AIRBOURNE

Runnin' Wild

2007 - Capitol Records

A CURA DI
MATTEO PASINI
17/03/2016
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Il fortunato esordio degli Airbourne, avvenuto nel 2005 con la pubblicazione dell'EP autoprodotto "Ready To Rock", consente ai quattro ragazzi australiani di trasferirsi di continente, e finire quindi negli U.S.A. dove hanno la possibilità di mettersi al lavoro per incidere il primo vero e proprio album della loro carriera. Così nel 2007 prende vita Runnin' Wild, la cui produzione viene seguita dal leggendario Bob Marlette, e che verrà comunque pubblicato nella terra natia nel giugno dello stesso anno, nonostante la Capitol Records abbia annullato il contratto stipulato con il gruppo solamente poco tempo prima, e tutto questo avviene grazie alla EMI.  La band prosegue imperterrita nel proprio credo fatto di rock 'n' roll semplice e diretto, con una componente di divertimento assicurata. La giovane età del quartetto è fondamentale in tutto questo, perché l'energia che si avverte fra le note di questo album ha una natura importante, quasi devastante, nonostante si possa dire che siano dei cloni dei celeberrimi AC/DC, non si può togliere dei meriti ad un gruppo che vuole tenere in auge del puro rock. In fondo l'atmosfera in cui ci imbatteremo nell'ascolto dell'album sarà elettrizzante e coinvolgente, senza troppi fronzoli o arzigogoli di contorno, solo il suono di una chitarra forte e decisa, ed una voce acida e pungente, quest'ultima ricorda in maniera prepotente il primo frontman dei colleghi e connazionali AC/DC, e sto naturalmente parlando dell'indimenticabile Bon Scott. I fratelli O'Keefe quindi continuano a guidare con estrema decisone il gruppo nel mare delle moltitudini di band che vogliono affermarsi a  livello internazionale, senza perdere la bussola del controllo e rimanendo ben saldi nelle loro posizioni e convinzioni; di conseguenza il marchio di fabbrica, che si era già apprezzato nel precedente lavoro, rimane forte e persistente, con una parte ritmica puntuale e decisa, dove il basso e la seconda chitarra riescono a risultare sempre puntuali e cadenzati,  che consente all'ascoltatore di stare sempre dentro il pezzo e da' una notevole forza all'ambientazione musicale, e come detto precedentemente la chitarra di Joel O'Keefe riesce a imporsi con degli assoli che per certi versi ricordano quelli di Angus Young, veloci e determinati riescono a salare il contesto e a renderlo decisamente più appetibile, rimarcando ancora una volta la voce quasi ubriaca e strascicata che ti getta in ambienti southern. La macchina degli Airbourne si è messa decisamente in moto, questo album riuscirà con la sua immensa semplicità a stimolarvi canzone dopo canzone, seppur ogni traccia alla prima impressione paia molto simile una con l'altra non vi tedieranno, anzi, riuscirà a coinvolgervi e a farvi quantomeno battere un piede a terra durante l'ascolto, poiché la formula proposta dalla band è decisamente vincente. La decisione di impostare l'album con delle tracce rapide e veloci, di breve durata, difatti si aggireranno sempre intorno ai quattro minuti, consentono al lavoro di scorrere liscio e senza intoppi e mantiene sempre alta la soglia d'attenzione dell'ascoltatore. Questo è un punto importante che gioca a favore della band, a cui non importa di dare un impressione di tecnica elevata, anche se bisogna dire che gli strumenti li sanno suonare, eccome. Non si può assolutamente negare la loro capacità nel maneggiare le loro armi da battaglia, seppur non importa di sembrare dei professoroni delle strumentazioni, semplicemente importa di fare del sano e genuino rock, e per chi è nostalgico, per chi stravede per gruppi come gli AC/DC, ha sicuramente trovato pane per i propri denti. Un album che per certi versi si presenta ideale come da viaggio, musica da mettere a palla mentre si sfreccia veloci con la propria auto e si cerca di canticchiare ad alta voce per darsi la giusta carica ed affrontare con la giusta determinazione i chilometri che si hanno davanti. I testi poi sono sempre diretti e simpatici, non si parla di malinconia o avversioni della vita, solo della voglia di fare baldoria, bere, fumare, correre urlare, cantare, insomma tutto quello che si cerca da fare quando si è giovani e spensierati, senza pensare ai continui problemi  che ci si possono parare davanti, lasciando quindi spazio e tempo allo svago personale, e questo unito ad una ritmica di tutto punto, dove si conferma ancora una volta preziosissimo l'apporto del duo Roads (chitarra ritmica) Street (basso), ed anche grazie alla batteria di Ryan O'Keeffe, che non offre particolari atteggiamenti sfavillanti, ma che comunque riesce a riempire l'aria col suono delle sue percussioni, diventa un cocktail esplosivo pronto da gustare ed assaporare fino all'ultimo sorso. Oltretutto i continui e ripetuti assoli di chitarra portati da Joel O'Keeffe danno un senso di pienezza ad ogni canzone e gettano ulteriore benzina sul fuoco incendiando la voglia di rock 'n' roll! Questa è una delle caratteristiche che più riesce a coinvolgere l'ascoltatore, dando una scossa di adrenalina devastante! Bando ad ulteriori indugi però, la fiamma gargantuesca del Rock'n Roll comincia già ad ardere dentro il nostro petto, quando infiliamo il CD nel lettore e ci immergiamo a piene mani nel primo full lenght targato Airbourne.

