AC/DC

The Razors Edge

1990 - ATCO / East West

A CURA DI
MICHELE ALLUIGI, CRISTIANO MORGIA
13/08/2018
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione recensione

Il 1990 è stato un vero e proprio spartiacque per il mondo della musica Hard N'Heavy: se la decade successiva agli anni Ottanta rappresentò il lustro nel quale sono contenuti i lavori non propriamente eccelsi di talune band (i già citati Metallica con "Load" e "Reload" oppure gli Iron Maiden con "X Factor" e "Virtual XI", giusto per fare due esempi noti), per altre esso rappresentò una nuova fiamma di creatività e conseguenti successi. Basta pensare ai Pantera, che proprio in quell'anno diedero alle stampe il loro must "Cowboys From Hell", ai Megadeth, con l'epocale "Rust In Peace", o ai Judas Priest, che tornarono a farsi sentire con Painkiller", e poi ci furono gli AC/DC che infiammarono i loro motori, e i nostri cuori, con il rinomato "The Razors Edge". A dirla tutta, la band australiana rappresenta una specie di caso a sé stante nel mondo del Rock n' Roll, ebbene sì, perchè nell'immenso ciclo artistico che ha coinvolto (e talvolta stravolto) il percorso creativo di molti artisti, il gruppo dei fratelli Young confermò ancora una volta la loro inossidabilità con un album che, volente o nolente, suonava al 100% AC/DC tanto quanto i precedenti. Dobbiamo quindi aspettarci l'ennesimo album "tutto uguale"? Sì, se per tutto uguale intendiamo un lavoro che si mantiene fedele al sound originale del gruppo: a quel Rock così sanguigno, secco, istintivo e fortemente tinto di Blues, quello che non ha bisogno di una sfilza infinita di pedali multieffetto o dei trigger sulla cassa di batteria ma si realizza come una pizza alla marinara, con pochi e semplici ingredienti. Gli AC/DC sono un pilastro mondiale del Rock proprio per questa essenziale ed apparentemente scontata caratteristica, la loro geniale semplicità. Ad un orecchio poco attento dunque "The Razor Edge" sembrerà un disco piatto come l'elettrocardiogramma di un morto, eppure, anche per loro, la nuova decade rappresentò un vero e poprio colpo di coda dal punto di vista artistico. I cinque australiani erano ancora reduci dal successo di "Blow Up Your Video" del 1988 che si rivelò un successo dal punto di vista commerciale (tanto che superò nelle vendite anche il suo predecessore) ma che, col senno di poi, pur essendo stato registrato sotto la supervisione di Harry Vanda e George Young, per certi aspetti non rappresentava al cento per cento quel fiume di corrente elettrica alternata e diretta che sono gli AC/DC di nome e di fatto. Il tour mondiale di Blow Up Your Video iniziò quello stesso anno proprio della terra natia dei cinque ma appena a metà della serie di date promozionali, quelle negli Stati Uniti, l'axemen indiavolato per eccellenza Malcom Young annunciò la sua temporanea pausa dalle attività del gruppo per disintossicarsi dal alcool, una battuta d'arresto dunque ben più dura del classico "ricaricare le pile". Il suo posto fu preso temporaneamente dal nipote Steve alla chitarra ritmica, ma è fuori di ogni dubbio che la macchina degli AC/DC concluse quel tour con delle prestazioni ben diverse, impeccabili certo ma non al massimo del potenziale; d'atra parte, se ad un motore di questo tipo rimpiazzate un pezzo originale con un equivalente di marca diversa la macchina magari camminerà lo stesso, ma dal cofano arriverà comunque un rombo diverso. Inoltre, lo storico batterista Simon Wright lasciò la band per dedicarsi ad un altro impegno, le registrazioni dell'album "Lock Up The Wolves" di Ronnie James Dio, venendo poi sostituito da Chris Slade. Un'altra modifica obbligata ad un bolide che già funzionava perfettamente quindi, la line up ora era ricostituita, con anche Angus tornato al proprio posto, ma come un organismo che ha bisogno di metabolizzare i nuovi organi dopo un trapianto sperando di evitare il rigetto, anche gli AC/DC dovettero rimettersi al lavoro per riconsolidare tutta l'energia ed il vetriolo della loro musica. Una nuova sfida era dunque all'orizzonte, e manco a dirlo, il nuovo disco si sarebbe intitolato appunto "The Razors Edge", ovvero "Il filo del rasoio", quasi come se il gruppo stesso fosse consapevole della situazione in cui era e fosse cosciente di trovarsi sull'orlo di una linea delicatissima, riuscire a tornare a graffiare con la propria musica e tornare dunque alla ribalta oppure fallire misermente. Fra l'altro, sempre riguardo al titolo, stando ad un articolo della rivista Rolling Stone, pare che il nome originale dovesse appunto contenere il genitivo sassone, ed essere quindi scritto con la s apostrofata ("The Razor's Edge") ma per ragioni mai chiarite sia stato dato alle stampe con la dicitura odierna, una piccola nota di mistero che rende leggermente "criptico" un disco il cui più grande pregio è proprio quello di suonare diretto e spontaneo senza tanti fronzoli. Anche la copertina, come la musica, non lascia scampo ad intepretazioni fuorivianti: sull'artwork del lavoro infatti compare il logo della band impresso su un fondale dal colore azzurro grigio, come se fosse una pelle d'acciaio tagliente appunto come la lama di un rasoio, al centro del quale si nota uno squarcio, al cui interno, su un colore rosso acceso come la carne viva di un tessuto muscolare, si legge il titolo dell'album. Immaginate quindi gli AC/DC che vi guardano dritto negli occhi ed esclamano "Ehi belli, preparatevi, perchè queste canzoni vi sventreranno come merluzzi tanto sono taglienti ed incisive".

