ABIGOR

Verwüstung / Invoke the Dark Age

1994 - Napalm Records

A CURA DI
VERONICA DEIANA
25/08/2016
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Come tutti sappiamo, gli anni '90 sono stati senza dubbio ed indelebilmente marchiati dalla fiamma del Black Metal. Un discorso, quest'ultimo, iniziato verso la fine della decade ottantiana e fieramente proseguito sino al decennio successivo; lasso di tempo in cui l'Acciaio Nero vide il suo apogeo, nonché il suo periodo di massimo splendore. Ci pensò Quorthon, seppur inconsapevolmente, a suonare la carica: nonostante il giovane svedese fosse fermamente convinto di suonare Death / Thrash Metal (sue parole postume circa il suo primo periodo di attività), l'esordio dei suoi Bathory (classe 1984) smosse un autentico vespaio, donando la vita ad una vera e propria scuola musicale e di pensiero. Ci pensarono i Mayhem di Euronymous ad estremizzare ancora di più il concetto, con il loro leggendario "Deathcrush", EP del 1987. Da quel momento, il mondo del Metal Estremo non sarebbe stato più lo stesso; la Scandinavia produsse a profusione un enorme quantitativo di band (Immortal, Dimmu Borgir, Gehenna, Taake, Satyricon, Dark Funeral, Setherial, Nifelheim, giusto per citarne alcuni), gruppi che naturalmente espansero la loro influenza anche in tutto il resto dell'Europa e del mondo. In Francia assistevamo alla nascita delle "Legions Noire", al formarsi di band quali Mutiilation e Vlad Tepes, ed anche la Germania non fu da meno, degnamente rappresentata da formazioni quali Moonblood e Tsatthoggua, senza dimenticare i tanto discussi Absurd. Abbiamo sino ad ora, come avrete potuto notare, disquisito di scene mediamente grandi, appartenenti a nazioni geograficamente imponenti. Cosa succederebbe, dunque, se andassimo a spostare il nostro interesse verso una realtà ben più piccola delle precedenti citate? Potremmo ad esempio andarcene in Austria, scandagliandone i fondali dell'Undeground, alla ricerca di formazioni Black Metal conosciute o meno. Compiendo questo excursus ci imbatteremo sicuramente in due nomi: Summoning e Belphegor. Gli uni dediti ad un ottimo Black Metal a tinte epiche ed assai atmosferiche, decisamente influenzati dai capolavori di J.R.R. Tolkien ed autori di capolavori quali "Minas Morgul" (1995); i secondi, ben più grezzi e diretti, alfieri di un rozzo Black Metal pesantemente venato di Death, come testimoniato da dischi quali "Blutsabbath" (1997). Scendendo ancora di più nel dettaglio, ci imbatteremo senza dubbio in un'altra realtà, decisamente meno nota dei due gruppi sopracitati ma non per questo da dimenticarsi o da accantonare. Parliamo naturalmente dei viennesi Abigor, formatisi nel 1993 per mano di Peter Kubik e Thomas Tannenberger. Un progetto nato appunto cavalcando l'onda nera del Black Metal, con il chiaro intento di alimentare gli ideali di distruzione e misantropia musicale tipici dell'oscura fiamma. I Nostri partono dunque come duo in quel di Vienna, ma poco dopo si aggiunge all'organico il vocalist Rune (In seguito noto come Tharen). La loro attività è sin da subito prolifica: il trio rilascia infatti tutta una serie di pubblicazioni indipendenti, sotto forma di tapes promozionali. Il loro primo demo, "Ash Nazg", viene pubblicato esattamente nel 1993, e nello stesso anno viene rilasciato anche "Lux Devicta Est", loro secondo parto indipendente. Il 1994 si apre con la pubblicazione dello split "Creation of a Dark Age", il quale racchiuse in un unico disco diversi brani di diverse band. Oltre ai Nostri, troviamo infatti altri tre gruppi austriaci, come i già citati Summoning, oltre che Pazuzu e Cromm. Lo split è di seguito succeduto dalle demo "Promo 94" e "Moonrise". Il '94 continua dunque imperterrito, portando con sé anche una brutta tegola per gli Abigor. Oltre all'intensa attività di registrazione, infatti, di per sé intensa e stancante, la band deve vedersela anche con la defezione di Tharen , il quale venne cacciato dal gruppo per divergenze non meglio specificate. Il fuoriuscente fu presto sostituito da Silenus, con il quale il gruppo registrò quindi la demo "In Hate & Sin". Dopo sacrifici su sacrifici, dopo impegno e dedizione, comunque, le fatiche dei viennesi vennero presto ripagati. Sempre nel '94, anno davvero intenso e ricco di capovolgimenti di prospettiva, la band firmò un contratto con la "Naplam Records" e nel giugno dello stesso anno pubblicò il suo primo vero esordio: il full-length "Verwüstung / Invoke the Dark Age", prodotto e missato da Georg Hrauda, il quale inizierà proprio da questo momento un sodalizio con il gruppo di Vienna, prestando comunque la sua opera anche ad altri gruppi (il suo nome è anche annoverato nella realizzazione del già citato "Minas Morgul" dei Summoning). Tutto il materiale risulta scritto ed elaborato dagli stessi Abigor, eccetto i brani "Beneath a Steel Sky" e "A Spell of Dark and Evil", opera del dimissionario Tharen, il quale viene comunque riconosciuto nei credits. Il disco è stato registrato, inoltre, presso i "Tonstudio Hörnix", e può vantare una cover sicuramente particolare, nella quale troviamo un membro della band immerso in una foresta nebbiosa, circondato da un simbolo esoterico. In alto a destra campeggia il logo dei Nostri, formato da una grossa croce capovolta sovrapposta su di un pentacolo. Mero discorso d'apparenza, comunque, che tradisce una sostanza altrettanto sulfurea e misteriosa. La musica degli Abigor vuol infatti essere intrisa di mistero e potenza, di slanci anticristiani e di misantropia, nonché di sana "grezzaggine" quasi sfociante nel Raw. Un mix micidiale nel quale possiamo dunque immergerci, per poter assaporare appieno lo spirito compositivo di questi austriaci.

