AMBUSH

Firestorm

2014 - High Roller Records

A CURA DI
MATTEO PASINI
28/11/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Ascoltare per la prima volta Firestorm degli Ambush è stato come aprire uno stargate verso il passato. La sensazione di essere sbalzato in un attimo indietro di 30 anni, in quei gloriosi '80 dove l'Heavy Metal era ai massimi splendori, e più o meno tutti i gruppi facevano di questa corrente musicale il proprio credo. Partiamo però dal principio: gli Ambush sono un gruppo svedese nato soltanto un paio di anni fa, stiamo quindi parlando del 2013, di loro ancora si sa poco, ma credo che se la strada intrapresa rimarrà questa ne sentiremo parlare a lungo. La Svezia, come del resto tutto il nord Europa, sforna grandi talenti in ambito Metal, anche se prevalentemente più dediti a Black e Death. In questo caso però questi cinque ragazzotti provenienti dalla cittadina di Växjö, situata nel centro della Svezia meridionale, a metà strada fra le due zone costiere di Halmstad e Kalmar, nell'entroterra, sfornano un Heavy Metal di tutto rispetto, optando per un sound dall'alchimia classica e dalle dinamiche old school. I componenti, ovvero Oskar Jacobsson alla voce, Adam Hagelin e Olof Engqvist alle chitarre,  Ludwig Sjöholm al basso Linus Fritzson dietro le pelli, un giorno si ritrovarono insieme in un vecchio scantinato a bere boccali di birra, ascoltando quella musica così lontana nel tempo, ma che tanto a loro è cara, rimanendo sospesi fra la felicità nell'ascoltare tanta bella musica, e la tristezza per il fatto che essa con il corso degli anni si sia un po' sbiadita. Allora scaturisce rapida ed istantanea la decisone di fare qualcosa per cambiare le carte in tavola, per portare nuovamente alla ribalta questo filone che così tanto ha dato alla musica alternativa; e così, in men che non si dica, ecco che si formano gli Ambush. Il sound proposto dalla band prende notevolmente ispirazione da gruppi storici e mastodontici come Judas Priest, Iron Maiden, Saxon e tutti gli altri, vere basi ed ossatura di questa musica,  anche se nell'ascoltare l'album mi è parso di intravedere anche delle contaminazioni power metal, in particolar modo di matrice Helloween, così come alcune meccaniche Speed di metà anni '80; alcune parti cantate specialmente mi ricordano lo stampo da sali e scendi imposto dalle zucche tedesche, fino ad una piccola componente di Hard Rock ad esempio fornita dagli Skid Row, mentre le partiture Speed sono da ricercarsi anch'esse nelle basi di questo genere, come Raven & soci. Chiaramente l'impostazione di base è l' Heavy, la voce segue i dettami imposti da un certo Rob Halford, che con i suoi Judas è uno dei più grandi esponenti a livello vocale in questa corrente musicale. Certo eguagliare il Metal God pare inarrivabile ed un tantino blasfemo, ma bisogna riconoscere che Oskar ci prova con grande intensità, e bisogna anche dargli atto dello sforzo profuso. Riesce comunque ad impostare la voce tipica degli anni 80, sempre altisonante, a cercare vette acute come l'Everest  e sempre pronta a cercare di impadronirsi della scena, e fate bene attenzione ad avere la musica a volume troppo alto,  perché le note sparate da questi svedesi potrebbero perforarvi i timpani. La cornice strumentale è di chiara matrice anch'essa heavy, ritmi veloci e sferzanti, grande lucidità da parte delle sei corde, pronte ad alternarsi per sfoderare riff taglienti e precisi, la pulizia a livello di suono è davvero impressionante, si cerca l'assoluta perfezione in ogni nota scaturita. Le chitarre sono anche pronte ad assalire l'ascoltatore con assoli degni di nota, perturbanti e accattivanti, seguono lo stile anni 80 in maniera sublime, riportando in auge suoni che parevano ormai persi. Il basso per mano di Ludwig è sempre costante, un continuo brusio di fondo veloce ed inafferrabile, spinge tutti i suoi compagni a correre sempre di più, come in una staffetta nella quale si vuole vincere a tutti i costi. Il suo compito è chiaramente quello di dettare i tempi all'interno della band, e come metronomo riesce ad impartire la giusta velocità al contesto, immaginate un buon centrocampista che detta il tempo di gioco in mezzo al campo, dando velocità alla manovra; lo stesso lo fa Ludwig, riuscendo a lanciare i propri compari verso la rete avversaria. Anche Linus dietro le pelli fa tremare i propri tamburi, da una vigorosa stretta alle proprie bacchette e ci va giù davvero pesante, correndo fino a perdifiato dietro le corde, che non hanno minimamente intenzione di perdere la gara di velocità con il proprio batterista. Come nello stile heavy dei Judas Priest, anche qua la batteria assume un ruolo importante, non è solo un elemento di accompagnamento, ma diventa uno dei fulcri della scelta artistica degli Ambush, insomma ogni componente cerca di dare il suo contributo, ma non avverto uno che prevalga sull'altro. Una squadra molto unita pronta a fare dell'ottimo Heavy Metal, una band che va scoperta assolutamente. Testi epici e cavallereschi saranno il tema principale delle tracce di Firestorm, in questo caso mi ricordano molto i Manowar, vedere il metallo come una fede da urlare ai quattro venti fino a non avere più un filo di voce, vedere il metallo come l'unica ragione di vita è quello che gli svedesi hanno deciso come leitmovit del loro fare musica; l'introduzione è stata esaustiva e completa, è ora il momento che sia la musica a parlare, per cui infiliamo il CD nel lettore, e godiamoci questa prima cavalcata targata Ambush.

