ABYSSIAN

Nibiruan Chronicles

2016 - Independent

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
30/09/2016
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Si torna a parlare degli Abyssian, capitanati dall'ispirato Roberto Messina (o più semplicemente Rob: questo il nome d'arte scelto nella band), reduci dall'uscita del loro primo full length, risalente a due anni di distanza dal precedente "The Real Of Commorion", demo del 2014. Il disco di cui mi accingo a parlare oggi, "Nibiruan Chronicles" (2016) risulta, a conti fatti, la degna continuazione di quel materiale contenuto nel demo appena accennato e dunque ciò che il sottoscritto, come del resto tutti i fan della band, contavano di sentire. Già, perché il disco in questione conferma, non tradendo alcuna aspettativa, l'elevata ispirazione dei Nostri, che continuando sulla scia di quell'Atlantean Dark/Doom metal (questa l'etichetta che gli Abyssian hanno scelto per il loro prodotto), confezionano in quest'occasione un lavoro compiuto; forte di ben sette tracce più una piccola strumentale iniziale e una finale (nove pezzi, dunque, in tutto), un insieme capace di elevare a potenza quanto già intuito nel materiale della demo. Rimane inalterata la tipologia musicale (dark/doom metal) e naturalmente le influenze, che come già citato nella mia precedente recensione (quella relativa alla demo) spaziano da richiami "metallici" (Candlemass, Paradise Lost, Mercyful Fate) alla darkwave (Sister Of Mercy, Bauhaus, Fields Of Nephilim, Christian Death), al folk apocalittico (Death In June) passando per echi alla Emerson.. e persino sfumature alla Claudio Simonetti (queste ultime offerte dall'apporto tastieristico di Rob). Dunque nulla cambia rispetto a quanto già gustato nel precedente antipasto, se non il fatto di trovarsi, come già accennato, dinnanzi ad un prodotto "compiuto". Con nove tracce a disposizione, infatti, è possibile farsi un'idea più ampia delle modalità espressive della band. Un qualcosa di sicuramente meglio confezionato, oltre che - cosa importante - forte dell'avere addirittura il supporto di un batterista in carne ed ossa (Rick, aka Riccardo Ligresti) oltre alla drum machine, già usata per scandire i tempi delle tre tracce della demo. Quindi, mentre nel già citato "The Realm Of Commorion", a conti fatti il lavoro inerente al disco era gestito da Frans (conosciuto anche come Svirnath) e Rob (a scanso di equivoci tale line up a due è anche confermata dalla celebre "Encyclopaedia Metallum"), qui troviamo una band di quattro elementi che, oltre ai "soliti" Frans e Rob, include Vinz (Vincenzo Arienti) al basso e Rick alla batteria (come specificato poc'anzi). Non si cambia a livello testuale, essendo questo disco una sorta di coronazione della demo di cui sopra: tematiche sociali in rapporto alla religione e tematiche che pescano dall'epopea connessa con il mito di Atlantide (da qui l'aggettivo "Atlantean" in relazione al loro dark metal), la mitologia Sumera e i suoi presunti contatti con esseri appartenenti ad altri mondi; echi trasmessi, con il tempo alle civiltà egizie, greche e via dicendo. Quindi, in relazione a quanto asserito nella precedente recensione, possiamo usare il termine di "criptomitologia" per