Thunderstruck

Il disco si apre con Thunderstruck (Fulminato), un brano che non ha bisogno certo di tanti preamboli né per il fan degli AC/DC né per l'ascoltatore neofita. Quell'introduzione in tapping, dove le dita di Angus Young corrono frenetiche sul manico della chitarra ha infatti infiammato il cuore di migliaia di rocker ascolto dopo ascolto; ogni nota di quell'esecuzione, insieme al charleston atto a tenere il tempo, emerge rapida e pungente come le gocce di una pioggia fittissima di un temporale che sta per arrivare, solo che con questa canzone non sarà l'acqua a colpirci ma le scariche elettriche di una tempesta impetuosa. La mano sinistra del chitarrista continua a picchiettare sulle corde e nel mentre, in lontananza, sentiamo un coro farsi sempre più presente. La parola "thunder" ("tuono") viene scandita dai timpani della batteria di Slade, che crea così quel senso di improvviso spavento come quello che ci coglie quando sentiamo un tuono rompere l'aria tutto ad un tratto. La canzone sta prendendo forma, il basso di Cliff Williams continua imperterrito a scandire il tempo con una parte lineare ed incalzante e mentre i coristi ci assediano con i loro tuoni vocali ecco comparire la voce stridula di Brian Johnson, che dopo un iniziale allineamento con i cori inizia la propria narrazione. La chitarra ritmica di Malcolm Young conferisce maggior corpo alla sequenza attraverso ad una serie rapidissima di accordi che come degli incisi fulminei ci sferzano sul finire di ogni battuta, suonando rapidissimi come il bagliore del lampo prima del tuono. È proprio un temporale che coglie impreparato Brian Johnson, che con una narrazione in prima persona ripercorre il suo vissuto di un'avventura che possiede tutti gli elemeti caratteristici di una bravata in puro stile rock n'roll. Egli si è trovato improvvisamente in mezzo ad una tempesta, un vero e proprio attacco di fulmini che si è scatenato sul luogo in cui si trovava e subito il senso di disorientamento lo coglie; si guarda intorno, ma non vede alcun posto dove ripararsi e la pioggia è talmente fitta che è impossibile nemmeno tornare indietro. Subito il vocalist lascia correre la mente tentando di elaborare una possibile soluzione, i pensieri si accavallano l'uno sull'altro ma ogni bozza di azione risolutiva si stronca sul nascere. Proprio a questo punto, ecco un nuovo coro che spezza la narrazione, come un tuono il cui boato infrange la catena di pensieri del protagonista, e subito al disorientamento si accompagna il senso di abbandono, poiché Brian dichiara malinconicamente "sapevo che non avrei nessun aiuto da te". Non si capisce bene a chi si riferisca il cantante, se ad un amico che lo ha lasciato a piedi sotto il diluvio o ad una donna che lo ha piantato, quel che è certo e che il vocalist adesso è solo sotto la pioggia furiosa. Siamo ancora nel pieno crescendo del pezzo, la batteria si muove su un'esitation con solo la cassa, il charleston ed i timpani ma siamo quasi all'apice, il cuore batte con la stessa veemenza dei tamburi che scandiscono il brano, gli spari delle pistole sono possenti come dei tuoni ed ecco che siamo stati fulminati. Proprio in corrispondenza della parola "Thunderstruck" prende avvio la strofa, uno start tanto rapido quanto esplosivo ed è ora Slade a sostenere il tutto, mentre le due chitarre continuano a lavorare in maniera separata: quella di Malcolm con gli accordi allineati con il basso di Williams e quella di Angus sempre intenta a mitragliarci con le note in tapping. Il pezzo procede spedito e Brian Johnson ora inizia il racconto vero e proprio della sua avventura: non sapendo più cosa fare egli ha preso la macchina ed ha iniziato a guidare insieme ad un ignoto accompagnatore, hanno macinato miglia e miglia lungo l'austrada fino ad oltrepassare il confine del Texas e non si sa bene quale fosse l'obiettivo di questa attraversata, ma una cosa è certa, si sono divertiti un mondo ed è questo ciò che conta. Il contrasto fra la distensione degli accordi di chitarra e la linearità della batteria e del basso di Cliff Williams ci consente di immaginarci quest'auto, magari un po' ammaccata e vissuta, che corre libera sull'asfalto, fino a quando i viandanti si fermano presso una locanda, dove incontrano delle ragazze che li fanno ballare e divertire tutta la notte in una serata di pura baldoria; non gli resta altro che fare gli stupidi ed infrangere le regole per avere quella botta di adrenalina che tutto ad un tratto li fulmina. Noi come loro restiamo letteralmente fulminati da questa scarica elettrica che è il Rock degli AC/DC, con la sua libertà e la sua spavalderia, un fulmine che ci trafigge da parte a parte spezzando le catene di ogni nostro limite. Sul pre ritornello, il racconto si arresta per dar spazio alle sensazioni provate: a Brian tremavano le ginocchia dopo essere stato folgorato, non si era mai sentito così libero ma egli tuttavia chiede se può di nuovo compiere un viaggio simile, il ricordo di quelle ragazze, delle bevute e del senso di assoluta libertà è qualcosa di indimenticabile, che li ha letteralmente fulminati. Ad infuocare la scena ora è l'assolo di Angus, una piece tutta cuore ed istintività che fa sì che lo scolaretto suoni come un indemoniato, il suond è crudo e scarno ed è così che dev'essere, dato che il musicista australiano è famoso proprio per la sua essenzialista dal punto di vista della strumentazione, solo la sua chitarra, il jack e l'ampificatore, null'altro, perchè a far mordere la sua sei corde sono le sue mani e basta, attraverso un'energia che arriva direttamente dal suo cuore. La sezione ritmica lo sostiene fedelissima fino ad una nuova esitation, dove tutto sembra assopirsi per poi riesplodere nuovamente con l'ultimo ed incisivo ritornello, un passaggio essenziale ma che si imprime nella nostra testa come un timbro a caldo facendoci cantare ancora e ancora quelle parole. Una canzone essenziale nel suo compelsso ma perfetta per avviare l'album con il proverbiale botto.

Fire Your Guns

Ben più sostenuto è l'attacco della successiva Fire Your Guns (Fai Sparare Le Tue Pistole). Gli AC/DC infatti danno subito fuoco alle polveri ed ecco che la spumeggiante chitarra di Angus inizia a scuoterci i visceri con un giro di accordi secco e tagliente. Si tratta semplicemente di due note, che però grazie al tocco posseduto dei due axemen australiani prende subito vita diventando il leif motiv dell'intera canzone; non passa molto tempo infatti che dietro le sei corde si allineano subito la batteria di Slade ed il basso di Williams, sfoderando una partitura ritmica lineare ed incalzante che mantiene altissimo il tiro fin dai primi istanti. L'incedere della composizione è tagliente quanto una lama di rasoio, ma il vero vetriolo arriva con la voce di Brian Johnson, che subito detta legge con il suo falsetto riconoscibile al primo urlo; la lirica va immediatamente a parare sull'ambito sessuale: il vocalist si trova in un pub a far serata, la musica viene sparata alta dallo stereo e tra una partita di biliardo ed un tiro a freccette la serata trascorre come tutte le altre, ma improvvisamente nel locale entra una donna, una vera e propria bellezza che subito fa cadere a terra le mandibole di tutti gli astanti ed ecco dunque che la prima strofa della traccia consiste in una bollente ed eccitante descrizione di questa puledra. Abbiamo davanti ai nostri occhi una vera belva selvaggia e subito Brian non esita ad escogitare come farla sua, vuole assggiarne il bacio, una colata di caramello da quelle labbra infuocate che quasi sembra proibito avere tanto sono dolci; le basta accennare un movimento, scuotere il fondoschiena, che subito la temperatura si fa icandescente ed i maschi presenti non possono fare a meno di sudare. Sembra uscita da un quadro tanto è perfetta, ha gli occhi azzurri e due gambe che non finiscono più, basta un cenno nella nostra direzione e subito ci gira la testa, la sua bellezza sprigiona letteralmente un vortice di fuoco che prima ci annegherà e poi ci stritolerà. Siamo tutti infuoiati come bestie ma ecco che questa gnocca subito volge lo sguardo verso di noi e con l'arrivare del ritornello Brian Johnson, come se fosse un nostro amico con cui siamo a bere, ci esorta a provarci con lei e a non farci scappare questa occasione. In questo passaggio la musica si distende notevolmente, gli accordi di chitarra infatti sono aperti e tenuti proprio per dare un maggior respiro al tutto e sulla cadenza di questo frangente si fa insistente il coro "Fire Your Guns", "Fai Sparare Le Tue Pistole" appunto, un imperativo che non lascia adito ad eventuali dubbi su che cosa dovremmo far sparare in realtà. Vogliamo divertirci? E allora perchè non buttarci nella mischia, con la ripresa della strofa che con il suo tempo sostenuto ci agita i visceri e ci dà quella proverbiale pacca sulla spalla che ci serve per avere il coraggio di osare; ci siamo scolati anche qualche birra, quindi le gambe vanno da sole, ma Brian, da buon amico che, seppur divertito mentre osserva la scena da dietro le quinte, si premura di metterci in allerta. Bisogna fare attenzione, perchè quella donna, come dicono gli AC/DC morde, sembra un agnellino indifeso, ma in realtà è una pantera pronta a farci a brndelli, divorarci e risputare ciò che resta del nostro cuore. Dal suo sguardo trasudano gocce di sesso limpide e gelide come la rugiada dell'inverno, una sola notte con lei e dinanzi a noi si spalancherebbero le porte del paradiso, ma come ben ci insegna l'esperienza, una simile beatitudine va guadagnata dopo un eterno oblio di tentativi andati a vuoto. Il brano dura poco meno di due minuti, ma in una semplice concatenazione di strofa e ritornello riesce a trasudare tutta l'attitudine stradaiola degli AC/DC; siamo in dirittura d'arrivo, ma le polveri sono ancora ardenti ed i cannoni sono pronti a sparare ed ecco arrivare un'altra ripresa per un ultimo ritornello, prima però, il buon Angus sputa fuori il suo assolo, una sferzata rock n'roll talmente vibrante che non poteva tenere più dentro di sé, ha resistito finchè ha potuto, ma ora le mani viaggiano da sole sualla sua Gibson SG che, non a caso, viene anche chiamata "diavoletto". Quella donna è un fuoco, una vera femme fatale ma che con un solo sguardo potrebbe farci toccare il cielo con un dito, cosa aspettiamo dunque? Prendiamo la mira ed apriamo il fuoco, lasciando che le nostre pistole svuotino del tutto i caricatori.

