AGALLOCH

The Mantle

2002 - The End Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
09/01/2020
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Incastonata tra montagne, boschi e corsi d'acqua, la città di Portland, Oregon, dipinge scenari affascinanti, dove un nucleo centrale moderno, fatto di cemento, acciaio e vetro, si amalgama alla perfezione con la natura selvaggia. Il verde dei vicoli si stende tra le arterie stradali, per poi allungarsi verso i boschi. È una città dinamica, viva, che respira, lanciata verso il futuro ma che allo stesso tempo si alimenta di tradizioni, e come un cervo saltella in queste antiche terre rocciose, fiutando i predatori, temendo i cacciatori, annusando gli aromi provenienti dall'oceano, portati lì dal vento, cibandosi di bacche e di sterpaglie. Il panorama selvaggio è l'elemento che maggiormente influenza e plasma la musica degli Agalloch, agile proprio come un animale forastico che ridiscende le montagne innevate, lì dove è sempre inverno, e che la traduce in termini spirituali, quasi religiosi, pagani. Portland vive un legame profondo con la natura incontaminata e con gli animali che la popolano, tanto che è disseminata di statue raffiguranti mammiferi selvatici, le stesse fotografate e incluse nel booklet del secondo disco del combo americano. "The Mantle" è forse la massima espressione musicale della band, il cui stile affonda le radici nei canti flokloristici, oltre che nel black metal e nel dark ambient, per un miscuglio sonoro emozionante e malinconico evocato dalla grigia copertina che incornicia la statua di un cervo, in posa sotto uno spettrale paesaggio, le cui corna sembrano la metafora stessa della musica ramificata espressa dagli Agalloch. "The Mantle" è un album invernale, un inno alla stagione più gelida e smorta dell'anno, dove una luce dal pallido folkore (citando lo splendido esordio) distende i tentacolari raggi per inondare di poesia l'ascoltatore. E così è stato il primo approccio con questa geniale band: dapprima soggiogato dal fascino di un art-work minimale, tanto semplice quanto potente, col suo grigio argento che risplende nella sua cupezza, e in un secondo momento rapito da un post-black raffinatissimo, dotato di una profondità abissale, che si è steso sulla mente avvolgendola in un candido mantello ritmico che scalda il cuore, lo scioglie e lo getta tra le fiamme di un caminetto acceso, al cui interno la legna arde allegra emanando un malinconico bagliore e un dolce tepore. Se all'esterno l'inverno ricopre il mondo intero con neve e ghiacci, spezzando rami secchi e congelando torrenti, l'album appare come rifugio caldo e accogliente nel quale abbandonarsi, nel quale ritrovare se stessi. Ripreso dal nome di un legno resinoso dal profumo intenso e utilizzato per incensi, specialmente nei paesi dell'Asia, il monicker Agalloch profuma di sensazioni ancestrali e rievoca immagini potenti e lontane nel tempo. Secondo il chitarrista Don Anderson, il disco nasce come un film in bianco e nero, pensato per immagini e a come il sound avrebbe espresso quelle immagini. "The Mantle" è una vera opera d'arte dal forte valore spirituale, in grado di far toccare, di far afferrare all'ascoltatore percezioni e sentimenti remoti, e che con le sue pennellate depressive balza come uno spirito, o un fantasma, in questi boschi innevati. Tra tradizione e modernità, la band riesce a creare un sound unico, cavalcando l'ascesa del post-metal e imponendosi tra i più grandi di tutti, se non i migliori, nel proprio sottogenere. È difficile, quasi impossibile, descrivere le emozioni che questo lavoro suscita, perché ascoltarlo è come tornare bambini, è come tornare alle origini del mondo, nel grembo di una natura divina, ispiratrice, quando l'uomo era soltanto un animale selvaggio, preda di istinti. Un richiamo viscerale che mette i brividi, che scaraventa sul mondo la magia, ma anche il pericolo, di un inverno perenne. Se "Pale Folklore" aveva rapito tutti, "The Mantle" ne migliora gli aspetti, smussa gli angoli più acerbi, ripulisce i suoni, li ammorbidisce, mantenendo comunque inalterata la fortunata formula musicale. La voce di John Haughm si concede spesso pause liturgiche, lasciando lo screaming in favore di passaggi puliti, sospirati e sognanti, che si sposano bene con le parentesi acustiche e tastieristiche concepite per dare maggiore poesia. In realtà, tale opera poggia quasi interamente su chitarre acustiche, avvicinandosi al neofolk, in un tripudio di suoni antichi e sacri che innalzano lo spirito e disinfettano l'anima. E come una danza, i fluviali brani si arricchiscono di melodie eteree che scivolano agilmente tra la vegetazione, quasi all'inseguimento di un cervo in fuga dal freddo, alla costante ricerca di un rifugio. "The Mantle" è un rifugio, un posto accogliente che sazia i cuori, riempie i timpani, consola dai dolori e rievoca ricordi lontani che hanno radici nel mito.