argomentazioni che esplorano mitologie che possiamo definire "pagane", anticonvenzionali (in tal senso Messina ci spiega che la lettura di un libro come "Il Pianeta degli Dei" di Zacharia Sitchin può essere illuminante, considerando che in questo particolare testo vengono messe in luce una serie di teorie adiacenti con quanto scritto in precedenza) nel quale trovano spazio anche contatti e parallelismi con l'immaginifico mondo di Howard Phillips Lovecraft, conosciuto anche come il "solitario" di Providence, una delle figure cardini del genere fantahorror in letteratura, autore di decine di racconti e novelle incentrate su storie arcane di contatti tra l'uomo ed esseri ancestrali. Tornando alla parte strettamente musicale del disco, quanto desunto dall'ep si concretizza in pieno nel platter in questione: il disco, esattamente come la sua controparte è caratterizzato da un andamento generale non irruento (e sarebbe quasi inutile precisarlo, considerando l'incasellamento del gruppo nel sottogenere "dark/doom"), anzi, diciamo lugubre e riflessivo. Il disco è di quelli "pesanti", ma in una accezione diversa dal termine (e assolutamente non negativa), che va aldilà del concetto di "heavy" associato con la categoria metal. E' un disco che a fruizione immediata, senza scandagliare le liriche molto ispirate e non necessariamente "nere", si presenta come un bel macigno oscuro destinato ad avanzare a passo di mammut. In questo senso, è "agevolato" chi non conosce la lingua inglese. Andando nel profondo poi, come specificato, i testi non sono "insensatamente oscuri", tetri e disturbanti, ma presentano una raffinatezza lirica davvero invidiabile, che dà alla compattezza  alle tracce, donandogli un retrogusto decisamente sapiente e ricercato. Riguardo alla band sarebbe doveroso spendere qualche parola in merito, ma avendo già ampiamente descritto il loro retaggio nella precedente recensione (e odiando ripetermi) mi limiterò a poche parole riassuntive. Gli Abyssian nascono per volontà di Roberto Messina che, reduce dal suo ultimo progetto musicale (i Sinoath) decide di far confluire le sue esperienze musicali maturate nel corso degli anni in un nuovo gruppo in qualche maniera "erede" e prosecutore di quanto fatto in precedenza. Ma erede in una maniera diversa, "evoluta" (prendete gli Hellhammer e i Celtic Frost: i secondi sono la diretta prosecuzione dei primi, ma in una diversa accezione, più "colta" e calibrata). Per dare forma al nuovo ensemble Rob chiama a se due musicisti, Vinz (al basso) e Frans (Svirnath, alla chitarra ritmica e al drum programming). E' il 2014 ed esce la prima demo, "The Realm Of Commorion", solo tre tracce ma indicative di quanto verrà due anni più tardi. Infatti nel 2016 esce "Nibiruan Chronicles" e porta a conferma quanto di buono è stato fatto nel precedente micro-parto. La line up diviene a quattro elementi (resta la drum machine ma si aggiunge un batterista in carne ed ossa) e il concetto di tetra raffinatezza sonora viene elevata ad ambiti esponenziali. Ma di tutto questo abbiamo già parlato, mi pare. Non mi resta dunque che dare il via alla nostra consueta track by track, lasciando alla fine qualsiasi altra considerazione generica sul disco.

