ABYSSIAN

The Realm Of Commorion

2014 - Autoprodotto

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
10/04/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Notevole è il panorama offertoci dal sottobosco musicale, per chi ha la voglia e la pazienza di scavare a fondo compiendo approfondite ricerche sulle "piccole delizie" offerteci da nomi in attesa di diventare noti. Nomi spesso decisamente interessanti, responsabili di proposte capaci di mettere veramente l'acquolina in bocca. Il mio "peregrinaggio esplorativo" mi ha portato di recente al cospetto di una band chiamata Abyssian, autrice di un genere definito come Atlantean Dark/Doom metal (Sul perchè del nome vi prometto di ritornare a breve). Questa realtà musicale, dai connotati poliedrici e cangianti, ha origini a Brescia, dalle ceneri di un vecchio gruppo chiamato Sinoath, di cui il mastermind Roberto Messina rimane l'anello di congiunzione. Delle tematiche e delle sonorità proposte dalla precedente band rimangono pochi stralci: precedentemente ci si affida a tessiture in un primo momento black/doom, confluite nei tempo in affreschi dark metal dai connotati doomeggianti, i cui punti di riferimento rimangono in qualche maniera i Candlemass, i Paradise Lost e i Mercyful Fate (in più, come suggerisce Messina, l'apporto alle Keyboards del  tastierista rimandano inevitabilmente a sonorità mutuate da Keith Emerson e Claudio Simonetti), mentre a livello tematico, soprattutto negli ultimi Sinoath, ci si mantiene su argomentazioni di tipo sociale, con "testi riflessivi ed esistenzialisti, anche in rapporto alla religione.". Ora le "proverbiali "carte in tavola" cambiano, seppur di misura: ci si focalizza a livello strutturale su un sound figlio degli ultimi Sinoath, con chiara discendenza dalle sonorità delle band citate precedentemente, unite a un flavour ripescato senza dubbio dalla dark wave più tradizionale (Sisters of Mercy, Bauhaus, Fields of the Nephilim, Christian Death) oltre che dal folk apocalittico dei Death In June. Il tutto su una base tematica che pesca dalle epopee connesse al mito di Atlantide (ecco speigato il nome Atlantean), dalla mitologia Sumera e dai suoi presunti contatti con esseri venuti da altri mondi; echi che si sono trasmessi anche nella storia degli egizi, dei greci e così via. Dunque di criptomitologia si parla; mitologie "pagane", anticonvenzionali, connesse in più al magico mondo del "solitario di Providence", quell' Howard Phillips Lovecraft capace di creare nei suoi testi più noti (mi vengono in mente "Kadath", "La Città senza Nome" etc...) scenari pseudo-mitologici in cui creature e civiltà appartenenti a mondi ancestrali, a dimensioni ignote, si mantengono in silente simbiosi con la civiltà umana trovando modi di interagire con essa grazie ad esseri terrestri talvolta troppo curiosi, o troppo stupidi (Abdul Alhazred). Ma forse sto mettendo troppa carne al fuoco. E' doveroso fare un passo indietro dando una traccia di quella che in qualche maniera è stata la genesi della band. Il deus ex machina Roberto Messina, a seguito dell'esperienza con la precedente band (per l'appunto i Sinoath) decide di mettere in piedi il progetto Abyssian portando avanti le esperienze maturate nell'ultimo periodo del primo progetto con l'ausilio di due musicisti, Franz Svirnath alla chitarra ritmica e al drum programming (data la mancanza strategica di un batterista) e Vinz al basso. Alla voce, alla chitarra solistica e alle tastiere c'è, invece, proprio Roberto "Rob" Messina, mente fervida autrice di questo nuovo melting pot sonoro che non mancherà di stupire qualsiasi amante della sperimentalità, di sonorità ossianiche e tematiche ancestrali. Riguardo alla sostituzione del batterista con una drum machine, Messina è molto chiaro: per lui è sicuramente "importante anche la presenza della batteria elettronica, che conferisce ai brani un aspetto più trasversale e sperimentale; forse anche più psicologico." All'attivo abbiamo attualmente un promo di tre tracce intitolato "The Realm Of Commorion" (che mi accingo a prendere in esame), ma i nostri sembrano seriamente motivati a dare presto alle stampe il loro primo full e di "condire" il tutto con una nutrita dose di concerti. Il promo, che consta come già detto, di tre pezzi (The Realm Of Commorion, Neanderthal Sands e No Place For The Heart) non raggiunge i ventitre minuti di durata: i pezzi si assestano da una media di sette minuti scarsi a quasi otto minuti (trovando l'apice nella title track, la cui lunghezza sfiora per l'appunto tale durata). Troviamo ad abbellire la copertina un feticcio arcaico che emerge da uno sfondo nero micaceo (una statua "Atlantidea"?), con in alto in bella evidenza il logo della band dinamico e serpentiforme.

