ALCEST

Spiritual Instinct

2019 - Nuclear Blast

A CURA DI
STEFANO PENTASSUGLIA
17/11/2019
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

All'inizio c'era lui, quel bambino (o bambina?) dai capelli lunghi e scompigliati, con quello sfondo verde smeraldo e quella luce che filtrava sfocata dagli alberi. Era la copertina di "Souvenirs D'une Autre Monde" ed era il lontano 2007, forse qualcuno di voi andava ancora a scuola, e in quel di Bagnols-Sur-Cèze, in Occitania (sud della Francia), qualcosa ribolliva in pentola: il timido e discreto Neige, nome d'arte del musicista Stephane Paut, stava dando alla luce non solo una delle band più meravigliose mai prodotte dal metal degli anni 2000 in poi, tali Alcest, ma anche un vero e proprio genere musicale nuovo destinato a ispirare tantissime altre band negli anni a venire. Qualcuno l'ha chiamato "blackgaze", improbabile incrocio tra le parole shoegaze e black metal, termine che non ha convinto esattamente tutti; resta il fatto che questo nuovo stile proponeva un connubio tra i più audaci dell'epoca: quello tra la furia cieca e oscura del metallo nero con le sonorità dolci e sognanti di band come Slowdive, My Bloody Valentine e Catherine Wheel. Il risultato fu magico, e ne venne fuori un disco poetico e affascinante, che riuscì ad incantare una vasta fetta di pubblico e legarla inesorabilmente alla band negli anni a venire, inclusi gli stessi Les Discrets dell'amico Fursy Teyssier (già compagno d'arme nei precedenti Amesoeurs, nonché turnista per gli Alcest stessi). Ma oggi? Come suonano gli Alcest nel 2019? Chi conosce e apprezza l'arte del buon Stephane dovrebbe conoscere anche la sua evoluzione come musicista e compositore: la poetica innocenza naif di "Souvenirs" fu incanalata in un discorso molto più ragionato e complesso nel successivo "Ecailles De Lune", album con alcuni dei riff più ispirati di sempre della band francese, per poi dare forma ad un immaginario ancora più evocativo e sognante nel bellissimo "Les Voyage De L'Ame"; "Shelter" del 2014, definito da alcuni come un mezzo passo falso, fu invece una sorta di esperimento per Neige, che decise di accantonare momentaneamente la sua anima metal per concentrarsi su quella shoegaze, in un disco che non convinse tutti ma che conteneva al suo interno alcune perle di idilliaca melodica; il più recente "Kodama" riprese in mano riff distorti e scream vocals integrandoli con tastiere estatiche e possenti linee di basso, evolvendo ancora di più le tipiche sonorità alcestiane in un romantico concept album sugli omonimi spiriti giapponesi della foresta, protettori degli alberi e personaggi dell'anime Principessa Mononoke, a cui lo stesso Paut ammise di essersi ispirato. Ora, è bene chiarire una cosa: lo spirito è rimasto lo stesso, come anche le sonorità, e più che di una vera e propria "evoluzione" per questo nuovo "Spiritual Instinct" potremmo parlare di una ispirata continuazione dello stile "alla Alcest", proposto però con una rinnovata sensibilità. Con l'urgenza espressiva nel cuore e dei riff mai così metal nel cervello, Stephane si è chiuso dei Drudenhaus Studios ad Issé (Loira, Francia), ha suonato e cantato tutto ciò che aveva dentro e si è fatto produrre l'album da quello stesso Benoit Roux che aveva reso così magico il disco precedente. Ma laddove "Kodama" era delicato e raffinato, il nuovo "Spirtual Instinct" è invece grezzo e crudo, sia a livello compositivo che prettamente musicale, freddo come l'austera sfinge che si erge nella bella copertina dai toni bluastri. Senza rinunciare a quelle atmosfere pacate tipiche del suo inconfondibile stile (e rassicuro subito il pubblico sul fatto che il nuovo disco sia 100% Alcest), Neige ha stavolta optato per un songwriting più compatto, dove a strutture di più difficile assimilazione si affiancano riff che fanno subito presa nelle orecchie di chi ascolta, melodie accattivanti e ritmiche che pescano a piene mani dal black metal più minimalista. Non sembra scelto a caso il titolo dell'album: "Spiritual Istinct" è figlio legittimo di un vero e proprio "istinto spirituale" che ha portato la band francese a comporre in modo totalmente spontaneo, in una vera e propria catarsi artistica che ha fatto riversare nella musica tutte le difficoltà che il buon Stephane ha dovuto affrontare nel periodo precedente le registrazioni dell'album. Le atmosfere sognanti del debutto sembrano un ricordo sempre più sbiadito, e gli Alcest del 2019 appaiono ai nostri occhi come una band che oltre a sogni e dolcezza sa anche parlare di incubi e dolore, con un lavoro tra i più cupi della loro discografia. Il passaggio dalla storica etichetta Prophecy alla nuova padrona di casa Nuclear Blast, nel suo simbolico passaggio dall'underground al "grande pubblico", non ha per nulla addolcito il sound della band francese che, al contrario, si è fatto persino più duro e ruvido, in uno degli album più propriamente "metal" che Neige abbia mai composto. Album che adesso il sottoscritto andrà a scoprire e a vivere per voi.