These Days Of War

Si inizia (bene) con "These Days Of War (Questi giorni di guerra)", strumentale di due minuti tutta giostrata sull'utilizzo della chitarra acustica. Due minuti di pacatezza e tranquillità che sinceramente non lasciano presagire nulla di quanto è destinato a venire. Sono due minuti ricamati in armonia, forse pregni di una vaghissima, malcelata mestizia, che se non fosse per il titolo (un titolo forte, dato che risulta traducibile come "Questi giorni di guerra") non sapremmo bene come interpretare. Dunque il clima che si sviluppa in questi primi istanti è tiepido, venato di un vago spleen ocra/autunnale.

The Realm of Commorion

Si continua con "The Realm of Commorion (Il Regno di Commorion)", title track della precedente demo. Il pezzo prende il via in maniera sepolcrale, con sonorità decisamente crepuscolari che ci inseriscono appieno in un mood basato su testi molto intimisti, che vogliono "portare l'ascoltatore a vivere proprio in prima persona emozioni, gesti, sensazioni". I ritmi sono lenti, doomeggianti, ma capaci di emanare sin dai primissimi istanti aromi evocativi di innegabile pregio. La voce di Rob Messina fa la sua apparizione già dal cinquantesimo secondo: sofferta, rassegnata, una voce che ben si amalgama in una struttura articolata su note di chitarra abissali e cupe. L'atmosfera che si respira è sofferta e brumosa, plumbea. Ci si ritrova a camminare allegoricamente in sentieri dove tutto è torpore, dove l'amarezza ha eretto le sue più nere colonne. A rendere più evocativa la texture, una scurissima cappa quasi impermeabile ci pensa il refrain dal vago piglio epicheggiante, che inaugura brevi stacchi maggiormente marziali e ritmati, capaci di donare maggiore grinta e varietà al pezzo. Un sostanziale break si intrufola nel tessuto sonoro verso i tre minuti e venticinque, ambientale, atmosferico, che ci culla portandoci in baratri nei quali ci sembra di sprofondare. Spire arcane nelle quali giunge dolce l'oblio. Dopo un solo guitar venato di malinconia (intorno ai quattro minuti e mezzo), tinto in un'ampia gamma di colori autunnali, in cui sono gli stati grigi dell'animo a prendere il sopravvento (lasciandoci in pasto ad una paranoia aliena ed alienante) siamo gradualmente reincanalati nel mood portante che successivamente ad un'ennesima ripetizione del refrain ci porta verso un finale ancora una volta ritmato e potente. A livello tematico ci troviamo "nel mitico regno dei 3 soli e del cielo rosso sangue, dove il tempo ha perso le sue connotazioni tradizionali e dove chi si trova ad attraversare questo luogo, viene a conoscenza di verità di una portata tale da chiedersi se se la propria vita rimarrà la stessa o è destinata a non essere più tale."("E una nuova alba sorge ad illuminare il mondo,/ dove tutto è nulla dinnanzi al cospetto degli Antichi,/ questa foresta, qui sotto?/ il suo profumo mi attira fra le sue braccia..." e ancora "Entra nel regno di Commorion,/ Regno dei tre soli e del cielo rosso,/ bloccato in quest'epoca, dinnanzi ai tuoi occhi/ nuove ed antiche forme si svelano!").

Neanderthal Sands

Prende il via in maniera altrettanto catacombale la seguente "Neanderthal Sands (Le Sabbie Di Neanderthal)", in cui un riff di chitarra greve ci porta nell'arco di quaranta secondi in una struttura notevolmente più dinamica e scattante: l'impressione è quella di un mostro di granito, un golem, che conscio della sua potenza si fionda in un grottesco sprint. La drum machine in questi frangenti simula partiture death, intavolando architetture assolutamente fragorose, mentre nel complessivo - come tra l'altro specificato anche nella precedente recensione - sembra di trovarsi di fronte a una sorta di aggiornamento della lezione dei padri Celtic Frost (con l'uso della voce che nei momenti più aggressivi si fa debitrice, anche se solo in parte, di monumenti della prima ondata black come quella di Tom G. Warrior e Cronos). Ben inteso che l'influenza dei CF è solo una delle innumerevoli evidenziate in un humus multiforme parte di un metal maturo il cui pregio è quello di aver saputo assorbire a dovere per rimodellarle certe sonorità in una maniera compatta e omogenea, al passo con i tempi. Non è fuori luogo usare il termine post-avantgarde per intendere un genere di musica che ben si è nutrita della storia, che ha macinato le stesse avanguardie alla ricerca di nuovi orizzonti e darwinisticamente evoluti. Degna di nota la digressione strumentale che prende il via dal secondo minuto, misteriosa e ansiogena, prima di un ritorno ai pattern portanti. Si susseguono voci filtrate e parti maggiormente riflessive, prima di un ottimo solo oltrepassata la soglia dei cinque minuti, non lunghissimo ma capace di dare ancor più risalto a un pezzo riuscito e pregno di fascino. Stavolta il testo ci conduce nei luoghi bui e perenni dei rettiliani, dove fanno capolino qua e la innegabili echi Lovecraftiani. Esseri provenuti da altri mondi e arrivati sulla Terra da tempo immemore, attendono che il giorno fatidico giunga per poter venire alla luce diurna e manifestarsi agli umani. ("Siamo caduti dal cielo,e le Stelle, che conoscevamo come dimore,/ in questa immensità ed in questo Giallo emergeranno, e vi osserveranno?" "Gelido vento del Nord,/ generato dal nostro Signore/ non appena egli ha saputo della nostra cospirazione!/ ?ma questa notte sorgeremo,/ gli antichi rettili risaliranno dagli abissi di questo sonno di Atlantide!").

