ACAUSAL INTRUSION

Nulitas

2021 - I, Voidhanger Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
27/06/2022
TEMPO DI LETTURA:
7.5

Introduzione Recensione

"Il reame acausale è la fonte di tutta la vera vita. Si trova oltre il nostro mondo causale ed è abitato da antiche entità ed energie caotiche normalmente troppo terrificanti per essere osservate dagli umani. La loro intrusione nella nostra realtà può provocare un processo alchemico di trasformazione tramite il quale gli individui emergono dall'altra parte con una coscienza di se stessi rinnovata". Queste parole potrebbero benissimo costituire l'incipit di un libro space-horror dai connotati lovecraftiani, o di un film allucinato sulla stessa linea, ma in realtà sono quelle scelte dagli Acausal Intrusion e dall'etichetta italiana I, Voidhanger Records per presentare "Nulitas", ovvero il debutto del duo americano technical death metal. E dopo un ascolto di questo lavoro, non si può fare altro che concordare sul fatto che parole migliori non potevano essere usate per presentare al pubblico la follia musicale in questione. Nythroth (chitarra, basso, tastiere, cori) e Jared Moran aka Cave Ritual (batteria e voce) sono i due nomi dietro all'opera, musicisti che già collaborano insieme nel gruppo black metal Feral Lord e in quello blackened death metal Burial Curse. In questa occasione uniscono le loro forze per creare un death metal tecnico che attinge tanto dall'attuale corrente dissonante del genere, quanto dalle caratteristiche più brutali dei primi anni duemila e da alcune idiosincrasie vecchia scuola che risalgono alle radici del death metal stesso. Il tutto filtrato tramite un approccio molto free-form e un'unione di elementi anche contrastanti, atti a creare qualcosa che sembra davvero ispirato da entità che non funzionano e non ragionano come noi, provenienti da altro e oltre l'universo. Gli artisti coinvolti hanno in realtà già diverse esperienze nel loro curriculum, in particolare Moran fa parte/ha fatto parte di un numero spropositato di progetti (la sua pagina su Metal Archives cita più' di una cinquantina di nomi attivi, e molti con già diverse uscite), ma appartengono all'ala underground del metal estremo, posizione che il disco qui analizzato mantiene grazie alla sua non certo facile e immediata fruibilità. Da svariati anni si è creata e sviluppata una sotto-scena mondiale dove lo spirito più tecnico del death è stato portato su versanti sperimentali che approfondiscono l'uso delle dissonanze e tratti progressivi/jazz che cercano strutture non regolari, tempi schizofrenici, claustrofobie, commistioni con elementi operistici, ambient, e molto altro; nomi come Demilich, Immolation, Gorguts, Portal, Ulcerate, Ad Nauseam, Artificial Brain, Antediluvian, Mitochondrion, Suffering Hour, Golgothan Remains, sono solo alcuni dei rappresentanti citabili di questa ricchissima vena del metallo della morte, alcuni più recenti, altri pionieri risalenti anche agli anni novanta. In realtà ogni gruppo tra quelli nominati ha una sua certa estetica e suono, ma di fondo troviamo un certo quid che li unisce in una sensibilità "altra" che si può manifestare ora con declinazioni più pulite, ora con gorghi caotici e primordiali. Gli Acausal Intrusion guardano a tutto questo, ma anche ad altro: nel loro suono intuiamo anche alcune soluzioni che sembrano guardare al lato più brutale del genere, tra Suffocation, Necrophagist e Dying Fetus. Questo aspetto si presenta soprattutto nella voce, un growl cupo e profondo come un abisso, nei blast beat molto presenti e tellurici, e nel suono dei rullanti di batteria che presenta quell'effetto spesso definito "ping" tipico di certe produzioni di fine anni novanta e primi duemila. A completare il quadro troviamo una produzione, seguita in autonomia dal duo, che definire caotica è un eufemismo; alla pulizia di molte opere moderne viene preferito un tono sepolcrale e lo-fi non dissimile da quello dei demo old-school del death metal primigenio. Una ricetta che crea un universo oscuro, con discorsi sonori che vagano persi nel nulla, a volte smarrendosi oltre il punto d non ritorno, a volte dissolvendosi in altre esternazioni improvvise, un reame appunto non del tutto comprensibile dalla mente umana. E se spesso l'estetica di un disco è importante per dare man forte alla musica e al messaggio di una band, non possiamo fare altro che constatare come la copertina realizzata dall'artista romano Daniele Valeriani, che in passato ha lavorato per nomi del calibro di Dark Funeral, Triptykon, Mysticum, Mayhem, Behemoth, rappresenti perfettamente i paesaggi mentali evocati dalla musica aliena dei Nostri. La realtà acausale, situata oltre lo spazio e il tempo, prende pienamente forma nelle aberrazioni degli abissi cosmici riportate nel quadro, e non stupisce sapere che l'artista inizialmente non volesse avere nulla a che fare con la band e con il loro suono quando l'etichetta di Luciano Gaglio gli ha proposto la commissione, salvo poi ascoltare il disco durante le sue pitture, finendo per realizzare la bellissima cover che è un elemento non da poco dell'arte che costituisce l'album.