Les Jardins De Minuit

Già dalla suggestiva introduzione di "Les Jardins De Minuit - I giardini di mezzanotte" appare chiaro come l'evoluzione stilistica di Neige e Winterhalter abbia portato a una più accentuata ruvidezza, che si avverte in una batteria secca ma profonda, in un basso possente e in una tesissima chitarra, in bilico tra melodie acute e una distorsione che raschia il fondo, pronta ad esplodere da un momento all'altro. E infatti poi esplode. Il tipico vocalizzo riverberato a cui Neige ci aveva abituato già prima di "Kodama" è solo un'illusione e non basta a distrarci dalla violenza sonora che di lì a poco fa capolino nel brano. Una sfuriata black metal travolge l'ascoltatore, mentre dei riff estremamente efficaci si concatenano l'uno all'altro alla perfezione. Mai gli Alcest erano stati così tanto "black metal", tantomeno agli esordi; mai avevano avuto un'urgenza così profonda di esprimere un disagio interiore, che questa volta è palese e tangibile. Riff minimalisti ma dannatamente ispirati, con un Winterhalter che fa il diavolo a quattro dietro le pelli, sono lo sfondo ideale per la dolcissima voce di Stephan, che si stende sul brano in una dialettica di luce e oscurità, di forte e piano, di yin e yang, davvero affascinante. Ci racconta così del suo dolore, della forza che chiede al suo "istinto spirituale" per affrontare le avversità della vita, e lo fa attraverso metafore evocative che richiamano un immaginario mitico e ancestrale: "Je lasserai ce soir / Les sirens envoutantes / Et les asters m'y guider / De leur triste chant / Dans les jardins de minuit / Où s'est arête le temps / Instinct spiritual / Donne-moi la force / D'embrasser / Les rigueurs de ce monde" ("Questa sera mi lascerò / Affascinare dalle sirene / E gli astri mi condurranno / Al loro triste canto / Nei giardini di mezzanotte / Dove il tempo si è fermato / Istinto spirituale / Dammi la forza / Di abbracciare / Le austerità del mondo"). Ho perso il conto di quante volte ho ascoltato questo brano meraviglioso, costruito in modo semplice ma incredibilmente ammaliante. La voce di Neige è davvero efficace nel trasmettere emozioni recondite, che vengono alla luce mentre ascoltiamo i passaggi più poetici, i riff più sentiti, le melodie più toccanti che fuoriescono da arpeggi figli della poetica di "Les Voyage De L'Ame" (il disco forse più stilisticamente simile a questo "Spiritual Instinct") e si riversano infine in una bellissima schitarrata distorta che potrei ascoltare per ore senza stancarmi mai e che mi ricorda quella finale, altrettanto epica, ascoltata in "La Traversée" dei Les Discrets. Questa volta il blackgaze alcestiano si avvicina pericolosamente all'atmospheric black metal più ispirato, e non si poteva chiedere un connubio migliore; la speranza è che anche il resto dell'album di attesti sui livelli di quest'opener meravigliosa.

