Acidity

Into the Lies

2014 - Nightbreaker Productions

A CURA DI
GIACOMO BIANCO
28/01/2015
TEMPO DI LETTURA:
7

Recensione

Gli Acidity sono una giovanissima realtà fuoriuscita dal panorama metal torinese, città che sviluppa solitamente un buon “ecosistema-underground”. Formatasi nel 2010 sotto il moniker Existence, dopo un solo anno la band decide di cambiare nome, optando per Parasite. Freschi di cambiamento, i Nostri (che sono Andrea “Steeler” alla chitarra, Mattia Itala alla voce e chitarra, Stefano Quaglia dietro la batteria ed Alessandro Castagneri al basso) cominciano ad esibirsi nel torinese, proprio quando avvengono pure i primi – ma lievi – cambiamenti di line-up: Mattia decide infatti di dedicarsi a tempo pieno al ruolo di cantante, lasciando tutte le parti chitarristiche ad Andrea. È in questo momento che la band pubblica la sua prima release ufficiale, il demo “Human Destruction” (2012). Poco dopo, a causa di problemi legati all’omonimia con un altro act, la band è costretta a cambiare ulteriormente moniker, adottando quello definitivo di Acidity. La pubblicazione di un secondo demo (“Blinded Ignorance”, 2012) è solo questione di tempo, giacché la band sta davvero compiendo passi da gigante. In poco tempo arrivano infatti ad esibirsi sui palchi d’importanti festival italiani, come il Sun Valley festival di Gallio, nel vicentino, nella cui occasione dividono il palco con Arthemis ed Elvenking. Non mancano nemmeno importanti concerti di supporto a realtà internazionali come gli Heathen, e ciò dimostra come la band abbia saputo giocare in modo eccellente le proprie carte. Tuttavia, in questo momento estremamente positivo, il drummer Stefano Quaglia decide di lasciare la band, ma viene prontamente rimpiazzato da Simone Cibrario. Dopo due anni di “silenzio discografico” – ampiamente giustificato, come vedremo – la band fa il debutto col suo primo full-length “Into the Lies” (2014), registrato presso i Nebula Studios, di proprietà dell’etichetta responsabile della pubblicazione del disco, la Nightbreaker Productions, nuovissima label italiana esclusivamente specializzata in quel metal old school, oggi tanto snobbato, ma che, a quanto pare, riesce ancora a dare grandi emozioni agli amanti delle sonorità più retrò. “Into the Lies” è infatti un lavoro al 100% thrash, di come se ne vedono pochi in giro. Oggigiorno, infatti, il thrash metal è spesso e volentieri miscelato ad altri stili più moderni, che possono essere il groove, il metalcore, il post-thrash e via dicendo. Quest’album, invece, è SOLO thrash metal vecchio stile, quello ruvido e poco elaborato nei suoni, ma che, se suonato nella maniera adeguata, spacca ancora i musi di mooolta gente. Qua non troveremo trigger varî o suoni computerizzati, ma chitarre Ibanez compresse e graffianti, un Fender Precision col suo caratteristico suono asciutto e sferragliante, una batteria secca con la cassa affatto finta (di “plastica” verrebbe da dire, come purtroppo oggigiorno ci tocca troppo spesso sorbirci). Insomma, la maturità artistica che questi ragazzi vi dimostreranno (vi informo che il più “vecchio” ha 21 anni) è qualcosa d’eccezionale. Riguardo al