No Place For The Heart

Si ritorna su binari più riflessivi con la quarta "No Place For The Heart (Nessun Posto Per Il Cuore)", autentico momento catartico per la mente e il cuore dell'ascoltatore. Poche note (distorte) di chitarra danno il via al brano, nel quale si inserisce dopo poco l'ugola drammatica di Messina, carica di pathos, sofferente. Conseguentemente al minuto la batteria (ancora una volta la drum machine?) si erge a protagonista, scortata da rumori metallici e filtrati, incanalandoci in un vortice lisergico dal quale non vorremmo fare ritorno, una spirale ipnotica destinata ad inglobare tutto come un buco nero. Il pezzo si protrae come una oscura litania atmosferica capace di mesmerizzare grazie al suo abbagliante magnetismo . Chitarre liquide tratteggiano scenari onirici e avvolgenti prima di un rinvigorimento a livello ritmico (oltrepassati i tre minuti e un quarto) che ci porta al cospetto di un break dai connotati stranianti. Due minuti e mezzo di corto circuito psicologico a base di suoni possenti e voci filtrate e minacciose alternate a clean vocals. Il finale è affidato a ritmi ancora una volta crepuscolari e meditativi che ci rincanalano nella struttura principale del brano per decretarne la conclusione. Per ciò che concerne la parte più prettamente testuale stavolta siamo testimoni del lamento, dello sfogo di uno di questi esseri che, abbandonato in questo limbo, grida ai suoi simili del perché di questo abbandono, evidenziando che da ora in poi in lui non ci sarà più spazio per il cuore e per tutti i sentimenti che lo avevano accomunato ad essi in precedenza. ("Oh, mie piccole ali? sto volando sopra questo cielo,/ datemi la forza di volare via...". Più esplicita la fine "Il cielo è in fiamme, i bugiardi sono in disparte?/ Fratello, Sorella, Padre, Madre, perché mi avete abbandonato qui?/ Qui dove penso che non ci sia posto per il cuore...").

Black Rainbow

La quinta traccia "Black Rainbow (Arcobaleno Nero)" parte in maniera decisamente più ritmata rispetto ai tre pezzi precedenti, con un attacco iniziale un po' "Bark At The Moon" (Ozzy Osbourne). Dai quaranta secondi in poi il pezzo confluisce in una parte più granitica sostenuta da un potente muro chitarristico e dall'incedere "marziale" della batteria, che in questo frangente impone all'andamento del pezzo tempi medi. La voce di Rob è sempre drammatica, liturgica, sofferente, teatrale. Dal minuto e sedici in poi i ritmi aumentano di velocità, e complice il lavoro di chitarra, subentrano attimi maggiormente "drammatici" e malati (il cesello chitarristico di fondo infarcisce il frangente in questione di lirismo e pathos). Dal minuto e venti riparte il riffone grintoso dell'inizio sul quale si adagia la voce di Rob, come sempre carica di pathos. A quasi un minuto e quaranta si ritorna sulla scorta di ritmiche grintose non dissimili da quanto sentito dai quaranta secondi in poi (che chiamerei ritmiche portanti). A circa due minuti e dieci le ritmiche rallentano improvvisamente portandoci in seno ad un frangente maggiormente doomeggiante scolpito da un chitarrismo basso e saturo e da una batteria variegata. A due minuti e mezza una ripetizione del riffone "osbourniano" inaugurale e di nuovo ci si incanala nella energica "main structure". Di nuovo un rallentamento doomeggiante a due e cinquanta, quindi ancora il riffone (il medesimo) destinato gradualmente ad incanalarsi in una parte più atmosferica, forte di un chitarrismo saturo e ronzante. La vera anima di un brano che, facendo parte di un lotto di pezzi dal feeling oscuro (i quali godono di una completa raison d'etre anche senza incrementi di velocità), non si esime dal presentarci frangenti assolutamente crepuscolari. Questa particolare parte è un pozzo melmoso che gradualmente determina la fuoriuscita della voce drammatica di Rob, in coincidenza con una variegazione delle ritmiche, sempre spente e brumose ma con più varietà strutturale rispetto al frangente precedente tutto giostrato sulla creazione di atmosfere. A quattro minuti e cinquantasei siamo invece deliziati da un ricamo chitarristico serpeggiante e "luciferino" che ci riporta verso i cinque minuti e quaranta ancora ad un frangente spento e dimesso - doomeggiante, giusto per ripetermi - che ci porta gradualmente verso una conclusione cupa e asfissiante. Un pezzo davvero stupendo! A livello testuale il brano ci porta di fronte a certe riflessioni fatte dal protagonista del brano, la cui natura ancestrale risulta più che evidente da un passaggio specifico ("Siamo creature della notte, degli antichi riti,/ di arcani e dorati tempi.."). Questi rammenta il dolore, lo sconvolgimento dato dal subentrare della "luce" ad illuminare il buio, luogo materno del protagonista e delle sue genti. Si parla di Dei, sacrifici, e il tutto sembra apparire decisamente arcano (forse anche con qualche vaghissimo eco Lovecraftiano). Grazie ad un dialogo, vero o allegorico che sia, con il Diavolo, questi ha l'impeto di comunicare al suo popolo di abbandonare la cieca idolatria nei confronti di quei Dei ciechi e ingiusti, e di sollevarlo verso un nuovo splendore, determinando la loro fuoriuscita dalla attuale condizione miserrima ("Ancora una volta sto aspettando, lasciato indietro../ con le stelle nelle mie mani, prego il Signore di salvare la mia anima, / prima che questa guerra mi destini ad un finale più crudele./ Siamo creature della notte, degli antichi riti,/ di arcani e dorati tempi../ Soffre chi ha conosciuto la Luce,/ per carne morta come noi, tutto questo è dolore.").

