ALICE IN CHAINS

Alice In Chains

1995 - Columbia Records

A CURA DI
VALENTINA FIETTA
16/05/2012
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

La sfacciata arroganza di Facelift e la matura e potente presa di coscienza di Dirt e dell' EP Jar of Flies, lasciano spazio ad un cupo dissolvimento, una lenta processione sotto la pioggia in un bosco oscuro e malinconico, allucinato e notturno, senza scampo, né salvezza: Alice In Chains presentano nel 1995 se stessi nel loro terzo album, "Alice In Chains." Forse al primo approccio potrà  sembrare strano che l'ultimo album in studio registrato con Staley sia intitolato col nome del gruppo (di solito è il primo) ma a detta di Jerry Cantrell è stata una sorta di provocazione per tutti quelli che hanno considerato Dirt come la punta di diamante del gruppo, affermando che questo è l'album in cui sono rappresentati in tutto e per tutto gli Alice In Chains, questo è il loro biglietto da visita. Conosciuto anche come Tripod, per l'immagine di copertina di una cane a tre zampe, questo album è nato in un periodo tutt'altro che semplice per la band e porta quindi dentro di sé, inevitabilmente, tutti i segni, le cicatrici e i contrasti che stavano minando l'esistenza stessa del gruppo e dei suoi membri. Non che in passato gli Alice In Chains avessero mai negato questa realtà, elevandola anzi spesso a protagonista assoluta in molte delle loro canzoni, ma sicuramente è l'album più maturo del gruppo, dove la trasposizione della sofferenza e dello spleen, per dirla con Baudelaire, è più efficace ed incisiva. Si presenta come un disco claustrofobico, sperimentale (nella scrittura più che nei suoni, vicini invece al classico muro chitarristico del gruppo ma in generale con minor impatto rispetto a Dirt, soprattutto nel missaggio dei suoni di batteria), e direi ancora più cupo del predecessore. Viene abbandonato qualsiasi rimasuglio di riferimenti al blues, e si avvicinano invece influenze "post", anche se è sempre l'hard-rock a farla da padrone. La voce di Staley è ipnotica in quasi tutti i brani, e non è un caso: in questo disco quasi tutte le canzoni sono state scritte da lui, è decisamente l'album che scava di più dell'anima del frontman, presentandola sviscerata, cruda, fragile ma sempre di una veridicità integerrima e disarmante.