Corpus

"Corpus" in latino significa corpo, ma anche la materiale relazione tra un soggetto e una cosa, che si traduce nel possesso, e ancora in botanica la parte centrale dell'apice vegetativo della parte di collegamento tra foglia e fusto (caule), costituita da tessuti del meristema, le cui cellule si dividono per mitosi per originare nuove cellule, muovendosi verso tutte le direzioni. Significati che si possono sposare tutti al mondo caotico degli Acausal Intrusion, dove schegge impazzite di musica si contorcono su loro stesse, creando abnormi forme di vita in una relazione altrettanto alterata, fase di trasformazione fisica e mentale da cui l'ascoltatore esce sconvolto e profondamente perturbato. Ma tutto questo, non avviene ancora nella traccia qui analizzata, che funge in realtà da incipit e intro per il nostro viaggio negli abissi. Linee di synth misteriose dai strati astrali, cosmiche, si librano raggiungendo effetti squillanti, sorretti da suoni elettronici imperfetti e dal sapore artificiale, in una musica a metà strada tra il Kosmiche ambient degli anni settanta e le colonne sonore dei film horror e di fantascienza oscura anni ottanta. Una soundtrack che delinea l'idea di oscurità cosmica che sta alla base del concept dell'album, e che quindi anticipa lo spirito, ma non il suono, dell'avventura alla quale stiamo per partecipare. Sovviene qui anche un altro significato della parola corpus, ovvero quello di raccolta di più opere legate da un filo conduttore, che sia esso tematico o il semplice fatto di essere dello stesso autore; possiamo vedere ogni brano come un'opera a sé stante, ma inserita in un corpo organico che è la totalità dell'esperienza costituita da "Nulitas".

Transcending The Veil

"Transcending The Veil" è il primo brano dell'album propriamente legato allo stile death tecnico e dissonante della band, ma i Nostri non lo danno subito a vedere: veniamo infatti accolti da chitarre delicate e progressive, allineate a una batteria altrettanto morigerata e controllata, suoni che potrebbero inizialmente farci dubitare della nomenclatura poco prima usata. Ma già qualcosa non torna, un feeback stridente si fa sempre più sentire in sottofondo, salendo poi d'intensità e diventando un'intrusione caotica nelle delicatezze compositive. Ed ecco che distorsioni cupe e profonde prendono all'improvviso piede, accompagnate da versi gutturali che hanno ben poco di umano; l'elemento più progressivo si lega quindi a dissonanze ambientali e accelerazioni improvvise dove il suono del rullante e i blast beat prendono il sopravvento. Il tutto filtrato da una produzione volutamente nebulosa, che da come l'idea di un suono che proviene da oltre un velo, velo che proprio ora però si sta spaccando, permettendo la ricezione di missaggi da una non-realtà che è situata oltre ogni umana comprensione. E' abbastanza opportuno quindi il fatto che le vocals siano assolutamente non intellegibili, e che i testi stessi sembrino più una traduzione di un messaggio crittografato, emesso da entità che non hanno nulla di umano o somigliante alla vita come la intendiamo noi. Parole che più che dare sensi compiuti, regalano espressioni verbali delle discrepanze e idiosincrasie musicali, vero mezzo di comunicazione tra noi e le entità acausali. Percepiamo echi di un caos cosciente, che trasmettono mappe di sfere legate a cerimonie dove vengono nominati misteri comuni, dove la logica sferica viene sconvolta dispiegando rituali e sacrifici mal-interpretati, ombre di un'era venerata. Forme tangibili trascendono il velo, spaccando la materia cosmica e portando al suo cambiamento. Suggestioni dal gusto lovecraftiano, dove non viene chiaramente spiegato nulla, lasciando all'ascoltatore il compito di trovare un suo significato, ma dove intuiamo quei temi di intromissioni di qualcosa di altro nella realtà dell'universo, e di come esso la cambi con la sua sola presenza. I lettori del già citato Lovecraft, ma anche di Robert William Chambers, Lord Dunsany, Clark Ashton Smith, o del più recente Clive Barker non faranno fatica a immaginare orrori tra il cosmico e il corporeo, trasformazioni mentali e fisiche dovute al contatto con dimensioni ulteriori. E se comunque dovessimo avere difficoltà al riguardo, la musica ci aiuta con i suoi gorghi caotici dove improvvisazioni e tempi di batteria più che sincopati ci trascinano in ambientazioni dissonanti che ci aspirano come sabbie nere fatte di polvere cosmica, salvo poi sputarci in macigni doom pachidermici dove trovano posto anche grida più strillanti, così come accenni a riff più robusti e deviazioni progressive fatte a pezzi e spalmate sulla composizione. Una non-struttura che però trova un suo folle significato nell'ossatura presentata dai già citati rullanti e nei growl, protagonisti che si muovono tra cambi di tempo costanti e schizofrenie sonore continue.