genere, è difficile comprendere una scelta di fondo come la loro – così decisamente anacronistica – se si considera che potrebbero essere ragazzi cresciuti in piena stagione metalcore, verso la seconda metà degli anni Duemila. Eppure ciò dimostra che, anche tra le giovani leve, c’è qualcuno che tiene ancora a cuore questa sonorità. Significa anche che, perennemente orientati al futuro ed all’innovazione, i “gruppi d’entrata” rimangono tuttavia sempre gli stessi, Iron Maiden e Metallica in primis (a tal proposito basta vedere il booklet del cd, dove i ragazzi esibiscono fieramente t-shirt di gruppi storici). Questo perché chiunque riconosce l’assoluta perfezione di queste leggendarie band del passato, della loro importanza – oggi interpretata anche in chiave storica – sullo sviluppo delle correnti successive. Sono band che, per quasi tutti, sono stati il primo amore, quello che non si scorda mai: dentro ti rimarrà sempre qualcosa di loro. Ma se, d’altro canto, come detto prima, la voglia di sperimentare ci proietta sempre in avanti (se nel bene o nel male lo capiremo solo quanto questo futuro sarà diventato “passato”), è bene anche ricordare chi siamo, noi metallari: non mi trovate d’accordo con quanti snobbano i mostri sacri solo perché “vecchî”, “coi suoni troppo poco potenti”, “poco tecnici” ed altre sciocchezze del genere (per non dire cagate). Se alcune band sono definite storiche, non è solamente un mero fatto di casualità temporale (ovvero: non è colpa loro se sono venuti prima d’altri). La loro “colpa” è solo quella d’aver “generato” dal nulla qualcosa che oggi, a distanza di moltissimi anni, ci riscalda ancora il cuore. Nel caso della nostra amatissima musica metal, si viene definiti “storici” perché si ha lasciato in eredità un qualcosa all’intero genere. È quasi un fatto di genetica: certe band, diciamo primitive, hanno immesso un certo tratto caratteristico nel DNA del metal e questo stesso carattere continua a palesarsi anche a distanza di generazioni. Questo è chiaramente il caso degli Acidity, perché altrimenti non si potrebbe spiegare come questi ragazzi abbiano abbracciato un genere così “anziano” nei loro confronti (e sappiamo bene come il mercato musicale s’evolva a tempi record, allevando intere generazioni sotto un’unica bandiera, giusto poi per ricreare nuovi miti per le generazioni seguenti) ma, soprattutto, come abbiano dimostrato di saperlo fare proprio, di reinterpretarlo, di crearlo. Condividendo il loro pensiero al 101%, sono felice di constatare che oggigiorno ci sia qualcuno che non si pieghi all’ondata del “-core”, del djent o d’altre derivazioni che, sono sicuro, lasceranno il tempo che trovano. Chi ascolta questo disco, senza aver saputo nulla sulla biografia della band, potrebbe tranquillamente collocarlo verso la fine degli anni Ottanta, non senza rimanere poi sbigottito quando invece viene a sapere che è del 2014. Del 2014, signori… Il messaggio del thrash che partì circa trent’anni fa è arrivato dunque sino ai nostri tempi. In mezzo a innumerevoli cambiamenti, è giunto a noi nella sua forma più pura. Vediamo allora questi quattro ragazzi come hanno saputo reinterpretarlo.