Stand Up For Rock 'N' Roll

L'atmosfera elettrica che i quattro australiani riescono a ricreare vi terrà sicuramente svegli, senza stare a perderci in troppe ciance iniziamo ad affrontare "Runnin' Wild" traccia dopo traccia partendo proprio da quella di apertura che non poteva che intitolarsi Stand Up For Rock 'N' Roll ( In Piedi Per Il Rock And Roll), la traccia riassume il concetto e l ostile di vita della band stessa: il Rock è al centro dell'esistenza, è l'unico motivo per il quale ci si alza il mattino, pronti ad accendere gli amplificatori, ad aprire una birra e a suonare tutto il giorno, agitando la testa mentre le dita scorrono veloci sulla tastiera della propria chitarra o mentre le pelli della batteria tremano sotto i colpi del proprio padrone. La band ci invita al suo banchetto fatto di baldoria e musica, quest'ultima viene messa al centro di tutto, tant'è che deve essere ascoltata fino a che le orecchie non sanguinino, perché il Rock deve entrarti dentro, deve diventare la tua ragione di vita, deve essere l'unica cosa che ti fa andare avanti, l'unica cosa che è in grado di darti voglia di esistere in un Mondo sempre peggiore, il rock deve essere visto e vissuto come l ostile principale, quello che ti fa mandare a quel paese ogni cosa. Un intro un po' diverso da quello a cui la band ci aveva abituato, quasi oscuro e cadenzato, che per alcuni tratti ricorda, e non voglio essere blasfemo, le atmosfere tetre dei  Black Sabbath, ma che poi esplode nel classico Rock, pronto ad essere trascinante e dirompente dove la componente ritmica diventa quasi assillante, pronta ad arpionare l'ascoltatore con tenerlo stretto a sé, in modo da lavorarlo ai fianchi mentre la voce rauca di Joel continua ad urlare imperterrita le frasi d'amore verso questo genere musicale, con una parte cantata che verte sempre su frasi brevi ed incisive, e che si lascia andare quasi ad un vomito nella conclusione, come ad aver dato tutto quello che si aveva in corpo e a non riuscire più a reggere lo sforzo.  L'assolo portato poi dalla sua sei corde è come sempre sferzante e coinvolgente e riesce a dare quell'accelerata decisa e poderosa al contesto, come da schema tipico in una classica canzone Hard Rock. 