Firestorm

L'album parte subito fortissimo con l'omonima Firestorm( Tempesta Di Fuoco); sin dalla prima canzone gli svedesi ci fanno sentire il loro sound deciso e diretto, la parte strumentale attacca in contemporanea partendo a razzo, il basso di Ludwig è veloce e poderoso, simula una cavalcata verso il nemico, un generale che sprona le sue truppe ad attaccare. Ed è così che le chitarre non si tirano assolutamente indietro, scatenandosi fin da subito con dei riff granitici, energici e poderosi, per poi sbizzarrirsi col proseguo della canzone in assoli rapidi e devastanti. L'Heavy Metal scorre a fiumi ragazzi, non c'è altro da aggiungere,  mi pare di riascoltare Ram It Down (Judas Priest , 1988), e non solo per la struttura imbastita da chitarre e batteria, ma anche perché la conferma effettiva del mio presentimento diventa una certezza quando entra in scena Oskar: voce altisonante, acuta, spara liriche direttamente in faccia all'ascoltatore. L'ugola del cantante segue con estrema dedizione la catechesi imposta dal grandissimo Metal God Rob Halford, è un piacere sentire il cantante degli Ambush sbizzarrirsi dietro al microfono . Un sali e scendi continuo ti fa sentire coinvolto e partecipe, ti da una scarica di adrenalina importante, ma il giro sulle montagne russe del gruppo svedese è appena cominciato. Epicità a mille fin dal principio, che va a permeare anche le liriche: la tempesta di fuoco scatenata dalla band si abbatterà come la mannaia del carnefice su di noi, pronta a calare la sua più atroce vendetta. Una canzone che parla di risentimento e rivincita appunto, quei sentimenti che piano piano si alzano in mezzo alla nebbia dei pensieri, e che col passare del tempo crescono di intensità e si scatenano finalmente in un tripudio di energica cattiveria. Inizialmente potrebbe dare l'impressione di essere una canzone banale e scontata, tuttavia basta leggere fra le righe per capire quanta voglia di vendetta vi sia all'interno, si parla del suono del male che sta riecheggiando fra la foschia, che forse è il caso di prepararsi al peggio, perché i nostri sono intenzionati a prendersi quel che gli spetta, ed in un modo o nell'altro lo otterranno. Per questo stanno gridando con tutte le forze il loro sentimento di rabbia, e non ci sarà spazio per le preghiere, perché sperare nella clemenza sarà inutile, ormai il male è alle porte ed è pronto ad accoglierci fra le sue braccia.

