa è la cosa che più conta per Colin e soci, anzi, l'unica cosa che davvero conta. Non serve snocciolare riff su riff e incespicarsi in arzigogolate strutture musicali, se poi ciò che rimane è un vuoto che non parla di noi, che non sa donarci emozioni, che non aggiunge nulla alla nostra vita. La musica degli Amenra è qualcosa di diverso, è parte costituente di un livello superiore, un livello che non parla semplicemente alle nostre orecchie e al nostro cervello, ma ci entra nel cuore e diventa un tutt'uno con la nostra anima, con il nostro essere e sentirci umani. Se questo era vero già per i sei album della loro discografia precedente, quelle "messe nere" formate da dei "Mass" che si susseguivano con dei numeri romani uno dopo l'altro, quasi ad identificare parti diverse e consequenziali di uno stesso rituale che prosegue e cresce mano a mano con gli anni, con la band e con il suo pubblico, lo è ancora di più ora che questo ciclo si è spezzato e che per la prima volta, dopo il precedente "Mass VI", i nostri decidono di dare alla loro nuova fatica un titolo diverso. Un titolo che rompe con la tradizione del passato, introduce un nuovo sistema concettuale nella discografia del gruppo belga, e forse rappresenta per loro una vera e propria rinascita, un lavoro che apre la strada ad una ritrovata maturazione compositiva e ad un nuovo percorso evolutivo. E questo lo si sente già dalle sonorità di "De Doorn", non più così esageratamente taglienti, oscure e compresse come quelle di "Mass VI", ma più morbide, più ovattate, aperte tanto alle consuete esplosioni di violenza post metal quanto all'atmosfera e alla melodia.

La voce della bella fanciulla Caro Tanghe, leader dei belgi Oathbreaker e altro punto fermo nell'ormai ben nota "Chiesa di Ra", è indicativo di questo sottile, ma non troppo, cambiamento: la cantante ospite in "De Doorn" non si limita ad impreziosire con le sue corde vocali alcuni dei riff più belli di tutto il disco, come quelli conclusivi di "De Evenemens", ma introduce un nuovo approccio alla materia post metal per la band di Van Eeckhout. C'è un mondo intero al di là delle urla belluine di Colin, e Caro Tenghe lo dimostra attraverso carezze languide che portano conforto alla distruzione delle chitarre di Lennart Bossu e Mathieu Vandekerckhove, interpretando il dolore non solo come acuta disperazione ma anche come poetica dall'intensa sensibilità. E ritorniamo qui al tema dell'intensità, perché è in essa che si esprime tutto il senso artistico di un lavoro come "De Doorn": questo è un album che vive di chiaroscuri, di contrasto estremo tra il forte e il piano, tra pennellate d'atmosfera costruiti su arpeggi lenti e vellutati (forse anche un po' troppo, come dimostra una leggera noia che a lungo andare un po' sopraggiunge in attesa dell'ottavo minuto di "Voor Immer") e le immense deflagrazioni di tormento e disperazione sonora. È come se il dolore umano, fisico ed emotivo, inteso nella totalità come sensazione e manifestazione emotiva, fosse stato preso così com'è ed inglobato in una espressione musicale che, attraverso la sua estremizzazione e il suo raffinato lavoro di equilibrio tra poli oppositi di intensità dirompente.

"De Doorn" è un disco che vive di attese e nelle attese, quei minuti che passano inesorabili come un lento e oscuro rituale mentre noi, in religioso silenzio, aspettiamo che arrivi il momento fatidico, quello in cui il vulcano della distruzione erutterà cospargendo di lava il mondo intorno a sé e il segno dell'Apocalisse marchierà a fuoco il suo passaggio sulla Terra. Pura attesa sono gli otto minuti interminabili nella conclusiva "Voor Immer", che a dispetto della loro esagerata lunghezza risultano comunque efficaci nell'instillare in noi un piacevole e masochistico senso di ansia crescente, che viene ripagato con estrema soddisfazione quando le chitarre irrompono sulla scena, abbracciandosi con le urla di Van Eeckhout si contorcono nel loro stesso dolore; ma di pura attesa vive anche un brano per certi versi "innovativo" per gli Amenra come "Het Gloren", che mette le sue distorsioni al servizio dell'atmosfera e di un senso di oppressione crescente costruito su arpeggi di chitarra che mano a mano si nutrono delle nostre emozioni, sullo sfondo delle urla di un Colin che sembra aver seguito fin troppo bene la scuola burzumiana di filosofemiana memoria. L'opener "Ogentroost", del resto, non è da meno, e probabilmente i Neurosis (palese influenza per la band di Kortrijk) sarebbero fieri di un brano del genere: i suoi minacciosi minuti iniziali sembrano non passare mai e, anche quando poi finalmente arriva la mazzata delle chitarre, sembra lo stesso di restare sospesi nell'aria, in attesa di essere scaraventati a terra con violenza inaudita. A confronto di tanta sofferenza distillata con una lentezza esasperante, "Children of the Eye" nel precedente "Mass VI" soffriva di ejaculatio praecox.

"De Doorn" è questo: un album costruito sul dolore e per il dolore, un concentrato annichilente di sonorità chiaroscurali che vivono di contrasti sonori, di rincorse tra la disperazione estrema e l'attesa opprimente del suo sfogo. Ma è anche, e soprattutto, un disco che si nutre voracemente di quella magistrale intensità sonora di cui gli Amenra sono maestri indiscussi, e che, grazie a fini accortezze compositive e ad un arrotondamento di certe sonorità che in passato risultavano un po' troppo taglienti e spigolose, rappresenta probabilmente un segno di maturità ed un passo in avanti per una band che, per quanto resti ancorata fedelmente ad una formula a conti fatti di una semplicità disarmante, riesce ancora oggi a stupire, ad ammaliarci e a distruggerci interiormente con il suo meraviglioso e dirompente annichilimento emotivo. Promossi con lode, nell'attesa di vedere dove li porterà in futuro questo loro modo, così oscuro, emotivo, viscerale e profondamente "umano", di concepire un genere ormai stra-abusato come quello del post metal.

1) Ogentroost
2) De Dood In Bloei
3) De Evenmens
4) Het Gloren
5) Voor Immer
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