A Celebration For The Death Of A Man..

Un colpo di tamburo e poi le chitarre iniziano a danzare nella vegetazione. L'anima folk prevale su quella black, i toni sono pacatissimi, leggiadri, e l'acustica la fa da padrona su un paesaggio spettrale e che congela le ossa. A Celebration For The Death Of A Man.. (Una Celebrazione Per La Morte Di Un Uomo..) è un'introduzione soave, dove per due minuti la chitarra acustica procede con la sua corsa mantenendo sempre gli stessi accordi, ma che si ritrova a scontrarsi con decisi interventi della chitarre elettrica, delle plettrate che somigliano tanto a tuoni infestanti un cielo uggioso. La musicalità rievoca lo stato d'animo dei musicisti e il clima invernale del disco. Tra i boschi si celebra una specie di funerale, una breve e lenta marcia in onore del genere umano, quasi estinto, schiacciato dalla forza della natura. "The Mantle" è un album spirituale, un eterno conflitto tra uomo e immortalità. Qui, la band scava in profondità, tra colpi di chitarra, giri di basso e un timido tappeto di sintetizzatori, mettendo in scena la rappresentazione triste del nostro destino. L'apertura è inusuale per un lavoro del genere, ma gli Agalloch sono decisi a portare avanti la loro poetica. Così come la statua in copertina sembra osservare il grigio cielo, così i presenti al funerale puntano gli sguardi verso il defunto, magari sepolto tra rami secchi in un luogo selvaggio. Il corpo corrotto e avvelenato viene purificato attraverso la bellezza della natura, quest'ultima si dipana, aprendoci un mondo incantato ma sofferto.