L'album si apre con "Grind" è un testamento di sopravvivenza della band, ottimo opener track e biglietto da visita. Cantrell conduce tutto il pezzo in maniera magistrale, l'incedere è lento, largo è l'uso delle distorsioni: tutto ciò realmente dona al pezzo profondità struggente. Il duetto vocale Cantrell-Staley è complessivamente ben riuscito, cosi come i cori. Quelli di voi che hanno ascoltato in precedenza AIC, preciserei i "puristi" degli AIC, noteranno gli effetti vocali aggiunti nei versi, che sono una novità per la band. Potreste trovarli irritanti o semplicemente inutili, ma a mio avviso nel generale si inseriscono ad hoc nei giusti intermezzi. Si prosegue con "Brush Away", la seconda track. In apertura la chitarra crea la giusta base per la voce trascinata di Staley, che si sente dannatamente a suo agio in queste sonorità enigmatiche e oscure, buon lavoro anche per il basso della new entry Mike Inez (dopo l'abbandono nel 1993 di Mike Starr a causa della droga), il sound è pesante, cupo, avvolgente. Nel complesso 3 minuti e mezzo scorrevoli, direi 3 minuti di classici AIC. La terza track è invece "Sludge Factory" che ripercorre in modo particolare una tendenza per così dire alla "Black Sabbath" che gli Alice In Chains in un modo o nell'altro non hanno mai perso. Si apre con un muro di chitarre iniziale che potrebbe ricordare vagamente le sonorità di qualche pezzo grintoso di Dirt come "Them Bones". Da subito si realizza però che il pezzo presenta una carica più che criptica, la voce di Staley sviscera emozioni ancestrali: rabbia, paura, disillusione trite in un sound plumbeo, denso, ruvido. Complici i cori di sottofondo che ricreano questa atmosfera, mentre l'impeccabile Cantrell mostra la sua expertise manovrando la chitarra con precisione chirurgica in assoli di qualità. L'ultimo minuto del brano divaga dai 6 minuti precedenti, inversione di ritmo per la batteria, più moderata, la chitarra quasi scompare, come il basso, come a intravedere (forse?) uno spiraglio di luce. La quarta canzone è "Heaven Beside You", e sembra continuare in una scia più melodica e morbida rispetto alle precendenti. La chitarra è ridotta all'essenziale (ad eccezione di qualche effetto, e di un solo) idem la batteria: il risultato è un brano essenziale, diretto, dove la protagonista è solamente la voce. Ad un primo ascolto, non me ne vogliano i puristi degli AIC, l'incedere del pezzo potrebbe ricordare le sonorità dei Nirvana più maturi, in cui l'espressività di Kurt era in primo piano. In questo pezzo i riff sottili e scivolosi accompagnano la voce di Jerry Cantrell che dimostra di essere oltre che un eccellente chitarrista, un bravo cantante mentre intona nel refrain  una sorta di opera di auto convincimento di redenzione "Heaven Beside you / Hell within /And you wish you had it still/ Heaven inside you". Un brano easy listening, scorrevole anche se non certo il migliore del disco. Di nuovo cambio di ritmo per l'ascoltare con la seguente "Head Creeps". Il pezzo  segue una formula simile a "Grind" con una serie di colpi pre-chorus/chorus riff, il tutto condito con effetti vocali nei versi. Il lavoro alle pelli, inoltre, non male, energico e preciso. Nonostante tutto questo, la canzone si trascina un po ' nell'ultimo minuto. Significativo il testo in cui il leitmotiv resta il limbo emotivo e mentale di chi tenta di rialzarsi dopo la caduta, arrivando pero' alla consapevolezza però che il tempo da solo non può modificare la nostra situazione  (I know it's not too late /leanding clean hands to fate /rise from the dirt I'm in / hide in another's skin). Siamo a metà dell'album quando inizia la sesta canzone, "Again", in cui l'atmosfera che aleggia fin dalle prime note è distorta, cupa, quasi tendente al morboso. Da un punto di vista compositivo niente di nuovo o originale rispetto al classico mood degli AIC: chitarra e basso in una sequela di suoni distorti, potenti, cupi rispecchiati da una voce alienata, paranoica, oscura. Il testo sembra essere una triste ma lucida ammissione nei confronti della droga, in quanto pur riconoscendo i danni che crea ( Hey /Turn me upside down /Hey Feelin´ so down /Hey /You made a fool of me again, Hey I know I made the same mistakes ) si finisce sempre per ricaderci pur di risentirsi con la stessa fittizia vitalità (Hey /Let them do it again /Yeah). A manovella ascoltiamo poi la ballata elettrica "Shame In You", forte di un emozionante giro melodico e di piacevoli invenzioni chitarristiche di Cantrell. "Shame in you" è una disperata confessione dei peccati commessi da Layne, purtroppo annegato o quasi nell'eroina: questi versi dimostrano il tutto:

"When I waken, and I'm achin', time for sleepin', yeah /When I'm sayin' time to go and, I've been hurtin', yeah When I'm layin, I'm still tryin', concentrating on dyin', yeah/You're right as rain, but you're all to blame/Agreed my crime's the same..."