Universe Of Black Divine

Si comincia dunque con "Universe of Black Divine (L'universo del Dio oscuro)", brano aperto da inquietanti suoni di tamburi ed urla assai sommesse. Il battere delle percussioni è preciso e sacrale, ma non si dilunga molto, visto che dopo una manciata di secondi è l'ascia di P.K. ad entrare trionfale, disegnando un riff che molto ricorda la scuola norvegese. Un riff veloce, diretto, tagliente, che tradisce una qualità del sound non certo eccelsa ma funzionale alla causa degli Abigor. Black Metal oscuro, misterioso, grezzo e brutale. La voce di Silenius si configura come uno scream violento e luciferino, e dopo appena un minuto il pezzo conosce il suo primo rallentamento. I tempi divengono più cadenzati, una sinistra melodia ed un incedere misterioso fanno da apripista per una nuova sezione più ritmata, in cui Silenius dà il meglio di sé ed il lavoro compiuto alle chitarre risulta eccelso. A dar man forte a P.K. troviamo infatti anche T.T., il quale risulta contemporaneamente axeman, bassista e chitarrista, nonché tastierista. In questi primi due minuti abbiamo quindi inquadrato il genere proposto: tutta un'alternanza di assalti brutali a momenti ben più cadenzati, riflessivi ed oscuri. Un mix che non annoia e fa scorrere il brano per tutta la sua durata, senza farci riscontrare intoppi di sorta. Momento degno di nota, minuto 3:33. Una voce bassa e misteriosa declama alcuni versi del brano, e l'intero ensemble strumentale sembra placarsi, riducendosi ad un ruggente sottofondo per lo "stregone" intento a declamare chissà che formula maligna. Ben presto, però, interviene nuovamente la batteria a squarciare l'alone di mistero, e la violenza torna a regnare sovrana. Da questo momento in poi possiamo anche sentire, nitidamente, il lavoro compiuto dalle tastiere, le quali arricchiscono senza dubbio la proposta tutta; mirabile anche il lavoro solista di P.K., il quale di quando in quando si lascia andare a "virtuosismi" melodici sicuramente particolari, assai degni di nota. Il brano può dunque riprendere le sue coordinate e proseguire sino alla fine. Un pezzo variegato, dalla lunga durata ma mai monocorde. Melodia, violenza, potenza, oscurità, ogni anima della canzone è ben amalgamata ed in grado di occupare il giusto spazio. Per quanto riguarda il testo, non ci troviamo certo dinnanzi ad un'opera in grado di competere con la musica sino ad ora suonata, in quanto le liriche risultano forse un po' troppo "standardizzate" e forzatamente legate ad un concetto anticristiano, nel 1994 ormai privo del suo iniziale slancio trasgressivo, in quanto troppo abusato. Apprendiamo, dalle parole dei Nostri, quanto la santa Trinità sia finalmente arrivata ad un punto di non ritorno. Le forze del male hanno vinto, niente e nessuno potrà più dominare un cielo non più azzurro, ma ormai divenuto nero come non mai. Le sante entità marciscono, putrefacendosi, l'esercito dell'oscurità è destinato a governare sul creato. Nessuno sarà risparmiato, e prima l'umanità deciderà di prostrarsi dinnanzi a Satana, divenendo sua umile servitrice, prima si risparmierà l'agonia riservata a chiunque oserà anche solo pensare di ribellarsi. Un satanismo crasso e misantropico, molto scandinavo, tipico di visioni alla Mayhem o comunque alla Darkthrone

Kingdom Of Darkness