In The Shadow Of Our Pale Companion

Ancora un colpo di tamburo e lo scenario cambia repentino, mantenendo comunque i toni cerimoniosi e sobri della intro. Gli spettri dei boschi e dei laghi ci vengono incontro, ci afferrano le mani e ci portano con loro nelle terre incontaminate, illuminandoci con In The Shadow Of Our Pale Companion (Nell'Ombra Della Nostra Pallida Compagna), danza macabra che si presenta come inno alla natura e agli Dei che la popolano e governano. Le chitarre acustiche sono deliziose, dalla melodia irresistibile che spappola cuori e droga menti, i loro fraseggi sono pura poesia, rintocchi gelidi che ci accompagnano in questa avventura folkloristica. "Mi aggiro nelle vaste vallate, alle vette più alte, su sentieri selvaggi e dimenticati. Alla ricerca di Dio, nonostante l'uomo, finché non mi abbandoneranno le forze. Ho scelto di camminare qui". Un uomo si perde nei boschi e sulla cima delle montagne, alla ricerca di un Dio assente; è esausto, ma non intende arrendersi, così continua a camminare. Le vocals di John Haughm sono selvagge e ruvide, ma costantemente sussurrate, come lamenti di demoni e folletti, poi lo screaming viene alternato con un'intonazione pulita: "Cadere, così cadiamo tutti nell'oblio, il nulla che sentiamo tra le braccia del pallido, nell'ombra del cupo compagno che cammina con noi". Quando l'avventuriero capisce che non esiste nessun Dio, cade in depressione, le sue speranze di sopravvivenza iniziano a vacillare, ma egli è un animo sensibile e perciò riesce a vedere l'invisibile che si palesa davanti ai suoi occhi. Un fantasma danza attorno a lui, sotto la pallida luce del crepuscolo, e lo conduce in un luogo segreto che in pochi raggiungono. "Ecco il paesaggio, ecco il sole, qui nell'equilibrio della terra. Dov'è Dio? È caduto e ci ha abbandonati? Sono perseguitato dall'ombra della morte, il fuoco nel mio cuore è forgiato nella terra". L'oblio non è poi così male, il fantasma che danza è quello della morte, che mostra al vagabondo la bellezza di un territorio inesplorato, quasi un paradiso terrestre, dove c'è luce e un equilibrio di elementi. Qui, l'uomo ritrova se stesso, riscopre il bambino che era in lui, il fuoco delle passioni, e in qualche modo si sente sollevato. La morte non è vista come tragedia, ma come liberazione dal male terreno. Il pezzo mantiene una forte carica religiosa e simbolica, tanto che il protagonista del testo si fa largo nella vegetazione, seguendo lo spirito, fino a trovare un posto idilliaco, un paradiso: "Qui al confine di questo mondo, guardo un pantheon di querce, una cittadina di pietra. Se questo grande panorama davanti a me tu lo chiami Dio, allora Dio non è morto". Dio non è morto, Dio è natura. La natura è una divinità da venerare, da contemplare. I toni a questo punto rallentano, il drumming frena la sua corsa, le vocals si fanno ancora più sospirate, la chitarra sguscia via celebrando gli Dei con un assolo prolungato e affascinante che infonde speranza e luminosità. La batteria torna a colpire, una marcia funebre che lascia spazio a un'intensa fase strumentale funestata da docili rintocchi e da un ossessivo riff chitarristico. Ciò simboleggia la contemplazione, la visione di questo sublime oblio che confonde la mente e riscalda il cuore. "Ho camminato giù fino al fiume e mi sono seduto per riflettere su ciò che ho fatto, un'offerta color cremisi scorreva giù nell'acqua. Una piaga di spirito dal quale galleggiava e svaniva" declama Haughm in voce clean, raccontando l'avventura, forse gli ultimi istanti di vita, prima di abbandonarsi al nulla. Egli si sacrifica, squarciandosi i polsi, offrendo doni agli spiriti della natura. Le gocce di sangue sgorgano nelle acque del fiume, per poi svanire all'istante, come i ricordi del suo passato. "Come ogni speranza che abbia mai avuto, come ogni sogno che abbia mai conosciuto, è stato lavato via con la marea e col desiderio di un mondo migliore. Dalla mia volontà, dalla mia gola, fino al fiume e dentro il mare". Speranze e sogni sono stati lavati via dalla corrente, egli si è sacrificato per un mondo migliore. Il rito pagano sta per concludersi, ma prima la band si lancia in una lunga coda, scambi repentini tra batteria e basso, tastiere e campane, infine un assolo. Il funerale prosegue. "Lavare, svanire. Dio è caduto in rovina? Sono ossessionato dalle ombre della morte, il mio orgoglio pagano è sfregiato attraverso la terra". L'uomo si getta nel fiume e svanisce, sospinto via dalla corrente.

Odal

Odal è una rune che vede l'incrocio di due ceppi di legno e chiusi come un quadrato, il simbolo rispecchia il valore della dimora, un contenitore che rassicura e dà rifugio, e richiama il ritorno alla natura, alla quale tutti noi apparteniamo. Simboleggia anche un recinto per la nostra dimensione intima, per la nostra eredità spirituale. Ora che l'uomo è defunto, il suo spirito ha la possibilità di purificarsi e di vivere in quei luogo fino a poco prima inaccessibili. Le chitarre acustiche e gli incalzanti colpi alle pelli creano un territorio sospeso nel tempo, poi la sezione ritmica si irrobustisce con l'intervento del basso e l'inserimento delle tastiere. I toni placidi restano intatti e tra le sfumature depresse di questo pezzo riusciamo a intravedere l'anima del defunto aggirarsi per le montagne, inondata da una bellezza immortale. La musica della band è altamente evocativa, attraverso le note musicali abbiamo modo di sentire i profumi dei boschi, i sapori di quelle terre lontane, e di riflettere sulle nostre vite. Il ritmo procede danzando sui rintocchi acustici, quasi immobile, senza grossi cambi di tempo, per poi chiudersi con una coda emozionante scandita dalle note profonde di un pianoforte. Gli ultimi istanti del brano, invece, sono coperti dal soffio di vento e dai rumori dell'acqua. L'uomo è finalmente in pace, e dall'alto della montagna osserva tutta la vallata.

