ACTARUS

UFO Robot/Shooting Star

1978 - Fonit Cetra

A CURA DI
ANDREA ORTU
02/03/2019
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10

Introduzione Recensione

Il 4 aprile del 1978 andava in onda su Rete 2 il primo episodio di UFO Robot: Goldrake, l'anime basato sull'omonimo manga di Go Nagai. Era l'alba di una coloratissima mania collettiva, e in seguito, di una vera e propria leggenda nazionale e generazionale. In realtà "Grendizer", questo il nome originale del celebre "robottone giapponese", non è stato il primo gigante d'acciaio nipponico; prima di lui, il genio di Nagai aveva dato vita a Mazinga Z, Getter Robot, Il Grande Mazinga e Jeeg Robot, opere di fondamentale disimpegno in mezzo ad altre più adulte e di spessore, come Devil Man. Goldrake non è stato neanche il primo anime ad essere trasmesso in Italia; prima di lui, una manciata di classici come "Il Gatto con gli stivali", "La grande avventura del piccolo principe Valiant", e soprattutto, dal 7 febbraio del '78, "Heidi". Tuttavia, dei molti giganti di Nagai, Goldrake è stato il primo le cui avventure sono state trasmesse in Italia, e il primo anime in assoluto a catturare l'immaginario collettivo dell'intero paese, fenomeno unico e irripetibile. Fino alla metà degli anni '80, prima che la censura calasse la sua scure sull'animazione giapponese, Goldrake aveva regnato incontrastato e il suo successo aveva prodotto giocattoli, gadget, vinili, programmi d'approfondimento e chi più ne ha, più ne metta. Le TV italiane facevano a gara per acquistare nuove serie animate, ed ecco arrivare la "famiglia robotica" di Nagai al completo, decine di "cloni" nobili e meno nobili, capolavori come Lupin III, Lady Oscar, Candy Candy, Remi, Conan il ragazzo del futuro, L'Uomo Tigre e tantissimi altri. Un sodalizio italo-nipponico che dura tutt'oggi, un successo e una penetrazione a livello culturale che non ha paralleli in tutto l'occidente. A quarant'anni di distanza c'è da porsi la più ovvia delle domane: "come mai?" Certo, quel genere di animazione era una novità quasi per tutti, così come le figure caratteristiche della cultura giapponese: i tópoi letterari tipici del Sol Levante, oggi entrati a forza nell'immaginario comune giovanile. Anche il modo di concepire l'idea stessa di macchina e di pilota era qualcosa di assolutamente inedito, per lo spettatore italiano. E tuttavia, non basta. C'era qualcos'altro, un dettaglio di fondamentale rilevo, così importante da divenire fenomeno di costume quanto le stesse serie animate: le sigle. Prima delle canzoncine pomeridiane su Italia Uno, prima dell'edulcorata egemonia di Cristina D'Avena, le sigle di apertura e chiusura dei "cartoni animati" avevano vantato l'apporto dei migliori musicisti sulla piazza, artisti la cui opera rappresentava il top del mercato discografico italiano. Abbiamo così avuto sigle ad opera di Roberto Fogu, di Andrea Lo Vecchio, di Riccardo Zara e i suoi Cavalieri del Re. E ancora: i fratelli De Angelis, i Superobots di Alessandro Centofanti, Rino Martinez e Douglas Meakin, e poi Giorgia Lepore, Loriana Lana e molti altri ancora. Ma è proprio il caso di Goldrake, tra tutti, quello più emblematico in assoluto. Le due sigle italiane sono infatti opera degli Actarus, ma dietro questo pseudonimo, ispirato al protagonista di UFO Robot, si celava una formazione di grandi e affermati