AC/DC

High Voltage (Australian Version)

1975 - Albert Productions

A CURA DI
GIACOMO BIANCO
22/12/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Un giorno di metà febbraio del 1975, nei negozi di dischi australiani, uscì un LP che in copertina recava un soggetto davvero particolare. Affisso ad un reticolo di filo spinato, messo a protezione di un trasformatore, stava un cartello che riportava il nome dell’album, High Voltage (“alto voltaggio”), ed il logo della band, AC/DC, acronimo che in gergo tecnico significa “corrente alternata/corrente diretta”. Come si può vedere da questi elementi, tutto ruotava già attorno al concetto di elettricità, di potenza, di energia allo stato puro. Ma per capire davvero cosa significasse tutta questa simbologia, è opportuno fare due salti indietro nel tempo, al fine di conoscere da vicino le vicende tramite le quali si giunse poi alla genesi della band. Dietro a questo inedito moniker ci stavano, infatti, due fratelli d’origine scozzese, Malcolm ed Angus Young, la cui famiglia si era trasferita ormai da dieci anni in quel di Sydney, Australia. I due avevano un fratello maggiore, George, che fu il primo tra di loro ad imparare a suonare uno strumento ed a cimentarsi in una band (entrò infatti in pianta stabile negli Easybeats, prima rock-band australiana a scrivere un successo internazionale: “Friday on my Mind”, 1966). Poco dopo fu lo stesso Malcolm a seguire le orme del fratello più anziano. Dopo aver lavorato per diverso tempo in una fabbrica di reggiseni, Malcolm riuscì a spostarsi a Newcastle, nel Nuovo Galles del Sud, dove entrò a far parte di una band chiamata Velvet Underground (da non confondere con l’omonimo e ben più noto act newyorkese). Angus, quando non era impegnato col lavoro della rivista per cui disegnava, cominciava solo allora ad imbracciare la chitarra, suonando saltuariamente nella band di Malcolm. Oltre ai tre fratelli già citati, ce n’erano poi altrettanti: Alexander, rimasto in Inghilterra per suonare con la sua band (i Grapefruit); Christine, anche lei in una band locale australiana (che ebbe decisamente meno fortuna, tanto che il suo nome si perse tra le sabbie del tempo); ed infine Margaret. Quest’ultima era la sola a non essere coinvolta nell’ambiente musicale, ma tuttavia la sua persona fu basilare per la creazione degli stessi AC/DC. Fu proprio Margaret, infatti, ad individuare su una macchina da cucire la scritta “acdc”, il cui significato è stato già spiegato nelle primissime righe di questa recensione. Colpita dalla dicitura, decise di consigliarla subito ai suoi due fratelli – che nel frattempo si erano messi a suonare assieme – come nome per il loro gruppo. A Malcolm ed Angus piacque un sacco questo acronimo, poiché rappresentava in pieno l’energia grezza che scaturiva dalla loro neonata creatura. In questa primissima formazione, assieme ai fratelli Young (che suonavano entrambi la chitarra) si unirono poi il cantante Dave Evans, il bassista Larry Van Kriedt ed il batterista Colin Burgess (già visto all’opera in un’altra nota band australiana, i The Master Apprentices). A spianare la strada a questa band debuttante fu Ray Arnold, roadie e personaggio-chiave della scena rock nazionale, ma altrettanto essenziale si rivelò il ruolo di Gene Pierson, musicista italo-australiano che possedeva già un “nome” in Australia. Non appena Pierson ebbe occasione di ascoltare la band dei fratelli Young, questa gli piacque subito moltissimo, tanto da scritturarla per un evento che si sarebbe dovuto tenere in occasione delle festività per celebrare il capodanno del ’73 a Bondi Beach, località balneare nei dintorni di Sydney. Fu proprio in quest’occasione che Angus Young sfoderò quella che sarà la sua immortale – ed iconica – figura: quella dello scolaretto un po’ pazzo e scalmanato. Anche in questo caso tutto il merito deve andare a Margaret, che seppe consigliare al fratello questa gimmick, dopo che lui stesso ne aveva provate invano a dozzine (tra cui una parodia di Super Man, chiamata