Runnin' Wild

Proseguiamo con la title-track  Runnin' Wild (Corsa Selvaggia): inizio spigliato per la parte strumentale a cui si accoda immediatamente la voce di Joel, il basso borbotta come una pentola di fagioli in sottofondo, la batteria viene picchiata con violenza e decisione, insomma si parte con il botto, lanciati in un ambientazione divertente e spensierata, dove la chitarra solista prende talvolta il sopravvento andando ad inscenare riff che la mettono al centro dell'attenzione, d'altronde è abbastanza evidente quanto voglia essere messa in risalto, in modo da conferirle notevole importanza. Le cinque corde hanno però un ruolo molto importante in questa song, difatti si sente come esse scorrano veloci e ti sussurrino all'orecchio il loro motivetto. Come sempre la parte cantata è breve ed incisiva, a testimonianza di come la band voglia imporre una ritmica determinata e mai troppo prolungata, cercando di dare forza al contesto con parti che incarnino l'essenza del rock, l'incisività è il pezzo forte del brano, riesce a colpirti senza stancare, in modo da proseguire sulla falsa riga che gli Airbourne si sono proposti di seguire. La canzone narra di un personaggio che vuole evadere dalla monotonia della sua vita, vuole lasciare alle spalle tutte le costrizioni, a partire dalla situazione amorosa, che lo hanno attanagliato, e così prende la decisione drastica di tagliare i ponti con tutto ciò che lo rende infelice, sale a bordo della sua auto, dito medio e sfreccia via, veloce e lontano, per cercare se stesso ed un futuro migliore. La rabbia scorre possente nelle vene, e soltanto un urlo liberatorio ed una folle corsa la possono placare, non importa se la sua assenza verrà pianta dagli altri, perché questo è l'unico modo che ha per essere felice e togliersi di dosso tutte le frustrazioni accumulate, infatti ripete in maniera quasi ossessiva: "lasciami libero e selvaggio", questa è l'unica via di fuga che sente dentro se stesso, questa è l'unica via di scampo! Mi viene quasi da pensare ad un urlo alla Brave Heart: Libertà! La canzone venne ai tempi correlata anche di un divertente videoclip, in cui i nostri australiani suonavano all'impazzata dentro un tir munito di casse amplificate e tutto il necessario, ma la vera sorpresa è che a guidarlo troviamo il compianto Lemmy, fondatore, leader carismatico e mente dietro ai Motorhead. 

Too Much, Too Fast, Too Young

Arriviamo quindi alla terza traccia, che è fra l'altro uno dei singoli estratti, ovvero Too Much, Too Fast, Too Young (Troppo, Troppo Giovane, Troppo Veloce), canzone che risulta quasi di denuncia, va a ripescare lo spirito ribelle ed anticonformista del Rock, quel genere musicale che aveva accompagnato i movimenti di dissidenti negli anni '60. Bene questa canzone è un invettiva verso l'ipocrisia del Mondo, verso le costrizioni a cui siamo legati, tutte le infamie che dobbiamo subire. Appurato ciò, questo è il momento della ribellione, perché la vita è troppo breve per sottostare a determinati canoni imposti dagli altri. "Siamo troppo giovani e tutto scorre così veloce" recita in sostanza il testo, e quindi in virtù di tutto ciò è ora di prendere in mano con decisione le briglie della vita e cercare di cavarne qualcosa di importante.  Intanto che riflettiamo su tutto questo un buon drink ci può sempre accompagnare, per cercare di alleviare il dolore che ci pervade, e darci quell'attimo di tranquillità in una giornata vissuta fra il caos di una vita frenetica e stressante.  Apertura dedicata alla sei corde di Joel che spacca in due l'aria con un riff deciso e granitico, indice di una canzone potente, la band vuole mettere spalle al muro l'ascoltatore, e subito si accodano gli altri strumenti, il basso in primis che si comporta in maniera impeccabile, da profondo sostegno alla sua struttura con una sequenza ritmica di ottimo livello, sembra fondamentalmente un duetto fra questi due strumenti, con nel mezzo la voce, sempre ubriaca e acida, pronta ad urlare tutta la rabbia repressa, questo è un altro tema che la band sfodera sovente, divenendo quasi il marchio di fabbrica. La canzone in generale verte su ritmi più compassati, assolo a parte che a metà della stessa la spacca in due, per poi far riprendere con vigore il ritornello, durante quest'ultimo il batterista stringe forte le bacchette e inizia a dar segnali concreti di vita martellando le sue pelli, poiché finora la sua presenza si era avvertita in maniera secondaria. Uno schema piuttosto classico per la band, che comunque riesce ancora una volta ad essere dannatamente incisiva e presente. Anche questa traccia venne corredata di clip musicale, ma nettamente più scarna della precedente; abbiamo i membri del gruppo che, nel più puro stile Hard Rock, suonano in un enorme capannone contornati da luci, nessun fronzolo, nessun ricamo, solo l'energia della loro musica e gli strumenti schierati in prima linea. 