musicisti, tra cui: Fabio Concato e Paola Orlandi alla voce, Ares Tavolazzi ed Ellade Bandini a basso e batteria, Massimo Luca e Vince Tempera a chitarra e tastiere, e infine Luigi Albertelli, autore di testi imparati a memoria da milioni di italiani, giovanissimi e non. A parte Fabio Concato, all'epoca ancora una giovane promessa la cui carriera sarebbe definitivamente sbocciata dopo il successo degli Actarus (sebbene fosse già noto per "Storie di Sempre"), tutti i musicisti avevano già alle spalle un curriculum di tutto rispetto, ricco di collaborazioni con vere e proprie leggende della musica italiana. Paola Orlandi, classe 1938, rappresenta una delle prime, vere cantautrici del nostro panorama, e al di là alle tante opere soliste, vanta collaborazioni con Toto Cutugno, Zucchero, Romina Power, Al Bano, Ivan Cattaneo e altri. Massimo Luca, prima di prestare la sua chitarra al "robottone cornuto", aveva già accompagnato Lucio Battisti nel suo celebre duetto con Mina, suonato con Umberto Tozzi nei Data, e lavorato con artisti del calibro di Fabrizio De André, Paolo Conte, Adriano Pappalardo, Bennato, Celentano, Loredana Bertè, Vecchioni e tantissimi altri. Luigi Albertelli, classe '34, aveva già vinto il festival di Sanremo nel 1969 scrivendo "Zingara", in collaborazione con Bobby Solo e Iva Zanicchi, per poi lavorare con Mia Martini, i Dik Dik, Drupi, Mina, i Nomadi e Patty Pravo, solo per citarne alcuni. Nel '79 avrebbe scritto "Ricominciamo", di Adriano Pappalardo. Dal canto loro, Ares Tavolazzi, Ellade Bandini e Vince Tempera avevano militato insieme nei The Pleasure Machine fin dal '69, prima di dedicarsi ai più svariati progetti. Bandini è stato ed è tutt'ora uno dei più apprezzati turnisti sulla la scena, vantando collaborazioni con Mina, Vecchioni, Guccini, Venditti e tanti ancora, oltre a suonare in diverse manifestazioni jazzistiche. La carriera di Vince Tempera è lunga e ricca: dall'album de Il Volo, gruppo che non ha nulla a che vedere con quello attuale, agli arrangiamenti di classici di Mina e di Loredana Bertè; dalle colonne sonore di film come "Fantozzi", o "Sette note in nero" di Lucio Fulci, a un'infinità di sigle come quella di Goldrake, di cui ne citerò solamente due: "Capitan Harlock" e "Daitarn 3". Ares Tavolazzi ha fatto la storia con il suo lungo sodalizio con Guccini, per le sue collaborazioni con Dalla, Paolo Conte, Zucchero e Battisti, e soprattutto per la sua più grande creatura, gli Area: una delle più rilevanti progressive band italiane di sempre, famosa (anche) per l'indimenticabile voce di Demetrio Stratos. Tutti questi artisti dalle carriere così elevate, così differenti, nel fiore dei loro anni e della loro creatività, nel '78 danno vita a un intero album dedicato a Goldrake: "Atlas UFO Robot". Tuttavia, a rompere gli schemi del mercato e dell'immaginario popolare, e a entrare nella leggenda, è un singolo intitolato semplicemente Ufo Robot/Shooting Star, edito da Fonit Cetra e accreditato ad Albertelli, Tempera e Tavolazzi. Il mitico 45 giri contiene la sigla che noi tutti conosciamo, cantata perfino da chi, spesso, il cartone neanche l'ha mai guardato. Il vero gioiello tuttavia è il suo B-side, una canzone che racchiude il meglio del talento e della creatività degli artisti coinvolti, pur senza rinnegare il sostanziale disimpegno di cui quest'inno generazionale ha bisogno. 

