ALICE IN CHAINS

Jar Of Flies

1994 - Columbia

A CURA DI
ANDREA CERASI
12/09/2020
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Tutto inizia molto tempo fa, quando il chitarrista Jerry Cantrell è solo un bambino. I suoi occhi, sbalorditi, assistono a un esperimento condotto dal professore durante una lezione di scienze. L'esercizio è semplice: consiste in due barattoli dentro i quali sono state messe delle mosche, nel primo le mosche vengono nutrite abbondantemente, nel secondo vengono denutrite. Tempo qualche settimana e nel primo barattolo le mosche si moltiplicano fino a sovrappopolare il loro spazio, morendo una dopo l'altra per mancanza di ossigeno, nel secondo barattolo, invece, gli insetti restano in vita. Lezione semplice e chiara, ma decisamente significativa, metafora di esistenza, di sopravvivenza, di una lotta per lo spazio che perseguita, oggi come non mai, anche l'ambiente umano. Una persecuzione che il piccolo Cantrell si porta dietro negli anni e che trova finalmente sfogo negli ultimi bagliori dell'estate del 1993. Una sola settimana, dal 7 al 14 settembre, per pochi giorni di delirio, vissuti negli studi London Bridge di Seattle, tra i fumi dell'alcool, droghe e la stanchezza accumulata dal tour del magnifico "Dirt". "Una settimana di alcool e di solitudine", come la definisce lo stesso chitarrista, che serve agli Alice In Chains per ricaricare le energie, quietare gli animi, chiudersi in se stessi, esorcizzando demoni persecutori e fantasmi del passato. Il bassista Mike Starr però non regge i ritmi, il precedente tour e l'esibizione al prestigioso festival Lollapalooza di Chicago lo fanno sprofondare nella tossicodipendenza, rendendolo nervoso e inabile a suonare, tanto che la band lo allontana, sostituendolo con Mike Inez, strumentista di Ozzy Osbourne, che si mette subito a lavoro, partecipando a ben quattro pezzi. Nulla era stato programmato, prima di quella infuocata settimana, e le nuove tracce servono solo a testimoniare un'alchimia ritrovata. In studio c'è talmente tanta quiete, una misurata ebrezza alcolica e una certa pacatezza nella comunicazione, che gli Alice In Chains registrano con serenità e senza ulteriori stress. Ma quelle prove generali, senza alcun destino definito, piacciono tantissimo allo staff della Columbia Records, che resta affascinato dalla raffinatezza prodotta. Sono gli Alice In Chains, ma in forma diversa, inquadrati in una versione nuda e sincera, intima e sofferente, così come era stato per l'EP "Sap", di un paio di anni prima, anche se in questo caso troviamo voci e chitarre sovrapposte che danno maggiore senso di malessere, nonché di accuratezza in fase di arrangiamento. L'ingegnere del suono Johnathan Plum, entusiasta dei ragazzi, consiglia di lasciare definitivamente la veste acustica ma di ritoccarla con effetti tecnologici, ma il vocalist Layne Staley rifiuta ogni aiuto sintetico, preferendo un approccio vero, come fosse eseguito sul palco, dal vivo. Sette giorni di lavoro instancabile, sedici ore al giorno di prove, per sette brani composti. Pochi, in effetti, ma duraturi, destinati alla sopravvivenza, così come era stato per le mosche rinchiuse nel barattolo, che nel caso specifico è rappresentato dallo studio di registrazione. Quattro mesi dopo, nel gennaio 1994, "Jar Of Flies" viene pubblicato senza alcun preavviso. Il pubblico viene letteralmente spiazzato dall'approccio inedito della band, ma resta anche deliziato dalla bellezza intrinseca delle composizioni, preziose, arrangiate con estrema cura, che aleggiano nell'aria come piccoli insetti, ronzando ovunque, raccontando storie di fallimento, di isolamento, di connessioni umane, di riflessioni profonde e di perdita. Insomma, le tematiche grunge qui al servizio di una struttura ridotta all'osso, ma capace comunque di colpire dritta al cuore. Il successo è immediato e sconvolgente, il primo EP nella storia a raggiungere il primo posto nella classifica Billboard, tre singoli estratti e quattro milioni di copie vendute nel mondo. Il fotografo Rocky Schenck, secondo il desiderio di Jerry Cantrell, immortala in copertina un ragazzino che fissa un barattolo contenente mosche, riprendendo l'esperimento che decenni prima tanto aveva affascinato il chitarrista, trasformando la foto attraverso una serie di effetti luce che danno un colore schizzato, quasi alienante, come la musica qui contenuta.