Il secondo brano è "Kingdom of Darkness (Reame dell'oscurità)", il quale si apre con una sorta di canto corale, come fosse pronunciato da un corteo di frati. Un "Dies Irae" ripetuto in maniera cantilenante, solenne, sovrapposto agli urli di una folla disperata. I più esperti e "cinefili" avranno riconosciuto in questi primi secondi una citazione a dir poco d'eccezione: si tratta infatti di un frangente estrapolato nientemeno che dal capolavoro di Ingmar Bergman, ovvero "Il Settimo Sigillo", all'unanimità riconosciuto come uno dei film più importanti e significativi della storia del cinema. Un inizio quindi solenne e particolater; tuttavia, il tutto è naturalmente destinato a sfociare in un qualcosa di violento ed aggressivo. Il ritmo diviene ben presto veloce e serrato, ben supportato da uno scream violento e potente. E come nel pezzo precedente, ci accorgiamo di aver a che fare con un brano per nulla monocorde. Ci sono infatti vari cambi di tempo, accelerazioni, che rendono il tutto più accattivante, più vario e decisamente dinamico. Un bell'assolo al minuto 2:57, molto melodico, fornisce poi una marcia in più all'intero ensemble strumentale. Tutto merito di T.T., che ci offre una prestazione decisamente tosta e sugli scudi. Il pezzo prosegue, col cantato di Silenius ed un altro assolo di chitarra (nota quest'ultima degna di nota; in genere, la pratica dell'assolo non riscontra chissà che favori, in ambito Black). "Realm.." risulta a questo punto una canzone veloce ma comunque orecchiabile, un più che piacevole ascolto per gli appassionati del genere. Al minuto 6:10 c'è un rallentamento, seguito da un evocativo battere di tamburi e dalla voce straziante del cantante. Un terzo assolo parte, accompagnato da urla disumane e da un tocco quasi Depressive, se vogliamo. Un brano che dunque può terminare, fra rullate nervose e le distorsioni di P.K., lasciandoci ancora una volta piacevolmente sorpresi, in virtù della varietà intrinseca mostrata. Il testo narra del Regno delle tenebre di Satana, dove aleggiano pianti eterni, dove regna il silenzio e "l'oscurità riempie la tua anima". Un testo, come il precedente, che non brilla certo per tematiche o per originalità, ma che mette comunque in mostra un'attitudine "standard", quella in virtù della quale molti gruppi dell'epoca propendevano appunto per argomenti anti-cristiani ed estremamente misantropici. Il Regno delle ombre, la dimora di Satana, è il nostro destino ultimo. Non esiste paradiso, non esiste gioia eterna. Siamo tutti destinati al dolore, alla dannazione perpetua, costretti a vagare in un deserto gelido e rovente al contempo. Piogge incessanti fustigano la nostra pelle, le fiamme consumano le nostre carni. Dritti all'Inferno, senza via di scampo. Satana, il nostro tiranno, farà in modo di rendere la nostra eternità un'autentica valle di lacrime. Delle liriche, dunque, assai "elementari" ma ricche di pessimismo e misantropia, elementi che vanno a mostrare quanto anche gli Abigor (così come i Mayhem, ad esempio) ce l'avessero a morte con la loro contemporaneità. Rabbia contro una società considerata inferiore, una furia che si espleta dunque in fantasticherie di dannazioni eterne e di distruzione totale. Dopo due canzoni di ampio respiro e di durata considerevole, giunge il momento di riprendere momentaneamente fiato. 

