AGALLOCH

Ashes Against the Grain

2006 - The End Records

A CURA DI
FABIO MALAVOLTI
22/07/2011
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Nel 2006 gli Agalloch rilasciarono "Ashes Against the Grain", quello che forse tutt'oggi rimane il loro più grande capolavoro. Si potrebbe sintetizzare come una magistrale unione del black metal con le influenze principali della band statunitense, ovvero il progressive ed il post rock, per un compromesso che fa rimanere letteralmente estasiati durante l'ascolto di questi 8 magnifici brani. Da ogni faccia lo si guardi si capisce subito che siamo a cospetto di un disco strepitoso, solo il fatto di unire elementi post rock con lo screaming tanto agonizzante quanto intenso ed emotivo di John Haughm rende Ashes Against the Grain un album più unico che raro. Gli strumenti sono suonati con una precisione ed una classe fuori dal comune, ed uniti danno luogo ad un muro sonoro denso di malinconia e di emotività in generale. La track opener è la lenta "Limbs", dal vasto sapore progressive con quel tocco in più reso dall'accordatura della chitarra (un elemento trascendentale dell'opera). In questi 9 minuti saremo letteralmente rapiti dalla lirica quanto dal sound orecchiabile di un brano eccellente. Passiamo alla seconda traccia e ci imbattiamo nel miglior brano del disco secondo il mio parere: "Falling Snow" è un autentico capolavoro, anch'esso dettato dai canoni progressive rock ma a differenza di Limbs ha un ritmo decisamente più sostenuto ed inoltre potremo apprezzare l'abbinamento del tipico straziante screaming a profondissime clean vocals che conferiscono al brano un alone poetico meraviglioso. Ma ciò che sorprende di più sta nello stile vocale: la capacità di trovare il compromesso perfetto fra il dolore trasmesso da John Haughm ed il sound che appare invece dinamico ed intenso. A questo punto tocca al bellissimo intermezzo "This White Mountain on Wich You Will Die", nel quale domina un'atmosfera cupa e grigia ideale per rendere alla perfezione ciò che il titolo intende presagire. Anche se la durata è brevissima, chiudere gli occhi sopra queste note e lasciarsi trascinare è un'emozione che non lascia certamente indifferenti. Poi tocca a "Fire Above, Ice Below", ennesimo brano ad elevato contenuto emozionale-poetico per un'altra perfetta combinazione dei due stili vocali combinati in maniera superba. Le strofe sono assistite da un riffing placido ed ancora estremamente malinconico, mentre il drumming è ottimo, preciso e mai opprimente. Mentre ci avviamo verso gli ultimi minuti l'atmosfera si turba e gli strumenti diventano più decisi ed intensi, in particolar modo Chris Green da sfoggio del suo repertorio dietro le pelli con un breve assaggio di un ritmo ad alta intensità mantenendo però la tipica classe. Il ronzio che fa da outro a Fire Above, Ice Below, introduce anche il brano successivo, il secondo punto esclamativo del disco "Not Unlike the Waves". Mantenendo il classico stile Progressive il quintetto di Portland riesce ad elaborare un brano costituito da intrecci complessi ma ottimamente riusciti, consentendoci finalmente di poter apprezzare pienamente tutte le loro doti di musicisti nonchè di poeti, a causa degli eterei vocals che affiancati alle urla di disperazione creano un gioco di chiaro/scuro o buono/malefico letteralmente estasiante. La performance vocale di Haughm è assolutamente sopra le righe: in alcuni passaggi di questo capolavoro il suo screaming pare quasi disumano, quasi fosse posseduto dalla malvagia creatura che gli opprime l'animo. Anzi, magari è un'esagerazione ma a tratti le vocals sembrano eseguite da Nattramn, un vero maestro in fatto di screaming. A questo punto, mentre ci avviamo verso la conclusione dell'album, troviamo i tre capitoli di "Our Fortress is Burning": il primo è uno strumentale intitolato semplicemente come prima parte ed è introdotto da una piano al quale si aggiungono progressivamente tutti gli altri strumenti, che da lì in poi creano intrecci cadenzati e lenti senza mai trascurare l'aspetto poetico e malinconico. Il secondo capitolo è "Bloodbirds": ancora una volta veniamo accolti da un riff delicato e ricco di atmosfera che rievoca magistralmente le sensazioni dell'animo umano, pervaso dalla tristezza e dalla nostalgia. Nella seconda metà riemerge lo screaming di Haughm che verso la fine ripeterà con la sua voce carica di depressione prima la frase che dà il nome al disco e poi strazianti urla di dolore. Il capitolo conclusivo si intitola "Grain", un bellissimo pezzo Ambient che si apre con un intro lungo e particolare costituito da suoni difficilmente comprensibili. Mentre l'atmosfera va pian piano oscurandosi creando un alone da brividi, i suoni continuano ad essere ben udibili sino agli ultimi secondi del brano. E' il classico esempio di brano che inizialmente lascia interdetti o fa storcere il naso, che però poi se compreso può piacere nella sua particolarità ed unicità all'interno dei vari brani del disco, ed in fondo la parentesi Ambient all'interno di un album progressive rock/black metal non è assolutamente un'uscita a vuoto, soprattutto se si tratta come in questo caso di un capolavoro.

1) Limbs
2) Falling Snow
3) This White Mountain on Wich
You Will Die
4) Fire Above, Ice Below
5) Not Unlike the Waves
6) Our Fortress is Burning...
I
7) Our Fortress is Burning...
II: Bloodbirds
8) Our Fortress is Burning...
III: The Grain

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