The Sins Of Atlantis

La sesta traccia "The Sins Of Atlantis (I Peccati Di Atlantide)" si presenta sin dal nome come un manifesto programmatico, citando nel titolo una delle maggiori fonti di ispirazione del gruppo, ossia Atlantide. L'inizio è decisamente giostrato sulla creazione di atmosfere: infatti il primo minuto e mezzo vive di sussurri sommessi del singer scanditi da vagiti di basso e chitarra e dai rintocchi cronometrici della drum machine. Dal minuto e trenta in poi parte un bel riffone magniloquente e cupo destinato a protrarsi sino a circa i due minuti, quindi si ricomincia sulla scorta delle precedenti modalità espressive. Trenta secondi dopo ancora il riffone, ancora una volta della durata di circa una trentina di secondi. Dunque si ritorna in seno al mood principale, stavolta destinato a durare senza grandi variazioni sino alla fine. Decisamente Lovecraftiano il testo del brano, nel quale si fa riferimento a Dagon e in maniera neanche troppo velata, a Cthulhu. Nello specifico il testo in questione è un'altra sorta di amarcord, una serie di pensieri del protagonista che si perde in elucubrazioni sulla sua genesi e sulla genesi del suo popolo, devoto a Dagon, alla perversione, fautori di celebrazioni a "Colui Che Dorme" (ecco, da qui per l'appunto il riferimento, assolutamente evidente, a Cthulhu). Evidente è il carattere "antagonista" che viene dato al personaggio e alla sua stirpe, dato il sottolineare la devozione al perverso, al buio, l'avversità alla luce, l'affezione verso culti arcani e dimenticati. Ancora una volta si parla della volontà, espressa dal protagonista, di sollevare le proprie genti verso un ritorno agli antichi splendori: per ritornare alla grandezza di un tempo si esplicita la necessità di distruggere l'attuale popolo di questo pianeta ("Provengo da abissi insondabili,/ dagli immemorabili eoni,/ quando la Terra non era ancora abitata./ Prim'ancora che il tempo fosse stato inventato, tutto gemeva e pulsava../ la nostra giovane carne era devota a Dagon./ Tutto era confuso in spirali di lussuria e peccato,/ cieli di piombo, cenere../ acque nere quanto l'inchiostro.").