ironicamente Super-Ang). Il desiderio di Angus di trovare a tutti i costi un’esteriorità incisiva da esibire sul palcoscenico nasceva dal fatto che, in quegli anni, andava molto di moda, specie nell’ambiente del rock, assumere atteggiamenti “ambigui” o perlomeno sopra le righe. Siamo infatti negli anni del glam rock, ovvero in quell’epoca in cui David Bowie, ad esempio, dettava legge col suo alter ego Ziggy Stardust, equivoco ed androgino personaggio ideato apposta per riplasmare la persona del Duca Bianco sopra ai nuovi modelli di tendenza. Sebbene in un primo momento Angus fosse indirizzato a seguire questo filone, dovette però subito ricredersi: gli Skyhooks, una band di Melbourne, avevano infatti già adottato questa trovata ed allora Angus si orientò definitivamente verso il consiglio della sorella Margaret. Scartata quindi l’opzione “tutta lustrini e paillettes”, poco dopo venne cacciato pure Evans, considerato, appunto, troppo glam-oriented. In questo modo la band dovette avvalersi della voce di Dennis Laughlin, loro manager e già singer nei Sherbet, una delle principali rock-band australiane degli anni Settanta (si vocifera, però, che ci fosse pure un sentimento di reciproca antipatia tra Evans e Laughlin, fatto che certamente contribuì alla dipartita del cantante). Nel 1974, Vince Lovegrove, noto giornalista e produttore musicale australiano, nonché amico di George Young, raccomandò a quest’ultimo un talentuoso cantante, Ronald Belford “Bon” Scott, con un passato importante a livello musicale, messo purtroppo in pausa dopo un brutto incidente in moto. Caso volle che, passato il periodo della convalescenza, Bon si ritrovasse (data la girandola di lavori intrapresi) ad essere l’autista del pullmino sul quale gli AC/DC erano soliti muoversi. George non esitò a passare l’informazione ai suoi due fratelli minori, che decisero immediatamente di assoldare il cantante. Leggenda narra che Scott, più grande dei due ma comunque non meno estroverso, tentò in tutti i modi di presentarsi inizialmente come batterista, essendo stato da sempre appassionato dello strumento. I ragazzi si trovarono sin da subito in sintonia, in quanto Bon condivideva coi due fratelli Young molto più che la semplice passione per la musica rock: come la loro famiglia, pure quella di Scott proveniva infatti dalla Scozia. Oltre a condividere dunque un background culturale d’identica estrazione, i tre cominciarono a trovarsi molto bene, suonando assieme in maniera assai produttiva. Dato che con Evans alla voce gli AC/DC avevano registrato il solo singolo “Can I Sit Next to You, Girl"/"Rockin' in the Parlour" (1974), la band cominciò subito col riscrivere la canzone, modificandola pesantemente ed inserendo la voce del nuovo cantante (traccia che sarebbe poi confluita nel loro secondo album, “T.N.T.”, del 1975). Dopo un solo mese dall’arrivo di Bon Scott, la band aveva già ultimato la registrazione del loro debut “High Voltage” (1975), album destinato però al solo mercato nazionale. Le registrazioni durarono solamente dieci giorni, dato che tutto il materiale era già stato scritto e confezionato da parecchio tempo. Alle musiche dei fratelli Young bastò solamente aggiungere i testi di Bon Scott: questo servì per far scoccare quella scintilla che darà il là ad uno dei più grandi complessi della storia del rock mondiale. “High Voltage”, registrato agli Albert Studios di Sydney ed edito dall’omonima etichetta, fu prodotto da George Young assieme ad Harry Vanda, suo collega negli Easybeats. Uscito per il solo mercato australiano (in una logica abbastanza restrittiva), delle otto tracce che lo compongono solo due saranno riproposte sulla versione internazionale pubblicata dall’Atlantic Records nel 1976 (album che, tra l’altro, s’avvarrà pure di una copertina diversa). Durante le sessioni di lavoro agli studios, numerose persone s’aggiravano attorno alla saletta della band. Oltre a Malcolm ed Angus, che suonavano rispettivamente la chitarra ritmica e quella solista, al basso venne