Protection

Bene, già solo il riff di apertura della seconda traccia è sufficiente per fugare ogni dubbio: l'opener non era un caso isolato. Primo brano dell'album ad essere stato pubblicato, accompagnato da un elegante e suggestivo videoclip, "Protection - Protezione" rallenta un po' il tiro e si allontana dai territori black metal, ma continua tuttavia ad insistere sulle distorsioni e su ritmiche violente che, per quanto strano possa sembrare, non sfigurerebbero nemmeno in un disco post-hardcore. Anche stavolta le nostre orecchie riscoprono degli Alcest mai così smaccatamente "metal", grezzi e aggressivi, pur conservando una raffinatezza di fondo che emerge tanto nelle atmosfere quanto nella distesa voce di Neige, appassionato cantore di questo viaggio nel proprio inconscio. La ricerca dell'intimismo è il fattore chiave, e le difficoltà che il musicista francese ha dovuto affrontare nel periodo di composizione dell'album vengono dipinte nei suoi versi con tonalità oscure e fiabesche, diventano ombre e mostri contro cui combattere sullo sfondo di una notte che sembra non finire mai: "La nuit comme une toile suspendue / S'effondre / Et j'entends en moi / des ruggissements / Et je me débats / Contre les ombres / Qui nous transpercent / De part en part / Lames glaciales / pour affronter les fauves" ("La notte come una tela sospesa / Crolla / E sento in me / Dei ruggiti / E lotto / Contro le ombre / Che ci trafiggono / Da parte a parte / Lame glaciali / Per affrontare le bestie". "Le Voyage De L'Ame" resta anche stavolta il disco di riferimento con cui poter fare un paragone, ma la sua poetica sognante viene qui ridotta all'osso, alla sua radice essenziale, supportata da un'urgenza espressiva che rifugge ogni orpello in favore di uno stile diretto, spontaneo e genuinamente sentito; stessa cosa si potrebbe dire per le influenze di "Kodama", che qui sembrano accantonare le pretese atmosferiche per concentrarsi sull'essenza della melodia, sulla sua natura chitarristica nuda e cruda. Sembra quasi come se gli Alcest abbiano voluto farsi perdonare l'esperimento di puro shoegaze che fu "Shelter", come anche l'eccesso di tastiere in "Kodama", per ritornare alla loro profonda natura metal. E la ragazza apparsa nel suggestivo videoclip, che dopo un inquieto cammino nei meandri della foresta francese giunge su una spiaggia e inizia a danzare sulla battigia come fosse posseduta da spiriti maligni, è la perfetta rappresentazione del tormento interiore alcestiano, quello con cui Neige ha dovuto fare i conti prima di comporre queste nuove bellissime gemme.

Sapphire

Mai canzone degli Alcest fu più diretta e spontanea di "Sapphire - Zaffiro". Pubblicata subito dopo "Protection" e preceduta anch'essa da un indovinato videoclip che ritrae la band suonare tra giochi di luce e fumi che inondano l'aria, la terza traccia di "Spiritual Instinct" fonda la sua struttura su una densa linea di basso slabbrato e un riff dal sapore quasi grunge, sorprendentemente semplice e scarno per la musica degli Alcest, ma proprio per questo incredibilmente efficace. La linea melodica si sposa alla perfezione con il cantato di Neige, energico nella sua delicatezza, che supporta ruvidi riff di chitarra in palm-mute e una sezione ritmica sapientemente oliata. Le divagazioni atmosferiche, lungi dall'essere centrali come in "Kodama", rappresentano qui piuttosto un collegamento, un bridge tra il riff portante e un'apertura melodica rallentata e travolgente, che apre una voragine ai piedi dell'ascoltatore e lo fa avvolge tra le spire dei suoi saliscendi emotivi. Spigolosi arpeggi di derivazione post-rock vengono così abbracciati dalla voce corale di Stephane Paut, che questa volta abbandona le liriche nella lingua di Baudelaire per recitare versi improvvisati, emozioni trasmesse attraverso parole inesistenti. Si tratta di una tecnica peculiare che è stata utilizzata dagli Alcest anche in altri contesti, e che ricorda un po' il vonlenska dei Sigur Ros, quella lingua artificiale priva di senso ma estremamente suggestiva, inventata dalla band di Jon Birgisson per diventare parte integrante della musica, utilizzata soprattutto per l'album "()" e ribattezzata in italiano "speranzese" (traduzione italiana letterale dell'islandese "vonlenska"). Il lavoro di Winterhalter dietro le pelli, per quanto sia più semplice del solito, aiuta ad entrare nell'anima del brano, con una batteria secca e cadenzata che sembra più vicina al mondo alternative rock che non a quello shoegaze e black metal del combo transalpino. Perché questi sono in assoluto gli Alcest più "rock" che abbiate mai sentito, e se la sanno cavare egregiamente anche quando ritmica e riff distorti hanno la meglio su atmosfera e riverberi. Grandiosi. 