Diamond In My Rough

Giungiamo quindi a Diamond In My Rough (Diamante Grezzo), dove l'ingresso della parte strumentale avviene all'unisono, grande puntualità, come sempre, del duo ritmico basso-chitarra, che inizia a dare sostanza e corpo a questa song; la batteria si intrufola nel contesto con una maggiore presenza scenica rispetto alle credenziali che questa band aveva finora espresso, anche se il gioco che fa è quello classico di questa band, sfoderando un tempo abbastanza uguale durante tutta la durata del brano. Diciamo che non è lo strumento di punta del gruppo, ma è comunque un valido sostegno ed un degno metronomo. La canzone è abbastanza contenuta, ci aggiriamo intorno ai tre minuti circa, e difatti, viene conclusa dall'assolo di Joel, che è immancabile come sempre. Probabilmente questo è il pezzo meno creativo, va benissimo la semplicità e l'essere diretti, ma qui si cade un pochino nel banale, non c'è un qualcosa che dia la carica necessaria, e forse va un po' a smontare il lavoro fatto in precedenza. Il brano racconta di una ricca ed affascinante ragazza che potrebbe avere qualsiasi giovine che desideri, visto il numero considerevole di spasimanti che le fanno la corte, ma fra tutti questi lei sceglie il personaggio povero ma determinato, che la riesce a rendere felice, soprattutto fra le lenzuola di un caldo letto. Lui dice chiaramente che più di questo non può offrirle, se non se stesso ed il suo essere un "diamante grezzo", perché sotto la corteccia di un povero ragazzotto in realtà si cela un principe in grado di soddisfare appieno i suoi desideri. Un modo un pochettino terra terra di raccontare una storia d'amore, che secondo i film della Disney sarebbe favolistica, ma che rispecchia lo stile della band, che tratta questo tema come uno dei principali, inteso come il rapporto carnale fra uomo e donna, risultando diretti e spregiudicati anche nei testi oltre che nella parte musicale, e questa è una cosa veramente apprezzabile. Visto che in fin dei conti, ciò che realmente importa è la vita nuda e cruda, senza questi arzigogoli e pantomime che spesso ci dipingono.

Fat City

Fat City (Città Grassa), è la quinta track di "Runnin' Wild". Spazio alla chitarra che inscena nuovamente un riff spacca tutto, quasi a voler dire: "ei, ora statemi a sentire!", attira l'attenzione su di sé, facendo poi smarcare i suoi compagni d'avventura, in modo da condurli agevolmente verso la gloria personale. Si fa quindi vedere una batteria puntuale, decisa, che esegue alla perfezione il suo compitino, senza però esagerare o lasciarsi andare a qualche sfaccettatura particolare, il basso risulta anch'esso più lento del solito, chiaramente si è deciso di impostare il brano su ritmi più cadenzati, ed anche le sei corde si comportano nel medesimo modo, fino a che quella di Joel parte con i suoi assoli, che in questa canzone poi sono particolarmente accattivanti, come a voler descrivere attraverso le note una città peccaminosa. Come sempre la voce di Joel è tagliente, il frontman segue i dettami del buon vecchio caro rock 'n' roll, di certo le sue qualità vocali non sono eccelse, ma riesce ad addentrarsi nel personaggio conturbante e combattuto, con questo stile dannato e perduto. Questa canzone mi ha fatto venire in mente Sin City, prima celebre fumetto e poi divenuto qualche anno fa film, in questi vengono narrate le vicende di vari personaggi che si intrecciano fra loro e sullo sfondo appunto questa Basin City, la Città del Peccato, dove la peggior feccia vi risiede, dove qualsiasi cosa contraria alla morale è all'ordine del giorno. Ecco le vicende narrate nella song mi hanno portato a pensare proprio a questo, alla notte che parte dando un morso ad una dolce ciliegia, per finire in un escalation di peccaminose avventure, dal bere sfrenato, ai rapporti sessuali con la prima incontrata, insomma, una serata di bagordi dove tutto è concesso e dove ci si infischia allegramente delle regole, e questa avventura continua in maniera imperterrita senza arrestarsi, senza avere un minimo di freno. Perché questa è una notte nella quale tutto è concesso, e se è così, pare stupido non approfittarne e concedersi questo giro di lussuria e perversione, con l'alcool che gira a mille nelle vene e la prima pupa da prendere sottobraccio. 