Il disco esordisce con la title-track “Into the Lies… They Were Denied”. Dopo un’introduzione in cui versi mostruosi si mescolano con della musica in sottofondo, la band irrompe prepotentemente dopo pochi secondi. Già dall’inizio si ha una precisa idea del messaggio sonoro che i quattro ragazzi vogliono recapitare al destinatario: thrash metal compatto, vigoroso e martellante, supportato, tra l’altro, da una produzione con i controfiocchi. Alle massicce chitarre ben s’intona il tono metallico del basso, così come la potentissima batteria non può che mandare in sollucchero l’amante di tali sonorità. Quando entra però il singer Mattia, qualcuno potrebbe storcere il naso, abituato com’è alle timbriche dei cantanti dei grandi nomi del thrash (Metallica, Slayer, Testament) e di una certa corrente di pensiero che privilegerebbe una timbrica più tendente al basso. Niente di più sbagliato: la voce isterica, graffiante e quasi stridula di Mattia è quanto di più confacente al genere, ed oltretutto fa guadagnare alla band diversi punti in più, già solo per il fatto di volersi distinguere dalle solite voci “alla Hetfield”. Tornando alla canzone, essa si caratterizzata subito per un eccellente groove, in cui l’ispirato riffing di chitarra detta i tempi, mentre il basso non lesina fraseggi velocissimi in cui primeggia rispetto a tutti gli altri strumenti. Lievi variazioni ritmiche tengono l’attenzione sempre ben incollata all’evolversi del brano, che culmina nel chorus, ovvero il momento di maggior coinvolgimento. Le lyrics parlano di cinque giovani ragazzi che sono stati implicati in un non meglio precisato fatto di sangue. Sapendo di essere gli unici superstiti delle loro rispettive famiglie, i protagonisti cercano ora di fare chiarezza sull’accaduto, ma è così che entrano in una spirale sempre più a tinte fosche. Nel mentre che “il silenzio è arrivato per seppellire la verità” (una velata accusa di omertà verso qualcuno?), i ragazzi si trovano intrappolati nelle spire del potere, non sapendo nemmeno come reagire dinnanzi ad un sistema che fa di tutto per ostacolare l’emergere della verità.  Una volta catturati vengono “giudicati come assassini” di modo che, sebbene essi siano gli unici superstiti della strage, “loro [stessi] sono «assassinati»”, come a voler dire “oltre al danno, la beffa”. Infatti, questo processo-farsa fa parte di un piano ben orchestrato da qualcuno dei piani alti, qualcuno che vuol far tacere per sempre questi ragazzi… Il brano scorre via piacevolmente fino a che un altro climax non sopraggiunge a 2:42. Già da lontano si sente odore d’assolo, ma prima c’è tempo per gustarsi ancora un bridge dal buon livello tecnico. La parte solistica di chitarra è molto melodica, forse troppo rispetto al contesto thrasheggiante, ma comunque lascia un buon sentore di sé. Dopo questo episodio il brano ha ancora poco da dire (non dimentichiamoci, però, di un fugace tapping di basso) e quindi ci si avvia speditamente alla seconda traccia, che è “Murder”, brano corto ma che sprigiona davvero grande energia. L’intro di basso apre la strada ad un riffing assassino e micidiale che incita al pogo più violento. La tecnica compositiva, già ben definita e riconoscibile dopo sole due canzoni, permette a questi giovani musicisti di confezionare un brano che si dimostra un’autentica mazzata sul collo. Ora la voce tende meno a sforare su registri alti, senza perdere però d’incisività. Armonici artificiali sparpagliati qua e là danno un tocco di brio alla canzone, peraltro già fortemente aggressiva per le serrate ritmiche. Un insolito bridge appare ad 1:56, giusto per spezzare il ritmo del brano e traghettarlo su lidi meno esasperati, ma l’effetto è solo provvisorio, giacché il brano riacquista tutta la sua furia distruttiva per poi collassare prima dei tre minuti di lunghezza, questa volta senza assoli varî. Un brano davvero in-the-face. Il testo, di pari passo con l’immediatezza musicale, è a sua volta molto esplicito e pare volersi riferire a delle persone che combattono una tirannica autorità con tutti i loro mezzi possibili. Questo dispotismo è giudicato colpevole di diversi capi d’imputazione (tra gli altri, quello di distruggere