L'Ile Des Morts

"Sta mano po' esse fero e po' esse piuma" diceva un grandissimo e compianto Mario Brega nel film "Bianco, Rosso e Verdone" del 1981. Un aforisma che è subito entrato nel linguaggio comune dell'Italia post-anni '80, ad indicare un approccio ora dolce ora violento a seconda dei casi, e pochi modi di dire possono descrivere così bene una musica come quella degli Alcest, e in particolare di una canzone come "L'Ile Des Morts - L'Isola dei Morti", dal titolo che è un riferimento neanche troppo velato al quadro omonimo di Arnold Bocklin. Una barca tenta di raggiungere l'isola dei morti, ma non ci è dato sapere se mai ci arriverà. È proprio questo che affascina Neige: il mistero della morte, lo sconforto del non poter guardare oltre l'insondabile. E tutto questo viene rappresentato dalle sue note come fossero pennellate sullo stesso quadro del pittore svizzero. Ossessive incursioni elettroniche aprono il brano accompagnate da un distortissimo eco di chitarra, che raschia l'atmosfera prima di esplodere in un riffone che non sarebbe dispiaciuto agli ultimi Katatonia e che molte band metalcore e alternative rock si sognerebbero di scrivere la notte. Le atmosfere prendono subito il sopravvento, tra rallentamenti e aperture melodiche da brividi lungo la schiena, ma il tutto con una sensibilità molto meno pretenziosa che in passato e molto più "straight in your face", con accelerate improvvise e riff di rara visceralità. Questi sono gli Alcest del 2019, una band più incazzata e pregna di urgenza espressiva, ma sempre con un approccio artistico complesso e dalle mille sfaccettature. Per quanto il brano sia principalmente strumentale, la voce di Stephane Paut gioca qui un ruolo fondamentale nell'iniettare ingenti dosi di emozionalità nelle aperture melodiche, specialmente quando i tempi si dilatano, diventando più avvolgenti. Oscure immagini di un Ade decadente, in cui le anime solcano acque grigie e l'aria è pregna di tristezza, sono una metafora per la nostra lotta interiore, quella di un'anima che non si arrende alla gabbia della depressione ma cerca di reagire e di fuggire da quei luoghi emotivi a cui non sente di appartenere: "Les eaux grises / Nous emportent en silence / Au large des rives / Respirant la mélancholie / Enfermée / Dans nos corps de pierre / Maintenu prisonnier / Nous ne sommes pas / De cette terre / Nous ne venons pas d'ici" ("Le acque grigie / Ci portano in silenzio / Al largo delle rive / Respirando la malinconia / Rinchiusi / Nei nostri corpi di pietra / Mantenuti prigionieri / Noi non siamo / Di questa terra / Noi non veniamo da qui"). Se nel resto del disco erano le reminiscenze di "Les Voyages De L'Ame" a farla da padrone, qui tornano invece a galla i fantasmi di quel disco affascinante che fu "Ecailles De Lune", spogliato però della sua romantica malinconia, che qui diventa raffinata aggressività, un concatenarsi di riff che nuotano tra pugni in faccia e atmosfere sognanti e profondamente immersive. Neige stesso ha affermato in una recente intervista che il suo approccio compositivo nell'ultimo lavoro, per quanto fosse molto più dark e legato al metal rispetto al passato, si è sempre mantenuto su zone di equilibrio, su un bilanciamento forte/piano che consentisse all'ascoltatore di vivere il brano come fosse un lungo viaggio onirico tra le sue emozioni recondite. E bisogna dargliene atto: Neige è un compositore incredibilmente talentuoso, sebbene ogni tanto ripeschi qualcosa dal passato in modo un po' troppo derivativo. È questo il caso dei momenti finali di questo bellissimo brano, che assomigliano eccessivamente a quelli di "Ecaille De Lune Pt. 2", forse unico difetto che si riesce a intravedere in una traccia di così elevata fattura. Ma ad una musica così bella come quella degli Alcest non si può non perdonargli questo ed altro.