chiamato Rob Bailey, anche se diverse partiture furono eseguite da George Young (che per diverse date ricoprì pure il ruolo di bassista nei live della band). Allo stesso modo si dovettero spartire le tracce di batteria: sebbene il batterista ufficiale fosse Peter Clack, a lui spettò solamente la registrazione della seconda traccia, mentre il grosso del lavoro fu portato a termine dal session-man Tony Currenti (un altro batterista, John Proud, suonò invece sulla terza canzone in scaletta). Per quanto riguarda l’aspetto esteriore del disco, il concept venne suggerito da Chris Gilbey, che all’epoca lavorava presso gli studios della metropoli australiana. Come si è potuto vedere, la band era ancora un vulcano in piena eruzione, nelle cui viscere la lava scorreva più fluida che mai. Questa incredibile esplosività servì comunque ad accelerare quel processo di fermentazione necessario per far spiccare subito il volo alla band, velocizzando dei passaggi che a volte possono portare via dei mesi, se non anni. Dopo i lavori agli Albert Studios, un’ultima ventata di cambiamenti colpì la band, che dovette allora decidere con chi continuare a lavorare. Batteristi e bassisti vari furono epurati e, per sostituirli, le scelte ricaddero su Mark Evans e Phil Rudd, selezione che garantirà una notevole solidità ad una band più che mai lanciata verso il successo planetario. Il cammino degli AC/DC era appena iniziato.



In un album in cui la totalità delle canzoni è fuoriuscita dai plettri di Malcolm ed Angus Young, oltre che dalla penna di Bon Scott, la prima traccia del disco è tuttavia una cover di Big Joe Williams, noto delta-bluesman americano. Baby, Please Don’t Go è una canzone-manifesto della prima fase degli AC/DC. La chitarra al vetriolo che apre il brano è energia allo stato puro, prima che si sdoppi in un riff memorabile, così come assolutamente memorabile è il videoclip della canzone, registrato durante una delle loro prime esibizioni live al programma televisivo. Qui, uno “spaventoso” Bon Scott si esibisce nelle vesti di una bionda scolaretta, intenta a sfoggiare tanto i suoi occhi truccati, quanto i tatuaggi da scaricatore di porto. A parte il simpaticissimo video (dove si può vedere i musicisti sorridere più di una volta per la comica interpretazione dell’istrionico singer), la canzone scorre via che è un piacere, grazie ad un riffing dinamitardo e veramente esplosivo. La voce di Bon Scott, per quanto effettivamente sgraziata, è invece quanto di più riconoscibile della band, un vero e proprio trade-mark. Con il suo cantato leggermente parlato e venato di blues, Scott recita la sua canzone d’amore, qui dedicata ad una ragazza in procinto per partire per New Orleans. Dopo averla pregata più e più volte di non partire, Scott comincia a prometterle di tutto, persino di diventare un cane (!), pronto a baciarle la faccia. Nonostante queste zuccherose proposte, la ragazza sembra più che mai intenzionata a partire, quasi come se si sentisse offesa dal comportamento del suo ragazzo. Morto di gelosia, quest’ultimo sa che, una volta in città, lei ci metterà davvero poco a trovarsene un altro, ed allora si lascia andare con un disperato “Non voglio essere lasciato solo, bimba/O, non andare, non andare, non andare”. Sono tutti tentativi inutili, la ragazza è infatti già partita. Il riffing di Angus è insolito, con tutti quei slide a scendere che danno un senso di fluidità all’intera traccia. La chitarra ritmica di Malcolm è invece abrasiva nella sua distorsione calda ed avvolgente. La sezione ritmica è molto essenziale, ma non meno incisiva. Sebbene il basso sia molto sobrio ed in secondo piano, la linea di batteria è scarna ma catchy, ed invita l’ascoltatore ad agitare la testa. Il riffing dell’introduzione viene riproposto più volte, anche prima di un improvviso break a metà canzone (2:13), del tutto inaspettato e “violento”. Subito dopo, il divertente beat di batteria spiana la strada, supportato dal basso, ad un splendido assolo in tapping. Eseguito senza