Nexious Shapeshifters

"Nexious Shapeshifters" prende alla lettera il suo nome, catapultandoci tra suoni mutanti che si mostrano sotto forma di marce notturne incastrate tra attacchi sinistri in doppia cassa e versi gutturali che provengono da caverne astrali. Rallentamenti e accelerazioni si alternano fino al raggiungimento di un galoppo contratto, che inciampa volutamente a causa di una batteria che si ribella alle linee di chitarra, decidendo di intraprendere spesso una propria strada. Quello però che dovrebbe essere, e che a un primo ascolto può sembrare, un pasticcio di scrittura, diventa miracolosamente qualcosa di coerente, anche se non di facile assimilazione; una "coerente incoerenza" che non manca nemmeno nel comparto tematico, ancora una volta legato a qualcosa che sembra mantenere nella forma scritta lo stesso rapporto che c'è tra i ragionamenti mentali della veglia e le immagini e accadimenti dei nostri sogni. Una generazione segreta di fenomeni impliciti si lega alla conoscenza di entità che sono muta-forma nocivi, senza età e lineamenti, ricordate solo attraverso tradizioni esoteriche. Questo il punto fin dove possiamo trovare qualche significato, perché di seguito il tutto si fa delirante, tra evoluzioni nei secoli di energie associate a nove stelle nascoste e non formate e forme acausali che si nutrono e attendono forze archetipe e citazioni di civiltà aliene, rimandi ellenici, e "ispirazioni geografiche dorate d'empatia"; a volte la sensazione che i Nostri si siano divertiti con un Thesaurus è molto forte, ma in fin dei conti il tutto funziona se accostato alla musica, e a volte la musica è come un racconto immaginifico, ovvero dobbiamo sospendere la nostra incredulità e non farci troppe domande su quello che sta dietro di essa. Il suono mantiene la sua natura bipolare, tra parti oscure, climi più strutturati e progressivi, e tripudi di rullanti e piatti. Ancora una volta pezzi di un puzzle vengono messi in un tritacarne, traducendosi in una poltiglia fatta di soluzioni diverse che convivono sovrastandosi, cannibalizzandosi, che siano dissonanze, rallentamenti, o anche assoli vecchia scuola che tessono irresistibili trame nere che ci conducono verso grandiosità monolitiche. Blast beat e riff distorti, nascosti sotto una produzione lo-fi, creano corse funeree che portano un certo putridume death metal che non può che far piacere agli amanti dei connotati più catacombali del genere, facendoci un po' pensare a degli Asphyx che si sono fatti una maratona di brutal death metal e droghe psicotrope di varia natura. Dissonanze programmatiche ci portano verso lidi che sembrano usciti da degli anni settanta molto, molto alternativi e sfigurati.