Ambush

Seconda track è Ambush (Agguato), canzone che ovviamente riprende il titolo dal monicker della band, mettendo altri paletti sul loro fare musica, ed essenzialmente presentandosi al pubblico. Ripercorrendo uno stile che ricorda i Manowar i nostri creano questo motivetto per espletarci le loro intenzioni in maniera chiara e decisa. Simulano un tema cavalleresco per dipingere la loro scena nel campo metal, dicono chiaramente di essere qui per fare dell'Hevy la loro religione, pronti a suonare fino all'alba tutte le notti per deliziare il pubblico che avrà voglia di ascoltarli. Dei profeti in mezzo alla gente, ascoltandoli potrete correggere l'errore di essere caduti nell'infedeltà musicale, saranno pronti a perdonare i vostri peccati a patto che vi lascerete coinvolgere dalle loro parole e dalla loro musica. Gli Ambush sono qui per questo, gridare il verbo del metal, lo vogliono portare in giro per il Mondo senza tregua, sempre  e comunque. Ora sta a noi ascoltare, perché la loro voglia di cantare è al massimo, pronti a brillare come una stella guida nella notte, la nuova cometa da seguire per arrivare alla verità musicale. La musica segue quanto proposto già nella prima song, suoni decisi, cattivi al punto giusto, sempre veloci e maledettamente convinti. Apre le danze la parte vocale che intona il canto della rivolta, seguita da riff puntuali  e precisi da parte delle sei corde che accompagnano in maniera egregia il cantante Oskar, in sottofondo si sente la batteria che martella, le pelli tremano sotto i colpi di Linus. In uno schema che impareremo presto a conoscere, l'intro sarà sempre poderoso ed avvincente, la canzone parte proprio da qui, il voler essere forti fin dal principio, per poi dare modo all'estro delle sei corde di esprimersi al meglio sfoderando assoli fantastici e coinvolgenti, che ci incanteranno e che seguiremo senza pensarci su troppo. La band riesce così a catturare l'attenzione e porterà il proprio canto della rivolta verso lidi altisonanti, riuscirà così ad esprimere tutto quello che ha in mente, in maniera semplice senza troppi arzigogoli, facendoci capire quanto l'heavy scorra a fiumi e ci investirà in ogni nota scaturita dalla band. 

Hellbound

 Si corre veloci verso Hellbound (Patto Con L'Inferno);  intro che si presenta diverso, punta a catturare l'attenzione un arpeggio di chitarra più melodico e dolce rispetto agli standard finora proposti, inizia a cullarci in una tenera ninna nanna, ma il tutto dura veramente poco, perché con l'ingresso della voce si scatena l'inferno, e gli Ambush si preparano ad attaccarci e metterci spalle al muro urlando ciò che hanno da dire. La parte canora è la figura predominante, le qualità del frontman della band, man mano che il disco scorre, si percepiscono sempre più come straordinarie, riesce veramente a passare da una parte di cantato normale, tenendo sempre la voce un tantino sopra la media come tonalità, per poi scatenarsi verso acuti che paiono irraggiungibili solo a pensarci, per poi piombare verso il basso degli inferi, la sua ugola verrà seriamente messa a dura prova. Ancora una volta l'assolo di chitarra si dimostra efficace, perché di per sé il testo non è lunghissimo, e questi inframezzi riescono ad allungare in maniera estremamente solida il cosiddetto brodo spaccano in due la traccia, creando un punto di rottura in grado di spezzare un attimo il fiato prima di ripartire alla carica. Testo come appena detto non estremamente corposo, ma a dispetto del quantitativo di parole molto efficace, ricco di ossimori e figure retoriche. La canzone parla dell'ombra malvagia che sta arrivando a prenderti, e tu sei lì paralizzato da luci e fulmini, diventi raggelato mentre il fuoco sotto i tuoi piedi arde cocente. In tutto questo turbinio di intemperie non riesci a muoverti, rimani lì in attesa del giudizio finale, perché è arrivato il momento di saldare il debito. Non si può scappare dalla forza demoniaca che ti sta cercando, non si può scappare dall'entità malvagia con la quale hai stretto un patto di sangue, ormai ti troverai come un bambino in mezzo alla tormenta, non avrai alcun appiglio al quale aggrapparti, non avrai alcuna possibilità di scampo, l'inferno con la sua schiavitù eterna ti sta attendendo, pronto a darti il benvenuto con un sogghigno spaventosamente demoniaco. Ogni errore commesso verrà saldato a tempo debito, e pare proprio che l'ora sia arrivata, e i tamburi delle grotte più oscure ti stanno chiamando  pronti ad accoglierti nel regno infernale. 