Rotten Apple

Il suono straniante della chitarra acustica aleggia ronzando come una mosca, contornato da effetti disturbanti dell'armonica che originano una cantilena amara proveniente dal cuore di Layne Staley. In Rotten Apple (Mela Marcia) la band si fa sommessa, poggiando tutto sul suono liturgico dell'acustica e sulla voce livida del cantante, che parla di sé nel modo più sincero possibile. "Ei, l'innocenza è perduta, l'ignoranza diffusa. La confidenza smarrita e la sostanza rubata. L'arroganza è potente, ciò che vedo è irreale". La condizione personale rispecchia un po' tutta la condizione umana. Il mondo è marcio dentro, proprio come il vocalist, il quale si sente un fallito che ha lottato a lungo per trovare la felicità, senza riuscirci. "Ho scritto la mia stessa parte, ho assaggiato la mela. Ero così giovane e ora sto strisciando al punto di partenza". La mela è simbolo della terra, il frutto della bontà, dell'abbondanza e della fecondità perché legato al culto femminile, ma il saporito frutto in questo caso è marcio e non può che avvelenare colui che se ne ciba. Staley parla a se stesso, il cui corpo è avvelenato dall'eroina utilizzata per fuggire dalla triste realtà, per scacciare via il dolore accumulato nel corso del tempo, come sottolineato nell'ultimo verso di questa ballata disperata, eppure così solenne, come se il protagonista avesse accettato da molto la sua sorte. "Mi pento del domani, allontano il dolore, il romanticismo è scaduto. Ti consiglio di chiedere in prestito ciò che non è reale". Con l'intervento della batteria, il suono si fa più corposo, senza però intaccare la morbidezza di fondo. La realtà è una seccatura, una vera delusione, è un qualcosa di soffocante, e non appena si cade bisogna ricominciare tutto daccapo, strisciando al principio.

Nutshell

La mela marcia ha avvelenato il corpo dell'uomo che la addentata, il nocciolo del frutto ha intossicato tutto, e così le spire della sofferenza si allargano sull'uomo nella splendida Nutshell (Nocciolo), probabilmente la traccia più famosa dell'EP, nonostante non sia mai stata lanciata come singolo. Impossibile resistere all'agrodolce melodia che il vocalist intona con passione ancestrale. "Inseguiamo le bugie sbagliate e affrontiamo il sentiero del tempo. Ancora combatto questa battaglia da solo, non c'è nessuno per cui piangere, nessun luogo da chiamare casa", questa è la massima esternazione della solitudine provata da Staley, solo nella sua battaglia quotidiana contro la droga. Definita dal bassista Mike Inez "un brano per tutti, ma soprattutto per la band", questa perla romantica viene scelta per aprire il leggendario concerto unplugged del 1996. Il solo di Cantrell è in elettrico, molto toccante, e si insinua a metà tra le due battute che compongono questa strabiliante traccia che narra di solitudine, di frustrazione e di morte, tanto da essere inserita dalla rivista Rolling Stone tra le prime dieci canzoni più tristi della storia. "Il dono della mia autostima è violato, la mia privacy aggredita. Ancora mi ritrovo a ripetermi nella testa che non posso essere me stesso, forse mi sentirei meglio se fossi morto". L'uomo si sente oppresso dal pubblico e dalla stampa, che lo giudicano per la sua tossicodipendenza, e ciò non fa altro che spingerlo all'alienazione. Ormai si sente perduto, non trova la strada di casa.