I Am The Wooden Doors

La prima vera accelerazione black metal del disco arriva con I Am The Wooden Doors (Io Sono Le Porte Di Legno), profondissima traccia che si pone come limite alla conoscenza umana. Metafora di un luogo inaccessibile al mortale, ma dimora di spiriti e anime pure, questa canzone è un concentrato di emozioni furiose. Le vocals sono incattivite, il testo parla ancora di morte e di speranze disilluse. Gli impuri non possono guardare attraverso le porte di legno, sacre agli Dei, e non possono affrontare il passaggio verso un mondo perfetto dominato dalla natura. "Quando tutto è appassito e strappato, e tutto è perito e caduto, queste grandi porte di legno resteranno chiuse". Il fraseggio acustico sovrasta i blast-beats della batteria, creando un ritmo ondulato e originale, che vede lo scontro tra violenza e delicatezza. "Quando il cuore è una fossa riempita di sangue, e l'anima è un freddo e stregato scudo di speranze perdute", ecco la disfatta dell'uomo, sconfitto dal dolore e da una vita misera e insoddisfacente. Egli cerca rifugio nei boschi, oltre quelle porte immaginarie che custodiscono il paradiso. Il break giunge improvviso, resta solo la chitarra a tenere la scena, generando un passaggio sognante che scioglie il cuore per la sua bellezza. Poi si riprende a pestare: "Quando la voce dell'orgoglio è stata in silenzio, e i fuochi della dignità non sono altro che scorie, la loro imponenza resterà intatta". La band cerca di scavare nell'animo umano, e tutta insieme intona in coro la grandezza del creato, inneggiando alla liberazione e alla pace, ripudiando un mondo crudele e frantumato dal vizio dell'uomo. "È questa grandezza che protegge gli spiriti al suo interno, dalle difficoltà di questo mondo infranto". In questo posto incantato gli spiriti vivono protetti dalle nefandezze esterne, e a quello stato puntiamo tutti noi, comuni mortali assetati di purezza. Le chitarre si incrociano, come le rune di Odal, elaborando tesissimi passaggi, tessendo ragnatele dorate che si stendono sui timpani come velli sacri. Il ritmo riprende quota per condurci alle ultime fasi, dove l'uomo non disidera altro che annientarsi per sempre: "Dalle piaghe nella sua canzone desidero morire con la mia volontà e il mio spirito intatti. La volontà che mi ha ispirato a scrivere queste parole, non cercare i caduti per sbloccare queste porte di legno".

The Lodge

Ancora una strumentale, The Lodge (La Loggia), oscura e deprimente, dotata di una forza magnetica incredibile. Si sentono dei passi sulla neve, dei rintocchi delle bacchette, poi il poetico e immancabile riff acustico che procede instancabile per tutta la durata, senza mai cambiare ritmo. Una danza ipnotica che si avvale dell'intervento dell'ospite Ty Brubaker al contrabbasso, che rafforza il suono e dona quel tocco invernale e tribale in più. Uno scenario che trasmette brividi, bellissimo, ma che forse si dilunga un po' troppo, data la poca dinamicità del pezzo. Concepito più che altro come intermezzo tra le due parti dell'album, La Loggia è allegoria di un passaggio da una dimensione all'altra, dall'aspetto fisico a quello spirituale, e non a caso da questo momento in poi "The Mantle" si fa ancora più cupo e disperato, quasi astratto.