distorsione, Angus si dimostra un valido musicista, data la capacità di suonare parti pulite con estrema precisione. Con la chitarra solista che fa il verso al disperato cantante, per niente rassegnato a perdere la sua ragazza, la canzone si avvia verso il finale. Peccato che nel corso degli anni la band abbia sempre poco considerato questa canzone, perché è davvero una bomba, che farebbe ballare anche un morto. Davvero un ottimo inizio per questo "High Voltage"! A questo punto ci avviamo alla seconda traccia. Stando alla testimonianza racchiusa nella biografia della band (“AC/DC: Two Sides to Every Glory: The Complete Biography”, scritta da Paul Stenning), un giorno, dopo che Bon era entrato nella band, sua moglie Irene, di punto in bianco, si lamentò del fatto che il suo compagno non le avesse mai dedicato una canzone. Per niente infastidito della critica, Bon si mise subito al lavoro e scrisse la seconda traccia dell’album, She’s Got Balls. Irene sentì la canzone e lo lasciò, divorziando. Non sto scherzando, è tutto scritto nel libro. Se a volte le biografie abbondano di queste chicche davvero prelibate, l’importante è che il discorso di una recensione non devi troppo dal contesto musicale. Andiamo allora a vedere come mai la donna prese una decisione, a prima vista, così drastica. Un sensuale riff di chitarra introduce la “canzone del misfatto”, brano questa volta accompagnato da un bel basso in sottofondo. Alla batteria troviamo Peter Clack, batterista ufficiale nei live, autore di un drumming davvero lineare. La canzone ha il tipico “andare” degli AC/DC: diritta, poco adornata d’inutili orpelli… in una sola parola, schietta. Come, del resto, schietto è stato Scott nel scrivere il testo. La sua donna “ha così stile […] da farlo sorridere”, è così “coraggiosa da mettergli paura”. È proprio la sua donna perfetta, è tutto ciò che vorrebbe. È talmente brava (a letto, forse?) da far venir matto un uomo. Epico è poi il successivo ritornello: “Ma soprattutto/lasciatemelo dire/la mia ragazza ha le palle/ha le palle”. Questo è un chorus che non necessita di spiegazioni. Eppure, a conti fatti, non ci si dovrebbe incazzare così tanto a leggere un testo del genere. Insomma, non l’ha mica insultata. Mettiamo allora che, per ora, dopo il primo ritornello, Irene non si sia ancora adirata. Me la vedo, che dice: “Che diamine hai scritto Bon? Sei impazzito? Che cazzo ti passa per la testa?!” ed il povero cantante che “No, stai tranquilla, bimba, il meglio deve ancora venire…”. Ed in effetti il meglio deve ancora arrivare. Nella seconda strofa Bon dice che alla sua signora “piace strisciare/su tutto il pavimento, sulle mani e sulle ginocchia”, perché lei sa come soddisfare il suo uomo. Capito perché l’ha lasciato, ora? Diciamo che Irene non ha condiviso molto l’idea di Scott di rendere pubbliche le loro peripezie amorose, ridicolizzandola, in un certo senso, davanti a tutti gli ascoltatori. Povera ragazza… Ma gli aneddoti non sono ancora finiti. Secondo il magazine Mojo, Scott scrisse il testo in preda ai fumi dell’alcol (mentre secondo altre fonti si trattava di parole improvvisate durante un live della band). Comunque sia, in un intervista del tempo svelò che, una volta rinsavito dopo la sbronza, non riusciva a capacitarsi di cos’aveva scritto. Non poteva nemmeno credere di averlo mai pensato. Però, del resto, anche dalla più brutta bozza delle tue canzoni puoi ricavare qualcosa di decente. Indeciso sul da farsi, cantò la canzone davanti a sua madre, che replicò con un laconico “uhm, non è molto bella” (ah le mamme, pure se una cosa fa tanto schifo, sanno sempre come non farti star male…). Sentito il parere, Scott si decise: quella canzone andava tenuta. Da quella bozza nacque così la versione definitiva che sarebbe stata poi incisa su questo disco. Il brano rende idea di quanto sia stato fondamentale il blues nella formazione della band, tanto nel cantato (sempre molto “colloquiale”) che nelle chitarre. La canzone è un metronomo “scanditissimo”, che rallenta