Qabbalistic Conjoining Existence

"Qabbalistic Conjoining Existence" ci assalta subito con corse caotiche dominate dai blast beat e da chitarre dissonanti e spremute, convogliate in riff ruggenti, sovrastati da rullanti selvaggi che non accettano leggi e padroni. Drammi di chitarre severe e squillanti si intrecciano con il growl inumano, creando un effetto ipnotico e disorientante che mette a dura prova la psiche dell'ascoltatore, salvo poi scivolare in cesure ambientali sospese, ma non certo meno tetre e oscure. Centri vitali, ma tramontati, di un declino costante ed esaustivo, graduale, portato avanti da forze iconiche si concretizza in un naturale processo elettrico che inverte il centro terrestre. Possiamo intravedere un continuo della narrazione del disco, dove le forze acausali incominciano ad avere effetto sul nostro pianeta, trasformandolo, in un processo di esistenza congiunta cabalistica, un passo frainteso che è un rito simbolico per creare un portale fatto di tradizioni distorte e di un caos primordiale che cambia forma. Insomma, come sempre il significato e la ragione non sono molto di casa nei testi dei Nostri, e la musica non sembra voler cambiare molto la situazione, tra burroni doom asfissianti, territorio per assoli notturni e feedback di chitarra, e corse spericolate improvvise dove doppie casse e rullanti si muovono tra deliranti assonanze e costruzioni atonali che ci ricordano dei Teitanblood che guardano più al nero cosmo, che all'inferno. La matrice death/doom è molto presente, accompagnata da trionfali soluzioni che mettono in gioco un tono progressivo squillante che può chiamare in causa i Deathspell Omega, ma che viene accostato a tratti brutal gorgoglianti e "ignoranti". Il nero marasma caotico diventa qualcosa di irresistibile e affascinate, una trappola che ci trascina verso nuovi rallentamenti dove intuiamo parvenze di (anti)melodie tetre e quasi malinconiche, spiragli di umanità in un contesto altrimenti alieno. Lo spazio e il tempo perdono di significato, in non-movimenti che evocano nulla cosmici dove tutto è eterno e immutabile, terribile irrealtà che irrompe nel nostro universo gettandolo in un oscuro abisso. Ed è con una dissolvenza che sembra far verso a questo processo, che il brano si trascina nell'oblio, lasciando subito posto all'intermezzo strumentale successivo.

Animus

"Animus" è un nuovo intermezzo strumentale, il penultimo presente nell'album. Questi momenti fungono da sorta di siparietti, o punti di stacco, che delineano tre momenti diversi dell'album. Non ci è dato sapere se tutto questo ha anche una funzione legata ai temi del disco, ma di sicuro questi momenti più cosmici e legati a suoni di synth ci regalano spazzi di ripresa dopo il turbine caotico costituito dai lunghi brani principali dell'opera, elementi discordanti che senza questi stop potrebbero diventare davvero ingestibili nei cinquantotto e passa minuti dell'album. Animus in latino può indicare l'intenzione dietro un comportamento, ma anche l'insieme delle facoltà intellettuali, del sentimento, della volontà, che costituiscono un essere umano, il suo carattere, e il suo principio vitale. Significati che trovano corrispondenza nei synth evocativi e sulfurei qui portati avanti tra note misteriose, da film horror, ed effetti distanti, lontani. Un suono noir che rimanda alle colonne sonore di Carpenter e alle atmosfere cariche di paura e aspettativa che accompagnano un certo tipo di filmografia; in particolare le note squillanti non possono non ricordare certi passaggi ascoltati in film come Halloween originale (pellicola caratterizzata da quello che forse è il motivo di piano più famoso della storia del cinema horror). Questi riferimenti ci aiutano a riportare in una dimensione terrena i due autori di un disco che nei suoi suoni vuole, e spesso riesce, a essere ben poco terreno, manifestazione di astrazioni spaziali che vanno oltre l'intellegibile. Ma, allo stesso tempo, essi sono coerenti con la trama dell'album, evocando come detto in apertura aspetti non fisici, ma spirituali/psicologici dell'uomo, che possono essere materia d'intromissione e manipolazione da parte delle entità acausali.