Inserendo il disco nel lettore ci imbattiamo così nell'opener, ossia la title track, "The Realm of Commorion" (Il Regno Di Commorion) Si inizia in maniera sepolcrale, con sonorità tetre e crepuscolari che ci inseriscono appieno in un mood basato su testi molto intimisti, che vogliono "portare l'ascoltatore a vivere proprio in prima persona emozioni, gesti, sensazioni". I ritmi sono lenti, doomeggianti, ma capaci di emanare sin dai primissimi istanti aromi evocativi di innegabile pregio. La voce di Rob Messina fa la sua apparizione già dal cinquantesimo secondo: sofferta, rassegnata, una voce che ben si amalgama in una struttura articolata su note di chitarra abissali e cupe. L'atmosfera è plumbea. Ci si ritrova a camminare allegoricamente in sentieri dove tutto è torpore, dove l'amarezza ha eretto le sue più nere colonne. A rendere più evocativa la texture, una scurissima cappa quasi impermeabile ci pensa il refrain dal vago piglio epicheggiante, che inaugura brevi stacchi maggiormente marziali e ritmati, indispensabili a parere di chi scrive per donare maggiore grinta e varietà al pezzo. Un sostanziale break si intrufola nel tessuto sonoro verso i tre minuti e mezzo, ambientale, atmosferico, che ci culla portandoci in baratri nei quali ci sembra di sprofondare. Spire arcane nelle quali giunge dolce l'oblio. Dopo un solo guitar venato di malinconia (intorno ai quattro minuti e mezzo), tinto in un'ampia gamma di colori autunnali, in cui sono gli stati grigi dell'animo a prendere il sopravvento (lasciandoci in pasto ad una paranoia aliena ed alienante) siamo gradualmente reincanalati nel mood portante che successivamente ad un'ennesima ripetizione del refrain ci porta verso un finale ancora una volta ritmato e potente. A livello tematico ci troviamo "nel mitico regno dei 3 soli e del cielo rosso sangue, dove il tempo ha perso le sue connotazioni tradizionali e dove chi si trova ad attraversare questo luogo, viene a conoscenza di verità di una portata tale da chiedersi se se la propria vita rimarrà la stessa o è destinata a non essere più tale."("E una nuova alba sorge ad illuminare il mondo,/ dove tutto è nulla dinnanzi al cospetto degli Antichi,/ questa foresta, qui sotto?/ il suo profumo mi attira fra le sue braccia..." e ancora "Entra nel regno di Commorion,/ Regno dei tre soli e del cielo rosso,/ bloccato in quest'epoca, dinnanzi ai tuoi occhi/ nuove ed antiche forme si svelano!"). Prende il via in maniera altrettanto catacombale la seguente "Neanderthal Sands" (Le Sabbie Di Neanderthal), in cui un riff di chitarra greve ci porta nell'arco di quaranta secondi in una struttura notevolmente più dinamica e scattante: l'impressione è quella di un mostro di granito, un golem, che conscio della sua potenza si fionda in un grottesco sprint. La drum machine in questi frangenti simula partiture death, strutturando architetture possenti e monomaniacali, mentre nel complessivo non ho potuto non evidenziare una sorta di aggiornamento della lezione dei padri Celtic Frost (con un ugola, che nei momenti più aggressivi si fa debitrice, anche se solo in parte, di monumenti della prima ondata black come quella di Tom G. Warrior e Cronos). Naturalmente l'influenza dei CF è solo una delle innumerevoli che possiamo constatare in un tessuto cangiante parte di un metal maturo che ha saputo assorbire a dovere per riplasmare, ritrasformare sonorità in una maniera compatta e omogenea, al passo con i tempi. Userei in questo caso addirittura il termine post-avantgarde: musica che si è nutrita della storia, che ha macinato le stesse avanguardie alla ricerca di spettri sonori nuovi e darwinisticamente evoluti. Degna di nota la digressione strumentale che prende il via dal secondo minuto, misteriosa e ansiogena, prima di un ritorno ai pattern portanti. Si susseguono voci