Don't Shoot (Let'em Burn)

Quarta traccia è Don't Shoot  (Let'em Burn) (Non Sparare, Lasciali Bruciare). I nostri si trasformano in guerrieri che scendono sul campo di battaglia, decisi a vincere la guerra. La fiamma del metal pervade i loro corpi e arde costante e vigorosa, scalda gli animi e li slancia verso il nemico incuranti del pericolo, incuranti dei corpi che si ammassano lungo il cammino; qualsiasi dubbio su quello che si sta facendo viene spazzato via quando si focalizza l'obiettivo, l'unica cosa che conta è la vittoria netta ed assoluta, l'unica cosa che conta è vedere i propri nemici bruciare fra le fiamme della sconfitta. Quando lo sguardo dei nostri incontrerà l'avversario, vuol dire che per esso non c'è più nulla da fare, non ci sarà alcuna via di scampo, perché le motivazioni sono troppo forti, sono così granitiche da non poter essere scalfite da alcun dubbio, anche se esso dovesse mai venire verrà presto spazzato via da una semplice folata di vento. Un grido di guerra in piena regola viene quindi lanciato della band, che è pronta a scatenare il suo arsenale distruttivo su di noi, ora sta a noi recepire il messaggio e prepararci alla battaglia, per schierarsi uniti lungo il fronte della carica da guerra. Rullata di tamburo preannuncia la marcia della band verso il fronte, le pelli tremeranno veloci sotto i colpi del batterista che vuole scatenare l'inferno, sguinzagliando i propri compari d'avventura in questa lanciatissima canzone, il basso borbotta in sottofondo, rapido e sfuggevole, mentre le chitarre continuano ad aggredire con questi riff sempre poderosi, ma mai confusi e sporchi, la loro particolarità è quella di riuscire a strutturare una musica aggressiva ma piacevolmente pulita. Tutto ciò da modo alla voce di innalzarsi cristallina e risultare il punto massimo dell'espressione del gruppo, che quindi risalterà ancor di più e colpirà notevolmente l'ascoltatore. Questa interpretazione mi porta a pensare a molte similitudini con uno dei capolavori degli Helloween, ovvero Ride The Sky, un  continuo stare su delle montagne russe, con i consueti saliscendi del caso, in cui ci si barcamena fra ritmi nettamente più serrati, e pause quasi melodiche, piccoli sprazzi di tranquillità prima sella prossima sferzata di energia da parte di tutto il gruppo, quindi, se siete abbastanza temerati, fate il biglietto e state pronti a farvi trasportare dalla musica degli Ambush. 