Zep Tepi

La seguente "Zep Tepi" parte con un bel ricamo strumentale molto energico basato su un fragoroso intarsio di chitarra adagiata su un dosato tappeto ritmico. Questo sino al minuto e mezzo, quando un graduale cambio di tempi coincide con il subentrare della voce di Rob, mai così arcigna. Vengono in mente ancora una volta, e mai così tanto, i My Dying Bride, soprattutto nella tipologia di atmosfere create. Il pezzo avanza decisamente cupo, catacombale, ma al contempo molto roboante, complice il wall of sound chitarristico capace di creare nere barriere sonore quasi impermeabili. Un'onnipresente chitarra ronzante si inserisce qua e la (già l'abbiamo avuta appena superato il primo minuto) serpeggiando laida nella struttura. Eccola infatti ritornare verso il minuto e cinquantasei con il suo andamento claudicante, prima di ridarci in pasto alla struttura portante, monolitica e impenetrabile. La voce di Rob si inserisce dal minuto e trentacinque, molto cupa, per poi tornare in sordina dopo poco (verso il minuto e cinquantasei, in concomitanza con il riaffiorare della main structure con il bell'intarsio chitarristico di cui sopra). A quasi due minuti e mezzo la parte strumentale condita dal guitar work "serpeggiante" cede di nuovo il passo ad una parte gestita su ritmiche granitiche ed accompagnata dalla voce funerea di Rob. A due minuti e cinquanta (circa) ancora un break strumentale, stavolta molto spento e claustrofobico rotto ad un certo punto (3 minuti e 15) dalle vocals del singer. I ritmi se possibile si fanno ancor meno dinamici prediligendo approcci più basati sull'atmosfera (il basso pulsa come un nero cuore mentre la drum machine sullo sfondo - molto ovattata -  schiocca colpi senza sosta). Quindi, a quasi tre minuti e cinquanta in pezzo torna a vivere con un nuovo cesello di chitarra ronzante ma evocativo. Verso i quattro minuti e venti ancora il riffing claudicante, ebbro, si reinserisce nella texture riportandoci su lidi già battuti. A quattro minuti e mezza esatti dunque una batteria implacabile subentra a sorreggere un riffing semplice ma d'effetto, quasi epico se mi si concede il termine, ma di un epos oscuro e lacerante. Dopo poco subentra anche la voce strozzata del singer a sovrapporsi a tale inquietante texture sonora. Il frangente di cui sopra si va gradualmente smorzando sino ad un nuovo troncone stavolta più doomeggiante sorretto da un riffing giostrato su lunge note rafforzate da un gioco di batteria essenziale ma potente. A sei minuti e venti fa il suo ingresso uno straniante vagito di chitarra che si inserisce nella tessitura come un colpo di bisturi, per poi scomparire e lasciare di nuovo spazio alle trame doomeggianti di proseguire nel loro lungo e martoriante cammino. Dieci secondi dopo ancora una volta torna in scena la voce di Rob, venata di un sottile lirismo, drammatica, la quale si adagia in uno scenario musicale ora dal retrogusto tragico, tormentato. Finale strumentale letteralmente fagocitato dal riffing claudicante ed ebbro sentito più e più volte, qui ripetuto ad libitum. Si continua, con questa traccia, con le peripezie degli Atlantidei, il cui iter è raccontato per bocca del protagonista, non solo del brano ma dell'intera opera. Questi esplicita ancora una volta i propri pensieri riguardo a "quei luoghi che (Dio) ha abbandonato", distanti dieci miglia dal posto in cui questi risiede con il suo popolo. E ripensa a colei che lo ha spezzato il suo cuore, abbandonandosi in questo contesto all'olezzo del dolce profumo di incenso. Nell'ultima parte si ammonisce che il protagonista, per essere uno di loro (degli Antichi, di Lovecraftiana memoria) deve attendere che anche l'ultimo segreto sarà rivelato, e per allora  avrà dovuto colmarsi di saggezza, solcare i cieli tramite ali dorate e costeggiare il muro del tempo (è evidente, nelle ultime due affermazioni, un senso criptico ed ermetico che va affrontato tramite specifiche esegesi). ("Ho visto come un bagliore dinnanzi ai miei occhi,/ distante dieci miglia, da questo posto../ Il nostro dio ha distolto il suo sguardo da noi../ sono ormai congelati tutti i luoghi che ha abbandonato./ Mi abbandono al dolce profumo d'incenso,/ strani rituali di razze aliene../ reami alchemici su questi mari,/ le sirene cantano nell'oscurità."). 