Le Miroir

A quanto pare non sono solo i Les Discrets ad essere stati influenzati dagli Alcest, ma anche il contrario; "Le Miroir - Lo specchio" sembra in effetti proprio un brano uscito dalla penna di Fursy Teyssier e soci, con il suo gusto campestre, le sue sonorità agrodolci in bilico tra il soave e il decadente, e quei fraseggi di chitarra riverberata che sembrano il suono acustico di un altro mondo. C'è infatti qualcosa in questo pezzo che riporta la mente in una dimensione onirica, in un contesto fìabesco, con una melodia dal sapore folk che probabilmente non sfigurerebbe in un videogioco come The Witcher o in qualche film fantasy sulla falsariga del Signore degli Anelli, magari nelle parti ambientate nella foresta degli elfi. Il brano parte con un ossessivo e incessante rullare di batteria, sostenuto da un fitto tappeto di distorsione crescente, prima di spezzarsi sotto il peso di un riff fortemente teyssieriano, che si ripete in cerchio per quasi tutto il brano. Gli ermetici versi di Neige, che qui si presenta con uno stile vocale se possibile ancor più dilatato, tirato ed atmosferico che nelle tracce precedenti, affronta il tema dello specchio come porta di accesso al nostro inconscio e al nostro mondo interiore, un mondo che appare dominato dall'oscurità, dove la luce non riesce a penetrare nelle viscere del nostro dolore emotivo e psicologico. Come già accennato nell'introduzione, "Spiritual Instinct" è probabilmente il disco più cupo e più doloroso mai composto dagli Alcest, ma è anche un disco colmo di speranza e desiderio di cambiamento, di voglia di vedere la luce in fondo al tunnel. Tutto questo appare cruciale già nella precedente "Iles De Morts" e ancor di più in questa "Le Miroir": "Je suis une image dans l'ombre / Un lieu vaguement ébloui / Au sein des profondes tenebres / C'est pourquoi je réfléchis / Le ciel d'azur et la lumière / Tout ce qui passe / Tout ce qui change" ("Sono un'immagine nell'ombra / Un luogo vagamente abbagliato / Dentro tenebre profonde / Perché io rifletto / Il cielo azzurro e la luce / Tutto ciò che passa / Tutto ciò che cambia". Brano estremamente atmosferico, che insiste principalmente su un unico riff ripetuto per tutta la sua durata ma che tra un minuto e l'altro cambia forma e subisce una continua evoluzione, "Le Miroir" è probabilmente stato pensato come una sorta di interludio per riprendere fiato lungo il cammino, e chiude il suo sipario con un delicatissimo arpeggio di chitarra liquida che ricorda molto da vicino quelle avvolgenti sensazioni che avevamo provato in un album come "Ecailles De Lune" e che, per chi ama gli Alcest, sono ancora ben impresse nella memoria e in fondo al cuore.