Moneytalks

Arriviamo ora ad un altro grande classico della band australiana contenuto in "The Razors Edge", Moneytalks (Il Linguaggio Dei Soldi); ad aprire le danze è sempre la chitarra di Angus Young, che questa volta però non parte subito in quarta, ma avvia il minutaggio della traccia con un semplice giro melodico che si rivelerà ben presto l'elemento strutturale cardine dell'intera traccia. Il sound ora è decisamente più blues, grazie ad un'efficace tocco sincopato che conferisce al riff quel pizzico di irregolarità a dare un tocco di colore sopraffino. Il pezzo si sviluppa attraverso un breve ma efficace crescendo: mentre la chitarra solista sfodera il succitato riff, la ritmica lo segue attraverso un passaggio con gli accordi arpeggiati, il tutto mentre il basso segue questo climax con le note toniche e la batteria scandisce il tempo con il charleston. Siamo in dirittura d'arrivo ormai, per chi conosce questa canzone è già lampante che quella stessa sequenza di note condurrà anche la melodia del cantato nel ritornello, ma non bruciamo le tappe e lasciamoci travolgere dall'adrenalina.  Giungiamo ad un break, una pausa talmente secca che spezza di netto il nostro ascolto, un colpo secco sul rullante, appena un quarto di pausa e via, gli AC/DC avviano la loro canzone: la ritmica si basa tutta su un quattro quarti dritto e preciso, un'avanzata inarrestabile in cui passi sono scanditi dalle bacchette di Slade, ma è grazie al groove della chitarra e del basso che possiamo immergerci appieno in questa stoccata rock-blues. Dalla scottante tematica del sesso passiamo ora a frangenti più economici, analizzati però dall'occhio di musicisti come gli AC/DC che arrivano direttamente dai sobborghi operai. Sullo scorrere della traccia troviamo infatti il manuale del damerino modello, un individuo che grazie al suo successo negli affari può vivere una vita da re: vestiti su misura d'alta sartoria, macchine di lusso con tanto di autista personale, alloggi in hotel da sogno e sigari della migliore marca, solo il meglio per chi vive di successi, ma subito arriva la sentenza cinica: tutto è in palio, poiché ogni cosa ha un prezzo e con il dovuto tributo monetario si può comprare qualunque cosa. Dall'eleganza nello stile si può arrivare anche al miglior intrattenimento: chi ci impedisce di avere nella nostra suite una schiera di ragazze conturbanti pronte a ballare per noi (e se il portafoglio lo consente anche ad andare oltre)? Si può fare ogni cosa ci passi per la testa, fino a quando il nostro portafoglio continuerà a vomitare pezzi da cento ogni volta che lo apriamo. Ma con la tonalità del pezzo, che si alza poco prima del ritornello, ecco che cresce anche la difficoltà di potersi imporre come  degli sceicchi; la nostra ragazza preferita vuole ora una collana di diamanti, ora una pelliccia e noi siamo disposti a comprargliela di getto, basta che ci conceda le sue attenzioni. Eccoci al ritornello, la chitarra riprende a mitragliare quel riff cosi pregno di blues e subito i cori ci travolgono insieme alla voce di Brian Johnson, i "come on" di incoraggiamento si fanno sempre più insistenti, una folla di voci ci istiga ad amare i soldi ed ascoltare il denaro mentre ci parla e ci spiega come funziona la vita. Passata questa prima baldoria color verde dollaro ecco Angus ripartire con la strofa, puntualmente seguito dai compagni, la struttura resta invariata ed ancora una volta è la sei corde a trascinarci nell'headbanging. Alla wishlist dei sogni si aggiungono ora una cameriera francese (immancabile stereotipo del porno), un cuoco straniero le cui abilità gli consentono di cucinare ogni prelibatezza, una megavilla con piscina ed un letto a dir poco chilometrico, ma ecco che arriva il rovescio della medaglia: il dollaro sta perdendo punti in borsa e si rischia che dall'oggi al domai quei miliardi siano solo carta straccia, meglio investire su un'altra valuta, la sterlina, al fine di poter continuare a vivere nel lusso. Dopo un rapido passaggio a stacchi accentati, Angus si lancia nell'immancabile assolo di chitarra, questa volta però lo scolaretto ci regala una performance sempre energica ma maggiormente allineata con la parte ritmica che fa da sostegno, i bending sulle corde sono l'ingrediente principale e le pennate stoppate conferiscono a questa esecuzione un dinamismo fresco e frizzante, ma prima di ripartire gli AC/DC si fermano su un'esitation, un momento di respiro prima della ripartenza da caciara, dato che il ritornello viene cantato a loop continuando a ribadire come nella vita sia il denaro ad avere l'ultima parola e di come convenga dunque ascoltare ciò che dice

The Razors Edge

Passiamo ora alla titletrack The Razors Edge (Il Filo Del Rasoio), che si distingue immediatamente dalle tracce precedenti per un incedere generale più cadenzato e per un testo più introspettivo. Immaginate ora che il buio ci avvolga, un silenzio quasi inquietante ci assorda letteralmente e ci lascia basiti in vista di un futuro incerto. Ad un certo punto, un faro ad occhio di bue improvvisamente spezza le tenebre quasi accecandoci e sulla scena ecco apparire Angus intento a regalarci una nuova performance solista; ancora una volta a parlare sono solo le sue mani ed il suono della sua chitarra, senza effetti o campionamenti digitali, gli bastano dieci dita per far sentire sulla nostra pelle la lama del rasoio che scorre e lentamente rade i nostri tessuti, il tutto si svolge attraverso una vivace alternanza di accordi lanciati e passaggi in pull of, facendo in modo che il suono pieno e corposo si alterni alle più rapide stoccate della sua diavoletto, ma sono i passaggi in speed picking a tritarci i visceri, delle vere e proprie raffiche dove il plettro piove letteralmente sulle corde, tetando quasi inutilmente di star dietro ad una mano sinistra in preda alle convulsioni soliste. Si tratta di pochi istanti, tutto sembra nato e morto lì, ma ecco che ad avviare la traccia arriva la batteria di Chris Slade, con un charleston che conta i quarti per poi concludere le battute con uno stacco accentato. La chitarra modella il proprio arpeggio ed i fusti nel mentre si lanciano nel quattro quarti, una vera e propria marcia dalle tinte quasi funeree, che presto ci metterà di fronte agli occhi tutta l'inesorabilità del fato; l'arpeggio continua imperterrito, sostenuto adesso anche dal basso e dalla chitarra ritmica, che puntualmente irrompe in corrispondenza delle strofe cantate con una pennata decisa e pesante, come se fosse il battente di una campana che scandisce l'inarrestabile percorso del tempo. A rendere il tutto ancora più solenne troviamo dei cori, una sorta di ensamble di voci che accompagna il clericale Brian Johnson in quella che più che una canzone sembra un rituale esoterico. Siamo esattamente al centro del percorso di una marcia, delle figure oscure si lanciano in una battaglia alla nostra sinistra ed in una marcia oscura alla nostra destra, il vocalist ci invita a non alzare lo sguardo al cielo, poiché ciò che vedremmo potrebbe putrefarci dal terrore. Subito non riusciamo a capire di che cosa parli esattamente, ma non c'è tempo per pensare, perchè improvvisamente ecco piovere giù il filo del rasoio, una lama che come una ghigliottina taglia in due l'aria e si pianta nel terreno a pochi centimetri da noi. Si tratta di una avvincente metafora per raffigurare il nostro stile di vita troppo fuori dagli schemi e sempre esposto a mille pericoli, viviamo sempre sul filo del rasoio, e finora siamo riusciti a non tagliarci, ma dobbiamo stare attenti perchè nn saremo sempre così fortunati. Non distinguiamo il giusto dallo sbagliato e questo ci spinge a compiere delle gesta talmente spericolate che non possono far altro che portare alle nostre spalle migliaia di nemici, che ci inseguono tenedoci il fiato sul collo. Con l'arrivare del ritornello il pezzo assume un tono ancora più funereo, ecco che arriva il filo del rasoio, annunciato dalla solennità dei cori, che come la scure di un boia torna a conficcarsi ad una distanza millimetrica da noi. Ad ogni bravata che facciamo corrisponde un fendente del rasoio, finora non siamo stati colpiti, ma chissà. Il tonfo della lama nel terreno è così potente che le sue vibrazioni possono far tornare in vita i morti, ecco perchè gli AC/DC ci mettono in guardia con la loro traccia. Concluso il primo ritornello il brano si anima salendo di tonalità, ma sullo sfondo il sinistro riff di chitarra iniziale continua a farsi sentire, come un eterno memento che ci ricorda ogni secondo quanto sia grande il rischio che corriamo. Una rapida rullata di Slade ed ecco che Angus si tuffa nell'assolo, una nuova colata di Hard Rock Blues che ci graffia nota dopo nota come un coltello arrugginito, il tutto mentre la sezione ritmica mantiene alto il numero di giri del motore e Brian Johnson, come un sacerdote del fato, annuncia con fare profetico una nuova serie di fendenti del rasoio. Il gruppo adotta nuovamente l'espediente della ripresa del ritornello, al fine di farci restare in testa anche questa melodia e non possiamo far altro che metterci a cantare a gran voce fino a quando, all'apice dell'entusiasmo, il pezzo va a concludersi. Un brano più lento rispetto ai precedenti, diverso se vogliamo per i canoni della band australiana, ma comunque di gran effetto e facile presa. Angus Young e soci hanno provato a sperimentare una soluzione diversa ed il risultato è sicuramente ottimo, poiché ha messo in luce un nuovo aspetto della succitata geniale semplicità dei cinque rocker.

