AMBUSH

Desecrator

2015 - High Roller Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
27/11/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

La Svezia ci ha abituati a sfornare continuamente musica di grande qualità lanciando sul mercato band dall'innato talento. Oramai non è più un segreto, la nazione scandinava è la patria del metal duro e puro e a cominciare dall'inizio degli anni 90 ha assunto un ruolo di rilievo nel gothic metal con KatatoniaTiamat e Therion, nel campo del power con Dream EvilHammerfallFalconerNocturnal Rites o Sabaton, ma anche nel melodic death metal con In FlamesAmon Amarth e Dark Tranquillity, e ha saputo rendersi sempre più importante riuscendo a coprire, in un solo decennio, tutti (o quasi) i generi rock, basti pensare alla nuova ondata di glam metal di inizio millennio, riportata in auge grazie a band come CrashdietHardcore Superstar, o Crazy Lixx, oppure il revival dell'AOR portato avanti da H.E.A.T. e Work Of Art (senza contare il ritorno di storiche e importantissime band come Treat e Europe), passando per lo stoner con Truckfighters e Dozer e il nuovo heavy metal classico guidato da WolfAstral DoorsSister SinKatanaSteel Wing, Screamer, Enforcer, e Kairos (Questi ultimi recensiti e intervistati proprio su queste pagine). Ecco, nell'ultimo gruppo possiamo inquadrare gli Ambush, giovane band di Vaxjo, città della provincia meridionale che ha dato i natali al bassista Bjorn Englen (MalmsteenQuiet RiotTony MacAlpine) e dalla quale provengono anche i Bullet, ennesima hard rock band di buon livello attiva dal 2001. Gli Ambush sono formati Ludwig Sjoholm (basso), Linus Fritzson (batteria), Olof Engkvist e Adam Hagelin (chitarre), Oskar Jacobsson (voce). Una sera del 2013, davanti a una buona birra, i cinque ragazzi decidono di formare una metal band con l'intento di omaggiare il classic metal in tutte le sue sfaccettature, comprese ovviamente tutte quelle formazioni anni 70 e 80 che hanno fatto la storia del genere con la pubblicazione di veri e propri capolavori. Le idee sul percorso da affrontare sono sin da subito chiare, perciò non ci vuole molto prima che i musicisti registrino una demo ("Demo Tape", 2013) per poi approdare all'Ep "Natural Born Killers", rilasciato nei primi mesi del 2014 sotto l'egida della High Roller Records, ottima etichetta tedesca che ha sotto contratto decine e decine di popolari rock band. Bene, passano soltanto due mesi ed ecco che tra gli scaffali dei negozi di musica troviamo il primo album, dal titolo di "Firestorm", accolto positivamente sia dalla critica sia dal pubblico e che ha il pregio di mettere in risalto le grandi qualità del combo svedese, ma anche le palesi influenze derivate dalla N.W.O.B.H.M.. Il debutto è ottimo nonostante qualche problemino di produzione che ne compressa i suoni, intanto la band si imbarca in alcune date live per accrescere il proprio seguito e far girare il proprio nome, fino ad arrivare alla recente (ottobre 2015) uscita di "Desecretor", dalla produzione migliorata e che presenta una bella cover-art dominata dal colore verde (in contrasto con il rosso del debut-album) nella quale si osserva un cimitero cosparso di croci dove una specie di  tornado fuoriesce da una lapide alzandosi in cielo fino a raggiungere un nuvolone minaccioso e carico di fulmini, il che dovrebbe far presagire i testi contenuti nell'opera. Insomma, questo è il secondo lavoro (e secondo centro) della giovane formazione svedese. Andiamo a esaminarlo ai raggi x.