Blackjack

Ora siamo a Blackjack (Blackjack), celebre gioco di carte, che miete numerosissime vittime nei casinò, una sfida continua fra il giocatore ed il banco, dove il secondo molte volte ha la meglio. Come appunto nel caso di questa canzone, dove il nostro ha sperperato una fortuna al tavolo verde attirato dall'idea di riuscire a portare a casa un consistente malloppo e godersi una serata di eccessi "gratuiti", ma così non è stato, perché la fortuna lo ha clamorosamente abbandonato, nel cercare disperatamente di recuperare tutte le puntate andate a male prova e riprova alzando la posta in palio, andando però sempre male.  La reazione del nostro è quella di paragonare il gioco ad una calda signora che ti fa cadere in tentazione e piano piano ti divora e ti spedisce all'inferno senza neanche accorgertene; solo quando è il momento di pagare il conto si realizza il danno a cui si è andati incontro, anche se il brivido del rischio provato durante la partita è l'unica cosa che un po' allieta la cocente sconfitta e il conseguente esborso di denaro. Un intro da una chitarra che ha le sembianze di un' acustica prepara il terreno per l'ingresso spigliato del resto della banda, la batteria aumenta decisamente i giri, e inizia a correre seguita dagli altri. L'intento è quello di simulare il battito cardiaco, il momento di tensione assoluta, l'attesa spasmodica di sapere se si è vinto o meno, di conseguenza il basso parte a razzo e segue i tamburi, la parola Blackjack recitata più e più volte, come se il gioco sia divenuto una droga a cui il proprio corpo non può più rinunciare. Direi che la song risulta efficace, ben studiata, un ottimo collegamento fra testi e musica, riesce a dare in toto l'idea dell'argomento, riesce a colpire con un ritmo accattivante e veloce, non da' tregua e non ti molla fino alla fine, con il ritornello ripetuto in maniera spasmodica al termine del brano, quasi a voler indicare l'effetto della droga del gioco d'azzardo sulla mente del poveretto. 

What's Eatin' You

What's Eatin' You (Cosa TI Sta Mangiando) è la prima canzone della seconda parte dell'album, ed inizia in maniera accattivante e seducente. In sottofondo una batteria ritmata duetta con una sei corde solista che imposta un riff che rientra a pieno nel repertorio degli Airbourne. Questo schema perdura incessante fino al momento del ritornello, dove anche il duo chitarra ritmica-basso fanno finalmente il loro ingresso in scena. Struttura tutto sommato semplice e concisa, ma questa non è una novità assoluta, e che da' spazio e visibilità ad una voce lacerata dal dolore, il lamento di Joel sembra venire dal profondo dell'animo, e per questo motivo ritengo sia stata fatta la scelta di puntare tutto su di lui, oltre che sul consueto assolo che riesce a dare un po' di vigore ad un ambiente che altrimenti sarebbe parso abbastanza monotono da un punto di vista strumentale. Infatti anche la chitarra solista non rilascia una prova entusiasmante, quasi a volersi spegnere lentamente nel proprio dolore. La sensazione che ciò che di male hai fatto ti sta tornando in qualche modo indietro, ecco in questo caso sembra che un torto a livello amoroso fatto ti si stia ritorcendo contro con la stessa moneta, e sei costretto a pagarlo a caro prezzo, a vagare in una landa desolata a correre fra le fiamme dell'infero per sfuggire a questo supplizio che ti è piombato sulla testa e che non ti molla più, forse facendoti rimangiare le mani per la cazzata che hai fatto prima, iniziando a credere nel karma, per il quale le cattive azioni prima o poi ti tornano indietro come un boomerang e ti colpiscono quando meno te lo aspetti. In fondo è come un cerchio dal quale non si può sfuggire, ci si gira dentro sempre in tondo, ma non si ha un punto di svolta e alla fine si ritorna al punto di partenza, dove il peccato commesso ti si parerà davanti e capirai che non avrai più scampo allora, e così ti ritroverai faccia a faccia con il male procurato, e solo allora ti sarà ben visibile e chiaro.