Mistress For Christmas

Con la successiva Mistress For Christmass (Un'amante Per Natale) Brian Johnson e compagni ci dicono con una velata metafora, ma nemmeno tanto, che cosa vorrebbero trovare sotto il loro albero la mattina del 25 dicembre. L'atmosfera resta sempre la classica (ed un po' stereotipata) magia che si ripresenta ad ogni anniversario della nascita di Cristo, che come ben sappiamo si è sostituita ad una più antica festività pagana. La casa è adornata con striscioni e decorazioni varie, nel vicinato i biglietti di auguri ed i piccoli presenti rimbalzano da una parte all'altra della strada ed i quattro rocker, con una spontaneità tipica del Rock, compilano la loro letterina da far avere a Babbo Natale, accontentarli non sarà nemmeno poi così difficile, vogliono solamente una cosa, ma che li farà divertire dalla vigilia fino ad oltre l'Epifania. Su un riff semplice ma tuttavia eloquente, costituito da una serie di accorti tenuti di chitarra scanditi dal charleston, la voce di Brian Johnson, che stranamente non irrompe sulla scenta in falsetto, traccia le linee guida di una scena che in poche frasi esprime tutto il senso di monotonia un po' malinconica che si alterna alle felicità nell'animo di tutti durante le feste. I campanellini trillano, trillano in continuazione, racconta con fare stanco, la voglia di fare l'amore è incredibile, una vera e propria pulsione quasi insopportabile, come l'emozione di un bambino che aspetta con ansia il momento in cui potrà aprire i suoi regali, come si può resistere? Le donne, arrivano con estrema facilità, come i pacchi regalo a Natale appunto, ma con altrettanta semplicità alzano i tacchi, meglio approfittarne dunque e battere il ferro finchè è ancora caldo. È tempo di tredicesima e nel nostro porafogli, dopo esserci spaccati la schiena al lavoro tutto l'anno, finalmente c'è un bel gruzzoletto, da spendere al meglio per divertirsi e fare baldoria. Le donne sono da amare tutte, bionde, more, ricce o lisce, tutte, e con qualche dollaro in più si può comprare tutto l'occorrente per una festicciola in piena regola, i soldi bisogna spenderli con la S maiuscola, che originariamente, nel testo inglese, indicava il simbolo del dollaro, mentre in italiano essa indica semplicemente l'iniziale della parola "soldi". Brian ha un appuntamento con una donna in rosso, una vera bellezza e la frase successiva "Wanna be in heaven with three in a bed" ("Voglio essere in Paradiso in un letto a tre") indica chiramente che se questa lei porterà con sé un'amica non sarà certo mandata via o lasciata sola. Fin qui, la strofa è stata sostenuta dagli stessi due accordi, retti a loro volta dal basso e dal charleston della batteria, ma questa prima parte serve come base per lo sviluppo del crescendo successivo: la cassa di Slade inizia a martellare e le pennate si fanno più pesanti, come la pulsione sessuale che si alza sempre di più fino a mettere i nostri genitali sull'attenti, ma ecco che la sfortuna, come da manuale arriva a rovinare la festa: Brian Johnson infatti si lameta del fatto che l'uomo accanto a lui l'amante ce l'ha, mentre lui, che la desidera in maniera ossessiva, resta a bocca asciutta, una vera ingiustizia, il suo vicino si diverte e lui invece deve restare ad immaginare che cosa farebbe a quella pollastrella, vuole una dannata amante per Natale, ma evidentemente il rocker non si è comportato bene durante l'anno. Sul finale della canzone i suoi soci si uniscono a lui nel ribadire la richiesta, un'amante per Natale, focosa e pronta a soddisfare ogni nostra fantasia più torbida, ci si concentra con tutte le forze per avverare il desiderio ma niente; chiudiamo gli occhi, aspettiamo con la speranza di trovare davanti a noi questa donna vestita con un succinto abito rosso fuoco ma niente, ciò che vediamo è solo il nostro riflesso davanti allo specchio, nulla da fare dunque, si aspetterà con rassegnzione il prossimo 25 dicembre, sperando che Babbo Natale questa volta soddisfi le nostre richieste. Dal punto di vista lirico questa canzone, benchè verta nuovamente sulla tematica del sesso, si rivela comunque originale grazie alla pittoresca ambientazione natalizia; un escamotage con cui gli AC/DC danno un tocco di colore, rosso per l'esattezza, ad un argomento che di per sé, all'interno dei loro testi, hanno trattato svariate volte, sfiorando quasi la monotonia. "Mistress For Christmass" invece non solo ci fa montare a mille la libido facendoci bollire il sangue nelle vene, ma ci strappa anche un'estemporanea risata grazie al tono ironico che raffigura i cinque rocker come dei bambini insoddisfatti nel non ricevere quell'unico regalo all'interno della loro letterina. Dal punto di vista strumentale però, il pezzo si rivela un po' piatto, buona l'iniziativa del crescendo musicale, che rende bene l'idea dell'eccitazione crescente, ma nel complesso la canzone risulta un po' priva di mordente, un po' sottotono dunque, rispetto all'energia elettrica con cui la band ci folgora solitamente