Possessed By Evil

"Possessed By Evil (Posseduto Dal Male)apre con la carica giusta, le chitarre si incrociano creando un riffing serrato, dunque subentrano basso e batteria. I suoni sono distinti, ben prodotti, ed una palese sensazione di classicismo salta all'orecchio. I richiami alla N.W.O.B.H.M. sono evidenti ma gli Ambush sono dotati di personalità, il ritmo è veloce e tempo venti secondi ecco che Jacobsson emerge dalle tenebre intonando la prima quartina, nonché l'unica prima di approdare al refrain. Ottima voce, buona tecnica e bel timbro adatto all'heavy classico, l'impressione è subito positiva. La strofa è intensa e intonata con perizia, il vocalist si mette in evidenza grazie a giochetti vocali e a squillanti acuti che impressionano l'ascoltatore. Non ci vuole molto per giungere a un pre-chorus ben congegnato e dal gustoso sapore melodico per poi arrivare dritti a un ritornello sostenuto da cori e in linea col tiro del brano. Altra quartina e altro refrain che si ripetono con una velocità pazzesca, bridge e cambio di tempo dove il ritmo rallenta, giusto per qualche secondo, dunque Frtizson si scarica alla batteria con una raffica di colpi e doppio pedale, dando il via per l'assolo di chitarra. È un assolo fiero, davvero avvincente, poi le asce si incrociano nuovamente riproponendo il riffing portante. Per la terza volta torna il ritornello, chiudendo questo ottimo brano di apertura. Le coordinate stilistiche sono state gettate il disco procede su questi ritmi. Cosa credevate? Questo è heavy metal tradizionale. Il testo è un po' la rappresentazione musicale della copertina, in quanto abbiamo fulmini che saettano in cielo schiantandosi tra le lapidi di un cimitero. I cancelli perlacei del luogo sacro sono adesso spalancati a forza, il tuono è come una frusta di cuoio e chiodi che scocca sulla schiena di un santo. Il religioso è in preda alle convulsioni, il sangue gli scorre gelido tra le vene, ed ecco che è posseduto dal male. Egli alza lo sguardo e si vede riflesso su un vetro, nota che il colore dei suoi occhi è cambiato, la sua carne decomposta e la sua anima corrotta. I predicatori lo circondano, accendendo un fumo bianco perché sanno che il Demonio ha fatto ritorno, pronto a conquistare il mondo. Diciamo che il brano ironizza contro la religione, la fumata bianca è infatti il segnale che i cardinali, riuniti in Conclave, adoperano per comunicare al mondo l'elezione del nuovo papa, mentre in questo caso il fumo bianco comunica l'avvento del male. 

Night Of The Defilers

 "Night Of The Defilers (La Notte Dei Profanatori)" prosegue sulla scia della opening-track, ossia poco più di tre minuti di metallo classico dalla struttura semplice e diretta. Qui emergono le influenze hard rock perché il ritmo è meno intenso, anche se la sezione ritmica è sempre compatta grazie ai muscolosi riff costruiti da Hagelin e Engkvist. In questo caso però emerge prepotente l'elegante basso di Sjoholm, vero e proprio protagonista del pezzo, soprattutto quando accompagna il singer nell'intonazione delle due strofe presenti e la sezione ritmica è più quieta, restando in secondo piano e rendendo ben udibili le linee melodiche. La traccia non presenta un pre-chorus, perciò notiamo che Jacobsson si arrampica su un buonissimo ritornello composto da acuti e da cori di sottofondo. Il brano è sensuale, dalle forme smussate, sinuose, meno energico del precedente e del successivo ma dotato dello stesso appeal. La parte più cattiva risulta essere il bridge centrale, dunque troviamo un seducente assolo che non si protrae a lungo ma che lascia spazio per la coda finale nella quale il vocalist spara una serie di acuti. Il ritmo ti si appiccica addosso e non ti lascia più. L'album, come suggerisce la cover-art, presenta molti brani con testi antireligiosi, e anche in questo caso abbiamo un testo che si scaglia contro il concetto di Dio, considerato un malfattore inventato dall'uomo per sottomettere il popolo. Dio è un simbolo creato per manipolare le razze, per rimbambire i deboli. I religiosi parlano di salvezza divina, di vita eterna, invece la verità è che l'unica salvezza è la sanità mentale, il risveglio dalle menzogne, poiché dopo la vita terrena c'è solo la morte. Questa è la notte dei profanatori, dei dissacratori di tutti i valori religiosi, basta reprimere ogni vagito di vita, bisogna unirsi al gruppo per combattere i corrotti che utilizzano queste favole per governare sul prossimo. E' giunto il tempo di cambiare, una nuova alba sta per sorgere, e la gente si sta svegliando dal suo torpore, sta prendendo coscienza e sta cominciando a pensare con la propria testa. Arriviamo alla terza traccia e troviamo la title-track, le aspettative sono alte, soprattutto alla luce delle prime due tracce assassine. 