Girls In Black

Ottava traccia è Girls In Black (Ragazze In Nero), ed offre una contrapposizione netta a livello musicale rispetto alla precedente traccia, poiché l'inizio è decisamente una esplosione di schegge, in prima linea tutti gli strumenti vengono schierati, entrando all'unisono. Ci si para davanti un'ambientazione musicale gagliarda e sfrontata,  tutta la parte strumentale entra insieme in scena come abbiamo detto, ed offre una prestazione aggressiva e ricca di mordente, il giro di basso è notevole, imprime il giusto ritmo per lanciare al galoppo i propri compari, la stessa cosa avviene per la batteria che cerca di stare dietro alla cinque corde, offrendo qualche variazione quando il suo uomo ne fa vibrare i timpani dando un'ampiezza sonora apprezzabile. I soliti assoli da parte della sei corde solista poi amplificano ulteriormente la canzone, rendendola ancora più corposa alle nostre orecchie, la durata è come sempre brevilinea, ma l'effetto che porta è diametralmente opposto, poiché l'impostazione della velocità le consente di apparire coinvolgente ed orecchiabile, tant'è che si ha l'impressione che finisca molto prima del tempo reale che essa ha come durata, questo è un indice che fa ben pensare. Il giro dei Night e dei posti di svago per soli adulti è il centro nevralgico di questa track, che racconta il viaggio verso i luoghi di perdizione, dove si si vuole si ottiene tutto ciò che si desidera, basta pagare. Ecco, questo è un argomento che potrebbe suscitare un notevole dibattito, ma che i nostri citano con disinvoltura e facilità, come del resto fanno per qualsiasi altro discorso, non scendono mai nei particolari, evitano di narrare tutto quello che avviene in questi posti, ma citano solamente tre aspetti fondamentali: bottiglie di vetro, ragazze e soldi, tutto ciò fa pensare ad un profondo disagio e alla voglia di gettarlo alle spalle in una notte diversa, dove con una mazzetta di banconote in mano si può fare un po' quel che si crede senza troppe remore e moralismi di sottofondo. Ecco, appunto, i nostri evitano sempre di scadere nei consueti stralci della morale, ed in sostanza ci dicono di fare un po' quello che ci si sente dentro, un altro tassello che fa capire la spensieratezza anche sui temi più delicati ed in genere più difficili da affrontare, questi ragazzi ti sputano in faccia la realtà senza badare troppo alla forma.

Cheap Wine & Cheaper Women

 Adesso è il momento di Cheap Wine & Cheaper  Women (Vino Economico & Donne Più Economiche), nona traccia di quest'album; il personaggio vaga disperato perché afflitto dal crepacuore,  la delusione amorosa che lo ha colpito è stata devastante e lo ha lasciato senza fiato e respiro, e allora in attesa che la notte cali su di lui continua a girare avvolto dai pensieri, fino a che il buio cala profondo ed allora decide di sfogare le sue frustrazioni in donne e alcool. Il sentimento di malinconia è talmente persistente che si accontenta delle prime cose che capitano sotto braccio, perché per lui in questo momento è soltanto importante sbronzarsi e trovare una donna che lo avvolga fra le sue braccia, e che lo trascini fra le calde lenzuola del suo letto per una folle e passionale notte d'amore, solo questo vuole, nient'altro. Una sorta di metafora, notte intesa come la parte più dura da affrontare, quella dove affiorano i pensieri, ed alba come la rinascita, solo che per arrivare ad essa ci vuole forza e coraggio, ed il nostro  li trova in queste due componenti, non importa la qualità che essi hanno importa, solo che ci siano. Un basso profondo, quasi scrutatore dell'animo fa da apripista per questa nuovo slot, dove per una volta le chitarre vanno in secondo piano, soprattutto quando la parte cantata entra prepotentemente in scena; seppur infatti la parte rauca interpretata da Joel venga sfoderata per lo più durante il ritornello, essa appare come il punto nevralgico conteso fra basso e batteria, poiché sono questi due strumenti le componenti principali su cui si basa la struttura musicale dei nostri. Mentre le due chitarre si fanno largo nel contesto soltanto durante il ritornello, e per dare qualche sferzata vitale durante la canzone. Come sempre l'assolo di Joel  arriva al momento giusto ed è fatto nella maniera più corretta possibile, inanellando una serie di riff incastrati fra loro e con pochi ricami sopra. Tutto ciò consente anche di creare un importante break alla traccia, oltre che conferirle maggiore forza ed un diversivo importante, giusto per non farla finire in una monotonia che può diventare scontata, in questi casi l'ingresso della chitarra solista ricorda molto le performance di Young, piede che batte sul palco e note lanciate a profusione. La track si chiuderà, come spesso accade, con il ripetere ossessivo del ritornello e l'increscere della parte strumentale.