l’ambiente e di mettere in atto la pratica del cost externalizing, termine socio-economico che descrive come un business massimizzi i suoi profitti scaricando costi indiretti e costringendo ad effetti negativi le terzi parti). Dato che queste persone malvagie non si fermano davanti a nulla, nemmeno davanti al “pianto” delle vittime (cui viene invece contrapposta la “risata” dei cattivi), l’unico mezzo che pare valido ad ostacolarli sono gli attacchi terroristici. Il ritornello – in pieno Anthrax-style – invoca infatti l’utilizzo delle bombe come unica arma in grado di distruggere questa “merda”: ecco che l’ordigno assurge ad unico mezzo per far conoscere loro un “dolore” che mai nella vita avevano sperimentato, abituati com’erano a svignarsela ogni volta che le situazioni si complicavano, difendendosi dietro alla loro autorità (fino ad allora) inattaccabile. Canzone molto valida, che confeziona assieme alla precedente, un “uno-due” di tutto rispetto. Al terzo posto troviamo “Nowhere to Hide”, canzone dalla tematica fantasy. L’ambientazione è infatti l’antico Egitto ed il soggetto sono i profanatori di tombe. Costoro, mossi da un’irrefrenabile avidità di beni (“così come millennî fa l’ignoranza dominava sulla gente, oggigiorno denaro e successo lo fanno sulle menti”), setacciano ogni singola cella segreta dei complessi funerarî che laggiù vengono alla luce: “inestimabili tesori” vengono così depredati da persone senza scrupoli che, non paghe di quanto appena arraffato, s’avventurano pure “nelle profondità di un tempio maledetto”. Sebbene le profezie mettano in guardia i visitatori dal non introdursi in quei luoghi su cui aleggia un micidiale anatema, i tombaroli se ne fregano ed avanzano sempre più, fino ad incappare effettivamente nella maledizione. Rendendosi conto del pericolo, s’accorgono pure che adesso è troppo tardi per fuggire. La loro cupidigia li ha mossi fino a farli seppellire nella sabbia: ora non c’è più “alcun posto per nascondersi”. Insomma, in un sostanziale rapporto di causa-effetto, ad ogni colpa commessa in vita da questi scellerati, corrisponde ora una pena sempre più severa. Emblematico, a tal proposito, l’ultimo versetto, che recita “ti sei voluto calare nelle profondità/ora riposa in eterno con la tua avidità”. Davvero un brutto epilogo per questi avventurieri. Dal lato musicale, il brano, pur essendo abile nel mantenere le peculiarità finora proposte, si caratterizza per un’intro leggermente venata di technical thrash, che avvia una canzone che si fa notare per via di un maggior tasso tecnico-compositivo e per una maggior voglia di sperimentare. Le appuntite melodie di chitarra, che lasciano di conseguenza notevole possibilità d’espressione al basso, hanno il compito di richiamare quel non-so-che d’egizio, come ad invocare quell’alone d’ancestrale mistero che da sempre riveste l’antica civiltà del Nilo. Il brano si mantiene su un massiccio mid-tempo, ma quando Mattia entra, la velocità aumenta sensibilmente. Buoni fraseggi arabeggianti amplificano quella specifica ricerca sonora di cui prima, mentre il ritornello, ancora una volta, s’avvale dei cori per esaltare le parole-chiave del testo. Egregiamente composto ed arrangiato, il brano scorre via fluidamente, fino a che, a 2:56, Andrea non innesta una marcia in più per confezionare un buon assolo, che conclude di fatto la canzone. L’inizio granitico di “To the Night (Breaker)” ci trasporta con irruenza alla quarta posizione, dove ci pare subito di trovare una canzone che pare strizzare l’occhio ai Metallica più melodici ed ispirati. La voce di Mattia appare più dissonante che mai nel recitare la disavventura di un gruppetto d’amici, che si stanno recando in macchina al Nightbreaker (un locale notturno), per trascorrere in compagnia il loro sabato sera. Sebbene l’andamento musicale sia “allegro”, la situazione dei protagonisti sembra peggiorare, in quanto si trovano nel bel mezzo di un banco di nebbia. La scarsa visibilità li rende – a tratti – “paranoici”, giacché non riescono a vedere niente. Poi, all’improvviso, i fatti precipitano: i ragazzi si sentono andare fuori strada, ed è così che il terrore comincia ad impossessarsi