Rock Your Heart Out

Arriviamo a metà della tracklist con Rock Your Heart Out (Scatena Il Tuo Cuore) che subito torna ad infiammarci le budella facendoci sentire quegli AC/DC folgoranti e scatenati che tutti noi conosciamo ed amiamo. Il ritmo della canzone è subito frizzante ed incalzante, un rock n'roll trascinate che affonda le proprie radici nell'energia delle sonorità anni cinquanta per tornare ora, quarant'anni dopo, con una veste più graffiante e distorta. Protagonista indiscussa resta sempre la sei corde, che adesso ci investe con un gro di accordi ben più sostenuto rispetto alla traccia precedente, che prontamente viene lanciato dalla batteria di quattro quarti di Chris Slade. Con l'ingresso della voce, le chitarre si fermano provvisoriamente per lasciare sulla scena solamente il drummer ed il basso di Cliff Williams, il quale, se fino ad ora era rimasto "in disparte" trova su questo brano una perfetta valvola di sfogo per mettere il luce il talento ed il tocco movimentato del bassista di orgine inglese. Mentre la strofa scorre via nel minutaggio, Angus e Malcon affondano le loro lame taglienti nel nostro ventre con una serie di incisi rapidi e pungenti, delle incursioni rapide e precise che ci scuotono violentemente per pochi secondi per poi lasciarci nello stato di quiete ancora storditi, fino a quando non ci shakereranno nuovamente e così via fino al ritornello. Ci troviamo di fronte un testo Rock n'Roll in tutto e per tutto, un inno a spezzare le catene della quotidianità che ci opprime e dar finalmente sfogo a tutta l'energia repressa che abbiamo in corpo. Brian Johnson non snocciola il suo discorso attraverso un auspicabile elenco di costrizione quotidiane che ci affliggono per poi arrivare allo snodo cruciale: non si parla né delle pressioni sul lavoro, né di un partner poco comprensivo, di un vicino fastidioso o della macchina che non parte, niente affatto, tutta questa serie di rotture di scatole viene incamerata in un unico calderone, data per appurata e messa a bollire ad alte temperature, mentre il cantante australiano, come un amico fidato ci invita unicamente a decongestionare la nostra testa e pensare a divertirci. Lasciamoci dunque alle spalle tutte le fastidiose seccature che vengono a pestarci i piedi fin dal primo mattino e scuotiamo la baracca dalle fondamenta. Immaginate quindi Brian Johnson che durante il vostro ennesimo scatto collerico vi afferra, vi calma e mettendoci una mano sulla spalla cerca di riportarvi con i piedi per terra, entrambi avete il diavolo in corpo, uno spirito che vi scuote e che non vi lascia star tranquilli, perchè contrastarlo dunque? Assecondatelo! Imbracciamo tutti insieme gli strumenti e mettiamoci a suonare una canzone le cui note sono talmete liberatorie da renderla pericolosa. Per rendere il tutto ancora più diretto, gli AC/DC ci parlano utilizzando il discorso diretto e rivolgendosi ad ognuno di noi senza troppi preamboli, con una secca seconda persona singolare. Dobbiamo agitare i pugni in aria come dei folli, dobbiamo liberarci da chi ci trattiene, urlare tutta la nostra rabbia a pieni polmoni fino ad abbattere i muri circostanti, diamo fuori di matto, spacchiamo tutto! Questo è il Rock, una scarica di energia elettrica che ci colpisce si insinua nelle nostre fibre nervose, ci scuote e si risprigiona al di fuori di noi. L'invito si fa sempre più insistente nel ritornello, scateniamo i nostri piccoli cuori, definiti piccoli in quanto creaturine indifese e passive, dato che continuamente somatizzano tutto lo stress e lo trasformano in stat d'animo negativi, facciamoli ruggire adesso, facciamo in modo che i nostri problemi restino terrorrizzati in un angolo dalla potenza del nostro urlo di guerra. La musica degli AC/DC è qui per questo, pronta all'uso a liberarci dalle nostre inibizioni grazie al suo tiro travolgente e a tutta la potenza che riesce a sprigionare, dal solo incedere di batteria e basso infatti presto arriveranno anche le chitarre ad ingrandire il tutto, un invalicabile muro sonoro verso il quale sbattere la testa, frantumare il cranio e far uscire tutti i cattivi pensieri che vi sono incamerati dentro. Brian Johnson presto diventa il diavolo, un metaforico Mefistofele che ci esorta a vendergli l'anima, non preoccupiamoci del prezzo da pagare, perchè in cambio otterremo una libertà che nemmeno possiamo immaginare, scateniamoci, scateniamoci e scateniamoci ancora, fino a quando non avremmo buttato fuori tutto, ci concederemo una breve pausa e poi via di nuovo a sfasciare le pareti con una nuova canzone ed una scarica elettrica. Il Rock non è altro che libertà e gli AC/Dc, attraverso un brano semplice ma frizzante e coinvolgente, ci aiutao ad aprire il rubinetto della nostra tensione e a sprigionare l'uragano che abbiamo dentro.   

Are You Ready?

Si procede poi con quello che fu l'ultimo singolo rilasciato per presentare l'album, ovvero Are You Ready? (Sei Pronto?). Inizialmente siamo accolti da degli accordi leggeri e calmi che preparano il campo e ci lasciano prendere il respiro, accordi che però non sforano mai nell'acustico e non hanno come obiettivo quello di cullarci, mantenendo infatti sempre quella carica elettrica che sebbene ancora soffusa, sappiamo sfocerà in riff energici e taglienti. Ed è proprio quello che succede. A questo punto si parte per davvero con ritmiche cadenzate guidate dalla rocciosa batteria di Slade e dai decisi riff dei fratelli Young che stavamo aspettando. Non può ovviamente mancare Brian Johnson, che con la sua inconfondibile voce e con il solito andamento quasi rilassato ci racconta di quello che sembra essere un incontro con una donna molto sicura di sé, la quale sembra sapere il fatto suo e che è ben consapevole del suo fascino. Sembra quasi che il cantante passeggi per strada e s'imbatta in lei e in tutta la sua focosa e profumata attrattiva. L'incontro non può che rendere entusiasti, e infatti il cantante dialoga con le risolute parti corali, in uno scambio che ci porta dritti verso il ritornello, in cui ritmiche e riff sembrano farsi lievemente più vivaci senza però discostarsi molto dall'incedere cadenzato apprezzato finora. Il corteggiamento sta infatti per avere luogo, e dall'eventuale esitazione iniziale passiamo all'euforia dell'azione, quella che ci porta sempre più vicina all'oggetto dei nostri desideri e che, pur tra paure e dubbi, alla fine ci fa agire grazie anche all'impatto musicale. In effetti è difficile non farsi prendere da linee vocali del genere. Restano subito impresse, sono semplici ma dannatamente efficaci, risolute ma con quel retrogusto goliardico che è tipico della band. Il testo poi è molto semplice è chiaro, ci pone una semplice domanda a cui magari dovremmo rispondere, ma la musica, tra riff e cori, sprigiona un'energia tale che la domanda sembra essere inutile e non necessitante di una vera risposta, una domanda che si trasforma in un invito al quale si può solo che rispondere sì: "Sei pronto per divertirti? Allora preparati per la linea notturna". La donna però è ancora lì, all'angolo della strada mentre si guarda intorno e percepisce solo noia e mancanza di vitalità. Per cercare di dare una svolta alla sua giornata e renderla più interessante fa quindi gli occhi dolci ai passanti, i quali sentono subito palpitazioni e vampate di calore che li fanno desistere dall'approccio; lei sa di essere bella, lei sa di essere affascinante, lei sa che chiunque le cadrebbe ai piedi, sta solo aspettando l'uomo giusto in grado di tenerle testa, l'uomo che, come suggerisce anche il titolo della canzone, è pronto. Qui infatti sembra proprio che non sia il cantante, o chi per lui, a portare avanti il gioco, anzi? Sembra proprio che chiunque entri in contatto con la donna in questione resti ipnotizzato. L'atmosfera si fa calda e le backing vocals dialogano ancora con Brian e lo accompagnano, quasi spingendolo a forza, verso il decantato incontro che sembra ritardarsi a causa dell'enorme carisma e sicurezza di sé sprigionati dalla donna ancora ferma all'angolo della strada; elementi questi che immobilizzerebbero anche i corteggiatori più temerari, soprattutto se pensiamo che lei in realtà non aspetta altro, è lì pronta a mettere alla prova chiunque abbia il coraggio di avvicinarsi. C'è poco da fare però, l'incontro deve avvenire a tutti i costi! Una donna del genere non può essere lasciata lì da sola ad aspettare, magari con il rischio di lasciarla a qualche concorrente più risoluto di noi; ed ecco infatti che un nuovo coraggio ed una nuova grinta si impossessano di noi cacciando ogni nostro dubbio e paura, dandoci quella forza necessaria per attaccare. Siamo quindi pronti? I riff sono ancora tutti lì, le ritmiche si mantengono su tempi abbastanza lenti e rilassati, come se trovarsi davanti una femme fatale sia una cosa di tutti i giorni, una di quelle situazioni che sappiamo affrontare senza troppi problemi. I cori però tradiscono un'eccitazione palpabile che si trasforma in energia, un'energia che noi ascoltiamo e percepiamo intorno a noi, un'energia fatta di riff, di colpi di batteria e di voci da seguire. L'assolo di Angus è abbastanza breve ma continua e si dilunga come una scia di profumo anche sotto le ultime ripetizioni del ritornello, aumentando così sempre di più l'estasi e l'enfasi del finale della traccia, facendoci avvicinare ghignando alla nostra preda, tenuta d'occhio sin dai primi secondi. O siamo noi la preda? Forse ci è stato solo fatto credere di essere noi i cacciatori? Restiamo col dubbio, ma quel che è certo è che le sonorità ascoltate fin qui non lasciano pensare ad un esito negativo.