Senza falsa modestia, abbiamo creato una pietra miliare musicale che ha posto delle basi per un cambio drastico nella musica televisiva dagli anni '70 in poi. Ci siamo sempre buttati in imprese sulle quali nessuno avrebbe scommesso e abbiamo creato delle sigle che ancora oggi sono dei motivi iconici e indimenticati.

(Vince Tempera, intervista su Billboard Italia)

UFO Robot

"Si trasforma in un razzo missile, con circuiti di mille valvole, tra le stelle sprinta e va / Mangia libri di cibernetica, insalata di matematica, e a giocar su Marte va". Tutti abbiamo cantato queste strofe almeno una volta nella vita, solitamente a squarciagola. Poi ci siamo posti la domanda: "ma chi è?", e ci siamo anche dati una riposta: UFO Robot! Di tutte le memorabili sigle partorite dalla fine degli anni '70 in poi, questa è in assoluto la più famosa, la più saldamente impressa nell'immaginario collettivo e nel cuore di un'intera generazione. Vi si avvicinano solamente quelle di Jeeg, Daitarn e Mazinga, forse Lady oscar, Heidi e pochissime altre. La musica è tanto semplice quanto pregnante, epica e positiva, come un'opera di questo genere dovrebbe sempre essere. Oltre che dalla voce di Michel Tadini, le parole sono espresse da una vocalità corale, così che il messaggio di speranza possa simbolicamente appartenere a tutti. Per l'occasione, Tempera e Albertelli si erano rivolti al coro di Paolo Orlandi, in sinergia con l'orchestra jazz della Rai, elemento assolutamente inedito in un prodotto del genere. A ben vedere, è un po' come se il coro fosse il pubblico stesso: è il bambino che aspetta con trepidazione la prossima puntata, ma anche l'adulto di ieri e soprattutto di oggi, che a riascoltarla si sente ancora parte di quel coro, di nuovo quel bimbo davanti a un vecchio televisore. L'arrangiamento di Tempera mette fisiologicamente in risalto determinati suoni, come quello delle trombe e gli effetti "spaziali": le prime a determinare l'epicità della canzone, i secondi a darle una personalità in accordo con il tema di Goldrake. Il vero tratto distintivo del sound, però, è inevitabilmente il basso di Tavolazzi, perno centrale dell'intero brano. L'attitudine "bassistica" di certe sigle era ricorrente, a dire il vero, e sfociava a volte in guizzi di puro virtuosismo (un altro caso eclatante è la sigla di "Voltus Five", su musiche di Carlo Maria Cordio, oltre che la stessa "Shooting Star"). Completano l'opera le tastiere che, oltre a creare gli effetti già citati, offrono un sottofondo squillante e melodico su cui distendere le voci, accompagnando l'insieme alla regolare catarsi del ritornello. Il testo, dai tratti stravaganti e fantasiosi, ha il pregio di essere accattivante per un pubblico di giovanissimi ma anche solido, scorrevole e godibile da parte di un ascoltatore adulto. Luigi Albertelli era già uno scrittore esperto e rispettoso del pubblico di riferimento, ma, parole del maestro stesso, non ha mai scritto "canzoni per bambini" in vita sua. La sigla di Goldrake è un inno di speranza dedicato all'umanità tutta, non solo ai bimbi, poiché né Albertelli né Tempera erano interessati a produrre musica come quella dello Zecchino D'Oro, ma piuttosto, a dare vita a sonorità adulte e di tendenza, libere da ogni interferenza mediatica o commerciale. Da quella libertà, cara a tutti gli artisti coinvolti, nasce la magia che avvolge queste vecchie sigle, così iconiche da essere tutt'ora parte del bagaglio immaginifico di milioni d'italiani.

"...Tornammo alla Fonit Cetra con il testo e la musica e ci risposero che potevamo fare quello che volevamo. Una volta si lasciava molta libertà creativa agli autori, soprattutto quando c'era grande rispetto reciproco e fiducia".

(Vince Tempera, intervista su Billboard Italia)