I Stay Away

I Stay Away (Resto Lontano) è la prima canzone registrata insieme al nuovo bassista Mike Inez, tanto che Jerry Cantrell la definisce come la prova del nove, "un pezzo speciale che ha testimoniato alla band e ai fans che Mike era l'uomo giusto, un musicista capace di comporre i suoni più spregiudicati e cupi, nonostante abbia il cuore più dolce del mondo". Il brano è l'analisi di un controverso rapporto di coppia, che alterna violenza e romanticismo. "Voglio viaggiare al sud quest'anno, non mi opporrò a un viaggio oscuro. Perché ti comporti in modo così folle? Forse non è nemmeno un comportamento. Sei quasi una signora, con quegli occhi insidiosi e subdoli". La cosa interessante del brano è la proposizione di versi soft, ma che si evolvono nello straniante ritornello costruito su chitarre distorte e ansiosi violi suonati da Matthew Weiss. Definito da molti come una canzone schizofrenica, mette in luce la nevrosi che si era impossessata di tutti mi musicisti. L'assolo liberatorio di Cantrell è pura goduria. "Le lacrime che scorrono, il cuore che è insensibile, perché ti comporti come se fossi in preda allo spavento? Io mi sento brillante, la tua debolezza mi ha reso ciò che sono. Un giorno capirai perché me ne resto lontano". Una storia di violenza, un uomo che affronta la propria donna, spaventata per l'ira sul volto del compagno, la cui unica accusa è quella di essere stata debole, di averlo trasformato in un farabutto. Curioso il videoclip del singolo, interamente girato con la tecnica dello stop-motion.

No Excuses

Scritta dal chitarrista, No Excuses (Nessuna Scusa) è esternazione di vera amicizia tra Cantrell e Staley che, nonostante i mille litigi e le numerose incomprensioni, restano uniti come fratelli. Quasi un legame di sangue, il loro, dove è proprio Cantrell a difendere il cantante e a scusarlo per i suoi comportamenti bizzarri. "Va bene così, il momento arriverà. Non ho la pazienza di cercare la serenità. Me ne resto in disparte, rallento un po'. Basta nascondere o falsificare la verità che ho svenduto, ogni giorno c'è qualcosa che mi colpisce con freddezza". È il pezzo più veloce dell'album, molto orecchiabile, nel quale le voci dei due amici intonano all'unisono i versi, mentre il batterista Kinney batte il tempo. Cantrell rimprovera l'amico per il comportamento nervoso che ha assunto da un po' di tempo, ma sa bene dei problemi che lo accompagnano da anni. Decide comunque di stargli vicino, di aspettare che sbollisca la rabbia e che ritrovi la serenità. "Mi ritroverai seduto solo con me stesso, nessuna scusa, lo so. Va bene così, ho solo avuto una brutta giornata. Le mani sono rovinate per aver spaccato pietre tutto il giorno, mi sento dissanguato e triste". Sembra di vederlo, Jerry Cantrell, mentre compone il pezzo, solo negli studi di Seattle, a provare gli accordi e a scrivere il testo. La solitudine cercata a lungo arriva proprio nella settimana di incisione. Staley viene allontanato dall'eroina, sembra più lucido, ma l'astinenza lo rende intrattabile. Una dedica d'amore bellissima, fatta col cuore, una testimonianza di amicizia che si consacra nell'ultima fase, quando a prevalere su tutti i problemi è proprio l'amore. "Ho sanguinato per te, pensi che sia divertente? Sappi che stai affondando anche tu. Scendiamo per questa strada, abbandoniamo la pioggia, sarà un baratto calcolato con il calore del sole. Amico mio, io ti difenderò, e se cambieremo ti amerò lo stesso".

Whale & Wasp

Un suono pungente, somigliante al verso di una balena, o comunque di un animale marino, svetta in Whale & Wasp (Balena & Vespa), breve strumentale che rievoca la magia e la meraviglia del mare, dipanandosi placidamente come le onde del mare. Un canto prezioso dedicato alla natura e agli animali, nel quale Jerry Cantrell si prende completamente la scena attraverso un solo toccante e profondo come l'oceano. I pizzichi ripetuti sono allegoria di libertà, una balena in libertà che si muove tra le acque, ma allo stesso tempo ricordano la fragilità, il grido di aiuto, di tutti gli esseri viventi. Il ritmo accelera quasi impercettibilmente, questa volta sembra di assistere al volo di una vespa, che con le piccole ali svolazza tra i fiori del campo. Da una balena a una vespa, da una animale possente a un insetto piccolo e fragile, entrambi messi a rischio dall'impronta miserabile dell'uomo. Sognante, quieta, serena, questa traccia anticipa la parte finale dell'album.

