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DEVOURING LIGHT

2011 - Self

A CURA DI
FABIO MALAVOLTI
15/06/2011
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Basta buttare l'occhio a Turku, in Finlandia, per scoprire questa entità nuova, nata appena l'anno scorso, ma che già dalla prima produzione, ossìa un ep intitolato "Descent into Hadal" ha dimostrato di saperci fare. La band in questione si chiama All-Devouring Light. Attualmente non sono sotto contratto con alcuna etichetta, ma sono convinto che grazie al loro talento che hanno già dimostrato nella loro prima uscita, riusciranno presto a sfondare. Dunque, a riempire l'atmosfera gelida e cupa c'è il cantante Airut, mentre ad incatenare intrecci sonori fra loro, come catene impossibili da spezzare, ci sono i chitarristi Atyar e Hrym; a sfondarci i timpani con la sua batteria, c'è il bravissimo Arthem, alias martello pneumatico, ed a stendere un lievissimo tappeto sotto la pesante sezione ritmica c'è il basso di Perkunas. Infine, a rendere l'atmosfera ancora più avvolgente e coinvolgente c'è la tastiera di Caracal. Nonostante il loro genere rientri canonicamente nel sbm, si nota una forte influenza, manco a dirlo, melodic death metal (non dimentichiamoci che provengono dalla Finlandia!), in particolare si nota un sound ispirato ai Kalmah, e, in parte minore ma sempre degna di nota, lo stile vocale ricorda un pò quello di Alexi Laiho dei Children of Bodom. Grazie a queste piccole note apprese dai maestri, sono così riusciti a stendere giù quattro brani l'uno più interessante dell'altro, raccolti appunto nell'ep Descent into Hadal, brani colmi di passaggi melodico-sinfonici che risultano adeguati a fare da sfondo al centro delle canzoni, che rimane comunque, ricordiamolo, un genere estremo. Ed in particolare, è proprio questo uno di quegli ambiti nei quali si nota veramente l'abilità degli artisti, cioè dove si riescono ad amalgamare due tipi di sound diametralmente opposti ed apparentemente troppo distanti. Non per i nostri ragazzi, che a quanto pare hanno un brillante futuro davanti a loro. Addentriamoci ora nell'ep, che consiste non di una foresta o di una steppa come solito, ma di un mondo ben più ampio e misterioso: le inesplorate zone degli oceani più profondi e sconosciuti.  Un'intro dal sapore epico-melodico eseguito magistralmente da Caracal squarcia il mare nella parte iniziale di "The Sleeper Beneath the Waves", provocandone l'immediato risveglio, mi verrebbe da dire; ciò che colpisce è la costante presenza della componente atmosferica che finisce per avere un ruolo di primo piano nel brano, che assume sembianze soprannaturali, inarrivabili per la sua imponenza e maestosità. Questa "aria" finisce per implodere lasciando spazio a inserzioni puramente black ricche di componente oscura, ma questo è solamente il preludio alla parte conclusiva, nella quale fanno comparsa clean vocals ben eseguiti, a dimostrazione della duttilità vocale di Airut. Davvero nulla da dire per quanto riguarda la sezione ritmica: mai un cambio di tempo sbagliato o una nota di troppo, il che da al brano una bella scorrevolezza, infatti riescono a mascherare benissimo un brano che dura la bellezza di sette minuti.  Al termine della track, che già lascia il segno di suo, parte la bellissima "Opium", che dà il colpo di grazia, anche se siamo solamente al secondo pezzo. Da sottolineare come a differenza del precedente qui la componente sinfonica sia in secondo piano, e lo si intuisce già dal riff deciso e vigoroso. E' qui che emerge la scuola Dimmu Borgir, nel dettaglio alcuni passaggi mi rievocano l'alchimia di "Enthrone Darkness Triumphant", che non a caso reputo il miglior prodotto della band di Shagrath. Si prosegue su questo filone sino all'esplosione finale che rende ancora più gradevole un brano già meraviglioso di suo.  A questo punto è il momento di "Of Forbidden Lust", una vera e propria tempesta furibonda reincarnata in un brano bellissimo che trae spunto non soltanto nuovamente dai Dimmu Borgir, ma persino ad una microscopica ventata thrash appena percettibile. Il brano è letteralmente favoloso anche se dura abbastanza poco. Eccoci così arrivati all'ultimo capitolo, la track "Servants", nella quale torna prepotentemente a reclamare spazio la componente sinfonica per un brano piacevolissimo alternato a momenti magici, epici e chimici ad altri momenti brutali ed oscuri. Ad arricchire ancora una volta di maestosità ed evocatività un brano davvero ben strutturato, ci pensa Caracal con un preziosismo non da poco, cioè un breve solo di tastiera che prepara l'ascoltatore a ri-immergersi negli abissi dell'ultimo minuto della canzone, nel quale si riprendono il riff e l'andatura precedente. Da applausi la chiusura, affidata ad un breve momento diviso fra le ultime sferzate black ed epici backing vocals ispirati. Così termina questo, seppur breve, ricco ed intensissimo viaggio alla scoperta dell'oceano più profondo.


1) The Sleeper Beneath the Waves
2) Opium
3) Of Forbidden Lust
4) Servants