You Were But A Ghost In My Arms

Uno dei vertici poetici e lirici di questa opera porta il nome di You Were But A Ghost In My Arms (Eri Solo Un Fantasma Tra Le Mie Braccia), spiritica traccia che parla di un amore stroncato, ora trasformato in spirito. Siamo entrati nella dimensione onirica, tra fantasmi del passato e personaggi legati alle leggende nordiche. Seguendo il mid-tempo, Haughm canta con voce pulita di un viaggio mentale disperato, al chiaro di luna, sotto un cielo nero che butta giù neve e tristezza. "Come nevicate, tu piangi una tempesta silente, le tue lacrime dipingono fiumi su questo muro di quercia. Nettare d'ambra, ichore di miseria, cascando in flussi di forma consacrata, per ogni macchia un'ombra abbandonata". Camminando tra i boschi, l'uomo si accorge di querce sfregiate, le cui piaghe sembrano cicatrici umane. Sono le ferite della gente perduta, defunta, rimasta intrappolata in quella dimensione. Le lacrime di queste persone riecheggiano nella vallata, trasformandosi in resina ambrata, simbolo di miseria. La metafora è splendida, la penna raffinata del musicista viene esaltata da una sezione ritmica ipnotica e delicata. La sua amata si è trasformata in uno spirito della natura: "Sei uno spirito lugubre, inciso nella quercia della meraviglia. Tu sei la voce cupa e la tempesta silenziosa". Forse il brano più pagano, quello maggiormente cantato in pulito, dalle repentine accelerazioni black frammentate da intense parti in acustico. "Ogni notte mi sdraio, risvegliato dalla sua voce tremante e silenziosa, dalle forme nelle parete del corridoio, trafigge di solitudine come quella di un grido lontano, nella foresta nera come pece della mia delusione". L'uomo non riesce a farsene una ragione, maledice il bosco che ha portato via con sé la sua amata, trasformandola in un fantasma. Di lei resta solo il ricordo e ogni giorno è un vero supplizio: "Ogni giorno che passa una tomba viene scavata. Perché mi hai lasciato morire? Perché mi hai abbandonato? Perché sei sparita e mi hai lasciato amareggiato?". La cosa interessante è che, nonostante sia stata lei fisicamente a morire, lui si considera morto, perché è rimasto su questa terra crudele, mentre l'amata è ora libera e in pace. In sottofondo dei campanelli destano attenzione, trasportandoci verso l'ultimo blocco. "La sua inquietante e contorta disperazione era incisa nel grano del legno, sebbene il fuoco infuriasse dentro di me, nessun fuoco brucia più forte del suo desiderio. La forma sospira il mio nome". La sagoma della defunta sospira il nome dell'uomo, lo vuole con sé, quasi a indurlo al suicidio. L'atmosfera spettrale che ricrea la band è angosciante, una palude infestata da suoni cupi, fatta di accelerazioni e di tempi sospesi, di giri rintocchi di basso e di fraseggi crepuscolari. L'uomo maledice il paesaggio circostante, quel bosco pieno di querce che sembrano vive, che sembrano piangere, perché trattengono gli spiriti di tutti i defunti, compreso quello della sua amata scomparsa. "Dannata sua quella quercia! Dannato sia il suo dolore! Maledico questi corridoi di quercia, che portano via i fantasmi di quelli che ho gettato". Infine, il brano conclude la sua corsa con la presa di coscienza del viaggiatore, funestato dagli eventi, intento a ribellarsi alla forza misteriosa e crudele della natura: "Anche se sono tentato di accarezzare la sua consistenza divina e gustare il suo dolore, dolce come vino, devo bruciare queste stanze, questi corridoi, e silenziare la sua voce tormentata. Per sempre", recita il vocalist, lasciando intendere un incendio che raderà al suolo la boscaglia.