Close My Eyes

L'album scorre piacevolmente e si arriva a Close My Eyes (Chiudi I Miei Occhi), ancora un salto nel mio passato personale, musicalmente parlando, e mi pare di riudire alcune impostazioni Hard Rock in stile Skid Row, in particolar modo la voce rimarca le interpretazioni di Bach in Slave To The Grind. Continua quindi il percorso degli svedesi in un passato ammaliante, e che è stato di importanza assoluta per la scena metal come quello degli anni 80. Si potrebbe dire che forse è la canzone più tranquilla dell'intero album; infatti, pur non perdendo di vista lo stile intrapreso dalla band, le sei corde arpeggiano più tranquille, quasi a voler tirare il fiato e lasciare un po' di tregua alle loro dita che finora hanno corso veloci su e giù. Non solo loro si rilassano un po', ma anche gli altri componenti rallentano per dare un senso di una ballad a questo pezzo, che risulterà nella resa finale melanconico e dolce. Non mancheranno comunque assoli strappalacrime e voce potente e decisa, nonostante la decisione di tirare il freno a mano con gli strumenti. La canzone parla del sogno di tornare a casa, chiudere appunto gli occhi ed immaginarsi paesaggi sconfinati, un futuro diverso, quei film mentali in grado di darti nuova linfa vitale quando tutto sembra girare storto e il Mondo sembra ti sia avverso più che mai. I sogni posso essere l'unico faro della speranza nei momenti di sconforto, dove le tenebre pian piano salgono da terra e ti avvolgono, lasciandoti nel buio più totale, per riaccendere la fiammella della speranza però basta poco, basta voler intraprendere un nuovo percorso, e per fare ciò serve un sogno, serve uno stimolo nuovo. Questo potrebbe essere anche solo una mera illusione, ma che è in grado di darti lo scossone che da tempo cercavi, un piacevole momento di fuga dalla realtà, una sorta di vacanza mentale dove il tuo corpo viaggia attraverso sensazioni ed immagini che ti iniettano endorfine piacevolissime nel corpo. I sogni sono l'unica cosa che nessuno può portarci via, in fondo sognare non costa nulla, ed è proprio questo il messaggio che i nostri vogliono passare, che essi servano per fuggire dalla vita reale, dalla vergogna per un azione fatta, il motivo non importa onestamente, importa soltanto sognare.

Molotov Cocktail

Un intro di basso grave e profondo ci apre le porte di Molotov Cocktail ( Cocktail Molotov); le cinque corde continueranno a scandire il tempo con tonalità tendenti a note profonde ed oscure, creando una contrapposizione netta con i riff squillanti delle sei corde a fare da contraccolpo a questo incedere del brano. Il basso in questo caso avrà un ruolo molto importante, risalterà più del solito nello spartito musicale, facendosi udire e prendendo la scena in mano propria. Nella parti dove la voce si quieta il suo apporto si sentirà veemente, anche se i compari addetti alle chitarre non vorranno farsi mettere i piedi in testa, e così sfodereranno un assolo degno di nota, preparato come un eruzione vulcanica, per poi esplodere tutta la sua lava incandescente su di noi. Voce come sempre squillante, frasi concise che terminano sempre in note acute, l'interpretazione di Oskar verte sempre su questa tematica, tendendo ad acuire la parte finale. Sarà comunque supportato dai suoi compari, che insceneranno dei coretti durante il ritornello, per far risaltare maggiormente la voce del frontman, che sfodera un ulteriore prova delle proprie capacità; pare ripetitivo da dire, e forse un po' ridondante, ma senza ombra di dubbio la parte cantata è uno dei pezzi forti di questa band, che con il suo carico di violenza e tecnica si vuole affermare con prepotenza nel campo Metal, e se queste sono le premesse, direi che la strada è abbastanza spianata. Ancora il tema della guerra per i nostri, che stanno affilando le armi in attesa che il nemico varchi il confine, e gli stanno preparando una bella sorpresa, un cocktail di bombe pronte ad essere lanciate per cospargere il terreno innevato di rosso sangue, vorranno vedere i campi disseminati di corpi degli avversari, perché essi potranno cadere a centinaia di migliaia, tanto i nostri non si arrenderanno mai. La pace è stata infranta dal nemico, ed ora l'ira funesta si abbatterà su di lui, hanno stuzzicato quelli sbagliati, perché i nostri hanno la ferma volontà di non essere schiacciati per mantenere la propria libertà intatta. Non importa quale sarà il prezzo da pagare per raggiungere lo scopo della vittoria, in sostanza, il fine giustifica i mezzi, ed allora i nostri saranno pronti a scarificare la loro stessa vita per ottenere ciò che più desiderano, schierandosi in prima linea ed affrontando chi vuole vederli soccombere. L'orgoglio di vedere la propria patria difesa e protetta sarà l'arma principale nella battaglia contro il nemico invasore che sta cercando invano di oltrepassare i confini della loro amata terra. 