davvero poche volte. L’assolo di turno decolla a 2:36, eseguito sempre con molto feeling da parte di Angus. Subito dopo la sezione solistica, un break rallenta per la prima volta la trama della canzone, regalandoci gli unici attimi di calma prima della conclusione. Una canzone epica sotto tutti i punti di vista. Al terzo posto, quasi immediatamente collegata alla precedente, troviamo Little Lover, unica traccia, assieme alla precedente, ad esser conservata all’interno dell’edizione internazionale di “High Voltage”. Scritta originariamente da Malcolm quando aveva quattordici anni, Little Lover si caratterizza per un testo ambiguo, anche se rispetta i canoni della canzone d’amore. Da sopra il palco, un musicista, protagonista della vicenda, scorge una ragazza in prima fila. Dimenandosi ed agitandosi, la ragazza pare divertirsi un sacco al concerto, anche se non sa ancora di aver folgorato il povero musicista. Questo “piccolo amore” gli ha offuscato la testa, è sempre nei suoi pensieri, tanto che arriva a dire che è da una vita che tentava di trovare una come lei. Nella seconda strofa, il musicista è fiero del fatto che un suo poster sia appeso nella cameretta della ragazza, proprio di fianco a quello di Gary Glitter (glam-rocker britannico molto in voga in quegli anni). Poco importa se il ragazzo è un musicista che non ha “mai inciso un disco” o che non ha “mai scritto una pezzo di successo”: l’importante è che lui sia “sul palco a suonare del rock ‘n roll” e contemporaneamente nel cuore della ragazza. Musicalmente la canzone si dipana su un unico ritmo, rilassato, quasi suadente, che rende bene l’idea di un rock-band navigata, i cui membri, una volta finito il concerto, scendono dal palco e s’accomodano sui divanetti del back-stage, in compagnia del miglior whisky e di ragazze desiderose di fare la loro conoscenza. La batteria di John Proud è dunque molto lineare, così come il basso scandisce ogni singola nota, dettando il tempo della canzone. Le chitarre sono molto calme e rilassate come mai prima. La voce di Bon Scott incarna alla perfezione la voce di un ragazzo cotto della tipa che l’ha fulminato, ed è capace solo di regalare parole al miele. Non c’è tanto spazio per l’erotismo sfrenato tipico della canzone precedente, anche se alcuni passaggi farebbero pensare all’esatto opposto (basti vedere il versetto “rimasi senza fiato quando vidi/la chiazza bagnata sulla tua poltrona/era Coca Cola?”). Canzone avara di variazioni, Little Lover, nella sua relativa lunghezza, varia il “tiro” soltanto verso metà, quando tocca a Malcolm eseguire questa volta l’assolo. Poi tutto ritorna come prima, con la canzone che si trascina fino alla fine con la medesima carica. Con Stick Around Tony Currenti torna dietro alle pelli, ma la differenza non si nota. Il drumming rimane sempre dritto ed ordinato, dato che la band pare essersi assestata su dei mid-tempos molto rockeggianti. Il riffing di chitarra, composto ma graffiante, introduce la canzone, con Angus che esegue già subito una parte solistica (00:17). Scott recita la solita parte del fidanzato negligente, che invita la sua tipa a non fuggire. Irritata probabilmente per qualche mascalzonata del suo uomo, la donna se n’è tornata a casa in fretta e furia, ed altrettanto sbrigativamente si è fatta “una valigia o due”, sintomo che la situazione non era poi così tanto tranquilla nemmeno prima del fattaccio. Alla minaccia di partire, l’uomo – e siamo già nel ritornello – comincia a dirle “non andartene, sì, non andartene”. Sebbene sia solo “arrivata come un uragano/circa un mese fa”, hanno già passato molti bei momenti assieme, che purtroppo ora “rimangono tutti nel passato”. Memorabili, a proposito, le (tante) scopate che hanno fatto, che addirittura “non sembravano mai bastare”. Nella terza strofa, il ragazzo si chiede che diavolo ha combinato ultimamente per far sì che lei si stufasse così tanto di lui. Le promette allora che la porterà a ballare – chiamandola affettuosamente “dolcezza” – oppure, se non