The Hawthorne Passage

The Hawthorne Passage (Effetto Hawthorne) è una lunghissima strumentale, il cui titolo potrebbe ricollegarsi al cosiddetto "effetto Hawthorne", cioè lo studio secondo il quale ogni uomo viene influenzato dall'osservazione diretta fatta dagli altri nei suoi confronti. Le gesta di una persona, infatti, cambiano a seconda delle circostanze, nel senso che se si è soli si esegue una determinata azione seguendo i propri ritmi, ma se invece si viene osservati da altri, la stessa azione sarà fatta con maggiore convinzione e con un diverso ritmo. La teoria è stata applicata soprattutto nell'ambito lavorativo, osservando i singoli lavori prima dedicandosi alle proprie mansioni in solitaria, e poi con l'assistenza del proprio capo. Ora, non so se gli Agalloch si siano ispirati a questa teoria, ma tutto questo potrebbe essere collegato ai dialoghi presenti verso la fine del brano, entrambi ripresi dal film "Fando y Lis" di Alejandro Jodorowsky, incentrati sulla morte e sul ricordo della persona scomparsa. "Antonius Block: chi sei? Doden: Sono la morte!" è il primo dialogo, mentre il secondo che sentiamo è: "Lis: morirò e nessuno si ricorderà di me. Fando: Sì, Lis, Mi ricorderò di te e andrò e ti verrò a trovare al cimitero con un fiore e un cane, e al tuo funerale canterò a bassa voce. Come è bello un funerale!". Il senso è quello di avere la costante sensazione di essere seguiti e osservati da un'ombra misteriosa, la morte, che ci alita sul collo. Tra parentesi pacate alternate a passaggi più veloci, la traccia si snoda per undici minuti, aprendosi a un mondo passionale che risveglia i più reconditi sentimenti. Assoli a volontà, misti a scariche di batteria e a pulsazioni di basso, si susseguono incessantemente raccontando questo episodio invernale. Si tratta di una strumentale che evoca immagini potentissime, che lascia estasiati, che culla nel suo dolce torpore. Suddivisa in due blocchi ben distinti, il brano subisce a un certo punto una virata, l'alito del vento giunge a spezzare il ritmo, poi subentra la cantilena della chitarra acustica, infine esplode l'intera sezione ritmica.

..And The Great Cold Death Of The Earth

..And The Great Cold Death Of The Earth (..E La Grande Fredda Morte Della Terra) sembra essere la risposta a In The Shadow Of Our Pale Companion, avendo le stesse dinamiche e poggiandosi su tamburi e fraseggi catartici. John Haughm canta subito in pulito: "La vita è un'urna d'argilla sul mantello, ma io sono in frantumi al pavimento. La vita è un'urna d'argilla sul mantello ed io sono sparso a terra in mille pezzi. Siamo le ferite e la grande fredda morte della terra". È un inno di disperazione, la vita viene immaginata come un'urna fragilissima che può essere distrutta in un batter di ciglia. Ed è proprio quello che è accaduto al protagonista delle liriche, dalla vita sconvolta e in frammenti. Egli ha perso tutto e non sa più cosa fare, non ha più motivo di rimanere in vita. L'essere umano è solo una ferita per il mondo, ma la natura sa come punirlo, spazzandolo via in un secondo. Sono splendidi gli assoli in acustico che frammentano l'intero brano, suddividendolo in piccoli blocchi che stregano i timpani e che non lasciano scemare mai l'attenzione dell'ascoltatore. Qui arriviamo alla massima espressione lirica della band, la quale riesuma persino un vecchio racconto indiano, in particolare del popolo dei Cherokee sulla genesi dell'uomo. "La terra sta galleggiando sull'acqua come un'isola, appesa a quattro corde di cuoio, fissate nella parte superiore delle quattro sacre direzioni. Le funi sono tirate al soffitto del cielo, quando una fune si spezzerà il mondo cadrà, crollando giù e tutti gli esseri viventi cadranno con esso e moriranno". La descrizione del globo è meravigliosa, una serie di immagini ci vengono in mente al suono leggiadro prodotto dagli Agalloch, dove il drumming evoca la danza e i cori dei pellerossa, e così gli strumenti a corde utilizzati per portarci indietro nel tempo e in quelle lontane terre. C'è una profondità pazzesca in questa traccia, così come nelle altre, che fa di Haughm e soci un trio raffinatissimo. "La vita è un'urna d'argilla, siamo solo cenere a terra, siamo le ferite del mondo. Tenebre e silenzio, la luce svanirà". Siamo governati dal destino, in bilico nelle mani della natura, e nulla possiamo contro una forza così tremenda e immortale. Prima o poi il mondo finirà, e di noi umani non resterà traccia alcuna. Per questo bisogna preservare il mondo, venerandolo come una madre, senza ferirlo. Tamburi, campane, riff delicati, fanno di questo pezzo una suite sublime, un'ode alla terra e alla sua fragilità.