Beneath A Steel Sky

La terza canzone dell'album è difatti un pezzo strumentale: "Beneath a steel sky(Sotto un cielo d'acciaio)", il brano più corto dell'intero platter, il quale ha il compito di fermare momentaneamente le ostilità per donarci una parentesi più "intima", ragionata e se vogliamo delicata. Si parte con delle folate di vento, ben presto sormontate da una tastiera oscura ed inquietante; un po' Dark Ambient se vogliamo, di chiara scuola norvegese. Il tipo di atmosfera assai caro ad un Varg Vikernes, giusto per citare un nome eclatante. In virtù del titolo scelto per questo disco, gli Abigor scelgono dunque di ricreare un'ambientazione da ossianica foresta medievale. Un locus amenus quasi fiabesco, perso fra la nebbia e sormontato da un cielo plumbeo, carico di pioggia. Il tutto è dunque avvolto sa questa coltre di malinconia, un brano dominato da una melodia semplice, la quale risulta triste ma tutto sommato piacevole; quasi fosse un invito a crogiolarci in quel paesaggio sperduto, arcano, dominato da questa musica così particolare, melodica, priva di violenza eppure così dannatamente efficace. Una parentesi che tuttavia si conclude presto, dopo meno di due minuti.

Eye To Eye At Armageddon

E' giunto quindi il momento di ripartire in maniera decisa e violenta, con il brano successivo. Il quarto pezzo è "Eye to Eye at Armageddon (Faccia a faccia con la fine del mondo)", un inno all'anticristianesimo, naturalmente dedicato alla fine del Mondo. "Armageddon" è infatti un termine biblico presente nella famosa "Apocalisse" di San Giovanni, un termine che designa la battaglia finale fra il bene ed il male. Da una parte gli spiriti immondi, capeggiati da Satana, i quali raduneranno tutti i Re della terra e di conseguenza i loro eserciti; dall'altra, Dio e le sue armate. Non è mai stata ben chiara l'etimologia della parola "Armageddon", e se anche nell'Apocalisse apprendiamo quanto il Bene alla fine riesca a trionfare, secondo alcuni passi del Vecchio Testamento il termine designerebbe un luogo preciso, un teatro di sanguinose battaglie. Tutte disfatte, per la fazione "buona". Ecco perché, se da un lato "Armageddon" designa più o meno la battaglia finale fra bene e male, dall'altro è sinonimo di atroce sconfitta. Inutile sottolineare quale accezzione risulti la favorita degli Abigor: la sconfitta, per il bene, è alle porte, e tutti i cristiano non potranno fare altro che piangere il cadavere del loro Dio. Le armate di Satana trionferanno, verrà l'oscurità, niente e nessuno potrà mai contrastare l'esercito infernale. Quando Armageddon giungerà, dunque, non dovremo fare altro che soccombere. Quando i cieli si oscureranno e Satana tornerà sulla terra, per noi sarà la fine. In linea con il testo, la componente strumentale ci tiene a risultare dunque più cruda e violenta possibile. Si parte con bel un riff deciso di P.K., in grado di creare la giusta atmosfera, con la sua cadenza assassina. Un riff coadiuvato da una melodia sinistra, quasi stesse preannunciando l'arrivo di un'orda malefica, in grado di oscurare l'orizzonte. Sottofondo degno della fine del mondo. Poco dopo segue dunque la voce, anch'essa arrabbiata e dura; la chitarra dunque si inasprisce e decide di rendere il suo lavoro ben più veloce e crudele, anche coadiuvata da una batteria violenta e scalpitante. La melodia in sottofondo, quasi fosse ricamata da flauti e corni, inoltre, rende il tutto ancora più tetro ed inquietante. Poco prima dello