Shooting Star

Prima è la sola batteria, poi un basso oscuro e suadente, siderale, eppure caldissimo come il nucleo di una gigante rossa. Sonorità fantascientifiche dal synth di Tavolazzi e infine due timbri ben distinti, l'uno maschile e l'altro femminile, portano Shooting Star nel vivo della sua corsa fra le stelle. Duke Fleed, alias Actarus (Daisuke Umon), è un alieno scampato all'invasione del proprio pianeta natale da parte delle truppe di Re Vega. Giunto per pura fortuna sulla terra col suo UFO Robot, gravemente ferito, viene soccorso dal dottor Procton (Genzo Umon) e passato per il figlio dello scienziato, l'uomo a capo dell'Istituto di Ricerche Spaziali. Il titolo Stella Cadente, "shooting star", è dunque quanto di più adatto alla poetica dell'opera nagaiana, sebbene probabilmente si tratti... di un puro caso! Quando la temibile Flotta di Vega arriverà infine anche sulla terra, sarà proprio Actarus a difendere quel popolo che l'ha salvato, accolto e adottato. No, la razza umana non morirà, come recita un'altra canzone. Il brano intanto prosegue rinforzato da rapidi e incisivi accordi di chitarra, di gusto decisamente funky. Molti dei musicisti coinvolti, dopotutto, godevano di un background di matrice jazz in piena sintonia con molte sonorità derivative, tra cui funk e disco music. Quest'ultima, specialmente nelle sue originali incarnazioni afro-americane, era un genere largamente in voga sul finire degli anni '70, e dunque parte integrante della cultura del periodo. Ma "Shooting Star" va ancora oltre, raccogliendo i frutti della fusion e soprattutto dell'elettronica, allora pura avanguardia in mano a poche, basilari leggende, tra cui il nostrano Giorgio Moroder. Il testo, non a caso, fa suo l'ermetismo caratteristico della poetica elettronica: poche strofe significative, poche parole cariche d'un messaggio più ampio. Gran parte delle strofe, a ben vedere, esistono in virtù della semplice musicalità delle parole, ma alcune delineano un quadro intimista, quasi metafisico. Passaggi come "because the adventure's in my mind" (perché l'avventura è nella mia mente), o "Fly, my Ufo Robot in the sky Against the monster of the night" (vola, mio Ufo Robot nel cielo contro il mostro della notte), tratteggiano una battaglia personale che è parte della guerra di tutti giorni, l'avventura come prodotto della fantasia e dell'ispirazione. Il testo è quindi in inglese, scelta che arricchisce l'opera di Albertelli di un sapore internazionale, in antitesi con quelle che fino a quel momento erano state le logiche delle sigle televisive. Non solo: gli artisti del gruppo Actarus non avevano idea di quale fosse il reale soggetto di Goldrake. Avevano visto i filmati in lingua originale e nulla più, quindi, sbilanciarsi sul soggetto dell'opera non sarebbe stato certo opportuno. Eppure, proprio questi limiti all'apparenza castranti hanno dato modo ai musicisti d'imporre il loro stile, la loro poetica e la loro personale visione dell'anime, trasformando un cartone per ragazzi in un'opera d'impatto generazionale. Puro e semplice.

Conclusioni

Creammo un sound unico e originale, differente da altri dischi italiani. Finalmente uscì il disco della sigla, e ogni giorno uscivano dal magazzino della Fonit Cetra 20mila copie del vinile, cosa che oggi non accade più. Parliamo di fantascienza pura!

(Vince Tempera, intervista su Billboard Italia)