l’aggrada, l’accompagnerà ad uno spettacolo. Potranno fantasticare tutta la notte, oppure se la potranno godere giù in città. Ad ogni modo, pare che tutte le smancerie non siano servite proprio a niente. La donna ha preso la sua decisione: partirà. Dal lato musicale, la canzone si caratterizza per la presenza di molti assoli. Oltre al primo, se ne trova un secondo a 1:20, un terzo a 2:34 ed infine un quarto a 3:44, che si s’inframmezza alle parti cantate. Sul finire la canzone esaurisce poi la sua carica, quasi come se il ragazzo si fosse sfiancato a ripetere alla sua donna di non andarsene, rinunciando quasi all’idea di trattenerla. Quante disavventure sentimentali per il povero Scott, tanto nella vita reale quanto nei suoi testi… Soul Stripper è una traccia interamente scritta dai fratelli Young, che si sono questa volta pure occupati delle lyrics. La canzone si apre con degli stacchi di chitarra, mentre il basso disegna una linea melodica molto affascinante. Il ritmo di batteria sembra ricordare i KISS più commerciali, quelli dell’era “Dynasty”, tanto per intenderci. Il buon George sembra davvero saperci fare al basso, creando una melodia che entra in testa e non ne esce più. Una lunga introduzione occupa una fetta consistente della canzone, ma il bel botta e risposta di chitarra produce un tema blues-rock davvero bellissimo. In questo brano, che ricordo essere il più lungo dell’album, la voce entra solo a 2:05, quando Bon racconta di come è caduto nella trappola orchestrata da un ragazza “furbetta”. Seduta in un giardino, sotto un vecchio albero di mele, la donna sembrava essere la tipa giusta che l’uomo andava cercando. Sebbene abbiano parlato per “un paio d’ore”, quando lei posò la sua mano sul suo “grembo”, solo allora lui capì che si era messo in una situazione estremamente difficile. Infatti, lei, riporto in prima persona, “Mi fece dire delle cose/che non volevo dire/Poi mi fece fare giochi/a cui non volevo giocare”. La ragazza è dunque una sorta di ammaliatrice, una di quelle donne che ti colpiscono e che ti “schiantano” in tutti i sensi. Lei “era una che mette a nudo l’anima/prese il mio cuore/era una che mette a nudo l’anima/e mi fece a pezzi”. L’effetto dell’amore è davvero dirompente. Quando la femme fatale si è avvicinata a lui (vicino al suo ambiguo “pungiglione”), ha subito sterminato “ogni ultimo piccolo sentimento” e, dopo che l’ebbe “svuotato e spogliato”, “Tirò fuori un coltello/e lo fece scintillare davanti a me/L’ha conficcato e rigirato”. Non capiamo esattamente se sia una metafora oppure realtà, ma fatto sta che, in entrambi i casi, la donna lo sta dominando completamente. Verrebbe però da propendere per una lettura figurata, in quanto, l’ultimissimo versetto riporta le parole “Hai tirato fuori il mio cuore e l’hai fatto a pezzi”, che verosimilmente lascerebbe intendere l’intricata situazione da “sedotto ed abbandonato” del protagonista. Dal lato tecnico-compositivo, il brano possiede un andamento decisamente catchy e fondamentalmente gira quasi sempre attorno al riff di basso. I chorus sono aperti ed esplosivi, così come pure l’assolo. Le parti melodiche di chitarra sono questa volta affidate a Malcolm, che fa pure la sua bella figura nella veste da primo chitarrista. Dopo quasi cinque minuti di beat inconfondibile, la canzone sul finire accentua la sua carica, prima di spegnersi abbondantemente dopo i sei minuti. Una delle tracce certamente più interessanti del lotto. Sulle rullate di batteria e sulla (dolce) chitarra di Angus, passiamo subito a You Ain’t Got a Hold on Me. Il groove è molto simile a quello della canzone precedente, sempre con un bel basso rotondo e presente. Il riffing di chitarra è leggermente più aggressivo, così come il drumming più variegato (almeno nel chorus). Il solito assolo si presenta a 2:03, sempre eseguito alla perfezione ed intonatissimo col resto della canzone. Tuttavia, la parte più interessante del brano si rivela essere il testo, dove è finalmente l’uomo a dire “tu non hai più presa su