Desecrator

 E infatti "Desecrator (Profanatore)non si smentisce, risultando una bomba assoluta. L'attacco è al cardiopalma, le chitarre esplodono furiose e la batteria le segue con lo stesso passo e subito i versi vengono sparati veloci con un Jacobsson scatenato dietro al microfono. Le linee melodiche sono stupende, le strofe conquistano al primo ascolto, proiettando il pubblico in un vortice sonoro potentissimo in grado di spazzare via ogni cosa. Troviamo due quartine ben distinte, sostenute dalle asce infuriate dei due chitarristi, poi si arriva al refrain, probabilmente il migliore dell'album, incredibilmente efficace, fresco, dalla melodia perfetta ma dotato di artigli pronti a lacerare le carni, quasi fosse una belva famelica chiusa in gabbia e pronta a liberarsi. Chorus elaborato, più elaborato rispetto agli esempi precedenti. Tempo di riassestarsi, il singer si lancia in una risata malefica e dunque riparte con la doppia strofa alternando toni medi ad acuti pazzeschi, senza un secondo di pausa per poi terminare con un lunghissimo assolo eseguito con grande classe e che esplode dal terzo minuto. Non solo il modo di cantare ma anche il modo di suonare di questi ragazzi ricorda i mitici Grim Reaper, storica band inglese guidata da un mostro sacro come Steve Grimmett, uno dei miei vocalist preferiti. Già avevo percepito le somiglianze col brano di apertura ma con la title-track ne ho la certezza, e non posso che gioire. Mi chiedo se gli Ambush apprezzino il paragone. Il testo rappresenta la summa dell'album, la chiave tematica per codificare tale lavoro, perciò la religione è ancora una volta protagonista. I religiosi sono visti come falene impazzite attirate dalla luce della fiamma, ma è una fiamma corrotta, avida, che attira con l'inganno per poi prelevare le anime dei miserabili e divorarle. I deboli sono come pecore portate al macello, esseri con il cervello compromesso, plasmato e plagiato, ma ecco che giunge il profanatore, il dissacratore, che spezza le catene dell'ignoranza, profana i corpi corrotti e smorza una volta per tutte il loro dolore, liberandoli dalla schiavitù mentale e bruciandoli nel fuoco per purificarne i cuori. Il profanatore è proprio quel tornado che fuoriesce dalla lapide, rovescia le croci del cimitero alzandosi in cielo e gridando a tutti il proprio disappunto.