Sulle basi della sigla arrivò un intero album, forte di dieci tracce dedicate a vari personaggi dell'anime: Venusia, Alcor, Vega, Procton e Rigel. A rimanere nella leggenda è tuttavia questo 45 giri, un gioiello arrivato a vendere oltre un milione di copie e valso il disco d'oro a Vince Tempera e Luigi Albertelli. Alla fine, la novità giapponese aveva spinto la musica italiana, e la musica italiana fatto rifulgere il prodotto nipponico. La libertà lasciata ai musicisti da produttori e case discografiche, va detto, non è l'unico motivo di un prodotto di tale qualità; basilare è anche la libertà che i musicisti hanno concesso a loro stessi. Liberi dagli schemi radiofonici come da quelli discografici, liberi dal giudizio di un mercato fatto di regole ben precise, e soprattutto liberi di dare sfogo a tutta la loro creatività, senza preoccuparsi di rimanere in linea con gli schemi di altri artisti, gli Actarus si sono potuti permettere di mettere in campo non solo le loro personali influenze, ma anche una sottotrama di esperimenti e piccole follie. C'era rock, elettronica, musica leggera, fusion: ogni elemento capace di convivere con gli altri nella stessa, intrepida ricetta, ognuno funzionale all'altro. Un risultato incredibile, nel 1978, e a ben vedere, quasi impensabile oggi. In una situazione del genere, paradossalmente, i limiti organizzativi si sono dimostrati una forza anziché una debolezza; né Albertelli, né Tempera o Tavolazzi sapeva con precisione di cosa parlasse Goldrake, gli erano stati solamente fatti vedere degli spezzoni in lingua originale, e nonostante questo, o forse proprio per questo, l'essenza dell'opera era arrivata fulgida e diretta. Ce lo spiega proprio Vince Tempera: Quando io e Albertelli guardammo UFO Robot, anche se non capivamo le parole, capimmo dalle immagini che si trattava di una guerra tra il bene e il male, c'era il buono e il cattivo, c'era il vecchietto, c'era la storia d'amore; alla fine c'erano tutti gli stereotipi degli spaghetti western italiani, ai quali i giapponesi attingevano molto per i loro cartoon (dall'intervista su TV Sorrisi e Canzoni). Non a caso Goldrake aveva quello sfondo curiosamente "western", sebbene va detto che fu proprio Sergio Leone, col celebre "Per un Pugno di Dollari", ad ispirarsi per primo al cinema giapponese di Akira Kurosawa. Per alcuni dei membri degli Actarus, ad ogni modo, la sigla di "Atlas UFO Robot" finì per rappresentare il più grande successo di un'intera carriera. Il "fenomeno Goldrake" permise a tutta l'animazione robotica giapponese di approdare in Italia, e a decine di musicisti di sbizzarrirsi e di sfornare nuovi successi, nuovi inni da imprimere nel mito d'intere generazioni. Ovviamente arrivarono anche le polemiche, sociali e a volte perfino politiche; Actarus era adesso un violento facinoroso nazionalista e fascista, adesso un immigrato clandestino e rifugiato politico. C'è chi ricorda come la sigla di UFO Robot fosse un classico, alle manifestazioni studentesche di allora. E naturalmente, tutta la retorica sulla violenza "diseducativa" dell'anime, polemica simile a quella del '90 sui fumetti splatter italiani (derivativi in quel caso del "fenomeno Dylan Dog"). La RAI smise così d'acquistare serie animate dal Giappone, e pian piano, la prima ondata di "cartoni animati" andò morendo. Gli anni '90 videro meno serie inedite, nonostante svariate reti private continuassero a mandare in onda quelle vecchie, ma assistettero all'arrivo dei primi manga e all'instaurarsi di una piccola sottocultura, giunta definitivamente alla ribalta nei primi anni duemila con la memorabile "Anime Night" su Mtv. Dopo il sovvertimento della "filosofia nagaiana" da parte dell'altrettanto fondamentale saga di Gundam, l'animazione robotica del sol levante tornava per certi versi all'origine con Neon Genesis Evangelion. E le sigle? Le cose ormai erano profondamente cambiate. La musica non era più libera. Salvo rare eccezioni, le sigle prodotte per le principali emittenti televisive erano ormai omologate, pensate esplicitamente per un pubblico di soli bambini; gli anime stessi venivano censurati e così "edulcorati". Il resto arrivava con la sua sigla originale, adesso che la sensibilità giapponese s'era finalmente orientata al modello occidentale; erano le sigle nipponiche, ora, a fare scuola. Quello degli Actarus rimane così il più fulgido esempio, in Italia, di quello che la musica è capace di creare quando agli artisti è concessa piena libertà: era solo la sigla di un cartone animato di poche pretese, ma la sua leggenda ha travalicato due generazioni ed è ancora qui, a farci fischiettare di libri di cibernetica e d'improbabili insalate di matematica.

Naturalmente Tempera, Albertelli e gli altri protagonisti di quest'avventura musicale sono spesso ospiti d'onore alle più svariate manifestazioni legate alla cultura pop; 

Il contatto col pubblico è sempre una cosa straordinaria, sentire che ancora adesso tantissimi ricordano cose fatte più di 30 anni fa vuol dire che abbiamo fatto bene, anzi benissimo, e fa piacere soprattutto oggi che le canzoni durano due giorni. Mi piace stare in mezzo ai giovani e non vedo l'ora di rifare questa esperienza adrenalinica... Cazzo perché non l'ho fatto prima?

(Luigi Albertelli, intervista su Animeclick)

1) UFO Robot
2) Shooting Star