Heading East

 Si prosegue a ruota con Heading East (Direzione Est):  i nostri puntano ancora sulla tematica della guerra, tirando questa volta in ballo la Russia, mi sono chiesto il perché di tanto antagonismo. Scopro allora di molte guerre nel passato fra la madrepatria del gruppo e, appunto, gli abitanti della terra che ha dato i natali alla Vodka. L'orgoglio nazionalista dei nostri risalta quindi e viene a galla ulteriormente con questo pezzo, che narra la cacciata delle truppe arrivate dall'est per conquistarli. Non solo la cacciata, ma anche l'inseguimento per lo sterminio di massa, ormai le truppe svedesi si sono spinte troppo in là, che senso ha tornare indietro? Anche se stanno sparendo attraverso la nebbia bisogna inseguirli ed attaccarli, senza pietà bisogna finire il lavoro, non ci si può fermare ora proprio sul più bello, lottare fino alla fine è l'unica via per la salvezza della propria patria, l'unico modo per mantenere la propria libertà intatta senza essere più perseguitati, bisognerà per forza fare terra bruciata e lasciare che i corpi mutilati ricordino al nemico di che pasta sono fatti i combattenti svedesi. Un confronto armato che pare interminabile, continui screzi e orgoglio lo fomentano ancor di più; l'epicità scorre a fiumi in questo brano, e la musica sfoderata dagli Ambush la innalza ancora di più. E giustamente per un tema del genere il frontman offre un interpretazione alla Eric Adams, pompato a mille e tirato a lucido, mentre Oskar sfodera una prestazione aggressiva, veloce, acuta, violenta. Un generale a tutti gli effetti che aizza i propri subalterni per portarli alla vittoria, nella sua voce si percepisce risentimento nonostante essa sia limpida e cristallina, ma come ben si sa, mai fidarsi delle apparenze. La canzone prosegue su ritmi serrati, tutti i componenti della band corrono veloci sullo spartito, bisogna fare in fretta perché la battaglia incombe, non c'è un solo secondo di tempo da perdere. Come sempre l'assolo ha una rilevanza assoluta, poderoso ed affascinante. La capacità di toccare le sei corde mi esalta ogni volta, la band riesce a preparare attentamente il terreno per il momento nel quale la chitarra si lascia andare al momento di gloria personale. Sembra che la canzone si sviluppi proprio intorno a quel preciso istante nel quale il chitarrista da libero sfogo alla propria vena creativa, d'altronde un assolo ben riuscito può risollevare le sorti di una traccia più di ogni altra cosa. 