The Chain Reaction

"The Chain Reaction (Reazione A Catena)" si apre in modo solenne con un riff di chitarra dal sapore epico e accompagnato dalla batteria. Parte un mid-tempo affascinante e dall'animo delicato, come sottolinea un refrain morbido, poggiato su cori quasi angelici che contrastano con la grinta delle strofe, dove la sezione ritmica propone una struttura snella, senza fronzoli e che punta dritta al sodo. Le linee vocali sono splendide, molto melodiche ma non prive di energia e dinamicità. L'aria scanzonata si percepisce per tutta la durata, eppure c'è una vena poetica di base che rende profondo il tutto, mentre lo stile si avvicina alle semi-ballad dei Primal Fear, grazie non solo alle parti strumentali ma anche ai sottili acuti di Jacobsson che in molti frangenti assomiglia al Ralph Scheepers. Lo stile delle band è tuttavia diverso (i Primal Fear suonano un power metal potentissimo, gli Ambush un classic heavy metal di scuola inglese) ma le radici, se andiamo bene a vedere, affondano nello stesso terreno riconducendo ai sempiterni Judas Priest. A 3:30 minuti il ritmo subisce una sterzata e Fritzson, dietro le pelli, guida la parata eseguendo dei potenti colpi e spezzando il brano in due parti, dunque ritornano le chitarre che riprendono il riffing iniziale di matrice epico-cavalleresca e i due axe-men si sfidano a duello fino a raggiungere il refrain finale. "The Chain Reaction" potrebbe essere interpretata come una piccola pausa per prendere respiro, non a caso è posta a metà album. Le liriche sono violente e hanno il sapore della vendetta. Parlano di due eserciti che si fronteggiano sul litorale, con l'orizzonte di fianco. Ma l'attacco dei nostri giunge dall'alto, sopra le nuvole, perché stiamo parlando di creature speciali sospinte dal vento e dagli occhi diabolici. Questi demoni sono pronti a mettere a ferro e fuoco la terra, a uccidere senza pietà il nemico, a sacrificare vite umane. L'inferno si sta rivoltando sul nostro mondo poiché giunge l'ora dell'apocalisse, le profezie di Nostradamus (astrologo/scrittore francese del 1500) si stanno avverando e non ci sarà scampo per nessuno. Meglio deporre le spade e arrendersi ai nuovi signori. Il male è tornato per comandare sul popolo, il nostro destino è già stato scritto. 

Southstreet Brotherhood

La grinta torna a spaccarci i timpani con la diretta "Southstreet Brotherhood (Fratellanza Di Strada)", tre minuti di acciaio inossidabile scanditi dal basso di Sjoholm, il quale svolge un lavoro minuzioso dirigendo a dovere tutta la sezione ritmica. Le chitarre di Engvist e Hagelin non graffiano come negli altri brani ma mantengono un andamento piuttosto tranquillo lasciando molto spazio non solo al basso ma anche alla batteria. Jacobsson fa la parte del leone, tra spaziando tra tonalità gravi e urletti femminei, interpretando strofe di media velocità, quadrate e compatte, basate sulle linee di basso, fino a inerpicarsi in un corale seducente ritornello che invoglia a ballare e a ubriacarsi. Break centrale con le chitarre impennate come bandiere piratesche che ricordano dei fraseggi armonici alla Running Wild e poi un breve assolo ne decreta la fine. Questa traccia è essenziale, nel senso che è molto snella, composta proprio per arrivare dritta al punto, magari per unire la folla durante i concerti. Non a caso il testo tratta di fratellanza metallica. Siamo tutti fratelli uniti dalla musica e anche dal look, stivali, pelle nera, borchie, sigarette e birra. Siamo dei selvaggi che mangiano filo spinato, siamo la disgrazia dei vicini perché usiamo ascoltare musica ad alto volume. I metalheads sono come diavoli assetati di sangue, dove il sangue è la musica e noi siamo belve che ruggiscono, tuonano, scuotiamo la terra. La strada è la nostra vita, il fuoco è l'elemento che alimenta le nostre anime, tutti insieme ci riuniamo accendendo roghi e ballando intorno alle fiamme, perché la nostra fratellanza è selvaggia e peccaminosa. Siamo tutti uniti sotto il vincolo dell'acciaio, sotto il vessillo del rock. Questo pezzo è, in definitiva, un inno al nostro modo di essere.