Invocations Apprehension

"Invocations Apprehension" ci riporta sin da subito su registri ben più aggressivi e distruttivi, colpendo duro con la batteria e sottolineando il tutto con isterismi dissonanti che fanno da terreno per i growl cupi e profondi del cantante. Riff circolari e rullanti si uniscono in contrazioni ossessive, mentre il mostruoso cantore prosegue con versi che vogliono contaminare ulteriormente le nostre menti con una sorta di formula per invocare concetti contrastanti, manifestazioni di qualcosa che non può essere, ma è, e che è deciso a invadere la nostra realtà e le nostre teste. Qualcosa che sfonda i resti di miti fattuali, mentre l'individuo è soggetto a una simbolica rappresentazione che invoca l'apprensione, un'intrusione e fusione che separa e incoraggia l'interruzione di ciò che percepiamo come normale. Un'atmosfera "frammentaria" ben illustrata dalla musica, dove corse turbolente si scontrano con baldanze dissonanti, di seguito sviluppate in esercizi tecnici che si perdono in neri torrenti sonori. Ancora una volta individuiamo un certo gusto progressivo, fuso con connotati brutali, e non mancano climax epici che delineano una seconda parte del disco più strutturata (con tutte le eccezioni del caso e usando il termine nel contesto dell'album e in relazione a quanto ascoltato in precedenza). Rullanti galoppanti scolpiscono distorsioni sepolte in trame lo-fi, e all'improvviso assoli squillanti si elevano con scale notturne e sgraziate, portando un sano gusto death vecchia scuola, concretizzato da bordate quasi thrash, subito però martoriate da deviazioni tecniche. Si ripetono gli elementi citati in una parvenza di "ritornello sonoro", l'unico tipo di ritornello che possiamo sperare di ottenere in questo disco. Ma la dissonanze progressiva è dietro l'angolo, giostrata su trame ora isteriche, ora ossessive e dai loop marcianti, portati avanti fino alla chiusura improvvisa del brano.

Nomen

"Nomen" è l'ultima traccia strumentale presente nell'album, graziata da suoni d'arco orchestrali posizionati su drone astratti e distorsioni di chitarra ripetute in modo meccanico, una sorta di sinfonia maledetta che ricorda come concetto la gara di viola tra Erich Zann e le entità che abitano oltre la finestra della sua casa, come raccontato da Lovecraft in "The Music of Erich Zann" (La musica di Erich Zann in italiano). Accostamento più che adatto nel contesto dell'album, dove le entità acausali interagiscono con l'umanità, portando i loro "terribili doni". Il nome è ciò che identifica una persona, che lo denomina e gli da un'identità socialmente riconosciuta e accettata; concetto messo a rischio dagli elementi prima citati, che sconvolgono le nostre sicurezze, percezioni, senso di reale e normale. Ecco quindi che il suono allarmante, ma allo stesso tempo ipnotico ed evocativo, prosegue, fino allo scontrarsi con la terza e ultima sezione del disco. Siamo in dirittura d'arrivo, il processo alchemico innescato dal reame acausale e dalla sua intromissione si sta ormai consolidando, portandoci a una trasformazione da cui non si può più tornare indietro.

Tetrahedron Quartz

"Tetrahedron Quartz" non parte subito con un assalto come successo in precedenza a seguito del passaggio da uno degli intermezzi strumentali del disco, preferendo invece introdursi con una chitarra progressiva che ci ricorda i modi dell'inizio di "Transcending The Veil", sospesa tra rullanti disorganizzati e sorvolata da alcuni feedback. Ma, naturalmente, lo sconvolgimento è dietro l'angolo, ed ecco che un verso in riverbero segna la partenza di un attacco in doppia cassa, caratterizzato da dissonanze ammalianti, strati notturni, e un growl che passa dal profondo al cavernoso iniettando un minimo di varietà vocale. Ora l'aspetto incontrastato viene pienamente realizzato, l'evocazione diventa un rito fisico che sottintende come specie che si sono infiltrate per secoli altereranno la decadenza e porteranno a cori d'estinzione in monasteri dove i nove trascriveranno delle conversazioni. Un quarzo tetraedro sarà ottenuto, l'assuefazione dell'esistenza che ritorna nell'ora cruciale vedrà un sacerdote che "allarga quella che è un'apertura sessuale completata". Ormai l'abbiamo ripetuto varie volte, è assolutamente inutile cercare un significato al cento per cento logico nei testi dell'album, dobbiamo seguire l'intuizione e i punti più chiari, vivendo il resto come criptiche divinazioni e simboli che vogliono tradurre in parole concetti intraducibili, provenienti da un piano dove tutto funziona in una maniera diversa. Ritroviamo comunque temi di una sorta di cospirazione centenaria, dove le entità acausali si sono infiltrate nella nostra realtà tramite i secoli, raggiungendo ora il momento per affermare il loro dominio in maniera apocalittica. Un' apocalisse caotica decisamente ben espressa nei suoni nervosi e mutanti adottati, tra assoli improvvisi e corse dai rullanti stordenti, segnate poi da doppie casse e riff disorientanti; galoppi vecchia scuola si intromettono con momenti più fisici e concreti. Ma nulla è stabile, e digressioni improvvise ci immergono in rallentamenti doom evocativi. Qui riff lenti, pachidermici creano una trama fitta e oppressiva, squarciata però presto dalla ripresa delle sfuriate veloci e belliche, graziate da alcuni passaggi lineari. Cacofonie tecniche spremono il tutto, per poi risputarlo nei tratti precedenti, confermando un delirante tripudio di discorsi sonori che viaggiano a volte in parallelo, a volte in contrasto l'uno con l'altro, sovrastandosi e lottando fino al finale che ripete i suoni delicati iniziali in una sorta di uroboro musicale.