Master Of Pain

 Ottava traccia è Master Of Pain (Maestro Di Dolore), stiamo quindi giungendo alla conclusione di Firestorm, ed i nostri propongono un'altra song più rallentata rispetto alla condizione standard dell'album. Più lenta sì, ma che musicalmente nasconde un lato tenebroso ed oscuro, non soltanto per via del testo, ma anche per gli accordi scaturiti dalle chitarre, che ti fanno cadere in un baratro di pensieri e paure. A partire dalla stessa intro, ci sentiamo avvolti da un aurea malefica che sembra volerci azzannare da un momento all'altro. Anche la voce è impostata in questo modo, parte molto bassa e demoniaca, per poi innalzarsi verso metà ascolto, ma poi veniamo ributtati giù in mezzo agli inferi con prepotenza. Basso e batteria sono quasi nulli, si sentono veramente poco, sembra un duetto fra voce e chitarra più che altro, anche se in questa canzone non viene utilizzato il classico assolo che ti spacca in due la traccia, è più una versione in prosa, testo molto lungo, corposo e dettagliato, si incentra tutto più sulle parole che sull'ambientazione musicale, che a parte creare tenebre intorno non fa altro. Il titolo è abbastanza eloquente: si parla di dolore interiore, l'anima tormentata dai rimorsi che si sta rivoltando all'interno del corpo, come si può evincere dall'interpretazione vocale il supplizio è straziante. Nel momento di maggior sconforto, si cerca la forza di uscire dal tunnel oscuro della perdizione, il problema principale è come fare, sembra ci si voglia inginocchiare di fronte a questo male che ci attanaglia e lasciare che esso abbia la meglio, per farla finita una volta per tutte, eppure c'è una lieve voglia di riscossa che vuole portare a correre lontano per scappare da tutto ciò. La canzone si chiude proprio con la corsa, perché la disperazione che ci ha assalito è ormai immensa, insostenibile, invivibile. Ed allora si vede la corsa come l'unica via di fuga per la sopravvivenza prima che il tormento si mangi ogni singolo pezzetto del nostro corpo e ci lasci inermi ed indifesi nei confronti della vita. Perché nonostante tutto si ha la consapevolezza che questo non è il momento adatto per arrendersi, anche se il sole sembra non splendere più alto in cielo ad indicarci il cammino, bisogna sfidare tutte le paure che gettano ombra sulla nostra via per riuscire a salvarsi dalla perdizione eterna. 

Natural Born Killers

Ultima traccia in chiusura di questo primo full-lenght è Natural Born Killers (Nati Per Uccidere). Si torna allo schema classico degli Ambush, basso galoppante ed aggressivo, che fa sentire la propria presenza e scandisce il ritmo in maniera impeccabile, accompagnato dalle chitarre che scaldano i mortori con dei riff duri e diretti, anche se non imprimono tanta forza quanto la cinque corde al contesto musicale. Molto interessante è il contributo della batteria, che si lascia andare ogni tanto con dei colpi che si percepiscono leggermente, ma che danno quel pizzico di sale in più alla traccia. Voce ancora una volta squillante, Oskar riesce a raggiungere veramente degli acuti pazzeschi, che conferiscono al brano una verve impressionante, si capisce ancor di più quanto la sua ammirazione per Halford sia evidente, ne imita lo stile, andando a reinterpretare a proprio modo in base ai testi. Chiaramente non poteva mancare l'assolo di chitarra, marchio di fabbrica ormai inconfondibile, sempre sull'attenti quando l'estro delle sei corde si libra nell'aria, perché si vanno ad inventare delle scene singole davvero interessanti, prestategli un orecchio di riguardo. Nati per uccidere: essere dei killer, avere l'istinto omicida in corpo, la freddezza e il sangue freddo per ammazzare qualcun altro. Il messaggio che passa non è però rivolto a chi commette un omicidio per violenza, raptus, o veemenza. Qui si parla proprio di gente che è nata con quell'unico scopo, quello di uccidere a profusione, che sia per lavoro, che sia per malattia mentale poco importa. Quando uno di questi personaggi ti prende di mira per te è finita, non hai posto dove poterti nascondere, non hai modo di scappare, non hai modo di salvarti. Puoi soltanto sperare che tutto finisca presto, che questo gioco crudele nel quale sei intrappolato venga portato a termine il prima possibile. L'assassino vive per sentire l'odore del sangue, si eccita e compiace del lavoro svolto, questa è la sua unica ragione per esistere: togliere la vita ad un altro per rafforzare la propria, nutrirsi della linfa vitale altrui, come una sanguisuga che risucchia il sangue dalle tue vene per sfamarsi lo stesso il killer fa con te, si prende le tue pulsazioni per il proprio piacere. Saranno sempre più veloci e scattanti di te, poiché sono guidati da un istinto primordiale che tu non possiedi e che ti farà partire svantaggiato in ogni caso.