Spiritual Instinct

Ed eccola qui che ritorna, l'improvvisazione. Quella strana lingua inesistente inventata dagli Alcest che, sulla falsariga del vonlenska islandese dei Sigur Ros ("speranzese") potremmo definire in francese "espoiren". Questa volta la voce di Neige, libera dall'imperialismo delle liriche, diventa un vero e proprio strumento, in un contesto in cui i suoi vocalizzi si fanno parte integrante del tappeto sonoro, e accompagna il lavoro di chitarra e batteria come se fosse la melodia di una tastiera fatta di carne e sangue. Per l'epilogo dell'album, Neige ha pensato bene di concentrare i suoi sforzi in un lavoro che fosse non solo una summa delle sonorità più atmosferiche di tutto "Spiritual Instinct" (il disco), ma anche un vero e proprio concentrato di tutta la sua musica, in una title-track avvolgente che richiama in ogni momento la sensibilità alcestiana più autentica e genuina. Non per niente potremmo dire che un brano come questo "Spiritual Instinct - Istinto spirituale" potrebbe senza problemi appartenere a quasi ogni album della band transalpina, e forse persino in "Shelter" data la totale assenza di scream vocals: le chitarre liquide negli arpeggi iniziali non possono non riportare alla mente "Ecailles De Lune"; ci sono riff cadenzati ed evocativi che ricordano quelli di cui era pregno "Souvenirs d'une autre monde"; ci sono le aperture melodiche celestiali del già citato "Shelter"; ci sono rallentamenti distorti che avrebbero fatto la gioia degli ascoltatori di "Les Voyages De L'Ame"; vi si trovano atmosfere soffuse, suoni di batteria ovattati e vocalizzi celestiali che avrebbero fatto una splendida figura in "Kodama"; e soprattutto, tutto è suonato con una spontaneità ed una naturalezza che è la caratteristica principale e dominante di questo "Spiritual Instinct". Una canzone "totale", insomma. Un brano che farà godere come non mai ogni fan degli Alcest, a prescindere da quale sia il suo album preferito, e che ha come unico difetto di essere troppo derivativo, di subire quella tendenza al "déjà vu" con cui più o meno tutte le band arrivate ormai arrivate al sesto disco in carriera, se non prima, si trovano a dover fare i conti. Ma è un difetto del tutto irrilevante per chi apprezza l'arte di Neige a 360 gradi, e per chi non è mai sazio di queste sonorità così toccanti e sapientemente avvolgenti. Una degna conclusione.  