A Desolation Song

Tastiere e chitarre introducono A Desolation Song (Un Canto Di Desolazione), intensa perla finale nella quale il vocalist recita una poesia intima di grandissimo valore e che è intesa come una sorta di ritorno a casa, alla vita reale, dopo l'avventura tra i boschi al cospetto di spiriti e di creature magiche. Qui ritroviamo il viandante, rifugiatosi nella propria dimora, che siede davanti al camino per riscaldarsi. L'uomo beve un liquore, rianimando una gola secca e un'anima rinsecchita dal gelo. Eppure non è contento, perché deve fare i conti con il passato, con i ricordi, che fanno ancora male. "Mi siedo qui al fuoco, le amare fiamme del liquore scaldano la mia languida anima, bevo solo e ricordo una vita scolpita, la macchia nella sua memoria. In questa tazza c'è il veleno dell'amore, perché l'amore è il veleno della vita. Riempi la tazza, alimenta il fuoco e dimentica le inutili speranze". L'amore è disperazione, l'amore è come un bicchiere di vino, attrae e attrae, un sorso dopo l'altro, fino a quando non si cade svenuti, preda dell'ebrezza. "Perduti nella desolazione dell'amore, le passioni che raccogliamo e seminiamo. Perduti nella desolazione della vita, questo sentiero sul quale camminiamo". Haughm continua a recitare sospirando, sempre con lo stesso accompagnamento di chitarre, raccontandoci questa fiaba folkloristica che proviene da tempi lontani, affondando direttamente le radici nel mito e nella leggenda. "Ecco l'amore, la malattia, il grande martire dell'anima. Ecco la vita, il vizio, il grande araldo della miseria. In questa tazza, spiriti frammentati, perché questo è il nettare dello spirito. Dissetare la sete, annegare nel dolore, e dimenticare il freddo di ieri". L'amore è una condanna alla quale siamo tutti riconoscenti, sappiamo di soffrire, eppure non possiamo fuggire dal suo fascino. Schiavi dei sentimenti, ci abbeveriamo del nettare divino, proveniente dalle terre incontaminate e fantastiche. Beviamo e anneghiamo nel suo dolce dolore, che non conforta affatto, ma che distrugge ogni animo. Ma abbiamo trovato un rifugio, lasciamo fuori la porta il gelo dell'inverno, il vento soffia sul tetto della casa, ma non può entrare. Siamo salvi, per ora.