Heartbreaker

Siamo quasi in chiusura, ed arriviamo quindi alla decima traccia, Heartbreaker (Cuore Spezzato), titolo abbastanza eloquente e che lascia poco spazio ad immaginazione e fantasia,. Va infatti a raccontare la storia di un ragazzo con il cuore spaccato in due per una delusione d'amore; la ragazza non lo vuole più, e lui cerca, implorando di convincerla a concedergli ancora una notte insieme, perché il desiderio che anima il suo spirito, e diciamocela tutta, anche il suo corpo, anzi, probabilmente è proprio la seconda cosa che manca di più a questo giovanotto di belle speranze. E'  una situazione troppo grande da affrontare, non bastano le lunghe passeggiate in solitario sotto la Luna a farsela passare, non basta cercare svago in altro, perché il pensiero di lei è persistente e duraturo, non lo molla un solo istante. Come si suol dire, ci si accorge dell'importanza di una cosa quando la si ha definitivamente persa, forse è questo il pensiero che dimora nella mente del personaggio, e che lo spinge ad implorare pur di riavere indietro la sua amata. Una sostanziale novità viene portata in questa canzone, la voce di Joel abbandona quasi interamente l'incedere rauco e graffiante, per lasciare spazio ad un interpretazione con più patos e emozione. Per il resto ci troviamo di fronte ad un classico schema rocker, dove l'assolo di chitarra da un senso di pienezza alla traccia che viene sostenuta dalla consueta parte ritmica, sempre precisa, pulita e puntuale e da una batteria che regge l'impalcatura andando sempre alla stessa velocità, dove le chitarre riassumono la leadership andando ad attaccare con una riffage decisa e concisa. Fra l'altro questa canzone subisce un improvvisa accelerata proprio dopo l'assolo, un cambio di ritmo che fa venire le palpitazioni, quasi a simulare il battito cardiaco di un cuore infranto o vicino allo scoppio, con la parola cuore spezzato ripetuta fino allo sfinimento, come a voler dare sempre più linfa e potenza al senso di tutta la canzone e dello stato d'animo del personaggio di cui parla.

Hellfire

Siamo giunti quindi alla conclusione con Hellfire (Fuoco Infernale), e con un titolo simile non potevamo che aspettarci una song aggressiva, veloce e dinamica, ed è proprio quello che accade. Tutto il gruppo decide di perpetrare l'ultimo sforzo e si scaglia con veemenza su un ipotetico palco, in questo caso la potenza sonora è davvero a mille, i quattro si scatenano in una poderosa performace. La cinque corde prova a scappare dai compari correndo veloce, con il suo brusio di sottofondo rapido ed incessante, ma gli altri non ci stanno e così anche la batteria per una volta si stacca dai consueti canoni e parte a cannone, prova a dare maggior vigore all'ambientazione sonora, e devo dire che ci riesce in maniera egregia, forse la novità è un buon punto a favore. Così come la voce, che si lancia quasi disperata all'assalto del microfono, urla e strilla e canta, non si placa un attimo, l'incedere che essa ha non si era ancora avvertito in questo album, ed è un altro punto a favore per una song che appare in tutto e per tutto una forza della natura. La vita dannata di un uomo che si sente avvolto dalle fiamme dell'inferno è al centro del progetto di questa song, la sensazione di dover combattere ogni giorno, e allora se lo si deve fare che sia a suon di rock, con prepotenza si scaglia contro le avversità, salendo sulla sua macchina e lanciandosi a folle velocità per i sentieri tortuosi della vita, la pazza corsa potrebbe concludersi anche con uno schianto frontale e perdere la vita. Tuttavia poco importa, perché come diceva Neil Young : "It's better to burn out than to fade away" (E' meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente); ecco, credo che questa frase racchiuda in una riga il significato di tutta la canzone, questo è infatti lo spirito rocker elevato all'ennesima potenza, il fregarsene di tutto e lottare con le unghie e con i denti per ottenere ciò che si vuole, anche a costo di rimetterci le penne! I ragazzi suonano come vivono, è troppo forte l'assioma che lega lo stile di tutti i giorni con quello dimostrato sia in studio di registrazione che sul palco.