scoccare del secondo minuto abbiamo quindi un cambio di registro, col brano che torna assai più rilassato. Segue un ritorno alla velocità, teatro di un breve assolo, e il brano prosegue alternandosi fra momenti più scalpitanti ed altri più cadenzati. Accelerate che fanno venire voglia di pogare (in barba al trend "no mosh" , tipico di una certa porzione di Black Metal) e che personalmente apprezzo moltissimo, assieme a tutto il brano. Arriva quindi il terzo minuto, il quale comincia ad essere scandito da una melodia la quale, incredibilmente, è capace di rievocare (seppur alla lontana) l'intro di "Flash of the Blade" degli Iron Maiden. Una melodia epica che rende il pezzo dunque più denso di pathos, finché quest'ultimo non si indirizza verso la sua ultima porzione, la quale continua a fregiarsi di chitarre epiche seppure inserite in un frangente più concitato. Abbiamo quindi un ultimo accenno di assolo, sognante e ben suonato, con le ultime parole ("Vittoria all'Armageddon!") urlate che di fatto concludono un pezzo bello, potente ma allo stesso tempo melodico ed a tratti epico. 

In Sin

"In Sin (Nel peccato)", è la quinta traccia di questo bellissimo album. Narra naturalmente di un rito satanico, durante il quale avviene il sacrificio di sangue di un prete, e si inneggia a Belial. Quest'ultimo, in particolar modo, risulta essere una figura assai ambigua, sulla quale si è dibattuto parecchio. Sappiamo che le sue origini sono (come per la maggiorparte dei "demoni" cattolici) pagane, ed in seguito la figura è stata rielaborata e tacciata di malvagità in nome dell'epurazione cattolica, quel processo di rivisitazione degli antichi culti i quali dovevano per forza di cose venir posti come falsi e bugiardi, in nome dell'unico vero dio. Fu così che Belial divenne uno dei demoni più potenti di tutto il pantheon giudaico-abramitico: il suo nome significa "colui che non ha valori", e da molti è accorpato a Satana stesso; mentre, per altri, è identificabile come il serpente che tentò Eva. Sta di fatto che il suo potere è secondo solo a quello del suo padrone, e proprio in suo nome viene compiuto il sacrificio del prete. La creatura così casta e pura verrà dunque sacrificata in nome del peccato, la sua vita verrà offerta come tributo massimo al re dei peccatori. Insomma, il solito testo satan-misantropo. Si parte quindi con una chitarra lenta, misteriosa se vogliamo, dall'incedere monolitico, per poi esplodere in un ritmo violento e cattivo, in tema dunque con il testo. Lo scream a supporto dell'ensemble strumentale è continuo e potente, e P.K. accompagna il tutto molto melodicamente, dimostrando di non voler scadere nel monocorde e di voler comunque arricchire i suoi brani di soluzioni interessanti, in grado di renderli imprevedibili e soprattutto di donargli quel quid epicheggiante che gli Abigor hanno ormai dimostrato di apprezzare. Dal canto suo, T.T. offre un tocco di potenza e ritmo violento, dimostrandosi comunque un buon drummer, dal tocco per nulla staticoSi prosegue quindi in maniera sostenuta, sino ad arrivare ad una piccola parentesi lenta ed acustica, in grado di farci riprendere fiato. Solo un accorgimento momentaneo, in quanto  il brano ri-prosegue con la sua violenza e velocità. Un cambio di tempo, più veloce, al minuto 3:50, dominato da urla strazianti.. ed il brano può dunque finire, fra il massimo della concitazione. Un pezzo trascinante che, a mio avviso, ha il solo difetto di durare troppo poco.