dell’abitacolo. L’oscurità più totale, un deserto attorno a loro e, ovviamente, la nebbia, non sono fattori che giocano sicuramente a loro favore. Strofe e ritornelli paiono fondersi piacevolmente tra loro, sintomo che il brano è stato strutturato in maniera efficientissima. Camminando a vuoto nel buio, cercando di ritornare sulla strada per la città, i ragazzi cominciano a notare sulla loro pelle delle strane mutazioni, che deformano i loro visi fino a farli assomigliare a dei clown. Scorrendo imperterritamente fino al minuto 1:48, il brano si rende davvero gradevole all’ascolto, ma altrettanto piacevolmente s’accoglie la svolta impressa alla canzone. Una pesante schitarrata aumenta considerevolmente il ritmo, fino a che al di sopra della base ritmica non s’inserisce un assolo di Andrea. Il brano mantiene un ottimo tiro fino alla fine, che, tra l’altro, decreta un triste epilogo non solo per i ragazzi di cui sopra, ma per l’intera umanità, intenta ad esalare il suo “ultimo respiro”. Ad onor della cronaca, non si capisce molto bene come quest’ultima strofa si colleghi alle precedenti, giacché lascia solamente intuire i possibili legami tematici, ma non li conferma al 100%, rendendo l’interpretazione abbastanza personale. Resta il fatto che ci troviamo comunque di fronte ad un valido brano. L’impatto di “Disorder, No Order” è dei più decisi e catchy dell’intero album. L’occhio di riguardo per la melodia (che caratterizza il brano precedente) sembra ancora essere valido anche in questa canzone. La dinamicità della traccia è notevole e non permette d’ascoltarla immobili, dato che pare essere stata concepita per agitare le folle. Similmente, lo stesso testo pare incitare le masse alla protesta contro le istituzioni, o meglio contro quella “gente che ti dice cosa puoi prendere e cosa no”, contro coloro che passano la loro esistenza a decretare, nel modo più personale possibile, cosa sia giusta o sbagliato per gli altri. Nella sostanza, “la verità è che [tutti] questi vogliono solo prevalere” sugli altri, abusando del loro potere decisionale ed imponendo una grossa ingiustizia nei confronti dei più deboli. Un bridge degno di nota collega la polemica strofa al chorus, che gioca in gran parte sulla somiglianza dei due vocaboli “disorder” ed “order” (rispettivamente “disordine” e “ordine” in inglese): se da un lato il disordine regna sovrano nelle menti di tante persone, dall’altro non dovrebbero essere impartiti ordini così palesemente restrittivi, che vìolano la libertà di pensiero e di parola d’ognuno di noi. Se si somma questa diffusa ignoranza a degli ideali limitativi, non si otterrà altro che l’asservimento delle masse. In una società che ci propina più cose negative (prima fra tutte la violenza) di quelle che realmente servirebbero (senso di sicurezza, tranquillità), è lecito pensare che intere generazioni nascano praticamente già sottomesse, adattandosi fin da bambini alle regole del sistema. Se il germe della protesta non fuoriesce nemmeno nel momento in cui, solitamente, si manifesta maggiormente la voglia di spezzare le regole (l’adolescenza e la giovinezza), l’individuo sarà costretto a conformarsi definitivamente, diventando vittima di preconcetti ideologici “di massa”, e rendendosi a sua volta carnefice nei confronti di chi, invece, ha intrapreso la strada del dissenso. Citando il grande filosofo Bertrand Russell, non bisogna mai smettere “di protestare, di porsi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta […] Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai”. Ed i Nostri pare abbiano averlo capito. Dopo due minuti e mezzo di una coinvolgente canzone e dopo le isteriche urla di Mattia, il brano sfuma in dissolvenza, per poi lasciare strada a degli arpeggi di chitarra pulita. Da queste basi si origina un assolo, lento e melodico, che prelude ad un finale tutto potenza, con quello che è il riffing più spiccatamente 100% thrash finora ascoltato. “Disorder, No Order” si candida ad essere uno dei brani più riusciti dell’album. Grande canzone. Una pesantissima chitarra, sparata ai cento all’ora, introduce “Interstellar Defiance”. Al main riff di questa sezione segue poi un breve break, che introduce ad un’altra