di me”. Bon dice: “Puoi arrotolarmi al tuo dito/puoi farmi oscillare finché divento cieco/Puoi farmi ballonzolare, oh oh/sono un tipo facile da far ballare”, ma nella seconda strofa, dopo tante sfortunate vicende, l’uomo mette però in chiaro le cose: “Non pensare che io ci stia facilmente/perché presto vedrai/che perderai la tua presa e scivolerai/Perché non hai più presa su di me”. È l’uomo, ora, a condurre le danze. Non c’è più spazio per la donna che ti fa perdere la ragione e poi ti tratta da zerbino. Bellissima la terza strofa: “Puoi portarmi nella tua camera da letto/puoi portarmi fino al tuo cuore/Puoi portarmi all’orgasmo, io non crollerò/ma non contare su di me per restituirti tutto/Perché se sono preso dalla vita/non significa che sia preso da te”. Una bella presa di posizione, insomma. Tirando le somme, si tratta di un testo tanto semplice quanto bello, per certi versi “sprecato” per una canzone che può essere vista come una delle più blande dell’album, ma non comunque degna di essere dimenticata. La settima traccia è la ballata del disco e non a caso si chiama Love Song. Il tintinnio dei piatti scandisce una dolce melodia chitarristica, simile quasi ad un carillon, prima che il mood cambi e che la canzone s’impenni. Veloci tapping confezionano una sorta di seconda introduzione, venata di puro rock, ma poi il brano assume tutt’altra piega. Un ampio accordo di chitarra pulita, anticipato di poco da cinque tocchi sui tom, spiana la strada alla dolce voce di Bon Scott, creando un atmosfera tipica dei lenti che tanto andavano una volta in discoteca, quelli che cullavano gli innamorati, stretti in abbraccio, al di sotto della luce della mirrorball. La chitarra accompagna la linea vocale, sempre molto raffinata ed affettuosa nel sciorinare parole d’amore alla dolce Jean, cui è dedicata questa “canzone d’amore”. Se l’inciso ripete solo il nome della bella, molto carine sono le strofe, in cui il protagonista non risparmia certo sull’effetto evocativo delle parole. Alla seconda strofa, assolutamente al miele, che dice “Quando sorridi vedo le stelle nel cielo/Quando sorridi vedo il sole che sorge/E so che mi hai pensato/E so come tu vorresti che sia”, fa da contraltare la più cupa stanza conclusiva, che recita “Se mi lasci mi farai piangere/Quando ti immagino dire addio/Oh, il cielo diventerebbe di un blu più scuro/Che è, che è come mi sentirei io se ti perdessi”. Non è per niente detto che debba andare a finire per forza così, ma certo il protagonista vuole sottolineare come la sua dolce metà sia diventata assolutamente una parte imprescindibile di sé, tanto da scriverle, appunto, una Love Song. Non c’è spazio, qui, per le distorsioni soleggiate delle altre canzoni, qua c’è solo da stringersi ed abbracciarsi. Il basso ritorna in secondo piano, come del resto quasi tutti gli strumenti (eccettuata la chitarra): è la voce la componente più in risalto. Come in tutte le ballatone strappalacrime (o strappamutande), anche qui c’è un bell’assolone, delicato ma al contempo emotivo. Tipologia di canzone mai sperimentata finora, gli AC/DC dimostrano di saperci fare anche con i lenti, architettando un brano melodico e soft prima del gran finale. La chiusura spetta al brano, forse, più blueseggiante dell’intero disco, Show Business. Il testo può assurgere a manifesto di qualsiasi band alle prime armi, in quanto assolutamente emblematici sono i primi versetti “Tu impari a cantare, tu impari a suonare/Ma perché l’uomo d’affari/non impara mai a pagare?/Questo è lo show business, lo show business/Lo show business è così che va!”