Don't Follow

Cantata da Cantrell stesso, Don't Follow (Non Seguirmi) è una composizione molto delicata e malinconica, in stile country, che fa ampio utilizzo di armonica. Nata durante una pausa e provata in studio mentre Staley è fuori, al suo rientro il cantante si unisce ai compagni, intonando il bridge e i cori finali. "Non sono mai tornato a casa, ho vagato per la mia strada. Non potrò incontrarti domani, dimmi addio e non seguirmi. La disperazione è deprimente". Ancora una volta il desiderio di casa, di un ritorno che forse non ci sarà mai, perché la casa in realtà non c'è, e ancora una volta una sofferta separazione. "Stai vivendo la tua vita a pieno ritmo, passami quella bottiglia, non sballottolarmi in giro. Mi sento così perso e non so neanche il perché. Mi fa male preoccuparmene. Sto affondando". È una storia di solitudine, di un viaggio eterno, una storia di perdita di cari, di amici, di amori perduti, di fallimenti. Il bellissimo bridge viene cantato da Staley, mentre la chitarra acustica e l'armonica si fondono in un canto pacifico. "Ho dimenticato la mia donna, ho perso gli amici. Le cose che ho fatto e dove sono stato. Dormo fradicio di sudore e gli specchi sono gelidi. Guarda il mio volto, sto invecchiando, ho paura della morte e non ne ho motivo", la band al completo partecipa alla fase finale, intonando in coro le ultime parole, pregando per il fatidico rientro a casa, ma forse casa è sinonimo di morte. "Farei qualsiasi cosa per sopravvivere, ripensa alle cose che ti ho detto, leggi questa pagina, ormai è vuota e ingiallita. Portami a casa, dimmi addio e non seguirmi".

Swing On This

Ma la strada di casa è ancora lontana, per questo in Swing On This (Avanti E Indietro) la band desidera ritrovare la strada. Un brano particolare, schizzato, nevrotico, dalle liriche deliranti e le melodie lisergiche. "Mia madre ha detto di tornare a casa, lo ha detto anche mio padre. Le mie sorelle hanno detto di tornare a casa, lo hanno detto anche i miei amici. Io ho risposto loro -Lasciatemi perdere, io sto bene!- Non lo vedete?". La beatitudine si raggiunge stando da soli, chiudersi in se stessi per cercare la pace interiore. Niente distrazioni, solo silenzio, la voce del proprio Io interno, e i pensieri di un passato che si vuole dimenticare. "Sono un po' magro, va bene, ma sono sveglio. Ho sentito una voce che diceva -Figlio mio, puoi scegliere-, poi mi sono dato uno schiaffo in faccia per sapere se ero sveglio". Bisogna perdersi per ritrovarsi, combattere col proprio alter-ego, inabissarsi nel buio per poi ritrovare la luce. La parte strumentale è di animo blues, così come l'assolo di Jerry, sornione, tronfio. "È davvero luminoso quaggiù, posso spostarmi, ma non guidare. Ho mandato via tutti. Per un po' sono rimasto qui, ma ora dovrei tornare a casa, è quello che ho fatto quando ero a Roma". Roma è presa ad esempio per indicare il viaggio, o forse un percorso introspettivo antico, l'evoluzione della civiltà, la luce che ha superato le tenebre. In questo modo l'Io interno è stato risvegliato, e anche i sensi si sono ripresi dal lunghissimo torpore che li aveva colti. La mente è lucida, va avanti e indietro, capace di analizzare la situazione. Di esaminare il mondo e forse di ritrovare il percorso per tornare finalmente a casa. Qualsiasi essa sia.