Conclusioni

Come primo lavoro non c'è davvero male, un Heavy Metal deciso e puro per questi ragazzi svedesi, che ci assalgono con la loro musica senza troppi complimenti. Firestorm è stato rilasciato nel maggio del 2014, era stato preceduto dall'Ep Natural Born Killers, uscito solo qualche mese prima, e che contiene al proprio interno due tracce presenti anche in Firestorm, ovvero la stessa Natural Born Killers Heting East. Per tutti gli amanti del genere Heavy questo è un bel tuffo nel passato, sicuramente non può che far piacere sentire  ragazzi facenti parte delle nuove generazioni voler riportare in auge uno stile musicale che, per via delle varie influenze e contaminazioni che nel corso degli anni si sono allacciate al mondo metal, ne hanno sostanzialmente cambiato la forma. C'è chi dice che il vero Heavy sia finito ormai due decadi fa, lasciando un vuoto che è stato colmato da altri generi con influenze elettroniche e di stili che col mondo metal avevano avuto poco a che fare fino a qualche tempo fa. Beh, dopo avere ascoltato gli Ambush vi potete ben ricredere, perché questi sono ragazzotti con grande voglia di riportare alla luce i momenti gloriosi di gruppi come Judas Priest, che dal mio punto di vista rimangono il faro guida di questo gruppo. Ci sono molte similitudini fra la discografia degli anni 80 della band di Halford e soci con questi cinque ragazzi svedesi. Nel complesso sfoderano una buonissima tecnica, si avverte la passione in ogni singola nota, e questa è una delle cose più positive che un ascoltatore possa avvertire. Aldilà dell'abilità eccelsa o meno nel suonare o cantare, quello che a me ha colpito è stata la voglia che questo gruppo mette nel portare in giro il verbo del metal, è una cosa splendida. Curiosando sulla loro pagina Facebook ho notato proprio l'idea dalla quale sono partiti: fare heavy metal perché li deprimeva l'idea che esso stesse scomparendo, che a parte i gruppi classici e di lunga data non ci fosse più grande fermento attorno a questo stile. Pensate che la cosa è nata in poco tempo, e bevendo della birra tra amici fra l'altro. La High Roller Records, label tedesca sempre molto attenta, soprattutto ai "classici" del genere (loro ad esempio il merito di aver stampato o ristampato alcuni dei dischi fondamentali della vecchissima scena NWOBHM o Thrash, portando o riportando alla luce capolavori dimenticati dal tempo) ha puntato subito su di loro, e ne sta nascendo una collaborazione che poi porterà nel 2015 ad un altro album, ovvero Desecreator, uscito nell'Ottobre di quest'anno. Evidentemente sono riusciti nel loro intento, hanno colpito al centro, ed hanno attirato le attenzioni giuste. Vi invito personalmente a dargli un'ascoltata, perché la carica che vi metteranno addosso è di quelle giuste, potrebbero farvi affrontare una giornata in maniera diversa, le loro tracce sprizzano energia da tutti i pori, riescono a tenerti sempre sulla croda senza far mai cadere l'attenzione. Un album ben riuscito che testimonia la qualità del gruppo; se non si perderanno per strada, credo che sentiremo spesso il nome Ambush in giro.

1) Firestorm
2) Ambush
3) Hellbound
4) Don't Shoot (Let'em Burn)
5) Close My Eyes
6) Molotov Cocktail
7) Heading East
8) Master Of Pain
9) Natural Born Killers
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