filtrate e parti maggiormente riflessive, prima di un ottimo solo oltrepassata la soglia dei cinque minuti, non lunghissimo ma capace di dare ancor più risalto a un pezzo riuscito e pregno di fascino. Stavolta il testo ci conduce nei luoghi bui e perenni dei rettiliani, dove fanno capolino qua e la innegabili echi Lovecraftiani. Esseri provenuti da altri mondi e arrivati sulla Terra da tempo immemore, attendono che il giorno fatidico giunga per poter venire alla luce diurna e manifestarsi agli umani. ("Siamo caduti dal cielo,e le Stelle, che conoscevamo come dimore,/ in questa immensità ed in questo Giallo emergeranno, e vi osserveranno?" "Gelido vento del Nord,/ generato dal nostro Signore/ non appena egli ha saputo della nostra cospirazione!/ ?ma questa notte sorgeremo,/ gli antichi rettili risaliranno dagli abissi di questo sonno di Atlantide!"). Si ritorna su binari più riflessivi con la terza e ultima "No Place For The Heart" (Nessun Posto Per Il Cuore), autentico momento catartico per la mente e il cuore dell'ascoltatore. Poche note (distorte) di chitarra danno il via al brano, nel quale si inserisce dopo poco l'ugola drammatica di Messina, carica di pathos, sofferente. Appena un minuto e la drum machine si erge a protagonista, scortata da rumori metallici e filtrati, incanalandoci in un vortice lisergico dal quale non vorremmo fare ritorno, una spirale ipnotica destinata ad inglobare tutto come un buco nero. Il pezzo si protrae come una nera litania atmosferica capace di ipnotizzare grazie al suo magnetismo mesmerico. Chitarre liquide tratteggiano scenari onirici e avvolgenti prima di un rinvigorimento a livello ritmico (oltrepassati i tre minuti e un quarto) che ci porta al cospetto di un break dai connotati alienanti. Due minuti e mezzo di corto circuito psicologico a base di suoni possenti e voci flitrate e minacciose alternate a clean vocals. Il finale è affidato a ritmi ancora una volta crepuscolari e meditativi che ci rincanalano nella struttura principale del brano per decretarne la conclusione. A parere di chi scrive, grazie ad una forza evocativa assolutamente non comune, il brano si pone come vera gemma del terzetto, autentica ciliegina sulla torta capace di decretare una fine gloriosa al suddetto promo.  Per ciò che concerne la parte più prettamente testuale stavolta siamo testimoni del lamento, dello sfogo di uno di questi esseri che, abbandonato in questo limbo, grida ai suoi simili del perché di questo abbandono, e che da ora in poi in lui non ci sarà più spazio per il cuore e per tutti i sentimenti che lo avevano accomunato ad essi in precedenza. ("Oh, mie piccole ali? sto volando sopra questo cielo,/ datemi la forza di volare via...". Più esplicita la fine "Il cielo è in fiamme, i bugiardi sono in disparte?/ Fratello, Sorella, Padre, Madre, perché mi avete abbandonato qui?/ Qui dove penso che non ci sia posto per il cuore...").

A conti fatti ci troviamo di fronte ad un ottima promessa del panorama metallico italiano più decadente ed evocativo, una promessa che aspetta solo di essere mantenuta. Tre pezzi non sono molti per dare un giudizio definitivo, ma se la qualità dell'album a venire (e che speriamo venga realizzato molto presto) si mantiene sui livelli del promo, riuscendo esattamente come il "suo fratellino" a tenere incollata l'attenzione dell'ascoltatore senza suscitare noia o disattenzioni, allora amici miei, potremmo trovarci di fronte a una next big thing. Dunque non ci resta che aspettare e vedere cosa ci riserva il futuro. Nel frattempo elargisco i miei più sinceri complimenti a Rob Messina e ai ragazzi, augurando loro di mettere a punto l'album che tanti di noi vorrebbero sentire.


1) The Realm of Commorion
2) Neanderthal Sands
3) No Place For The Heart

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