Conclusioni

"L'uomo più felice è colui che impara dalla natura la lezione del culto". Questa è la frase che introduce uno degli album più belli degli anni 2000, appartenente al filoso Ralph Waldo Emerson, dalla quale gli Agalloch sono partiti per l'elaborazione dei contenuti. Oscuro, austero, malinconico, geniale, "The Mantle" è un trionfo di emozioni annichilenti, un sentiero innevato nel quale potremmo perderci per poi, dopo un lungo percorso a tappe, ritrovare noi stessi, il nostro Io interiore, il bimbo che un tempo eravamo. Dal gelo non si fugge, e così l'album non abbandona mai la morsa del freddo, e neanche tralascia mai la sua poetica grigia, desolante e spietata, come fosse una porta aperta verso una dimensione lontana nella quale rivivere emozioni ancestrali. Proprio come un vecchio film in bianco e nero, le immagini evocate dagli Agalloch sono ricche di sfumature, di ombre nerissime, ma anche di inattesi spiragli di luce che si pongono come calmante per l'anima. "The Mantle" è il canto della natura, sofisticato, nonostante una sezione ritmica abbastanza semplice, ma dalle idee vincenti sotto ogni punto di vista. Lo screaming di John Haughm è molto particolare, perché è morbido e sussurrato, così come le parti vocali nitide, sempre sognanti, e della stessa forma risultano gli strumenti, mai troppo aggressivi, nonostante si parli di black metal. In questo capitolo la band danza sulle note, ricama toni eleganti e raffinatissimi, intonando inni che celebrano lo spirito della natura, la vita e la morte, e lo fa grazie a testi intensi ed emozionanti. La musica contenuta nel secondo album della band è simile a una dolce distesa di neve, in fin dei conti semplice, ma capace di stregare la mente e di colpire al cuore grazie a intuizioni audaci, complesse, brillanti. Costruito quasi interamente su chitarre acustiche, su canti sospirati e su melodie struggenti, il clima invernale di "The Mantle" è pacato, e per questo risveglia ogni senso sopito, e fa rabbrividire e fa lacrimare. Trattasi di un'opera talmente bella e selvaggia che divora le viscere, e che raggiunge un tale livello di poesia e di solennità rarissimo da trovare altrove. Tra sfuriate black metal, a dire la verità ben poche, retaggi folk, passaggi dark ambient e lamenti disperati, gli Agalloch espongono la propria visione del mondo, una visione cruda e disillusa, che riduce in macerie l'istinto umano, ma mai esente dal fascino morboso e incantato di Madre Natura. La natura è una divinità che governa il ciclo terrestre, verso la quale siamo tutti umili servitori, e l'inverno non è solo dato dai toni desolanti della musica, ma anche da una dimensione spirituale insita nel genere umano. Questo è un album estremamente intimo, la rinuncia alle chitarre elettriche in favore di uno stile più morbido favorisce una certa empatia e le liriche, splendide e mai banali, dipingono un mondo pagano e bucolico nel quale perdersi, nel quale portare con sé dolori, fantasmi del passato, amare illusioni, al fine di riflettere sul significato dell'esistenza. Alla fine, tutto ciò che il trio americano desidera esprimere è un amore agrodolce per la vita e un rispetto reverenziale nei confronti della natura, che tra le sue braccia accoglie con benevolenza ogni essere vivente, per poi ripudiarlo in caso di umiliazione. Nei boschi riecheggiano i canti di questo disco: vocals che assomigliano a grida di Trolls, interludi incantati, il basso di Jason Walton che ondeggia continuamente conducendo una danza fatata. E poi folletti, maghi, animali di ogni genere, leggende e miti che si ritrovano tutti a coesistere in questo microcosmo sonoro. "La vita è un'urna d'argilla che ha riversato a terra i vari frammenti", cantano gli Agalloch in ..And The Great Cold Death Of The Earth, maledicendo la nascita del genere umano, portatore di malessere, di dolore e di violenza. L'uomo ha violato la sacralità della natura, si è ribellato a sua Madre, a colei che gli ha donato la vita, e questa si è ribellata distruggendo ogni speranza, avvelenando l'amore, "riempiendo il cuore di sangue e infestando l'anima", come si legge nel testo di I Am The Wooden Doors, le cui porte di legno non daranno mai accesso al passaggio dell'umano, proteggendo un mondo inesplorato e puro, popolato solo da spiriti e da fantasmi. La poetica della band si abbevera dalla fonte di queste leggende folkoristiche, e lo fa con una classe infinita, stendendosi sul panorama musicale come un mantello ricamato di lacrime e di malinconia e che induce l'ascoltatore a contemplare la propria solitudine per vedersi dentro. Non si tratta di un ascolto superficiale, "The Mantle" è un lavoro che va approcciato con convinzione, stimolando ogni senso, e che va assorbito fino a farlo proprio, fino ad assorbirlo nelle carni, fino a sentirlo scorrere nelle vene, come una dose di veleno che risveglia ogni dolore e riapre ferite ormai cicatrizzate.

1) A Celebration For The Death Of A Man..
2) In The Shadow Of Our Pale Companion
3) Odal
4) I Am The Wooden Doors
5) The Lodge
6) You Were But A Ghost In My Arms
7) The Hawthorne Passage
8) ..And The Great Cold Death Of The Earth
9) A Desolation Song
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