Rose Of The Dawn

Il titolo della traccia che segue potrebbe ingannare, perché "Rose Of The Dawn (La Rosa Dell'Alba)" non è una romantica ballata ma una traccia speed metal. le chitarre esplodono in un vortice metallico e subito iniziano le due quartine decantate dal vocalist, ma c'è un aspetto particolare nella struttura del pezzo, perché il titolo è presente nel pre-chorus (dall'anima profonda) invece che nel ritornello. È una particolarità interessante perché, in tal modo, è come se ci fossero due refrain e, di conseguenza, due cambi melodici consecutivi. Per quanto riguarda il ritornello vero e proprio, strutturato su una quartina e poggiato su linee vocali molto melodiche, risulta essere uno dei migliori dell'album, immediato, dal retrogusto classico ed evocativo, mentre il distico che lo precede è leggermente più lento e composto da cori battaglieri. La sezione ritmica pesta come un dannato anche nella seconda fase, infine si giunge al brillante assolo, screziato di ruggine tanto è sporco, nel quale i due chitarristi si alternano. Coda finale riservata alla ripresa del pre-ritornello/ritornello con tanto di acuti e cori da stadio. Questo brano fa scintille e personalmente lo ritengo una delle hit di "Desacretor". Un po' di storia non fa mai male, perciò ecco che veniamo catapultati indietro nel tempo, durante le guerre di ribellione da parte dei contadini della Smaland (provincia della Svezia meridionale). L'epoca non è precisata ma dovremmo trovarci intorno alla metà del 1500, in particolare durante la sanguinosa ribellione di Dackefejden (1542), quando moltissimi contadini, ridotti in povertà, lottarono per non farsi rubare le terre dalle famiglie nobili e quindi dalla casa reale, impugnando una forca in nome della libertà. I poveri si uniscono formando una specie di esercito, attendono il nemico con la rabbia nei loro cuori, pronti a condurre il massacro. Vecchi e giovani in prima linea per i propri diritti, uniti contro la tirannia e pronti a morire. Non c'è via di fuga, loro si nascondo dietro gli alberi, nel silenzio della vegetazione, immersi nelle tenebre, mentre in lontananza si sentono le trombe dell'esercito reale avanzare lentamente in assetto da guerra. Ma pagheranno col sangue, perché non si sottraggono terre ai legittimi proprietari. Una pioggia di dardi li infilza uno ad uno e prima che sorga il sole la prima battaglia è vinta.

Master Of The Seas

 "Master Of The Seas (Il Signore Dei Mari)" è la prosecuzione della precedente traccia, poiché è ancora una volta un resoconto storico di una battaglia e dalla terra ci spostiamo in mare. Il signore dei mari è infatti un galeone da guerra. Le onde oscure si infrangono sul suo petto per rivendicare ciò che è stato, mentre il galeone, costruito di legno massiccio e acciaio, le cavalca per poi domarle, avanzando imperterrito per la gloria. Esso ha un obiettivo da raggiungere, ovvero l'armata nemica, è dunque pronto per la distruzione, i cannoni posti sui lati risplendono al sole e le centinaia di uomini che sono a bordo lavorano nervosamente l'uno fianco all'altro. Inizia la guerra navale, il fuoco si scarica al vento, rumori assordanti provengono da tutte le direzioni, e la nave è assetata di vendetta. Lui è il re dei mari, desideroso di sangue, di carne e di ferro piegato, frantumato. Molti uomini cadono in acqua, chiedono aiuto ma nessuno può salvarli, così affogano sospinti giù dalle onde. L'oceano li risucchia nella notte, così come, al termine della battaglia, risucchia persino la nave, trascinandola nei suoi fondali, a sedicimila piedi sott'acqua, laddove la sua leggenda vive ancora. Forse si parla della celeberrima corazzata Bismarck, possente mezzo da guerra tedesco, terrore dei mari durante la seconda guerra mondiale. La sua potenza distruttiva fu tale da distruggere ed inabissare un altro mostro bellico di dimensioni importanti, il fiore all'occhiello dell'armata navale britannica: l'HMS Hood, che crollò sotto i colpi del colosso teutonico, il quale sancì così la sua definitiva supremazia nei conflitti via mare. Di seguito, la Bismarck fu affondata a sua volta, dopo una lunga caccia che gli fu data proprio per lo sgarbo subito dagli inglesi. Questo brano è un mid-tempo dalle morbide forme, costituito da lunghissime strofe, un pre-ritornello e un ritornello particolare, dall'andamento rilassato costituito da pause che aumentano il pathos . insomma, tutto è calibrato nel migliore dei modi, i coretti che emergono ogni tanto in dirittura di refrain incitano alla battaglia e la voce di Jacobsson è davvero solenne. Da un pezzo così semplice e poco articolato si percepisce comunque la grande classe della band svedese, dotata di grande gusto melodico, sempre incisivo e orecchiabile, e dotata anche di buoni doti tecniche, come sottintende il buonissimo assolo e il break rallentato che dà il via alla coda. Semplicità e orecchiabilità al servizio di un'efficienza che colpisce al cuore. Molto spesso non servono troppi orpelli per risultare credibili o bravi. 