Manifesting Rites

"Manifesting Rites" prosegue il discorso tematico dell'album, portandoci tra rituali che diventano manifestati, sviluppi archetipici che ricreano un alchemico albero di Wyrd (parola che oltre a delineare complicati disegni, spesso in oro, della cultura anglosassone e norrena, indica anche il concetto di destino e sincronismo) in risposta a un'eredità occulta, una filosofia terrestre e che s'inganna da sola. La coscienza infettata ora comprende le manipolazioni e i riti si manifestano tramite l'interruzione dello spazio e del tempo, una tradizione di energie esterne e sinistre ci porta a risultati immutabili, e ciò che oltre ci guida in abissi del razionale creando una bilancia di opposti. Nel caos delle parole possiamo ora scorgere un principio alchemico di distruzione e rinascita, dove gli opposti trovano coesione e bilanciamento dopo l'opera di entità che non percepiscono l'opposizione di elementi come la concepiamo noi, portandoci a una visione diversa. Visione naturalmente espressa dalla musica della band, che si manifesta con un feedback subito seguito da assalti di rullanti e chitarre discordanti, tra tempi ora lanciati, ora contratti e rigirati su loro stessi. E' proprio come le parole del testo: tempo e spazio perdono di senso, le velocità si zittiscono subito in motivi ossessivi, a loro volta sconvolti da attacchi ritmici e assoli stridenti e spettrali che prendono il dominio della scena, salvo poi sparire. La realtà si sfalda, e gli ululati cupi e grevi del cantato sembrano mostrarci le entità senza forma che ormai hanno invaso la nostra dimensione. Dissonanze tecniche si manifestano in motivi che lottano con rullanti e distorsioni ruggenti, il caos primordiale non ha sosta, ma possiamo comunque individuare sezioni più "tradizionali" dove connotati death/doom ci consegnano ammalianti oscurità evocative, ma lontane da facili connotati umani ed emotivi. Vortici stridenti si frantumano contro marce pachidermiche, assalti in doppia cassa cercano di liberarsi dalla stretta dei rallentamenti, tratti progressivi approfittano della lotta per intromettersi, e poi il tutto duella, e si aggiungono anche effetti "sghembi". Motoseghe death squarciano il quadro, e l'ascoltatore ha perso ormai l'uso della ragione: ma ecco una cesura dal motivo quasi melodico, agganciata da un bell'assolo altisonante, sprazzi di lucidità in un delirio che non accenna a volerci dare pace. La chiusa vede tecnicismi brutali che conducono un climax destinato a disintegraris dopo un'ultima corsa.