My Soft Vision In Blood

La sesta canzone è "My soft vision in blood (Delicata e sanguinolenta visione)". Ci tengo a precisare, per dovere di cronaca, che questo è il mio brano preferito in assoluto, per quanto riguarda gli Abigor e la loro intera discografia. Si parte con un riff lento, supportato da un suono intermittente e battente, simile a quello di una grancassa da orchestra. Un riff che traspare sofferenza ed epicità al contempo, a metà fra il Depressive e qualche cenno Medieval, che di certo riesce a rendere il tutto più "doloroso" e denso di pathos. Uno stilema che ci accompagna monoliticamente sino al minuto 1:20, frangente dal quale parte un bell'assolo di chitarra e tastiera, la quale simula cori sacrali, profondi e cupi. Si torna dopo poco all'incedere più tranquillo e monolitico, sempre dominato da una voce violenta, trasparente di sofferenza, colma di espressività. Torna in seguito il ritmo di grancassa (espediente simile a quello dei timpani sinfonici utilizzati dai Celtic Frost, sovente), il quale supporta l'onnipresente chitarra, mai troppo scalpitante e sempre ragionata, a tratti pacata. Fra tamburi solenni e melodie chitarristiche molto sentite, stoiche ed orecchiabili, in contrasto col cantato, si prosegue dunque verso una fine sempre più "medieval", scandita da zufoli intonanti antiche litanie, densa ed illustre celebrazione di un passato mai scomparso. Il testo tratta i soliti argomenti satanici-anticristiani, in chiave molto poetica, a mio avviso. Un verso recita quanto segue: "L'umanità esiste per essere seguita - Per servire e non per pensare - Siamo nati dell'antica razza - Per guidarvi nel buio più totale". Parole assai eloquenti, le quali mettono in luce un altro lato del Black Metal, assai topico e ricorrente: quello dell'essere umano visto come un oggetto passivo e non attivo dell'esistenza. L'unico modo che abbiamo di vivere è quello di essere sottomessi e comandati da un crudele tiranno, il quale può disporre delle nostre vite a suo piacimento. In un'orgia di satanismo e crudeltà, dunque, gli Abigor auspicano la venuta di un crudele sovrano, il quale dominerà dunque con il sangue e con la forza. Queste, le visioni decantate nel titolo. Ferocia, distruzione, barbarie d'ogni genere, senza limiti. I tiranni sembrano essere proprio loro, i nostri austriaci servi del Demonio, i quali proclamano all'umanità la fine della propria indipendenza. "Non siete liberi, siete schiavi". Parole dure che non possiamo far altro che accettare, abbassando la testa ed arrendendoci. Da notare come un verso del testo reciti le parole "Under a funeral Moon". Che sia un omaggio al capolavoro dei Mayhem