Got You By The Balls

Got You By The Balls (Ti Tiene Per Le Palle) è un brano dal titolo molto eloquente che inizia con un riff altrettanto deciso, anche se sempre contornato da un certo retrogusto rilassato e bluesy. La rilassatezza sembra farsi portavoce di una sicurezza di sé difficile da scalfire, accentuata ancora di più dall'incedere cadenzato della batteria. La prima strofa mette in scena un altro personaggio, che non è Brian Jonhson, bensì un anonimo uomo d'affari che, magari annoiato dalla sua ripetitiva vita in giacca e cravatta, è in cerca di qualcuno da poter desiderare e con cui sfogarsi per bene: "Hey, signor uomo d'affari, capo della compagnia, stai cercando una donna? Una a cui piace compiacere?" Il cantante sembra rivolgersi a lui con un mezzo sorriso guascone, il sorriso di chi ha capito cosa desideri e che ha anche trovato il modo per farti contento. Brian infatti si svela proprio che ha trovato una donna pronta a stuzzicare l'uomo con un servizio speciale: sembra fatta! Tuttavia, c'è un "ma"? L'eccitazione però continua a salire nonostante sembri che Brian nasconda qualcosa; l'uomo d'affari sente la fame e il desiderio farsi più forte, la fatica della giornata lavorativa è pronta per essere mandata via. Nel frattempo la musica innalza lievemente i toni in un climax ascendente in cui veniamo a sapere che purtroppo la preda da conquistare, o da comprare, è una femme fatale che purtroppo è affamata di soldi e si lascerà andare soltanto dopo che l'uomo gliene avrà lasciati molti per ringraziarla, o pagarla, dei suoi gustosi e piccanti servigi. Ebbene sì, più che una femme fatale, sembra proprio essere una prostituta, una d'alto bordo molto probabilmente, che si nutre proprio di uomini di questo genere: sempre in giacca e cravatta, sempre perfetti e ingessati, ma pronti a dar sfogo a tutte le loro perversioni trattenute a fatica durante una noiosa e grigia giornata di lavoro. In ogni caso, è lei a controllare la situazione. Prima del ritornello c'è un brevissimo momento di silenzio che interrompe il climax e interrompe anche la sfrenata corsa del businessman verso la donna, dato che ora ha capito che il divertimento gli costerà un po', senza dubbio più di quello che aveva in mente? Questo però è utile per noi ascoltatori, in quanto ci fa prendere il respiro per cantare un nuovo ritornello di facile lettura e facile da ricordare in cui si ripete ossessivamente, e letteralmente, che la nostra donna tiene il suo uomo per le palle. I fratelli Young continuano la loro marcia ciondolante e cadenzata a suon di riff, quasi imitando l'avvicinarsi della fascinosa donna, mentre Brian continua a stuzzicare l'uomo d'affari facendogli venire l'acquolina in bocca: "Hey, uomo d'affari? Lei può mascherarsi da scolaretta e sculacciarti dove ti fa più piacere". Brian sicuramente riesce nel suo intento e riusciamo nuovamente ad immaginarci l'annoiato e voglioso riccone in procinto di saltare sopra alla fortunata; la sua giacca è volata via già da un bel po', la cravatta è stata slacciata in fretta e furia, la camicia è sbottonata e sgualcita? giusto per farsi trovare preparati. Tuttavia, c'è sempre un prezzo da pagare, e la nostra scolaretta non penserà di certo a fare gli straordinari, e stavolta il prezzo da pagare è reale! Le cose cominciano a farsi interessanti lo stesso, e l'assolo di Angus sembra quasi simboleggiare l'avanzata dell'uomo d'affari (sempre con meno vestiti addosso) verso la donna, che invece è più che tranquilla, conoscendo molto bene il suo lavoro e anche la sua posizione di dominatrice. Ci siamo quasi però, il momento tanto atteso sta per arrivare, ma ormai abbiamo capito qual è l'antifona: l'uomo cerca di non pensare alla cifra da sborsare e cerca di godersi il momento dando sfogo a tutte le sue voglie nascoste. Noi sappiamo qual è la verità però: è sempre stata lei a tenere le redini del gioco - e non solo quelle a quanto pare - ma alla fine il ricco signore ha chiaramente ceduto, il desiderio è stato più forte dei soldi. Infine, il ritornello fa il suo ingresso nella camera da letto dell'uomo per l'ultima volta, sempre su ritmiche cadenzate e non troppo dissimili da quelle delle strofe precedenti. Ora però, verso la fine, il ritornello è affiancato anche dalla chitarra solista di Angus, la quale aggiunge una certa enfasi al tutto e pare quasi testimoniare il successo dell'incontro, dando quella spinta in più che serviva per tirare fuori i verdoni dalla tasca degli eleganti pantaloni che penzolano disordinatamente da una sedia. Ma d'altronde sapevamo che sarebbe successo, era lei a tenerlo per le palle.

Shot Of Love

Anche Shot Of Love (Shot d'Amore) inizia abbastanza in fretta e senza troppi preamboli, in effetti entriamo subito nel vivo grazie ai riff di Marcus ed Angus Young che riportano alla mente sonorità tipiche di "High Voltage"  del 1975. La batteria di Slade è sempre cadenzata, ma stavolta non ha quell'aria rilassata e potente che aveva nelle due tracce precedenti, suonando anzi più vivace e leggera, in compagnia ovviamente di un andamento generale che risulta particolarmente frizzante e spensierato, l'andamento giusto per corteggiare una donna che siede da sola al bancone del bar, magari annoiata e in attesa della persona che darà un po' di brio alla sua serata. Come si sarà capito dal titolo, il tema portante del brano non è molto dissimile da quanto visto fino a poco fa, ma nella prima strofa è un uomo (o un ragazzo) ad invitare la donzella di turno a bere qualcosa, magari qualcosa di alcolico, magari degli shot, perché no? Come da copione, il pre-ritornello arriva senza preamboli, innalzando i toni e aggiungendo le voci degli altri membri della band in sottofondo, e questo dà un effetto particolare, in quanto sembra che tutti in coro partecipino al momento, tutti quanti avvertono la donzella che questo non è il solito incontro per combattere la noia, stavolta è diverso: "E ti avverto - proferisce il temerario ragazzo con tono allusivo - è il miglior shot della tua vita". Sarà una bevuta indimenticabile! Si potrebbe dire che quello "shot" potrebbe anche alludere al termine "sparo", che, diventando "sparo d'amore" nel semplicissimo ritornello che segue, potrebbe a sua volta alludere a qualcos'altro, forse ad un gioco di parole che non lascia molto all'immaginazione. Ciononostante, torniamo al bar, dove la coppia è intenta a brindare mentre intorno a loro tutto sembra fermarsi e restare lontano senza intaccare la loro intesa appena trovata. Il ritornello, comunque, è molto semplice e si limita a ripetere coralmente il titolo della canzone, espediente, quest'ultimo, che, insieme all'utilizzo delle backing vocals, gli dà comunque una certa energia, ma che non riesce lo stesso a renderlo così memorabile. Successivamente arriva in soccorso l'appoggio di Angus Young, il quale, con la sua chitarra solista, accompagna Brian Johnson e sembra dialogare con lui, girandogli intorno come una specie di diavolo tentatore, dandogli manforte mentre ci prova esplicitamente con la sua nuova preda. Le linee vocali alte ed accattivanti spingono anche noi a fare il tifo per il cantante, mentre, nello stesso tempo, avvertono ancora la ragazza, ricordandole che forse è uscita di casa proprio al momento giusto per un drink che non scorderà molto facilmente. Il refrain però sembra abbassare lievemente l'eccitazione, come se la nostra donna non sia poi così interessata al povero ragazzo, c'è bisogno di qualcosa in più per attirare ancora di più la sua attenzione e convincerla una volta per tutte. Forse il ragazzo è un po' impacciato e la situazione lo sta mettendo sotto pressione, anche se all'inizio sembrava più che convinto e risoluto - ma d'altronde è difficile corteggiare qualcuno quando tutta la band è lì a guardarti! A rialzare l'eccitazione, però, ci pensa il solito assolo sanguigno del fedele alleato (e diavolo tentatore) Angus sotto cui il cantante ricambia il favore di prima bofonchiando parole in sottofondo. A questo punto sembra proprio che la via giusta sia stata imboccata: la tensione è sparita ed il corteggiamento sembra aver funzionato, i bicchieri sono vuoti e magari è ora di lasciare il bar per spostarsi in un luogo più tranquillo. Qui infatti ritroviamo tutti i punti focali della canzone che sugellano il momento estatico e trovano, ancora una volta, nella chitarra di Angus e nelle sue note infiammate un fedele e decisivo alleato che li accompagna fino al finale. Il bicchiere è poggiato lì sul bancone, svuotato dopo che il suo alcolico contenuto è stato bevuto tutto d'un fiato per fare un brindisi all'amore, brindisi che il ragazzo non vedeva l'ora di consumare e, dopotutto, neanche noi.