Conclusioni

Intriso di malessere, introspettivo, "Jar Of Flies" definisce l'aspetto acustico e solenne degli Alice In Chains, arricchendosi di nuovi colori attraverso l'utilizzo di viole, violoncelli, armoniche e sovraincisioni. Una scelta coraggiosa, la loro, perché nel 1993 sono all'apice del successo, "Dirt" è campione di incassi con cinque milioni di copie vendute e una serie di singoli che scalano le classifiche per ben due anni, il relativo tour è un clamoroso successo, durante il quale la formazione americana consolida la propria posizione tra i giganti del grunge, alla pari di Nirvana, Soundgarden e Pearl Jam. Eppure gli spettri della droga sono sempre dietro l'angolo, il bassista Mike Starr viene cacciato perché non si regge in piedi, durante il tour il cantante Staley sprofonda nell'eroina, tanto che la manager Susan Silver assume una guardia del corpo per allontanare gli spacciatori, e litiga numerose volte con l'amico fraterno Jerry Cantrell, che lo asseconda nei suoi deliri e nelle sue allucinazioni. Eppure, nonostante la follia imperante e i ritmi serrati che circondano ogni aspetto della band, arriva una settimana di pace. L'EP è un'isola di tranquillità nella quale i musicisti, chitarre acustiche in spalle, si ritrovano per il gusto di stare insieme e frenare in qualche modo il mondo che li soffoca. Layne firma gran parte delle liriche, mettendo la sua anima dannata al servizio della musica, esprimendo le sue sofferenze e la sua alienazione. Un uomo in preda al dolore che si fa portavoce di un mondo interiore oscuro e pericoloso. Il miracolo accade quando "Jar Of Flies" vede la luce, cogliendo tutti di sorpresa: gli ascoltatori, abituati alle sonorità heavy presenti nei precedenti "Facelift" e "Dirt" comprendono il desiderio degli Alice In Chains di prendersi questo breve momento di riflessione, e così la stampa, che comincia a osannare la loro arte. Sette capitoli che svolazzano all'interno di barattolo come mosche affamate, non tutti della stessa qualità, ma tutti decisamente intensi, tutti diventati dei classici. La cosa curiosa è che ad essere maggiormente apprezzate sono le gemme "Rotten Apple" e "Nutshell", diventate famosissime ma mai uscite come singoli, eppure considerate le migliori composizioni. "I Stay Away", "No Excuses" e "Don't Follow", invece, sono le tre hit, malinconiche e morbose cantilene che parlano di amori sepolti e di sogni di serenità. La pace viene spezzata subito dopo l'uscita del mini-album, e mentre questo entra nelle case di tutti gli ascoltatori del globo, irrompendo con passo felpato, in punta di piedi, come a risvegliare i sensi dal lungo torpore, la stabilità della band inizia a scricchiolare a causa di droghe e alcool. Cantrell è alcolizzato, ma cerca di mantenere un minimo di lucidità per tenere unita la sua squadra, ma Staley sprofonda sempre di più nel tunnel delle droghe. Nell'estate 1994 viene organizzato il festival commemorativo per i venticinque anni di Woodstock, due giorni di musica durante i quali si altenrano sul palco gruppi del calibro di Metallica, Suicidal Tendencies e Danzig. Gli Alice In Chains, proprio a causa dei problemi fisici del loro cantante, sono costretti a declinare l'invito soltanto il giorno prima dell'inizio del festival, facendosi sostituire da un'altra validissima band proveniente dal movimento grunge, i Candlebox, che all'epoca stanno riscuotendo un discreto successo commerciale dovuto al brillante esordio. Nel 1994 gli Alice In Chains non esistono più, gli impegni vengono tutti cancellati o rinviati e i musicisti non possono far altro che prendersi un lungo periodo di inattività e di risposo. Staley è costretto a disintossicarsi, in clinica incontra il chitarrista dei Peal Jam Mike McCready, che lo invita a partecipare al progetto Mad Season. Intanto "Jar Of Flies" continua a vendere, testimoniando un effimero istante di lucidità, di malinconico respiro, presentandosi come un oscuro lume proveniente dall'animo tormentato di questi incredibili musicisti.

1) Rotten Apple
2) Nutshell
3) I Stay Away
4) No Excuses
5) Whale & Wasp
6) Don't Follow
7) Swing On This
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