Weeping Midwintertears

"Weeping Midwintertears (Pianto di mezzo inverno)" è il settimo brano: si parte con una chitarra molto melodica, e si rallenta poco dopo con tastiera e urla che si amalgamano perfettamente all'atmosfera creata dalla sei corde. Ma gli Abigor, si sa, non sono mai troppo interessati a far scorrere un brano sempre e solo nel medesimo modo. Un cambio di tempo è difatti in agguato di lì a poco, con T.T. che dà letteralmente il meglio di sè; un ritmo veloce e potente, ben scandito e ricamato, il quale riesce a farci comprendere la notevole caratura di un drummer come il Nostro. Poco dopo, inquietanti rumori di sottofondo accompagnano una chitarra acustica, terminando quindi il brano, il quale risulta l'ennesimo bell'episodio, inserito in una tracklist che vuol fare della creatività il suo punto forte. Tracce particolari, quelle sino ad ora ascoltate, ed anche "Weeping.." ne è la prova. Unica pecca, amici lettori, è il fatto che nonostante si tratti di un pezzo cantato, il testo risulta ahimè introvabile. A giudicare dal titolo, forse il pezzo potrebbe trattare di un qualcosa di ben più riflessivo ed intimistico, in qualche modo slegato dai soliti cliché della fine del mondo e dell'umanità ritenuta inferiore. Un titolo che sembra quasi evocare poesie ed antichi canti.

Diabolic Unity

L'ottavo pezzo è "Diabolic Unity (Unione Diabolica)", che parte subito con un ritmo veloce e potente. Le tematiche affrontate, anche in questo caso, sono quelle sataniste ed anticristiane. Pure in questo brano si Inneggia a Belial (Nel peccato viviamo - Nel peccato moriamo - Partecipa con forza, Belial - L'Unità Satanica - Ci fa incontrare là fuori), figura onnipresente del pantheon degli Abigor, i quali decidono in quest'ultimo brano di sancire una diabolica alleanza fra tutte le forze maligne esistenti. Un'alleanza demoniaca, sacrilega, blasfema. La creazione di un esercito in grado di distruggere per sempre ogni traccia del cristianesimo imperante. Spade affilate che recideranno le carni dei servi di Dio, fiamme che li bruceranno.. l'esercito del male viaggia compatto e vittorioso verso la sua nuova meta, ovvero la conquista di tutto il mondo. Un testo breve e per nulla innovativo, in linea con i "soliti" princìpi. Dicevamo comunque di una partenza veloce e sostenuta, la quale ci tiene sempre a mostrarci le velleità più aggressive ed epicheggianti dei Nostri, sempre dediti ad espedienti particolari (la grancassa sinfonica) ma a tratti anche ad un Black molto più tradizionalista, di prima scuola norvegese. Riff taglienti ed aggressivi, veloci ed urticanti, che non lasciano scampo e ci attanagliano senza pietà, ghermendoci ed affondandoci le zanne dritte nella giugulare. Un brano dunque assai "normale", privo di guizzi significativi, se non l'utilizzo delle percussioni orchestrali e qualche melodia particolare della chitarra solista, intonata verso il finale e persa fra la rugginosità e l'aggressività dei riff portanti. Il tutto condito da un cantato aggressivo e violento; un pezzo dalla durata esigua, un ultimo sussulto prima della conclusione definitiva. 