Let's Make It

Una porta si apre lentamente ma inesorabilmente, con la stessa cadenza con cui un lento riff di Angus dà il via a Let's Make It (Facciamolo) e la potente e limpida batteria di Slade scandisce i passi di chi ci si sta per presentare davanti. Improvvisamente la nostra porta immaginaria si apre improvvisamente e il suono sembra farsi decisamente più tridimensionale e presente, anche perché in questo preciso momento la sezione ritmica comincia a strutturare quella che sarà l'ossatura del brano. Un uomo, uscito dalla porta di prima, si avvicina sempre di più a noi con un sorriso sornione e con un passo furbo che viene accentuato dal classico ritmo lento ma roccioso. Ce lo immaginiamo che, entrato nella sua stanza, si ritrova davanti ad una giovane donna distesa sul suo letto, con le coperte che coprono solo parzialmente il suo corpo nudo e con i capelli lunghissimi distesi sul cuscino. Lei è distesa sinuosamente, con le coperte disposte in modo da tale da coprire o scoprire le parti desiderate, secondo un disegno per niente casuale, e lo guarda dritto negli occhi con uno sguardo accattivante. Una sorpresa questa che non può far altro che smuovere tutti gli ormoni: "Hey sugar baby, così calda e gustosa, vieni qui dammi un po' d'amore, mi stai facendo diventare selvaggio" Dapprima l'invito è cauto e rilassato, ma poi l'uomo, vedendo cotanta bontà, decide di premere sull'acceleratore, deciso a sfruttare una seduzione così palese. La voce sgraziata e tagliente di Brian ora sembra essere più decisa, divertita e sicura di sé, l'invito è più marcato e i cori lo rendono decisamente più potente, ma soprattutto memorabile, in quanto per quanto semplice il refrain si stampa subito in testa dal primo ascolto e non ne esce molto facilmente, diventando quasi un mantra per la coppia. L'uomo poi sembra avanzare piano piano verso il letto della sua sugar babe, cercando di capire, come un animale affamato che cerca di fidarsi, se è il caso di andare oltre e godere della nuda offerta così generosamente concessa. Non stiamo certo là a guardarci intorno, e infatti, nel nostro piccolo, continuiamo anche noi imperterriti con le avances fino a che le chitarre non tornano ancora una volta ad essere più udibili e su toni più alti con il ritornello che fa da cornice ed inonda la stanza facendo tremare le pareti. Pare che il protagonista si avvicini sempre di più al rosso letto della giovincella, la quale, allo stesso tempo, sembra non voler mandarlo via, interessata anche lei ai risvolti della situazione. D'altronde non si è mica fatta trovare sul letto per sbaglio! Stavolta poi si aggiungono anche altre voci corali, e sembra proprio che tutta la band sia lì affacciata alla finestra per spiare cosa sta sicuramente per accadere. Il momento è decisivo. Angus Young non perde quindi occasione per farsi sentire con la sua 6-corde, offrendo un breve ma caloroso assolo che con le sue note fa avvicinare sempre di più i due protagonisti e li mette uno di fronte all'altro, tramutandosi in un laccio che li tiene uniti e mette a contatto i loro corpi frementi. Sembra proprio che tutto stia andando come previsto, la ragazza corteggia il suo uomo e lui non se lo lascia ripetere due volte, dato che è particolarmente pronto. Qui si parla chiaro d'altronde: "Facciamolo, non lo sprecare, facciamolo, dai assaggialo". Ora che sono uno difronte all'altro è difficile tirarsi indietro o far finta di non essere interessati giocando sull'esitazione e su delle respinte scherzose che fanno parte dei classici giochi tra coppie. Tutt'altro. Inoltre il protagonista non ha mai avuto l'intenzione di tirarsi indietro, anzi, se la donna ha iniziato palesandosi, l'uomo ha perseverato invitandola a continuare ed è infine riuscito a sfruttare l'opportunità che gli è apparsa quasi dal nulla, ottenendo quello che voleva sin dall'inizio.

Goodbye & Good Riddance To Bad Luck

Un riff più pesante del solito e delle ritmiche guidate da una monolitica batteria di Slade introducono la penultima traccia, che porta il titolo di Goodbye & Good Riddance To Bad Luck (Buona Fortuna & Buona Liberazione alla Sfortuna). Stavolta l'andamento generale sembra essere meno guascone del solito, anzi, se spesso le ritmiche cadenzate erano sinonimo di sicurezza e spavalderia, ora sembrano simboleggiare un atteggiamento più cauto, la stessa prestazione di Brian, per quanto sempre tagliente, sembra essere quella di un uomo che riflette su quanto ha raggiunto nella sua vita fino a quel momento, guardandosi indietro e con una distaccata ironia fare il conto degli insuccessi e dei fallimenti raggiunti. Il protagonista qui è un uomo stanco, stanco di ripetere sempre le stesse futili azioni che l'hanno portato dov'è ora, e quindi adesso arriva quasi ad una sorta di consapevolezza, ad una presa di coscienza. Ha passato la sua vita a fare scelte sbagliate immerso magari in un contesto malato, circondato da conoscenze sbagliate e pericolose; ha provato a cambiare, a spingere verso una direzione diversa, ma non è mai cambiato niente e si è ritrovato addirittura in prigione, circondato da sbarre, il che è sicuramente la punizione definitiva. Questa vaga presa di coscienza però porta il protagonista del brano ad essere deciso, come si evince eloquentemente dal titolo della traccia, a dare l'addio alla sfortuna. Le alte sfere sembrano aver sentito la sua voglia di rivalsa, già, perché nella strofa seguente ci troviamo in tutt'altro scenario. L'uomo sfortunato e giù di morale della prima strofa è ora un uomo libero e con tanta voglia di fare, è lì che passeggia in mezzo alla strada pensando a quale cammino percorrere ora che è uscito dal carcere: "Bene, diffondete la notizia, c'è un uomo libero in giro, uscito dalla galera?" C'è una nuova vita da conquistare, le catene sono state spezzate, le sbarre aperte? la ruota ha girato, stavolta non sembra esserci puzza di sfortuna nei paraggi. Come prima, anche qui la strofa innalza sempre di più i toni, proprio per dare enfasi alla nuova libertà raggiunta, e come prima, all'uscita del tunnel, c'è il ritornello, che essendo composto da solo due versi risulta però un po' scarno. In ogni caso, ci pensa la chitarra solista di Angus a dare quel guizzo in più che serve ad un momento che parla di libertà. L'ex galeotto è pronto a rifarsi una vita, anzi no, diciamocela tutta, molto più probabilmente è pronto a spassarsela per bene ora che non ci sono sbarre davanti al suo cammino o muri intorno a lui. Ora che si sente profumo di cambiamento nell'aria niente può andare storto, ed è proprio il tempo giusto per divertirsi e rilassarsi per recuperare il tempo perso, quello sfruttato malissimo rincorrendo scelte di vita sbagliate e fallimenti che non hanno fatto altro che rinchiuderlo sempre di più in un cerchio fatale che poi si è tramutato in una cella piccola, stretta e puzzolente. Adesso è diverso, adesso è arrivato il momento di cambiare tutto e di fare scelte diverse, anche perché forse ci sarà l'appoggio della fortuna stavolta. Non è un caso infatti che il finale della canzone sia tutto affidato al ritornello ed al suo ossessivo e ripetitivo dare l'addio alla sfortuna; qui, nella sua essenzialità, il refrain riesce comunque a dare un senso liberatorio abbastanza tangibile. L'uomo attraversa la città e si dirige verso il tramonto, l'ultimo giorno della sfortuna sta per finire, un nuovo giorno senza di essa comincia lentamente a fare il suo ingresso nella sua vita.