. La canzone è strutturata in maniera che ogni singola stanza termini con la ripetizione del titolo, fondendo così assieme strofe e ritornelli. Difficili erano (e sono ancora oggi, sigh) i tempi per chi “vuole ballare” facendo rock ‘n roll. È davvero durissima, se hai pure impegnato la tua stessa chitarra per permetterti di suonare in giro. Differenti sono poi i comportamenti e le abitudini di queste due categorie di persone, i musicisti e gli uomini d’affari. I primi s’accontentano di fumare mozziconi di sigarette, i secondi si godono enormi sigaracci. I primi “annegano nei debiti”, i secondi “annegano nei bar”. Anche quando le cose sembrano andare nel giusto verso per il musicista, la fortuna non gli arride mai del tutto. Ok, ha suonato e si è divertito. Ok, ha pure rimorchiato una “pollastrella” e se la sta portando a casa. Però, quando è ora di fare follie a letto, che succede? “Sei stanco fino alle ossa/Questo è lo show business, lo show business/Lo show business è così che va!”. In questa canzone-parodia sul mestiere del musicista rock, la chitarra solista di Malcolm ricopre un ruolo di primo piano, degno di un musicista molte volte sotto i riflettori di questi palchi maledetti. Sudore e grinta escono da ogni frangente del brano, con i ragazzi che si lasciano andare a qualche coro, giusto in prossimità del titolo, ripetuto moltissime volte. Ben cinque assoli costellano questa composizione, che ricorda un po’ gli Status Quo, ma che ribadisce la totale dipendenza della band da parte del blues più spensierato. Ascoltare il finale per credere…



“High Voltage” è un album assolutamente da avere. Oltre ad aver rappresentato i primi passi di un band dimostratasi poi mostruosa, l’album è, oggettivamente, valido sotto tutti i punti di vista. Siccome si tratta di un disco di rock ‘n roll, è lecito non aspettarsi tecnicismi vari, specie dalla sezione ritmica. Ma se siete amanti delle virtuosità, ascoltate ed imparate ad idolatrare le chitarre dei due fratelli Young, assolutamente complementari ed efficienti. Ogni singolo ragazzo che contribuì alla registrazione (anche solo di una canzone), fu in qualche modo stregato dalla magia che si stava compiendo agli Albert Studios di Sydney. Anche chi non ha avuto effettivamente le mani su uno strumento (come nel caso di Margaret), ha contribuito a rendere immortale un nome, un logo stilizzato, un fulmine che separa due paroline. Tanto di cappello poi agli effettivi autori del disco, i musicisti, specie quelli che avrebbero da lì a poco consolidato le loro doti per poi continuare a percorrere la strada della band, girando il mondo e facendo divertire milioni di persone. D’altronde il rock è questo. È chitarra, sfacciataggine, voglia di divertirsi, d’amare. Il rock, nel corso del suo cammino, è stato madre e balia per numerosissime band diverse, tutte più o meno famose. Ma su questa strada gli AC/DC hanno occupato (ed ancora occupano) una porzione incommensurabilmente enorme di un genere ormai diventato leggenda. Dunque i presupposti già c'erano, le basi furono egregiamente gettate, il futuro si presentava come radioso e smagliante per i nostri "fulminati", che ormai avevano trovato la giusta strada, la perfetta alchimia fra membri (il combo Youngs Scott viaggiava ormai a vele più che spiegate), insomma tutto ciò che serviva per poter far bene in un panorama pressoché sconfinato. Quei ragazzini cresciuti a pane e Jerry Lee Lewis erano ormai passati allo step successivo, il passo in avanti... quello che da semplice ascoltatore appassionato ti tramuta in un musicista, in una persona che, folgorata dalla carica incommensurabile fornitagli dai suoi idoli, decide di mettersi in gioco e di alzare la voce, proporsi, far vedere al mondo quanto la musica non sia solo, come dicevamo, meri tecnicismi fini a loro stessi. La Passione, quella importava. Un elemento che all'epoca era il motore trainante e rombante di ogni giovane rocker, di ogni ragazzo che, con in mano la sua sei corde, cercava ad ogni costo di slegarsi dal giogo della "vita normale" per potersi realizzare come musicista. I nostri AC/DC non erano interessati ad un lavoro impiegatizio o ad una vita di orari e cartellini timbrati: volevano di più, e con "High Voltage" dimostrano di sapere, certo, come fare ad ottenerlo. Poco ma sicuro!


1) Baby, Please don't Go
2) She's Got Balls
3) Little Lover
4) Stick Around
5) Soul Stripper
6) You Ain't Got a Hold on Me
7) Love Song
8) Show Business