Faster

E' il momento di scatenarci dopo la piacevole poetica di "Master Of The Seas", perciò si torna a premere sull'acceleratore con "Faster (Più Veloce)", titolo eloquente per la canzone più feroce del lotto. Il pezzo in questione è un tornado metallico pronto a spazzare via ogni cosa intralci il suo cammino, il ritmo vorticoso della sezione ritmica è frenetico e torna a palesarsi la sensazione che ci si trovi davanti a una composizione firmata Primal Fear o Accept a causa della violenza tipica delle band tedesche. Le chitarre si incrociano e si sfidano a duello grazie a fraseggi classici ma sempre azzeccati mentre il basso aumenta l'energia del muro sonoro verso il quale si inerpica la bella voce del singer, in grado si sparare acuti incredibili. Struttura del brano ridotta ai minimi termini, abbiamo delle strofe singole, in questo caso molto lunghe, che si alternano a ritornelli, altrettanto lunghi e intermezzati da un fantastico solo di chitarra. Breve ma intensa, veloce e velenosa. Tutto questo è "Faster", dotata di un testo di natura bellica, tanto per cambiare, laddove due schiere di soldati si fronteggiano faccia a faccia. Si parla di legione d'acciaio, forse intesa come la legione di metallari, alla carica verso il nemico. I soldati infrangono le frontiere con le pistole in mano, pronti a stanare il fuggiaschi, bisogna tendergli un agguato (ambush, che significa agguato) per poi ucciderli uno ad uno. Probabilmente si sta parlando di metallari che lottano contro coloro ai quali è stato fatto il lavaggio del cervello, ossia i bigotti religiosi (ma non solo) sudditi del potere e delle regole imposte dalla società. Anche qui troviamo un inno all'heavy metal, ai suoi valori e alla sua ideologia.