Back To Tilmun

Si continua con "Back To Tilmun (Ritorno A Tilmun)", traccia più lunga del lotto (oltre nove minuti di durata). L'inizio è affidato ad un ricamo mesto di chitarra effettata ed "atmosferica" presto raggiunta da singulti dimessi di basso e rintocchi di batteria. Un inizio molto pacato, dai toni grigi ed invernali. L'introduzione cede il passo, al quarantacinquesimo secondo a una parte iraconda, cesellata da veloci mitragliate batteristiche e  da strutture molto basse articolate dalla chitarra: una parte decisamente rabbiosa antitetica al preambolo ma in perfetta armonia con esso, come se da quella prima parte malinconica si fosse liberata in una deflagrazione un impeto di rabbia belluina. I ritmi rallentano di nuovo oltrepassato il minuto incanalandoci dapprima in un granitico mid tempo, dunque in una parte moderatamente veloce trafitta presto da un assolo fulmineo ed isterico verso il minuto e quaranta. A quasi due minuti i ritmi prendono a rallentare, come un motore spompato, e, complice anche la batteria e il suo andamento "meccanico" (oltre che il lavoro alla chitarra, sempre basso e catacombale), il clima torbido e inumano non cessa di farsi sentire. Verso i due minuti e venti un atmosfera mesta accoglie le vocals del singer. Si respira un aria claustrofobica e brumosa, e il dramma espresso dalle modalità vocali di Rob non attenuano questa sensazione. Il pezzo prosegue su queste direttive sino ai tre minuti, sino a uno stop momentaneo delle vocals, destinate comunque dopo pochi secondi di cesello strumentale a riaffiorare in tutta la loro mestizia. A quattro minuti la chitarra impone un frangente più grintoso, scandendo con un cesellamento tanto grintoso quanto funereo una zona più decisa e imponente. I ritmi si mantengono imponenti e catacomali arrivando ai cinque minuti e mezzo ad un'accelerazione imposta dalla batteria. Quindi si ritorna su secnari più mesti e confacenti all'anima del gruppo, dai toni crepuscolari e mesti. Un'ottimo solo guitar screzia il tessuto sonoro a partire da quasi sette minuti e mezzo: le ritmiche pur mantenendosi lente e cupe ora guadagnano un surplus di evocatività. Un'altra accelerazione si impone dagli otto minuti e mezzo, rendendo la miscela ancora una volta dura e arcigna. Dagli otto minuti e quaranta il pezzo si va lentamente spegnendo. Il testo è incentrato sul ritorno del protagonista e delle sue genti nella terra natia, abbandonata da ormai troppo tempo.  Il ritorno a quella terra, chiamata Tilmun è ormai una gaudiosa realtà, e la cosa riempie di gioia e foga il protagonista. Molto belli certi passaggi in cui, in maniera molto immaginifica, vengono citate le astronavi che passano riempiendo il cielo delle loro lunghe scie. Nel passaggio finale il protagonista riflette sul fatto che, pur non essendo umano, della terra sente una grande nostalgia. ("Il giorno è ormai giunto e finalmente, posso crederci,/ rivedrò i luoghi in cui sono nato!/ Il ricordo d'un'antica saggezza  guida le mie mani,/ una nuova stirpe sta sorgendo,/ in questa terra promessa./ Nuvole su di me,/ cielo viola scuro../ sto lasciando la Terra.").