A Spell Of Dark And Evil

La quale giunge con la brevissima strumentale "A Spell of Dark And Evil (Un incantesimo d'Oscurità e Malvagità)", pezzo che di fatto chiude l'album: ad imperare è la tastiera, le cui note rendono questo episodio molto romantico e triste, quasi decadente, se volessimo. Una sorta di celebrazione della fine, un insieme di suoni capaci di trasportarci dritti nel medioevo letterario, di farci toccare con mano quella nebbia che già nel terzo pezzo si manifestava, coprendo la foresta. E dire che, inizialmente, il brano sarebbe stato perfetto come colonna sonora di un Horror anni '70 - '80, ricordando molto da vicino alcune particolari sperimentazioni molto care a compositori come Morricone Frizzi. Eppure, il suo proseguo si rivela un trionfo d'ossianica magniloquenza. Note che spaziano dal Dark Ambient ad accenni "fantasy", riprendendo in pieno la lezione di Vikernes, da sempre in prima linea per quel che riguarda il concetto di "strumentale" in ambito Black Metal.

Conclusioni

Siamo quindi giunti alla fine di questo viaggio oscuro, è tempo di tirare le dovute somme. C'è da dire innanzitutto che, a differenza di molti altri debut-album, "Invoke The Dark Age" non risulta mai troppo penalizzato dalla sostanziale acerbità dei componenti della band. Gli Abigor, infatti, dopo una manciata di demo, si erano sin da subito dimostrati pronti al grande passo, ormai esperti abbastanza per potersi cimentare in un LP che fosse d'ampio respiro. Volenterosi di mettere in piazza il loro "io musicale", senza timore reverenziale nei riguardi di alcunché. Quel che ci propongono è dunque un Black Metal strettamente particolare e personale, in linea con la volontà di risultare quasi "unici" piuttosto che troppo derivativi, o pedissequamente seguaci di un trend. Ovvio che la lezione Norvegese è stata incamerata alla grande (scandinava, in senso generale), tuttavia gli orizzonti dei Nostri austriaci non si fermano alla sola famosa penisola. Al contrario, guardano oltre e cercano di arricchire la loro proposta con un personalissimo senso dell'epica, mutuato senza dubbio dall'ascolto di grandi classici del Metal in senso lato, come del resto fu per altri grandi artisti e precursori del Black (Quorthon e la sua attenzione per i Manowar, per dire). Ecco quindi che i brani divengono dei veri e propri viaggi in terre lontane, in epoche remote. Aggressività, velocità, ma anche senso della magniloquenza e della melodia. Strumentali brevi ma eccelse, stupende nella loro maligna allusività; ingredienti che, se sognati, donano dunque la vita ad un disco importantissimo per la carriera degli Abigor, un album che getta le basi per il loro proseguo, e che ha fatto in modo di consacrarli ad un pubblico che comunque aveva molte alternative. Pensiamo ai già citati Summoning o ai più accessibili Belphegor, sempre rimanendo in Austria. Riuscire a non sfigurare, frapposti a due colossi simili, era alquanto difficile. Eppure, con decisione e metodo, gli Abigor sono riusciti nella loro impresa. Se amate il Black più personale e variegato, "Invoke.." farà sicuramente la vostra felicità. Idem per quel che riguarda la passione per determinate atmosfere, quelle più epiche e medievali, condite però di profonda oscurità, miste ad un tappeto di violenza sonora non indifferente. Unica "pecca", chiamiamola così, sono unicamente le liriche; ancora troppo legate a stilemi eccessivamente cristallizzati, in virtù della musica proposta, P.K. T.T. avrebbero potuto sforzarsi (senza dubbio) un po' di più. Tuttavia, questo lieve difetto non deve pregiudicare (troppo) uno degli esordi più belli mai ascoltati, in ambito Black. Consiglio e stra-consiglio ad ogni "novizio" del genere di procurarsi immediatamente una copia di "Invoke..", e di godere appieno delle splendide atmosfere che, a distanza di svariati anni, questo disco riesce ancora a suscitare. 

1) Universe Of Black Divine
2) Kingdom Of Darkness
3) Beneath A Steel Sky
4) Eye To Eye At Armageddon
5) In Sin
6) My Soft Vision In Blood
7) Weeping Midwintertears
8) Diabolic Unity
9) A Spell Of Dark And Evil