The Seventh Seal

 Detto ciò raggiungiamo l'ultima fase del disco, l'ultimo tassello, ritornando verso lidi anti-religiosi con "The Seventh Seal (Il Settimo Sigillo)", la traccia più ambiziosa di "Desecrator", della durata di ben sette minuti. L'introduzione è col botto, le chitarre scalciano come tori infuriati per poi rallentare assumendo un tono epico, mentre la batteria ne prende il tempo, dunque esordisce la voce, cupa, misteriosa, cattiva ma in grado di emozionare al primo ascolto. La sezione ritmica si tinge si oscurità, quasi fosse una marcia funebre, il basso pulsa sangue nelle orecchie il la prima fase si snoda in due lunghi periodi capaci di creare una lugubre atmosfera che mette i brividi sulla pelle. Superiamo i primi due minuti ed ecco il primo cambio di tempo significativo, dove il ritmo accelera inaspettatamente per introdurre il piacevole refrain costituito da una quartina. Seconda fase identica alla prima, poi la struttura ciclica ci fa tornare indietro al fraseggio iniziale, il tempo rallenta e si protrae per diversi secondi, poi dalle nebbie parte un assolo contemplativo, poco furioso ma di grande atmosfera, ed ecco il duetto tra batteria e chitarre che prece la terza e ultima parte, quella più veloce e dotata di un piacevole sapore che riguarda la parte strumentale, in particolare, il ritmo di batteria e il dialogo col basso protagonista che danno le sembianze di una cavalcata in perfetto stile N.W.O.B.H.M. e con gli Iron Maiden nel cuore. La narrazione è profonda, tratta di uomo perduto nei suoi incubi, stordito e confuso, proiettato nei meandri dell'inferno. Il protagonista è in piena crisi mistica, si ritrova a vagare da solo su una spiaggia, quando il suo sguardo è attratto da una chiesa in lontananza. La raggiunge per confessarsi, per confessare il male che lo sta divorando da dentro, ma il prete sbotta in una risata e gli dice oramai non può più salvare la sua anima. Egli è destinato a soccombere sotto il volere del diavolo, per mano dell'angelo della morte. E' una sfida a scacchi con la Morte, come nel celebre film di Bergman "Il Settimo Sigillo" (1957), dove le pedine sono in realtà le persone care. Non vi è via di fuga, bisogna stare al gioco e fare la prima mossa, intanto che l'uomo rivede tutta la sua vita, sbiadita e sporca come fosse la pellicola di un vecchio film.

Conclusioni

Il primo album di questa giovane band svedese, "Firestorm", aveva avuto il pregio di rivelare al mondo una formazione decisa, dalle idee fresche, dall'attitudine giusta e che sapesse riproporre al pubblico gli stessi suoni che nelle decadi precedenti hanno reso grande l'heavy metal. E i risultati gli avevano dato ragione, in quanto il debutto era stato un successo di critica. Bene, in "Desecrator" gli Ambush ripresentano le stesse coordinate, senza modificare di una virgola il loro stile ma con una produzione sensibilmente migliorata alla base. A volte basta poco per sfornare un grande album, non servono troppi ornamenti per comporre brani di valore, basta soltanto azzeccare i ritornelli, dotarli della giusta melodia, suonare con abilità e avere un ottimo cantante al proprio servizio. Certo che è difficile stupire suonando questo genere, a tratti si ha la sensazione che tutto sia fin troppo semplice, ma questi ragazzi hanno una classe incredibile che speriamo li porterà lontano. Diciamo che fino ad ora i due album pubblicati si equivalgono, perciò se volete un consiglio, recuperate questi due ottimi album e fondeteli a forza di ascolti. Sono sicuro che gli Ambush sono il futuro di questo genere, c'è da migliorare ancora qualcosa qua e là ma a mio avviso, nonostante la giovane età dei musicisti, risultano già maturi, persino nella stesura dei testi, che ricordo essere scritti da tutti i componenti, il che significa che esiste democrazia e scambio di idee all'interno del gruppo, e questa è sicuramente una nota positiva. Le liriche affrontano diverse tematiche, che vanno da resoconti di storiche battaglie a critiche sociali e religiose, senza dimenticare gli immancabili inni alla musica che più piace: il sacro heavy metal. Inoltre, accanto alla vincente parte strumentale questi ragazzi forniscono anche una buona immagine per fare breccia nei cuori di migliaia di fans, grazie alle affascinanti artwork molto curate e colorate (dettaglio da non trascurare, l'immagine è pur sempre importante) disegnate da Alexander Von Wieding, famoso disegnatore tedesco che ha prestato i suoi servigi a numerose metal band. Insomma, fino ad ora gli Ambush ci hanno regalato due grandi lavori, adesso li attendo alla terza prova per il salto di qualità definitivo. Il prossimo album dovrà essere un capolavoro.

1) Possessed By Evil
2) Night Of The Defilers
3) Desecrator
4) The Chain Reaction
5) Southstreet Brotherhood
6) Rose Of The Dawn
7) Master Of The Seas
8) Faster
9) The Seventh Seal
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