La Luna

Si conclude in bellezza con la seconda strumentale "La Luna", il cui titolo di reminiscenza italica ci porta in seno a due minuti e tre quarti di totale delizia. Il pezzo inizia tranquillo, venato di una sottile malinconia, per poi decollare gradualmente verso scenari sonori più granitici e oscuri. L'evocatività, anche se la durata del brano è esigua - è un'outro - è massima, e in neanche tre minuti i nostri riescono a portarci verso mondi dimenticati, dimensioni ancestrali e anti-mondi speculari al nostro. Si decolla letteralmente dal minuto in poi verso oscure "physis", antitetiche alla nostra realtà fenomenica. Un gioiellino che corona e chiude un album a dir poco stupendo.

Conclusioni

Si arriva così alla fine, e come sempre giunge il momento di un bilancio che, se non l'aveste capito, risulta quantomeno positivo. Certamente positivo, dato che ci troviamo indubbiamente di fronte ad un album ottimo, ben suonato, ben cantato, pieno zeppo di idee e anche - nonostante gli evidenti richiami - forte di momenti di originalità, la quale va cercata non in particolari invenzioni articolate dai nostri, quanto sulla personalità espressa in brani che pur ripescando qualcosa da certi maestri storici (della scena metal o dark wave) riesce a far emergere un loro forte e distinto tratto personale, il quale riesce in qualche modo a rendere l'ascolto ancora più interessante ed accattivante di quanto non lo sia già, di per sé, volendo anche solo parlare della componente "tecnica" e meramente contenutistica. E questo passaggio mi serve a sottolineare che i nostri hanno messo a punto un loro particolare marchio di fabbrica, un trademark, che distingue la loro precisa cifra stilistica dalla massa di "imitatori" dei My Dying Bride, dei Candlemass, dei Bauhaus e via discorrendo. Già, perché se altri si limitano a citare, portando a compimento operazioni che si traducono semplicemente in "revivals" e nulla più, i nostri hanno invece saputo pescare nelle modalità stilistiche di tanti maestri nutrendosi della loro linfa vitale per creare qualcosa di diverso, di "fresco" e assolutamente godibile, totalmente libero dalle catene dell' "imitazione" che invece limitano e soffocano tanti altri gruppi. Non vi verrà mai in mente di sentire un brano e dire "ecco, qui sa di Bauhaus", semplicemente per il fatto che la loro lezione, così come quella di tanti altri artisti citati nel nostro "cappello", è stata metabolizzata a dovere; in maniera impeccabile, tutta una serie di sfumature perfettamente amalgamate ad una proposta assolutamente convincente e vincente, a conti fatti. Potremmo addirittura azzardare un paragone con un'altra branca dell'Arte, per rendere meglio l'idea del discorso qui intrapreso. Pensiamo al mondo della pittura, in tal proposito. Gli Abyssian sono esattamente come un pittore che, i primi anni, studia Chaim Soutine, o il Goya, o Rembrandt, e cerca di trarne quanto più per lui possa servire. Arrivato al termine del suo studio, iniziando un percorso proprio, avrà imparato il senso della luce in Rembrandt - per citarne uno - ma, se è bravo, non "farà Rembrandt" ma proporrà qualcosa di proprio memore di quanto ha attinto dalla sua gavetta. Ecco, i nostri dimostrano che i maestri storici li conoscono, e da loro, partendo da quella che è stata la loro lezione, hanno messo in piedi un trademark personale. Ed è questo uno dei motivi per cui amarli. Non dimenticando che il "sapere" coincide anche con una capacità di attrattiva non indifferente. Perché qui non si parla solo della messa a punto di un proprio trademark, ma anche della capacità di usarlo per generare prodotti artistici al contempo molto godibili. Oscuri, pesanti ma molto godibili. Dunque un plauso totale alla band di Rob (il quale, per rimanere in tema con la mia precedente digressione, è anche un pittore) e company: qui si fa della vera musica e da parte mia non posso che complimentarmi per quest'ottimo disco. In attesa del prossimo, che date le premesse, sarà sicuramente un capolavoro.


1) These Days Of War
2) The Realm of Commorion
3) Neanderthal Sands
4) No Place For The Heart
5) Black Rainbow
6) The Sins Of Atlantis
7) Zep Tepi
8) Back To Tilmun
9) La Luna
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