valida parte del brano. La potenza d’impatto è notevole, sensazione aumentata anche dalla voce del cantante. L’impasto sonoro del groove è molto corposo, mentre invece è il testo a non convincere molto. A parte una breve strofa iniziale che non si capisce bene dove voglia andare a parare, segue poco dopo una descrizione della società moderna, definita come un “mondo marcio” in cui regnano ignoranza e falsità. Detto questo, le lyrics s’evolvono in maniera abbastanza scontata: tra “pianti ed urla” che si levano da un contesto in cui domina solo il “cemento”, la società è destinata a cadere “nell’oblio per i suoi errori”. Tuttavia, quando il testo aveva raggiunto l’apice della prevedibilità, ci si ricorda che lo stesso titolo della canzone faceva riferimento a qualcosa “d’interstellare”, più precisamente ad una sfida (il significato italiano di “defiance”)… La seconda strofa, per fortuna nostra, interviene per dare una scossa allo sviluppo delle vicende: una flotta interstellare d’astronavi è arrivata sin dinnanzi alla Terra. Sono giunti qui con l’intento specifico di distruggere il nostro mondo. Tra chi si chiede il perché di tutto ciò, la società pare una volta più velocemente avviata alla decadenza ed all’estinzione. Se il testo non colpisce più di tanto (per fantasia e per esposizione delle idee, che avrebbero potuto essere rese meglio), il lato musicale non può che soddisfare l’ascoltatore, giacché il brano si mantiene sempre sui binarî della collaudata “formula del successo” trovata dai Nostri. È vero, non aggiunge nulla, ma nemmeno toglie punti. Le variazioni che si trovano a metà canzone (break di batteria su tutte) evitano che il brano s’atrofizzi, mentre l’assolo questa volta pare, in alcuni suoi tratti, migliorare la propria qualità. Un morbido arpeggio di chitarre ed un classico assolone melodico introducono la sesta traccia, lo strumentale “Call to Insanity”. I tamburi in crescendo della batteria imprimono al brano una svolta fatta di tutta potenza. Sebbene il bagaglio delle soluzioni sonore non è estremamente variegato, il brano ci ricorda in diverse occasioni delle sue origini quasi-acustiche, così da riproporre il bell’arpeggio dell’inizio. Di fatto, è possibile considerare il brano nella sua interezza come un alternarsi di sezioni acustiche ad altre elettriche. Superando di poco i tre minuti, il brano scorre via davvero velocemente e non abbiamo ancora fatto in tempo a gustarci questo “intermezzo” che già ci si trova catapultati verso la prossima canzone della scaletta. L’incipit di “Conjuring Death” pare non decollare mai, ma ben presto il brano acquista linearità, proprio quando la voce comincia ad esortare a vivere pienamente la vita. “Non c’è spazio per pensare”, in quanto la nostra esistenza scorre via troppo velocemente. Proprio quando ci accorgiamo di ciò, realizziamo pure, nostro malgrado, che gran parte del nostro tempo è già dietro alle nostre spalle. In un frenetica corsa contro la morte (che è il limite ultimo della nostra esistenza), il protagonista sollecita la Nera Signora a spiegare le sue ragioni, a svelare il perché sia giunta proprio in quel preciso momento. Del resto, se il fato è qualcosa di inevitabile, l’uomo vuole comunque sapere, conoscere le ragioni profonde per le quali essa si è mossa per venirlo a rapire. Musicalmente, sono sempre le chitarre a svolgere un ruolo trainante all’interno della composizione, e per questo non fanno economia di parti solistiche degne di particolare attenzione. La struttura complessiva della canzone è però influenzata da momenti di rallentamento, che rendono il brano meno “impulsivo” rispetto ad alcune delle songs precedenti. Proseguendo nell’ascolto si nota che, nella seconda sezione del brano, le lyrics riportano un momento di maggior chiarezza esistenziale. Sebbene da un lato “noi dobbiamo accettare, [che] non possiamo vincere a questo gioco”, giunge comunque una lucida constatazione, rappresentata emblematicamente dal versetto “non c’è tempo/per pregare o spegnersi lentamente”. In “questa prigione del tempo”, dove più volte riecheggiano le parole “è troppo tardi”, ci si è ormai rassegnati ad accettare le sofferenze della vita. Quando si è “intrappolati” non si ha più niente da dire, né interessa più dire qualcosa. Un bridge posizionato poco dopo la metà della canzone, si rivela essere il solito escamotage per variare la struttura compositiva del brano, a cui segue – in maniera abbastanza scontata – un assolo, che tuttavia pare rivelarsi come il migliore dell’intero disco. Poche note e la canzone si chiude in maniera netta. “The Fall”, penultimo brano della tracklist, si apre con un’inedita soluzione: arpeggio di basso al di sopra del quale un’altra traccia di basso ricama la melodia. L’effetto è particolare, molto caratteristico, e peccato che termini dopo pochi secondi. Fortunatamente, il brano dimostra d’avere una solida base su cui poggiare, come non se ne sentivano da un paio di tracce. Il bel groove dimostra che la band riesce anche a sviscerare sonorità leggermente più moderne del vecchio thrash. La canzone, dall’alto di un minutaggio inferiore ai tre minuti, non prevede grossi cambiamenti, se non il break che sopraggiunge verso 2:00. Qui i musicisti riescono a dare sfoggio della loro bravura, ma la sezione è davvero esigua e termina purtroppo in breve tempo. Sul piano delle lyrics, il brano non si discosta molto dalle tracce che lo precedono: tolto il primo trittico (e poche altre eccezioni), i testi paiono esser proiettati al ribasso qualitativo, e “The Fall” non costituisce un’eccezione. “La caduta” di cui parla il titolo è il processo d’invecchiamento-decadimento che s’abbatte su ogni essere umano come una fatalità ineludibile. Se da giovani s’arriva a pensare, dinnanzi alle prime difficoltà, che la vita è una “merda”, ci si rende poi subito conto che pochi ti daranno una mano per aiutarti nelle difficoltà. “Sprecando tutto il tempo” alla fine si ha accettato completamente il proprio destino, anche forse perché ci si rende conto che ormai non c’è più nulla da fare. Il testo non brilla affatto per innovatività, ma anzi risulta abbastanza scontato e, a tratti, accademico. Con l’ultima traccia, “Spreading Terror”, si conclude quest’album. La melodia iniziale di chitarra lascia ben presto spazio ad un riffing lineare ma compatto, decisamente potente. Stacchi seguono l’introduzione, indicando così la via per il cantato. Mattia, autore di una prova complessivamente valida sotto tutti i punti di vista, in quest’ultima canzone recita versi nuovamente a soggetto fantasy, sotto tutti i punti di vista assimilabili al filone della sword & sorcery (letteralmente “spada e stregoneria”, corrente molto in voga negli anni Ottanta, sia su pellicola cinematografica che in musica). I testi inneggiano a guerrieri sul sentiero di guerra, assetati di vendetta, con le loro lunghe spade lucenti ed “affilate”. Il protagonista è un combattente che si è giurato di non tornare “senza aver sparso il sangue dei nemici”, promettendo solenne atto di vendetta. Lanciato all’assalto dei “nemici della lealtà”, egli è costretto a non risparmiare nessuno, giacché il suo fine ultimo è il raggiungimento della propria libertà. Non si può negare che provi una certa soddisfazione nel vedere cadere i proprî nemici, ma comunque non ci si può far distrarre da questo “sollazzo”, altrimenti tutti gli sforzi sarebbero stati vani. Infine, nella strofa conclusiva, non prima che la canzone sia passata per l’onnipresente bridge, giungono i versi più succosi. Prima, però, occorre far notare – finalmente – un bellissimo assolo di Andrea, questa volta davvero carico di pathos e d’energia. Tornando invece alla strofa, essa si caratterizza per alcuni versi, diciamo, risolutivi a proposito della vicenda. Quando finalmente il protagonista sovrasta il suo vile avversario, una specie di voce fuori-campo gli chiede quali siano le sue sensazioni in questo momento, rimarcando quanto abbia dovuto aspettare quest’attimo. Ora però è lì, trionfante sul cadavere del proprio avversario: finalmente potrà ritornare a casa da vero vincitore, festeggiato come un re. Non so se per la tematica fantastica, o per il semplice fatto di portare una ventata d’aria nuova nella struttura compositiva dei testi, ma questa canzone risulta, nel totale, molto più gradevole di alcune sue compagne e chiude degnamente il lavoro.