Nebulous Ceremonial Temple

"Nebulous Ceremonial Temple" è il gran finale dell'album, climax narrativo che ci porta alla conclusione del processo innescato dall'inizio del disco. Il caos nebuloso elabora la partenza di individui, il frontone di quercia viene posato tra canti esoterici, le illusioni diventano estensioni simboliche e non previste che sovrastano la struttura di un tempio cerimoniale. Formule cosmiche vengono intonate, e dominando l'inconscio le fondamenta costanti vengono ora manipolate. Parole che sembrano sottintendere la realizzazione di un tempio, fisico o mentale, che è bastione e fortezza per le entità acausali, ora venerate da discepoli che ne intonano i terribili segreti cosmici, e l'ascoltatore può forse ora riconoscersi tra essi; sta a noi valutare se con orrore, o con l'accettazione di una trasmutazione che può essere distruzione, ma anche rinascita con una nuova consapevolezza di noi stessi e degli opposti che albergano in noi. L'atto conclusivo vede un inizio segnato da distorsioni atmosferiche dal gusto quasi post-metal, sorrette da rullanti sparsi e aperte da assoli notturni e pieni di pathos, carichi di un impatto emotivo e classico abbastanza raro nel disco. Il discorso evolve con costruzioni progressive, che però non esplodono in cacofonie, rimandandoci invece alle trame precedenti. Siamo sorpresi quindi da manifestazioni sonore che al momento si slegano dalla trama sonoro fin qui vissuta, tra tratti che ricordano un certo gusto post-rock molto anni novanta. E ci sorprende ancora di più il fatto che nemmeno l'introduzione del growl fa cambiare registro alla musica, dandoci una traccia che suona quasi depressive e malinconica; ma la sorpresa non dura in eterno, e senza che nemmeno ce ne accorgiamo dissonanze squillanti prendono posizione nella struttura riportando il caos sonoro nell'ordine delle cose. Abbiamo un certo gusto progressivo che ancora una volta richiama i Deathspell Omega e i Gorguts, mettendo in secondo piano i tratti più brutali, confinati nello snare e nelle vocals gutturali. Tempi veloci ci trascinano in quello che risulta essere l'episodio più strutturato e "navigabile" del disco, pronto a sconfinare in passaggi dissonanti dalle galoppate esaltanti e arie gelide che s'inerpicano in scalate sonore. E' molto interessante notare come il songwriting sia qui più lineare e molto meno dispersivo, portando coerentemente il processo che possiamo intuire nel proseguire delle tracce dell'album, e che diventa evidente soprattutto con la terza parte dell'opera. Possiamo anche osare pensare che ci sia una corrispondenza tematica tra la realizzazione del tempio e la realizzazione e solidificazione dello strato caotico e primordiale della musica, prima più liquido e divagante. Le tendenze del death metal dissonante contemporaneo prendono piede tra esercizi tecnici progressivi nervosi e squillanti, e cambi di tempo, che però rispetto a prima non azzerano i discorsi musicali prima iniziati. Una serie di piatti e chitarre squillanti comunicano tra loro, portandoci poi in un corridoio fatto di riff dissonanti spezzati e rullanti combattivi. Seguono riff più tradizionalmente taglienti, sovrastati però preso da assoli notturni, riportando un po' di quella imprevidibilità che è cara all'album. La sezione finale si lancia in corse maestose e drammatiche, consumate in una ripresa delle ambientazioni iniziali; ci ritraiamo dunque in malinconie che chiudono con un feedback il lungo brano conclusivo, summa della musica dei Nostri e sua realizzazione più coerente.