Conclusioni

Gli Airbourne dimostrano ancora una volta di avere quella classica foga e sfrontatezza tipica di ragazzi di 20 anni, la loro forza risiede proprio in questo, nell'evidente voglia di spaccare tutto quel che hanno davanti, e se pensate bene, sono giovanissimi ed hanno già conquistato pubblico in tutti i continenti, stanno riuscendo in qualche modo a levarsi di dosso l'etichetta di cloni degli AC/DC, seppur la loro musica si basi sulla struttura ideata dalla band loro connazionale anni ed anni orsono. Questi ragazzi la riescono a rendere accattivante tuttora. Il merito principale è quello di metterci l'anima, uno quando ascolta queste cose le avverte, dal canto esasperato di Joel, che viene triato a tal punto da sembrare che debba vomitare i polmoni dallo sforzo. Possiamo considerarli come un ponte che collega l'Hard Rock anni '70, che pareva ormai defunto, se non per i gruppi mastodontici ancora esistenti, al nuovo millennio, in effetti vedere dei ragazzi con una passione così potente per un genere che potrebbe essere considerato retò è entusiasmante. Runnin' Wild che va preso per quello che è, una discreta infusione di Hard Rock senza troppi ammennicoli sopra, soltanto l'energia che questi australiani riescono a sprigionare quando sono in studio ed ovviamente sul palco. Molto spesso infatti si parla delle band del passato, di quella settantiana memoria che spesso pervade i cuori degli appassionati; ebbene qui, senza sfociare nella sperimentazione che era propria di formazioni come Led Zeppelin o Deep Purple, gli Airbourne hanno tirato fuori dal cilindro un disco tutto sommato discreto, un parto della loro giovane mente votata al rock. Scordatevi quindi assoli di dieci minuti, batteria veloce e voci altisonanti, qui è semplicemente la musica reale, quella che ti entra in testa e ti fa scuotere i capelli la protagonista, mettendoti voglia non tanto di pogare, quanto di ballare assieme a lei e a quei ventenni folletti sul palco che la stanno omaggiando. Quindi l'ascolto è consigliatissimo, un album adatto ad un viaggio, ad un ascolto leggero ed allegro, perché non dovete aspettarvi dei messaggi di una profondità morale assurda, anzi, tutt'altro, ma dovete pensare di mettere su sto disco e ballare, agitarvi cantare e far ondeggiare la testa. Se farete questo, vuol dire che il messaggio della band è arrivato dritto alla vostra mente. Infatti i testi contengono una prerogativa decisa nei confronti di tematiche care a questa corrente musicale, dove donne, motori, sballo e divertimento sono i punti cardine. La funzione ritmica è la parte predominante, riesce sempre e dico sempre a coinvolgere l'ascoltatore dalla prima all'ultima nota, ed è altresì vero che potrebbe sembrare una cosa scontata e a tratti ripetitiva, ma se ci pensate bene, questi fanno undici canzoni e non vi stancano, un motivo ci sarà. Gli assoli sono una componente eccezionale in grado di farti salire l'adrenalina e a coinvolgerti ulteriormente, e Joel li sa schiaffare all'interno dello spartito in maniera sublime. Forse la band è ancora un po' acerba, ma la volontà che risiede in essa è veramente eccezionale, e prevedo un futuro sempre più roseo per questo quartetto australiano, che di certo non si fa intimorire dalle varie critiche e da questo assioma che li vede come una copia della band di Angus Young. Insomma facciamo un in bocca al lupo a questi quattro, ci vorrebbero sempre nuove leve così vogliose.

1) Stand Up For Rock 'N' Roll
2) Runnin' Wild
3) Too Much, Too Fast, Too Young
4) Diamond In My Rough
5) Fat City
6) Blackjack
7) What's Eatin' You
8) Girls In Black
9) Cheap Wine & Cheaper Women
10) Heartbreaker
11) Hellfire
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