Conclusioni

Ok, tentiamo un paragone ardito. Avete presente Dragon Ball? Se il buon Goku aveva dovuto faticare parecchio per riuscire a superarsi, allenandosi e allenandosi ancora, finché non riuscì ad oltrepassare i suoi limiti e diventare Super Sayan, il suo primogenito Gohan possedeva nel suo DNA le caratteristiche giuste per diventare ancora più forte del suo vecchio, riuscendo con il giusto allenamento a superare il primo livello del Super Sayan per approdare così al secondo; il secondogenito Gotenks si trovò invece la strada ancora più spianata da un patrimonio genetico che era tutto un programma, e già in tenera età fu in grado, con la massima naturalezza, di raggiungere vette di potenza per cui il padre aveva impiegato anni e anni di duro addestramento. "Spiritual Instinct" è un po' come Gotenks: se i primi lavori degli Alcest tradivano un costante lavoro di ricerca e sperimentazione sonora, agli albori di quel blackgaze ancora in fase embrionale, i successivi "Voyages" e "Kodama" avevano già dalla loro una poetica ben definita, che senza troppo sforzo riuscivano a incanalare in una musica sorprendentemente intensa, capace di strapparci dal cuore le emozioni più viscerali; ora, giunti al 2019 e dopo quasi dieci anni di carriera, per il nuovo album la parola chiave diventa naturalezza, spontaneità, genuinità. Neige sa bene chi è e cosa vuole, ha raggiunto il massimo livello possibile della sua arte e riesce senza fatica a trovare il giusto equilibrio tra la terra natale del black metal e la casa adottiva dello shoegaze. Altra parola chiave, questa: equilibrio. Come già annunciato in diverse interviste, il processo compositivo di "Spiritual Instinct" si è giocato tutto su un continuo bilanciamento tra riff che continuavano a uscire dalla sua penna sempre più oscuri, cattivi e profondamente metal, e quel lavoro di ricerca melodica che lo ha portato ad arricchire i brani di atmosfere sognanti e arpeggi seducenti. Mai nella sua carriera questo processo è uscito fuori in modo così autentico, così spontaneo; l'urgenza espressiva (che diventa così urgenza compositiva) di Neige è ravvisabile in ogni singolo riff, in ogni passaggio, in ogni accelerata, in ogni vocalizzo. Tutto in "Spiritual Instinct" grida libertà e voglia di suonare senza soffermarsi per mesi su un superfluo labor limae. È indubbio che il processo compositivo dell'album sia stato un vero e proprio momento catartico per il caro Stephane, che ha ammesso a più riprese di non aver passato dei bei momenti prima delle registrazioni, esorcizzando i suoi demoni interiori attraverso la scrittura dei nuovi brani. È questo il motivo principale per cui il nuovo album suona così "metal", così spontaneo e così intenso, e ogni ragionevole preoccupazione su un ammorbidimento commerciale (compositivo più che sonoro) dovuto al passaggio su Nuclear Blast è fugato: gli Alcest del 2019 sono ancora una band in grado di farci viaggiare con la mente, di portarci su mondi lontani e di scrivere una musica complessa, ricca di sfaccettature e che non si piega a nessun compromesso di sorta. È il blu scuro il colore dominante, quello che troviamo sull'elegante copertina come sfondo a una sfinge austera, pacata ma implacabile, che rassicura ma al contempo mette inquietudine, proprio come la musica della band. Un colore profondo, questo blu, impenetrabile, come quello del Mediterraneo che si staglia all'orizzonte nel sud della Francia: Neige non ha mai fatto mistero di considerare il mare un vero e proprio toccasana per l'anima, un taumaturgo in grado di curare il male interiore che lo affligge e che lo fa sentire meglio già solo guardando le onde che si infrangono sulla battigia. Il videoclip di "Protection" è emblematico in tal senso, e la ragazza protagonista, che si agita come fosse posseduta dai suoi tormenti, che lotta con sé stessa sulla spiaggia finché il mare non la porta in salvo, è la perfetta rappresentazione dell'animo di Neige nell'epoca contemporanea. Questo è "Spiritual Instinct": un viaggio salvifico. Un viaggio fatto di riff possenti, densi di catartica aggressività, ma anche di atmosfere sognanti, di arpeggi delicati, di voci celestiali che ci cullano come onde di quello stesso mare. Se qualcuno dovesse parlare di mancanza di coraggio, di adagiamento sugli stessi stilemi del passato, significa che non ha ben compreso la materia di cui è fatto "Spiritual Instinct": non una vera evoluzione, non un disco di transizione, né tantomeno un semplice "more of the same" che resta ingabbiato in strutture blackgaziane di cui non si riesce più a liberarsi; "Spiritual Instinct" è invece la rappresentazione di un'arte, quella di Neige, ormai perfettamente cosciente delle sue infinite possibilità espressive e in grado di produrre note, riff, canzoni ed emozioni senza starci più troppo a pensare, ma in modo diretto, naturale, intimamente sentito. Il raffinato romanticismo di "Ecailles" e di "Kodama", come anche quella sensibilità fanciullinesca di "Souvenirs" e di "Voyages", vengono ora superati in un lavoro che riesce a inglobare tutto, ma proprio tutto ciò che ha reso Alcest quello che è, e a sputarcelo in faccia con violenza, con uno shoegaze colmo di aggressività e un black metal fatto di onirica delicatezza, due facce della stessa medaglia che possono scambiarsi di ruolo a piacimento, due materie che ormai sanno rincorrersi e integrarsi a vicenda come fossero entità vive, ormai piegati integralmente ai voleri di Neige, che dopo diversi album ha imparato a modellarli come creta nelle mani di un esperto vasaio. E l'intimismo, se primo era vissuto con garbo e delicatezza, stavolta viene sbattuto nudo e crudo in faccia all'ascoltatore, attraverso distorsioni ruvide, linee di basso slabbrate e una batteria secca che non fa sconti a nessuno. Questi sono gli Alcest del 2019, e ci piacciono come i vecchi, se non di più. Certo non è questa la quadratura del cerchio, non ancora. Non è il lavoro definitivo della band francese. Ma in fondo poco ci interessa, e abbiamo ormai imparato ad apprezzare la musica di questa magica band transalpina per quello che è: un continuo caleidoscopio di intense emozioni. Meraviglioso.

1) Les Jardins De Minuit
2) Protection
3) Sapphire
4) L'Ile Des Morts
5) Le Miroir
6) Spiritual Instinct