Conclusioni

"Nulitas" non è assolutamente un lavoro facile, e questo in un contesto dove già di norma i lavori non sono fatti per essere di facile assimilazione. Al primo ascolto la tentazione di liquidare certe scelte e soluzioni come sbagli, inesattezze, o addirittura totale incapacità, può essere molto forte. Questo discorso coinvolge anche gli ascoltatori più smaliziati del death dissonante e tecnico, perché l'osticità della band non risiede semplicemente in un estremismo sonoro a cui questa categoria è ben preparata, bensì soprattutto nelle bizzarre scelte di composizione, strumentazione, produzione. Se si affronta infatti l'album con in testa quanto ascoltato in alcuni dei nomi citati in fase d'introduzione, la delusione può essere dietro l'angolo, in quanto non troveremo il perfezionismo o il suono "frontale" di nomi come gli Ulcerate o i Gorguts più recenti, ma anzi il tutto rimane volutamente primordiale, brutale in alcuni passaggi, sospeso e strisciante in altri intrisi di un gusto doom non troppo dissimile da quello degli storici australiani diSEMBOWELMENT, o anche dal progetto contemporaneo tedesco The Ruins Of Beverast. Se si fa tabula rasa dai preconcetti e paragoni, e si rivisita il disco in più sessioni d'ascolto attivo, possibilmente al buio e senza distrazioni, allora si potrà incominciare davvero a carpire l'essenza dell'opera e come certe scelte sia di songwriting, che di produzione, siano state adottate con molta cognizione di causa da due polistrumentisti che con altri progetti hanno saputo dimostrare di poter seguire ben altre strade e soluzioni. C'è una sorta di struttura atavica dietro al suono della band, una mente caotica che si manifesta dietro variazione libere di un tema di fondo, che viene sviluppato fino agli estremi dei suoi confini, seguendo quel già citato gusto free-jazz molto caro ai Nostri; leggendo infatti l'intervista alla band pubblicata sul portale Bass Doom non ci stupiamo minimamente a vedere citati nomi come John Coltrane, Eric Dolphy, Miles Davis o Sun Ra da parte della mente del progetto Nythroth. E non desta nemmeno meraviglia il fatto che per la composizione delle tracce siano stati usati come strumenti una Fender telecaster, un basso Ibanez, e un kit di batteria Tama Imperialstar. Qualcuno infatti potrebbe pensare che tali scelte sarebbero state più adatte per un disco meno violento e denso, ma in realtà concorrono a una certa atmosfera pregna di un "fastidio esistenziale" che caratterizza l'opera. Su questo punto, bisogna anche dire che qualcuno ha parlato in rifermento all'impianto dell'album di un disco black/death; chi vi scrive in questa recensione non è d'accordo in quanto in realtà l'oscurità presente nel disco non è affatto aliena a un discorso propriamente death, e anzi molte delle arie nere qui presenti, siano esse di chitarra o tastiera, ci riportano a certi modi del death vecchia scuola dei primi anni novanta. Gli elementi qui condotti sono certamente death metal, destrutturati però e filtrati tramite un'ottica moderna che fa un largo uso della dissonanza e ricostruisce i tasselli in un mosaico alieno. Mosaico che, attenzione, non dobbiamo però intendere come una volontà di intellettualizzazione della materia musicale affrontata. Se infatti la variante più tecnica si è aperta spesso negli a discorsi tematici anche filosofici, occulti, strutturati e difficili quanto la musica, fattore inevitabile anche per la natura stessa del suono che richiama testi di pari grado, con gli Acausal Intrusion troviamo in realtà un atteggiamento anti-intellettuale tanto nella maniera in cui viene condotta la forma libera della musica, quanto nei testi molto astratti che spesso fungono più da suggestioni non razionali, piuttosto che come tomi esoterici o dissertazioni di sorta, prendendosi sul serio nel contesto del disco, ma non troppo dietro le quinte. Questo è un po' quello che farebbe un regista (almeno uno di valore) nei confronti di un suo film, affrontandone la direzione con impegno, ma anche con il giusto distacco. Il duo ci tiene a far sapere che la sua volontà è prima di tutto quella di suonare un death metal che corrisponde ai primissimi canoni del genere nella sua etica: primordiale, nichilista, brutale, ma anche in qualche modo catartica e trasformativa. Detto tutto questo, bisogna constatare come questo debutto sia un'opera interessante e su molti aspetti decisamente buona, ma non priva di alcuni piccoli difetti; se come detto c'è una struttura dietro alle improvvisazioni, esse a volte vagano eccessivamente incominciando a diventare controproducenti per il brano stesso, dando l'idea che i musicisti si siano in quei frangenti dimenticati del discorso di fondo. Inoltre notiamo come certe soluzioni melodiche siano spesso isolate all'inizio o alla fine del brano, in maniera un po' schematica, e infine come la produzione scelta non sempre sia apportata nella giusta maniera in tutti i punti del disco, a volte inficiando alcuni passaggi più brutali. Ci sono quindi punti di miglioramento, probabilmente inevitabili in un debutto che inizia a delineare un suono e un'estetica che qui nascono in modo abbastanza rocambolesco e tellurico, ma che se verranno aggiustati nella futura produzione del duo (cosa questa che sembrerebbe confermata da alcune dichiarazioni in merito alla seconda opera già preparata dai Nostri, e comunque anticipata dall'ultimo brano qui recensito) porteranno la band nell'olimpo del death metal tecnico moderno più alieno e dissonante. Rimaniamo in attesa, pronti a proseguire il nostro viaggio nel caotico, oscuro, ma affascinante mondo degli Acausal Intrusion

1) Corpus
2) Transcending The Veil
3) Nexious Shapeshifters
4) Qabbalistic Conjoining Existence
5) Animus
6) Invocations Apprehension
7) Nomen
8) Tetrahedron Quartz
9) Manifesting Rites
10) Nebulous Ceremonial Temple