La bellezza di questo brano è unica e inimitabile. Quello che stupisce è sicuramente il modo così "semplice" con cui Layne si cala nella parte del "peccatore" sbandierando al mondo intero i pro e i contro vissuti da lui nel suo problema. Ottima lavoro per gli AIC. Segue il pezzo "God Am". Sinceramente consiglierei a chiunque di comprare l'album solo per questo pezzo, che mi ha letteralmente conquistato, dato che si tratta di una specie di chiacchierata tra Layne e Dio, ma al di là delle liriche oscure e dal tono sarcastico (Staley chiede Can I be as my God am?) si tratta di una sorta di preghiera indirizzata al Padrone lassù. La maturazione compositiva di Staley è completa e lo rende capace di versi in cui, senza abbandonare rime e metrica, concetti e vocaboli raggiungono profondità notevolissime, tra sconsolate imprecazioni ("Dear god, how have you been, then? I'm not fine, fuck pretending/ all of this death you're sending/ best throw some free heart mending/ Invite you in my heart, then/ when done, my sins forgiven?/ This god of mine relaxes/ world dies I still pay taxes"). Nota di merito per l'assolo di Cantrell, tra I più intensi e dolci targati AIC. La nona canzone è invece "So Close", che si presenta più che altro come un break, piccola e deliziosa boccata d'aria prima della famosa "Nothin' Song", famosa più che altro per esser considerata da molto fan una ballata piuttosto sbilenca, atipica, quasi "inutile" in una disco che dovrebbe essere il proprio biglietto da visita. Personalmente ritengo che il trademark consolidato del gruppo, che gira inevitabilmente attorno allo splendido ed unico talento di Staley quanto alla ritmica di livello superiore del duo Inez/Kinney, raggiunga ancora un equilibrio quasi perfetto ed ammaliante, nonostante una certa compiacenza che porta a dilatare il brano forse oltre il proprio limite naturale. Resta comunque un lavoro più che buono, anche se (confermo) un po' atipico. Penultimo pezzo è invece la lunga "Frogs", con una interminabile, caracollante coda psichedelica. Rimane tra le mie preferite di tutta la loro carriera, molto sperimentale con richiami al post-rock allucinante e straziante come poche, è calata nel testo la disperazione di Staley verso la tossicodipendenza che lo affligge. Nell'intro sono sovraincisi i versi delle rane, (da qui il titolo) mentre la coda è psichedelica con una voce 'filtrata" per cosi dire. Un delirio notturno che diventa capolavoro. Eccezionale. In chiusura sentiamo "Over You" che, nonostante si apra con il famoso inno funebre, mostra i primi segni di ripresa e ritrovata serenità. Il beat è rallentato, la voce non più graffiante e funerea di Staley, la voce anche dello stesso Cantrell è rilassata, la chitarra più dolce. Forse si stacca un po' troppo dal concept del disco enigmatico e pregno di atmosfere plumbee, ma proprio in questo brano dai versi rilassati e orecchiabili si scorge la lucida possibilità del cambiamento consapevole.

Concludendo, questo terzo album in studio è il più oscuro ed insieme il più maturo della band di Seattle, un album che non nasconde i disordini interni alla band ma che cerca sempre di coniugarli alla ricerca delle giuste soluzioni musicali. Gli Alice in Chains con questo album confermano di aver di fatto creato un sound particolarissimo fatto di chitarre metalliche e melodie vocali alienanti, destinato a essere ripreso da una folta schiera di gruppi e gruppetti degli anni seguenti; ai quali, tutti, mancheranno però alcune doti fondamentali: la sincerità nel mettere in musica malesseri reali e profondi, un gusto compositivo sopraffino come quello di Jerry Cantrell e, soprattutto, una voce unica, luciferina e indimenticabile come quella di Layne Staley. Questo album auto intitolato, non poteva quindi che avere le due caratteristiche più importanti della band: identità e profondità. Credo che questo sia infondo quello che gli Alice in Chains volevano dire in questo 'biglietto da visita': la lezione più edificante ed appagante (nel bene e nel male) è essere sé stessi sempre e comunque, senza compromessi.

1) Grind
2) Brush Away
3) Sludge Factory
4) Heaven Beside You
5) Head Creeps
6) Again
7) Shame In You
8) God Am
9) So Close
10) Nothin’ Song
11) Frogs
12) Over Now

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