If You Dare

"The Razors Edge" si chiude con If You Dare (Se Hai Coraggio) che è un gran bel brano e forse addirittura uno dei migliori dell'album. L'inizio ci sorprende con degli accordi vagamente blues che ci fanno entrare in un contesto caldo e sensuale, il basso si sente poco ma è lì come i battiti di un cuore, impercettibili ma vitali. La batteria ancora non è presente, è in silente attesa, pronta per emergere da dietro i riff dei fratelli Young da un momento all'altro; c'è però Brian, che in quest'atmosfera rilassata aggiunge il suo solito tocco piccante e graffiante mentre descrive una situazione in cui un uomo invita la sua donna ad uscire fuori dall'oscurità e prepararsi a giocare. Mano a mano che passano i secondi, però, sentiamo che i battiti del cuore si fanno sempre più veloci, così come sale l'eccitazione, e il tutto trova il suo punto di fuga in una bella esplosione in cui la pulsante batteria di Slade fa la sua terremotante, sanguigna e precisa comparsa e le asce degli Young creano quello che sarà il riff portante della traccia. Basta poco per farlo entrare nelle nostre vene e farlo scorrere in tutto il nostro corpo. L'uomo sfrutta dunque il momento per rinnovare l'invito alla sua donna, ed è una situazione particolare, visto che spesso nell'album abbiamo visto donne che comandavano il gioco; adesso invece è lui che chiede di essere accontentato: "Dolcezza, mi ami? Amami come sai tu. Donna, perché non vieni fuori a giocare? Se hai il coraggio?" La band riesce inoltre a creare una sensazione di attesa che si riflette proprio con quella vissuta dal protagonista, il quale sembra vagare per la sua camera senza trovare pace, invitando maliziosamente e con decisione l'oggetto del suo desiderio. Lei è nella camera accanto, ma sembra lontanissima e non intenzionata ad uscire fuori, o almeno sembra ? Quasi sicuramente lei è lì che ridacchia pensando al suo uomo che, agitato, le chiede ferventemente di palesarsi. Le backing vocals frizzanti danno manforte all'uomo e chiedono ancora una volta alla donna di uscire allo scoperto, di lasciarsi andare, quasi giocando sulla psicologia inversa, dicendole che forse non ha il coraggio per buttarsi, forse ha paura e preferisce stare nascosta nell'altra stanza, o forse lei stessa sta giocando e ritarda la sua entrata in scena tanto per far penare un po' di più il suo uomo. A questo punto però la donna non può continuare a restare nascosta, non ci riesce più, non resiste al carismatico ed accattivante richiamo che proviene da dietro i muri che la separano dal suo amante ed anche lei decide che il tempo dell'attesa è finito. Ha tenuto il suo partner sulle spine per troppo tempo, forse è arrivato il momento di dimostrargli che dopotutto anche lei vuole uscire allo scoperto e giocare, accontentandolo facendogli vedere che di coraggio ne ha e come. L'eccitazione è palpabile ed è quasi respirabile. In effetti ora possiamo quasi immaginarcela mentre cammina verso il suo uomo soddisfatto, con la chitarra solista di Angus in sottofondo che accompagna il suo orgoglioso ancheggiare e segue la scia del suo profumo irresistibile. Alla fine ha dunque osato, l'invito del suo partner era troppo gustoso ed ossessivo. Inoltre non era di certo vero che non aveva il coraggio di uscire fuori e doveva dimostrarglielo a tutti i costi. I cori del ritornello si ripetono senza sosta, ossessivi e pieni di vitalità, con la batteria di Slade che pare farsi sempre più potente e forzuta, quasi imitando i battiti dei due cuori che si apprestano a pulsare sempre più forte, soprattutto ora che il messaggio è stato recepito. Ma repetita iuvant e quindi l'invito resta attivo fino alla fine, come in un vero e proprio gioco di coppia che rende la convivenza più interessante e più piccante. Ed è per questo che l'uomo, ormai sicuro del successo, guarda la sua donna con uno sguardo malizioso e ribadisce il concetto: "vieni fuori a giocare se hai il coraggio".

Conclusioni

"The Razors Edge" è senza dubbio un album che suona AC/DC in ogni sua singola componente, e questo nel bene e nel male. Come già fatto notare, la band non fa assolutamente niente per cambiare la sua proposta o innovarla, anzi, resta ancorata saldamente ad un modo di concepire la musica che è più che collaudato e direi anche funzionale. Va però detto che molte volte non bisogna cercare la qualità di un prodotto nel suo essere o no innovativo, e proprio questo CD ne è la prova. Già, perché alla fin fine bisogna anche considerare un altro tipo di qualità, ovvero quella delle tracce, se sono ben fatte e ci entusiasmano perché cercare l'innovazione? Inoltre, parliamoci chiaro, se uno cerca sperimentazioni di vario genere non le troverà in un album della band australiana, e questo credo sia ormai assodato da tempo. In ogni caso, con il loro stile gli AC/DC riescono a forgiare un nuovo capitolo della loro discografia, e lo fanno benissimo. Canzoni come "Thunderstruck", "Moneytalks" "Are You Ready?" e "If You Dare", per citare alcuni tra i migliori, sono delle vere e proprie hit che non possono non entrare nelle nostre orecchie senza creare un minimo di reazione. I riff sono più o meno sempre quelli, gli accordi sono sempre riconoscibilissimi, così come le linee vocali, eppure è proprio quest'insieme di elementi a creare la giusta vibrante e tagliente miscela. Aggiungerei poi che la band non è di certo tra le più innovative della storia del Rock e nel corso della sua carriera l'ha sempre ribadito con i fatti - cosa per cui sono stati spesso criticati e presi in giro - ma bisogna dargli atto che non appena parte un accordo, anche per pochi secondi, sappiamo già di chi è, sappiamo benissimo che sono gli AC/DC, e sappiamo che se un'altra band suona in questo modo è perché molto probabilmente è stata influenzata dagli australiani. Questo non è una cosa da sottovalutare, non sono tantissime le band che possono vantarsi di essere così riconoscibili. Detto questo, torniamo all'album in questione. "The Razors Edge" è quasi sicuramente uno dei migliori album della band ed uno degli album più famosi e celebrati usciti nel 1990, e non a caso. Uscito dopo un periodo non proprio brillante per la band, ha il compito di riportarla sugli alti livelli con un concentrato di canzoni che ancora oggi scuotono i muri e fanno vibrare i vetri delle macchine. Come già detto, ci sono alcune canzoni che è quasi impossibile non apprezzare, soprattutto la celeberrima e oltremodo acclamata "Thunderstruck", che non solo è una delle canzoni migliori degli AC/DC, ma anche una piccola lezione di Hard Rock da studiare ed imparare, pur nella sua semplicità. La qualità media dei brani, comunque, è sempre abbastanza alta o comunque non scende mai troppo in basso, e questo permette all'album di scorrere senza molti intoppi grazie all'alternarsi di tracce che suonano fresche ed accattivanti e che riescono a lasciare un segno anche quando non sono capolavori. Un  problema sta nel fatto che ci sono 12 tracce qui e, visto che la proposta è piuttosto statica e ripetitiva, questo potrebbe appesantire un po' l'album, considerando anche che ci sono due o tre canzoni che non sono proprio irresistibili e non lasciano molto il segno, e che quindi abbassano leggermente la qualità del risultato finale. Sto parlando di canzoni come "Mistress For Christmas", "Shot Of Love" e "Goodbye & Good Riddance To Bad Luck", che, pur seguendo quel canovaccio collaudato di cui si parlava prima, non risultano brillanti come le altre, certamente orecchiabili, ma forse non imprescindibili. Questo purtroppo potrebbe far pensare ad un album che scorre tra alti e bassi, il che forse non è del tutto sbagliato, anche se potrebbe sembrare un giudizio molto perentorio. Una sorpresa è però sicuramente la title-track, la quale ci fa apprezzare gli AC/DC in una veste più cupa e dura, molto diversa dal solito, che riesce a dare quel guizzo un più che è tipico dei grandi album. Il nuovo entrato Slade poi sembra trovarsi particolarmente a suo agio alla batteria, non che la band proponga chissà quali partiture difficili, ma la sua presenza si sente e accompagna molto bene e con una decisione degna di nota ogni pezzo dell'album, grazie anche ad un suono profondo, pulito e potente che è frutto di una produzione efficacissima, affidata a Bruce Fairbairn. Per concludere, alleggerito di un paio di brani "The Razors Edge" sarebbe stato ancora più memorabile; il fatto che alcune hit pazzesche siano affiancate a canzoni un po' meno riuscite tende a farsi sentire, ma è anche vero che le canzoni riuscite lo sono così tanto che il voto finale non può che essere molto positivo, visto che sono proprio loro a rendersi protagoniste e a trascinare tutto il lavoro.

1) Thunderstruck
2) Fire Your Guns
3) Moneytalks
4) The Razors Edge
5) Mistress For Christmas
6) Rock Your Heart Out
7) Are You Ready?
8) Got You By The Balls
9) Shot Of Love
10) Let's Make It
11) Goodbye & Good Riddance To Bad Luck
12) If You Dare