Into the Lies” è un disco a due facce. Da un parte c’è l’innegabile abilità tecnica e compositiva di questi quattro ragazzi torinesi, la loro voglia di fare e di spaccare il mondo, la loro presenza, la loro attitudine. Dall’altra parte ci sono invece diversi elementi negativi, che però sono sicuro essere figli della loro “forzata” inesperienza, passatemi il termine. I testi, come abbiamo visto, non sono tutti all’altezza delle rispettive tracce musicali. Alcuni sono più interessanti, trattando di storie avvincenti (“Nowhere to Hide”, “To the Night (Breaker)” e la conclusiva “Spreading Terror”), altri invece si rifanno ad argomenti triti e ritriti in ambito metal. Ci sta comunque il fatto di voler passare per tematiche già arcinote, però, a conti fatti, conoscendo del resto la debolezza dell’argomento, si poteva sostenere meglio la struttura su cui esso soggiace. Quando si trattano determinati argomenti, diciamo pure “abusati”, scadere nella banalità è un passo davvero corto. Se dunque sul piano dei testi i miglioramenti sono auspicabili, dal punto di vista musicale, invece, non si può biasimare niente ed il disco ne è la prova più lampante. La produzione è qualcosa di fenomenale: ogni strumento è bilanciato alla perfezione ed ogni musicista può avvalersi di una qualità di resa sonora davvero mozzafiato. Sono convinto che, fiducioso dei mezzi di questi ragazzi, il loro prossimo disco sarà certamente un lavoro migliore (gli assoli, ad esempio, saranno certamente più validi). Non che “Into the Lies” non lo sia, ma certo commette ancora quei peccati tipici delle band al loro esordio discografico, dettati soprattutto dall’inesperienza con una realtà mai toccata finora. Un piccolo appunto andrebbe fatto anche per quanto riguarda la tracklist: onestamente 10 brani paiono un po’ troppi. Riducendone il numero fino ad un classico 8-pezzi, magari si sarebbe sfoltito qualche brano che, onestamente, non aggiunge nulla a quanto i Nostri vogliono comunicarci, ma che anzi rischia d’annoiare dilatando inutilmente il minutaggio. In sintesi, “Into the Lies” lo consiglio vivamente a tutti gli amanti della musica metallica in generale, non solo del thrash, perché comunque lo vedo come un disco che può davvero piacere a tutti, per le sue intrinseche caratteristiche di metal “vero”. E ciò è davvero un grande pregio al giorno d’oggi.


1) Into the Lies... They Were Denied
2) Murder
3) Nowhere to Hide
4) To the Night (Breaker)
5) Disorder, No Order
6) Interstellar Defiance
7) Call to Insanity
8) Conjuring Death
9) The Fall
10) Spreading Terror